Viaggiatori 1

Oggi volare è un'esperienza normale. Mio padre ha preso per la prima (e unica) volta l'aereo a 50 anni. Io a 24. Mia figlia maggiore a 3, quella minore ha già fatto 3 voli prima di avere compiuto i 2 anni.
Considerare con supponenza i turisti è abitudine antica quanto il turismo stesso. Il film "Il tè nel deserto" di Bertolucci rese popolare la definizione di Paul Bowles: "I turisti sono quelli che appena partiti pensano già al ritorno, i viaggatori quelli che partono per andare, e basta" (cito a memoria).
In verità il film era la trasposizione cinematografica di un libro degli anni 40', epoca in cui forse queste parole avevano ancora un senso. Per di più l'autore era un outsider, che aveva lasciato il suo paese, gli Stati Uniti, per il Marocco.
Oggi tutti vanno dappertutto, anche se ci vanno con le guide della Lonely Planet, che continuano a definire certi posti "tourist trap" (cioè trappole per gente sprovveduta, volgare, poco avventurosa), distinguendoli da quelli per veri viaggiatori.
Nutro sentimenti contrastanti verso le Lonely Planet. Fermo restando che sono utilissime, da un lato le trovo terribilmente snob, ma di uno snobismo ormai datato, nell'era dei viaggi low cost, dei master post-laurea in ogni angolo del mondo e di youtube. Dall'altra riconosco che, come tutti quelli che viaggiano con una qualche pretesa culturale (anche quando lo faccio per lavoro), non posso fare a meno di sentirmi distante dalla massa dei turisti, quelli italiani in particolare, che mettono al primo posto delle loro preoccupazioni la cucina (e che senza occhiale da sole di marca non vanno neanche al cesso).
E' che il mondo diventa di giorno in giorno sempre più surreale. Pieno di gente che si spinge in posti esotici e ricchissimi di cose da vedere, da imparare, da capire come Zanzibar, lo Sri Lanka, il Sinai e poi si lamenta del pasta corner.
Chi sono allora oggi i veri viaggiatori, quelli per i quali si adatterebbe la definizione di Paul Bowles? Gli emigranti, ovvio. Che una volta eravamo noi e ora sono tutti quegli africani, latini, esteuropei ecc. che partono alla volta delle nostre frontiere senza biglietto di ritorno in tasca. E spesso senza neanche quello d'andata.
Anche le tecnologie per le comunicazioni hanno contribuito a cambiare la dimensione del viaggio. In passato viaggiare significava telefonare o scrivere a casa una volta ogni tanto, se si aveva tempo, se si aveva denaro a sufficienza, se i telefoni erano disponibili (ricordo che oltrecortina- nella fattispecie, la Romania di Ceausescu - telefonare in Occidente significava andare all'ufficio postale e mettersi in paziente attesa, a volte anche di un'ora e passa). Oggi i telefonini rendono possibile la magia di fare viaggiare non solo le parole ma anche le immagini e gli scritti pressoché istantaneamente da qualsivolgia parte del mondo a qualsivoglia altra parte. C'è il piacere di condividere minuto per minuto un'esperienza anche con chi è lontano o non è potuto venire con noi. C'è la sicurezza di essere sempre reperibili, rintracciabili. C'è il senso di appartenenza ad una rete mondiale, una sorta di "fratellanza elettronica".
La dimensione della solitudine - e quella sorella dello spaesamento - devono essere invece attivamente cercate.
(foto: il Galle di Colombo, Sri Lanka)

2 commenti:

Donna Cannone ha detto...

mah, non sono mica così certa che la solitudine e lo spaesamento siano da cercare- Credo che invece siano dominanti - urlano nel silenzio e si azzittiscono nel caos, ma sono tratti determinanti delle nostre città e società.

Ciao

Marco Pontoni ha detto...

Capisco il punto di vista. Mi riferivo alla solitudine "feconda", quella che ti rende attento e vigile. E allo spèaesamento che a volte dobbiamo sperimentare nell'atto di "sradicarci".