Se anche parlassi la lingua degli angeli




Se anche parlassi la lingua degli angeli, se non ho l'amore, non sono che un bronzo risonante.
Se anche avessi il dono della profezia, la scienza di tutti i misteri, e tutta la conoscenza,
se anche avessi tutta la fede, si' da muovere le montagne, se non ho l'amore, non sono nulla.
L'amore e' paziente, e' pieno di bonta'
tutto sopporta, tutto spera.
L'amore non muore mai, poiche' le profezie termineranno, le lingue taceranno, la conoscenza svanira'.
Ora perdurano fede speranza e amore. Ma, dei tre, il piu' grande e' l'amore.

Corinzi, 13.

Junior dad

Mi chiedevo come sarebbero stati i miei artisti preferiti "da vecchi". A 15 anni l'idea di vecchio è un po' vaga: qualcosa che ha a che fare con i tuoi genitori o i tuoi parenti, probabilmente, o con una generica idea di maturità, decoro, prestanza fisica ridotta. Il concetto applicato al rock, poi, sembrava un po' incongruo. Certo, Lou Reed aveva molti più anni di me, quando ho cominciato ad ascoltarlo, navigava verso i 40. Ma non era oltre quella soglia. Non ancora. Non lo era nessuno.
Dunque da un lato c'erano le band quasi nostre coetanee, come i Cure o i Simple Minds (che sembravano formate da persone giovani sì, ma più grandi di noi, non boy band, insomma).
Dall'altro c'era la musica dei giganti, quelli come Bowie, Lou, i Rolling Stones, che erano non anziani ma comunque già in giro da un bel po' di tempo. L'interrogativo sulla vecchiaia si poneva per loro: come sarebbero stati, da vecchi? Difficile immaginarlo. Un po' perché si aveva alle spalle una serie di morti illustri (Jim, Janis, Jimi ecc.), l'idea del grande artista rock era ancora, spesso, associata alla morte precoce. Un po' perché il rock, comunque sia, non poteva non accompagnarsi ad una certa capacità di muoversi, di fare scena. Valeva anche per Lou Reed, posto che l'uomo, quando aveva temporaneamente abbandonato la chitarra per stare sul palco come una vera rock star, accompagnando le sue canzoni con le movenze e la gestualità della rock star, era parso più una stranita bambola proto-punk strafatta di anfetamine che un danzerino provetto.
C'era però l'esempio del blues, ecco. I cantanti blues avevano suonato fino alla fine, fin quando erano proprio decrepiti. Ma il blues, pur essendo strettamente imparentato col rock, ci sembrava comunque un'altra cosa. Il blues lo si poteva suonare anche stando seduti. Ed infatti così avevano fatto i vari John Lee Hooker o B.B. King quando non erano più riusciti a stare in piedi con una chitarra a tracolla per le due ore canoniche di uno show. Ma si potevano immaginare un Lou Reed, un Mick Jagger seduti a cantare le loro canzoni? Mmmh...

Ora Lou Reed ha 70 anni. Suona ancora in piedi, ultimamente con i Metallica. Il cantato è spesso più simile a un recitato, anche nei brani più tirati. Corde vocali irrigidite.
Lou Reed suona e canta ad esempio "Junior dad", una canzone dell'ultimo, contestato album, "Lulu", ispirato ai libri di Frank Wedekind.
La canzone in effetti è l'unica che non c'entra niente con il resto della storia, non ha a che fare con il personaggio letterario. Chiude l'album, ma non parla della tragica, dissoluta (ma anche pura, nel suo essere pianta carnivora) femme fatale che sulla carta (e così sul disco) finisce scannata da Jack lo Squartatore.
Parla della vecchiaia. Lou Reed, è vecchio, e chi se lo sarebbe aspettato, con quella vita? Negli anni 70 sembrava uno dei più prossimi candidati al cimitero delle celebrità. E' vecchio e canta la vecchiaia. La vecchiaia di suo padre, apparentemente. Padre giovane, junior, un padre ragazzino a cui rivolge una domanda: "Verresti in mio soccorso se stessi per affogare?"
Il figlio ora vecchio parla al padre giovane, lo interroga, lo incalza. Lo prega.

Ma poi, più sotto, il padre giovane improvvisamente è invecchiato, anzi, è morto.

Sta guidando verso un'isola di anime perse.

E ancora, qualcosa che assomiglia al ricordo di un discorso pronunciato in un tempo lontano, un amaro discorso:

Ti insegnerò meschinità, paura e cecità, nessuna idea sociale redentrice. Oh, stato di grazia...


Potrebbe sembrare il rimprovero - un poco scontato - di un figlio al proprio genitore, per le sue mancanze, per l'educazione ricevuta, così lontana dai valori morali e civili che ci si attenderebbe vengano trasmessi da un padre a un figlio, anche se, pronunciato a 70 anni, sarebbe comunque tardivo , diverso dalla canonica ribellione adolescenziale che il rock ha raccontato tante volte. Ma quel ricordo, quelle parole, sono anche un'epifania. "Stato di grazia...". Nel ricordo le cose cambiano di segno, perdono i loro connotati negativi, vengono rimpiante nonostante tutto. Nel ricordo ritroviamo un pezzo della nostra identità, giustifichiamo e ordiniamo le scelte che abbiamo compiuto durante la nostra vita.

Non finisce così, non ancora.
C'è un verso criptico, dopo.

Singhiozzo: il sogno è finito
Fai il caffè: accendi la luce

Forse - ha suggerito qualcuno (www.loureed.it) - è il sogno del padre giovane fatto dal figlio ora anziano a svanire con le prime luci del mattino. Il figlio si alza, prepara il caffè, contempla con l'occhio della mente, ancora eccitata dal sogno, il fantasma, l'ombra del padre, di un padre bambino perché ritornato bambino con la vecchiaia. E questo lo abbiamo visto tutti, no? L'età fa ritornare bambini. Sempre meno responsabilità, sempre più persone che si prendono cura di te. E forse - il dubitativo è d'obbligo - il figlio si guarda allo specchio, vede il fantasma del padre ma vede anche se stesso, vede solchi dove un tempo la guancia era liscia. E' lui il padre, ora, è identico a suo padre vecchio e morente, già andato, in cenere, quel padre che gli era sembrato immortale e che gli ricorda la sua mortalità, il comune destino di ogni uomo.

Di’ ciao al papà giovane
La delusione più grande
L’età lo ha avvizzito e trasformato
in un padre "piccolo"
(Una barbarie psichica)

Lou Reed aveva già cantato della vecchiaia, ad esempio in "Change", dal penultimo "The Raven" (anch'esso ispirato dalla letteratura, da E. A. Poe). E anche in quell'occasione, lo aveva fatto con toni non lusinghieri (testicoli che avvizziscono, insomma. Lo spettro della morte).
Ma non aveva mai usato questa lama spietata. Nessuna consolazione. Qui non c'è un giovane cantante che dedica una sonata a suo nonno, non c'è Claudio Baglioni, nulla di sentimentale (anche se c'è pathos e sentimento). Un uomo vecchio che guarda in faccia il suo disfacimento riflesso nella figura di un junior dad invecchiato a tal punto da tornare un bambino. In fondo alla pista c'è solo

La delusione più grande

Finisce così? E' di nuovo, eternamente, il Lou Reed tragico, stoico, implacabile? Senz'altro sì.
Ma questa dopotutto è una canzone, non un racconto o una poesia. Bisogna ascoltare anche la musica.
"Junior dad" è una canzone strana, anche se negli anni 70, quando gli artisti erano più liberi e creativi, non sarebbe sembrata tanto più strana di un album come "Low", una facciata di canzoni rock e un'altra di brani quasi sepolcrali suonati col sintetizzatore. E' strana e presenta diverse chiavi di lettura, sul piano musicale non meno che su quello del testo.
La prima parte è la canzone vera e propria, già di per sé anomala per gli standard attuali, quasi 10 minuti. Ed è un pezzo rock elettrico, in cui i Metallica suonano non come ciò che sono, una band metal, ma come la band di Lou Reed. Un bel pezzo, indubbiamente. Un tempo medio, dall'incedere solenne, sostenuto dalla potenza degli accordi e dai colpi secchi della batteria.
Ma sul finale (solo sul disco, non nella versione live), l'elettricità condensata sfuma, la batteria batte il tempo un'ultima volta e in pochi secondi la tensione si allenta, sfocia in una piana "ambient", altri 8 minuti di musica stavolta senza una parola, solo un'algida vibrazione elettronica, un orizzonte scarno ed essenziale, zen. Il suo colore è il bianco. Il suo messaggio è distacco. Forse è questa la chiave di lettura finale che Lou Reed vuole dare al disco (probabilmente definitivo) della sua vecchiaia. Oltre la delusione per la visione di ciò che la vecchiaia realmente è, corruzione e morte, la considerazione del nulla, l'accettazione, la pace, shanti, come si chiude il Wasteland di T.S. Eliot.
Molla gli ormeggi, lascia andare tutto. Mettiti comodo. Attraversa il fuoco passandoti la lingua sulle labbra.
Cosa c'è ancora da vedere, o da non vedere?

E una canzone così di questi tempi vale come un libro, è pura letteratura.

"Junior dad" live con i Metallica.


Lou Reed nel pieno della carriera (1974).

Sangue cattivo



Ad un certo punto iniziarono a diffondersi delle leggende.
Una di esse riguardava il virus t36, detto anche “Mauvais sang” (sangue cattivo). Era un virus che colpiva le persone che facevano l’amore senza amore. Nessun giornale, nessuna tv ne aveva parlato. Era una leggenda diffusa in rete, era l’effetto del passaparola di nuovi profeti visionari. Le autorità la trattavano come una sciocchezza da cui i sobri, razionali cittadini del mondo del XXI° secolo si sarebbero tenuti spontaneamente alla larga. Errore.

Ci furono atti di violenza contro le prostitute, i gay e gli adulteri. Ad Amsterdam chiuse definitivamente il quartiere a luci rosse. San Francisco e Los Angeles persero una buona fetta dei loro abitanti, grandi esodi nel deserto, morti collettive.
L’età dei primi rapporti sessuali in pochi mesi si alzò vertiginosamente e i più guardinghi pare fossero i maschi.

Qualcuno fece osservare che, contrariamente alle aspettative, la maggior parte delle vittime non apparteneva alla categoria delle persone “promiscue”. Erano perlopiù mogli e mariti. Membri di coppie monogame.

Una sera ne parlai con nostra figlia. Richard era andato a letto, andava a letto sempre più presto, ultimamente. Le dissi che fare l’amore era una cosa bellissima, la più bella del mondo. Non so cosa mi aveva preso. Non è il genere di discorsi che le madri fanno alle figlie adolescenti, non io almeno. Due giorni prima mi aveva confessato che pensava di prendere i voti. Io e Richard l’abbiamo cresciuta così, le abbiamo sempre detto che l’avremmo lasciata libera di fare le sue scelte e non volevamo rimangiarci tutto questo, ora. Solo, mi aveva rattristato. Non per la scelta in sé. Perché pensavo che fosse dettata da questi eventi nuovi. Che fosse il frutto delle sue paure.

Mi chiedevo anche quante scelte apparentemente “spirituali” non fossero dettate in fondo da un cattivo rapporto con il corpo. Dei santi mi avevano sempre attratto soprattutto quelli che prima avevano vissuto una vita dissoluta. Loro, almeno, sapevano che cosa ci andavano a perdere.

(omaggio a un film che non mi è piaciuto con attori bellissimi e una canzone strepitosa)

Milan Kundera, Edipo e...cosa dovrebbero fare


Ne "L'insostenibile leggerezza dell'essere" lo scrittore ceco Milan Kundera utilizza, attraverso uno dei personaggi del romanzo, il mito di Edipo, per mettere a fuoco il peso della responsabilità individuale, con riferimento alle conseguenze non desiderate di certe azioni. Il mito di Edipo lo conosciamo. Abbandonato dai genitori, i sovrani di Tebe, alla sua nascita, in seguito a una cattiva profezia, Edipo ritorna in patria da adulto e, senza conoscerne la vera identità, prima uccide il padre, per un banale alterco, poi sposa la madre, divenendo il nuovo re della città. Dopodiché, cominciano ad abbattersi su Tebe una serie di sciagure. Compresa la natura di tali eventi - il castigo divino per il parricidio e l'incesto - Edipo si acceca volontariamente e sceglie la strada dell'esilio.
Il personaggio di Kundera, Thomas, riprende il mito per stigmatizzare le responsabilità dei politici cechi che con il loro comportamento consegnarono il paese nelle mani dell'Urss. Thomas dice in sostanza: forse i comunisti cechi non volevano veramente abdicare in favore di Mosca, forse non avevano previsto l'invasione, i carrarmati russi a Praga, tuttavia le loro azioni a questo hanno portato. Non sono dunque interamente colpevoli, come non lo era Edipo quando causava la morte del padre e poi si congiungeva con la madre. Tuttavia, perché in un soprassalto di dignità non si accecano volontariamente e non lasciano la loro patria per l'esilio?
Il ragionamento sviluppato da Thomas è molto nobile e profondo. Se anche noi non commettiamo volontariamente le nostre colpe, non possiamo lasciare impuniti i nostri errori. Quale giudice può operare questa distinzione? La nostra coscienza. E' la nostra coscienza ad imporci l'automortificazione e l'uscita dalla città, una volta contemplati i risultati catastrofici (per la comunità) dei nostri atti.

Nella vita reale, ciò non accade mai. Forse viviamo in un'era molto lontana da quella nella quale venne concepito il mito di Edipo, narrato da Sofocle. Forse gli esseri umani non sono capaci di compiere gesti altrettanto significativi e paradigmatici di quelli dei protagonisti della tragedia. Nessun politico si acceca per autopunirsi dei suoi errori, nessun banchiere, nessun presidente di multinazionale va' in esilio dopo avere contemplato la distruzione di una famiglia, una città o uno stato a causa delle sue azioni.
Ho ripensato a questo passaggio del best seller di Kundera a proposito dell'attuale crisi economica. Una crisi che non è stata causata dai pensionati italiani o dai dipendenti pubblici greci, che oggi ne pagano il conto. Una crisi scaturita com'è noto da un bolla finanziaria, dal fallimento, nel 2008, di alcune banche di investimento americane, a causa di cattive, disinvolte, ciniche, sciagurate politiche finanziari. Quelle politiche che i neoliberisti - figli e nipoti della scuola di Chicago - sostengono a spada tratta da 30 anni a questa parte (Cipolletta nel suo libro fa risalire le responsabilità della crisi in realtà alla politica bellica degli Usa dopo l'11 settembre).
Ora, io penso che tutti i cittadini italiani siano disposti a fare dei sacrifici per salvare il loro paese. Molti di loro, tra l'altro, hanno approfittato di disposizioni oggettivamente inique (c'era un'epoca non lontana, diciamo l'epoca della Democrazia cristiana, in cui i dipendenti pubblici andavano in pensione dopo 15 anni di lavoro, ai giovani probabilmente sembrerà fantascienza, ma era proprio così).
Però, prima, non ci si dovrebbe attendere che coloro che hanno approfittato delle politiche finanziarie di cui sopra si bucassero gli occhi e lasciassero la città? Parliamo di chi si è arricchito grazie alle speculazioni, degli economisti che hanno sostenuto per anni questo sistema, degli stessi politici che lo hanno avallato. Parliamo di chi stava ai vertici della piramide del sistema capitalista attuale. Dopotutto, i leader comunisti , 20 anni fa, hanno fatto questa fine, quando non una fine peggiore (vedasi ad esempio Ceausescu).
Invece accade il contrario. I responsabili oggi governano la/le città. Chiedono di essere legittimati non al popolo che governano ma al Fondo monetario internazionale. Non solo non si accecano. Non chiedono nemmeno scusa.

Jeffrey Eugenides: La trama del matrimonio

"Non c'è felicità nell'amore, tranne che alla fine di un romanzo inglese". Questa una delle sentenze che corredano il nuovo romanzo di Jeffrey Eugenides, "La trama del matrimonio". Abbiamo anche una citazione dai Talking Heads (il libro è ambientato all'inizio degli '80), e molti, moltissimi rimandi ad altra letteratura, nonché ad uno dei temi che andavano per la maggiore in quegli anni, ovvero lo strutturalismo, con il suo corollario di Barthes, Derrida, Eco ecc.
Dopo "Le vergini suicide" (da cui la Coppola trasse il suo fortunato film) e dopo "Middlesex", bel romanzo, premiato, in cui lo scrittore esplora anche le sue origini greche, con qualche incomprensibile ingenuità (una narrazione in prima persona nella quale, ad un certo punto, vengono descritte in terza azioni e intenzioni di un personaggio che il narratore evidentemente non può vedere e nella cui mente non può ragionevolmente entrare), eccoci di nuovo alle prese con una delle tante incarnazioni del Grande romanzo americano. Io mi sono tuffato in queste pagine, come già prima in quelle di Franzen (che con De Lillo forma il trittico degli autori contemporanei che seguo di più), perché, stranamente, pur essendo affascinato da tutto ciò che è altro, altri paesi, altre culture (Africa, in primo luogo) nella narrazione cerco, come la protagonista di Eugenides, ciò che mi è più familiare. Cerco romanzi che parlino di me, in cui trovare delle conferme, o una migliore messa a fuoco di ciò che devo avere già sentito o provato o sperimentato in prima persona, almeno una volta. E trovo tutto questo non negli italiani ma negli americani, nei loro affreschi generazionali, nella loro straordinaria capacità di mettere a fuoco intere epoche attraverso storie avvincenti. Qui si parla di amore - amore ai tempi dell'università, quindi potremmo essere dalle parti del romanzo di formazione - e l'amore, da sempre, è il tema.
Il libro suggerisce, attraverso uno dei suoi personaggi, che il romanzo è nato proprio per raccontare matrimoni, e che dopo la messa in crisi di questa istituzione ha iniziato ad incontrare delle difficoltà. Tuttavia, qui non siamo in presenza della storia di un matrimonio ma di un amore a tre, nato in un college. Lei, ragazza di buona famiglia (ma non la classica famiglia borghese, una famiglia "scialla", diremmo oggi), innamorata dei libri, lui, ragazzo triste con sindrome maniaco-depressiva, l'altro lui, ragazzo triste con tendenze mistiche.
La trama la potete trovare descritta un po' dappertutto sul web, è una bella trama, semplice, diretta, vi divertirà. Vorrei però soffermarmi su alcuni dettagli, nei quali mi sono, per così dire, rispecchiato, e che credo siano paradigmatici di una generazione.
Innanzitutto, come ho già detto, è un romanzo pieno di libri e di autori. I protagonisti ne sono innamorati, come lo eravamo in molti, perdutamente, negli anni '80; uno di loro decide persino di partire per l'India con uno zaino pieno di volumi (e mica robetta, da Sant'Agostino a "L'imitazione di Cristo"). Sono ancora così importanti i libri? Lo sono, almeno all'università? Credo di no. Qui eravamo prima della rivoluzione informatica, semplicemente. E prima del dilagare del video. Un romanzo del genere ambientato ai giorni nostri dovrebbe essere pieno di password, chat, Blackberry, e-book, sms, citazioni estrapolate da Wiki, e poi di youtube, youporn, videoarte, installazioni ecc. Eppure...sì, c'è stata un'epoca in cui avere o non avere certi libri in una libreria faceva, almeno agli occhi di qualcuno, la differenza. Un'epoca in cui si potevano passare intere serate in osteria a discutere delle cose di cui i libri parlavano. Un'epoca in cui i libri potevano servire persino a sedurre, a fare innamorare. O a consolare. Anche quelli concepiti per tutt'altro scopo, come il famoso "Frammenti..." di Barthes.
E poi, lo strutturalismo, la linguistica, la semiotica, la decostruzione del testo. Ho orecchiato queste tematiche grazie agli studi di linguistica di mia moglie, ma essendo uno storicista, le guardavo con sospetto. Tuttavia, effettivamente, il dibattito lì girava. Arrivava persino nelle aule scolastiche, dove gli insegnanti invitavano sì a leggere il giornale, ma per analizzare strategie e stili, non per dibattere i contenuti. E oggi? Suppongo che da un lato tutti siamo diventati più smaliziati, pratichiamo a priori una decostruzione inconscia di tutto ciò che l'universo mediatico ci propone, prima di entrare nel merito e, semmai, concedere la nostra fiducia. Al tempo stesso, credo che nessun lettore di romanzi abbia più alcuna voglia (ma ce l'ha mai avuta?) di decostruire un testo, o di sostituire il lettore con il narratore, il che in fondo dimostra quanto fossero autoreferenziali certe teorie, quanto servissero a spingere le carriere accademiche, a scapito delle esistenze/esigenze reali di chi compra un romanzo (o lo prende a prestito in biblioteca).
Comunque sia, Eugenides è uno scrittore della vecchia guardia (pur essendo giovane). Racconta una storia, lo fa con dovizia di particolari, chiede al lettore capacità di immedesimazione. Scrive libri che invogliano ad andare avanti per vedere cosa succede nella pagina successiva. Libri per persone a cui piace passare il tempo in compagnia di storie di personaggi inventati raccontate con abilità (periodicamente leggo sui giornali dichiarazioni di tizi un po' snob che trovano questa passione una perdita di tempo, e invitano, semmai, ad appassionarsi alle storie vere, cioè alle biografie e ai reality. Li trovo sempre un po' malsani).

Eugenides racconta di situazioni e stati d'animo per i quali siamo passati tutti: le feste, i viaggi all'estero, il ricovero dell'amico in un reparto psichiatrico, il sesso fatto bene o malissimo, l'infatuazione per la ragazza/il ragazzo che ti tiene sulla corda ma vuole esserti solo amico/a, gli ambienti degli istituti di ricerca... Ma come ogni buon narratore illumina la materia da una angolazione particolare (che è poi quella che ha conosciuto in prima persona, essendo il college del libro quello stesso nel quale ha studiato). Così, tutto sembra non solo vero, ma più vero.
Come in Franzen, va detto, anche in Eugenides c'è molto divertimento fra le righe; poi c'è sofferenza, ovviamente, la sofferenza amorosa, quella più importante, nell'economia di una vita "normale", cioè una vita non devastata da traumi infantili irrecuperabili o eventi bellici (e fin quando non sopraggiungono le malattie, ovviamente).
La chiave, perciò, è il realismo, come direbbe Lou Reed, anche se qui non c'è il suo realismo truce, siamo pur sempre negli anni '80. E forse è proprio grazie al realismo che si riesce a leggere le pagine degli americani con tanto piacere (De Lillo fa un po' eccezione: lì le cose si complicano, e lì no, in effetti non si ride mai. In compenso, c'è un registro narrativo forse più alto, più sperimentale, perlomeno in "Underworld").
Nel suo romanzo Eugenides semina molte chicche. La parte di cui lo scrittore dichiara di essere - forse giustamente - più orgoglioso, è quella che racconta la progressione della malattia mentale, della psicosi maniaco-depressiva; in queste pagine Eugenides sembra voler rivaleggiare con il Franzen de "Le correzioni", che entrò con sbalorditiva sicurezza nella testa di un malato di alzheimer (Franzen, per la cronaca, è rimasto imbattuto). Ma ci sono anche altre cosette. Lo smarrimento dell'americano a Parigi, l'imbarazzante integralismo proprio di una certa stagione della vita (in questo caso, incarnato da una giovane femminista, che trova censurabile leggere Hemingway), e, ad un certo punto, anche Peter Handke, e la cosa mi ha fatto un po' sorridere perché per iniziare "La trama del matrimonio" ho messo momentaneamente da parte proprio un libro di Handke. Handke, nella fattispecie "Infelicità senza desideri", come il simbolo dello scrittore concettuale amato dagli strutturalisti, del quale si indagano le strategie narrative, gli oscuri moventi criptoletterari.
Beh, Handke è agli antipodi da questo genere di narrativa. Ho passato, recentemente, ore serene (se non felici) con "Lento ritorno a casa". Una serenità data forse dal potere ipnotico (soporifero?) di certe pagine, di certe infinite descrizioni di paesaggi, di nuovo americani. Nell'era post-strutturalista, si possono leggere cose così lontane tra loro senza avvertire alcuna contraddizione. Nel supermercato della cultura contemporanea, Handke può anche stare vicino a Eugenides.

Ma: e l'amore, alla fine, come ne esce? Non sono ancora arrivato in fondo alle 478 pagine del romanzo (edito in Italia da Mondadori, nella traduzione di Katia Bagnoli) ma la mia impressione è che verrà confermata l'affermazione di Amy Winehouse: un gioco in perdita.

P.s. mi accorgo ora che in questa recensione ho parlato forse più di me che del romanzo. Allora, questa è una recensione decostruzionista.

In the city


Cose che ho dimenticato. Ad esempio, che non sia scontato che le persone ti rispondano in italiano o in tedesco. Una volta le distinguevi, dalle facce, o dai vestiti, adesso è sempre più difficile, alla fin fine un po' di mescolanza è arrivata anche qui.
Faccio colazione in un bar del centro. A gestirlo è una signora cinese. Parla con scioltezza entrambe le lingue, il tedesco forse anche meglio dell'italiano. C'è quella clientela aristocratica che non ritrovo altrove, che mi fa sentire bene. Una donna sfoglia il giornale seduta ad un tavolino all'aperto, nonostante alle 9 faccia ancora freddo, i raggi del sole non sono ancora penetrati nella strada stretta fra due alte file di case. Dentro, una coppia, vestita con informale eleganza. C'è una certa differenza d'età fra i due, potrebbero essere padre e figlia (un padre che si conserva molto bene), o semplicemente una moglie con marito più anziano, ma fresco, magro e curato. Un'altra donna, sola, alla mia destra. Tutti con la loro copia del quotidiano, preferenza per il Corriere. Cappotti beige per gli uomini, cappelli e molto rosso per le donne, screziato di nero. Sì, è già Mitteleuropa. Un tocco retrò ma senza affettazione, più a sud sembrerebbe già una posa, non qui.
L'informalità regna sovrana. Mendicanti e vetrine che espongono abiti costosi, tutto si sfiora e si compenetra senza stridore, senza il digrignar di denti. Un understatement più che britannico, si direbbe. Del resto, si sa che in queste terre il conflitto è la cosa più temuta, noi che siamo cresciti a forza di Hegel e Marx abbiamo introiettato la dialettica, il conflitto, per noi, dovrebbe portare ad una sintesi più avanzata, a partire da quello di classe. Non qui. Il soffio del mondo tedesco, la Heimat, la conciliazione degli opposti, il cooperativismo, la sozialpartnerschaft. Il senso della comunità prima di tutto, la coesione il valore più sentito e più apprezzato. Il tutto in silenzio, senza bisogno di tante parole, si fa ma non si dice, un atteggiamento già un poco protestante, anche se il cattolicesimo è ovunque.
Eppure, e al tempo stesso, una città molto meridionale. Lo capisco solo ora, avendo preso prudentemente le distanze. Si può capire bene solo tirandosi fuori, quel tanto, si deve essere cosa distinta dall'oggetto osservato, per penetrare, per vedere.
Tanti italiani del sud, tanti italiani-italiani, così diversi dai trentini, il loro modo di parlare, il loro modo di camminare. Un'identità che il tempo e l'emigrazione non hanno scalfitto per nulla.
Nei quartieri nuovi, dove ho casa (ma nuovi per modo di dire, solo non-medioevali), lo stradino aspira le foglie con il suo tubo fracassone. I pensionati sono nei bar o nei supermercati, solcano marciapiedi in cerca di qualcosa, una maniera per passare il tempo, per fare arrivare l'ora di pranzo, penso a mio padre. Un uomo aiuta una macchina ad uscire da un cortile, in retromarcia, su una strada trafficata, gli fa segno di andare deciso, ci pensa lui a governare il traffico. Giovani tamarri scrutano telefonini, e altri vecchi, piegati dall'età, sbilenchi, ma ben vestiti, attraversano sulle strisce pedonali.
Tutto il mattino scintillante è con me, annunciato dalle campane, che mi hanno trascinato fuori dal sonno già alle 7. Mani brandiscono sigarette, molte le donne, una cosa confortante, pensi che non succederà a te, no, in questa moltitudine, non sarai tu quello colto da un cancro.
Ragazzi su una panchina con zainetti ai piedi, altrove si direbbe che hanno marinato, qui che hanno fatto blaun. E pensare che alla loro età, l'età di mia figlia, adesso, spesso ho disertato i banchi del ginnasio per inerpicarmi su per le passeggiate del Guncina, un tornante dopo l'altro, finché la città si stende ai tuoi piedi, scenario ineguagliabile, guglie di campanili e macchie d'alberi, rumori lontani di autostrada, di macchine e camion diretti al Brennero, le Dolomiti come sfondo, qualcosa che è difficile trovare altrove e infatti anche se viaggiamo per il mondo raramente ci scomponiamo, siamo abituati alla bellezza, siamo abituati a scenari di sogno, a profili frastagliati di montagne come ossi calcinati che all'ora del tramonto si incendiano.
Sotto, nel dedalo delle strade, fra le palazzine e i bar, scorre la vita. Puzze di marmitta e cassonetti, vigili occhiuti, commesse di distratta bellezza.

Sera


Quando tramonta, i pezzi sparsi della giornata come per magia si ricompongono. Tutte le linee combaciano, gli angoli incontrandosi formano croci ma potrebbero essere stelle. Cespugli crescono negli interstizi, si entra o si esce dalle case. Da questa riconciliazione dipende l'andamento della notte, la veglia o il sonno, i sogni o gli incubi. E' il momento delicato della restituzione e del bilancio parziale.

GHANA - pictures

Alcune foto - per una volta abbastanza "classiche" - dall'Africa. Novembre 2011.

Presenza

Street of Accra

Fiume Volta

AFRICA DA NOBEL - MOSTRA FOTOGRAFICA


Una mia foto che è parte della mostra fotografica "Africa da Nobel - volti che fermano i deserti", in questi giorni alle Acli di Trento (via Roma), in seguito, speriamo, anche in bar, alberghi, locali pubblici, insomma luoghi di vita quotidiana, per mostrare un'Africa ricca della sua quotidianità. Un'Africa che non muore di fame, che non si fa la guerra, che studia, mangia, vende, suona, ride, si sposta.
Nella mostra foto anche di Paolo Michelini e Laura Ruaben.
Una particolarità dell'iniziativa è data dall'allestimento volutamente "povero": cornici di cartone corredate di dida (proverbi africani) tracciate con il laser, che possono essere immediatamente coperte con un altro strato di cartone quando si deteriorano. Un modo di usare e riusare le cose molto africano, appunto. L'altra peculiarità è la raccolta fondi per il Corno d'Africa annessa alla mostra, assieme all'associazione "Una scuola per la vita".

Foto: Somalia, scuola sotto l'acacia, 2004.

Antonio Tabucchi meets Fernando Pessoa, ovvero, "il trenino a molla del mio cuore"


Attraversammo la strada e passammo di fronte alla stazione marittima. Io arrivo fino alla fine del molo, disse il mio Convitato, non vuole accompagnarmi? Certo, dissi io, vengo con lei. Di lato alla porta c'era un mendicante, un vecchietto con la fisarmonica a tracolla. Quando ci vide stese la mano e recitò una litania incomprensibile. La carità, per amor di Dio, mormorò alla fine. Il mio Convitato si fermò e si infilò la mano in tasca, prese il portafoglio e ne tirò fuori una banconota antica. E' denaro della mia epoca, disse afflitto, forse lei mi può aiutare. Cercai in tasca e trovai un biglietto da cento escudos. Sono gli ultimi che ho, dissi, sono rimasto a secco, ma sono carini, non le pare? Lui osservò la banconota e sorrise. la tese al Suonatore di Fisarmonica e gli chiese: sa suonare delle vecchie canzoni? So suonare Lisboa Antiga, disse il Suonatore di Fisarmonica con aria avida, conosco tutti i Fados. Magari anche più vecchie, disse il mio Convitato, degli anni Trenta, dovrebbe ricordarsele, non è poi così giovane. Può darsi, disse il Suonatore di Fisarmonica, mi dica lei quel che le piacerebbe sentire. Per esempio Sao tao lindos os teus olhos, disse il mio Convitato. Come no se la conosco, disse il Suonatore di Fisarmonica raggiante, la conosco perfettamente. Il mio Convitato gli diede i cento escudos e disse: allora ci venga dietro, a qualche metro di distanza, e suoni quella musica, ma basso basso perché dobbiamo conversare. Prese un'aria confidenziale e mi disse all'orecchio: una volta ho ballato questa musica con la mia innamorata, ma nessuno lo sa. lei sapeva ballare? esclamai, non lo avrei mai immaginato. Ero un ballerino eccezionale, disse lui, avevo imparato da solo con un libriccino che si chiamava Il ballerino moderno, libriccini così mi sono sempre piaciuti, che insegnavano a fare delle cose, facevo tardi la sera quando tornavo dall'ufficio, ballavo tutto da solo, scrivevo poesie e lettere alla mia fidanzata. L'ha amata molto, osservai. E' stata il trenino a molla del mio cuore, rispose lui. Si fermò, obbligandomi a fermarmi. Anche il Suonatore di Fisarmonica si fermò, ma continuò a suonare. Guardi la luna, disse il mio Convitato, è la stessa che guardavo con la mia innamorata quando andavamo a spasso al Poco do Bispo, non è strano?
Eravamo arrivati in fondo al molo. Bene, disse lui, a questa panchina ci siamo incontrati e a questa panchina ci salutiamo, lei dev'essere stanco, può dire a questo pover'uomo di andarsene. Si sedette e io andai a dire al Suonatore di Fisarmonica che la sua musica non ci serviva più. Il vecchietto ci diede la buonanotte, io mi voltati e solo allora mi accorsi che il mio Convitato era sparito.

La casa di campagna era immersa nel silenzio, si era levata una brezza fresca che accarezzava le foglie del gelso. Buonanotte, dissi, o meglio, addio. A chi, o a che cosa, stavo dicendo addio? Non lo sapevo bene, ma era quel che mi andava di dire ad alta voce. Addio e buonanotte a tutti, ripetei. Reclinai il capo all'indietro e mi misi a guardare la luna.


da Antonio Tabucchi, Requiem, Feltrinelli, 1992, trad. dal portoghese di Sergio vecchio

Linguaggi

Ricordo la prima volta che ho sbattuto contro il linguaggio della musica, cioè un linguaggio non-verbale, o non-alfabetico. Ero un bambino e stavo cercando da giorni di ricordare la colonna sonora di un film, una melodia orchestrale che mi aveva stregato. Finalmente, all'improvviso, come spesso succede, eccola, deliziosa, folgorante, nella mente! Ma a quel punto ero terrorizzato dalla possibilità di dimenticarla di nuovo. Così, pensai di scriverla. Presi un foglio e una penna, iniziai a canticchiarla, e con enorme stupore mi resi conto che anche se già avevo imparato a scrivere da un po' non sapevo come fare. "Lalalalala'..." non funzionava. Non c'era corrispondenza fra parole e musica. Fino a quel momento la parola scritta mi era sembrata la più grande delle magie. Qualcosa che costruiva mondi, di ogni genere. Certo, mio padre era un musicista, l'avevo visto un'infinità di volte suonare l'armonio leggendo lo spartito. Ma chissà perché, non gli chiesi nulla. Forse pensai che non avrebbe avuto tempo, forse mi vergognavo a cantargli quell'aria e aspettare che la mettesse in note. Forse semplicemente ero irrritato per la scoperta di un campo che sembrava sottrarsi al potere della parola. Così mi inventai una specie di grafico. Quando la musica saliva saliva la riga sul foglio, e viceversa. Sembrava l'andamento di una borsa schizofrenica.
A quanto ricordo, per un po' funzionò.

Allen Ginsberg - A supermarket in California



Un'altra versione della mia poesia preferita di Allen Ginsberg. Non so se la voce sia davvero la sua. In ogni caso, interpreta egregiamente il testo.

Un supermarket in California

Come ti penso stasera, Walt Whitman, perché camminavo per piccole strade sotto gli alberi col mal di testa guardando consapevole la luna piena.

Nella mia fatica affamata, e per comprare immagini, entrai nel supermarket di frutta al neon, sognando le tue enumerazioni!

Che pesche e che penombre! Intere famiglie a far provviste la sera! Corridoi pieni di mariti! Mogli negli avocados, bambini nei pomodori! E tu, Garcia Lorca, che cosa stavi facendo giù fra i meloni?

Ti ho visto, Walt Whitman, senza figli, vecchio mangione solitario, a frugare fra le carni nel frigorifero e occhieggiare i garzoni del droghiere.

Ti ho udito fare domande a ciascuno: Chi ha ucciso le cotolette di porco? Quanto costano le banane? Sei tu il mio Angelo?

Ho girato fra le pile di scatolame luccicanti seguendoti, e seguito nell'immaginazione dal poliziotto del mercato.

Abbiamo camminato insieme lungo i passaggi aperti nella nostra fantasia solitaria assaggiando carciofi, possedendo ogni leccornia congelata, e senza mai passare davanti al cassiere.

Dove andiamo, Walt Whitman? Le porte chiudono tra un'ora. Dove punta stasera la tua barba?

(Sfioro il tuo libro e sogno la nostra odissea al supermarket e mi sento assurdo.)

Passeggeremo tutta notte per strade solitarie? Gli alberi aggiungono ombra all'ombra, luci spente nelle case, ci sentiremo soli.

Cammineremo sognando la perduta America dell'amore lungo automobili azzurre nei viali, verso casa nel nostro cottage silenzioso?

Ah, caro padre, grigio di barba, vecchio solitario maestro di coraggio, che America avesti quando Caronte smise di spingere il suo ferry e tu scendesti su una riva fumosa a guardare la barca scomparire sulle acque nere del Lete?

Berkley, 1955

[Allen Ginsberg, Jukebox all'idrogeno, a cura di Fernanda Pivano, Mondadori, Milano, 1965; Oscar Mondadori, 1969]

Peter Handke - se un scrittore sta dalla parte "sbagliata"

Ho appena ripreso in mano, dopo anni, e un po' per caso, Peter Handke, più che altro perché, dopo la sbornia di trame di Franzen, Murakami e altri del genere, avevo voglia di qualcosa di più sperimentale, di poco (o flebilmente) letterario, una prosa che sembra fatta apposta per contraddire i tempi nostri, tempi di libri che inseguono la tv (pur se lo stesso Handke ha scritto per il cinema, ma era il cinema di Wenders...).

Ed ecco che rispunta la vecchia polemica su Handke filoserbo, che in verità, negli anni '90, avevo seguito un po' distrattamente.
La notizia la riprendo dal Corriere della Sera:

BERLINO - Forse se in Germania non fosse scoppiato due mesi fa un gigantesco caso sul «Quadriga», assegnato al primo ministro russo Vladimir Putin e poi ritirato dalla giuria dopo una sollevazione del mondo politico e culturale, questo premio a Peter Handke sarebbe passato inosservato. «Noi ci mettiamo i soldi e poi finiamo sotto accusa», si devono essere però detti nel quartier generale della Kolbus, una grande azienda che produce macchinari per rilegare i libri e che è lo sponsor del «Candide», un riconoscimento franco-tedesco che viene conferito, nel nome di Voltaire, a Minden, in Nord-Vestfalia. Lo scrittore austriaco è ormai noto infatti non tanto per i suoi romanzi (qualcuno sicuramente bello, come Prima del calcio di rigore ) quanto per le posizioni filoserbe prese durante e dopo il conflitto nella ex Jugoslavia e per essere andato addirittura ai funerali di Slobodan Milosevic, sul cui feretro ha deposto nel 2006 una rosa rossa. La Kolbus ha deciso di non mettere più a disposizione i 15 mila euro del Candide Preis, mettendo in grave imbarazzo la giuria, che però non ha voluto soprassedere sulla sua scelta. C' è anche chi, come uno dei suoi membri, Franziska Augstein, aveva proposto di attingere i fondi da altre dotazioni private. Ma ormai era troppo tardi. Peter Handke è stato informato, accetterà il riconoscimento che gli è stato attribuito ma non andrà a ritirarlo il 30 ottobre, giorno in cui era prevista la cerimonia di consegna.

A parte la sciatteria dell'articolo, a cui siamo abituati ("...alcuni sicuramente belli come Prima del calcio di rigore". E Infelicità senza desideri no?), la questione che si ripropone è interessante, pur se già vista. Se lo scrittore sta dalla parte sbagliata che si fa? Se lo scrittore sta con i collaborazionisti, i nazisti? E se invece (del solito Céline) è un nazionalista fanatico come Mishima? E se invece fa una cosa ancora più subdola e schifosa, fa del revisionismo, perchè, sì, Srebrenica è stata una carneficina, ma prima i musulmani avevano già messo in pratica la pulizia etnica nei villaggi serbi circostanti? Se dice cose così che si fa?
A me pare non ci siano dubbi: se stiamo parlando di un riconoscimento letterario, quello va allo scrittore, non all'uomo che esprime le sue idee politiche. Se l'opera è valida, è valida, punto. Le idee politiche vanno valutate (e se necessario criticate, confutate ecc.) in altra sede.
Se dovessimo seguire un altro criterio, parecchia letteratura dell'800-900 sarebbe censurabile. E non parlo solo di autori esplicitamente filofascisti o filocomunisti. Conrad è stato visto da molti come un romanziere impregnato di mentalità colonialista (anche se per me è tutto il contrario). E persino autori "socialmente impegnati" (come Moravia, che da persona intelligente avrebbe rifiutato questa qualifica), hanno scritto pagine sull'Africa che oggi è un po' imbarazzante leggere, che alle orecchie del lettore "politicamente corretto" suonano quantomeno sconvenienti. "Il negro, insomma, va sempre ai suoi affari; cioè si muove principalmente per motivi economici, mercantili, di sussistenza (...). Perché gli africani, pur nel loro modo bislacco, fantasioso, irrazionale e danzante sono una delle razze più traffichine che ci siano al mondo. Anche se poi i loro traffici non sono spesso che scambio in natura e vendita e acquisto spicciolo di pochissimi prodotti di fabbricazione familiare". (Moravia, A quale tribù appartieni?)
D'accordo, sono parole affettuose, non c'è nulla di paragonabile all'apologia della Serbia di Milosevic. Sfido comunque qualcuno a leggerle oggi in pubblico (anche se poi gli africani veri probabilmente ci riderebbero sopra).

Handke era uno che in Jugoslavia ci andava spesso, prima della guerra (la madre era di origini slovene), e a cui la Jugoslavia piaceva probabilmente così com'era, un crogiolo di popoli. Ovviamente non piaceva solo a lui; ma la nostalgia per ciò che è stato o meglio per ciò che sarebbe potuto essere non può offuscare la capacità di giudizio, specie quando sul terreno ci sono migliaia di morti. Il "tutti colpevoli-nessun colpevole" di Handke non commuove e non convince.
E tuttavia, Handke è un vero scrittore. Difficile, probabilmente oggi noioso (dico oggi perchè negli anni '70 non era strano leggere cose come Lento ritorno a casa e trovarle pure belle.) Ma, insomma, uno scrittore con una sua cifra stilistica, una sua riconoscibilità, una sua poetica. Nessuna stronzata (compresa la rosa sulla bara di Milosevic) può offuscare questo fatto.

Peter Handke - citazioni - frammenti - frantumaglia


Siccome mi sento momentaneamente vuoto di parole, prendo a prestito quelle di uno scrittore che da noi (noi vicino al confine austriaco) una volta era molto letto. Sono tratte da "Alla finestra sulla rupe, di mattina", (Garzanti, 1997), un libro di frammenti, di annotazioni, qualcosa di meno (o di più) di un diario. Il periodo è 1983-1987.

Il verbo adatto alla gioia: cominciare.

Per me è finita non appena non ho più tempo.

Un'espressione greca antica per l'unione degli amanti: "E avvenne la cosa più grande".

Spesso, nelle periferie della città, l'esperienza della purificazione e poi della purezza.

Forza d'animo significa poter andare insieme (per esempio con le erbe oscillanti).

Si premette un foglio bagnato sulla fronte e il foglio si asciugò subito, tanto era calda la fronte.

"Non essere ingenuo!" ha detto ieri l'ubriaco a se stesso.

Com'era bello vedere per una volta uno che aveva paura per qualcuno.

Considerare anche se stesso come quel prossimo del quale ti devi preoccupare.

Serata meravigliosa ieri nel cosiddetto "caseificio" di St. Moritz, nell'Engadina - da solo. Ero totalmente presente e sapevo: questo sono io: nell'essere presente sono completo.

Le mostrò la sua vera faccia, e cioè pianse.

Probabilmente rimangono giovani solo i ribelli (notte, vento).

Non suggerire niente, ma "contagiare" benevolmente la gente.

Soltanto fuori casa riesco a riflettere su ciò che ho fatto in casa.

Rembrandt disse a Spinoza: "Mi sembra di essere tuo figlio". E Rembrandt disse a Spinoza: "Sei un prepotente".

Lirico epico: chi avverte l'impulso a raccontare, ma senza avere una storia.

Estremo insulto: "No, tu no!".

Su quasi tutto ciò di cui la ragione parla o si esprime, il cuore, ovvero "il petto", non dice né sì né no: non dice proprio niente. Ed è per questo appunto che la ragione parla "solo per parlare", senza effetto e irrealmente.

A volte basta mostrarsi per aiutare: per essere di aiuto. "Mostrarsi". Mostrati!

Lei diceva che io sarei affetto di "mania per la vita", e intendeva dire che vorrei sempre sentirmi raccontare soltanto esperienze, anziché farmi informare sulle solite difficoltà e sui soliti ostacoli.

Ogni casa dovrebbe avere una stanza per profughi.

Condannato alla velocità; graziato alla lentezza.

Nel crepuscolo, il contorno di un uccello sedeva davanti alla finestra come una favola che non volesse essere disturbata.

Libertà: poter (anche dover) lasciare tutto al caso.

La gioia del camminare; la linea diventa freccia.

Di molti che camminano lo si vede; camminano solo casualmente.

E' la gioia ad aprire una strada in me, o è l'idea di una strada che mi apre alla gioia?

Amore: far qualcosa di amorevole; l'amore inoperoso non esiste.

"Un'ombra di umorismo": e quest'ombra mi basta.

I greci, nei loro drammi, avevano tutto il tempo per parlare; nulla era sbrigato in fretta.

Contemplazione all'aeroporto (Monaco di Baviera): donne, e fra di loro una lettrice di lettera che piange e che pure è di tutte l'imperatrice, con le palpebre consapevoli del momento di una statua greca. Siamo una povera razza eletta, noi esseri umani. la donna che leggeva piangendo: diventa orgogliosa, si incaponisce. E qui sono stato nel cuore delle cose.

Dopo avere attraversato il paradiso abbiamo tirato un sospiro di sollievo: il pericolo era passato.

Non ti amo più e non ti dico più dove sono stato oggi.

L'amore è doloroso e non porta a nulla, ed è questa la sua meraviglia.

"Non ho una chiave per aprirti". - "E allora forzami con un chiodo".

"Tendenza al rispetto" è, secondo Goethe, "una virtù ereditaria".

Per l'accoppiamento non dovrebbe valere: lui (o lei) si "fece" lei (o lui); bensì lui (oppure lei) creò lei (lui), essi si crearono a vicenda, essi si fanno a vicenda.

Niente di più bello di un corpo fiorito per il desiderio, in attesa, paziente, sicuro.

Epos: raccontami il tuo segreto - perché rimanga conservato (se il tuo segreto rimane in te, non sarà conservato).

L'Eufrate e il Tigri che "fluiscono dal paradiso" (Il Parsifal di W.v. Eschenbach): sono le lacrime.

Una specie di libertà: ritardare spensieratamente

Di giorno fra me qui e te lì
è passata la gatta chiazzata.
Di notte poi
- o corpi chiari! -
lo scuro riccio


Depressione (= mortale compostezza o oppressione mortale) non significa che perdo lo spazio, ma lo spazio intermedio; ovvero: vedo bensì ancora questa o quella cosa, ma non la riconosco più.

Il bambino disse al padre: "Ci sono voluti degli anni perché mi accorgessi che hai gli occhi azzurri".

Avvertì di nuovo con le labbra, come una perla, il battito del suo cuore sul collo, e pensò: "Dunque non sono una cattiva persona".

La cameriera ha inavvertitamente pestato la zampa di un gatto ed è contemporaneamente chiamata da un avventore. La cameriera: "Subito, prima lo devo consolare!".

Ieri a mani vuote, nella piana paludosa, davanti alle prime stelle: consapevolezza di libertà.

Foto: mia

Una storia di guerra ordinaria

Accadde in un’altra guerra. Non in questa che c’è adesso.

Argo lavorava in un centro commerciale. Rea, la sua fidanzata, aveva un banchetto della frutta al mercato di Portici, che gestiva assieme alla madre.
Erano innamorati l’uno dell’altra, e si sarebbero sposati entro l’anno.
Quando scoppiò la guerra del 2016, Argo si arruolò in marina e venne imbarcato su un cacciatorpediniere. Non poteva mandare a Rea delle mail, le zone di guerra ora erano schermate, sia per evitare la fuoriuscita di informazioni pericolose sia per i contratti che l’esercito aveva firmato con i network delle telecomunicazioni.
Si era tornati alle vecchie lettere, scritte a mano, ma le lettere impiegavano molto tempo ad arrivare, qualche volta non arrivavano addirittura perché qualcuno le aveva bloccate (ed era strano essere vissuti per anni in una società completamente aperta e dover fare ora i conti con la censura, parola di cui molti ignoravano persino il significato).
Comunque la prima lettera che Argo ricevette da Rea, diceva pressappoco così (per quanto io possa ricordare):

caro Argo
amore mio. Ogni giorno che passa per me è un tormento, senza di te. Ho tanta voglia di sentirti vicino, vorrei che ci fossimo sposati prima della partenza e sto contando i giorni in attesa del tuo ritorno. Guardo sempre la tv e prego che non trasmettano brutte notizie, ma poi mi faccio forza perché sono sicura che presto sarai di nuovo a casa e questa guerra ci sembrerà solo un brutto ricordo. Alla tv dicono che presto avremo vinto, io spero tanto che sia così, il nostro pensiero, mio e dei miei genitori, è sempre con te e con mio fratello che ci scrive dal fronte siriano. Per quello che mi hai scritto l’ultima volta non devi tormentarti con queste sciocchezze, anche se so che sono il frutto del tuo amore, e pensare solo a riguardarti e a stare attento. Anche per me è doloroso non averti vicino, ma nel mio cuore ci sei solo tu, e perciò ti prego non dubitare di me, mai.

L'accenno al matrimonio rimandato non sono sicuro che ci fosse; forse era stato Argo a parlarmene, ed è possibile che mi confonda. Forse era un pensiero di Argo, non di Rea. Penso che se fossero già stati sposati lui si sarebbe sentito un po’ meglio, perlomeno.
Comunque, l’essenziale è che Argo era geloso. Irragionevolmente geloso. La vita militare non gli pesava molto in sé, del resto sapeva di avere avuto fortuna con la destinazione perché lì la guerra non si sentiva come altrove. Ma il pensiero della fidanzata non lo lasciava un istante. Si consumava nel suo ricordo, soffriva come un cane. E il peggio era che non riusciva a sfogarsi con nessuno, perfino io facevo fatica a sopportarlo. Molti di noi erano innamorati, molti avevano lasciato, oltre alle mogli, anche i figli, o i genitori malati, ma rodersi in quella maniera era troppo, rendeva quella vita di attesa e di pericolo insopportabile. Così Argo se ne stava chiuso nel suo silenzio per la maggior parte del tempo, schivato da tutti, e nei periodi di calma si dava da fare più del dovuto. Chi non lo conosceva bene pensava che fosse uno di quei fanatici a cui la guerra piace, ma io so che non è così.
Poi un giorno ricevette una lettera particolare. La flotta a quel tempo era in procinto di smobilitare, la nuova destinazione sarebbe stata il Mar Nero. La lettera in questione diceva più o meno questo:

caro Argo
ho saputo che la licenza è stata revocata. Adesso hai bisogno di tutta la forza e la concentrazione possibili per superare questa prova che il Signore ti impone. Io prego sempre per te e so che andrà tutto bene, non mi chiedere come faccio a saperlo, devi avere fiducia così come l'ho avuta io e continuare ad averla. E adesso purtroppo devo dirti una cosa terribile. Mio fratello è morto, l’abbiamo saputo qualche giorno fa e io non avevo neanche la forza di scriverti; poi ho pensato che era tutto uno sbaglio e che presto avrei ricevuto di nuovo sue notizie. È morto senza soffrire, questo siamo riusciti a sapere, con una pallottola al petto, durante un pattugliamento. Io e i miei genitori non abbiamo più pace. Qualche giorno fa è venuto a trovarci un ragazzo che era con lui al campo di addestramento di Fossano. Non sapeva nemmeno che fosse morto, c’è stato malissimo quando glie l’abbiamo detto. Per lui la guerra è finita. Gli è scoppiata vicino una granata e ha perso un braccio. Dice che Carlo gli parlava di me giorno e notte. È molto commovente e piange spesso quando ci viene a trovare, ora sta a Caserta da una zia. Piange spesso anche per mio fratello. Mi fa una gran pena, mi ricorda tanto Carlo e noi vogliamo sempre che ci parli di lui. Povera mamma! E poveri tutti noi, che non riusciamo più a trovare pace e consolazione! Ma io non voglio angustiarti con i miei dolori…

eccetera. Dopo di allora le cose per Argo andarono peggio di prima. La notizia della morte del fratello di Rea non lo aveva colto impreparato, perché la morte è un pensiero al quale in guerra ci si abitua. Tante volte si era immaginato di quando lui, vecchio, con i figli grandi e la moglie una tranquilla e modesta signora piena di grazia si sarebbe recato, in certi sabati pomeriggio, alle tombe dei suoi amici commilitoni. S’immaginava rugoso, pieno di dignità, a sostare in silenzio in un cimitero circondato dal verde, in campagna. S’immaginava un certo tipo di cimitero, come quelli che si vedono nei film americani, diciamo, anche se il cimitero del suo paese era molto differente, c'erano tombe di diversa grandezza, non tutte uguali, e il verde non era così curato.
Più o meno tutti quelli che erano come lui, di indole solitaria, facevano pensieri del genere. Ma ovviamente si tenevano tutto dentro e noi si poteva solo tirare a indovinare.
Adesso me lo figuro, ciò deve avere provato. Allora, ero troppo preoccupato a tenermi a galla io stesso. Io la paura l’esorcizzavo con lo spirito di corpo, l’obbedienza agli ordini e occasionalmente inalando tritanolo. I suoi pensieri da quel giorno devono essere cambiati. Devono avere passato quella soglia oltre la quale la mancanza di ragionevolezza e buon senso diventa pura e semplice patologia. Me ne fece solo intravvedere qualche pezzetto, durante il breve tempo che trascorremmo ancora assieme. Un giovane militare senza un braccio che accarezzava il volto di Rea, che poi le prendeva una mano, e piangeva in silenzio. Un militare con il sorriso uguale a quello del fratello. Rea mossa da pietà, il militare che accarezza il suo corpo nudo.
Dopo la guerra ho visto un film che raccontava la storia di un tizio che ad un certo punto perde un braccio. Lei - l'attrice - diceva che un braccio monco è come una zampina di tartaruga. Non tanto impressionante. Che fare l’amore non è così difficile, ovviamente con un certo grado di affiatamento.
Comunque, questo era più o meno quello che pensava Argo, dalla mattina alla sera. Poi non mi fece leggere più nessuna lettera, e io ero, si può dire, il suo amico più intimo. Forse le stracciava senza leggerle, per paura di trovarci dentro la conferma di quello che, lì in mezzo al mare, poteva solamente immaginare.
L’ultima volta che andò sull’argomento disse che ai genitori di Rea quella situazione non doveva dispiacere nemmeno troppo, perché anche con un braccio solo un uomo al mercato è sempre utile, e poi lui lo capiva che loro fossero in cerca di un sostituto del figlio morto.

Una notte, a una giornata di navigazione dall’ultimo porto dove avevamo fatto scalo, i terroristi riuscirono a passare attraverso lo schermo dei nostri radar e satelliti, si lanciarono contro la nave con due motoscafi pieni di esplosivo. Tutti si precipitarono alle scialuppe. C’è chi dice di aver visto Argo urtato da un marinaio gigantesco, perdere l’equilibrio e cadere in mare, forse battendo la testa sulla fiancata, e andando subito a fondo perché non indossava il giubbotto salvagente. Ma secondo altri la colpa della caduta è dovuta ad una seconda esplosione, in sala macchine, che fece inclinare la nave. Per quanto mi riguarda, a me è sembrato di vederlo a poppa, impietrito in mezzo alla confusione. Però non c’era tempo da perdere, corsi con tutti gli altri, e riuscii a salvarmi.
Certo la sua condotta si era fatta parecchio strana negli ultimi tempi. Spesso ho avuto la sensazione che volesse morire. Ma se volesse finirla lì così, io non sono in grado di dirlo con certezza.
In quanto alla sua famiglia, non sono mai andato a trovarla. Hanno già un reduce tra i piedi, mi son detto, e tanto basta. Se poi ce l’hanno davvero.

Questo comunque accadde in un’altra guerra. Non in questa in cui ho perduto mio figlio.

Da "La calda notte degli avatar".

Zora la vampira

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Siccome in questo blog c'è una enorme sproporzione fra gli accessi alle pagine che ospitano fotografie o argomenti "seri" (come Alex Langer o Baumann) e quelli alla pagina che ospita il dipinto erotico giapponese "La pescatrice e la piovra", ho deciso di dare a quest'ultima una possibile concorrente. Si tratta di Zora la vampira, che ha colonizzato l'immaginario erotico di noi bambini cresciuti negli anni '70. Alcune di quelle pagine mi hanno decisamente shockato, e non mi riferisco al sesso, piuttosto alla crudeltà. Però, bisogna ammettere che gli sceneggiatori avevano molta fantasia. E poi all'epoca non c'era internet, la pornografia te la dovevi sudare, nascondendoti nei recessi di qualche compravendita di libri e fumetti usati per sfogliarla di nascosto.
Il delizioso senso del proibito di quelle mezz'ore (quando non ci cacciavano prima)! Unito, a volte, ad una vaga sensazione di disgusto, dopo.
Alcune di quelle pagine me le ricordo come fosse ieri, il che non si può dire di tante pagine di Proust.

Più lenti, più dolci, più profondi


Mai parole mi sono sembrate più vere e inattuali. Di fronte alla crisi economica (che passerà, certo, s'è mai vista crisi che non passa?) le risposte sono quelle di sempre: più produttività, più velocità, più lavoro, più pil. Più Macchina.

Ci dev'essere anche una ragione psicologica dietro a tutto questo: sono sempre più convinto che i decisori soffrano di horror vacui, non siano in grado di rimanere più di cinque minuti soli con se stessi in una stanza o in un sentiero, né riescano a relazionarsi con il prossimo senza la mediazione del "fare".
Dunque, più veloci, e necessariamente più duri e più superficiali. E' la metafora nascosta dietro l'aeroplano che si è schiantato ieri in West Virginia: il proprietario, un ultrasettantenne, aveva ammesso prima del decollo di averlo modificato per renderlo più veloce.

Poi ci sono i correttivi di facciata, del tipo: spostare le festività alla domenica. Certo, non rimanere a casa il giorno del patrono darà alla Macchina la spinta fondamentale per rimettersi in moto!

Ma anche certe richieste estemporanee della società civile lasciano il tempo che trovano: tagliare i costi della politica. Benissimo, perché non tagliare anche quelli dei manager? Mica perché debbano guadagnare quanto un tranviere, intendiamoci, sarebbe sciocco populismo. Solo per ridurre un poco quel divario sociale che trascina con sé emulazione, conflitto, l'inseguimento e la corsa dei topi in cui stiamo dentro (quasi) tutti.
Ma no, la figura del dirigente privato è ancora carica di carisma, ovviamente, si pensa che quelli siano soldi suoi. E le rendite delle speculazioni finanziarie? Intoccabili.
In fondo è mestiere del politico quello di farsi sparare addosso. I veri padroni della Macchina se ne stanno al sicuro, non si sa dove vivano, e anche se lo si sa, suscitano nel contado lo stesso timore reverenziale degli antichi castellani e la stessa ammirazione delle rockstar (Montezemolo! Marchionne! Come ieri: Berlusconi! Gardini!?!! Tanzi...!????).

Non ho mai pensato a Langer come a un profeta, forse perché non si atteggiava a profeta. Era un ammiratore di san Cristoforo, un santo raffigurato sui muri delle chiese dell'Alto Adige sempre in cammino, con il Bimbo sulle spalle. Usava la parola "ecologia" e oggi vengono i brividi solo a sentirla. Il suo era un linguaggio moderato, non si scagliava, non fustigava, non era realmente un utopista, diceva cose di buon senso, solo l'ignavia dei nostri tempi poteva scambiarle per altro.
A volte pervase da un afflato "religioso" (lui cattolico, anche se per metà ebreo).

Oggi, però, non posso fare a meno di pensare che sia uno dei pochi grandi uomini nei quali mi sono imbattuto.

Quindi giù il cappello di fronte al Viaggiatore leggero.

...Ecco perchè mi sei venuto in mente tu, San Cristoforo: sei uno che ha saputo rinunciare all'esercizio della sua forza fisica e che ha accettato un servizio di poca gloria. Hai messo il tuo enorme patrimonio di convinzione, di forza, e di auto-disciplina a servizio di una Grande Causa apparentemente umile e modesta. Ti hanno fatto - forse un po' abusivamente - diventare il patrono degli automobilisti (dopo essere stato più propriamente il protettore dei facchini): oggi dovresti ispirare chi dall'automobile passa alla bicicletta, al treno o all'uso dei propri piedi! Ed il fiume da attraversare è quello che separa la sponda della perfezione tecnica sempre più sofisticata da quella dell'autonomia dalle protesi tecnologiche: dovremo imparare a traghettare dai tanti ai pochi chilowattori, da una super-alimentazione artificiale ad una nutrizione più equa e più compatibile con l'equilibrio ecologico e sociale, dalla velocità supersonica a tempi e ritmi più umani e meno energivori, dalla produzione di troppo calore e troppe scorie inquinanti ad un ciclo più armonioso con la natura. Passare, insomma, dalla ricerca del superamento dei limiti ad un nuovo rispetto di essi e da una civiltà dell'artificializzazione sempre più spinta ad una riscoperta di semplicità e di frugalità. Non basteranno la paura della catastrofe ecologica o i primi infarti e collassi della nostra civiltà (da Cernobyl alle alghe dell'Adriatico, dal clima impazzito agli spandimenti di petrolio sui mari) a convincerci a cambiare strade.Ci vorrà una spinta positiva, più simile a quella che ti fece cercare una vita ed un senso diverso e più alto da quello della tua precedente esistenza di forza e di gloria. La tua rinuncia alla forza e la decisione di metterti al servizio del bambino ci offre una bella parabola della 'conversione ecologica>' oggi necessaria.


Il viaggiatore leggero- Scritti 1961-1995, Alexander Langer,Sellerio editore, Palermo,2011


La domanda decisiva quindi appare non tanto quella su cosa si deve fare o non fare, ma come suscitare motivazioni ed impulsi che rendano possibile la svolta verso una correzione di rotta.
La paura della catastrofe, lo si è visto, non ha sinora generato questi impulsi in maniera sufficiente ed efficace, altrettanto si può dire delle leggi e dei controllo; e la stessa analisi scientifica non ha avuto capacità persuasiva sufficiente. A quanto risulta, sinora il desiderio di un’alternativa globale – sociale, ecologica, culturale – non è stato sufficiente, o le visioni prospettate non sufficientemente convincenti. Non si può certo dire che ci sia oggi una maggioranza di persone disposta ad impegnarsi per una concezione di benessere così sensibilmente diversa come sarebbe necessario.
Né singoli provvedimenti, né un migliore “ministero dell’ambiente”, né una valutazione di impatto ambientale più accurata, né norme più severe sugli imballaggi o sui limiti di velocità – per quanto necessarie e sacrosante siano – potranno davvero causare la correzione di rotta, ma solo una decida rifondazione culturale e sociale di ciò che in una società o in una comunità si consideri desiderabile.
Sinora si è agiti all’insegna del motto olimpico “citius, altius, fortius” (più veloce, più alto, più forte), che meglio di ogni altra sintesi rappresenta la quintessenza dello spirito della nostra civiltà, dove l’agonismo e la competizione non sono la mobilitazione sportiva di occasioni di festa, bensì la norma quotidiana ed onnipervadente. Se non si radica una concezione alternativa, che potremmo forse sintetizzare, al contrario, in ”lentius, profundis, suavius” (più lento, più profondo, più dolce”), e se non si cerca in quella prospettiva il nuovo benessere, nessun singolo provvedimento, per quanto razionale, sarà al riparo dall’essere ostinatamente osteggiato, eluso o semplicemente disatteso.
Ecco perché una politica ecologica potrà aversi solo sulla base di nuove (forse antiche) convinzioni culturali e civili, elaborate – come è ovvio – in larga misura al di fuori della politica, fondate piuttosto su basi religiose, etiche, sociali, estetiche, tradizionali, forse persino etniche (radicate, cioè, nella storia e nell’identità dei popoli). Dalla politica ci si potrà aspettare che attui efficaci spunti per una correzione di rotta ed al tempo stesso sostenga e forse incentivi la volontà di cambiamento: una politica ecologica punitiva che presupponga un diffuso ideale pauperistico non avrà grandi chances nella competizione democratica.


Notizie verdi, Roma, 1998.

Sulla strada (estratto)


Di tanto in tanto un bagliore fioco arrivava dall'agglomerato di baracche, ed era lo sceriffo che faceva la sua ronda con una debole torcia elettrica borbottando tra sé e sé nella notte della giungla. Poi vidi la luce dirigersi a scatti verso di noi e sentii il rumore dei passi attutito sul tappeto di sabbia e sulla vegetazione. Si fermò e diresse la luce della torcia verso la macchina. Mi alzai a sedere e lo guardai. Con voce tremante, quasi querula ed estremamente tenera, disse: "Dormiendo?", e indicò Dean sdraiato sulla strada. Sapevo che quella parola significava dormire.
"Sì, dormiendo".
"Bueno, bueno", disse fra sé e sé, e si girò triste e riluttante per tornare alla sua ronda solitaria. Poliziotti così adorabili Dio non li ha mai creati in America. Niente sospetti, niente storie, niente noie. Quell'uomo era il guardiano del paese addormentato, punto e basta.
Tornai al mio letto d'acciaio e mi sdraiai con le braccia spalancate. Non sapevo nemmeno se proprio sopra di me c'erano rami d'alberi o cielo aperto, e non me ne importava assolutamente niente. Aprii la bocca a quello che mi sovrastava e presi grandi boccate di atmosfera della giungla. Non era assolutamente aria, piuttosto l'emanazione palpabile e viva di alberi e paludi. Restai sveglio. Il canto dei galli annunciò l'alba chissà dove fra i cespugli fitti.

Scotland - Ulva Island


L'isola di Ulva, oggi disabitata. I contadini vennero cacciati brutalmente dal Landlord a metà '800, per fare spazio agli allevamenti di pecore. Alcune famiglie si trasferirono nei bacini carboniferi (come la famiglia Livingstone, quella del famoso esploratore), altre emigrarono in Australia o in Canada. Cose analoghe sono avvenute in tutte le Highlands. La wilderness che apprezziamo così tanto è, in realtà, almeno in parte, un prodotto dell'uomo.

Scotland - big skies over Mull


I rilievi di Mull dall'isola di Ulva. Uno stormo di oche come puntini.

Scotland - Calgary Bay (island of Mull)

Scotland - island of Ulva


Isola di Ulva, Ebridi, Scozia.

Alice on the beach


Prima immagine della Scozia. Alice nella spiaggia di Calgary, isola di Mull. Mentre il sole scivola dietro l'Atlantico.

Lou Reed plays Lulu


La copertina del nuovo lavoro di Lou Reed, con i Metallica, in uscita a fine ottobre. Ispirato alla Lulu di Frank Wedekind (rock e letteratura, come in "The Raven"!).

Ancora su John Lydon e il punk


Una delle cose interessanti dell'attitudine punk era il geniale dilettantismo. L'idea di fondo : "Non sappiamo suonare, possiamo essere una band". Una reazione contro la deriva tecnicista dell'epoca (nella pop culture), di gruppi come Yes o Genesis. John Lydon racconta nella sua autobiografia che Rick Wakeman minacciò la sua casa discografica di andarsene, se avessero fatto incidere i Sex Pistols.
In verità i Sex Pistols qualche accordo lo conoscevano, e il batterista sapeva tenere il ritmo. I due veri antimusicisti erano Sid Vicious e Johnny Rotten. Il primo, era essenzialmente un ragazzo disadattato e un poseur, e ha fatto la triste fine che sappiamo. Lydon no: non era certo un cantante (nel senso di Freddie Mercury, o David Bowie) eppure cantava, e nessun altro avrebbe potuto cantare "Anarchy..." come lui.

Ciò non significa ovviamente che non si debba studiare. Ho il massimo rispetto per lo studio, che è la cosa che forse ho amato di più nella vita (lo dico anche pensando ad un post che mi è arrivato recentemente, riguardo a un mio scritto su Baumann). Però trovo straordinario che dei ragazzi di 19 anni prendessero la cosa così, e riuscissero a farla. Ragazzi senza preparazione di base, senza soldi, senza gli strumenti, o quasi. Un atteggiamento assolutamente antiaristocratico eppure non naives, anzi, a suo modo snob.

Peraltro, dietro a tutto questo non c'era alcuna attrazione per l'essere perdenti, loosers. I Pistols non desideravano incidere per una piccola casa discografica indipendente. Pur detestando i gruppi che definivano "dinosauri", quelli che si esibivano solo per le grandi platee, in realtà volevano il massimo del successo e la massima visibilità possibili. L'idea non era di rimanere fuori dal sistema ma di entrarci e provare a scardinarlo.

Mi piacerebbe veder nascere una generazione di geniali dilettanti che fanno senza timori reverenziali e senza copiare, infischiandosene delle regole dei circuiti commerciali. Le ultime espressioni le abbiamo viste forse con l'hip hop: i graffiti, il ballo di strada, l'estetica del corpo. Purtroppo tutto viene fagocitato così in fretta. L'arte visuale si è data anch'essa le sue regole, ormai stantie: l'abuso dei corpi, l'estetica necrofila (Rotten all'inizio era colorato, la copertina dell'album era colorata), l'antitecnica elevata a sistema, quindi una tecnica anch'essa, l'incomprensibile come programma (i punk erano diretti e "popolari").
Tutto si risolve in leggi non scritte, critica, divise, gente che se la tira, corsi e concorsi che servono solo a far girare soldi.
Ma all'inizio il punk non era divisa, non era le creste gialle e i giubbotti, non era "scuola", pagine di riviste patinate e modelle anoressiche, era pura creatività, pura espressione di sé. In una stagione caratterizzata da crisi economica, "No future" come orizzonte. Nichilismo? Rotten rifiuta questa definizione. Era un calcio in culo. Un senso selvaggio.

Di questo forse ha scritto Alberoni, di come i movimenti si istituzionalizzano, di come l'underground diventa mainstream.

Il disavanzo delle democrazie


Non so se Ernesto Galli Della Loggia intendeva dire esattamente le cose che penso io, nel suo fondo di oggi sul Corriere intitolato "Il disavanzo delle democrazie".
Scrive: "(dagli anni '70) la crescita dei redditi, la rivoluzione dei consumi e la comparsa di sempre nuovi beni di uso quotidiano hanno cominciato ad occupare sempre di più l'orizzonte delle nostre società... In questo modo dal dibattito ufficiale delle democrazie è stato rapidamente espulso ogni elemento ideale". Il corollario è che se i governi non riescono ad assicurare sempre nuovo benessere, nuovi benefici, nuovi "diritti" a singoli e gruppi, come accade quando le risorse si assottigliano, esplodono le rivolte come quella recente in Inghilterra.

Io personalmente quelle rivolte le capisco. Non dico che le condivido ma le capisco. Si è detto che non sono i nuovi "moti per il pane" (quelli in Occidente non ci sono più da un pezzo, in Africa invece sì), che i "teppisti" rubavano prodotti ad alta tecnologia. A parte che queste cose in Italia le abbiamo già viste (gli espropri proletari degli anni '70, ed erano veri proletari?), ripeto, questo atteggiamento mi pare comprensibile. Abbiamo costruito un mondo sulla fascinazione delle merci. Un mondo in cui se non cambi pc e cellulare una volta all'anno sei una merda (anche perchè dopo un po' non ti funzionano più, a differenza della vecchia Radiomarelli dei miei, durata trent'anni). Un mondo dominato da multinazionali che (come ho sentito dire con orgoglio qualche anno fa a Trento da un sedicente manager) hanno come principale obiettivo quello di ridurre il ciclo di un prodotto da 6 a 3 mesi. Un mondo che ti bombarda di messaggi che ti dicono che se non sei bello ed elegantemente vestito vali meno di zero. Un mondo ossessionato dall'aggiornamento continuo, dall'innovazione continua (anche quando peggiora quello che prima funzionava benissimo), dalla competizione continua (fino all'altroieri ci andava bene, visto che i ganzi eravamo noi, adesso la roba di qualità la fanno dappertutto a costi infinitamente più bassi, e son cazzi: piccolo esempio, l'attrezzo medico che ho visto adoperare in Zimbabwe, costo in Europa 1500 dollari, in India 37 dollari). Un mondo dove devi essere perennemente giovane (come se i giovani avessero qualche potere taumaturgico). Un mondo virtuale, dove tutto sembra finto e fattibile. Un mondo "no limits".
Come meravigliarsi se la gente ad un certo punto cerca di arraffare un po' di tutto questo, quando non può procurarselo in altro modo? Come meravigliarsi che veda nell'ennesima cazzata al plasma, quella cosa irrinunciabile per la quale vale pur la pena di correre il rischio di incrociare la traiettoria di una pallottola? Non è forse questo il nuovo pane, del corpo e dello spirito?

Che poi, quello innescato dalle merci è un rapporto di amore-odio, come tutti i rapporti feticisti. Abbiamo visto bande che assaltavano i negozi e al tempo stesso case e auto bruciare. Merci di cui impossessarsi spasmodicamente e merci da distruggere. Al fondo, in queste esplosioni si torna alla vecchia economia di rapina, che altre bande, nelle savane o nei cda delle Compagnie, hanno praticato per secoli. Il buon vecchio homo oeconomicus al massimo del suo splendore, impegnato a massimizzare il suo personale beneficio. Con un po' di fun per condire il tutto.

La risposta alla crisi delle democrazie innescata dalla crisi della spesa pubblica, secondo Galli Della Loggia, consiste nel "trovare alla democrazia nuovi contenuti". D'accordissimo, ma mi pare improbabile. Abbiamo avuto per vent'anni un premier che diceva alle giovani disoccupate di cercare di sposarsi un miliardario, e adesso ci ritroviamo con qualche genio della finanza pubblica che crede si possano risolvere i problemi accorpando qualche festività. Ah, sì, ovviamente lo scopo è lavorare di più (ma le tecnologie non avrebbero dovuto liberare più tempo per la vita? Anche perchè in una società dei consumi come fai a consumare adeguatamente se non hai tempo per farlo? E comunque, c'è qualcuno in Europa che vuole diventare cinese?).
E poi, si accorgono che esiste l'evasione fiscale. Però, ci voleva questo terremoto! Peggio ancora, senza alcun pudore riscoprono la Tobin Tax, che dieci anni fa era quella misura pericolosissima che volevano i no global e che sembrava una bestemmia economica.

Questo è quello che dicono e fanno. Queste le pallottole spuntate che hanno in canna. Potrebbero dire che un mondo sta crollando, come profetizzava Barbara Spinelli quando scriveva su "la Stampa", e sarebbero più onesti. Spesso è successo, nella storia. La fine della schiavitù nell'antica Roma, la tratta dei neri verso le Americhe e le colonie, l'avvento dell'economia finanziaria e delle banche, l'introduzione delle macchine a vapore e le enclosure, il comunismo, la crisi del '29 sono tutte cose che hanno stravolto gli assetti precedenti, che hanno fatto crollare mondi (facendo nascerne altri). Almeno ditecelo, che sta succedendo qualcosa del genere, che ci prepariamo.

Ma se sono le cose di cui si discute a Roma in questi giorni i valori delle nuove democrazie non mi sembrano un granché.

Sulla riva


Lago di Madrano.

Un uomo

Quell'uomo. Eravamo andati a trovarlo, con i nostri zaini e i nostri sacchi a pelo. Era già anziano, per noi. Viveva in un altro paese, all'estremo Sud. Affacciato sull'Atlantico, una villa che gli aveva lasciato la sua ex-moglie, quella che aveva i mezzi, lui non aveva più niente.

Eravamo giovani e indifferenti a tutto, i miei compagni di viaggio più indifferenti di me. Al mattino, per svegliarci - eravamo stravolti da giorni di viaggio e di scarsa alimentazione, forse anche dalla convivenza forzata in ostelli e pensioni da due lire - tirò una fucilata in cortile. Stava con una ragazza molto più giovane. Beveva molto, gli regalammo una bottiglia di whisky, tutto ciò che potevamo permetterci. Al mattino dopo, era già finita.
Beveva anche lei, ci portò in discoteca, lui rimase alla villa, era molto paterno, ci raccomandò di stare attenti. Guidava come una pazza sulle strade buie di un paese soleggiato, pieno di stelle, dimenticato dall'Europa, afflitto fino a pochi anni prima da una dittatura. Al ritorno guidò la sua amica. Lei prese sonno sulla mia spalla, non si svegliava più. Lui se la prese in braccio e la mise a letto.

Ci portarono all'estremo limite, una scogliera a picco. Più in là non c'era più niente, solo acqua e Africa. Lungo la strada, ci fermammo a mangiare le sardine, sotto alla tettoia di un baracchino. Barche arrivavano al molo, a portare il pesce fresco. Tutto stava davanti a me, disteso come una coperta, tutte le possibilità inespresse, tutte le scelte possibili, avevamo appena terminato il liceo. Cercavo di fare lo spiritoso, perché i silenzi mi procurano imbarazzo, cercavo di parlare anche per i miei compagni di viaggio. Dicevo cazzate, la timidezza. O pensavo al sesso.

Di fronte il monte degli olivi. Non ci sono più tornato. Quell'inverno, rientrò in Italia, la sera, di solito il venerdì, quando arrivavo da Bologna, col treno, prima di andare a casa mia, dai miei genitori, a volte mi fermavo a cena da lui. Ci sono andato anche quella volta della tremenda nevicata che schiantò gli alberi e mise a dura prova le auto. Non volevo perdermi nulla. Il suo amico, altro pittore, tifava per l'Albania. "Un paese poverissimo, e allora?"
Come si può essere ciechi. Poi litigammo, avevo l'arroganza dei vent'anni. Pensavo si potesse cambiare il mondo, non che fosse il mondo a cambiarti e cambiare, anche senza il tuo aiuto. Era un anarchico. Non tolleravo il suo cinismo.

Alla partenza ci consigliò cosa fare una volta arrivati a Lisbona. Solo poche ore, prima di metterci in viaggio per Parigi. Di quella fermata ricordo una piazza, enorme. Inerpicarci su per le stradine dell'Alfama. L'odore del Tago. Lisboa.

Quasi alla fine, si cercò un'ultima possibilità. Scrisse una lettera ad una ragazza che aveva conosciuto anni prima, una della mia età, una nostra compagna di scuola. La invitò da lui, con la scusa di un piccolo restauro. Non ci si arrende mai, sempre si pensa che possa ricominciare, che ci sia ancora qualcosa, da vedere, da provare. Non ci si rassegna mai alla vita così com'è, con le sue noie. Me l'immagino, in un cortile pieno di vento, gli amici andati. Aveva i soldi che gli mandava la moglie, un artista. Ancora quella fiamma, quelle braci.

Avevo pensato a lui tre giorni prima del telegramma, dopo anni. La mia vita ormai trasformata, completamente. L'ultima volta che avevo suonato al campanello dell'appartamento che occupava d'inverno, nella nostra città, per qualche mese, prima di ripartire, non aveva aperto.

Non ho una foto di quell'estate. Il digitale, sarebbe arrivato poi, insieme a tutte le altre stronzate.

Non cambia mai. Una volta ho bevuto un'intera bottiglia di vino bianco frizzante, da solo. Mi sono addormentato due volte. Poi, quando mi sono svegliato del tutto, sono andato in palestra.
Ci devono essere modi più intelligenti di rischiare.


(Da La calda notte degli avatar)

No irish, no blacks, no dogs

I londinesi erano costretti ad accettare gli irlandesi perché ce n'erano tantissimi, e s'integravano meglio dei giamaicani. Ricordo che quando ero piccolo e andavo a scuola i genitori inglesi mi prendevano a mattonate. Per arrivare alla scuola cattolica dovevo passare per una zona prevalentemente protestante. Era bruttissimo. Lo facevo sempre di corsa. "Quei luridi bastardi irlandesi!". E cazzate del genere. Adesso se la prendono con i neri, o chi altri (..) E' questo il guaio dei proletari di tutto il mondo. Cercano sempre di sfogare i loro rancori su quelli che considerano più in basso nella loro scala sociale, invece di saltare alla giugulare di quei fottuti bastardi dell'alta e media borghesia che li tengono oppressi, tanto per cominciare. Noi eravamo la feccia irlandese. Ma è anche divertente essere la feccia.
Immaginate la scena. Donne senza prospettiva affacciate alla finestra con i bigodini in testa. Pane tostato e fagioli con uova fritte. Le fabbriche. Il palazzo cadente di Benwell road, vicino Holloway road, non c'è più. L'hanno abbattuto. Adesso in Gran Bretagna è illegale affittare abitazioni come quella. Non era una casa, solo due stanze al piano terra. L'intera famiglia condivideva la stessa camera da letto e la cucina. Non c'era altro. Nella stanza di fronte, che prima era l'ingresso di un negozio, ci viveva un barbone. (...)
Avevamo una tinozza di metallo che mia madre tirava fuori spesso. le tinozze di metallo erano molto fastidiose sulle unghie dei piedi e delle mani, e non diventavano mai calde a sufficienza perché nessuno aveva pentole abbastanza grandi per scaldare l'acqua. Noi avevamo soltanto un pentolino e una zuppiera all'epoca, e quando arrivava il momento di entrare l'acqua era gelata. Mi strofinavano con il Dettol, un detersivo per il bagno che si usava anche per i lavandini per sterminare gli insetti. Lo spazzolone rigido del gabinetto era duro. Dettol e spazzolone, una volta al mese, se eri sfortunato. D'inverno potevi tirarla lunga fino a un mese e mezzo se eri furbo. Bastava dire una bugia: "Oh, no, oggi a scuola siamo andati in piscina, mamma." Cominciavo già ad affinare la mia mente perversa.

da "No irish, no blacks, no dogs" Johnny Rotten (autobiografia)

Agnes Obel - Just so



Ah, le gatte morte...

Grazie a Tukulka per la segnalazione.

IL NIENTE CHE CI MANCA (Gianni Celati)


In aereo venendo da Dakar ci hanno fatto vedere un documentario turistico sul Senegal. Si vedevano i mercati variopinti, le solite venditrici, i soliti carretti tirati da asini, i soliti villaggi nella savana, i cormorani, i pellicani. Era il documentario dei posti dove siamo stati noi. Jean, semiserio, ha detto: "Siamo stati dentro a un documentario turistico..."
Sì, però, sbarcati in Europa, anche qui è come essere in un documentario perpetuo, dove vedi tutto pulito, ordinato, levigato, glossy, flashing, rifatto a nuovo, neanche uno scarto troppo vistoso, una macchina troppo squinternata, una persona veramente sdentata, un vestito davvero fuori moda, un negozio che sia rimasto come cinque anni fa, una vetrina con libri che non siano novità assolute. Andiamo in giro per Parigi e vediamo solo quest'altro documentario del nuovo totale, senza più niente di precario, di povero, di decaduto, rimediato, tarlato dal vento, scartato dal destino.
E' il documentario della simulazione globale, senza luogo, senza scampo, che ci mostrano a titolo pubblicitario notte e giorno, dietro lo schermo di vetro che abbiamo in dotazione per vivere da queste parti. ma poi si sa che quando uno è lasciato dietro un vetro, tende a sentire che gli manca qualcosa, anche se ha tutto e non gli manca niente, e questa mancanza di niente forse conta qualcosa, perché uno potrebbe anche accorgersi di non avere bisogno davvero di niente, tranne del niente che gli manca davvero, del niente che non si può comprare, del niente che non corrisponde a niente, il niente del cielo e dell'universo, o il niente che hanno gli altri che non hanno niente.

Gianni Celati, Avventure in Africa (2000)

foto: casa in Kenya (Marco Pontoni)

UN RACCONTO PSICHICO

Quando, dopo aver confuso il fungo di San Serapione con una specie mangereccia, Antonio cadde da cavallo, il suo spirito si staccò dal corpo e cominciò a volare.

Dapprincipio i suoi movimenti erano incerti. Ma presto acquistò sicurezza, salendo con le correnti ascensionali, fino a raggiungere le cime dei monti. E pensò stupefatto di non averli mai visti così, dall’alto.
Fin dove arrivava il suo sguardo, regnavano oscurità e quiete. Le api dormivano nei loro alveari e lo stesso facevano i pesci nelle plumbee profondità dei laghi. Solo il pipistrello e l’upupa scortavano il viaggio dello spirito quando, incuriosito da una falesia, un pozzo o un capitello diroccato planava verso il basso aprendo sue braccia eteree di spirito.

Di là da uno sperone roccioso la luna fece all’improvviso la sua comparsa. E Antonio, alla vista di casa, che quella pallida luminosità faceva risaltare nel centro del pascolo, fu preso da un’emozione che in vita sua non ricordava di avere provato mai. La luce alla finestra della cucina era ancora accesa, come lui l’aveva lasciata quando, dopo cena (il fungo stava iniziando a fare effetto), si era deciso per una passeggiata al piccolo trotto fino alla casa del curato, che aveva letto più cose nei suoi libri di quante Antonio non fosse mai riuscito a decifrare nel groviglio delle radici di un albero secolare o nella perfezione geometrica di un favo.
Una volta che Antonio si era trattenuto a cena quell’uomo di chiesa tormentato, al quale era toccata in sorte una parrocchia di montagna lontana dalla vivacità dei grandi centri abitati, gli aveva raccontato della secessione delle donne, che dagli storici viene giudicata una leggenda priva di fondamento.
“Dunque – aveva detto il prete – successe che le donne di questa regione, che si sentivano oltraggiate dagli uomini, lasciarono le loro case per ritirarsi da sole sui monti. Qui impararono a nutrirsi di erbe e frutti spontanei, e a coltivare l’arte della caccia. Naturalmente non per tutte fu così facile, perché gli uomini si credevano spogliati dei loro diritti su mogli e figlie, e molte furono catturate mentre cercavano di allontanarsi dalle loro abitazioni. Tuttavia quelle che riuscirono a scappare impararono a parlare la lingua degli alberi, che è la più facile a intendersi, come ben sai anche tu, Antonio, anche se non ammetteresti mai di conoscerla. E poi via via quella dei graniti, dei quarzi, quella vezzosa delle dolomie. Per ultima avevano imparato la lingua degli agenti atmosferici, che è una e priva di dialetti.
Allora cominciarono a costruire gli altari dei loro protettori, e abbandonarono la dieta carnivora, così che tutti gli animali le avvicinavano senza timore. È possibile che oggi quelle comunità si siano estinte naturalmente: sto parlando di quelle che non furono distrutte dagli uomini durante la guerra. Ma non mi sorprenderei se i cittadini avessero nascosto le prove della loro eventuale sopravvivenza, magari in forme imbastardite. E Dio solo sa che i cittadini hanno la testa piena di buone invenzioni per rendere confortevoli e illuminate le loro strade e le loro case, ma l’anima trabocca di paure e fantasmi e ricordi spaventosi che hanno ereditato dai loro padri; e poi in definitiva se ne accorgono che il sesso delle loro donne odora di muschio e stanno svegli la notte e di giorno si affrettano a disboscare le periferie e a coprirle di cemento.”
Questa era la storia della secessione delle donne, che il curato aveva raccontato ad Antonio una sera dopo che entrambi avevano consumato la cena. Ma Antonio non ne era rimasto particolarmente impressionato: sapeva che nei tempi andati i culti degli alberi erano diffusi, che di nascosto dai parroci talvolta erano proprio i mariti a spingere le loro mogli a ricordarsene, perché pur conoscendo poco o nulla di quelle faccende intuivano il potere che erano in grado di sprigionare.

Lo spirito restò un poco sospeso sopra la casa; quindi compì due larghi giri e si portò più in alto nel cielo.
Adesso poteva scorgere, sul fondovalle, le infiorescenze luminose dei paesi in cui era arrivata la corrente elettrica. Anche la casa di Antonio ne era provvista, ma ancora per mezzo di un generatore autonomo. Lasciando la cucina, solo mezz’ora prima, Antonio aveva trascurato la prima e principale dote dei contadini, la parsimonia. Ma giù in fondo, dove la valle diventava più larga e le pendici delle montagne si facevano da parte, i lampioni piantati all’ingresso dei paesi stavano saldi come sentinelle. Per tutta la durata della notte. Ed erano collegati a un motore molto più potente di quello che serviva la casa di Antonio.

Sul fondovalle, benché ora non potesse distinguerne i particolari, giacevano i campi coltivati, le grandi distese aperte, talvolta delimitate da recinti e strade sterrate. Sulle proprietà, suddivise in appezzamenti rettangolari o quadrati, sorgevano case coloniche, con annesse le rimesse per gli attrezzi e le abitazioni degli operai agricoli. Canali formavano reticoli d’acqua. Un crocefisso segnava il luogo in cui due sentieri si incrociavano, o il confine fra le diverse proprietà, o l'inizio di un centro abitato, il quale spiccava invariabilmente per la presenza della linea slanciata di un campanile.
Fra i contadini del fondovalle e quelli di montagna non c'era amicizia. Questi ultimi venivano accusati dai primi di essere gente rozza, selvatica. I montanari rispondevano con un misto di invidia e senso di superiorità. "In verità – diceva a volte il curato - quelli di pianura sono impressionati per come i montanari s’inerpicano su per le pendenze e scavalcano i burroni; come se non fossero degli ostacoli, ma luoghi sui quali spostarsi con naturalezza, e vivere e lavorare e metter su casa e fare figli, e sempre in pendenza, sempre facendosi beffe della gravità, delle valanghe, delle frane."
Ma adesso lo spirito di Antonio rimaneva incantato ad ammirare quella meravigliosa via lattea distesa sul fondovalle, e niente era più distante da lui delle rivalità che separano i valligiani dai montanari. Lo spirito si beava dell’aria tiepida della notte primaverile e la poiana lo rincorreva fin dove poteva. Sotto ad entrambi, dentro a case riparate da un tetto, gli uomini sognavano il lavoro del mattino dopo. E fra qualche ora si sarebbero svegliati tossendo, poi fatto colazione, calzati gli stivali e andati. Adesso sognavano, e le loro mogli gli sognavano accanto.
E da qualche parte, in mezzo ai rovi, giaceva il corpo di Antonio, precipitato da cavallo mentre il fungo di San Serapione cominciava a sciogliersi nello stomaco.

Lo spirito sentì la curiosità per il proprio corpo come una fitta. Non era proprio nostalgia; il corpo stava rovescio nel cuore del bosco, lo spirito invece volava alto sulle montagne, come avrebbe potuto rimpiangere la sua precedente condizione? Però bisognava cercarlo. Le bestie se ne sarebbero presto impossessate, e bisognava pur assistere all’intrusione delle formiche, che passano per il naso e arrivano dappertutto, lottando con altri intrusi che concimano la strada dove strisciano.
Sì, lo spirito si era destato alla curiosità. Si mise perciò alla ricerca del corpo di Antonio, ma incerto sulla direzione da prendere. Faticando ad orientarsi, a ritrovare il percorso fatto a cavallo dal momento in cui aveva lasciato la casa e fino alla caduta. La ricerca, comprese, sarebbe potuta durare a lungo. Aveva tempo a sufficienza? Domanda a cui non sapeva rispondere.
Pensò che se almeno avesse individuato il cavallo, forse in qualche modo sarebbe riuscito a convincerlo a ricondurlo sul luogo della caduta. Ma dove si era nascosto?
All’improvviso gli parve di udire delle voci note, giungere da poco lontano. Decise di andare a vedere che cosa succedeva.

Le voci adesso gli giungevano in tutta la loro violenza, attraverso gli insospettabili canali auditivi degli spiriti. Voci che risuonavano nel cortile della canonica, il prete svegliato poco prima di soprassalto dal corteo arrivato lì con torce e bastoni. Uno aveva parlato per tutti, e quando l’aveva fatto, gli altri rispettosamente avevano taciuto.
Aveva detto che il figlio di Vater Insel era scomparso. Che il padre l’aveva cercato tutto il pomeriggio, perlustrando palmo a palmo il terreno attorno alla loro casa. Che poi anche loro si erano uniti a Vater Insel nella ricerca, ma del bambino neanche una traccia.
Il prete stava sulla soglia ad ascoltare, con la tonaca in disordine e i capelli arruffati. Pensava: “Il figlio di Vater Insel ha tre anni, e questi boschi sono pericolosi. Lurido bastardo violatore di sorelle, sadico con gli animali, ubriacone, ah, sì, marcirai all’inferno prima o poi, ma adesso bisogna che faccia qualcosa perché i figli non sanno le colpe dei padri e non si meritano il castigo divino.”
Così disse: “Quattro di voi corrano alle case di quelli che non sono già qui, li sveglino e li conducano con sé. Gli altri si dividano in due gruppi, uno lo guiderò io, e l’altro lo guiderai tu Simone che hai parlato così chiaramente. Avanzeremo verso la casa di Vater Insel da due fronti, controllando metro per metro. Dio ci aiuterà.”
“Ma – considerava, tra sé – tutto ciò è insufficiente. Loro sono fuori da ore, e se solo adesso si sono decisi a venire a svegliarmi significa che si aspettano qualcosa di speciale. Qualcosa che giustifichi la tonaca che vesto e il segno di croce che ho loro insegnato. Lo so, lo sento che indugiano davanti alla mia porta e sembrano riluttanti a mettersi in marcia, perché vorrebbero che tracciassi i segni nell’aria e pronunciassi le formule. Forse credono che la magia di un curato sia più efficace della loro. Sicuramente non si vergognerebbero se io coniugassi, proprio qui, la croce e i tarocchi, il cenacolo e il pentagramma. O magari invece adesso lo sentono, che il mio Dio è più potente. Si domandano perché sia in collera con loro. Provano pudore a confessarmi i loro sentimenti. E io provo pudore ad interpellare il mio Dio perché sono settimane che non mi rivolgo a lui. Ma farò ciò che devo. Prenderò il crocefisso e li guiderò nel bosco. Perché io sorreggo un Dio crocefisso, e gli uomini nel dolore cercano un Dio che abbia compassione per loro, un Dio che domani, quando il dolore sarà passato, saranno loro a compatire, in questo modo sdebitandosi, ripagandolo con la stessa moneta. Ma io non piangerò con il mio Dio questa notte, oh, no, piuttosto batterò piuttosto soffocherò con le mie mani quell’uomo selvaggio se capiterà qualcosa di male a suo figlio.”

Così pensato tornò dentro. Quando fu da solo staccò dalla parete il crocefisso, poi fece un lungo sorso di vino dalla bottiglia che aveva aperto a mezzogiorno. Sentiva l’agitazione dei montanari di fuori crescere come un’onda. Adesso si consultavano. Simone stava impartendo degli ordini. Formava le due squadre, ed elencava ai quattro che restavano le famiglie a cui avrebbero dovuto far visita.
Solo uno aveva una torcia elettrica. Si stabilì che quello con la torcia avrebbe camminato davanti al prete, illuminandogli la strada.

Tutti sapevano della negligenza di Vater Insel, e dei maltrattamenti che la famiglia aveva patito per mano sua. Una volta Vater Insel aveva legato la moglie ad un castagno e l’aveva lasciata lì tutta la notte. Quando la notizia si era sparsa, e il prete gli aveva chiesto spiegazioni, si era giustificato dicendo che l’aveva sorpresa a bestemmiare. Ma il prete conosceva la moglie di Vater Insel, che era una donna semplice e si confessava ogni domenica. Da allora provava per lui un odio sordo. Odiava i modi servili che gli riservava quando faceva visita alla sua casa per benedirla. Avrebbe desiderato spaccarla, quella casa, come c’era scritto nell’Antico Testamento, “dalle fondamenta al tetto”. Però tutto questo odio era male agli occhi del Dio crocefisso.
Innanzitutto trovare il bambino. Ciò andava senz’altro fatto.
Uscì fuori con l’anima in fiamme. Nel cortile gli uomini in attesa avevano acceso altre torce, e le loro ombre andavano ad appiattirsi contro il muro della canonica. Facce tese si strinsero attorno al prete, e il crocefisso venne illuminato dai bagliori delle torce.
“Ho con me il crocefisso buono. Il metallo prezioso magnifica la gloria del Signore, stanotte. Questa mandria, questi uomini dall’animo così trasparente eppure così insondabile, sono il popolo di Dio. Bene, meglio che niente. Se Dio è morto per loro, doveva avere le sue buone ragioni. Troveremo il bambino prima che albeggi, e poi ringrazieremo il Signore e io dirò messa. La gloria del Signore si specchia sulle loro fronti, così come si specchia negli elementi primordiali, che il Signore ha creato, e poi dotato di regole e proporzioni, le quali tuttavia possono essere variate a piacimento, per suo semplice diletto. Per suo semplice diletto.”
Mormorando attraversava la piccola folla, che si apriva al suo passaggio, e confluiva poi alle sue spalle. Solo uno, più vecchio degli altri, si nascose nell’ombra. E non appena i suoi compagni si furono allontanati uscì dall’ombra e sgusciò dentro la casa.
E l’uomo con la torcia elettrica si mise davanti al prete per illuminargli il cammino.

L’erta del monte non era coltivata a frutteto, come invece le terrazze più basse e più vicine al fondovalle, dove predominavano vigne e meli. Qui erano fitti boschi di conifere.
Sui terrazzamenti, allo stesso modo che sulle cime delle montagne, la luce lunare si posava sulle cose, preservando le loro forme originarie.
Invece nel sottobosco le forme erano assai diverse rispetto a quelle che si sarebbero potute osservare in condizioni naturali. La luce delle fiaccole aggiungeva ombra a ombra. E il fascio di luce proiettato dall’uomo con la torcia sul tappeto di aghi di pino che si stendeva ai piedi del curato, quando illuminava una sporgenza o un anfratto, quando s’infilava nel folto di un roveto, o quando si imbatteva negli occhi terrorizzati di un piccolo predatore notturno, svelando, selezionando, conferendo nuovo senso, era come il Verbo divino quando decise di dare un nome agli animali.
"Sì - pensava il prete – come quando chiamò ‘leone’ il leone, o ‘fenice’ l'uccello che rinasceva dalla sua carcassa."
Dunque, il raggio di luce ribattezzava le cose. Ma era anch’esso un prodotto di Dio? Questo il dubbio che lo tormentava, sempre più spesso. E poi, la luce davvero portava con sé un ordine superiore, o non era piuttosto maestra nell’arte del camuffare, del travestire e del cambiare? Sì, forse il fascio di luce della torcia alimentata dalle pile alcaline non portava semplicemente un nuovo ordine nel mondo, forse creava un mondo nuovo: però vacuo, tremolante. Un mondo che durava un battere di ciglio, appena il tempo necessario per imprimersi nella retina di chi l’osservava. E se il mondo degli uomini fosse nient’altro che il prodotto di un raggio di luce proiettato su un angolo del cosmo, che splende un istante e poi ritorna al buio che gli è proprio? Ah, curato sapeva che questi pensieri l’avrebbero condotto lontano, assieme al vino che aveva bevuto prima di uscire e che ora gli batteva sulle tempie. Erano i pensieri delle tre del mattino, e lui non doveva prestare loro fede.

Nel frattempo, avevano imboccato una valletta, fiancheggiata da uno sperone di roccia. Procedevano in discesa, e in alcuni punti il sentiero diventava più ripido, costeggiando un burrone. Tra roccia e burrone gli uomini avanzavano stanchi. Alcuni avevano alle spalle molte ore di ricerche. Ma nei loro cuori stava emergendo pian piano la consapevolezza che questa volta, con il prete dalla loro parte, l’esito sarebbe stato diverso. Perciò non si incupirono, facendosi solo un po’ più prudenti.
Adesso la loro attenzione veniva attratta dalle luci dei paesi adagiati in fondo alla valle. Al prete sembrava di sentirle, le loro speranze. Si contorcevano come serpi, in quelle menti circospette. Perché gli uomini marciavano in silenzio alle sue spalle, ma era come se stessero ringhiando. Due desideri combattevano in loro: quello di rimanere com’erano, per sempre, e sempre, e sempre. E quello di strade sicure. Su per quelle strade sarebbero arrivati camion carichi di merci. Giù per quelle strade sarebbe scesi i loro figli, pronti ad andare a vivere nelle città e a mescolarsi agli altri uomini nelle piazze e nei porti della terra.
“Le donne - meditava il prete – furono pazze. Ma non lo furono da meno i soldati che le ricondussero con la forza alle loro case. Avremmo potuto imparare qualcosa, da quella storia. Che non si mantiene in vita un culto senza misteri. Ah, Dio, se riuscissi a distinguere, quando giro nella mia tenebra, come un cane alla catena, se i miei pensieri sono ispirati dal tuo volere o da quello di Satana. Ma non so più nulla, non distinguo nulla. Non capisco le forze al lavoro laggiù, ignoro cosa significhino le superfici di vetro dei palazzi che riflettono il sole al tramonto. E quando sento le mine esplodere, sotto alle nostre montagne, mi chiedo se sia un bene o un male. Signore, non sono che un tuo umile servo. Ho letto i libri ma forse non abbastanza. Ti prego, mostrami la via. Fa che io non conduca questi disgraziati in un precipizio. Signore, tu che li cogli, tutti i giorni. Signore tu che li cogli con il fulmine in mezzo al prato, con il fuoco nei loro fienili, con la malattia, la frana, l’alluvione. Oh Signore, Signore, tu che cogli, mostrami dove si nasconde il figlio di Vater Insel!”

Fu allora che, preso da un inspiegabile presentimento, come se qualcuno gli avesse sussurrato all’orecchio delle parole, l’uomo alla testa del gruppo puntò la torcia verso l’imboccatura di una grotta, che si apriva sul fianco della parete rocciosa.
Ci fu un mormorio, che divenne un’esclamazione collettiva quando il fascio luminoso si posò sul viso di un bambino. Era sporco di terra, adagiato su un guanciale di muschio. Gli occhi chiusi, il corpo raccolto per conservare un poco del calore del giorno.
Gli uomini presero ad inginocchiarsi, uno ad uno. Ma non chinarono il capo, troppo grande era il richiamo esercitato dal quel viso pallido, assorto nel sonno.
Solo il prete rimase in piedi, di fronte all’imboccatura della grotta.
Si guardò intorno. Era la prima volta che Dio si manifestava a lui con tanta evidenza.
Lì, in quel momento, c'era qualcosa. Lo percepiva chiaramente. Senza il suo aiuto non ce l’avrebbero mai fatta.
“Signore, mostrami il tuo volto ora – si sorprese a pregare, a voce sempre più alta, non riuscendo a trattenere le parole – oh, Dio, mostrami il tuo volto. Dio guardami! Dio parlami! Dio toccami! Dio guariscimi!”
E ad un certo punto, in alto, quasi fuori dal cerchio di luce, fra i rami degli alberi, gli parve di scorgere una forma vagamente familiare, solo che l’oscurità era troppo densa per poterla riconoscere. Una sagoma che svaniva, agitando la mano, con un’espressione di disfatta stupefazione sul suo viso. Dunque era fatto così, il volto di Dio? O era solo l’immagine che aveva scelto quella notte, per rivelarsi a lui?

Lo spirito svaniva, dietro i rami degli alberi. Non provava dolore, solo meraviglia per la progressiva perdita di consistenza. Per quel nulla travestito di nulla di cui cominciava ad indovinare l’intima essenza.
Lo spirito di Antonio svaniva, nell’aria fresca della notte.

Ma si sa, gli spiriti appartengono alla stessa sostanza impalpabile di cui son fatti i sogni.

(Marco Pontoni, 1987)