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Scotland - big skies over Mull


I rilievi di Mull dall'isola di Ulva. Uno stormo di oche come puntini.

Stanze


Ho voglia di camminare di nuovo da solo, ho voglia di visitare una città che non conosco, ho sempre fatto cose da solo, anche da ragazzo, andare al cine alle 4 del pomeriggio, ad un concerto nascosto dalla mia capigliatura, fare l'autostop fino a Firenze, non mi sono mai sentito triste o depresso in quei casi ma molto vigile, attento, concentrato, poi a un certo punto, due anni fa, mi è sparita la voglia, è come se una parte molto profonda di me fosse evaporata, una parte molto intima, vicina al mio cuore, la rivoglio, è come se mi fosse evaporato l'amore per la musica, un tratto fondamentale della mia identità, io lo so il perché.

Leggo Chronicles, Bob Dylan un grande scritttore, per lo meno in questa prova, non in Tarantula, il capitolo su New Orleans, sull'incisione di No mercy, i dettagli della città, un gatto accoccolato sul muretto, l'aria pesante di umidità, cimiteri, un parco. La memoria è strana, serbi il ricordo di cose insignificanti e dimentichi del tutto altre. Gli armadi a muro in ogni stanza, lui arriva e si trova subito bene, leggo e sento il suo adagiarsi, il suo vestire lo spazio come un nuovo abito comodo, che calza a pennello.
Se stai bene in una stanza d'albergo la lasci anche più volentieri, sai che poi tornerai in un luogo piacevole, qualunque cosa ti aspetti fuori, sai che la puoi far franca.

Vorrei camminare da solo, avere tutta la mattina a disposizione, esplorare la città, avere una meta ma vaga, il cielo azzurro, sentirmi libero come quella volta a Pechino, dopo un viaggio di 36 ore in treno attraverso tre quarti di Cina, voglia di camminare, di pranzare in un ristorante, di spiare i vecchi nel Tai Chi, di scattare foto e chiedere la direzione ai passanti, di sentire i muscoli delle gambe indolenziti, alla fine della giornata.

Puoi anche fare il giro di una stanza, a piedi nudi su legno o moquette, puoi tirare le tende, il tuo nuovo, altro mondo, una camera che non conosci, nella penombra del pomeriggio, sai perfettamente come ci sei arrivato, sai che ci starai per meno di 24 ore, o per tre giorni, non importa.
Basterebbe una camera a volte a giustificare un viaggio. Basterebbe essere stati lì, il letto nel soppalco, oppure sotto una grande stufa in maiolica, una carta geografica, l'affaccio su un canale o un frutteto, una grande vetrata che occupa tutta la parete, l'oceano fuori.
Ci sono stanze che ti senti subito a casa, ci sono coperte, materassi, che sembrano avere portato la tua impronta, il tuo odore, da sempre. Stanze che ti aspettavano, lì, e poi ci sono le camere d'albergo di cui parla Moby, il cui scopo principale è quello di farci dimenticare che infiniti altri ospiti le hanno occupate prima di noi.
Un tempo le pareti lasciavano passare i rumori, i lamenti, le grida degli amanti, il pesante russare da ubriaco, adesso sono quasi tutte insonorizzate.
E a volte hai bevuto e una tappezzeria ti sembra più di una tappezzeria, un neon fuori, che si accende e si spegne, un misterioso alfabeto morse metropolitano.
A volte hai un libro e a volte l'ultima cosa che vorresti fare è leggere.

A volte ci piove dentro e a volte, anche se fa buio come in fondo ad un pozzo, senti che ci pulsa un sole.

Tra le due luci



Dio fece i due grandi luminari, il luminare maggiore per governare il giorno e il luminare minore per governare la notte, e le stelle. Dio li ha posti nella distesa dei cieli per dar luce alla terra, e per governare il giorno e la notte e per separare la luce dalle tenebre, e Dio vide che era cosa buona. E fu sera e fu mattina: quarto giorno.

Tutti i turisti erano ripartiti, sui loro pulmann. Nel parcheggio rimaneva ormai solo la nostra auto, e il fuoristrada dei gestori del minimarket.
Mangiavamo fichi, uva, su un tavolo all'aperto, bevendo té al gelsomino.
L. leggeva dei passi della Bibbia. Sull'altra sponda del lago, brillavano le luci della Giordania.

C'erano due messaggi sul mio cellulare, che ancora non volevo leggere, li avrei letti più tardi, prima di dormire, forse. Rimandavo il piacere narcisista di essere pensato lontano.

CAMERE (appunti)


Camera dei ricordi dell'infanzia
C'era uno spazio terrorizzante fra l'armadio e il muro dove si annidavano i mostri peggiori. Prima di addormentarmi tutte le notti stavo delle mezz'ore girato da quella parte, lo sguardo puntato fisso sullo spazio che era scuro e largo solo pochi centimetri ma io conoscevo la verità su quello spazio, sapevo quello che contenevano le cose buie e strette. Mi era venuto il torcicollo a forza di stare girato.

Camera della zia L.
All'apparenza era una signora anziana paciosa che viveva con una parente pure lei paciosa anziana. Era stata per anni in manicomio, ancora adesso la curavano, ma era tranquilla, parlava trascinando le parole prima una poi l'altra poi ecco che arriva, attenzione! forse a causa degli psicofarmaci. Il suo avambraccio era il triplo del mio. E nella penombra della sua stanza da letto teneva dei fumetti porno. Ogni volta che andavamo a trovarla - non più di una volta all'anno - ad un certo punto dicevo che ero stanco, stanchissimo, anche se erano solo le 9 di sera, e sapevo che mi avrebbero detto: "Allora se proprio non ce la fai vai a buttarti un po' giù in camera della zia".
Io ci andavo, solo che la camera della zia non mi buttava giù, mi tirava su.

Camera dei genitori
Che cosa doveva succedere, lì dentro? Dormivano. Certo. Cos'altro possono fare dei genitori in una stanza da letto? Dormire. Mia madre leggere, prima di addormentarsi.
Il comodino mi terrorizzò per anni. Pensavo di trovarci dentro una lettera di rimprovero, una lettera che lei mi aveva scritto dopo che avevo fatto certe cose, certe cose che l'avevano delusa, oppure solo sorpresa, sorpresa che un figlio potesse lentamente diventare uno sconosciuto, pur continuando a vivere lì. Sapevo che la lettera c'era, l'avevo vista, un giorno, non avevo avuto il coraggio di leggerla. Non me la diede mai, nemmeno lei ebbe il coraggio. Poi feci anche delle cose buone e poi il tempo guarisce il ricordo sbiadisce la testa incanutisce e allora e allora.

Camera tripla della pensione a Rimini
Ci hai dormito assieme ai tuoi genitori a 6 anni, a 7, a 8... A 13 comincia all'improvviso a sembrarti inadeguata.

Camera dell'amore
Erano solo pochi metri quadri fra un cucinotto e un bagno e se poi si fumava si doveva aprire la porta subito. Una volta abbiamo sentito quelli di sopra. Sicuramente loro avranno sentito noi. Il tetto era di perline, sul muro avevamo appeso delle foto scattate da noi. C'erano per mesi le stesse riviste sul comodino, riviste di viaggi perché un giorno pensavamo che ci sarebbe piaciuto viaggiare. In primavera entravano le formiche, d'estate entravano le zanzare, in autunno le foglie secche e d'inverno al mattino a volte bisognava spalare la neve davanti alla porta se si voleva uscire fuori, nel cortiletto stretto fra le case dove sciabolava un raggio a colpire il pupazzo tirato su la sera prima fra i fiocchi e il Sangiovese, con le mani fredde le guance rosse il corpo in festa come se fosse domenica e ridere, ridere!

Camera dei ricordi dell'infanzia subito dopo la laurea
Hai fatto l'esame, hai fatto il pranzo, i brindisi, le foto, hai fatto tutto. Ora è finita. Sei il primo laureato della famiglia. Perchè quello stupido senso di colpa, ora, qui?

Camera dell'hotel tsunami
La sera quando rientravo nella cabana trovavo sempre dei pezzetti di legno e dei ramoscelli ai piedi del letto, non capivo da dove arrivassero, poi ho capito, un uccellino.
La stanza era rotonda, un letto con la zanzariera, un tavolo di legno e un tetto con uno spazio notevole fra il tetto e il muro per fare girare l'aria, il water e la doccia all'aperto, la notte uscivo per pisciare sotto tutte quelle galassie che giravano, poi stavo in silenzio al buio ad ascoltare attraverso la zanzariera le onde che arrivavano, da lontano, dal centro scuro dell'Oceano indiano, con ritmo regolare, con fragore di eserciti, a pochi metri dalla mia cabana e dalle macerie disseminate sulla spiaggia, una dietro l'altra. Mi addormentavo sognando i fantasmi dei morti che si tiravano su dal fondo del mare dalla sabbia dai fanghi, con membra devastate, con anime umide, chiedevano è qui la mia bicicletta, la mia rete da pesca, il varco è qui?

Camera di Ginevra dove ci ho dormito 2 ore prima di andare al Cern
A volte per lavoro succede che arrivi all'hotel all'alba, prendi la tua stanza da 150euro, ci dormi due ore, ti svegli, più stanco e intronato di prima, ti fai la barba e te ne devi andare, perché ti aspettano, perchè le persone importanti con cui viaggi hanno fretta. A volte fai appena in tempo a stropicciare le lenzuola e dare un'occhiata al paesaggio piovoso dei pendolari, fuori, che già s'incolonnano.

Camera a casa di Mana, Merka
Il pomeriggio era troppo caldo per lavorare. Ognuno si chiudeva nella sua stanza. La mia era foderata di piastrelle. Avevo un libro, con me, leggevo la biografia di Doris Lessing. La spiaggia fuori navigava sui 50 gradi, il mare scintillava bolliva il relitto della nave incagliata fumava sulla barriera corallina anche i trafficanti sostavano all'ombra di una palma masticando qat accarezzando i kalashnikov le donne immaginarie preda dei jin. La Somalia, da un capo all'altro della sua costa, era tutta una lunghissima striscia di sabbia affacciata. Sarei rimasto lì per sempre.

Camera dell'ospedale
Dalla finestra vedevo l'insegna di un distributore, gialla e rossa, un palloncino della pubblicità che si agitava nell'aria quando ci passavano sotto i tir. Il profilo delle montagne nere. Masse di palazzi che avanzavano silenziosi nella campagna, in fila per tre, per quattro, sorvegliati dai becchi delle gru. Ad un certo punto ha smesso di parlare, di mangiare. Hanno deciso di dare un letto anche a me, così potevo dormire con lui, e allora sapevo che era finita, quasi finita. Il suo respiro diventò roco, gorgogliante, chiamavo le infermiere perchè aspirassero. Riuscivo anche a dormire, poi mi svegliavo di soprassalto e ancora adesso, che sono lontano da quella stanza, a volte, la notte, nel mio letto, accanto a mia moglie, mi sveglio così, e so che così sarà, fino a che vivrò.

Camera dei ricordi dell'infanzia a cinquant'anni
Ci torni come un profugo, ci torni come il visitatore di un museo, delle gesta di un altro uomo, un'altra famiglia, non è più casa tua. Dormi senza spogliarti, dormi anche da ubriaco, ci piangi dentro, ci ritrovi i tuoi diari del liceo e le medaglie delle gare, gli appunti della tua tesi, le fotocopie ingiallite di libri che erano attualissimi quando li hai fotocopiati. Nessuna stretta oscurità ti può spaventare, ormai. I rumori del mattino che strepita giù in strada solo gli stessi, alla fine, bambini che vanno a scuola e giovedì il mercato, manca solo il rumore dei bidoni dell'immondizia sbatacchiati, rimossi, anche qui è arrivata la differenziata.

Camera della casa in montagna dove trascorrere il Natale con la famiglia e gli amici
C'è quasi tutto quello che serve. Piumone, mobili che profumano di nuovo, i ciocchi che esplodono nella stufa. Il calore conosciuto, cibo di tuo gradimento, figli, amici, deodoranti, riviste, vino e giochi da tavola. Perché, in una mattina così, con il sole che ancora deve fare la sua comparsa dietro la cima dello Hirzer, perché diserti, perché senti il bisogno di uscire da lì sotto, da solo? Che cosa stai cercando, ancora, fra gli aghi di pino, le pigne fradicie? C'è qualcosa che posso fare per te?

Mozambico, Ualalapi



Mozambico, tramonto dietro all'acacia, il cantiere del nuovo ponte sul fiume Zambesi, a Caia. Quasi un anno fa. Quel viaggiare per lavoro, attraversando le cose come vento, quel bruciare in poche ore migliaia di chilometri, febbrilmente, il contrario della lentezza.
Alexander Langer predicava: bisogna essere più lenti, più dolci, più profondi. Probabilmente neanche lui ci riusciva, con tutti i suoi impegni, nessun politico può permetterselo.
Lo Zambesi al tramonto, luce radente su cemento armato e acquitrini, scorrere lento di acqua e tempo, il battito della palpebra di un coccodrillo. Dormito nel villaggio del cantiere, chiuso, recintato, guardie ai cancelli, falene grandi come pipistrelli nei cerchi di luce, assaggiato per una notte quel tipo di esistenza, c'era un tizio che avevo conosciuto che da piccolo aveva vissuto così, aveva trascorso un paio d'anni in Nigeria, al seguito del padre. Com'è la Nigeria? gli avevo chiesto. Aveva risposto: cantiere.

Stasera Fiorella Mannoia nel suo concerto si collegherà con Caia, un altro ponte, invisibile, teso fra l'Italia e quella scheggia di Africa rurale, non è così strano, dopotutto, non più strano degli sms e delle mail che mi sono abituato a scagliare da un punto all'altro del mondo, a volte per niente, solo per dire: "Sono qua."
La Mannoia nella sua intervista diceva le solite cose sull'Occidente e l'Africa, sui nostri aiuti interessati, sul neocolonialismo. Diceva che in Mozambico è stato commesso "il più grande Olocausto", chissà cosa intendeva dire. Sull'Africa tutti si sentono autorizzati a dire la loro, in buona o cattiva fede, usando termini come "Olocausto" che non appartengono alle culture africane, bantu o swahili, in questo caso...

In realtà fu - anche - un paese di grandi guerrieri, come Ngungunhane, il "leone di Gaza", che i portoghesi fecero morire in esilio, alle Azzorre, le cui gesta sono raccontate in un libro sconosciuto e densissimo, come l'incubo da cui mi sono svegliato piangendo, stamattina, l'incubo di mio padre morto, l'incubo di me, di noi che lo seppellivamo, che nascondevamo il suo corpo, sottoterra, in un deserto, che era poi il suo letto, il suo letto matrimoniale, colpevolezza, senso di colpa irrisolto...

Il libro è Ualalapi, di Ungulani Ba Ka Khosa, Aiep editore, 2004 (collana curata da Eleonora Forlani, il romanzo è tradotto dal portoghese da Vincenzo Barca).

- Qual è il significato del sogno?
- Il leone ruggisce nella foresta, Maguigane.
- E le donne, Mabuiau, le donne?

Lo stesso dialogo, le parole di sempre. I gesti di tutti i giorni.
Maguigane si sveglia di soprassalto. Volge ripetutamente lo sguardo intorno. Non vede serpenti. Vede filamenti di luce cadere al suolo. Si solleva sui gomiti. Vede il suo corpo fatto a brandelli dalla luce.

Pamuk, Brasov e la città perfetta (5) - down to earth

Foto: il kitsch socialista - Ceausescu

Aldo Busi, nel suo "Seminario sulla gioventù", dice che degli anni della giovinezza non rimane niente, non si ricorda niente. A me sembra vero il contrario. Ogni posto visto, ogni pietra, faccia, pettinatura, vestito, sigaretta, mano. Li senti venire, la notte, l’insonnia li raduna. Sono qui. Non passano mai.

Viaggiavamo nel ventre della notte transilvanica, via da Brasov, lontano dalla città perfetta nel boato del ricordo, destinata a ritornare sottoforma di meta asiatica, ancora più remota, nei miei sogni a venire, per anni e anni e anni, viaggiavamo cullati dal ritmo dell'acciaio sull'acciaio, via da Brasov, indietro verso l'Ovest, l'Occidente, l'Italia, via dai tetti aguzzi e dalle polveri nemmeno tanto sottili, via dalle strade senz'auto e dalle locande, facendo conoscenza con i nostri occasionali compagni di viaggio, divertiti dal libro su Dracula che stavo finalmente leggendo ("è un libro storico", spiegavamo). E in fondo alla notte raggiungemmo il confine.

L'alba si faceva attendere. I doganieri controllarono i passaporti, e con nostro grande stupore ci fecero scendere. No, non potevamo proseguire il viaggio. Perché? Ci spiegarono che avevamo bisogno di un nuovo visto per riattraversare l'Ungheria. "Ma non ci fermiamo, stiamo tornando in Italia!". Niente da fare. Dovevamo tornare indietro, di nuovo tutte le colline e i campi e le anse dei fiumi e le montagne della Transilvania, di nuovo le fabbriche, le miniere, le stazioni, i pali della luce inclinati, il cemento delle periferie, i tubi arruginiti, i depositi, le caserme, indietro fino a Bucarest, dove avremmo richiesto il visto all'ambasciata ungherese. Significava allungare il viaggio forse di una settimana. E nel frattempo avevamo speso tutti i soldi.

Non c'era un'alternativa? Non potevamo fare il visto lì, sul confine? Le guardie rumene si interrogavano. Infine, la sentenza: no, sul treno non si poteva fare. Potevamo forse fare il transit-visa alla frontiera attraversata dalla strada statale, che non si trovava lì, ma in un altro punto del confine, distante, 50, 100 chilometri, più o meno. E come ci si arrivava? Dovevamo dunque prendere un treno locale fino ad Arad, poi un altro fino alla sperduta località di Natlag, e di lì a piedi fino alla frontiera.

Salimmo su una tradotta notturna. La notte non finiva mai. Insetti strisciavano nei campi, pipistrelli si alzavano in volo come nuvole. Il vagone era pieno di operai che si recavano al lavoro, poveri spettri neri. Mi sono svegliato di soprassalto, senza realizzare che mi ero addormentato; ci stavano guardando, quelli seduti, quelli in piedi, tutti con la sigaretta fra le dita nere, tagliate, non so perché, credevo fossero controllori, agitato ho preso fuori di tasca il biglietto e il passaporto allungandoli al primo che mi stava davanti. Mi scrutò interrogativamente. Non erano nessuno, erano solo i pendolari dell'alba, che andavano ad alimentare gli altiforni. Non ci stavano guardando. Stavano pensando ai fatti loro, al paradiso dei lavoratori, agli orti o alle galline, o alla fica, che ne so.

Scendemmo ad Arad. Nella piazza di fronte alla stazione, la solita massima del presidente Ceausescu, sulle magnifiche sorti e progressive. Lasciammo i bagagli in stazione. Prendemmo un altro locale fino a Natlag, il punto di non-ritorno, il paese delle oche.

A Natlag ti controllavano i passaporti appena scendevi dal treno. Era una zona sensibile. Se arrivavi lì, o ci abitavi, a Natlag, o progettavi di scappare, attraverso le paludi. Ci informammo: sì, la frontiera era a pochi chilometri, bisognava attraversare la terra di nessuno. Bastava seguire la strada. Ma servivano delle foto. Avevamo le foto? No? In paese c'era un fotografo.

Natlag una visione rurale nella luce lattiginosa del mattino. Oche e strade sterrate. Trovammo il fotografo, un vecchietto piacevolemente sorpreso della nostra venuta. Aveva una vecchia macchina fotografica montata su un trepiede, delle gigantografie da usare come sfondi. Facemmo queste immagini di viaggio nel tempo, questi scatti professionali del 1940, poi ancora oche, nuvole, pozzanghere, treno, di ritorno ad Arad, a prendere i nostri bagagli, e quindi again sul lento convoglio pendolare, avanti e avanti nella pianura...

Arrivammo per la seconda volta a Natlag. Ci incamminammo sul ciglio della strada, ogni tanto lo spostamento d'aria di un camion, oche e uccelli sulle paludi asciugate dal sole estivo, lì la terra era davvero piatta. In fondo, finalmente, la frontiera ungherese. Sembrava mancasse ancora qualcosa, un turco lo stavano tartassando, più in là, gli facevano il culo, alla fine la sbarra si solleva, sentiamo le fanfare nelle orecchie, "ora ci arrestano", lasciamo la Romania con gli zaini in spalla, addio, addio, addio, addio!
Di là della linea di fuoco c'è un trenino fino a Szeghed, Seghedino. In stazione una coppia dalla Germania Est, dalla DDR in vacanza in Romania, questo gli era toccato in sorte, vacanze in Romania. E poi Budapest, colazione, l'occhio che affoga nel cappuccino, lo scazzo finale, per tutto quel tempo passato assieme, io e Luca, la voce che si alza, nel caos del troppo sonno, nel rumore, il labirinto, rumore di poco sonno nell'orecchio. E ancora, ancora treno, l'Italia, Venezia, ubriachi, sbattendo per il sonno sui vetri, le porte, i portabagagli, i controllori, lo stupore di ritrovarmi nella valle dell'Adige, le nostre montagne, ordinate, terrazzate, infine a casa, tre giorni e tre notti senza dormire.

"E allora?", mi chiesero, appena entrato. "Com'è?".
Avrebbero accettato la mancanza di libertà, la censura, Ceausescu, il kitsch, avrebbero accettato paludi, oche, fare qualche fila, ma non si ripresero quando dissi che erano più poveri di noi. Quindi non era propaganda.
Del resto, alla fin fine, mio padre non era mai stato comunista, ma socialista.
Dormii tutto il giorno. Mia madre mi svegliò per la cena, gridai: "Siamo in Italia?"
Non capivano tanta agitazione.
Scrissi una poesia.
Non so dove l'ho messa. Sono passati quasi 25 anni. Diceva (se ricordo bene, almeno l'inizio):

Tutti i posti stanno vicino al confine

sia di tetti aguzzi o profilo cesariano

sia morto di taglio cesareo

siamo stati fin lì.

Poi scrissi loro delle lettere, e ci perdemmo. Qualche anno dopo, la rivolta, cade Ceausescu, viene ucciso assieme alla moglie, parlano di un tesoro, di ricchezze nascoste, ma in verità lui aveva addosso un cappottino. Secondo me lo fecero fuori perché c'era mezza società rumena collusa. Come con Mussolini. Uccidi il capo per coprire tutti gli altri. Ma Herta Muller nei suoi libri parla di questi altri. Dei piccoli funzionari del partito che estorcevano alle donne favori sessuali per rilasciare un visto o portare avanti una pratica, di studentesse spinte al suicidio da un regime più ottuso che realmente criminale, di gente - come lei - licenziata dalle fabbriche di stato perché non accettava di collaborare con la polizia segreta, la Securitate, e poi di pregiudizi, miserie contadine, frattaglie di animali, prugne verdi, cuoricini d'oro nascosti negli orifizi del corpo e contrabbandati attraverso la frontiera ungherese. No, Ceausescu non aveva fatto l'uomo nuovo. L'uomo rimane la bestia solita, che sappiamo, nonostante i regimi, le ideologie, le religioni, l'uomo generalmente rimane quella cosa lì.

Ho pensato a Brasov dopo aver letto Neve, di Orhan Pamuk. Ambientato in un'altra città né grande né piccola, una città di provincia, fra colline o montagne, recinti di pecore, attraversata da strade più o meno asfaltate. Mi ha accompagnato durante la lezione del ricordo la lettura di un altro libro, Il paese delle prugne verdi, di Herta Muller, pubblicato quest'anno da Keller ed. , una casa editrice di Rovereto. Non c'è nulla di drammatico nel mio ricordo, nulla come il golpe degli attori di Pamuk o il suicidio della Muller.

Ora che ho finito mi accorgo che dovrei mettermi in viaggio.

Però attenzione. Attenzione, attenzione, attenzione. C'è miseria anche di qua. Ci sono trapianti di capelli e scarpe col rialzo, barzellette sui desaparecidos, disprezzo del Parlamento, "Mussolini un grande statista", "italiani brava gente", c'è chi pensa che i rumeni siano mostri e c'è chi sfrutta il loro lavoro come ai tempi di Ceausescu, c'é chi licenzia, chi lascia bruciare gli operai nelle sue fabbriche, chi traffica in donne, chi stupra bambini, c'è chi ha giocato in borsa fino a consumarsi gli indici, c'è chi si è rifatta le tette per il Grande Fratello, c'è chi ritrova pezzi d'uomo nelle reti da pesca e li ributta in mare, c'è chi uccide i parenti e dà la colpa agli albanesi, c'è chi mena la moglie, chi fa il figo con la coca, chi beve l'acqua santa del Po, chi tocca il culo alle hostess, chi non paga le tasse, chi se ne vanta pure, chi commissiona omicidi, chi "è colpa di Saviano!", c'è chi ti imbonisce, chi ti sorride ad alta definizione, chi ti obbliga a vivere anche se vorresti morire, chi ti obbliga a morire anche se vorresti vivere, c'è chi frega sul conto, chi t'incula con garbo, c'è il rifiuto nascosto, la terra avvelenata, la ronda padana, la mosca cocchiera, attenzione, attenzione, c'è anche di qua, di qua della linea.

Pamuk, Brasov e la città perfetta (4) - fight da power

Ed eccoli qui i protagonisti, i nostri amici di Brasov.
Che fine avranno fatto? Pochi anni dopo il nostro viaggio ci fu la caduta, secca, improvvisa, del regime di Ceausescu. Il comunismo andava in pezzi ovunque, successe anche lì. Ceausescu e consorte vennero uccisi sbrigativamente. Non è detto che ciò che è venuto dopo sia necessariamente migliore, però: almeno non è una dittatura, e io comunque diffido di chi dice che si stava meglio quando si stava peggio.
Eravamo rimasti che scendemmo per andare a cena nella prima bettola. Era un posto molto semplice e molto old style, diciamo una locanda come potevano essercene state da noi 30 anni prima. Sul muro la lista dei divieti, fra cui quello di portare il coltello. La cucina era la tipica delle terre lungo il Danubio: Wienerschnitzel (ovvero cotoletta alla milanese), patate, pomodori.
Fuori scesero le tenebre. E fu buio pesto, come in una boccetta d'inchiostro, perché la Romania era in piena crisi energetica. Pur disponendo di petrolio, lo esportava per pagare i debiti contratti all'estero (la Romania era l'unico paese del blocco comunista che aderiva al Fondo monetario internazionale, perciò era guardata con sospetto da Mosca e corteggiata dall'Occidente). Quindi l'illuminazione pubblica nelle strade era praticamente inesistente, un'atmosfera gotica, vero viaggio dark nelle terre di Vlad Tepes l'impalatore, terre di castelli, boschi, forre, la "chiesa nera", neanche a farlo apposta, il monumento di maggior rilievo del centro cittadino.
Mi piaceva molto, a dirla tutta. Era torvo e distante, proprio come avevo sognato. Carico di mistero e di avventura. E fu proprio in quel momento che un ragazzo - uno studente dell'università di Brasov - chiese di sedersi al nostro tavolo.
Poliglotta, come molti dei suoi coetanei; cominciammo a conversare, presto i discorsi si fecero elevati, si parlò di Shakespeare, credo, quasi sicuramente di Wilde e di qualche altro mostro sacro della letteratura mondiale. Ero sinceramente colpito; da noi non era frequente sedersi al tavolo con uno sconosciuto e mettersi a parlare di cose così. Già era successo in treno con il bulgaro... Forse, mi dicevo, sotto all'aspetto dimesso la Romania nasconde giacimenti culturali soprendenti, frutto di una buona educazione di base (sanità e scuola erano in fondo le priorità di ogni regime socialista degno di questo nome).
Dopo la cena seguimmo il ragazzo fino al suo studentato. Mi pare ci fosse un controllo all'ingresso, disse che eravamo studenti stranieri in visita... Appena dentro, fu come se fossero entrati gli ambasciatori di un altro pianeta. La nostra improvvisa comparsa attirò subito l'attenzione di tutti quelli che vivevano lì. Ci portarono da una camerata all'altra, comparve magicamente un boccione di palinka, il tasso alcolico schizzò alle stelle. Tutti volevano conoscerci, parlarci, farci ubriacare, sapere... Mi guardavo attorno: lo studentato era povero, camerate spoglie con letti a castello minimali (reti e materassi, forse), bagni semiallagati nel corridoio... Pensavo che a Bologna studentati così glieli avrebbero tirati in testa all'Opera universitaria pezzo per pezzo, pensavo che nel ricco Alto Adige due anni prima avevamo quasi occupato una scuola per una questione di "cubature" (in pratica sostenevamo che le aule erano troppo piccole).
Peccato, solo un dettaglio sgradevole, nella luce acquatica del ricordo: lo studente che ci aveva accompagnati, che avevamo conosciuto al ristorante, lo misero da parte. Dissero che era un comunista, uno che stava dalla parte del regime. Luca provò a dire qualcosa...ma niente. Non era dei loro. Forse è anche per questo che si diventava comunisti, da noi: per distinguersi, per non intrupparsi nella massa delle pecore vestite Fiorucci che ascoltavano musica di merda e conducevano una vita "banale"... Per anticonformismo, per ribellione verso l'ovvietà espressiva dell'Italia democrista, che bruciava Ultimo tango a Parigi e censurava Querelle de Brest... per me quella era stata una molla fondamentale, sicuro. Ma lì? Che ne sapevamo, in fondo? E se quel tipo fosse stata una spia? Eppure con lui avevo conversato piacevolmente e nei giorni a venire ne avrei sentito la mancanza, mancanza del suo sguardo posato, delle sue parole sagge...
Ci scortarono all'albergo a notte fonda. L'accordo era che il giorno successivo ci avrebbero procurato due stanze all'ostello (le stanze vip!). Comunque, l'università di Brasov, come avremmo presto scoperto, era piena di studenti stranieri: arrivavano soprattutto dall'Africa e dall'America latina, in nome della solidarietà internazionalista. Studiavano "silvicoltura".
Invitammo un ragazzo, Mihai (il secondo da destra nella foto) a salire con noi, nella locanda di Bela Lugosi dalle scale scricchiolanti. Luca generosamente gli cedette il suo letto, si mise a dormire per terra nel sacco a pelo. Mihai veniva da una cittadina al confine con la Jugoslavia; sua nonna viveva dall'altra parte, in Serbia, a Turnu Severinu, nota per una diga. Così lui, a differenza degli altri rumeni, poteva uscire dal paese per andarla a trovare. Per questo era vestito all'occidentale, jeans e magliette alla moda. Erano cose che comperava in Jugoslavia. Mi sembrava incredibile - e mi sembra incredibile anche adesso - che questi ragazzi pienamente europei, colti, intelligenti, non potessero viaggiare. Che mezza Europa fosse confinata dietro una frontiera di fucili e filo spinato a bere palinka. Viaggiare era il sogno più comune di ogni studente universitario italiano; un sogno alla portata persino di quelli come me, figli della classe operaia, in fondo l'inter rail era a buon mercato, e comunque, ci si poteva arrangiare anche con l'autostop...
E per questi nostri coetanei rumeni invece era solo un miraggio. Per loro già era quasi impossibile andare in Jugoslavia, ma ci pensate? Gli chiedemmo: "Ma se aprissero le frontiere, scappereste tutti? Abbandonereste il vostro paese?" Ci risposero che no, loro erano rumeni, loro amavano il loro paese, sarebbero venuti solamente a vedere, a vedere com'era l'altra parte... Mi sembrava ragionevole come aspirazione. Il solito vecchio dubbio che avevo coltivato fin da bambino: ma se nei paesi comunisti la gente sta meglio che da noi, perché la rinchiudono dentro? Perché non la lasciano viaggiare? Sarebbero i migliori testimoni della superiorità del loro sistema sul nostro, no?
Eppure, la fede è fede. Non volevo lasciarmi disilludere del tutto. Una mattina litigai persino con Luca, al nostro ritorno, facendo una grigia colazione con le mosche del troppo sonno che ronzavano nella testa. Ancora volevo vederci qualcosa di buono, in quell'impasto di burocrazia, moralismo, gerarchie e kitsch. Durò poco, certo. Ormai più che un buco di tarlo in me si era aperta una voragine...
La mattina successiva ci trasferimmo nello studentato. Da qui in poi i ricordi si fanno confusi. Non credo abbia senso organizzarli in senso cronologico. Furono dieci giorni di amicizia, scoperte, bevute memorabili, chiacchiere. Dieci giorni in cui non dormimmo mai. Che si conclusero con un rientro molto difficoltoso...
Ciò che posso fare è cercare di raccontarli attraverso un piccolo vocabolario. La lista delle parole ritrovate, parole per dire una Romania che non ho visto più e che probabilmente non c'è più.
SOLDI
Eravamo partiti con i soldi contati, cioé in pratica poveri, quello che eravamo sempre. Improvvisamente diventammo ricchi. Il merito spetta a quel ragazzo capellone che nella foto sta rollando una sigaretta, il primo a sinistra. Era di Panama, il suo nome purtroppo l'ho scordato. Essendo straniero, durante l'estate a differenza dei suoi compagni di corso rumeni, poteva venire anche in Europa occidentale. Perciò gli servivano dollari. Noi dollari avevamo, appunto (ovviamente, lo dico per i giovani, l'euro non era nemmeno nel novero delle possibilità, nel 1985). Quindi fu ben contento di cambiare i nostri pochi averi al nero, ricoprendoci di lei, la moneta locale. Ci diede cinque volte quello che ci avrebbe dato la banca. Il problema - lo capimmo dopo - è che adesso non potevamo più spostarci, perché nel momento di pagare una camera d'albergo avremmo dovuto sempre esibire la ricevuta della banca nella quale avevamo cambiato la nostra valuta, quella che poi avevamo dovuto dichiarare entrando in Romania (era una misura inventata appunto per scoraggiare il cambio al nero, mi pare ci diedero anche una ricevuta falsa da esibire alla frontiera in uscita). Dunque, eravamo costretti a rimanere lì e a spendere lì tutti i soldi che avevamo.
Poco male, comunque. Cominciò una festa mobile, una grande orgia redistributiva che durò dieci giorni coinvolgendo tutti, amici, amici degli amici... A tutti si pagava da mangiare e da bere a profusione, in uno sfolgorio di prodigalità che un po' ci metteva in imbarazzo, perché ci trovavamo all'improvviso ficcati a forza nei panni degli occidentali spandimerda, mentre semplicemente questi soldi dovevamo consumarli. Comunque, fu l'unica volta nella vita che ci sentimmo un po' J.R., credo. Vero, Luca?
DOMENICHE NELL'EST
Ci portarono in gita a Poiana Brasov, che oggi mi pare sia un centro turistico importante, forse persino una stazione sciistica, su internet vedo che la pompano abbastanza. Anche allora, comunque, per gli abitanti della città era l'attrazione per eccellenza, la meta della gita fuori porta. Struggimento della domenica, viaggio nel tempo su autobus puzzolenti, risalendo i tornanti, fra case, carri, covoni, bestie. Ci si andava in autobus perché la macchina privata ce l'avevano in pochi, ovviamente. Tutti usavano il mezzo pubblico e facevano la fila. Che dire? A me non dispiaceva, è la cosa che ricordo con maggiore nostalgia di quell'Est. In fondo non è questa la sostenibilità? Non è questo l'essere "verdi"? Ritmi più lenti, rumori ambientali e polvere. Per chi come me non ha mai amato gli orpelli tecnologici, le moto, le auto, le infinite cazzate della società dei consumi, quello stile di vita non era poi male...
Voglio dire: essere poveri non significa fare una vita spiacevole o priva di divertimenti. L'avrei capito meglio in Africa, dove nessuno ha nulla ma la gente è meno depressa che da noi, generalmente. Comunque anche lì, andavano in questa località in collina, piena di locali tipici, in legno, fra i boschi, e mangiavano e bevevano l'impossibile. A me, insisto, sembrava ok. Per questo quando ne parlo cerco sempre di spiegare che la vita c'è comunque, anche sotto i peggiori regimi, la gente beve, si corteggia, scopa, legge, parla, gioca, ama... ecco, rispetto al libro della Muller, Il paese delle prugne verdi, che sto leggendo, che trovo comunque vero, poetico, appassionante, a me pare di ricordare che la Romania di Ceausescu non fosse solo tristezza e oppressione, era anche la vita che si faceva strada, comunque, caparbiamente, negli interstizi, scavando, rodendo e grattando, la vita che strepita, sputacchia, strabuzza gli occhi, si soffia il naso, infila le mani in tasca, la vita è sempre più forte.
CODE
In Occidente gli anticomunisti dicevano che all'Est si faceva la coda per ogni cosa. Noi pensavamo fossero balle. Beh,ok. Le code c'erano. Il peggio è che le facevano per comperare frutta o verdura che da noi avrebbero dato alle bestie, forse. Ci spiegarono che, di nuovo, la ragione era l'indebitamento estero del paese: Ceausescu voleva onorare i suoi obblighi, così la merce migliore veniva esportata.
Le code si facevano anche per prendere i mezzi pubblici, come la funivia con cui andammo sui Carpazi. Erano lunghissime; la gente però era sempre molto ordinata e composta.
EDUCAZIONE
A me sembrava che i rumeni fossero meravigliosi. Gente colta, gentile... Pensavo che se in una cosa il comunismo aveva avuto successo era questa. Oggi in Italia c'è la psicosi del rumeno. Il rumeno stupratore... Quello che raccontavano a noi, lì, era che a Brasov, città industriale di medie dimensioni, erano anni che non avveniva un delitto, e questo nonostante la mancanza di illuminazione la notte. Fungevano da deterrente i militari per strada con i mitra a tracolla. Ecco, quello a me studente libertario certo non piaceva. Poi, oggi, i militari per strada li hanno messi anche da noi. Berlusconi come Ceausescu.
IGNORANZA
Nel senso che anche loro ignoravano tante cose fondamentali del nostro stile di vita. Gli raccontavamo che noi in Italia andavamo in giro in autostop, e loro facevano una faccia perplessa. "Non avete paura della mafia?", ci chiese uno ad un certo punto. Oppure, ignoravano le nozioni fondamentali sulle droghe, la differenza fra una canna e una pera... Droghe, ci dissero, lì non ce n'erano. La gente si spaccava con l'alcol.
CONSUMI
Parlo di quelli che realmente contano per me, cioè libri e musica. Erano messi male. Nelle librerie di Brasov, c'erano esposti solo libri consunti con su i discorsi del presidente Ceausescu (forse, a cercare bene, c'erano anche quelli del compagno Kim Il Sung). Non capivo come facessero a conoscere così bene la letteratura occidentale. Le biblioteche, mi dicevano, e i libri che qualcuno gli spediva da fuori, che riuscivano a passare il controllo della dogana... Stesso discorso per la musica. Lì, a differenza che in Ungheria, musica occidentale in vendita non ce n'era. Chi poteva uscire (come il nostro amico panamense, o quell'altro di Costa Rica, il secondo da sinistra nella foto, altra persona squisita), portava dentro cassette comperate in Germania o in Austria. Comunque, la musica è sempre un magico esperanto. Si trattasse di Vangelis o dei Black Sabbath, gettava subito ponti, apriva porte. Spalancava sorrisi.
Per il resto, niente auto, niente vestiti trendy. Tutto in qualche modo logoro, avariato, polveroso, macilento. Però i pomodori e la carne erano ottimi.
KITSCH
Visitammo un museo storico. Veniva narrata la storia del paese, dalle guerre contro i Turchi allo sbandamento per il nazifascismo fino all'avvento del socialismo. Un museo normalissimo. Però in fondo c'era l'ultima sala, quella dedicata alle conquiste del regime: frasi di Ceausecsu as usual, e nelle bacheche automobiline e aeroplanini in scala come quelli con cui giocavo da bambino.
NUCLEARE
Da noi c'era appena stato il referendum, lo consideravamo una delle più grandi vittorie della sinistra. Lì invece le centrali le volevano. Dicevano che in Bulgaria ne avevano di più e quindi non c'erano problemi di energia.
ESPROPRIO
Se c'è un momento in cui ho cessato di essere comunista credo sia questo. Niente di che, in fondo, sapevamo già che i comunisti erano dei bacchettoni ipermoralisti, a Mosca avevano organizzato un concerto di Elton John ma senza la band perché dicevano che "eccitava troppo gli animi...".
Però se questo valeva per tutti per lo meno un senso ce lo poteva avere, una coerenza, per quanto perversa. Ma no, era solo facciata. I boss del partito non soggiacevano a queste regole ferree, non conducevano una vita austera, se la godevano, eccome, proprio come i maiali di Orwell.
Una sera passeggiavamo per le strade buie di Brasov e sentimmo una canzone dei Queen fuoriuscire da un palazzo, era "Radio gaga". Stupiti, chiedemmo spiegazioni a Mihai. Ci disse che quel palazzo era la sede del comando militare, che organizzavano spesso delle feste, con orchestre, musica occidentale...
La cosa che mi disgusta di più è quanto i potenti trattano il popolo come se fosse fatto di bambini incapaci, che devono essere puniti, tenuti all'oscuro, in castigo... mentre loro fanno quello che gli pare, ed espropriano la gente della sua libertà. Anche della libertà di sbagliare. Fight da power.
COSE DA VEDERE
Visitammo Sighisoara. La città natale del conte Dracula, ossia di Vlad II. Ci andammo in treno. Era notevole. Era puro medioevo. Oggi pare sia ancora più bella, ma quelli che parlano così intendono dire che è restaurata, che ci sono i locali per i turisti e probabilmente anche le automobili. All'epoca era quasi vergine. Quasi deserta. Una donna faceva a maglia sotto alla torre dell'orologio, vestita nel costume tipico transilvano. Una turista tedesca la fotografava. E' l'unica turista che io ricordi.
Un cimitero, nomi tedeschi incisi sulla pietra. Un uomo del sud Italia, forse un salernitano, che ci disse di essere lì perché aveva sposato (o stava per sposare?) una rumena. Passammo il pomeriggio a bere limonata, a Luca piaceva tanto la limonata che avevano lì. Parlavamo di cinema, parlavamo di tutto. Andammo a fondo della nostra amicizia, in quel pomeriggio assolato, fuori dalla storia, dalla politica, dal mondo, un cerchio magico ci strinse, dopo qualche mese ci saremmo trovati le morose e avremmo smesso di frequentarci.
Sugli alberi ingiallivano le foglie.
Visitammo i Carpazi. Lame di luce attraverso strati di nuvole. Nel rifugio mi riempii il piatto, ero affamato, ma era tutto pesantissimo, ne lascia lì metà vergognandomi.
Visitammo il castello di Bran, quello che avevo visto da bambino in fotografia su una Domenica del Corriere, il pretesto per il viaggio. Scrissi una frase tratta dal Nosferatu di Herzog sul libro degli ospiti. Una vecchia zingara mi vendette un puzzolente gilet di lana di pecora e Luca mi prese in giro tutto il tempo.
C'erano senz'altro anche altre cose da vedere ma noi la sera dovevamo per forza rientrare a Brasov e quindi potevamo fare escursioni solo entro un certo raggio. Non andammo a Bucarest, ad esempio. Non che ci tenessimo poi tanto.
FINZIONI
Le finzioni del benessere socialista. Prodotti che imitavano le merci capitaliste. La Coca Cola non c'era, c'era la Fru-Cola. Beh, sì. Odorava di fogna. Mi sembrava così sciocco fabbricare male delle imitazioni quando potevi importare l'originale. Dov'era il problema? La Coca Cola piace a tutti.
Le Marlboro invece le potevi comprare solo nell'albergo chic di Brasov, pagando in dollari (i rumeni non potevano avere dollari). Le sigarette rumene si aprivano dopo tre tiri. Mi sembrava impossibile! Ma cazzo, neanche le sigarette???
LEGGENDE METROPOLITANE
Ovviamente c'erano leggende di ogni tipo, come sempre in un regime dominato dalla propaganda. Difficile distinguere il vero dal falso. Si diceva che negli ospedali a causa della crisi energetica un sacco di bambini morissero perchè periodicamente, per risparmiare, toglievano la corrente, e le incubatrici non funzionavano più. Gli studenti stranieri - una voce attendibile, venivano da paesi poveri, non dagli Usa - dicevano sottovoce: "Qui niente è giusto". Lo dicevano con divertita rassgenazione, come gente che nella vita ne ha già viste di cotte e di crude.
RAGAZZE
Ci parlavano delle loro ragazze, molti di loro venivano da regioni lontane dai Maramures, avevano lasciato là le loro compagne... Siccome vedevano che non attaccavamo bottone, che eravamo un po' imbranati, una sera organizzarono un festino per noi allo studentato. Purtroppo era lo stesso giorno della gita ai Carpazi: anche se ci fecero saltare la fila alla funivia, per farci rientrare prima (pagando una mancia, puro italian-style), arrivammo tardi lo stesso, le ragazze ormai erano andate. Magari, ci saremmo fidanziati con due rumene...
LA MEMORIA
La memoria ha dei buchi enormi. Ricordo diverse cose, le stesse che ho ricordato per anni. Ricordo un nero, un africano, che ci comparve davanti nella notte, ci disse che era stato a Bolzano, conosceva la nostra città. Ricordo che comprai delle corde per chitarra e delle anfore smaltate da portare a mia madre come regalo. Non ne ricordo assolutamente altre. Ricordo anche le cose che mi davano fastidio, la capacità di Luca di predicare buoni sentimenti, io no, io ero più chiuso, avevo difficoltà con le lingue, e poi non sapevo cosa dire, non ce la facevo a proclamare loro che bisogna avere fiducia e lottare, che le cose sarebbero cambiate... Luca all'epoca era un cantante, era più estroverso, io l'introverso scrittore timido...
Ma certe cose non le ricordo proprio. Come tornammo in stazione, ad esempio. Come tutto finì. Ricordo che ci diedero le loro foto, gli indirizzi. Che Mihail scrisse sul retro di entrambe la stessa dedica, perché "per me voi siete uguali." Che poi, chissà quante cose non ho visto, non ho notato. I miei mi dissero che una volta rientrato arrivarono un paio di telefonate strane, a casa nostra. Chissà se la paranoia di un regime agli sgoccioli si spingeva fino al punto di spiare due turisti ventenni.
Salimmo sul treno, l'Orient Express, quello vero. Ricordo che agitai a lungo la mano nel buio della notte, fuori dal finestrino.
Stavamo tornando in Italia. Ma il ritorno ci avrebbe riservato ancora qualche sorpresa.

Pamuk, Brasov e la città perfetta (2) - trough Vienna&Budapest

foto 1: me in Budapest, 24 years ago.

La prima tappa del viaggio era Vienna. Lì contavamo di fare i visti per l'Ungheria e la Romania, anche se non eravamo del tutto sicuri di poterli ottenere in un paese diverso dal nostro. Il ticket ci imponeva un percorso strano: pur partendo da Bolzano, anziché andare per Innsbruck dovevamo fare il giro - molto più lungo - via Venezia, Villach, Klagenfurt. Attendemmo l'alba - e la coincidenza - a Venezia, appunto, sul ponte di fronte alla stazione, all'epoca ancora assediata dai saccoapelisti. Nella foschia del mattino, mi sembrò di intravvedere, laggiù, dove l'ultima casa affondava le sue fondamenta nella melma, l'Est, il miraggio, le rupi, i castelli, la terra misteriosa a cui approdava Jonathan Arker per vendere al conte Dracula una proprietà londinese, insomma l'altra Europa, la terra dei vampiri e del socialismo reale, (come lo chiamavano, per distinguerlo ovviamente da quello irreale, cioè quello che amavamo noi).
Arrivati a Vienna, dopo un viaggio interminabile attraverso un'Austria leziosa, in stile "plastico ferroviario", fu Luca ad occuparsi di tutto; io, con i miei cronici deficit in lingue straniere, servivo a poco. Con la metropolitana approdammo ad un ostello; l'accomodation era gut, una camera da due, la cucina in comune al piano terra...
Appena messi giù gli zaini ci dirigemmo verso un vicino canaletto che - in apparenza - doveva essere proprio il bel Danubio blu. Contemplammo fumando il rigagnolo, nella luce sfolgorante del tramonto. Poi Luca pronunciò la storica sentenza: "Secondo me, Strauss era un coglione." (capiremmo molto dopo che si trattava non del vero Danubio ma solo una piccola derivazione cittadina).

Dopocena, sulle scale di questo tetro edificio tardo-ottocento, facemmo conoscenza con una tipa sudamericana, in Europa per ragioni di studio. La buttammo subito in politica, i Sandinisti erano il nostro mito, a lei i rossi non piacevano... Sì, insomma, su certi temi si era piuttosto intransigenti. Oggi il tragico fascismo che ha insanguinato quel continente è praticamente scomparso, anche se non sono scomparse le oligarchie e le diseguaglianze sociali. Persino in un paese che all'epoca sembrava senza speranza come il Salvador è stato eletto un presidente di sinistra. E ciò non può che rallegrarci. Al tempo stesso, come dimenticare la prima domanda che mi fecero mio padre e mia madre quando tornai dalla Romania? Non mi chiesero se i posti erano belli, se avevo speso tanto, se stavo bene: mi chiesero com'è. Com'è là. Com'è dove c'è il comunismo. Sono balle quelle che ci raccontano in Italia? E' propaganda americana? Insomma, come stanno, meglio o peggio di noi?
Io come Joseph Roth quando andò in Russia, subito dopola Rivoluzione, ero partito "comunista" (comunista rockettaro, vabbé...). Sarei ritornato come? No, non monarchico come lo scrittore galiziano. Però, certo, avrei detto loro che non si stava meglio, che gli operai che avevo visto uscire dalle fabbriche rumene non mi sembrava fossero messi meglio di mio padre, no no, anzi, molto peggio.
E poi c'erano anche altre cose, più spiacevoli ancora del livello di sviluppo che un paese può avere o non avere raggiunto, cose che hanno a che fare con libertà, costrizione e privilegi. Ma di questo dirò poi, non voglio anticipare troppo. Così come dirò che , proprio come nel romanzo di Pamuk, ciò che etichettiamo come cattivo, come insostenibile, in verità può essere vita, dopotutto, può essere persino cosa buona, per qualcuno...
In definitiva, se doveva avere una colonna sonora, quel viaggio, non sarebbe stata l'Internazionale, piuttosto una canzone che non era ancora stata scritta, una canzone che sottolinei il dominio del dubbio, dell'ambiguità, dell'ambivalenza postideologica amorale che avrebbe così pesantemente segnato i successivi anni '90, una canzone tipo L'assenzio, ad esempio, che fa: la pioggia, le feste, il dottore, l'alcol, i discorsi, le moto degli altri, l'acqua calda, il fumo, l'arrosto, costruire una capanna, i massaggi, la crisi, le associazioni, la suora, il prete, gli sposi, la marijuana/ fanno bene fanno male, sto bene sto male...(e via così).

Comunque, i visti riuscimmo a farli. All'ambasciata rumena vecchi, antiquati poster ci parlavano di di un luogo che fin'ora non ci aveva svelato neanche una sua immagine, una pura incognita, una suggestione; del resto, l'unica guida della Romania disponibile in Italia era quella noiosissima del Touring, e per il resto...internet ancora non l'avevano inventato (com'è strano pensare che oggi, prima di metterci in viaggio, possiamo già sapere molte cose della nostra meta, possiamo addirittura vederla dall'alto con Google).
Alla frontiera ungherse all'improvviso la percezione di stare entrando in un altro mondo. Militi molto marziali, armati di fucile, salgono sul treno cominciando a frugare ovunque, a smontare antine, a battere, a perquisire, a sfogliare i passaporti. L'Est ci dava il suo benvenuto con marziale nervosismo
In ogni modo, arrivammo alla capitale ungherese, e prenotammo già in stazione una stanza in un albergo di Buda (ignorando che la maggior parte della vita cittadina stava a Pest). A noi si unì un ragazzo inglese, molto sbronzo, che viaggiava solo. Un fan del metallo pesante, timido e panciuto, che aveva pianificato di proseguire - sempre da solo - fino a Istanbul.

All'albergo - un palazzone per i turisti standard - una comoda tripla con la moquette per terra, ma i bagni in comune in corridoio. Mentre aspettavo, senza fretta, in un salottino sul giroscala, due poltrone e un tavolo basso, semiassopito in penombra fra le 16 e le 16.15, che Luca finisse di lavarsi per dargli il cambio, e lasciavo scendere la stanchezza, una donna fece la sua comparsa in fondo al corridoio. Sfilò regale come l’indossatrice di un catalogo per corrispondenza di fronte a ognuna delle porte chiuse, e concluse il suo percorso accanto a me, sulla poltrona libera, dove si sedette, in attesa di un cenno. Alta, magra. Coperta con una sottoveste leggera, e sotto slip bianchi.
Poi dopo, nella hall, incontrammo un romano, un avvocato, giovane. Era già stato qui altre volte, conosceva gli optional offerti ai turisti da questo tipo di alberghi, sembrava divertito dal nostro candore. Aveva anche molto denaro da spendere. “Budapest è la New York del blocco comunista - ci spiegò - vengono qui da tutti i paesi attorno per assaggiare un boccone di società dei consumi, merci introvabili altrove, vita notturna, musica. Non gli importa come fanno a procurarsela”. Ammiccava in direzione della squisita che lo accompagna, una tedesca della DDR (la Germania Est), bionda e glaciale come certe commesse di boutique su da noi, che ci guardava dall’alto in basso perché eravamo vestiti peggio dei suoi connazionali. L’aveva conosciuta il pomeriggio stesso del suo arrivo, le aveva fatto dei regali. “Vedete, qui con poca fatica, e poca spesa, potete saltare da una nanna all’altra. In Romania è triste, terribile, è un’altra cosa. Datemi retta: tornerete, dopo due giorni”.

Dentro un tramonto giallo, sul Danubio, fumando sigarette senza filtro con la lena della nostra età, che fra dieci anni sarà già svaporata, per lasciare il posto a dottrine salutiste e sciocca new age. In fondo al fiume c’è come una cortina, di pulviscolo, che frulla dentro ai raggi, “un’evidenza di autunno”, la chiama Luca.
In questo avamposto di socialismo "liberale" le luci della città, viste dal castello di Buda, in alto sulla collina, sembrano davvero le mille luci di New York. Giovanotti ad ogni fermata della metropolitana suonano alla chitarra Blowin' in the wind. Compagnie teatrali in stile freak improvvisano spettacoli ai giardinetti. In un negozio nascosto, sotto a un giroscala, persino un negozio che vende dischi di decadente musica rock ("Dali's Car?", chiese un avventore. Io e Luca ci guardammo stupiti, nel sentire pronunciare il nome di quel grandissimo duo formato da Peter Murphy, ex-cantante dei Bauhaus, e Mick Karn, ex-bassista dei Japan, semisconosciuto anche da noi).
Budapest ci sembrò una città piacevole, smagata, in fondo non così distante da ciò che conoscevamo già (presumendo di conoscere qualcosa, ovviamente).
Ma presto tutto questo doveva venirci a noia. Volevamo qualcosa di diverso, che nutrisse la nostra immaginazione. Volevamo prendere il treno e rimetterci in marcia. Volevamo vedere le colline dove Giovanni Hunyadi si batté strenuamente contro i Turchi. Volevamo andare oltre, sempre oltre il confine. Volevamo correre sferragliando to the end of the road. Volevamo andare in Transilvania.

Viaggiatori 1

Oggi volare è un'esperienza normale. Mio padre ha preso per la prima (e unica) volta l'aereo a 50 anni. Io a 24. Mia figlia maggiore a 3, quella minore ha già fatto 3 voli prima di avere compiuto i 2 anni.
Considerare con supponenza i turisti è abitudine antica quanto il turismo stesso. Il film "Il tè nel deserto" di Bertolucci rese popolare la definizione di Paul Bowles: "I turisti sono quelli che appena partiti pensano già al ritorno, i viaggatori quelli che partono per andare, e basta" (cito a memoria).
In verità il film era la trasposizione cinematografica di un libro degli anni 40', epoca in cui forse queste parole avevano ancora un senso. Per di più l'autore era un outsider, che aveva lasciato il suo paese, gli Stati Uniti, per il Marocco.
Oggi tutti vanno dappertutto, anche se ci vanno con le guide della Lonely Planet, che continuano a definire certi posti "tourist trap" (cioè trappole per gente sprovveduta, volgare, poco avventurosa), distinguendoli da quelli per veri viaggiatori.
Nutro sentimenti contrastanti verso le Lonely Planet. Fermo restando che sono utilissime, da un lato le trovo terribilmente snob, ma di uno snobismo ormai datato, nell'era dei viaggi low cost, dei master post-laurea in ogni angolo del mondo e di youtube. Dall'altra riconosco che, come tutti quelli che viaggiano con una qualche pretesa culturale (anche quando lo faccio per lavoro), non posso fare a meno di sentirmi distante dalla massa dei turisti, quelli italiani in particolare, che mettono al primo posto delle loro preoccupazioni la cucina (e che senza occhiale da sole di marca non vanno neanche al cesso).
E' che il mondo diventa di giorno in giorno sempre più surreale. Pieno di gente che si spinge in posti esotici e ricchissimi di cose da vedere, da imparare, da capire come Zanzibar, lo Sri Lanka, il Sinai e poi si lamenta del pasta corner.
Chi sono allora oggi i veri viaggiatori, quelli per i quali si adatterebbe la definizione di Paul Bowles? Gli emigranti, ovvio. Che una volta eravamo noi e ora sono tutti quegli africani, latini, esteuropei ecc. che partono alla volta delle nostre frontiere senza biglietto di ritorno in tasca. E spesso senza neanche quello d'andata.
Anche le tecnologie per le comunicazioni hanno contribuito a cambiare la dimensione del viaggio. In passato viaggiare significava telefonare o scrivere a casa una volta ogni tanto, se si aveva tempo, se si aveva denaro a sufficienza, se i telefoni erano disponibili (ricordo che oltrecortina- nella fattispecie, la Romania di Ceausescu - telefonare in Occidente significava andare all'ufficio postale e mettersi in paziente attesa, a volte anche di un'ora e passa). Oggi i telefonini rendono possibile la magia di fare viaggiare non solo le parole ma anche le immagini e gli scritti pressoché istantaneamente da qualsivolgia parte del mondo a qualsivoglia altra parte. C'è il piacere di condividere minuto per minuto un'esperienza anche con chi è lontano o non è potuto venire con noi. C'è la sicurezza di essere sempre reperibili, rintracciabili. C'è il senso di appartenenza ad una rete mondiale, una sorta di "fratellanza elettronica".
La dimensione della solitudine - e quella sorella dello spaesamento - devono essere invece attivamente cercate.
(foto: il Galle di Colombo, Sri Lanka)