I'm Outta Time



Coltivando interessi che non interessano a nessuno, schifando passioni che spingono avanti le persone, fasci di nervi, mascelle taglienti, tutto il corpo proteso nello sforzo, spinte con le braccia e piedi che scalciano, i polpacci sudati, i deodoranti, il potere, ambizioni che ignoro.
E' così che si esce dal tempo, è svoltare l'angolo, un pomeriggio di giugno, o era maggio,? C'erano tutti quei petali sul marciapiede, sì, forse era maggio e il tempo si è disteso, come un disco di pasta.
E' così che si diventa un po' autistici?

I migliori del decennio - secondo "La Repubblica"

Ieri "La Repubblica" ha pubblicato le sue classifiche di libri, film e dischi del decennio, giochino sempre divertente, ammettiamolo.

Mi limito a commentare dischi e libri stranieri, i due settori che frequento di più.
Sul fronte dischi, la palma va a "Kid A" dei Radiohead, seguito da "I'm a bird now" di Anthony. Entrambe i giudizi mi trovano sostanzialmente favorevole. I Radiohead sono stati uno dei gruppi più influenti negli anni '90, e sono traghettati negli anni 2000 rinnovando completamente la loro musica (all'origine un rock di chitarre), gettando un luminoso ponte trasparente fra la riva del rock e quella dell'electro. "Kid A" in questo senso è forse il loro disco più rappresentativo, più ancora di "Ok computer" che all'epoca venne (altrettanto giustamente) osannato. I Radiohead hanno creato uno standard: se dovessi avvicinare qualche gruppo dei 2000 alla loro musica non potrei che pensare ai tedeschi Lali Puna, che mi sarebbe piaciuto vedere in classifica.
In quanto ad Anthony, la sua è la voce del momento. Una voce capace come poche di dare corpo al dolore e alla redenzione. Non a caso, fra i suoi scopritori abbiamo Lou Reed, che lo ha voluto in tour con sé nella prima metà del decennio e poi anche per alcune date di "Berlin" e gli ha fatto reincidere canzoni storiche come "Perfect day" o la velvettiana "Candy says".
Bene anche il sesto posto di "Love and theft" di Bob Dylan, uno dei capolavori della sua discografia, con quella voce come carta abrasiva e una manciata di canzoni memorabili, da "Mississipi" a "Po' boy". Bene anche Eminem con il suo "Marshall Matther" (dopotutto Eminem è l'unico rapper che si tira fuori dal mazzo dei papponi), mentre sugli Strokes di "This is it" ho qualche dubbio: sono stati certamente fra i gruppi più rappresentativi della scena indie rock, e hanno scritto ottime canzoni, ma: 1) i loro dischi sono sostanzialmente identici, senza apprezzabili modifiche o evoluzioni dall'uno all'altro, verrebbe da chiedersi perché "This is it" e non "Rooms on fire", ad esempio; 2) è difficile superare l'obiezione mossa loro da Paul Morley in "Metapop", secondo la quale gli Strokes sono il miglior gruppo rock...degli anni '60!
Al decimo posto, infine, Manu Chao con "Proxima estacion experancia". Notevole anche questa come scelta. E le donne? Due: Amy Whinehouse al terzo posto e Bjork con "Medulla" al nono. Che dire? neanche negli anni 2000 è venuta fuori la nuova Patti Smith.

Le esclusioni: me ne vengono in mente essenzialmente due. Anzi tre. Anzi quattro. Cinque, via. La prima: Mark Lanegan, "Bubblegum", un disco da brividi, stanze spoglie, scale che scricchiolano, sangue sul muro, sogni e incubi. La seconda: "The raven", un po' perché per me Lou Reed non può mai mancare, lui ha scritto il canone e ha tracciato il solco (non a caso, con chi ha suonato negli anni 00? Strokes, Killers, Raconteurs...), un po' perché il disco, specie quello doppio, con i recitati, rappresenta uno degli esempi più felici di connubio rock-letteratura (in questo caso, Edgar Allan Poe). La terza: i Killers. La quarta: Jack White in una qualche sua incarnazione, si chiami White Stripes o Dead Wheater. La quinta: Willard Grant Conspiracy, "Regard the ends".

Per la narrativa straniera il discorso è un po' più breve perché conosco solo due dei romanzi menzionati: "Le correzioni" di Franzen e "Elizabeth Costello" di Coetzee, che io avrei messo al primo e secondo posto, probabilmente (non so in quale ordine), anziché al settimo e ottavo (e del sudafricano avrei aggiunto anche "Vergogna", pubblicato da Einaudi nel 2000, ma probabilmente era uscito già prima in lingua inglese...).
Il romanzo di Franzen è un affresco straordinario, perfettamente bilanciato in ogni sua parte, uno di quei libri che ti fanno dire che, sì, la letteratura è ancora più interessante della vita, dopotutto. Quello di Coetzee è una sorta di romanzo filosofico declinato attraverso una serie di conferenze e saggi della protagonista, la scrittrice Elizabeth Costello, alter ego di Coetzee. Piace soprattutto a chi ha passato molta parte della sua vita frequentando eventi del genere (lezioni universitarie, simposi e quant'altro), ma stupisce come lo scrittore abbia saputo dare a questa materia un taglio (anche) narrativo. Un'opera asssolutamente originale, insomma, davvero degna di un Nobel.
Non so dire del primo classificatosi, "La strada" di Mc Charty, perché non l'ho letto (ancora). L'esclusione più clamorosa? Pamuk, "Neve", uno dei vertici della narrativa contemporanea. In generale forse avrei apprezzato un po' più di fantasia nei compilatori: non so, Houellebecq non è un prosatore perfetto; a volte ripetitivo, disomogeneo, troppo prodigo di prodezze sessuali nelle sue pagine come molti francesi, ma certamente è uno di quegli scrittori che colgono, eccome, lo spirito dei tempi. E poi, un po' provocatoriamente, "Chronicles" di Bob Dylan, una bellissima prova, un approccio obliquo al tema dell'autobiografia che andrebbe valorizzato, a prescindere dal personaggio. Infine, capisco che sarebbe sembrata una scelta tardiva, condizionata dal premio recente, ma Herta Muller con il suo "Il paese delle prugne verdi", ci sarebbe stata eccome in una classifica in cui le donne non abbondano (ma il libro è degli anni 2000 solo per il mercato italiano, in effetti...).

Una nota, infine, sul primo posto nella classifica "Libri italiani: "Gomorra" di Saviano. Un non-romanzo, o una docu-fiction, per dirla con il linguaggio dei video. Un po' come "L'abusivo" di Antonio Franchini , arrivato terzo (con tutto il rispetto per Saviano, che ha scritto un libro "enorme", io forse preferisco Franchini, addirittura il Franchini di "Quando vi ucciderete, maestro", indimenticabile titolo degli anni '90 su un tema caro all'autore ma assai poco bazzicato dai narratori, le arti marziali, la passione per gli sport di combattimento. Con quell'approccio, autobiografia romanzata, diciamo così, si potrebbe scrivere di qualunque cosa).
Io di libri di autori italiani ne leggo pochi; solo per una breve stagione, quella dei cosiddetti cannibali, mi sono avvicinato alla narrativa contemporanea del mio paese. Comunque, se dovessi dare una palma, forse la darei a Elena Ferrante, "I giorni dell'abbandono", pubblicato nel 2002. Secco, forte, sincero fino alla crudeltà.

Forever young



Gli Alphaville, profondi anni '80 (ignorate quella scritta del cazzo su sfondo verde).



Jay - Z, anni 2000. Della serie: non si butta mai via niente. Comunque a me questa versione piace.



Questo invece è Bob Dylan, profondi anni '70. Da "The last waltz" di Martin Scorsese, the last concert of The Band.



E questi gli anni '60.

Un cane sciolto

Si può fare tutta la sociologia di questo mondo, ma resta un cane sciolto, uno che è in cura da 10 anni per turbe psichiche. Solo un individuo, senza nessuna responsabilità collettiva sulle sue spalle.
Il suo gesto non dimostra nulla.
Anche Pallante era un cane sciolto. Uno partito dalla Sicilia con l'idea di salvare l'Italia dal comunismo. Si è fatto solo 4 anni di prigione (e lui usò una pistola, non una statuetta!). E per il resto della sua lunga vita, l'oscuro amministratore di condominio a Catania.
All'epoca Togliatti raffreddò gli animi. Era una stagione pericolosa, c'erano ancora in giro molte armi e un sacco di gente che sapeva usarle (si era appena conclusa la Liberazione). La guerra civile forse non sarebbe scoppiata comunque; però il contributo del "migliore" fu fondamentale.
Dovrebbe essere così anche adesso. Nessuno dovrebbe permettersi di dire che è colpa dei giornali, della stampa nemica, di chi manifestava, dei soliti giudici...
Così si soffia solo sul fuoco. E questo fuoco, se rimaniamo al gesto di Tartaglia, è un fuoco di paglia, non l'incendio della Storia.
Comunque, Berlusconi è un macigno sulla storia politica dell'Italia, e il suo superamento non potrà che essere politico, appunto.

Tory Hans II



Cap. II

Le lingue


Quand’era estate Tory Hans accompagnava il padre sui pascoli trasognati che, dalla cima erbosa del monte di Villandro, digradano fino ai boschi da cui si origina il rio Tina, il quale precipita spumeggiando per una stretta gola e sfocia a Klausen, dai tetti irti, Klausen dei prelati e dei pittori, degli ospizi per i viandanti, delle parole sussurrate all’orecchio. Presto il padre si rese conto che la vista prodigiosa di cui la natura aveva dotato il figlio rendeva superflua la sua presenza. All’età di sette anni, Tory Hans era in grado di intuire con molte ore di anticipo se sul pascolo si sarebbe scaricata una bufera, col suo corredo di grandine e folgori. Gli era sufficiente osservare per qualche minuto le nuvole per capirlo. Come avanzavano compatte dietro la barriera dei monti di Pfunders (che il padre non riusciva a mettere a fuoco, benché s’alzasse in punta di piedi strizzando gli occhi), quanto tempo ci impiegassero ad abbracciare le guglie capricciose delle Odle (che per il padre erano solo una pallida massa sfocata di rocce dolomitiche), e che colore assumevano, infine, i loro strati superiori e quelli inferiori, quando gravavano cupe sul Montaccio (ma a quel punto Vater Taag solitamente aveva già sospinto le bestie dentro la malga).
Tory Hans sapeva inoltre individuare con precisione infallibile la presenza dei lupi, e all’occorrenza, abbattere con una fionda gli uccelli in volo. In grazia di ciò, fin dall’età di sei anni il padre gli consentì di condurre da solo gli animali all’alpeggio. Il ragazzo non temeva la solitudine. Restava in malga tutta la stagione, e il padre, ogni settimana, saliva dal fondovalle a portargli le provviste.

Nel corso di quelle lunghe estati assolate, rotte all’improvviso dal fragore dei temporali, per poi placarsi, stremate, all’arrivo della notte, che confonde angoli e contorni, Tory Hans fece conoscenza con le lingue antiche, codificate dalla tradizione secolare, le lingue delle rocce e dei sassi della montagna. Cominciò dal porfido rossigno, dai massi che s’accatastano ai piedi dei colli, coperti di licheni. S’accostò alle frane, ai pilastri, ai diedri, agli spigoli, e udì il borbottare del porfido, come di una zuppa che ribolle nella pentola. Il porfido gli parlò di vulcani e di lava che cola pigramente, per chilometri, che si raffredda, stagione dopo stagione, che si rafforza; ma il ragazzo sentì anche, più sotto, seminascosta dal brontolio della voce principale, una voce più sottile, quella del quarzo, che in un’altra lingua diceva: senza il mio contributo non saresti così duro e resistente!
Per secondo venne il granito, che si esprime con suoni sordi. Tutto ciò che raccontava il granito aveva la cadenza epica delle leggende. Alte temperature, profondità abissali. E infine, una forza enorme che spinge le masse rocciose in superficie, dove vento e pioggia le puliscono dai residui, affinché svettino, vertiginose, sotto l’occhio vigile del sole preistorico.
Quand’era stanco delle vanterie del granito, Tory Hans prestava orecchio a quella lingua gentile le cui parole gli giungevano, a volte, dall’altra parte della valle, assieme al vento. Presto fu in grado di decifrare anch’essa, la lingua delle formazioni sedimentarie, divisa in tanti dialetti. L’arenaria sembrava avesse sempre la bocca impastata, e gli strati di Werfen la sfottevano con la loro pungente ironia. Le dolomie, che amano gli scherzi e i discorsi frivoli, riportavano i pettegolezzi uditi dai branchi di molluschi, dalle madrépore, dalle alghe.
Arrivato al suo terzo, o quarto pascolo estivo, Tory Hans riuscì da ultimo a tradurre qualche parola della lingua in assoluto più difficile fra le parlate diffuse a quella latitudine, la lingua delle rocce metamorfiche, che presenta numerose varianti e prende spesso a prestito espressioni e motti dalle sue sorelle. Il ragazzo era incuriosito da quel tanto di precario che s’intuiva esservi in essa; decifrò confusi sproloqui di sfasciumi, storie di enorme pressione, movimenti della crosta terrestre, sfaldamenti e crolli. Fece domande indiscrete a Filladi scontrose, a Gneiss promiscui, a Micascisti. Visitò cave scoperchiate, dove i marmi custodivano il segreto della fatica umana e del pericolo. Rise dei suoi successi, le spalle si abbronzavano. Era contento.

Queste le lingue che Tory Hans imparò a parlare da ragazzo, quando portava le bestie al pascolo sul monte di Villandro. E talvolta le rocce, tutte insieme, si divertivano a prenderlo in giro, raccontandogli di vermi giganteschi dalla testa di gatto che vivono in profonde grotte (3), di laghi nascosti nel cuore di montagne remote (4).

Ma il maestro della scuola elementare di Sarnburg non era affatto entusiasta dei progressi di Tory Hans con le lingue delle rocce. “Malgaro Occhio di Falco” l’aveva soprannominato.
“Malgaro Occhio di Falco ha delle strane teorie, per la testa!”.
La ragione di questa diffidenza erano le mezze frasi che talvolta Tory Hans si lasciava sfuggire al cospetto dell’intera classe; frasi che diceva di aver sentito pronunciare, appunto, sulle montagne. Le frasi, a poco a poco, divennero discorsi compiuti, con un capo e una coda. Il più tremendo (alle orecchie del maestro) incominciò così:
“Le rocce, come gli uomini, parlano lingue diverse. E così gli animali e le piante”.
“Bella scoperta” lo punzecchiava il maestro.
“Ma la spiegazione è scritta nella Bibbia”.
“Davvero? Sono tutt’orecchi!”.
“Quando Dio vide che gli uomini si avvicinavano alla volta del Cielo con la loro torre, pensò: confondiamo le loro lingue, così che non si comprendano più l’uno con l’altro. Questa maledizione si è abbattuta sugli uomini, seminando confusione e sgomento. Ma la confusione che è regnata da quel giorno fra gli uomini si riflette su tutto il Creato, perché il Creato partecipa dell’arroganza degli uomini che costruirono la torre; di conseguenza anche gli animali (che trascinarono i carri colmi del materiale da costruzione per la torre), le piante (i cui frutti nutrirono i costruttori della torre) e le rocce (la torre in sé) non possono che parlare lingue diverse”.
L’idea che gli animali e perfino le cose mute potessero parlare, oh, non era questa a fare innervosire il maestro; fantasie del genere sono comuni a quasi tutti i figli dei pastori, così come le superstizioni e i pensieri impuri. Ma che la molteplicità delle parlate fosse conseguenza di una maledizione divina, ecco, questa sì era una conclusione difficile da digerire per lui (parlava correttamente tre lingue e ne comprendeva altrettante).
“Le bugie - sbottò, incollerito - è il Diavolo a suggerirtele, quando te ne stai troppo a lungo lassù da solo. E bada, questo è solo l’inizio. Il Diavolo può suggerirti cose ben peggiori!”.

Il maestro mise in giro la voce che forse nella vista tanto acuta del ragazzo c’era lo zampino di Satana (Povero maestro. Dopotutto aveva consacrato la sua giovinezza proprio allo studio delle lingue straniere. Aveva soggiornato a München, città che in cuor suo detestava, e a Napoli, il cui ricordo lo faceva ancora trasalire. Le conoscenze di cui si faceva vanto gli erano costate sudore e fatica. Come poteva accettare che un ragazzino senza peli sostenesse candidamente la tesi per la quale le lingue sono conseguenza di una punizione divina? Tantopiù che quella tesi, così semplice, così elementare, gli sembrava, oh, orribile ammissione, inattaccabile dal punto di vista teologico. O meglio: ad essa era possibile replicare solo con la calunnia).
Ma la calunnia giunse al fratello maggiore di Tory Hans, che si sentì in dovere di intervenire. Con la complicità della sua banda, rapì il maestro e lo nascose, ben legato, in una baita nel bosco. Indi gli tolse le scarpe e cosparse i suoi piedi di sale. Chiamò le capre, ed esse cominciarono a leccare il sale con le loro lingue ruvide. Il maestro non sopportava il solletico.
Dopo un po’, allontanarono le capre e fecero respirare la vittima. Quindi il fratello le chiese :”Ammetti, adesso, che le lingue sono una maledizione, divina, e che possono perfino uccidere?”.
“Non è questo il punto!” s’impuntò il maestro.
Allora sparsero nuovo sale sui suoi piedi e lasciarono che le capre ne leccassero a volontà.
Se ne andò ridendo, la sua scomparsa non destò sospetti.

Foto: alpe di Villandro, Sarntal.
(pubblicato a puntate su "L'Adige", circa estate 2000...divertissement tirolese...)
Prima puntata qui

Compagni di viaggio



Il nostro Bob Dylan.

House with no door



Cantava come se non conoscesse la canzone, come se stesse provandola per la prima volta, cercando gli accordi sul pianoforte e lanciando ogni tanto uno sguardo allo spartito per ritrovare una linea melodica, un tempo, o persino le parole del testo.
Prendeva lo spettatore all'amo, lo costringeva a seguirlo con la testa sollevata, la guancia deformata dall'uncino. Quando un cantante porta tutta la platea con sé, incitandola al coro...bene, era tutto il contrario. Lo si ascoltava con apprensione, si aveva sempre la sensazione che il brano ad un certo punto sarebbe franato, che non sarebbe riuscito a portarlo fino in fondo.

Do Not Go Gentle Into That Good Night



Do not go gentle into that good night,
Old age should burn and rave at close of day;
Rage, rage against the dying of the light.
Though wise men at their end know dark is right,
Because their words had forked no lightning they
Do not go gentle into that good night.
Good men, the last wave by, crying how bright
Their frail deeds might have danced in a green bay,
Rage, rage against the dying of the light.
Wild men who caught and sang the sun in flight,
And learn, too late, they grieved it on its way,
Do not go gentle into that good night.
Grave men, near death, who see with blinding sight
Blind eyes could blaze like meteors and be gay,
Rage, rage against the dying of the light.
And you, my father, there on the sad height,
Curse, bless, me now with your fierce tears, I pray.
Do not go gentle into that good night.
Rage, rage against the dying of the light.

Dylan Thomas

Non andartene docile in quella buona notte,
vecchiaia dovrebbere ardere e infierire
quando cade il giorno;
infuria, infuria contro il morire della luce.
Benché i saggi sappiano infine che il buio è giusto,
poiché dalle parole loro non diramò alcun conforto,
non se ne vanno docili in quella buona notte.
I buoni, che in preda all’ultima onda
splendide proclamano le loro fioche imprese,
avrebbero potuto danzare in una verde baia,
e infuriano, infuriano contro il morire della luce.
I selvaggi, che il sole al volo presero e cantarono,
tardi apprendono come lo afflissero nella sua via,
non se ne vanno docili in quella buona notte.
Gli austeri, vicini a morte, con cieca vista scorgono
che i ciechi occhi quali meteore potrebbero brillare
ed essere gai; e infuriano
infuriano contro il morire della luce.
E te, padre mio, là sulla triste altura io prego,
maledicimi, feriscimi con le tue fiere lacrime.
Non andartene docile in quella buona notte,
infuria, infuria contro il morire della luce.

Grazie a La botte di diogene per la traduzione, a E. e a John.
It's for my father.

Boris Pahor: la persecuzione degli sloveni



Boris Pahor è uno scrittore italo-sloveno (classe 1913), da anni in predicato per il Nobel alla letteratura. Ha raccontato nei suoi romanzi le persecuzioni fasciste ai danni della minoranza slovena del Friuli (così simili a quelle che colpirono all'epoca i sudtirolesi) e la sua esperienza di deportato nei campi di concentramento nazisti. In realtà i suoi romanzi hanno avuto più fortuna all'esterno che in Italia, dove è stato scoperto solo molto tardi. Ho realizzato la prima intervista a Pahor a Trieste 11 anni fa (venne pubblicata sullì'annuario "Comunicare", edito da ITC-Il Mulino, oggi soppresso). Questa nuova, che posto qui, è stata fatta in margine alle manifestazioni organizzate a Trento dall'Osservatorio sui Balcani per i 20 anni dalla caduta del Muro di Berlino.

Dalai Lama a Trento: autonomia, spiritualità, soldi


Tenzin Gyatso, il XIV Dalai Lama, leader ad un tempo spirituale e politico del popolo tibetano, premio Nobel per la Pace 1989, ha parlato oggi a Trento, su invito della Provincia autonoma di Trento e dell'associazione Italia-Tibet, in chiusura di un convegno internazionale dedicato alle varie forme di autonomia regionale del mondo. Un intervento pungente, il suo, a volte caustico nel denunciare l'incapacità della Cina di comprendere la cultura tibetana, a volte persino ironico nel rivendicare un'autonomia che tuteli la spiritualità tibetana ma porti, perché no, anche soldi.

Per la terza volta questo pomeriggio, dopo le precedenti visite del 2001 e 2005, l'auditorium Santa Chiara di Trento ha ospitato il Dalai Lama, invitato a partecipare ad una tavola rotonda al termine del convegno dedicato all'esame di alcuni dei più importanti esempi di autonomia regionale al mondo, dal Trentino Alto Adige al Quebec, dalla Catalogna alla Scozia alle isole Aaland, organizzato in collaborazione con l'Università degli studi di Trento e l'Accademia europea di Bolzano.
Hanno preso la parola in apertura anche Lorenzo Dellai, presidente della Provincia autonoma di Trento, Luis Durnwalder, presidente della Provincia autonoma di Bolzano-Alto Adige/Südtirol, Bernat Joan, segretario della politica linguistica della Generalitat de Catalunya, Elisabeth Nauclér, deputata al Parlamento Finlandese per le isole Aaland, Roberto Pinter, dell'associazione Italia-Tibet di Trento e Roberto Toniatti, giurista dell'Università di Trento.
C'era grande attesa per le parole che avrebbe pronunciato il Dalai Lama oggi, dopo che le Ansa e le Reuters del mattino avevano fatto rimbalzare in Europa l'invito di Obama alla Cina a ripendere il negoziato con gli emissari del governo tibetano in esilio. Su questo punto, in verità, il leader del popolo tibetano non si è sbilanciato: ha detto che Obama appoggia la causa del Tibet ma che è anche limitato nel suo agire.

Nel suo discorso pubblico il Dalai Lama ha sottolineato innanzitutto la distanza esistente fra terre come il Trentino e l'Alto Adige, che godono di un'autonomia "reale", e che dispongono degli strumenti giuridici per tutelare i propri diritti, e il Tibet. "Se in Italia i diritti costituzionali sono veramente garantiti, in Cina non è così. Noi non possiamo ricorrere ad un giudice o a una corte per vederci riconosciuto ciò che in teoria la costituzione cinese ci garantisce. Quando descrivo la situazione del Tibet sotto il dominio cinese, solitamente non parto dalle questioni ideologiche. Dico che noi abbiamo un ospite non invitato, che è entrato nel nostro paese con le armi e si è messo a controllare tutto. Un ospite che ci dice cosa mangiare, come dormire, cosa sognare. Un ospite che sostiene di averci liberati. Quando noi tibetani sentiamo dire questo ci chiediamo: ma da che cosa? Il Tibet ha una storia millenaria, una propria cultura, una propria tradizione spirituale. I tibetani hanno sempre avuto una grande fiducia in se stessi, una grande dignità. Siamo gente fiera e orgogliosa. Sul piano culturale, linguistico, della tradizione storica, siamo alla pari dei cinesi (se non più avanti, ha aggiunto maliziosamente, strappando, come un attore consumato, un applauso spontaneo alla platea).
E comunque, il Buddismo è arrivato in Tibet dall'India, non dalla Cina. La nostra lingua è mutuata dal sanscrito, non dal cinese. Che il Tibet sia cosa diversa dalla Cina lo provano le semplici espressioni verbali che la gente usa per definirci. Io sono definito il Dalai Lama del Tibet, non della Cina. La gente dice 'buddismo tibetano', non 'tibetano-cinese'. Non siamo stati noi ad inventare tutto questo, è la nostra storia, la nostra eredità millenaria. Il comunismo cinese si è rivelato di strette vedute e di limitato pensiero. All'inizio le idee che proponeva erano positive, ma il risultato che noi oggi vediamo è che sei milioni di tibetani sono privi di ogni diritto."

Da dove partire, allora, per cambiare le cose? Per il Dalai Lama dall'informazione libera, dall'abolizione della censura. "Molti cinesi pensano che i tibetani sono degli ingrati. Sono stati presi sotto l'ala protettrice della Cina, e non le sono riconoscenti. Questo avviene perché non dispongono di informazioni corrette. E' il momento che ci sia finalmente in Cina libertà di informazione. Un miliardo e trecento milioni di cinesi hanno diritto di sapere le cose come stanno. Anche la democrazia è importante, ma qui il discorso si fa più delicato. Non è interesse di nessuno creare il caos con un cambiamento radicale. Pensiamo sia preferibile un cambiamento graduale. Il problema è che il nostro 'ospite', come l'abbiamo definito, non è molto brillante; pensa solo al controllo. Pensa sia sufficiente dare cibo, dare una casa ai tibetani. Ma non è così: abbiamo la nostra civiltà i nostri valori, non ci basta mangiare e dormire Abbiamo una spiritualità che i cinesi non comprendono e che temono."

Se questo è il quadro, la soluzione è una sola: una forte autonomia, un'autonomia che consenta alla civiltà tibetana non solo di sopravvivere, ma di valorizzarsi, anche passando attraverso i necessari cambiamenti rispetto al passato, come quello che nel 2001 ha introdotto le elezioni degli organi politici rappresentativi della comunità tibetana in esilio (che hanno sede com'è noto a Dharamsala, in India). Un'autonomia che inoltre consenta una migliore tutela dell'ambiente, una distensione nei rapporti fra Cina e India e una progressiva smilitarizzazione dell'altopiano tIbetano. Un'autonomia, infine, che porti anche benessere.

Che l'autonomia del Tibet possa giovare anche alla Cina, era stato peraltro sottolineato dagli stessi relatori che hanno preceduto il Dalai Lama. Il ragionamento è semplice. La repressione genera inevitabilmente ribellione, mentre un'autonomia vera, un'autonomia che soddisfi le esigenze della minoranza che la richiede, rappresenta una tutela per lo stesso Stato che la concede, nei confronti dei pericoli di una secessione violenta. Esempi come quello della Scozia, del Quebec, ma anche del Trentino e dell'Alto Adige/Sudtirol sono lì a dimostrarlo.

Cosa aggiungere a questo? Che in realtà la questione delle autonomie speciali in Italia è assai poco conosciuta. Per i più, le autonomie sono semplici "privilegi", se non l'anticamera della secessione. Comprensibile quindi che la gente - a volte gli stessi giornalisti - sembri piuttosto impermeabile a questo genere di discorsi, pur essendo il Dalai Lama una grande icona del XX (e XXI) secolo, amato e ammirato da tutti. Anche fra gli stessi tibetani, oggi, c'è chi ritiene che il Dalai Lama sia troppo "morbido". A Trento a me in verità è parso sferzante, più delle altre volte. Ma, certo, comprende bene che chiedere l'indipendenza sarebbe, oggi come oggi, una follia, e che farlo con le armi in pugno, oltre che tradire il credo non-violento, si risolverebbe in un bagno di sangue (tibetano). Una cosa è sicura: la Cina dovrebbe ringraziare la sua buona sorte per il fatto di avere un interlocutore così.

Dalai Lama in Trentino


Il Dalai Lama sarà domani in Trentino. Si tratta della terza visita di Tenzin Gyatso al Trentino (le precedenti nel 2001 e 2005). Interessante mi pare essere soprattutto il contesto, un convegno internazionale sulle autonomie regionali nel mondo (a partire ovviamente da quella del Trentino Alto Adige), in appoggio alla richiesta del Governo tibetano in esilio, finora continuamente disattesa dal Governo cinese, di un'ampia autonomia per il Tibet, nel rispetto dell'integrità dei confini della Repubblica popolare.

Posto qui in via eccezionale (di solito evito le commistioni, ma questa non mi pare grave) il testo di un comunicato stampa fatto uscire sull'evento, con la sintesi del discorso pronunciato stamani dal Primo ministro del Governo tibetano in esilio in apertura dei lavori del convegno.


Un'autonomia che soddisfi i desideri di libertà e di autogoverno del popolo tibetano, che tuteli la sua lingua, la sua cultura, la sua religione, il territorio in cui vive - in una parola la sua identità - ma nel rispetto della sovranità cinese, dell'integrità territoriale della Repubblica popolare. Un'autonomia che consenta lo sviluppo economico, sociale e politico del Tibet, conformemente al dettato della carta costituzionale della Cina, che contiene "principi fondamentali per quanto riguarda l'autonomia e l'autogoverno i cui obiettivi sono compatibili con le esigenze e le aspirazioni dei tibetani". E' questo, in sintesi, quanto espresso stamani da Samdhong Rimpoche Kalon Tripa, Primo ministro del Governo tibetano in esilio, in apertura del convegno sulle autonomie regionali che si tiene a Trento, nel palazzo della Provincia autonoma.

Nel suo atteso intervento nella sala Depero del palazzo della Provincia, il Primo ministro del governo tibetano in esilio ha esposto i contenuti del "Memorandum sulla effettiva autonomia per il popolo tibetano", sottoscritto a Dharamsala (India) il 16 novembre del 2008 e sottoposto alle autorità cinesi (la Cina, com'è noto, entrò con il suo esercito in Tibet nel 1950; inizialmente essa firmò un accordo con il Dalai Lama, allora sedicenne. Nel 1959 la sollevazione dei tibetani contro la sinizzazione del Tibet venne soffocata nel sangue. Il Dalai Lama abbandonò il Paese con migliaia di profughi e si stabilì a Dharamsala, dove oggi hanno sede le strutture del Governo tibetano in esilio).
Il documento, che dovrebbe costituire la base di discussione fra il Governo tibetano in esilio e quello cinese, è stato presentato come compatibile con la costituzione della Repubblica popolare cinese, in particolare con la sua sezione VI, che prevede organi di autogoverno per le Regioni nazionali autonome e riconosce il loro potere di legiferare.
"Noi abbiamo iniziato a parlare di autonomia nel 1988 - ha detto il Samdhong Rimpoche - con un documento presentato a Strasburgo. Nel 2002 c’è stato uno scambio di opinioni proficuo fra una nostra rappresentanza e funzionari della Repubblica popolare cinese. Questi concetti sono ripresi nel Memorandum, che si articola nei seguenti punti: il rispetto dell'integrità della nazionalità tibetana; l'aspirazione dei tibetani; le esigenze fondamentali dei tibetani (il cuore del documento, in cui si esaminano i seguenti aspetti: lingua, cultura, religione, istruzione, salvaguardia dell'ambiente, utilizzazione delle risorse naturali, sviluppo economico e commercio, sanità pubblica, ordine pubblico, regole per le migrazioni della popolazione, scambi culturali, didattici e religiosi con gli altri paesi); creazione di un'unica amministrazione per la nazione tibetana all'interno della Repubblica popolare cinese; la natura e la struttura dell'autonomia; il cammino che ci aspetta.
Da parte della Cina c’è ancora un clima di forte sospetto. Noi però rispettiamo la sovranità della Repubblica popolare cinese, la sua costituzione e le sue autorità centrali. Forse ci sono errori di interpretazione di alcuni capitoli, ad esempio quello relativo all’ordine pubblico, ma non dev’essere un problema: non vogliamo un sistema di difesa interno, la difesa rimane nelle mani del governo centrale. Altro problema può essere la lingua: la lingua è l’attributo più importante del popolo tibetano, e quindi essa non deve essere sostituita dal cinese mandarino. L'articolo 4 della Costituzione cinese garantisce la libertà di tutte le nazionalità ad usare e sviluppare le proprie lingue scritte e parlate. Pertanto la lingua principale delle regioni autonome tibetane deve essere il tibetano. Ma non vogliamo l’esclusione del cinese mandarino. Per quanto concerne invece le migrazioni interne, il Memorandum non dice che deve essere impedita, ma che se le migrazioni e gli insediamenti (di cinesi Han) in Tibet continuano senza controllo i tibetani non si troveranno più a vivere in comunità compatte e quindi non avranno più il diritto, in base alla Costituzione, all'autonomia. In quanto alla religione, il Memorandum parla di libertà di credo e religione, conformemente alla costituzione cinese. Anche la separazione stato-chiesa è considerata importante, così come avviene in molti stati secolari. la richiesta di un'amministrazione unica autonoma per i tibetani, infine, non è irragionevole, è conforme al sistema nazionale delle autonomie. Chiediamo di avere un’unica amministrazione per tutte le aree definite come regioni autonome tibetane. Le attuali divisioni amministrative in seno alla Repubblica popolare cinese, infatti, promuovono la frammentazione e ignorano lo spirito di autonomia."
Il Primo ministro ha anche brevemente affrontato la questione dell'indipendenza. "Perché vogliamo l’autonomia e non l’indipendenza? - si è chiesto - Volendo essere pragmatici potremmo dire che non abbiamo scelta. Molti esperti pensano peraltro che sia corretto voler attuare quanto previsto dalla costituzione cinese, ma che questa sia comunque un’utopia, che equivalga a chiedeere l’indipendenza. Noi invece diciamo che aspiriamo fortemente all’autonomia e all'autogoverno: non miriamo al potere politico, noi aspiriamo alla libertà per tutti i tibetani e crediamo che se venissero attuati i disposti costituzionali ciò ci permetterebbe di 'entrare' in un mondo globalizzato, dove i confini nazionali sono meno importanti e dove potremmo avere rapporti positivi con tutti i nostri vicini."

Informazioni sul convegno al sito della Provincia autonoma di Trento qui

Metidazione su un inserto femminile

Ho per le mani l'inserto settimanale femminile di un importante quotidiano nazionale. Per non far nomi, dirò che è l'inserto settimanale femminile del quotidiano italiano più rappresentativo del popolo della sinistra (qualsiasi cosa voglia dire questa parola oggi...).

Confesso subito che sono un lettore di queste riviste, ancorchè occasionale: mi piacciono soprattutto le rubriche che parlano di psicologia e eros, che non mancano mai. C'è sempre da imparare su certi argomenti :-)
Però, insomma, non è che si possa sembre cedere al piacere così, con beata inconsapevolezza. E allora mi sono messo ad osservare l'inserto - ben fatto, ben confezionato, una rivista vera - con uno sguardo un po' più...diciamo critico, via, anche se parliamo pur sempre di critica post-prandiale della domenica pomeriggio.
Cosa ho visto? Innanzitutto, il dato oggettivo: il settimanale si apre con alcune pagine di pubblicità molto glamour, Dior, scarpe, profumi, e vabbé, insomma, non faremo ancora del moralismo su questo, non penseremo mica che uno di sinistra non possa comperarsi scarpe da 300 euro (a scarpa) o debba per forza rinunciare a un Dior... No, infatti, il compagno D'Alema ce l'ha insegnato, farsi la barca non è reato...
Quindi vado un po' avanti, c'è l'indice (buon segno, detestavo la moda di qualche anno fa di mettere l'indice a pag. 60 delle riviste, o giù di lì), e poi subito dopo...l'oroscopo! Un oroscopo un po' particolare, tra l'altro, tutto un vorticare di stelle attorno ai temi centrali dell'amore e della seduzione, con buone nuove soprattutto per Toro, Gemelli...(e tu sei lì naturalmente che ti chiedi: ma quella tizia carina che ho appena conosciuto di che segno è?)

Poi c'è una doppia pagina di foto (uno scatto dalla Nuova Zelanda, a quanto pare il paese più pacifico e dunque quello dove si vive meglio) e finalmente il pezzo di copertina! L'intervista ad un'attrice non scema, eh? Anche se è diventata famosa con un film d'azione. Una piena di spirito, che confessa che le piacciono tanto i maschi (il titolo le mette in bocca proprio questa affermazione, in realtà se poi si legge l'intervista come spesso accade non dice esattamente così, ma tant'è...a qualche piccola bugia siamo abituati e neanche di questo ci scandalizziamo, giusto?) A seguire, ovviamente, l'intervista ad un attore belloccio che ha girato il film d'azione con l'attrice di cui sopra.
Non vi tedierò oltre, con il suggerimento della rubrica "Hotel", per esempio (una notte, 500 euro), o su quello della rubrica "Viaggi" (resort ecologico 5 stelle in Englaterra, 3 ristoranti, un wine bar, possibilità di vari sport acquatico/estremi e per i più pantofolai yoga e jacuzi).

Ora, mi direte, che c'è che non va? Niente. Sono scritti male i pezzi? Tutt'altro. Danno consigli stupidi? Niente affatto. Le foto sono brutte? Anzi, certe gnocche...
Ripeto, il giornale è bello; un inno all'anoressia, ma bello. Del resto, è l'allegato femminile di uno dei principali quotidiani italiani.
Solo, insomma, l'impressione che ne ho ricavato è stata quella di un viaggio nel tempo. Sì, un tuffo nell'800. Quando donna significava gioielli, stelle, amore, pettegolezzi (e una spruzzata di psicologia; in qualche pagina a venir fuori è più il tardo 800). Dico, tutto quel femminismo, come non fosse mai esistito! Capisco che nessuno ha nostalgia delle gonne a fiori e degli zoccoli, men che meno le donne, ma una così radicale nemesi storica...

Vabbé, probabilmente questo è il frutto di un altro genere di discorsi, un po' più post-femministi. Quelli sulla differenza di genere. Se quello fosse un inserto maschile, dopotutto, ci sarebbero automobili, cavalli, outdoor, rubriche su come scolpire gli addominali e...gossip, ovviamente, quello è trasversale, piace ad entrambe le metà della luna.