Scotland - big skies over Mull
Stanze
Ho voglia di camminare di nuovo da solo, ho voglia di visitare una città che non conosco, ho sempre fatto cose da solo, anche da ragazzo, andare al cine alle 4 del pomeriggio, ad un concerto nascosto dalla mia capigliatura, fare l'autostop fino a Firenze, non mi sono mai sentito triste o depresso in quei casi ma molto vigile, attento, concentrato, poi a un certo punto, due anni fa, mi è sparita la voglia, è come se una parte molto profonda di me fosse evaporata, una parte molto intima, vicina al mio cuore, la rivoglio, è come se mi fosse evaporato l'amore per la musica, un tratto fondamentale della mia identità, io lo so il perché.
Leggo Chronicles, Bob Dylan un grande scritttore, per lo meno in questa prova, non in Tarantula, il capitolo su New Orleans, sull'incisione di No mercy, i dettagli della città, un gatto accoccolato sul muretto, l'aria pesante di umidità, cimiteri, un parco. La memoria è strana, serbi il ricordo di cose insignificanti e dimentichi del tutto altre. Gli armadi a muro in ogni stanza, lui arriva e si trova subito bene, leggo e sento il suo adagiarsi, il suo vestire lo spazio come un nuovo abito comodo, che calza a pennello.
Se stai bene in una stanza d'albergo la lasci anche più volentieri, sai che poi tornerai in un luogo piacevole, qualunque cosa ti aspetti fuori, sai che la puoi far franca.
Vorrei camminare da solo, avere tutta la mattina a disposizione, esplorare la città, avere una meta ma vaga, il cielo azzurro, sentirmi libero come quella volta a Pechino, dopo un viaggio di 36 ore in treno attraverso tre quarti di Cina, voglia di camminare, di pranzare in un ristorante, di spiare i vecchi nel Tai Chi, di scattare foto e chiedere la direzione ai passanti, di sentire i muscoli delle gambe indolenziti, alla fine della giornata.
Puoi anche fare il giro di una stanza, a piedi nudi su legno o moquette, puoi tirare le tende, il tuo nuovo, altro mondo, una camera che non conosci, nella penombra del pomeriggio, sai perfettamente come ci sei arrivato, sai che ci starai per meno di 24 ore, o per tre giorni, non importa.
Basterebbe una camera a volte a giustificare un viaggio. Basterebbe essere stati lì, il letto nel soppalco, oppure sotto una grande stufa in maiolica, una carta geografica, l'affaccio su un canale o un frutteto, una grande vetrata che occupa tutta la parete, l'oceano fuori.
Ci sono stanze che ti senti subito a casa, ci sono coperte, materassi, che sembrano avere portato la tua impronta, il tuo odore, da sempre. Stanze che ti aspettavano, lì, e poi ci sono le camere d'albergo di cui parla Moby, il cui scopo principale è quello di farci dimenticare che infiniti altri ospiti le hanno occupate prima di noi.
Un tempo le pareti lasciavano passare i rumori, i lamenti, le grida degli amanti, il pesante russare da ubriaco, adesso sono quasi tutte insonorizzate.
E a volte hai bevuto e una tappezzeria ti sembra più di una tappezzeria, un neon fuori, che si accende e si spegne, un misterioso alfabeto morse metropolitano.
A volte hai un libro e a volte l'ultima cosa che vorresti fare è leggere.
A volte ci piove dentro e a volte, anche se fa buio come in fondo ad un pozzo, senti che ci pulsa un sole.
Tra le due luci
Dio fece i due grandi luminari, il luminare maggiore per governare il giorno e il luminare minore per governare la notte, e le stelle. Dio li ha posti nella distesa dei cieli per dar luce alla terra, e per governare il giorno e la notte e per separare la luce dalle tenebre, e Dio vide che era cosa buona. E fu sera e fu mattina: quarto giorno.
Tutti i turisti erano ripartiti, sui loro pulmann. Nel parcheggio rimaneva ormai solo la nostra auto, e il fuoristrada dei gestori del minimarket.
Mangiavamo fichi, uva, su un tavolo all'aperto, bevendo té al gelsomino.
L. leggeva dei passi della Bibbia. Sull'altra sponda del lago, brillavano le luci della Giordania.
C'erano due messaggi sul mio cellulare, che ancora non volevo leggere, li avrei letti più tardi, prima di dormire, forse. Rimandavo il piacere narcisista di essere pensato lontano.
CAMERE (appunti)
Camera dei ricordi dell'infanzia
C'era uno spazio terrorizzante fra l'armadio e il muro dove si annidavano i mostri peggiori. Prima di addormentarmi tutte le notti stavo delle mezz'ore girato da quella parte, lo sguardo puntato fisso sullo spazio che era scuro e largo solo pochi centimetri ma io conoscevo la verità su quello spazio, sapevo quello che contenevano le cose buie e strette. Mi era venuto il torcicollo a forza di stare girato.
Camera della zia L.
All'apparenza era una signora anziana paciosa che viveva con una parente pure lei paciosa anziana. Era stata per anni in manicomio, ancora adesso la curavano, ma era tranquilla, parlava trascinando le parole prima una poi l'altra poi ecco che arriva, attenzione! forse a causa degli psicofarmaci. Il suo avambraccio era il triplo del mio. E nella penombra della sua stanza da letto teneva dei fumetti porno. Ogni volta che andavamo a trovarla - non più di una volta all'anno - ad un certo punto dicevo che ero stanco, stanchissimo, anche se erano solo le 9 di sera, e sapevo che mi avrebbero detto: "Allora se proprio non ce la fai vai a buttarti un po' giù in camera della zia".
Io ci andavo, solo che la camera della zia non mi buttava giù, mi tirava su.
Camera dei genitori
Che cosa doveva succedere, lì dentro? Dormivano. Certo. Cos'altro possono fare dei genitori in una stanza da letto? Dormire. Mia madre leggere, prima di addormentarsi.
Il comodino mi terrorizzò per anni. Pensavo di trovarci dentro una lettera di rimprovero, una lettera che lei mi aveva scritto dopo che avevo fatto certe cose, certe cose che l'avevano delusa, oppure solo sorpresa, sorpresa che un figlio potesse lentamente diventare uno sconosciuto, pur continuando a vivere lì. Sapevo che la lettera c'era, l'avevo vista, un giorno, non avevo avuto il coraggio di leggerla. Non me la diede mai, nemmeno lei ebbe il coraggio. Poi feci anche delle cose buone e poi il tempo guarisce il ricordo sbiadisce la testa incanutisce e allora e allora.
Camera tripla della pensione a Rimini
Ci hai dormito assieme ai tuoi genitori a 6 anni, a 7, a 8... A 13 comincia all'improvviso a sembrarti inadeguata.
Camera dell'amore
Erano solo pochi metri quadri fra un cucinotto e un bagno e se poi si fumava si doveva aprire la porta subito. Una volta abbiamo sentito quelli di sopra. Sicuramente loro avranno sentito noi. Il tetto era di perline, sul muro avevamo appeso delle foto scattate da noi. C'erano per mesi le stesse riviste sul comodino, riviste di viaggi perché un giorno pensavamo che ci sarebbe piaciuto viaggiare. In primavera entravano le formiche, d'estate entravano le zanzare, in autunno le foglie secche e d'inverno al mattino a volte bisognava spalare la neve davanti alla porta se si voleva uscire fuori, nel cortiletto stretto fra le case dove sciabolava un raggio a colpire il pupazzo tirato su la sera prima fra i fiocchi e il Sangiovese, con le mani fredde le guance rosse il corpo in festa come se fosse domenica e ridere, ridere!
Camera dei ricordi dell'infanzia subito dopo la laurea
Hai fatto l'esame, hai fatto il pranzo, i brindisi, le foto, hai fatto tutto. Ora è finita. Sei il primo laureato della famiglia. Perchè quello stupido senso di colpa, ora, qui?
Camera dell'hotel tsunami
La sera quando rientravo nella cabana trovavo sempre dei pezzetti di legno e dei ramoscelli ai piedi del letto, non capivo da dove arrivassero, poi ho capito, un uccellino.
La stanza era rotonda, un letto con la zanzariera, un tavolo di legno e un tetto con uno spazio notevole fra il tetto e il muro per fare girare l'aria, il water e la doccia all'aperto, la notte uscivo per pisciare sotto tutte quelle galassie che giravano, poi stavo in silenzio al buio ad ascoltare attraverso la zanzariera le onde che arrivavano, da lontano, dal centro scuro dell'Oceano indiano, con ritmo regolare, con fragore di eserciti, a pochi metri dalla mia cabana e dalle macerie disseminate sulla spiaggia, una dietro l'altra. Mi addormentavo sognando i fantasmi dei morti che si tiravano su dal fondo del mare dalla sabbia dai fanghi, con membra devastate, con anime umide, chiedevano è qui la mia bicicletta, la mia rete da pesca, il varco è qui?
Camera di Ginevra dove ci ho dormito 2 ore prima di andare al Cern
A volte per lavoro succede che arrivi all'hotel all'alba, prendi la tua stanza da 150euro, ci dormi due ore, ti svegli, più stanco e intronato di prima, ti fai la barba e te ne devi andare, perché ti aspettano, perchè le persone importanti con cui viaggi hanno fretta. A volte fai appena in tempo a stropicciare le lenzuola e dare un'occhiata al paesaggio piovoso dei pendolari, fuori, che già s'incolonnano.
Camera a casa di Mana, Merka
Il pomeriggio era troppo caldo per lavorare. Ognuno si chiudeva nella sua stanza. La mia era foderata di piastrelle. Avevo un libro, con me, leggevo la biografia di Doris Lessing. La spiaggia fuori navigava sui 50 gradi, il mare scintillava bolliva il relitto della nave incagliata fumava sulla barriera corallina anche i trafficanti sostavano all'ombra di una palma masticando qat accarezzando i kalashnikov le donne immaginarie preda dei jin. La Somalia, da un capo all'altro della sua costa, era tutta una lunghissima striscia di sabbia affacciata. Sarei rimasto lì per sempre.
Camera dell'ospedale
Dalla finestra vedevo l'insegna di un distributore, gialla e rossa, un palloncino della pubblicità che si agitava nell'aria quando ci passavano sotto i tir. Il profilo delle montagne nere. Masse di palazzi che avanzavano silenziosi nella campagna, in fila per tre, per quattro, sorvegliati dai becchi delle gru. Ad un certo punto ha smesso di parlare, di mangiare. Hanno deciso di dare un letto anche a me, così potevo dormire con lui, e allora sapevo che era finita, quasi finita. Il suo respiro diventò roco, gorgogliante, chiamavo le infermiere perchè aspirassero. Riuscivo anche a dormire, poi mi svegliavo di soprassalto e ancora adesso, che sono lontano da quella stanza, a volte, la notte, nel mio letto, accanto a mia moglie, mi sveglio così, e so che così sarà, fino a che vivrò.
Camera dei ricordi dell'infanzia a cinquant'anni
Ci torni come un profugo, ci torni come il visitatore di un museo, delle gesta di un altro uomo, un'altra famiglia, non è più casa tua. Dormi senza spogliarti, dormi anche da ubriaco, ci piangi dentro, ci ritrovi i tuoi diari del liceo e le medaglie delle gare, gli appunti della tua tesi, le fotocopie ingiallite di libri che erano attualissimi quando li hai fotocopiati. Nessuna stretta oscurità ti può spaventare, ormai. I rumori del mattino che strepita giù in strada solo gli stessi, alla fine, bambini che vanno a scuola e giovedì il mercato, manca solo il rumore dei bidoni dell'immondizia sbatacchiati, rimossi, anche qui è arrivata la differenziata.
Camera della casa in montagna dove trascorrere il Natale con la famiglia e gli amici
C'è quasi tutto quello che serve. Piumone, mobili che profumano di nuovo, i ciocchi che esplodono nella stufa. Il calore conosciuto, cibo di tuo gradimento, figli, amici, deodoranti, riviste, vino e giochi da tavola. Perché, in una mattina così, con il sole che ancora deve fare la sua comparsa dietro la cima dello Hirzer, perché diserti, perché senti il bisogno di uscire da lì sotto, da solo? Che cosa stai cercando, ancora, fra gli aghi di pino, le pigne fradicie? C'è qualcosa che posso fare per te?
Mozambico, Ualalapi


Mozambico, tramonto dietro all'acacia, il cantiere del nuovo ponte sul fiume Zambesi, a Caia. Quasi un anno fa. Quel viaggiare per lavoro, attraversando le cose come vento, quel bruciare in poche ore migliaia di chilometri, febbrilmente, il contrario della lentezza.
Alexander Langer predicava: bisogna essere più lenti, più dolci, più profondi. Probabilmente neanche lui ci riusciva, con tutti i suoi impegni, nessun politico può permetterselo.
Lo Zambesi al tramonto, luce radente su cemento armato e acquitrini, scorrere lento di acqua e tempo, il battito della palpebra di un coccodrillo. Dormito nel villaggio del cantiere, chiuso, recintato, guardie ai cancelli, falene grandi come pipistrelli nei cerchi di luce, assaggiato per una notte quel tipo di esistenza, c'era un tizio che avevo conosciuto che da piccolo aveva vissuto così, aveva trascorso un paio d'anni in Nigeria, al seguito del padre. Com'è la Nigeria? gli avevo chiesto. Aveva risposto: cantiere.
Stasera Fiorella Mannoia nel suo concerto si collegherà con Caia, un altro ponte, invisibile, teso fra l'Italia e quella scheggia di Africa rurale, non è così strano, dopotutto, non più strano degli sms e delle mail che mi sono abituato a scagliare da un punto all'altro del mondo, a volte per niente, solo per dire: "Sono qua."
La Mannoia nella sua intervista diceva le solite cose sull'Occidente e l'Africa, sui nostri aiuti interessati, sul neocolonialismo. Diceva che in Mozambico è stato commesso "il più grande Olocausto", chissà cosa intendeva dire. Sull'Africa tutti si sentono autorizzati a dire la loro, in buona o cattiva fede, usando termini come "Olocausto" che non appartengono alle culture africane, bantu o swahili, in questo caso...
In realtà fu - anche - un paese di grandi guerrieri, come Ngungunhane, il "leone di Gaza", che i portoghesi fecero morire in esilio, alle Azzorre, le cui gesta sono raccontate in un libro sconosciuto e densissimo, come l'incubo da cui mi sono svegliato piangendo, stamattina, l'incubo di mio padre morto, l'incubo di me, di noi che lo seppellivamo, che nascondevamo il suo corpo, sottoterra, in un deserto, che era poi il suo letto, il suo letto matrimoniale, colpevolezza, senso di colpa irrisolto...
Il libro è Ualalapi, di Ungulani Ba Ka Khosa, Aiep editore, 2004 (collana curata da Eleonora Forlani, il romanzo è tradotto dal portoghese da Vincenzo Barca).
- Qual è il significato del sogno?
- Il leone ruggisce nella foresta, Maguigane.
- E le donne, Mabuiau, le donne?
Lo stesso dialogo, le parole di sempre. I gesti di tutti i giorni.
Maguigane si sveglia di soprassalto. Volge ripetutamente lo sguardo intorno. Non vede serpenti. Vede filamenti di luce cadere al suolo. Si solleva sui gomiti. Vede il suo corpo fatto a brandelli dalla luce.
Pamuk, Brasov e la città perfetta (5) - down to earth
Foto: il kitsch socialista - CeausescuTutti i posti stanno vicino al confine
sia di tetti aguzzi o profilo cesariano
sia morto di taglio cesareo
siamo stati fin lì.
Poi scrissi loro delle lettere, e ci perdemmo. Qualche anno dopo, la rivolta, cade Ceausescu, viene ucciso assieme alla moglie, parlano di un tesoro, di ricchezze nascoste, ma in verità lui aveva addosso un cappottino. Secondo me lo fecero fuori perché c'era mezza società rumena collusa. Come con Mussolini. Uccidi il capo per coprire tutti gli altri. Ma Herta Muller nei suoi libri parla di questi altri. Dei piccoli funzionari del partito che estorcevano alle donne favori sessuali per rilasciare un visto o portare avanti una pratica, di studentesse spinte al suicidio da un regime più ottuso che realmente criminale, di gente - come lei - licenziata dalle fabbriche di stato perché non accettava di collaborare con la polizia segreta, la Securitate, e poi di pregiudizi, miserie contadine, frattaglie di animali, prugne verdi, cuoricini d'oro nascosti negli orifizi del corpo e contrabbandati attraverso la frontiera ungherese. No, Ceausescu non aveva fatto l'uomo nuovo. L'uomo rimane la bestia solita, che sappiamo, nonostante i regimi, le ideologie, le religioni, l'uomo generalmente rimane quella cosa lì.
Ho pensato a Brasov dopo aver letto Neve, di Orhan Pamuk. Ambientato in un'altra città né grande né piccola, una città di provincia, fra colline o montagne, recinti di pecore, attraversata da strade più o meno asfaltate. Mi ha accompagnato durante la lezione del ricordo la lettura di un altro libro, Il paese delle prugne verdi, di Herta Muller, pubblicato quest'anno da Keller ed. , una casa editrice di Rovereto. Non c'è nulla di drammatico nel mio ricordo, nulla come il golpe degli attori di Pamuk o il suicidio della Muller.
Ora che ho finito mi accorgo che dovrei mettermi in viaggio.
Però attenzione. Attenzione, attenzione, attenzione. C'è miseria anche di qua. Ci sono trapianti di capelli e scarpe col rialzo, barzellette sui desaparecidos, disprezzo del Parlamento, "Mussolini un grande statista", "italiani brava gente", c'è chi pensa che i rumeni siano mostri e c'è chi sfrutta il loro lavoro come ai tempi di Ceausescu, c'é chi licenzia, chi lascia bruciare gli operai nelle sue fabbriche, chi traffica in donne, chi stupra bambini, c'è chi ha giocato in borsa fino a consumarsi gli indici, c'è chi si è rifatta le tette per il Grande Fratello, c'è chi ritrova pezzi d'uomo nelle reti da pesca e li ributta in mare, c'è chi uccide i parenti e dà la colpa agli albanesi, c'è chi mena la moglie, chi fa il figo con la coca, chi beve l'acqua santa del Po, chi tocca il culo alle hostess, chi non paga le tasse, chi se ne vanta pure, chi commissiona omicidi, chi "è colpa di Saviano!", c'è chi ti imbonisce, chi ti sorride ad alta definizione, chi ti obbliga a vivere anche se vorresti morire, chi ti obbliga a morire anche se vorresti vivere, c'è chi frega sul conto, chi t'incula con garbo, c'è il rifiuto nascosto, la terra avvelenata, la ronda padana, la mosca cocchiera, attenzione, attenzione, c'è anche di qua, di qua della linea.
Pamuk, Brasov e la città perfetta (4) - fight da power
Pamuk, Brasov e la città perfetta (2) - trough Vienna&Budapest
foto 1: me in Budapest, 24 years ago.Arrivati a Vienna, dopo un viaggio interminabile attraverso un'Austria leziosa, in stile "plastico ferroviario", fu Luca ad occuparsi di tutto; io, con i miei cronici deficit in lingue straniere, servivo a poco. Con la metropolitana approdammo ad un ostello; l'accomodation era gut, una camera da due, la cucina in comune al piano terra...
Appena messi giù gli zaini ci dirigemmo verso un vicino canaletto che - in apparenza - doveva essere proprio il bel Danubio blu. Contemplammo fumando il rigagnolo, nella luce sfolgorante del tramonto. Poi Luca pronunciò la storica sentenza: "Secondo me, Strauss era un coglione." (capiremmo molto dopo che si trattava non del vero Danubio ma solo una piccola derivazione cittadina).
Dopocena, sulle scale di questo tetro edificio tardo-ottocento, facemmo conoscenza con una tipa sudamericana, in Europa per ragioni di studio. La buttammo subito in politica, i Sandinisti erano il nostro mito, a lei i rossi non piacevano... Sì, insomma, su certi temi si era piuttosto intransigenti. Oggi il tragico fascismo che ha insanguinato quel continente è praticamente scomparso, anche se non sono scomparse le oligarchie e le diseguaglianze sociali. Persino in un paese che all'epoca sembrava senza speranza come il Salvador è stato eletto un presidente di sinistra. E ciò non può che rallegrarci. Al tempo stesso, come dimenticare la prima domanda che mi fecero mio padre e mia madre quando tornai dalla Romania? Non mi chiesero se i posti erano belli, se avevo speso tanto, se stavo bene: mi chiesero com'è. Com'è là. Com'è dove c'è il comunismo. Sono balle quelle che ci raccontano in Italia? E' propaganda americana? Insomma, come stanno, meglio o peggio di noi?
Comunque, i visti riuscimmo a farli. All'ambasciata rumena vecchi, antiquati poster ci parlavano di di un luogo che fin'ora non ci aveva svelato neanche una sua immagine, una pura incognita, una suggestione; del resto, l'unica guida della Romania disponibile in Italia era quella noiosissima del Touring, e per il resto...internet ancora non l'avevano inventato (com'è strano pensare che oggi, prima di metterci in viaggio, possiamo già sapere molte cose della nostra meta, possiamo addirittura vederla dall'alto con Google).
Alla frontiera ungherse all'improvviso la percezione di stare entrando in un altro mondo. Militi molto marziali, armati di fucile, salgono sul treno cominciando a frugare ovunque, a smontare antine, a battere, a perquisire, a sfogliare i passaporti. L'Est ci dava il suo benvenuto con marziale nervosismo
All'albergo - un palazzone per i turisti standard - una comoda tripla con la moquette per terra, ma i bagni in comune in corridoio. Mentre aspettavo, senza fretta, in un salottino sul giroscala, due poltrone e un tavolo basso, semiassopito in penombra fra le 16 e le 16.15, che Luca finisse di lavarsi per dargli il cambio, e lasciavo scendere la stanchezza, una donna fece la sua comparsa in fondo al corridoio. Sfilò regale come l’indossatrice di un catalogo per corrispondenza di fronte a ognuna delle porte chiuse, e concluse il suo percorso accanto a me, sulla poltrona libera, dove si sedette, in attesa di un cenno. Alta, magra. Coperta con una sottoveste leggera, e sotto slip bianchi.
Poi dopo, nella hall, incontrammo un romano, un avvocato, giovane. Era già stato qui altre volte, conosceva gli optional offerti ai turisti da questo tipo di alberghi, sembrava divertito dal nostro candore. Aveva anche molto denaro da spendere. “Budapest è la New York del blocco comunista - ci spiegò - vengono qui da tutti i paesi attorno per assaggiare un boccone di società dei consumi, merci introvabili altrove, vita notturna, musica. Non gli importa come fanno a procurarsela”. Ammiccava in direzione della squisita che lo accompagna, una tedesca della DDR (la Germania Est), bionda e glaciale come certe commesse di boutique su da noi, che ci guardava dall’alto in basso perché eravamo vestiti peggio dei suoi connazionali. L’aveva conosciuta il pomeriggio stesso del suo arrivo, le aveva fatto dei regali. “Vedete, qui con poca fatica, e poca spesa, potete saltare da una nanna all’altra. In Romania è triste, terribile, è un’altra cosa. Datemi retta: tornerete, dopo due giorni”.
Dentro un tramonto giallo, sul Danubio, fumando sigarette senza filtro con la lena della nostra età, che fra dieci anni sarà già svaporata, per lasciare il posto a dottrine salutiste e sciocca new age. In fondo al fiume c’è come una cortina, di pulviscolo, che frulla dentro ai raggi, “un’evidenza di autunno”, la chiama Luca.
In questo avamposto di socialismo "liberale" le luci della città, viste dal castello di Buda, in alto sulla collina, sembrano davvero le mille luci di New York. Giovanotti ad ogni fermata della metropolitana suonano alla chitarra Blowin' in the wind. Compagnie teatrali in stile freak improvvisano spettacoli ai giardinetti. In un negozio nascosto, sotto a un giroscala, persino un negozio che vende dischi di decadente musica rock ("Dali's Car?", chiese un avventore. Io e Luca ci guardammo stupiti, nel sentire pronunciare il nome di quel grandissimo duo formato da Peter Murphy, ex-cantante dei Bauhaus, e Mick Karn, ex-bassista dei Japan, semisconosciuto anche da noi).

