Il senso della vita



Posto qui questo prezioso regalo. Mi sembra un degno corollario a ciò che ho scritto sotto. Il momento magico che passa, come un treno nella notte. Non i soldi, non il potere o l'industria o il marketing o la competitività. Una stamberga affacciata sul nulla. Vestiti dozzinali, appariscenti. Sudore, sottovesti, solitudini intercettate, ballando con degli sconosciuti. La rivelazione della vita sulla punta della sigaretta. Il bianco mescolato al nero, il bene in qualche modo, in qualche strano modo, mescolato al male, nulla di veramente puro. La seconda fottuta metà del XX secolo, signori. Il rock 'n' roll. E forse, sempre in qualche strano modo, la libertà.

Pensierini su/di Bauman, la libertà, la solidarietà


"La politica che si ispira alla saggezza postmoderna si orienta verso una continua ri-affermazione del diritto degli individui liberi a perpetuare e garantire le condizioni della loro libertà. Ma per fare questo ha bisogno di essere guidata dal triplice principio di Libertà, Differenza e Solidarietà ove solidarietà è la condizione necessarie e il contributo collettivo essenziale alla vitalità della libertà e della differenza. Ma se il mondo postmoderno è capace di generare da se stesso Libertà e Differenza lo stesso non si può dire per la Solidarietà. Ma senza solidarietà nessuna libertà è sicura mentre le differenze e il tipo di politica dell’identità che tendono a generare conducono, non di rado, alla interiorizzazione dell’oppressione."
Qui, a quanto pare, sta il paradosso della postmodernità: per realizzare appieno libertà e differenza essa necessita di solidarietà. Di responsabilità di fronte al volto dell’Altro. L’Altro che ci è sempre straniero. Solo così l’incertezza e l’inquietudine postmoderne potranno - forse - sedarsi.

Così Zygmunt Bauman.

Bauman è preoccupato dagli eccessi della libertà e usa i termini "postmoderno" e "postmodernità" come sinonimi o quasi di "liberalismo", "liberale" e persino di "democratico" (le società liberaldemocratiche sono capaci di generare da se stesse Libertà e Differenza è una frase che funziona altrettanto bene della sua). Il bersaglio potrebbe essere, più concretamente, il "neoliberismo". In Italia, a onor del vero, il neoliberismo tatcheriano e reaganiano non l'abbiamo mai conosciuto. In Italia la destra è un'ambigua espressione del solito, vecchio populismo. Non fa appello all'individuo, o alla mano invisibile del mercato; fa sempre appello al popolo, al Paese, al bene comune.
Del resto, di quale libertà parlavano i neoliberisti? Di quella garantita dal denaro, dalla CIA, dai servizi segreti? Il figlio della Tatcher collaborò all'organizzazione di un colpo di stato in Guinea equatoriale, un avventuriero mercenario molto lontano dall'icona algida e spietata della madre che ha pagato milioni di dollari per tirarlo fuori dalle prigioni e dai processi in cui è stato coinvolto.
Gli alfieri della libertà hanno spesso qualcosa da nascondere; si può essere liberi solo quando/se si rinuncia a qualcosa, non quando si prende/pretende sempre di più, e di più.

In quanto alla solidarietà, è cosa molto concreta e senza colore. Personalmente non so se sarei in grado di praticarla come quei quattro volontari del soccorso alpino che sono stati seppelliti ieri a Canazei. Eccola lì la solidarietà delle terre di montagna: partire mentre il sole tramonta e il pericolo valanghe è classificato 4 su 5 per andare a soccorrere due escursionisti di cui si ignora tutto anche l'identità; e farlo gratis, lasciando a casa famiglie, figli, calore, sicurezze. Sì, non so se sarei in grado di farlo. Indubbiamente, però, la solidarietà è questa. E, di nuovo, al pari della libertà, essa presuppone delle rinunce.

Gli eccessi della solidarietà poi si scontano con un "meno" di libertà, ovviamente. Con una coesione che è anche controllo sociale, spesso implicito, spesso avvertito dalle comunità come assolutamente naturale. Bauman vede anarchia dappertutto, vede l'impero del desiderio, e a volte ricorda certi passaggi (invero deliziosi) dei romanzi di Kundera, la logica dei diritti umani spinta alle sue estreme conseguenze, quando chiunque ha qualche diritto umano da rivendicare, il che produce un "impazzimento sociale" generale, il delirio rivendicazionista che paralizza le città e i centri decisionali.
Ma sembra non tenere in nessun conto la realtà delle valli e dei paesi di cui è pieno il mondo. I meccanismi per ridurre le differenze, per limitare le intemperanze dell'individualismo (nonché le umanissime richieste degli individui, come quella di avere una "buona morte", per restare a un caso di cronaca recente) funzionano eccome, fin troppo bene. Con tutto il bene, appunto (in termini di sicurezza e uguaglianza) e anche con tutto il male (in termini di appiattimento) che ne derivano.

Oggi l'onda lunga della postmodernità si infrange sui bastioni dei nuovi fondamentalismi. Personalmente non ho dubbi: dovendo scegliere fra due poli opposti, meglio Warhol, meglio la crisi del valori, meglio l'anomia della postmodernità delle granitiche certezze dei maestri della fede, degli ayatollah.
La vita reale fortunatamente non è così polarizzata, quantomeno non nelle nostre società democratico-liberali. Dovremmo tenerlo a mente. Dovremmo difendere il carattere sfaccettato, un po' molliccio, un po' "liquido", per usare un aggettivo caro a Bauman, dei nostri mondi. Dovremmo difendere la loro esuberante vitalità così come le loro ombre, le loro cupezze, la loro incessante produzione di interrogativi e dubbi. Invece a me pare a volte che alla gente la libertà - intesa come principio e non come querula, petulante perorazione di prebende, di favori, di deroghe - sia venuta a noia.

La laicità è performativa, mi ha detto una volta Gian Enrico Rusconi. Intendeva dire che produce immediatamente degli effetti nella vita reale. Che è il presupposto per tutto il resto. La precondizione.
Beh, insomma: la libertà e la precondizione. Bauman ne sembra spaventato. Spaventato dall'umanesimo. Spaventato dalla modernità prima ancora che dalla postmodernità. Dalla sostituzione della Legge con l'Uomo. Certo, l'uomo è capace di Auschwitz e di Treblinka, della Tratta degli Schiavi, di Hiroshima. Ma è tutto ciò che abbiamo. L'uomo e la sua libertà. Anche per il dialogo con l'Altro. Per questo si può dialogare con tutti ma è così difficile farlo con chi nega i presupposti stessi del dialogo, ovvero la libertà e ciò che da essa discende (laicità, democrazia ecc.)

Questo è oggi il paradosso più grande che dobbiamo affrontare. Come dialogare con i merdosi Talebani, afghani e magari anche di casa nostra. Un paradosso molto più grande di quello che ci propone la postmodernità, Zygmunt.

Foto: mostra di arte contemporanea ad Hanoi, Vietnam (m. pontoni)

L'amore è assolutista

L'amore è assolutista, non democratico. L'amore è geloso, possessivo, l'amore piglia tutto, anche le briciole. L'amore, come si fa a costruire la politica sull'amore? E se non lo vuoi, questo amore, se rifiuti il suo caldo abbraccio avvolgente? Sei un nemico dell'amore. Quindi un essere spregevole, perché come si fa a non volere l'amore? Nemico dell'amore, nemico del popolo. Una persona di cui è meglio diffidare. Da rinchiudere.
Tutto questo non ha nulla a che fare con le democrazie liberali, basate sulla sana competizione fra schieramenti diversi. Ha a che fare con il fondamentalismo religioso. Ha a che fare con il patriottismo più deteriore, con il paradiso in terra, con le magnifiche sorti e progressive. Quest'ultima uscita del partito dell'amore fa di Berlusconi un perfetto capopopolo komunista.

Canzone per Natale



C'è il temporale, e nelle case, la luce si fa artificiale...

E questo è quanto, per ora.

I'm Outta Time



Coltivando interessi che non interessano a nessuno, schifando passioni che spingono avanti le persone, fasci di nervi, mascelle taglienti, tutto il corpo proteso nello sforzo, spinte con le braccia e piedi che scalciano, i polpacci sudati, i deodoranti, il potere, ambizioni che ignoro.
E' così che si esce dal tempo, è svoltare l'angolo, un pomeriggio di giugno, o era maggio,? C'erano tutti quei petali sul marciapiede, sì, forse era maggio e il tempo si è disteso, come un disco di pasta.
E' così che si diventa un po' autistici?

I migliori del decennio - secondo "La Repubblica"

Ieri "La Repubblica" ha pubblicato le sue classifiche di libri, film e dischi del decennio, giochino sempre divertente, ammettiamolo.

Mi limito a commentare dischi e libri stranieri, i due settori che frequento di più.
Sul fronte dischi, la palma va a "Kid A" dei Radiohead, seguito da "I'm a bird now" di Anthony. Entrambe i giudizi mi trovano sostanzialmente favorevole. I Radiohead sono stati uno dei gruppi più influenti negli anni '90, e sono traghettati negli anni 2000 rinnovando completamente la loro musica (all'origine un rock di chitarre), gettando un luminoso ponte trasparente fra la riva del rock e quella dell'electro. "Kid A" in questo senso è forse il loro disco più rappresentativo, più ancora di "Ok computer" che all'epoca venne (altrettanto giustamente) osannato. I Radiohead hanno creato uno standard: se dovessi avvicinare qualche gruppo dei 2000 alla loro musica non potrei che pensare ai tedeschi Lali Puna, che mi sarebbe piaciuto vedere in classifica.
In quanto ad Anthony, la sua è la voce del momento. Una voce capace come poche di dare corpo al dolore e alla redenzione. Non a caso, fra i suoi scopritori abbiamo Lou Reed, che lo ha voluto in tour con sé nella prima metà del decennio e poi anche per alcune date di "Berlin" e gli ha fatto reincidere canzoni storiche come "Perfect day" o la velvettiana "Candy says".
Bene anche il sesto posto di "Love and theft" di Bob Dylan, uno dei capolavori della sua discografia, con quella voce come carta abrasiva e una manciata di canzoni memorabili, da "Mississipi" a "Po' boy". Bene anche Eminem con il suo "Marshall Matther" (dopotutto Eminem è l'unico rapper che si tira fuori dal mazzo dei papponi), mentre sugli Strokes di "This is it" ho qualche dubbio: sono stati certamente fra i gruppi più rappresentativi della scena indie rock, e hanno scritto ottime canzoni, ma: 1) i loro dischi sono sostanzialmente identici, senza apprezzabili modifiche o evoluzioni dall'uno all'altro, verrebbe da chiedersi perché "This is it" e non "Rooms on fire", ad esempio; 2) è difficile superare l'obiezione mossa loro da Paul Morley in "Metapop", secondo la quale gli Strokes sono il miglior gruppo rock...degli anni '60!
Al decimo posto, infine, Manu Chao con "Proxima estacion experancia". Notevole anche questa come scelta. E le donne? Due: Amy Whinehouse al terzo posto e Bjork con "Medulla" al nono. Che dire? neanche negli anni 2000 è venuta fuori la nuova Patti Smith.

Le esclusioni: me ne vengono in mente essenzialmente due. Anzi tre. Anzi quattro. Cinque, via. La prima: Mark Lanegan, "Bubblegum", un disco da brividi, stanze spoglie, scale che scricchiolano, sangue sul muro, sogni e incubi. La seconda: "The raven", un po' perché per me Lou Reed non può mai mancare, lui ha scritto il canone e ha tracciato il solco (non a caso, con chi ha suonato negli anni 00? Strokes, Killers, Raconteurs...), un po' perché il disco, specie quello doppio, con i recitati, rappresenta uno degli esempi più felici di connubio rock-letteratura (in questo caso, Edgar Allan Poe). La terza: i Killers. La quarta: Jack White in una qualche sua incarnazione, si chiami White Stripes o Dead Wheater. La quinta: Willard Grant Conspiracy, "Regard the ends".

Per la narrativa straniera il discorso è un po' più breve perché conosco solo due dei romanzi menzionati: "Le correzioni" di Franzen e "Elizabeth Costello" di Coetzee, che io avrei messo al primo e secondo posto, probabilmente (non so in quale ordine), anziché al settimo e ottavo (e del sudafricano avrei aggiunto anche "Vergogna", pubblicato da Einaudi nel 2000, ma probabilmente era uscito già prima in lingua inglese...).
Il romanzo di Franzen è un affresco straordinario, perfettamente bilanciato in ogni sua parte, uno di quei libri che ti fanno dire che, sì, la letteratura è ancora più interessante della vita, dopotutto. Quello di Coetzee è una sorta di romanzo filosofico declinato attraverso una serie di conferenze e saggi della protagonista, la scrittrice Elizabeth Costello, alter ego di Coetzee. Piace soprattutto a chi ha passato molta parte della sua vita frequentando eventi del genere (lezioni universitarie, simposi e quant'altro), ma stupisce come lo scrittore abbia saputo dare a questa materia un taglio (anche) narrativo. Un'opera asssolutamente originale, insomma, davvero degna di un Nobel.
Non so dire del primo classificatosi, "La strada" di Mc Charty, perché non l'ho letto (ancora). L'esclusione più clamorosa? Pamuk, "Neve", uno dei vertici della narrativa contemporanea. In generale forse avrei apprezzato un po' più di fantasia nei compilatori: non so, Houellebecq non è un prosatore perfetto; a volte ripetitivo, disomogeneo, troppo prodigo di prodezze sessuali nelle sue pagine come molti francesi, ma certamente è uno di quegli scrittori che colgono, eccome, lo spirito dei tempi. E poi, un po' provocatoriamente, "Chronicles" di Bob Dylan, una bellissima prova, un approccio obliquo al tema dell'autobiografia che andrebbe valorizzato, a prescindere dal personaggio. Infine, capisco che sarebbe sembrata una scelta tardiva, condizionata dal premio recente, ma Herta Muller con il suo "Il paese delle prugne verdi", ci sarebbe stata eccome in una classifica in cui le donne non abbondano (ma il libro è degli anni 2000 solo per il mercato italiano, in effetti...).

Una nota, infine, sul primo posto nella classifica "Libri italiani: "Gomorra" di Saviano. Un non-romanzo, o una docu-fiction, per dirla con il linguaggio dei video. Un po' come "L'abusivo" di Antonio Franchini , arrivato terzo (con tutto il rispetto per Saviano, che ha scritto un libro "enorme", io forse preferisco Franchini, addirittura il Franchini di "Quando vi ucciderete, maestro", indimenticabile titolo degli anni '90 su un tema caro all'autore ma assai poco bazzicato dai narratori, le arti marziali, la passione per gli sport di combattimento. Con quell'approccio, autobiografia romanzata, diciamo così, si potrebbe scrivere di qualunque cosa).
Io di libri di autori italiani ne leggo pochi; solo per una breve stagione, quella dei cosiddetti cannibali, mi sono avvicinato alla narrativa contemporanea del mio paese. Comunque, se dovessi dare una palma, forse la darei a Elena Ferrante, "I giorni dell'abbandono", pubblicato nel 2002. Secco, forte, sincero fino alla crudeltà.

Forever young



Gli Alphaville, profondi anni '80 (ignorate quella scritta del cazzo su sfondo verde).



Jay - Z, anni 2000. Della serie: non si butta mai via niente. Comunque a me questa versione piace.



Questo invece è Bob Dylan, profondi anni '70. Da "The last waltz" di Martin Scorsese, the last concert of The Band.



E questi gli anni '60.

Un cane sciolto

Si può fare tutta la sociologia di questo mondo, ma resta un cane sciolto, uno che è in cura da 10 anni per turbe psichiche. Solo un individuo, senza nessuna responsabilità collettiva sulle sue spalle.
Il suo gesto non dimostra nulla.
Anche Pallante era un cane sciolto. Uno partito dalla Sicilia con l'idea di salvare l'Italia dal comunismo. Si è fatto solo 4 anni di prigione (e lui usò una pistola, non una statuetta!). E per il resto della sua lunga vita, l'oscuro amministratore di condominio a Catania.
All'epoca Togliatti raffreddò gli animi. Era una stagione pericolosa, c'erano ancora in giro molte armi e un sacco di gente che sapeva usarle (si era appena conclusa la Liberazione). La guerra civile forse non sarebbe scoppiata comunque; però il contributo del "migliore" fu fondamentale.
Dovrebbe essere così anche adesso. Nessuno dovrebbe permettersi di dire che è colpa dei giornali, della stampa nemica, di chi manifestava, dei soliti giudici...
Così si soffia solo sul fuoco. E questo fuoco, se rimaniamo al gesto di Tartaglia, è un fuoco di paglia, non l'incendio della Storia.
Comunque, Berlusconi è un macigno sulla storia politica dell'Italia, e il suo superamento non potrà che essere politico, appunto.

Tory Hans II



Cap. II

Le lingue


Quand’era estate Tory Hans accompagnava il padre sui pascoli trasognati che, dalla cima erbosa del monte di Villandro, digradano fino ai boschi da cui si origina il rio Tina, il quale precipita spumeggiando per una stretta gola e sfocia a Klausen, dai tetti irti, Klausen dei prelati e dei pittori, degli ospizi per i viandanti, delle parole sussurrate all’orecchio. Presto il padre si rese conto che la vista prodigiosa di cui la natura aveva dotato il figlio rendeva superflua la sua presenza. All’età di sette anni, Tory Hans era in grado di intuire con molte ore di anticipo se sul pascolo si sarebbe scaricata una bufera, col suo corredo di grandine e folgori. Gli era sufficiente osservare per qualche minuto le nuvole per capirlo. Come avanzavano compatte dietro la barriera dei monti di Pfunders (che il padre non riusciva a mettere a fuoco, benché s’alzasse in punta di piedi strizzando gli occhi), quanto tempo ci impiegassero ad abbracciare le guglie capricciose delle Odle (che per il padre erano solo una pallida massa sfocata di rocce dolomitiche), e che colore assumevano, infine, i loro strati superiori e quelli inferiori, quando gravavano cupe sul Montaccio (ma a quel punto Vater Taag solitamente aveva già sospinto le bestie dentro la malga).
Tory Hans sapeva inoltre individuare con precisione infallibile la presenza dei lupi, e all’occorrenza, abbattere con una fionda gli uccelli in volo. In grazia di ciò, fin dall’età di sei anni il padre gli consentì di condurre da solo gli animali all’alpeggio. Il ragazzo non temeva la solitudine. Restava in malga tutta la stagione, e il padre, ogni settimana, saliva dal fondovalle a portargli le provviste.

Nel corso di quelle lunghe estati assolate, rotte all’improvviso dal fragore dei temporali, per poi placarsi, stremate, all’arrivo della notte, che confonde angoli e contorni, Tory Hans fece conoscenza con le lingue antiche, codificate dalla tradizione secolare, le lingue delle rocce e dei sassi della montagna. Cominciò dal porfido rossigno, dai massi che s’accatastano ai piedi dei colli, coperti di licheni. S’accostò alle frane, ai pilastri, ai diedri, agli spigoli, e udì il borbottare del porfido, come di una zuppa che ribolle nella pentola. Il porfido gli parlò di vulcani e di lava che cola pigramente, per chilometri, che si raffredda, stagione dopo stagione, che si rafforza; ma il ragazzo sentì anche, più sotto, seminascosta dal brontolio della voce principale, una voce più sottile, quella del quarzo, che in un’altra lingua diceva: senza il mio contributo non saresti così duro e resistente!
Per secondo venne il granito, che si esprime con suoni sordi. Tutto ciò che raccontava il granito aveva la cadenza epica delle leggende. Alte temperature, profondità abissali. E infine, una forza enorme che spinge le masse rocciose in superficie, dove vento e pioggia le puliscono dai residui, affinché svettino, vertiginose, sotto l’occhio vigile del sole preistorico.
Quand’era stanco delle vanterie del granito, Tory Hans prestava orecchio a quella lingua gentile le cui parole gli giungevano, a volte, dall’altra parte della valle, assieme al vento. Presto fu in grado di decifrare anch’essa, la lingua delle formazioni sedimentarie, divisa in tanti dialetti. L’arenaria sembrava avesse sempre la bocca impastata, e gli strati di Werfen la sfottevano con la loro pungente ironia. Le dolomie, che amano gli scherzi e i discorsi frivoli, riportavano i pettegolezzi uditi dai branchi di molluschi, dalle madrépore, dalle alghe.
Arrivato al suo terzo, o quarto pascolo estivo, Tory Hans riuscì da ultimo a tradurre qualche parola della lingua in assoluto più difficile fra le parlate diffuse a quella latitudine, la lingua delle rocce metamorfiche, che presenta numerose varianti e prende spesso a prestito espressioni e motti dalle sue sorelle. Il ragazzo era incuriosito da quel tanto di precario che s’intuiva esservi in essa; decifrò confusi sproloqui di sfasciumi, storie di enorme pressione, movimenti della crosta terrestre, sfaldamenti e crolli. Fece domande indiscrete a Filladi scontrose, a Gneiss promiscui, a Micascisti. Visitò cave scoperchiate, dove i marmi custodivano il segreto della fatica umana e del pericolo. Rise dei suoi successi, le spalle si abbronzavano. Era contento.

Queste le lingue che Tory Hans imparò a parlare da ragazzo, quando portava le bestie al pascolo sul monte di Villandro. E talvolta le rocce, tutte insieme, si divertivano a prenderlo in giro, raccontandogli di vermi giganteschi dalla testa di gatto che vivono in profonde grotte (3), di laghi nascosti nel cuore di montagne remote (4).

Ma il maestro della scuola elementare di Sarnburg non era affatto entusiasta dei progressi di Tory Hans con le lingue delle rocce. “Malgaro Occhio di Falco” l’aveva soprannominato.
“Malgaro Occhio di Falco ha delle strane teorie, per la testa!”.
La ragione di questa diffidenza erano le mezze frasi che talvolta Tory Hans si lasciava sfuggire al cospetto dell’intera classe; frasi che diceva di aver sentito pronunciare, appunto, sulle montagne. Le frasi, a poco a poco, divennero discorsi compiuti, con un capo e una coda. Il più tremendo (alle orecchie del maestro) incominciò così:
“Le rocce, come gli uomini, parlano lingue diverse. E così gli animali e le piante”.
“Bella scoperta” lo punzecchiava il maestro.
“Ma la spiegazione è scritta nella Bibbia”.
“Davvero? Sono tutt’orecchi!”.
“Quando Dio vide che gli uomini si avvicinavano alla volta del Cielo con la loro torre, pensò: confondiamo le loro lingue, così che non si comprendano più l’uno con l’altro. Questa maledizione si è abbattuta sugli uomini, seminando confusione e sgomento. Ma la confusione che è regnata da quel giorno fra gli uomini si riflette su tutto il Creato, perché il Creato partecipa dell’arroganza degli uomini che costruirono la torre; di conseguenza anche gli animali (che trascinarono i carri colmi del materiale da costruzione per la torre), le piante (i cui frutti nutrirono i costruttori della torre) e le rocce (la torre in sé) non possono che parlare lingue diverse”.
L’idea che gli animali e perfino le cose mute potessero parlare, oh, non era questa a fare innervosire il maestro; fantasie del genere sono comuni a quasi tutti i figli dei pastori, così come le superstizioni e i pensieri impuri. Ma che la molteplicità delle parlate fosse conseguenza di una maledizione divina, ecco, questa sì era una conclusione difficile da digerire per lui (parlava correttamente tre lingue e ne comprendeva altrettante).
“Le bugie - sbottò, incollerito - è il Diavolo a suggerirtele, quando te ne stai troppo a lungo lassù da solo. E bada, questo è solo l’inizio. Il Diavolo può suggerirti cose ben peggiori!”.

Il maestro mise in giro la voce che forse nella vista tanto acuta del ragazzo c’era lo zampino di Satana (Povero maestro. Dopotutto aveva consacrato la sua giovinezza proprio allo studio delle lingue straniere. Aveva soggiornato a München, città che in cuor suo detestava, e a Napoli, il cui ricordo lo faceva ancora trasalire. Le conoscenze di cui si faceva vanto gli erano costate sudore e fatica. Come poteva accettare che un ragazzino senza peli sostenesse candidamente la tesi per la quale le lingue sono conseguenza di una punizione divina? Tantopiù che quella tesi, così semplice, così elementare, gli sembrava, oh, orribile ammissione, inattaccabile dal punto di vista teologico. O meglio: ad essa era possibile replicare solo con la calunnia).
Ma la calunnia giunse al fratello maggiore di Tory Hans, che si sentì in dovere di intervenire. Con la complicità della sua banda, rapì il maestro e lo nascose, ben legato, in una baita nel bosco. Indi gli tolse le scarpe e cosparse i suoi piedi di sale. Chiamò le capre, ed esse cominciarono a leccare il sale con le loro lingue ruvide. Il maestro non sopportava il solletico.
Dopo un po’, allontanarono le capre e fecero respirare la vittima. Quindi il fratello le chiese :”Ammetti, adesso, che le lingue sono una maledizione, divina, e che possono perfino uccidere?”.
“Non è questo il punto!” s’impuntò il maestro.
Allora sparsero nuovo sale sui suoi piedi e lasciarono che le capre ne leccassero a volontà.
Se ne andò ridendo, la sua scomparsa non destò sospetti.

Foto: alpe di Villandro, Sarntal.
(pubblicato a puntate su "L'Adige", circa estate 2000...divertissement tirolese...)
Prima puntata qui

Compagni di viaggio



Il nostro Bob Dylan.

House with no door



Cantava come se non conoscesse la canzone, come se stesse provandola per la prima volta, cercando gli accordi sul pianoforte e lanciando ogni tanto uno sguardo allo spartito per ritrovare una linea melodica, un tempo, o persino le parole del testo.
Prendeva lo spettatore all'amo, lo costringeva a seguirlo con la testa sollevata, la guancia deformata dall'uncino. Quando un cantante porta tutta la platea con sé, incitandola al coro...bene, era tutto il contrario. Lo si ascoltava con apprensione, si aveva sempre la sensazione che il brano ad un certo punto sarebbe franato, che non sarebbe riuscito a portarlo fino in fondo.

Do Not Go Gentle Into That Good Night



Do not go gentle into that good night,
Old age should burn and rave at close of day;
Rage, rage against the dying of the light.
Though wise men at their end know dark is right,
Because their words had forked no lightning they
Do not go gentle into that good night.
Good men, the last wave by, crying how bright
Their frail deeds might have danced in a green bay,
Rage, rage against the dying of the light.
Wild men who caught and sang the sun in flight,
And learn, too late, they grieved it on its way,
Do not go gentle into that good night.
Grave men, near death, who see with blinding sight
Blind eyes could blaze like meteors and be gay,
Rage, rage against the dying of the light.
And you, my father, there on the sad height,
Curse, bless, me now with your fierce tears, I pray.
Do not go gentle into that good night.
Rage, rage against the dying of the light.

Dylan Thomas

Non andartene docile in quella buona notte,
vecchiaia dovrebbere ardere e infierire
quando cade il giorno;
infuria, infuria contro il morire della luce.
Benché i saggi sappiano infine che il buio è giusto,
poiché dalle parole loro non diramò alcun conforto,
non se ne vanno docili in quella buona notte.
I buoni, che in preda all’ultima onda
splendide proclamano le loro fioche imprese,
avrebbero potuto danzare in una verde baia,
e infuriano, infuriano contro il morire della luce.
I selvaggi, che il sole al volo presero e cantarono,
tardi apprendono come lo afflissero nella sua via,
non se ne vanno docili in quella buona notte.
Gli austeri, vicini a morte, con cieca vista scorgono
che i ciechi occhi quali meteore potrebbero brillare
ed essere gai; e infuriano
infuriano contro il morire della luce.
E te, padre mio, là sulla triste altura io prego,
maledicimi, feriscimi con le tue fiere lacrime.
Non andartene docile in quella buona notte,
infuria, infuria contro il morire della luce.

Grazie a La botte di diogene per la traduzione, a E. e a John.
It's for my father.

Boris Pahor: la persecuzione degli sloveni



Boris Pahor è uno scrittore italo-sloveno (classe 1913), da anni in predicato per il Nobel alla letteratura. Ha raccontato nei suoi romanzi le persecuzioni fasciste ai danni della minoranza slovena del Friuli (così simili a quelle che colpirono all'epoca i sudtirolesi) e la sua esperienza di deportato nei campi di concentramento nazisti. In realtà i suoi romanzi hanno avuto più fortuna all'esterno che in Italia, dove è stato scoperto solo molto tardi. Ho realizzato la prima intervista a Pahor a Trieste 11 anni fa (venne pubblicata sullì'annuario "Comunicare", edito da ITC-Il Mulino, oggi soppresso). Questa nuova, che posto qui, è stata fatta in margine alle manifestazioni organizzate a Trento dall'Osservatorio sui Balcani per i 20 anni dalla caduta del Muro di Berlino.

Dalai Lama a Trento: autonomia, spiritualità, soldi


Tenzin Gyatso, il XIV Dalai Lama, leader ad un tempo spirituale e politico del popolo tibetano, premio Nobel per la Pace 1989, ha parlato oggi a Trento, su invito della Provincia autonoma di Trento e dell'associazione Italia-Tibet, in chiusura di un convegno internazionale dedicato alle varie forme di autonomia regionale del mondo. Un intervento pungente, il suo, a volte caustico nel denunciare l'incapacità della Cina di comprendere la cultura tibetana, a volte persino ironico nel rivendicare un'autonomia che tuteli la spiritualità tibetana ma porti, perché no, anche soldi.

Per la terza volta questo pomeriggio, dopo le precedenti visite del 2001 e 2005, l'auditorium Santa Chiara di Trento ha ospitato il Dalai Lama, invitato a partecipare ad una tavola rotonda al termine del convegno dedicato all'esame di alcuni dei più importanti esempi di autonomia regionale al mondo, dal Trentino Alto Adige al Quebec, dalla Catalogna alla Scozia alle isole Aaland, organizzato in collaborazione con l'Università degli studi di Trento e l'Accademia europea di Bolzano.
Hanno preso la parola in apertura anche Lorenzo Dellai, presidente della Provincia autonoma di Trento, Luis Durnwalder, presidente della Provincia autonoma di Bolzano-Alto Adige/Südtirol, Bernat Joan, segretario della politica linguistica della Generalitat de Catalunya, Elisabeth Nauclér, deputata al Parlamento Finlandese per le isole Aaland, Roberto Pinter, dell'associazione Italia-Tibet di Trento e Roberto Toniatti, giurista dell'Università di Trento.
C'era grande attesa per le parole che avrebbe pronunciato il Dalai Lama oggi, dopo che le Ansa e le Reuters del mattino avevano fatto rimbalzare in Europa l'invito di Obama alla Cina a ripendere il negoziato con gli emissari del governo tibetano in esilio. Su questo punto, in verità, il leader del popolo tibetano non si è sbilanciato: ha detto che Obama appoggia la causa del Tibet ma che è anche limitato nel suo agire.

Nel suo discorso pubblico il Dalai Lama ha sottolineato innanzitutto la distanza esistente fra terre come il Trentino e l'Alto Adige, che godono di un'autonomia "reale", e che dispongono degli strumenti giuridici per tutelare i propri diritti, e il Tibet. "Se in Italia i diritti costituzionali sono veramente garantiti, in Cina non è così. Noi non possiamo ricorrere ad un giudice o a una corte per vederci riconosciuto ciò che in teoria la costituzione cinese ci garantisce. Quando descrivo la situazione del Tibet sotto il dominio cinese, solitamente non parto dalle questioni ideologiche. Dico che noi abbiamo un ospite non invitato, che è entrato nel nostro paese con le armi e si è messo a controllare tutto. Un ospite che ci dice cosa mangiare, come dormire, cosa sognare. Un ospite che sostiene di averci liberati. Quando noi tibetani sentiamo dire questo ci chiediamo: ma da che cosa? Il Tibet ha una storia millenaria, una propria cultura, una propria tradizione spirituale. I tibetani hanno sempre avuto una grande fiducia in se stessi, una grande dignità. Siamo gente fiera e orgogliosa. Sul piano culturale, linguistico, della tradizione storica, siamo alla pari dei cinesi (se non più avanti, ha aggiunto maliziosamente, strappando, come un attore consumato, un applauso spontaneo alla platea).
E comunque, il Buddismo è arrivato in Tibet dall'India, non dalla Cina. La nostra lingua è mutuata dal sanscrito, non dal cinese. Che il Tibet sia cosa diversa dalla Cina lo provano le semplici espressioni verbali che la gente usa per definirci. Io sono definito il Dalai Lama del Tibet, non della Cina. La gente dice 'buddismo tibetano', non 'tibetano-cinese'. Non siamo stati noi ad inventare tutto questo, è la nostra storia, la nostra eredità millenaria. Il comunismo cinese si è rivelato di strette vedute e di limitato pensiero. All'inizio le idee che proponeva erano positive, ma il risultato che noi oggi vediamo è che sei milioni di tibetani sono privi di ogni diritto."

Da dove partire, allora, per cambiare le cose? Per il Dalai Lama dall'informazione libera, dall'abolizione della censura. "Molti cinesi pensano che i tibetani sono degli ingrati. Sono stati presi sotto l'ala protettrice della Cina, e non le sono riconoscenti. Questo avviene perché non dispongono di informazioni corrette. E' il momento che ci sia finalmente in Cina libertà di informazione. Un miliardo e trecento milioni di cinesi hanno diritto di sapere le cose come stanno. Anche la democrazia è importante, ma qui il discorso si fa più delicato. Non è interesse di nessuno creare il caos con un cambiamento radicale. Pensiamo sia preferibile un cambiamento graduale. Il problema è che il nostro 'ospite', come l'abbiamo definito, non è molto brillante; pensa solo al controllo. Pensa sia sufficiente dare cibo, dare una casa ai tibetani. Ma non è così: abbiamo la nostra civiltà i nostri valori, non ci basta mangiare e dormire Abbiamo una spiritualità che i cinesi non comprendono e che temono."

Se questo è il quadro, la soluzione è una sola: una forte autonomia, un'autonomia che consenta alla civiltà tibetana non solo di sopravvivere, ma di valorizzarsi, anche passando attraverso i necessari cambiamenti rispetto al passato, come quello che nel 2001 ha introdotto le elezioni degli organi politici rappresentativi della comunità tibetana in esilio (che hanno sede com'è noto a Dharamsala, in India). Un'autonomia che inoltre consenta una migliore tutela dell'ambiente, una distensione nei rapporti fra Cina e India e una progressiva smilitarizzazione dell'altopiano tIbetano. Un'autonomia, infine, che porti anche benessere.

Che l'autonomia del Tibet possa giovare anche alla Cina, era stato peraltro sottolineato dagli stessi relatori che hanno preceduto il Dalai Lama. Il ragionamento è semplice. La repressione genera inevitabilmente ribellione, mentre un'autonomia vera, un'autonomia che soddisfi le esigenze della minoranza che la richiede, rappresenta una tutela per lo stesso Stato che la concede, nei confronti dei pericoli di una secessione violenta. Esempi come quello della Scozia, del Quebec, ma anche del Trentino e dell'Alto Adige/Sudtirol sono lì a dimostrarlo.

Cosa aggiungere a questo? Che in realtà la questione delle autonomie speciali in Italia è assai poco conosciuta. Per i più, le autonomie sono semplici "privilegi", se non l'anticamera della secessione. Comprensibile quindi che la gente - a volte gli stessi giornalisti - sembri piuttosto impermeabile a questo genere di discorsi, pur essendo il Dalai Lama una grande icona del XX (e XXI) secolo, amato e ammirato da tutti. Anche fra gli stessi tibetani, oggi, c'è chi ritiene che il Dalai Lama sia troppo "morbido". A Trento a me in verità è parso sferzante, più delle altre volte. Ma, certo, comprende bene che chiedere l'indipendenza sarebbe, oggi come oggi, una follia, e che farlo con le armi in pugno, oltre che tradire il credo non-violento, si risolverebbe in un bagno di sangue (tibetano). Una cosa è sicura: la Cina dovrebbe ringraziare la sua buona sorte per il fatto di avere un interlocutore così.

Dalai Lama in Trentino


Il Dalai Lama sarà domani in Trentino. Si tratta della terza visita di Tenzin Gyatso al Trentino (le precedenti nel 2001 e 2005). Interessante mi pare essere soprattutto il contesto, un convegno internazionale sulle autonomie regionali nel mondo (a partire ovviamente da quella del Trentino Alto Adige), in appoggio alla richiesta del Governo tibetano in esilio, finora continuamente disattesa dal Governo cinese, di un'ampia autonomia per il Tibet, nel rispetto dell'integrità dei confini della Repubblica popolare.

Posto qui in via eccezionale (di solito evito le commistioni, ma questa non mi pare grave) il testo di un comunicato stampa fatto uscire sull'evento, con la sintesi del discorso pronunciato stamani dal Primo ministro del Governo tibetano in esilio in apertura dei lavori del convegno.


Un'autonomia che soddisfi i desideri di libertà e di autogoverno del popolo tibetano, che tuteli la sua lingua, la sua cultura, la sua religione, il territorio in cui vive - in una parola la sua identità - ma nel rispetto della sovranità cinese, dell'integrità territoriale della Repubblica popolare. Un'autonomia che consenta lo sviluppo economico, sociale e politico del Tibet, conformemente al dettato della carta costituzionale della Cina, che contiene "principi fondamentali per quanto riguarda l'autonomia e l'autogoverno i cui obiettivi sono compatibili con le esigenze e le aspirazioni dei tibetani". E' questo, in sintesi, quanto espresso stamani da Samdhong Rimpoche Kalon Tripa, Primo ministro del Governo tibetano in esilio, in apertura del convegno sulle autonomie regionali che si tiene a Trento, nel palazzo della Provincia autonoma.

Nel suo atteso intervento nella sala Depero del palazzo della Provincia, il Primo ministro del governo tibetano in esilio ha esposto i contenuti del "Memorandum sulla effettiva autonomia per il popolo tibetano", sottoscritto a Dharamsala (India) il 16 novembre del 2008 e sottoposto alle autorità cinesi (la Cina, com'è noto, entrò con il suo esercito in Tibet nel 1950; inizialmente essa firmò un accordo con il Dalai Lama, allora sedicenne. Nel 1959 la sollevazione dei tibetani contro la sinizzazione del Tibet venne soffocata nel sangue. Il Dalai Lama abbandonò il Paese con migliaia di profughi e si stabilì a Dharamsala, dove oggi hanno sede le strutture del Governo tibetano in esilio).
Il documento, che dovrebbe costituire la base di discussione fra il Governo tibetano in esilio e quello cinese, è stato presentato come compatibile con la costituzione della Repubblica popolare cinese, in particolare con la sua sezione VI, che prevede organi di autogoverno per le Regioni nazionali autonome e riconosce il loro potere di legiferare.
"Noi abbiamo iniziato a parlare di autonomia nel 1988 - ha detto il Samdhong Rimpoche - con un documento presentato a Strasburgo. Nel 2002 c’è stato uno scambio di opinioni proficuo fra una nostra rappresentanza e funzionari della Repubblica popolare cinese. Questi concetti sono ripresi nel Memorandum, che si articola nei seguenti punti: il rispetto dell'integrità della nazionalità tibetana; l'aspirazione dei tibetani; le esigenze fondamentali dei tibetani (il cuore del documento, in cui si esaminano i seguenti aspetti: lingua, cultura, religione, istruzione, salvaguardia dell'ambiente, utilizzazione delle risorse naturali, sviluppo economico e commercio, sanità pubblica, ordine pubblico, regole per le migrazioni della popolazione, scambi culturali, didattici e religiosi con gli altri paesi); creazione di un'unica amministrazione per la nazione tibetana all'interno della Repubblica popolare cinese; la natura e la struttura dell'autonomia; il cammino che ci aspetta.
Da parte della Cina c’è ancora un clima di forte sospetto. Noi però rispettiamo la sovranità della Repubblica popolare cinese, la sua costituzione e le sue autorità centrali. Forse ci sono errori di interpretazione di alcuni capitoli, ad esempio quello relativo all’ordine pubblico, ma non dev’essere un problema: non vogliamo un sistema di difesa interno, la difesa rimane nelle mani del governo centrale. Altro problema può essere la lingua: la lingua è l’attributo più importante del popolo tibetano, e quindi essa non deve essere sostituita dal cinese mandarino. L'articolo 4 della Costituzione cinese garantisce la libertà di tutte le nazionalità ad usare e sviluppare le proprie lingue scritte e parlate. Pertanto la lingua principale delle regioni autonome tibetane deve essere il tibetano. Ma non vogliamo l’esclusione del cinese mandarino. Per quanto concerne invece le migrazioni interne, il Memorandum non dice che deve essere impedita, ma che se le migrazioni e gli insediamenti (di cinesi Han) in Tibet continuano senza controllo i tibetani non si troveranno più a vivere in comunità compatte e quindi non avranno più il diritto, in base alla Costituzione, all'autonomia. In quanto alla religione, il Memorandum parla di libertà di credo e religione, conformemente alla costituzione cinese. Anche la separazione stato-chiesa è considerata importante, così come avviene in molti stati secolari. la richiesta di un'amministrazione unica autonoma per i tibetani, infine, non è irragionevole, è conforme al sistema nazionale delle autonomie. Chiediamo di avere un’unica amministrazione per tutte le aree definite come regioni autonome tibetane. Le attuali divisioni amministrative in seno alla Repubblica popolare cinese, infatti, promuovono la frammentazione e ignorano lo spirito di autonomia."
Il Primo ministro ha anche brevemente affrontato la questione dell'indipendenza. "Perché vogliamo l’autonomia e non l’indipendenza? - si è chiesto - Volendo essere pragmatici potremmo dire che non abbiamo scelta. Molti esperti pensano peraltro che sia corretto voler attuare quanto previsto dalla costituzione cinese, ma che questa sia comunque un’utopia, che equivalga a chiedeere l’indipendenza. Noi invece diciamo che aspiriamo fortemente all’autonomia e all'autogoverno: non miriamo al potere politico, noi aspiriamo alla libertà per tutti i tibetani e crediamo che se venissero attuati i disposti costituzionali ciò ci permetterebbe di 'entrare' in un mondo globalizzato, dove i confini nazionali sono meno importanti e dove potremmo avere rapporti positivi con tutti i nostri vicini."

Informazioni sul convegno al sito della Provincia autonoma di Trento qui

Metidazione su un inserto femminile

Ho per le mani l'inserto settimanale femminile di un importante quotidiano nazionale. Per non far nomi, dirò che è l'inserto settimanale femminile del quotidiano italiano più rappresentativo del popolo della sinistra (qualsiasi cosa voglia dire questa parola oggi...).

Confesso subito che sono un lettore di queste riviste, ancorchè occasionale: mi piacciono soprattutto le rubriche che parlano di psicologia e eros, che non mancano mai. C'è sempre da imparare su certi argomenti :-)
Però, insomma, non è che si possa sembre cedere al piacere così, con beata inconsapevolezza. E allora mi sono messo ad osservare l'inserto - ben fatto, ben confezionato, una rivista vera - con uno sguardo un po' più...diciamo critico, via, anche se parliamo pur sempre di critica post-prandiale della domenica pomeriggio.
Cosa ho visto? Innanzitutto, il dato oggettivo: il settimanale si apre con alcune pagine di pubblicità molto glamour, Dior, scarpe, profumi, e vabbé, insomma, non faremo ancora del moralismo su questo, non penseremo mica che uno di sinistra non possa comperarsi scarpe da 300 euro (a scarpa) o debba per forza rinunciare a un Dior... No, infatti, il compagno D'Alema ce l'ha insegnato, farsi la barca non è reato...
Quindi vado un po' avanti, c'è l'indice (buon segno, detestavo la moda di qualche anno fa di mettere l'indice a pag. 60 delle riviste, o giù di lì), e poi subito dopo...l'oroscopo! Un oroscopo un po' particolare, tra l'altro, tutto un vorticare di stelle attorno ai temi centrali dell'amore e della seduzione, con buone nuove soprattutto per Toro, Gemelli...(e tu sei lì naturalmente che ti chiedi: ma quella tizia carina che ho appena conosciuto di che segno è?)

Poi c'è una doppia pagina di foto (uno scatto dalla Nuova Zelanda, a quanto pare il paese più pacifico e dunque quello dove si vive meglio) e finalmente il pezzo di copertina! L'intervista ad un'attrice non scema, eh? Anche se è diventata famosa con un film d'azione. Una piena di spirito, che confessa che le piacciono tanto i maschi (il titolo le mette in bocca proprio questa affermazione, in realtà se poi si legge l'intervista come spesso accade non dice esattamente così, ma tant'è...a qualche piccola bugia siamo abituati e neanche di questo ci scandalizziamo, giusto?) A seguire, ovviamente, l'intervista ad un attore belloccio che ha girato il film d'azione con l'attrice di cui sopra.
Non vi tedierò oltre, con il suggerimento della rubrica "Hotel", per esempio (una notte, 500 euro), o su quello della rubrica "Viaggi" (resort ecologico 5 stelle in Englaterra, 3 ristoranti, un wine bar, possibilità di vari sport acquatico/estremi e per i più pantofolai yoga e jacuzi).

Ora, mi direte, che c'è che non va? Niente. Sono scritti male i pezzi? Tutt'altro. Danno consigli stupidi? Niente affatto. Le foto sono brutte? Anzi, certe gnocche...
Ripeto, il giornale è bello; un inno all'anoressia, ma bello. Del resto, è l'allegato femminile di uno dei principali quotidiani italiani.
Solo, insomma, l'impressione che ne ho ricavato è stata quella di un viaggio nel tempo. Sì, un tuffo nell'800. Quando donna significava gioielli, stelle, amore, pettegolezzi (e una spruzzata di psicologia; in qualche pagina a venir fuori è più il tardo 800). Dico, tutto quel femminismo, come non fosse mai esistito! Capisco che nessuno ha nostalgia delle gonne a fiori e degli zoccoli, men che meno le donne, ma una così radicale nemesi storica...

Vabbé, probabilmente questo è il frutto di un altro genere di discorsi, un po' più post-femministi. Quelli sulla differenza di genere. Se quello fosse un inserto maschile, dopotutto, ci sarebbero automobili, cavalli, outdoor, rubriche su come scolpire gli addominali e...gossip, ovviamente, quello è trasversale, piace ad entrambe le metà della luna.

Danca ma mi Crouila



Cose belle della vita.
Canzoni come questa, ad esempio.
Misteri della vita: un pugno di scogli ventosi in mezzo all'Atlantico, dove non c'è quasi niente, neanche l'acqua, capaci di produrre della musica così meravigliosamente piena di sentimento. Sarà la posizione, a Ovest dell'Africa, a metà strada fra Portogallo e Brasile, fra Fado e Samba? Sarà la nostalgia dell'emigrante? Sarà il passato di schiavitù, la marginale grandezza del più longevo e arretrato degli imperi coloniali?

A Berlino...va sempre bene

Il cielo sopra Berlino di Wim Wenders è forse il film più pretenzioso e falsamente poetico che ho visto in vita mia. Uscii dalla sala irritato, ero in quella stagione della vita in cui può ancora capitare di prendere un film tanto sul serio, nel bene e nel male. Una materia così buona (Berlino! Basti pensare al disco di Lou Reed), una fotografia così sofisticata, una colonna sonora così chic, e il risultato? Il sublime visto con gli occhi di un freakettone. Angeli, trapeziste e monologhi senza costrutto. Tutta estetica, insomma. Tutta forma.
Per chi aveva amato il Wenders scarno ed essenziale di Alice nelle città, o quello crudele di Nick's movie, un tradimento.

Berlino con il muro è stata una grande fonte di ispirazione. Dolore e separazione hanno sempre una forte influenza sugli artisti. Dopotutto, se non sei Goethe, chi te lo fa fare a scrivere o a suonare se stai bene?



Avevo visto il socialismo reale, ero stato in Ungheria e Romania, mi era bastato per cambiare idea. Però non ho gioito vedendo le immagini del Muro che cadeva. E questa è una colpa. Forse, mi stupiva più di tutto che nessuno l'avesse previsto, studiavo scienze politiche, perché Panebianco, Pombeni o qualcun altro di loro non ci aveva messi sulla pista giusta? Ciò dimostrava la scarsissima capacità predittiva delle scienze umane, ai miei occhi.

In questo giorni la tv dedica molto spazio a Berlino. Ieri ho visto la testimonianza di un filmaker, il quale diceva che non è vero che a Berlino est non ci fosse nulla, certo, erano tecnologicamente arretrati, mancavano un sacco di cose, ma si faceva con ciò che si aveva, ci si dava da fare. Anche questa è una grande verità, il comunismo era detestabile per la mancanza di libertà e per il suo kitsch, non per la povertà. La povertà può essere persino stimolante. Quando sento dire che oggi in nessun pitch serio si prende in considerazione un video con un budget inferiore a 150.000 euro mi viene da piangere.
La mia idea di creatività e sempre stata: della gente seduta in una stanza, senza mezzi, senza niente, ma con un casino di cose da dire e di voglia di fare. Un'idea austera e romantica, insomma.



Comunque, alla fine il Muro è caduto. Il Muro è caduto, Gorbaciov ha compiuto tutta la sua parabola, e gli anni '80 sono definitivamente evaporati. C'è chi li dipinge come gli anni fatui del riflusso e della musica di plastica. Che semplificazione. Gli anni '80 erano gli anni del Muro, dell'Europa ostaggio dei missili nuceari (SS20 da una parte, Pershing e Cruise dall'altra), di film come "The day after". Gli anni della tecnologia radioattiva, ingombrante, terrorizzante, centrali nucleari e rampe di lancio. Ancora l'ombra lunga di Hiroshima.
Dopo la caduta del Muro, tutto è cambiato. La tecnologia che ha dominato i vent'anni successivi è stata di tutt'altra specie. Internet, reti, files, computer. Tecnologia, soft, immateriale, fatta per comunicare.

Per un diverso punto di vista, su un'altra stagione di Berlino, invito a leggere di questo viaggio in autostop negli anni '60, dell'amico Guido De Mozzi.

Dead Weather at the Brixton Accademy



Posto un po' in ritardo un piccolo spezzone del concerto dei Dead Weather che ho visto la scorsa settimana a Londra, alla Brixton Accademy. La qualità è quella che è, è girato con una macchinetta fotografica e poi stavo in galleria...
E poco lontano, vicino alla stazione della Tube, uno splendido pub che sembrava uscito da un film di Ken Loach. Fabio dice che la civiltà di un popolo la si vede anche dai luoghi che costruisce per stare assieme, dal suo modo di socializzare. E' proprio così, und ich bin ein londiner :-)

Londra






O città, città, talvolta posso udire, vicino
a una qualsiasi taverna in Lower Thames Street
il lamento piacevole di un mandolino,
e dentro un chiacchiericcio e uno scalpicio
là dove a mezzogiorno i pesciaioli riposano;
dove le mura di Magnus Martir contengono
inesplicabile splendore di bianco e oro ionici.

T.S. Eliot, La terra desolata

foto: marco pontoni (di ritorno da un blitz londinese)

UN’EPIFANIA

Le bambine giocano, usando il sedile dell'altalena come un tavolo. Sono inginocchiate per terra, sono entrambe vestite di rosa. Due bambine più grandi stanno andato in bicicletta, passano dal parco alla strada e dalla strada al parco, finché una mamma non le richiama, devono rimanere nel parco dove c'è tanto spazio, non vuole che vadano in strada.
È sabato pomeriggio, l'ora dei padri. Sta leggendo il saggio di un filosofo indiano sul dialogo fra le religioni, seduto su una panchina. Più cresce il fondamentalismo più le persone di buona volontà si sforzano di trovare una strada per il dialogo, di usare le religioni per pacificare i conflitti anziché farli deflagrare. Le bambine canticchiano sullo sfondo cose senza senso come "ha fatto la cacca nel pisello", e ridono. Fra qualche anno si vergogneranno a fare queste cose davanti ai loro genitori, pensa, per ora no, il padre è il bene più grande, talmente grande e incondizionato che ci si può dimenticare della sua benevola presenza, si può fare come se non ci sia pur sapendo che c'è. Si può non temere il suo giudizio.
E con questo pensiero improvviso interrompe la sua lettura (tanto non riesce ad andare avanti comunque); interrompe la sua lettura continuando a seguire il filo dei suoi pensieri, l’esile filo mosso dalla brezza che spira sul parco, pensando all'essenza di dio, adesso, il dio del libro, anzi dei libri, il dio degli eserciti, il dio creatore, il dio che dà un nome alle cose. E per un istante gli sembra si sia come aperto un varco, lì fra l'altalena e la sabbiera, che gli permette di raggiungere - o forse solo di intravvedere - un piccolo nocciolo di verità, nel momento esatto, nel momento immobile del pomeriggio di fine ottobre, mentre le panchine lentamente si riempiono e una mamma giovane sta litigando con un signore anziano a proposito di un cane. Il dio migliore, il dio assoluto, il dio più compiuto, l'essenza stessa dell'amore, non è il dio dal quale ci si deve nascondere perché si è rubato un frutto da un albero. Non è il dio che ci fa vergognare della nostra nudità, non è nemmeno il dio che ci costringe a morire in esilio perché abbiamo formulato un pensiero meschino, un pensiero puerile, un pensiero squallido. E certamente non è il dio che ci punisce perché mostriamo i nostri capelli o mangiamo un pezzo dell'animale sbagliato. Il dio perfetto è quello che percepiamo, senza imbarazzo, tutto intorno a noi, è il dio dal quale ci sentiamo avvolti e protetti ma non giudicati, il dio di fronte al quale non ci vergogniamo di parlare con la bocca piena, raccontare barzellette sconce, fare la doccia, sudare e scopare. L'unico dio che vale la pena di pregare è il dio dell'infinita accettazione, che ci ama per quello che siamo anziché odiarci per quello che non siamo.

(da La calda notte degli avatar, raccolta in faticosa gestazione)

I feel so...



lonely.
But smart.

Brothers (and sisters)



C'è qualcosa di oscuro che mi attrae in una canzone così, in una way of life come questa, "Brothers and sisters", ovvero sentirsi parte di un gruppo, una comunità, avere persone che puoi chiamare "fratello" o "sorella" anche se sei figlio unico.
Tutto il gran discutere che si fa attorno al tema dell'identità - la riscoperta del territorio, delle radici, giù giù fino alle nevrosi leghiste, alla falsificazione pura, all'invenzione di tradizioni inesistenti (dal dio Po a miss Padania) - va a parare qui, alla fine. Il bisogno di sentirsi parte di qualcosa di più grande, l'inconsistenza dell'individuo in quanto tale.
30 anni fa la risposta sarebbe stata: coscienza di classe. Oggi: etnia, territorio, campanile. L'identità incardinata al suolo, al luogo in cui hai avuto l'avventura di nascere.

La mia domanda è: davvero la mia identità è determinata dalle mie origini? E' tutto lì? I miei fratelli e sorelle sono tutti gli abitanti con i quali condivido lo spazio geografico in cui vivo e lavoro, e dove pago le tasse?
Ho sempre trovato questa tesi inaccettabile.
E se a me i cori di montagna non piacciono, né gli Schutzen? Se mi piacciono questi negri, invece, questi Urban Species? Se non mi commuovo quando sfilano gli alpini in parata? Eppure amo la mia terra, credo di sì. Amo il paesaggio, amo la luce obliqua che colpisce i versanti delle vallate e le superfici delle case, ad una certa ora del giorno. Amo persino gli svincoli dell'autostrada, i quartieri senza grazia degli anni '60, non vorrei vivere a Pienza, non vorrei vivere in una città-museo, amo queste cose qui, marciapiedi e insegne al neon.

Ripeto, basta questo per sentirsi parte di una comunità? Oppure l'identità è una scelta, è l'insieme dei miei cammini, dei miei percorsi, non (solo) dei miei luoghi?
Io voglio scegliere, certo. Musica americana, letteratura tedesca, cucina cinese, studi di africanistica, perché no?
Edoardo Bennato - il cantautore - aveva già liquidato questa faccenda molti anni fa, ricordo perfettamente l'intervista che lessi su "Ciao 2001", per me vale quanto tutti i testi di antropologia che ho letto in seguito: "Mi dicevano di portare avanti la tradizione, la musica napoletana, ma se io al mattino quando mi svegliavo sentivo le canzoni di Little Richards e J.L. Lewis quella era la mia tradizione, non gli stornelli."

Arte e apartheid


L'apartheid in Sud Africa è finito, com'è noto, non con un bagno di sangue (come profetizzavano certi "corvi neri"), ma con la Commissione Verità e riconciliazione, tentativo unico di metabolizzare una grande lacerazione storica attraverso un esame di coscienza collettivo.
Tuttavia il mondo forse non ha riflettuto abbastanza sullo "scandalo" dell'apartheid, tanto più che questo sistema di governo prese corpo alla fine degli anni '40, ovvero subito dopo la sconfitta del nazifascismo, che si basava in primo luogo su un'ideologia razzista.
Per questo segnalo volentieri questa mostra del Mart di Rovereto, di un artista sudafricano, Kendell Geers.

Dal 31 ottobre 2009 al 17 gennaio 2010 il Museo di Arte Moderna e Contemporanea di Trento e Rovereto presenta la mostra “Irrespektiv” dell’artista Kendell Geers, nato in Sud Africa e da sempre impegnato in una riflessione profonda e personale sul tema della segregazione razziale.
A cura di Jérôme Sans, “Irrespektiv” è una coproduzione europea, che associa musei e istituzioni artistiche del Belgio, dell’Inghilterra, della Francia e dell’Italia. Il titolo, una parodia del termine “retrospettiva”, esprime immediatamente il tono della mostra e la pone all’insegna dell’impegno politico e della provocazione. Geers è stato attivo in prima linea nella denuncia delle follie dell’apartheid, ed è giunto a modificare la propria data nascita, per farla coincidere con il maggio 1968. Un rimando al maggio francese che dà il senso della consacrazione all’impegno politico e sociale dell’artista.

Con i suoi lavori, Kendell Geers esplora i limiti e i confini geografici, linguistici, politici, sociali, sessuali e psicologici dell’uomo. L’artista rivendica, infatti, la necessità di prendere posizione rispetto al mondo in cui viviamo. Da questo atteggiamento critico – che evita però ogni visione manichea della realtà – nasce un’arte impegnata, che coinvolge totalmente l’artista a livello personale, e trascina il pubblico all’interno dell’opera, rendendolo a tutti gli effetti un elemento della creazione artistica. Le stesse reazioni ed emozioni del visitatore, spaesamento, attrazione o rifiuto, sono parte costitutiva delle opere di Kendell Geers.
Al Mart, il visitatore potrà sperimentare tutto ciò su di sé a partire dall’opera che introdurrà la mostra. L’installazione “POSTPUNKPAGANPOP” (2008), un inedito assoluto per l’Italia, consiste in un labirinto circondato di uno speciale filo spinato, inventato dalle forze di polizia sudafricane con lo scopo di infliggere più danni di un comune filo spinato.

Non è consentito limitarsi ad “ammirare” l’opera, ma è necessario interagire con l’opera: il visitatore deve scegliere da che parte andare. Il “labirinto” ha due diverse uscite: una porta al resto della mostra, l’altra conduce fuori, verso il contesto rassicurante della collezione permanente del Mart. In questa come in altre installazioni, l’inferno dell’Apartheid in Sud Africa affiora in modo ossessivo, ma Kendell Geers non si propone di raccontare né spiegare, quanto piuttosto di coinvolgere e di far rivivere al visitatore la propria condizione esistenziale. La critica di Geers al sistema dell’Apartheid è implacabile proprio perché è espressa da chi l’ha vissuta in prima persona: l’artista riversa sul suo lavoro e le sue opere tutta la paranoia, l’ambiguità, la violenza e l’ipocrisia proprie della piccola borghesia bianca sudafricana di quell’epoca. Allo stesso tempo, oltre alla provocazione, è presente in queste opere anche un importante elemento di ironia e distacco, perché l’artista non mira a imporre le proprie opinioni personali, ma invita l’osservatore a riflettere sulle proprie scelte.

Dopo essere stata presentata in Belgio (Kendell Geers vive e lavora a Bruxelles) con due progetti complementari allo SMAK di Gand e al BPS 22 di Charleroi, in Inghilterra al BALTIC Centre for Contemporary Art di Newcastle e al Musée d'art contemporain di Lione, la mostra si conclude in Italia, al Mart, Museo di Arte Moderna e Contemporanea di Trento. In ognuna delle sedi l’artista ha ripensato il progetto, rendendo ogni esposizione diversa e originale rispetto alle altre.

Il catalogo, edito da Bom Publisher di Barcellona, presenta gli interventi di Warren Siebrits, Jérôme Sans, Paulo Herkenhoff, Christine Macel, Rudi Laermans e Liveven de Cauter.

Come scomparire del tutto

Il Giappone per noi resta sempre la terra più esotica, quella dove succedono le cose più strane, dove guerrieri invincibili si autoinfliggono la morte per spada, dove piloti suicidi si scagliano con i loro "Zero" sulle portaerei nemiche, dove i comportamenti sessuali sono più estremi, dove giovani internauti si barricano nelle loro camerette e chiudono i contatti (reali, fisici), con il resto del mondo, dove si può persino "evaporare".
Cito dal sito di Ludik: "In Giappone, a quanto pare, migliaia di persone decidono di scomparire per costruirsi una nuova vita e chiudere con un passato difficile. Li chiamano, appunto, 'evaporati'.(...). Di solito i clienti degli evaporatori sono celibi, degli impiegati modello, appartenenti alla classe media, ma ci sono anche persone che fuggono con tutta la famiglia. In Giappone le famiglie degli evaporati non hanno nessun aiuto. Queste realtà è accettata da tutti, è un dato di fatto. La legge riconosce a una persona adulta il 'diritto di scomparire'. Anche se perde tutti i diritti civili: non avrà diritto all'assistenza sanitaria, mentre i suoi figli non avranno diritto alla scuola. Evaporare. Sparire."
Sia come sia, è vero che nella società globale, dove il mezzo è diventato il messaggio e il mezzo siamo noi e il messaggio l'abbiamo scordato, disconettersi, sparire, chiudere i blog, chiudere facebook, chiudere con le carte di credito che hanno sostituito i documenti da esibire alle frontiere, chiudere con i reality, gettare le pile in un fosso, chiudere persino con il lavoro per inseguire il fato di un personaggio di Pirandello o Fernando Pessoa o Simenon rappresenta l'estremo gesto di ribellione, il sogno notturno inconfessabile, la fuga definitiva e forse la condanna più dura che il moderno samurai può riservare a se stesso.
Qualche giorno fa un olandese è morto dalle parti di San Michele all'Adige, nelle campagne, hanno scritto, nei boschi, ma che boschi, che campagne? Un pezzo di valle tagliato in due da un'autostrada, un panorama di vigneti e aziende agricole, capannoni e musei del vino, nulla che possa ricordare in qualche modo "Into the Wild". Aveva molti soldi con sé, pare 30.000 euro. I cacciatori l'avevano visto aggirarsi, coperto di foglie, parlava inglese, non si sa cosa ci facesse lì, in quella campagna ibrida, assolutamente urbana, lontano da casa ma molto molto vicino a un qualunque supermercato. E' morto di stenti, di consunzione, forse per una caduta, non ancora per il freddo, era lucido, pare non assumesse droghe, l'hanno trovato nel vigneto, morte in un vigneto, un olandese sconosciuto, senza legami né missioni da compiere, morto in un non-luogo rurale. Aveva decido anche lui di scomparire completamente?
E poi, c'è chi scompare non per scelta consapevole ma per dato di fatto, la donna di ottantotto anni che hanno trovato ieri dopo una settimana, ad esempio, morta in casa sua, un genere diverso di scomparsa, di disconnessione, non aveva un indirizzo e-mail, non chattava, non aveva né un parente in vita né un avatar, quindi era già scomparsa, scomparsa nel condominio di una piccola città fra i monti, lo dico senza retorica, tutti abbiamo una vicina di casa anziana che non conosciamo, mi interessa la scomparsa, non l'indifferenza alla scomparsa, mi interessa how to disappear completely.

"Non c'è salvezza per i solitari. Il Libro non dice che siano beatificati" (J.L. Herlihy)

Una delle foto più fighe che mi abbiano scattato



Ovviamente perché mi si vede poco.
Autore il solito Romano Magrone. Circa 2006, Sri Lanka o India...

a letter to elise - macchine fluide



Questa canzone...
Ma non è onesto postare solo delle canzoni, servirsi del lavoro degli altri. Così, ecco un breve passaggio dal mio romanzo "Macchine fluide", segnalato al Premio Calvino 1997, mai pubblicato, of course.

Entra la signora Asimova. È sdraiata sul letto, al buio, ancora vestita. La bambina dorme sdraiata accanto a lei. Solleva una gamba. Resta così per qualche istante. La gamba tremola come la fiamma di una candela.
"Se solo riuscissi ad essere più sicura di me. Più sicura di me! Mi dico: è forse questa la felicità di cui si sussurra con tanta segretezza? Perché quando parlo con qualcuno, d'improvviso, senza ragione, una gelatina fredda, schifosa, m'invade sottopelle, e allora non riesco più a dire nulla, nulla che non sia qualcosa di poco intelligente? Eppure, non c'è motivo di pensare che io sia poco intelligente.
Guardo gli altri, li osservo da lontano, senza che se ne accorgano, li osservo mentre stanno tra loro, mentre si accalorano per futili ragioni, qui come a Mosca, o perfino nella casa di campagna dei miei nonni, dove andavamo a trascorrere le vacanze estive, appena sposati...ci andremo più? I mattoni rossi, le scandole, il gallo sul tetto. Li guardo e non mi sembrano infelici, mi sembrano infelici solo quando un avvenimento inaspettato li colpisce, quando li passa da parte a parte, ma dura un istante, mentre la mia infelicità è un'ombra che non mi lascia mai.
Se solo potessi, se solo riuscissi ad essere più sicura di me. Più sicura di me! Allora sì che la vita sarebbe una passeggiata in primavera, per un sentiero che costeggia un ruscello. Se non pensassi, ogni volta, se non pensassi: ecco che faccio la figura della stupida. Ecco che parlo a sproposito, e mio marito mi incoraggia, vuole forse che io sembri stupida? Fa così per ottenere l'amicizia solidale degli altri uomini? Comprensione per una scelta avventata, aver sposato una sempliciotta? Lui, scrittore, lui compagno professore!
Credo che dovrei essere più sicura di me. Che dovrei provare. E se non ci riuscissi? Penso che, per cominciare potrei almeno rilassarmi. Potrei farlo una mezz'ora al giorno. Sarebbe già qualcosa. Un piccolo passo in avanti. Rilassarmi mezz'ora al giorno. Forse dovrei provare con lo yoga".

Somalia






Qualche foto che ho scattato in Somalia (Merka, regione del Basso Scebeli), ormai un po' di tempo fa.

Nanni Moretti - Bianca



Nanni Moretti è uscito abbondantemente dal cliché del regista generazionale.
Ho rivisto "Bianca" ieri sera. Splendido. Sì, sul finale paga un pegno alla sua generazione, evidentemente (nel monologo delle scarpe, da cui si deraglia al Portogallo della Rivoluzione dei Garofani). Ma in fin dei conti, una scena come questa non andrebbe altrettanto bene oggi? C'è tutto: fa ridere, se vuoi ridere. E' un fotogramma lucido e persino spietato della solitudine, se vuoi fare sul serio (il protagonista del film, l'insegnante ipermoralista che uccide i coniugi che tradiscono e le coppie che "scoppiano" è fondamentalmente solo, solo come il De Niro di "Taxi Driver", no?).
Il film resta memorabile per la scena del barattolone di Nutella. Ma contiene tante altre cose. La nevrosi per le cose che cambiano, ad esempio. La presa in giro del nuovismo a tutti i costi. E poi, Moretti come sempre eccelle nel satireggiare su ciò che meglio conosce, i luoghi comuni della sinistra. Mi piacerebbe tanto, ma tanto che si scatenasse contro Ascanio Celestini, come accade qui!!!!

Riva del Garda Blogfest

All the pretty family...
(nel mio caso, proprio la family al gran completo).

Il nobel per la letteratura a Herta Muller


Il nobel alla letteratura è stato assegnato a Herta Muller, di cui avevamo parlato qualche mese fa in questo blog, suggestionati dalla lettura del suo "Il paese delle prugne verdi", edito dall'editore Keller di Rovereto (Tn).

Riporto qui il lancio Ansa. Proprio oggi, e riguardo a un precedente post sul tema, ho ricevuto una mail che confuta in parte sia quanto raccontato dalla Muller riguardo alla dittatura di Ceausescu in Romania sia quello che ricordavo io del mio viaggio in Transilvania del lontano 1986. Bene, credo che la scrittura della Muller sia effettivamente molto interessante, una scrittura assieme lirica e asciutta, inizialmente difficile da decifrare, di certo non banale. La descrizione che dà della Romania di quegli anni è impressionante: ma non dico questo perché amo il romanzo "impegnato", l'arte "di denuncia". Credo che l'unico impegno di uno scrittore consista nel dire bene ciò che deve essere detto. Ed in questo mi pare che lei si sia rivelata all'altezza del compito (perlomeno in quel libro).
Riguardo a Ceausescu, penso che ogni dittatura abbia molte facce: fra le tante, ve ne possono essere anche alcune accattivanti. Conosco rumeni i quali oggi dicono che "si stava meglio quando si stava peggio". Io stesso ero stato colpito da alcune cose che avevo visto (o forse solo sentito dire) in Romania, ad esempio riguardo all'assenza di criminalità (vera o presunta essa fosse, e non parliamo qui della criminalità politica). I ragazzi rumeni che ho conosciuto erano molto colti e conoscevano la letteratura occidentale anche meglio di noi. Non so bene dove la trovassero visto che io nelle librerie avevo visto solo libri di propaganda politica, ma evidentemente c'erano (o si studiavano). Comunque, è vero ciò che sostiene questa persona, probabilmente: le dittature non cadono per la letteratura ma per la fame. O forse cadono semplicemente perché il mondo le lascia cadere, e ciò non riguarda solo le dittature, ma anche la nostra Prima Repubblica pentapartitica.
Infine sulle analogie con Berlusconi: sì, è vero, noi italiani (alcuni di noi italiani) parliamo con troppa facilità di analogie fra il regime berlusconiano e le dittature "vere". Ciononostante, devo anche dire che le parole che ieri Berlusconi ha usato nei confronti del presidente della Repubblica e della Consulta io non le ho mai sentite prima. E mi inquietano un po'.

Ecco breve ritratto e motivazioni del nobel a Herta Muller.

Nata nel 1953 a Nitzkydorf nel Banato Svevo, regione di cultura e lingua tedesca passata dopo la seconda guerra sotto il controllo della Romania, ha studiato letteratura tedesca e romena a Timisoara, legata a un gruppo di scrittori e poeti romeno-tedeschi (l'Aktionssgruppe Banat di cui facevano parte Richard Wagner - con cui si e' sposata e trasferita in Germania nel 1987 - Nikolaus Bergwanger, Rolf Bossert, Franz Hodjak) che praticava la letteratura come opposizione culturale al regime di Ceausescu.

Pubblico' il suo primo libro, 'Niederungen', a Bucarest nel 1982 e gli altri dopo il suo arrivo in Germania, dove ha vinto nel 1994 il Premio Kleist, nel 2003 (a pari merito con altri due autori) il Joseph Breitbach e l'anno dopo il Konrad Adenauer. Nelle sue opere ha rappresentato, puntando molto sullo stile e la scrittura gli aspetti piu' crudi del suo ambiente (la miseria e l'arretratezza culturale della minoranza tedesca del Banato) e della situazione politico-sociale della Romania, con un riferimento particolare alla condizione delle donne.

In italiano esiste il romanzo ''Il paese delle prugne verdi'' edito da Keller (vedi in proposito anche il blog di Carlo Martinelli) e il suo racconto ''Una mosca attraversa un bosco dimezzato'' nell'antologia ''Fuoricampo'' di scritti di autrici austriache e tedesche, edito da Avagliano. (ANSA)

Ma queste sono quattro righe di maniera che hanno tutti i siti, oggi. Come scrive veramente Herta Muller? Com'è la sua Romania? Ecco un brano da "Il paese delle prugne verdi" (trad. Alessandra Henke, Keller edizioni).

Kurt veniva in città ogni settimana. Era ingegnere in un mattatoio. Si trovava al margine di un paese, non lontano dalla città. La città sorge troppo vicino per abitare in paese, disse Kurt. Gli autobus viaggiano in direzione opposta. Al mattino, quando devo trasferirmi in paese per lavoro, un autobus esce dal paese verso la città. Di pomeriggio, dopo il lavoro, un autobus si dirige dalla città verso il paese. Ciò ha una sua ragione, non vogliono che nel mattatoio lavorino persone che possono viaggiare in città. Vogliono gente del paese, che lo abbandoni raramente. Quando giungono i nuovi arrivati, diventano rapidamente complici. A loro occorrono pochi giorni per tacere come gli altri e bere sangue caldo. Kurt controllava dodici operai. Collocavano tubi di riscaldamento nell'area del mattatoio. Kurt era raffreddato da tre settimane. Ogni settimana dicevo: devi rimanere a letto. Gli operai sono intasati quanto me e non rimangono a letto, diceva lui. Quando manco non fanno niente e rubano tutto.
(...) Poi disse: i bambini della scuola di Georg non vogliono saperne nulla della fabbrica e del parquet dei loro genitori e dei fischietti dei loro nonni. Dalle assi ricavano pistole e armi. Vogliono diventare poliziotti e ufficiali.
Quando al mattino vado al mattatoio, i bambini in paese vanno a scuola, disse Kurt. Non hanno né un quaderno né un libro, solo un pezzo di gesso. Così disegnano pareti e recinti pieni di cuori. Sono solo cuori intrecciati l'uno all'altro. Cuori di manzo e di maiale, che altro. Questi bambini sono già complici. La sera, quando ricevono i baci, sentono che i loro padri bevono sangue e vogliono andare là.

OLD STAR

Sotto un cielo ancora parzialmente sereno fece il suo ingresso on stage, salutato da uno scroscio di applausi come acqua in una fontana. Un tempo ci sarebbe stato un boato, un ruggito, l'energia compatta, quasi solida, dal prato verso il palco, lo spostamento d'aria di una bomba quando esplode, l'impatto di un treno merci lanciato a tutta velocità contro un monolite di basalto indistruttibile.
Un tempo così si visualizzava, come un monolite di basalto, l'aiutava a reggere la tensione dei primi minuti, quando il pubblico ai suoi piedi iniziava a saltare o a sbandare, e poteva accadere a volte che una ragazza finisse sotto o la schiacciassero contro le transenne (i roadies dovevano essere veloci a strapparla da lì e metterla al sicuro).
Ci fu anche una stagione in cui tiravano le molotov, la stagione della contestazione in cui, in Europa, incendiarono il palco ad un'altra rockstar, a lui non era dispiaciuto perché odiava quel coglione, ma quando, a Roma, si era visto arrivare i sassi e le bottiglie di vetro dal mare nero di giubbotti di pelle aveva avuto paura e da allora l'inquietudine gli era rimasta. “Basalto nero”, così gli sussurrava il manager all'orecchio, aveva capito che con "roccia" non funzionava, basalto nero, come il coach al pugile seduto nell’angolo, in attesa del prossimo round. Per molti anni la sensazione era stata amplificata dalle droghe, si piantava nel centro del palco davanti all'asta del microfono con la chitarra imbracciata e non si muoveva più per due ore, non concedeva nulla alla scena, non ballava, non si agitava, era diventato il suo tratto distintivo (tutto ciò nella sua età matura, ovviamente), il pubblico l'aveva seguito, aveva imparato ad amare quell'immobilità magnetica, mentre la musica mugghiava tutt'attorno, elettrica, caos controllato e condensato in tre accordi.
Il profilo della città era molto cambiato da allora. C'erano stati i due 11 settembre, quello del 2001, con il quale erano sparite le Torri, e poi quello del 2014, che aveva cancellato il Chrisler e una dozzina di altri grattacieli. Da allora New York non si era più ripresa. Nonostante la Guerra finale, nonostante i programmi di ripopolamento, l'esodo non si era fermato. Nei due anni successivi al secondo attacco la Grande mela aveva perso metà dei suoi abitanti. Il grosso del giro di affari si era trasferito altrove e adesso Manhattan assomigliava un po' di più alla città che lui aveva conosciuto da ragazzo, un luogo losco e vivace, popolato di personaggi deliziosamente squilibrati, di predatori e prede, di gente alla ricerca di qualsivoglia opportunità.
Ma era solo un'impressione. Ad un livello più profondo, sotto la superficie della decadenza scintillante, che generava sempre nuovi eventi e nuove forme d'arte, i suoi occhi esercitati riuscivano a cogliere le reali linee di frattura, il degrado senza rimedio. Anche quel festival, in fondo, rappresentava una risposta debole. Certo, aveva attirato lì 200.000 giovani. Ma se ne sarebbero andati - quasi tutti - non appena l'ultima nota fosse stata suonata. Chi attirava oggi la città? Sbandati, avventurieri, gente che non aveva nulla da perdere. Molti erano anziani, vedovi o donne separate, gente della sua età.
Guardò il bassista alla sua sinistra. Di lui si fidava. Da anni ormai poteva suonare solo con le cuffie e anche così il suono della chitarra gli arrivava ovattato. E quello della band era solo un fragore sullo sfondo, un temporale che saliva e scendeva. Del bassista però si fidava. Riconosceva le note che pizzicava sulle quattro corde del suo strumento dalla posizione delle dita. Era il migliore del gruppo. Assieme avevano suonato di tutto, i pezzi aspri e malvagi degli esordi, le canzoni sull'eroina e sul sadomasochismo, che avevano destato tanto scandalo subendo i colpi gloriosi della censura, che avevano fatto schizzare la sua popolarità alle stelle; poi il periodo orchestrale, quando i testi erano diventati sardonici e allusivi, pervasi da un cupo umorismo gay; quindi i successi dell'età matura, solide composizioni che riassumevano il senso di una carriera e di una vita che nessuno avrebbe immaginato così lunga, nemmeno lui stesso; e ora la produzione recente, quella rarefatta, poetica, venata di malinconia, vero specchio della metropoli e dei suoi abitanti, fotografia del cambiamento e della caduta, su cui si riflettevano gli splendori del passato.
Guardò il pubblico sul prato. Molti passeggiavano, si baciavano, facevano la fila alle fontane. Credevano di conoscerlo, credevano di sapere tutto di lui, perché la sua carriera era stata un diario pubblico, un continuo mettersi a nudo. E invece non sapevano del suo mal di schiena, della scortesia di uno, all’hotel, che evidentemente non l’aveva riconosciuto o non aveva proprio idea di chi fosse. Non sapevano nulla del diventare vecchi, della difficoltà di ricordare i testi delle canzoni.
Sotto al palco, in religiosa attesa, c'erano non più di un paio di migliaia di persone. I fedelissimi, fra cui anche qualche amico d'infanzia con il quale aveva ascoltato Presley, i Drifters e i grandi tenori, quando nel Bronx ci vivevano ancora tanti italiani. Altri ne sarebbero arrivati quando avrebbe attaccato il suo brano più famoso, considerato il vero inno cittadino, il capolavoro letterario-musicale popolato di travestiti e papponi, di spacciatori e puttane, che alla sua uscita aveva fatto gridare al miracolo, la sintesi neorealista di una vita spesa all'ombra dei grattacieli, nelle strade raccontate da Delmore Schwarz e James Leo Herlihy e Don De Lillo e Tama Janowitz e Rick Moody. Ora al posto di quelle ombre c'erano buchi, voragini, cantieri.
Qualcosa tremò sulla sua guancia. Si chiese se a metà concerto avrebbe avuto bisogno di sedersi. La mano cadde pesantemente sullo strumento, facendo esplodere un re maggiore. Uccelli volarono via nel cielo ancora parzialmente sereno.
Si sentì vivo, dopotutto. Un monolite di basalto, nero, indistruttibile, altissimo, si vedeva proprio così, altissimo, dall'alto dei suoi ottant'anni.

Vorrei uscire stasera, ma non ho uno straccio da mettermi...



Alla metà degli anni '70 sui palchi italiani volavano molotov (e lacrimogeni fra il pubblico).
Nel '77 nei pub dove nasceva il punk volavano bottiglie di birra.
Nel 1983 sul palco degli Smiths volavano gladioli appassiti.

Morrissey era tutto, fuorché la banalità espressiva.
E se c'è qualcuno che dice ancora che negli anni '80 non c'era buona musica, si ciucci il suo biberon indie-rock.

E questa è una delle canzone più dolcemente, amorevolmente decadenti che siano mai state scritte.

Freshlyground: Africa in movimento



Ho visto l'altra sera in concerto questo gruppo, i Freshlyground. Si tratta di una band sudafricana (con componenti anche da Zimbabwe e Mozambico), molto famosa in Africa (e con vari concerti all'attivo in Europa). Il tutto nell'ambito della manifestazione "Sulle rotte del mondo". La musica era il pop africano che abbiamo imparato a conoscere almeno dai tempi di Johnny Clegg e della lotta all'apartheid anche attraverso la musica.
Pop africano, quindi afro-beat saltellante, con venature soul e blues e sonorità più specificamente locali, che emergono soprattutto nei cori, nelle voci. Ma questi sono tecnicismi. Musica che trasmette gioia, ecco, e io solitamente questa musica l'assumo col contagocce. Musica positiva suonata da gente che - sia detto senza alcuna tentazione lombrosiana - lo si vede subito che è "bella", che sta dalla parte giusta, che non potrebbe mai mescolarsi ai duri di cuore, agli avidi, ai meschini, ai razzisti.

In quanto alla manifestazione in sé, durata una settimana, troppi spunti per tentare anche solo di condensarli.
Vorrei ricordare però almeno due passaggi dell'intervento di Jean Leonard Touadi, noto giornalista congolese, primo parlamentare italiano proveniente dall'Africa sub-sahariana. Il primo è tragico: "Il fondo del mar Mediterraneo in questi anni è diventato la tomba di 14.000 migranti, che con i loro corpi stanno costruendo lo spazio euro-africano."
Il secondo riguarda l'incontro fra le culture (un dato che esiste da che esiste la storia dell'umanità, in effetti...). Per Touadi esso è ben sintetizzato dalla scuola coloniale, che, "come aveva intuito l'anziano protagonista del romanzo L'ambigua avventura di Cheikh Hamidou Kane, ha reso la conquista dell'Africa perenne, perché ha conquistato le menti" (ci si riferisce qui a quella scuola che insegnava ad esempio agli africani delle colonie francesi che i loro antenati erano i Galli e i loro fiumi la Senna e la Loira).
Ma la conclusione di Touadi non è passatista: il punto non è che bisognava rifiutare quella scuola, che le culture africane precoloniali erano una sorta di Eden meraviglioso, o che sia possibile oggi rinchiudersi nella propria diversità (vera o presunta essa sia), tornare al passato, "sganciarsi" (come direbbe Samir Amin). Oggi siamo tutti necessariamente "personalità in bilico", noi e gli africani. Siamo tutti un po' di questo e un po' di quello. Sospesi fra culture diverse, nell'oceano della globalizzazione. Bisogna prenderne atto e far sì che questo meticciato dia frutti buoni.
Touadi però è ben cosciente che le posizoni di forza hanno la loro importanza, che è diverso per noi "essere anche un po' africani" (ad esempio grazie alla musica) o per un africano voler essere "un po' europeo". Le posizioni di partenza sono diverse, così come sono diverse le opportunità. "Man mano che studiavo, mi accorgevo che mi allontanavo da mia nonna", ha detto ad esempio Touadi. E quando la distanza diventa troppo grande, è più difficile essere "il lievito dentro il pane", anche se sei un noto intellettuale. E', questa, la condizione di molti africani che si sono staccati dal villaggio, dalla famiglia, dal clan. Difficile oggi per loro, specie se hanno vissuto a lungo in Europa, tornare ai loro paesi per essere il lievito delle comunità di origine, che pure ne avrebbero bisogno.
Forse, come diceva Langer, è importante sì "tradire" le proprie radici, per andare verso l'altro, per esporsi all'altro, alla differenza, al nuovo; ma bisogna conservare anche un'appartenenza, non semplicemente "passare dall'altra parte".

Questo non significa che le migrazioni non producano effetti positivi. Lo ha detto ad esempio Maria De Lourdes Jesus, giornalista di Capo Verde, che anni fa conduceva sulla Rai "Nonsolonero", prima trasmissione in Italia sull'argomento. "L'arcipelago di Capo Verde non ha nulla, è nella fascia del Sahel, non ha risorse naturali, non ha acqua. Poteva contare solo sulle sue risorse umane. Così Capo Verde ha fondato il suo sviluppo sull'emigrazione."
E sviluppo, in effetti, a suo giudizio c'è stato, qualsiasi cosa significhi questa parola, come mi sento spesso in dovere di chiosare.
Ricorda un po' l'Italia, tutto questo. Ricorda un po' anche il Trentino.

(Foto: R. Magrone)