Nick Hornby - Juliet, Naked


Ho iniziato l'anno leggendo questo nuovo romanzo di Nick Hornby, titolo italiano, assai banale, "Tutta un'altra musica", titolo originale, "Juliet, naked", come il titolo del disco di maggior successo di Tucker Crowe, protagonista della storia, una sorta di Springsteen in minore.
Ero a Bath, l'ho letto nei ritagli di tempo, e nonostante i ritagli fossero pochi (in quattro giorni, uno cerca di vedere il più possibile), l'ho divorato prima della fine del viaggio. Questa è una delle peculiarità dei libri di Hornby: sono dei perfetti meccanismi narrativi, agganciano il lettore e se lo portano a spasso dalla prima all'ultima pagina, azzerando divagazioni e tempi morti, tenendo fieramente testa alle seduzioni esercitate da altri intrattenimenti culturali, da internet alla tv ai videogiochi (per quelli a cui piacciono i videogiochi, e li considerano intrattenimenti culturali). Esiterei col dire che sono dei capolavori: ma parlano della realtà dei tempi nostri, senza gli eccessi grandguignoleschi di autori come Palahniuk, senza la magniloquenza di tanti italiani, senza timori reverenziali. Ad esempio, come si parla di musica rock o di web in queste pagine: normalmente, senza che si avverta la necessità di "nobilitare" la materia (che senza dubbio gli scrittori del nostro paese troverebbero prosaica, si pensi a un Baricco). E poi, alcuni ritratti fulminanti di adulti per i quali, cito a memoria, film e concerti continuano a rappresentare qualcosa di importante, di un po' troppo importante (per chi dovrebbe avere raggiunto l'età della maturità). Sulla scia di altri personaggi che abbiamo già conosciuto, in "Non buttiamoci giù", ad esempio, o in "Un ragazzo".
Questa volta il ritratto generazionale è affidato ad un rocker scoppiato, ex-alcolista, impegnato a destreggiarsi fra i numerosi figli seminati per strada (e fra le loro madri), oggetto di culto per una manciata di persone "disturbate" sparse per il mondo, che si ritrovano in un sito internet. Ma soprattutto, ad uno dei suoi fan, un insegnante inglese che considera normale spendere le ferie per andare a visitare alcuni dei luoghi della "mitologia" legata a un cantante che non incide più da 20 anni, luoghi come i gabinetti di un bar o la casa della ex-moglie (la Juliet del titolo originario).
Quest'ultimo, in particolare - il fan, voglio dire - è un personaggio oltremodo riuscito, in cui molti noi rocker ultraquarantenni possiamo, forse nostro malgrado, specchiarci, almeno un po'. Sorridendo di noi stessi e delle passioni che ci siamo portati appresso dall'adolescenza, impermeabili alle seduzioni dell'età adulta, agli hobby costosi, alle carriere, e soprattutto al bricolage. Ma anche la compagna del fan - che in uno scarto geniale della trama arriva realmente a conoscere l'oscuro oggetto del desiderio del partner, il "vero" Tucker Crowe - è altrettanto ben tratteggiato. Incatenata ad un'esistenza quotidiana che gli va stretta, in una cittaduccola di provincia, a fianco un uomo inconsistente, senza passioni, senza figli, senza sesso, suscita un moto di istintiva simpatia, per la sua intelligenza e per il suo "coraggio", che è poi il coraggio di tutti quelli che, nonostante tutto, ci provano a cambiare in meglio la loro vita, senza eroismi, a volte maldestramente, comprando i regali sbagliati, o facendo troppo castelli in aria.
Alcuni gruppi di lettura hanno giudicato l'atmosfera di questo romanzo (ambientato in parte in una piccola località di mare inglese) decadente. Per me, non sanno cosa significa la letteratura decadente. Questo lavoro è come tutti gli altri di Hornby; divertente, arguto, "popolare" nel senso alto del termine. Trasuda quella naturale bonomia, persino quella sorta di compassione per l'umanità (nel senso letterale del termine) che è la cifra caratteristica dei libri dello scrittore, in cui non compare mai un cattivo veramente cattivo, in cui i suicidi generalmente falliscono, in cui comunque, il giorno dopo arriva sempre. Badando bene, insomma, a mantenere le distanze dai toni troppo cupi e tragici (per questo a Hornby piace la J.Geils band e non Lou Reed? Vabbé, questa è un'altra storia), e cesellando le ultime pagine con un finale "aperto", che mi ha fatto pensare, inaspettatamente, al "Candido" di Voltaire.

3 commenti:

Sara Passerini ha detto...

Wow, non avrei saputo usare parole più appropriate per parlarne!

Anonimo ha detto...

Bravo, bella recensione. Condivido il tuo pensiero sul libro e sull'autore...

gigliola ha detto...

Bravo, condivido il tuo pensiero sul libro e l'autore.