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Lou Reed - 70 anni
Lou Reed compie oggi 70 anni, di cui una cinquantina dedicati alla musica e all'arte. Dal canto mio, 34 anni assieme alle sue canzoni, più o meno.
Nella sua opera, come ha detto recentemente, la grande epopea americana (quella stessa che gli scrittori americani dell'ultima generazione, come Franzen o De Lillo, raccontano nei loro libri). Soprattutto quella che prende corpo a partire dalla seconda metà degli anni '60 a New York (diffondendosi di riflesso nel resto del mondo): quindi la Factory di Andy Warhol e della pop art, l'irruzione delle droghe pesanti, i personaggi eccentrici, schizoidi, "disturbati", che popolano le strade della metropoli (compresi i transessuali di "Walk on the wild side", la sua canzone più celebre). Con qualche excursus - isolato - in altri lidi, a partire da Berlino (che all'epoca dell'incisione omonima non aveva ancora visitato) assurta a metafora della crisi di una coppia, menti divise, cuori divisi, come da un Muro...
Ma anche un vero e proprio diario pubblico, in cui l'artista racconta e si racconta, popolato da innumerevoli personaggi che vanno dal Delmore Schwarz che fu suo professore alla Siracuse University (il poeta e autore de "Nei sogni cominciano le responsabilità", morto dimenticato in un alberghetto della Bovery) ai vari Little Joe, Candy Darling ecc., senza dimenticare le sue mogli, Sylvia Reed, musa e "assistente" negli anni '80 delle disintossicazioni e del riposizionamento artistico, e l'attuale, amatissima, Laurie Anderson ("The adventurer"), con cui fa spesso spettacoli e reading in giro per il mondo.
Costituiscono una parziale eccezione proprio gli ultimi 2 lavori, entrambi ispirati alla letteratura: "The Raven" (che musica i racconti di Poe, ma lo fa anche per confrontarsi con il demone con cui Lou ha sempre combattuto, quello dell'autodistruzione) e l'ultimo "Lulu", inciso con i Metallica, ispirato ai due romanzi di Frank Wedekind "Lo spirito della terra " e "Il vaso di pandora" (ma il doppio cd si chiude con una canzone, di nuovo, molto personale e autobiografica, "Junior dad").
E' senz'altro un'opera al nero, quella di Lou Reed, anche se qui e là schizzata di humor e di momenti "leggeri" (in fondo, alla base di tutto, c'è la grande lezione del rock n roll). Un'opera densa di disperazione e di morte (pensiamo già solo a due dischi fondamentali del periodo "più recente", diciamo così, "Magic and Loss", che racconta la perdita, a breve distanza l'uno dall'altro, di due amici, e "Songs for Drella", scritto dopo la scomparsa di Andy Warhol). Anche in questo Lou è moderno, nel suo descrivere le nevrosi e le pulsioni mortifere della nostra civiltà, condite di dipendenze di vario genere, non solo l'eroina di cui ha cantato in una delle sue prime e più celebri composizioni, anche l'alcol di "The last shot", o la sessualità "malata", trasgressiva (e in fondo oggi così normale) di "Venus in furs" e "Kicks".
Ma Lou Reed ha anche scritto splendide canzoni d'amore, cosa che spesso viene dimenticata. Da "Perfect day" a "Coney island baby" a "Heavenly Arms" è stato non meno incisivo di Bob Dylan, ad esempio, anzi, rinunciando al simbolismo del cantautore del Minnesota ha acquistato qualcosa sul piano della poetica "pura" (quella che ha nel dato di realtà il suo punto di partenza), e senza cadere nel trabocchetto della misoginia (così tipica delle rockstar).
Nella grande epopea americana di Lou Reed i fatti del mondo (quello esterno al micro-macrocosmo delle strade di N.Y.) e la politica ci sono entrati invece di striscio: il Vietnam evocato in "Billy" (nella figura di un suo compagno di università, molto più bravo di lui, divenuto medico, partito per il sud est asiatico e tornato con il cervello a pezzi, tanto che "era come parlare ad una porta"), l'assassinio di Kennedy a Dallas ("The day John Kennedy died"), certi accenti polemici contenuti in "New York", fino alla sua recente comparsata a fianco di "Occupy Wall Street". Come per tanti artisti, la cronaca viene generalmente filtrata dal dato biografico, diventa vita vissuta in presa diretta, prima di trasmutare in arte.
Il segreto? Usare una musica apparentemente semplice (i famosi tre accordi, in realtà è stata spesso molto sofisticata, specie per gli standard odierni, per non parlare delle dissonanze velvettiane), una musica concepita originariamente per fare ballare i giovani, e buttarci dentro contenuti propri dell'arte matura, della letteratura, in particolare. Un'accoppiata riuscita a pochi altri come a lui, che gli venne in parte suggerita, come racconta in un'intervista, dallo stesso Schwarz, che avrebbe espresso irritazione per i testi delle canzoni che si sentivano alla radio nei primi anni '60. "Cosa succederebbe se unissi questa musica a dei testi diversi?", pare si sia chieso Lou. E così, nacquero "I'm waiting for my man", "Heroin" o "All tomorrow's parties".
Quando ho sentito per la prima volta una sua canzone. Andavo in terza media, con altri 3 compagni avevo messo in piedi una "società" per l'acquisto di dischi (si dividevano le spese, un Lp era costoso). Uno di essi, Sanna Quirico, istruito da un cugino più grande, mi fece sentire "Sweet jane". Non riuscivo a capire cosa avesse di speciale: la voce, certo, ma come definirla quella voce? Era una voce "fredda", una voce sprezzante, dura, una voce che si faceva beffe persino dell'intonazione; ma era anche una voce "calda", perchè sapeva trasmettere delle emozioni come nessun altro cantante avessi sentito prima. Il resto lo fece una raccolta (della RCA, quella con in copertina le foto di Lou con Rachel, il trans che all'epoca era la sua compagna) e un articolo di "Ciao 2001", che parlava della Factory di Warhol, dove i Velvet Underground avevano dato la loro scalata al successo (all'epoca molto limitato, i Velvet erano in anticipo di vent'anni, troppo lontana la loro poetica metropolitana dalle utopie hippies che andavano per la maggiore nei Sixties).
E il 1° dei Velvet, comprato in quarta ginnasio, mi ricordo ancora quel maggio, quell'aria dolce...tornare a casa con la Banana di Warhol, in bicicletta, metterlo sul piatto, cercare di familiarizzare con una musica così diversa, così "altra", rock, certo, ma distante anni luce dai canoni pop o metal di quegli anni, conturbante e disturbante, che non piaceva a nessuno dei miei amici abituati agli Eagles e ai Led Zeppelin, una musica che oggi finisce persino nelle pubblicità ("Sunday morning"...), per il facile ascolto di gente che nulla sa. Poteva cambiarti la vita, se eri predisposto. E a me l'ha cambiata, sicuro.
Da allora, è sempre stata una possente fonte di ispirazione. Non posso certo dire sia piena di gioia e di ottimismo; ma in essa mi ci sono rispecchiato, pur essendo la mia vita così lontana dalla sua. Per non dire dell'estetica, dell'amore per il nero, in piazza Maggiore mi avrebbero menato, quel giorno, per i "compagni" la camicia nera era un simbolo di fascismo, non capivano...
Happy birthday mr. Reed.
Non ho mai sentito il bisogno di stringerti la mano di persona. L'arte non ha bisogno di queste cose. L'arte è la vita, vissuta più consapevolmente.
AUTONOMIE PER IL TIBET
Questo non è un articolo, è semplicemente un appello raccolto, un sasso scagliato nel mare. Riguarda una terra, il Tibet, con la quale sia Trentino che Alto Adige hanno stretto rapporti da anni, anche grazie a ben tre visite del Dalai Lama, fino a qualche tempo fa la massima autorità ad un tempo spirituale e politica del popolo tibetano (oggi solo spirituale).
Nel novembre, 2009, tra l'altro, nel corso dell'ultima venuta di Tenzin Gyatso, era stata varata una "Carta di Trento per il Tibet", un appello all'autonomia - non certo all'indipendenza - del Tibet, da far sottoscrivere alle diverse autonomie regionali del mondo, che riprendeva i contenuti del Memorandum a suo tempo proposto dal Dalai Lama al governo cinese per trovare una soluzione pacifica alla questione tibetana.
Non risulta che alcuna regione autonoma europea l'abbia sottoscritta, vuoi adducendo come motivazione una mancanza di competenze in politica estera, forse anche perché oggi nessuno vuole mettersi inutilmente in cattiva luce con seconda potenza economica mondiale (di fatto la prima, se non consideriamo solo il Pil). E la Cina, nella sua politica estera, anche ad esempio in contesti come quello dell'Africa, dove è sempre più attiva, solitamente non guarda tanto per il sottile e pone poche condizioni, ma una di queste è il non-riconoscimento dell'autorità del Dalai Lama (così come di Taiwan).
Cosa è successo, nel frattempo, dal 2009 ad oggi? Che sempre più monaci tibetani si stanno immolando, con il fuoco. L'ultimo risale, a quanto se ne sa, al 15 gennaio scorso. Questi gesti ne richiamano altri, quelli dei monaci vietnamiti che si bruciavano in piazza per protestare contro la guerra, negli anni '60. Verrebbe malinconicamente da aggiungere che forse la libertà di stampa e la diffusione delle informazioni erano maggiori allora, visto che quelle immagini che le ricordiamo tutti mentre quelle dei monaci tibetani non sono mai circolate. Così, come denuncia in questi giorni il sito "Global voices", ma come denunciava anche il dissidente cinese Harry Wu nella sua visita in regione dello scorso novembre, questa estrema forma di protesta contro la mancanza di libertà e l'oppressione avviene nell'indifferenza più generale, dentro e fuori la Cina. Indifferenza che accomuna sia i media tradizionali sia il web e i "netizen": sempre secondo "Global voices" solo un intellettuale cinese, Wang Lixiong, ha manifestato comprensione verso la lotta non violenta del popolo tibetano per vedere riconosciuta la propria dignità.
Ovviamente la versione del governo cinese - quando si occupa dei vari casi di immolazione, perché più spesso preferisce ignorarli - è come sempre che l'Occidente e il Dalai Lama istigano il popolo tibetano alla violenza e al fanatismo religioso. La cosa singolare è che, dopo tanti anni e nonostante l'incessante attività diplomatica del Dalai Lama nel mondo, gli stessi organi di informazione occidentali continuano a confondere, nei loro servizi sul Tibet, la richiesta di indipendenza con quella di un'ampia autonomia nell'ambito dello stato cinese. Ovviamente per chi vive in una delle autonomie più avanzate del mondo la differenza fra le due cose non ha nemmeno bisogno di essere spiegata; ma sappiamo quanto sia diffusa l'ignoranza sui queste questioni anche fra i professionisti dell'informazione, e quindi non ce ne stupiamo.
Che il Tibet sia oggi parte della Cina è un dato di fatto. Che la cultura tibetana sia cosa "altra" rispetto a quella cinese Han - pur avendo intrecciato con essa, nei secoli, molteplici legami e rapporti - è altrettanto incontestabile. Oggi questa cultura millenaria rischia di scomparire, sotto la pressione ad un tempo politica, demografica, economica della Cina, che come sempre, nella storia dell'imperialismo, da alle sue azioni il carattere della missione civilizzatrice.
La soluzione prospettata dalla Carta di Trento per il Tibet, che riprende come abbiamo detto, la posizione del Dalai Lama, è ovviamente una posizione mediana e di grande buon senso. "L’autonomia delle Province e Regioni che noi rappresentiamo - si legge - è la dimostrazione che i conflitti possono avere una soluzione non violenta rispettosa dei diritti di tutte le parti, che è possibile conservare le identità e le culture dei popoli anche se minoritari attraverso forme di autonomia e di autogoverno, che i diritti delle minoranze sono pienamente compatibili con la sovranità di uno Stato e con l’unità dello stesso."
Peccato che la ragionevolezza non contraddistingua il comportamento degli stati e dei governi, quando ritengono vi sia una minaccia all'integrità dei loro confini.
(pubblicato sul quotidiano "Trentino", 7.2.2012)
John Cale: Style it Takes
John Cale sarà in Italia a marzo per 3 date:
15 Marzo – Spazio Mil (Sesto San Giovanni)- € 23,00
16 Marzo – Orion Club (Ciampino) – € 23,00
17 Marzo – Hiroshima Mon Amour Club (Torino)
Qui il capitolo finale del mio (ormai temo introvabile) "Music Box", (Curcu & Genovese edizioni, Trento, 2006) dedicato ad un concerto di Cale (gennaio 2001, se non sbaglio).
EXIT: STYLE IT TAKES
Una sera di gennaio venne a suonare John Cale. Suonò in un teatro costruito ai primi dell’Ottocento, un teatro vero, un teatro nelle Alpi retiche, con i palchi, gli stucchi, i velluti rossi, il loggione, la platea. Quel posto era stato inaugurato il 29 maggio 1819, con la Cenerentola di Rossini, scandalizzando i benpensanti (in una vivace cronaca dell'epoca si legge che "le persone sagge e religiose non potevano darsi pace nel vedere scelta una giornata di tanta divozione…”. Infatti era la vigilia di Pentecoste). La paternità dell’idea – ardita, per i tempi - spettava a un personaggio bizzarro, la cui prima attività era stata la vendita di dolciumi, poi la gestione di un caffè. Un self made man, che raccolse parte dei soldi per la costruzione dell'edificio vendendo in anticipo i palchi alle famiglie nobili del circondario.
Un tipo così sarebbe piaciuto ad Andy Warhol, sicuro.
In sala c’erano a stento cinquanta spettatori, compresi noi (unici due coniugi del rock fra singles disillusi e separati in casa). Un pubblico di carbonari, a dirla tutta, i più giovani avevano passato da un pezzo i trent’anni, i più vecchi potevano essere già in pensione.
Cale uscì fuori con i pantaloni di pelle, gli stivaletti e una t-shirt nera. Imbracciò la chitarra acustica, mise un piede sopra la sedia che qualcuno aveva posizionato al centro del palco, e attaccò Ship of Fools. Era l’emblema della solitudine. Non disse molte parole al pubblico; ma dava la sensazione di una maggiore disponibilità rispetto a quella mostrata da Lou Reed, per lo meno nei concerti a cui avevo assistito io. Si alternò alla chitarra e al pianoforte, concludendo ogni canzone fra uno scroscio di applausi che suonavano come mercurio sul velluto.
Nel bis fece anche Style it takes, canzone tratta dall’omaggio a Warhol inciso assieme a Reed nel 1989, dopo la morte dell’artista, Songs for Drella.
Mi chiedevo dove avrebbe dormito quella notte, e con chi, questa leggenda vivente del rock 'n' roll, questo gallese dal volto segnato e dai modi indifesi, piovuto qui come una meteora. Mi chiedevo se quel concerto avrebbe mai lasciato una traccia nella sua memoria, e nel suo karma. Se mai avrebbe ricordato le canzoni suonate per uno sparuto gruppo di fans nel Teatro fra le Montagne Innevate, in una cupa notte d’inverno affacciata sulla soglia del nuovo secolo, il nuovo secolo che in nulla faceva presagire qualcosa di meglio rispetto a quello che ci eravamo appena lasciati alle spalle. Avrei voluto avere il coraggio di invitarlo a casa nostra, offrirgli un succo di mela, parlare un po’ con lui, fargli vedere le foto del nostro album di famiglia, e poi magari telefonare a Zebedeo, a Marco e a Ivo ("portatevi le mazze!"), alla Nadia, a Ezio, a Paolo, a Valeria, a Andy, a Roberto, a tutti quelli che avevamo conosciuto, per dirgli di venire, ma in fretta, in fretta, che non c'era tempo da perdere. Avrei voluto avere la forza e la presenza di spirito per portarlo con noi, oltre il sipario della notte, non per intervistarlo, non per il gusto di trascorrere qualche minuto assieme ad una popstar. Forse solo per metterlo a sedere nel nostro salotto marchiato Ikea e ringraziarlo. La sua musica era di quelle che ci avevano salvato la vita.
Dopo il concerto abbiamo fatto due passi in centro, abbracciati. Sentivo i tacchi delle nostre scarpe sul porfido della strada, e anche se avevamo subito qualche amputazione, stavamo ancora in piedi dopotutto, proprio come avevano cantato i Velvet Underground. Le strade deserte rilucevano di pioggia. I bambini quella sera ce li teneva una vicina di casa. Quella sera, per la prima volta dopo mesi, potevamo rimanere fuori tutto il tempo che volevamo.
15 Marzo – Spazio Mil (Sesto San Giovanni)- € 23,00
16 Marzo – Orion Club (Ciampino) – € 23,00
17 Marzo – Hiroshima Mon Amour Club (Torino)
Qui il capitolo finale del mio (ormai temo introvabile) "Music Box", (Curcu & Genovese edizioni, Trento, 2006) dedicato ad un concerto di Cale (gennaio 2001, se non sbaglio).
EXIT: STYLE IT TAKES
Una sera di gennaio venne a suonare John Cale. Suonò in un teatro costruito ai primi dell’Ottocento, un teatro vero, un teatro nelle Alpi retiche, con i palchi, gli stucchi, i velluti rossi, il loggione, la platea. Quel posto era stato inaugurato il 29 maggio 1819, con la Cenerentola di Rossini, scandalizzando i benpensanti (in una vivace cronaca dell'epoca si legge che "le persone sagge e religiose non potevano darsi pace nel vedere scelta una giornata di tanta divozione…”. Infatti era la vigilia di Pentecoste). La paternità dell’idea – ardita, per i tempi - spettava a un personaggio bizzarro, la cui prima attività era stata la vendita di dolciumi, poi la gestione di un caffè. Un self made man, che raccolse parte dei soldi per la costruzione dell'edificio vendendo in anticipo i palchi alle famiglie nobili del circondario.
Un tipo così sarebbe piaciuto ad Andy Warhol, sicuro.
In sala c’erano a stento cinquanta spettatori, compresi noi (unici due coniugi del rock fra singles disillusi e separati in casa). Un pubblico di carbonari, a dirla tutta, i più giovani avevano passato da un pezzo i trent’anni, i più vecchi potevano essere già in pensione.
Cale uscì fuori con i pantaloni di pelle, gli stivaletti e una t-shirt nera. Imbracciò la chitarra acustica, mise un piede sopra la sedia che qualcuno aveva posizionato al centro del palco, e attaccò Ship of Fools. Era l’emblema della solitudine. Non disse molte parole al pubblico; ma dava la sensazione di una maggiore disponibilità rispetto a quella mostrata da Lou Reed, per lo meno nei concerti a cui avevo assistito io. Si alternò alla chitarra e al pianoforte, concludendo ogni canzone fra uno scroscio di applausi che suonavano come mercurio sul velluto.
Nel bis fece anche Style it takes, canzone tratta dall’omaggio a Warhol inciso assieme a Reed nel 1989, dopo la morte dell’artista, Songs for Drella.
Mi chiedevo dove avrebbe dormito quella notte, e con chi, questa leggenda vivente del rock 'n' roll, questo gallese dal volto segnato e dai modi indifesi, piovuto qui come una meteora. Mi chiedevo se quel concerto avrebbe mai lasciato una traccia nella sua memoria, e nel suo karma. Se mai avrebbe ricordato le canzoni suonate per uno sparuto gruppo di fans nel Teatro fra le Montagne Innevate, in una cupa notte d’inverno affacciata sulla soglia del nuovo secolo, il nuovo secolo che in nulla faceva presagire qualcosa di meglio rispetto a quello che ci eravamo appena lasciati alle spalle. Avrei voluto avere il coraggio di invitarlo a casa nostra, offrirgli un succo di mela, parlare un po’ con lui, fargli vedere le foto del nostro album di famiglia, e poi magari telefonare a Zebedeo, a Marco e a Ivo ("portatevi le mazze!"), alla Nadia, a Ezio, a Paolo, a Valeria, a Andy, a Roberto, a tutti quelli che avevamo conosciuto, per dirgli di venire, ma in fretta, in fretta, che non c'era tempo da perdere. Avrei voluto avere la forza e la presenza di spirito per portarlo con noi, oltre il sipario della notte, non per intervistarlo, non per il gusto di trascorrere qualche minuto assieme ad una popstar. Forse solo per metterlo a sedere nel nostro salotto marchiato Ikea e ringraziarlo. La sua musica era di quelle che ci avevano salvato la vita.
Dopo il concerto abbiamo fatto due passi in centro, abbracciati. Sentivo i tacchi delle nostre scarpe sul porfido della strada, e anche se avevamo subito qualche amputazione, stavamo ancora in piedi dopotutto, proprio come avevano cantato i Velvet Underground. Le strade deserte rilucevano di pioggia. I bambini quella sera ce li teneva una vicina di casa. Quella sera, per la prima volta dopo mesi, potevamo rimanere fuori tutto il tempo che volevamo.
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In the city
Cose che ho dimenticato. Ad esempio, che non sia scontato che le persone ti rispondano in italiano o in tedesco. Una volta le distinguevi, dalle facce, o dai vestiti, adesso è sempre più difficile, alla fin fine un po' di mescolanza è arrivata anche qui.
Faccio colazione in un bar del centro. A gestirlo è una signora cinese. Parla con scioltezza entrambe le lingue, il tedesco forse anche meglio dell'italiano. C'è quella clientela aristocratica che non ritrovo altrove, che mi fa sentire bene. Una donna sfoglia il giornale seduta ad un tavolino all'aperto, nonostante alle 9 faccia ancora freddo, i raggi del sole non sono ancora penetrati nella strada stretta fra due alte file di case. Dentro, una coppia, vestita con informale eleganza. C'è una certa differenza d'età fra i due, potrebbero essere padre e figlia (un padre che si conserva molto bene), o semplicemente una moglie con marito più anziano, ma fresco, magro e curato. Un'altra donna, sola, alla mia destra. Tutti con la loro copia del quotidiano, preferenza per il Corriere. Cappotti beige per gli uomini, cappelli e molto rosso per le donne, screziato di nero. Sì, è già Mitteleuropa. Un tocco retrò ma senza affettazione, più a sud sembrerebbe già una posa, non qui.
L'informalità regna sovrana. Mendicanti e vetrine che espongono abiti costosi, tutto si sfiora e si compenetra senza stridore, senza il digrignar di denti. Un understatement più che britannico, si direbbe. Del resto, si sa che in queste terre il conflitto è la cosa più temuta, noi che siamo cresciti a forza di Hegel e Marx abbiamo introiettato la dialettica, il conflitto, per noi, dovrebbe portare ad una sintesi più avanzata, a partire da quello di classe. Non qui. Il soffio del mondo tedesco, la Heimat, la conciliazione degli opposti, il cooperativismo, la sozialpartnerschaft. Il senso della comunità prima di tutto, la coesione il valore più sentito e più apprezzato. Il tutto in silenzio, senza bisogno di tante parole, si fa ma non si dice, un atteggiamento già un poco protestante, anche se il cattolicesimo è ovunque.
Eppure, e al tempo stesso, una città molto meridionale. Lo capisco solo ora, avendo preso prudentemente le distanze. Si può capire bene solo tirandosi fuori, quel tanto, si deve essere cosa distinta dall'oggetto osservato, per penetrare, per vedere.
Tanti italiani del sud, tanti italiani-italiani, così diversi dai trentini, il loro modo di parlare, il loro modo di camminare. Un'identità che il tempo e l'emigrazione non hanno scalfitto per nulla.
Nei quartieri nuovi, dove ho casa (ma nuovi per modo di dire, solo non-medioevali), lo stradino aspira le foglie con il suo tubo fracassone. I pensionati sono nei bar o nei supermercati, solcano marciapiedi in cerca di qualcosa, una maniera per passare il tempo, per fare arrivare l'ora di pranzo, penso a mio padre. Un uomo aiuta una macchina ad uscire da un cortile, in retromarcia, su una strada trafficata, gli fa segno di andare deciso, ci pensa lui a governare il traffico. Giovani tamarri scrutano telefonini, e altri vecchi, piegati dall'età, sbilenchi, ma ben vestiti, attraversano sulle strisce pedonali.
Tutto il mattino scintillante è con me, annunciato dalle campane, che mi hanno trascinato fuori dal sonno già alle 7. Mani brandiscono sigarette, molte le donne, una cosa confortante, pensi che non succederà a te, no, in questa moltitudine, non sarai tu quello colto da un cancro.
Ragazzi su una panchina con zainetti ai piedi, altrove si direbbe che hanno marinato, qui che hanno fatto blaun. E pensare che alla loro età, l'età di mia figlia, adesso, spesso ho disertato i banchi del ginnasio per inerpicarmi su per le passeggiate del Guncina, un tornante dopo l'altro, finché la città si stende ai tuoi piedi, scenario ineguagliabile, guglie di campanili e macchie d'alberi, rumori lontani di autostrada, di macchine e camion diretti al Brennero, le Dolomiti come sfondo, qualcosa che è difficile trovare altrove e infatti anche se viaggiamo per il mondo raramente ci scomponiamo, siamo abituati alla bellezza, siamo abituati a scenari di sogno, a profili frastagliati di montagne come ossi calcinati che all'ora del tramonto si incendiano.
Sotto, nel dedalo delle strade, fra le palazzine e i bar, scorre la vita. Puzze di marmitta e cassonetti, vigili occhiuti, commesse di distratta bellezza.
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AFRICA DA NOBEL - MOSTRA FOTOGRAFICA
Una mia foto che è parte della mostra fotografica "Africa da Nobel - volti che fermano i deserti", in questi giorni alle Acli di Trento (via Roma), in seguito, speriamo, anche in bar, alberghi, locali pubblici, insomma luoghi di vita quotidiana, per mostrare un'Africa ricca della sua quotidianità. Un'Africa che non muore di fame, che non si fa la guerra, che studia, mangia, vende, suona, ride, si sposta.
Nella mostra foto anche di Paolo Michelini e Laura Ruaben.
Una particolarità dell'iniziativa è data dall'allestimento volutamente "povero": cornici di cartone corredate di dida (proverbi africani) tracciate con il laser, che possono essere immediatamente coperte con un altro strato di cartone quando si deteriorano. Un modo di usare e riusare le cose molto africano, appunto. L'altra peculiarità è la raccolta fondi per il Corno d'Africa annessa alla mostra, assieme all'associazione "Una scuola per la vita".
Foto: Somalia, scuola sotto l'acacia, 2004.
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Ship under white clouds
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UN RACCONTO PSICHICO
Quando, dopo aver confuso il fungo di San Serapione con una specie mangereccia, Antonio cadde da cavallo, il suo spirito si staccò dal corpo e cominciò a volare.
Dapprincipio i suoi movimenti erano incerti. Ma presto acquistò sicurezza, salendo con le correnti ascensionali, fino a raggiungere le cime dei monti. E pensò stupefatto di non averli mai visti così, dall’alto.
Fin dove arrivava il suo sguardo, regnavano oscurità e quiete. Le api dormivano nei loro alveari e lo stesso facevano i pesci nelle plumbee profondità dei laghi. Solo il pipistrello e l’upupa scortavano il viaggio dello spirito quando, incuriosito da una falesia, un pozzo o un capitello diroccato planava verso il basso aprendo sue braccia eteree di spirito.
Di là da uno sperone roccioso la luna fece all’improvviso la sua comparsa. E Antonio, alla vista di casa, che quella pallida luminosità faceva risaltare nel centro del pascolo, fu preso da un’emozione che in vita sua non ricordava di avere provato mai. La luce alla finestra della cucina era ancora accesa, come lui l’aveva lasciata quando, dopo cena (il fungo stava iniziando a fare effetto), si era deciso per una passeggiata al piccolo trotto fino alla casa del curato, che aveva letto più cose nei suoi libri di quante Antonio non fosse mai riuscito a decifrare nel groviglio delle radici di un albero secolare o nella perfezione geometrica di un favo.
Una volta che Antonio si era trattenuto a cena quell’uomo di chiesa tormentato, al quale era toccata in sorte una parrocchia di montagna lontana dalla vivacità dei grandi centri abitati, gli aveva raccontato della secessione delle donne, che dagli storici viene giudicata una leggenda priva di fondamento.
“Dunque – aveva detto il prete – successe che le donne di questa regione, che si sentivano oltraggiate dagli uomini, lasciarono le loro case per ritirarsi da sole sui monti. Qui impararono a nutrirsi di erbe e frutti spontanei, e a coltivare l’arte della caccia. Naturalmente non per tutte fu così facile, perché gli uomini si credevano spogliati dei loro diritti su mogli e figlie, e molte furono catturate mentre cercavano di allontanarsi dalle loro abitazioni. Tuttavia quelle che riuscirono a scappare impararono a parlare la lingua degli alberi, che è la più facile a intendersi, come ben sai anche tu, Antonio, anche se non ammetteresti mai di conoscerla. E poi via via quella dei graniti, dei quarzi, quella vezzosa delle dolomie. Per ultima avevano imparato la lingua degli agenti atmosferici, che è una e priva di dialetti.
Allora cominciarono a costruire gli altari dei loro protettori, e abbandonarono la dieta carnivora, così che tutti gli animali le avvicinavano senza timore. È possibile che oggi quelle comunità si siano estinte naturalmente: sto parlando di quelle che non furono distrutte dagli uomini durante la guerra. Ma non mi sorprenderei se i cittadini avessero nascosto le prove della loro eventuale sopravvivenza, magari in forme imbastardite. E Dio solo sa che i cittadini hanno la testa piena di buone invenzioni per rendere confortevoli e illuminate le loro strade e le loro case, ma l’anima trabocca di paure e fantasmi e ricordi spaventosi che hanno ereditato dai loro padri; e poi in definitiva se ne accorgono che il sesso delle loro donne odora di muschio e stanno svegli la notte e di giorno si affrettano a disboscare le periferie e a coprirle di cemento.”
Questa era la storia della secessione delle donne, che il curato aveva raccontato ad Antonio una sera dopo che entrambi avevano consumato la cena. Ma Antonio non ne era rimasto particolarmente impressionato: sapeva che nei tempi andati i culti degli alberi erano diffusi, che di nascosto dai parroci talvolta erano proprio i mariti a spingere le loro mogli a ricordarsene, perché pur conoscendo poco o nulla di quelle faccende intuivano il potere che erano in grado di sprigionare.
Lo spirito restò un poco sospeso sopra la casa; quindi compì due larghi giri e si portò più in alto nel cielo.
Adesso poteva scorgere, sul fondovalle, le infiorescenze luminose dei paesi in cui era arrivata la corrente elettrica. Anche la casa di Antonio ne era provvista, ma ancora per mezzo di un generatore autonomo. Lasciando la cucina, solo mezz’ora prima, Antonio aveva trascurato la prima e principale dote dei contadini, la parsimonia. Ma giù in fondo, dove la valle diventava più larga e le pendici delle montagne si facevano da parte, i lampioni piantati all’ingresso dei paesi stavano saldi come sentinelle. Per tutta la durata della notte. Ed erano collegati a un motore molto più potente di quello che serviva la casa di Antonio.
Sul fondovalle, benché ora non potesse distinguerne i particolari, giacevano i campi coltivati, le grandi distese aperte, talvolta delimitate da recinti e strade sterrate. Sulle proprietà, suddivise in appezzamenti rettangolari o quadrati, sorgevano case coloniche, con annesse le rimesse per gli attrezzi e le abitazioni degli operai agricoli. Canali formavano reticoli d’acqua. Un crocefisso segnava il luogo in cui due sentieri si incrociavano, o il confine fra le diverse proprietà, o l'inizio di un centro abitato, il quale spiccava invariabilmente per la presenza della linea slanciata di un campanile.
Fra i contadini del fondovalle e quelli di montagna non c'era amicizia. Questi ultimi venivano accusati dai primi di essere gente rozza, selvatica. I montanari rispondevano con un misto di invidia e senso di superiorità. "In verità – diceva a volte il curato - quelli di pianura sono impressionati per come i montanari s’inerpicano su per le pendenze e scavalcano i burroni; come se non fossero degli ostacoli, ma luoghi sui quali spostarsi con naturalezza, e vivere e lavorare e metter su casa e fare figli, e sempre in pendenza, sempre facendosi beffe della gravità, delle valanghe, delle frane."
Ma adesso lo spirito di Antonio rimaneva incantato ad ammirare quella meravigliosa via lattea distesa sul fondovalle, e niente era più distante da lui delle rivalità che separano i valligiani dai montanari. Lo spirito si beava dell’aria tiepida della notte primaverile e la poiana lo rincorreva fin dove poteva. Sotto ad entrambi, dentro a case riparate da un tetto, gli uomini sognavano il lavoro del mattino dopo. E fra qualche ora si sarebbero svegliati tossendo, poi fatto colazione, calzati gli stivali e andati. Adesso sognavano, e le loro mogli gli sognavano accanto.
E da qualche parte, in mezzo ai rovi, giaceva il corpo di Antonio, precipitato da cavallo mentre il fungo di San Serapione cominciava a sciogliersi nello stomaco.
Lo spirito sentì la curiosità per il proprio corpo come una fitta. Non era proprio nostalgia; il corpo stava rovescio nel cuore del bosco, lo spirito invece volava alto sulle montagne, come avrebbe potuto rimpiangere la sua precedente condizione? Però bisognava cercarlo. Le bestie se ne sarebbero presto impossessate, e bisognava pur assistere all’intrusione delle formiche, che passano per il naso e arrivano dappertutto, lottando con altri intrusi che concimano la strada dove strisciano.
Sì, lo spirito si era destato alla curiosità. Si mise perciò alla ricerca del corpo di Antonio, ma incerto sulla direzione da prendere. Faticando ad orientarsi, a ritrovare il percorso fatto a cavallo dal momento in cui aveva lasciato la casa e fino alla caduta. La ricerca, comprese, sarebbe potuta durare a lungo. Aveva tempo a sufficienza? Domanda a cui non sapeva rispondere.
Pensò che se almeno avesse individuato il cavallo, forse in qualche modo sarebbe riuscito a convincerlo a ricondurlo sul luogo della caduta. Ma dove si era nascosto?
All’improvviso gli parve di udire delle voci note, giungere da poco lontano. Decise di andare a vedere che cosa succedeva.
Le voci adesso gli giungevano in tutta la loro violenza, attraverso gli insospettabili canali auditivi degli spiriti. Voci che risuonavano nel cortile della canonica, il prete svegliato poco prima di soprassalto dal corteo arrivato lì con torce e bastoni. Uno aveva parlato per tutti, e quando l’aveva fatto, gli altri rispettosamente avevano taciuto.
Aveva detto che il figlio di Vater Insel era scomparso. Che il padre l’aveva cercato tutto il pomeriggio, perlustrando palmo a palmo il terreno attorno alla loro casa. Che poi anche loro si erano uniti a Vater Insel nella ricerca, ma del bambino neanche una traccia.
Il prete stava sulla soglia ad ascoltare, con la tonaca in disordine e i capelli arruffati. Pensava: “Il figlio di Vater Insel ha tre anni, e questi boschi sono pericolosi. Lurido bastardo violatore di sorelle, sadico con gli animali, ubriacone, ah, sì, marcirai all’inferno prima o poi, ma adesso bisogna che faccia qualcosa perché i figli non sanno le colpe dei padri e non si meritano il castigo divino.”
Così disse: “Quattro di voi corrano alle case di quelli che non sono già qui, li sveglino e li conducano con sé. Gli altri si dividano in due gruppi, uno lo guiderò io, e l’altro lo guiderai tu Simone che hai parlato così chiaramente. Avanzeremo verso la casa di Vater Insel da due fronti, controllando metro per metro. Dio ci aiuterà.”
“Ma – considerava, tra sé – tutto ciò è insufficiente. Loro sono fuori da ore, e se solo adesso si sono decisi a venire a svegliarmi significa che si aspettano qualcosa di speciale. Qualcosa che giustifichi la tonaca che vesto e il segno di croce che ho loro insegnato. Lo so, lo sento che indugiano davanti alla mia porta e sembrano riluttanti a mettersi in marcia, perché vorrebbero che tracciassi i segni nell’aria e pronunciassi le formule. Forse credono che la magia di un curato sia più efficace della loro. Sicuramente non si vergognerebbero se io coniugassi, proprio qui, la croce e i tarocchi, il cenacolo e il pentagramma. O magari invece adesso lo sentono, che il mio Dio è più potente. Si domandano perché sia in collera con loro. Provano pudore a confessarmi i loro sentimenti. E io provo pudore ad interpellare il mio Dio perché sono settimane che non mi rivolgo a lui. Ma farò ciò che devo. Prenderò il crocefisso e li guiderò nel bosco. Perché io sorreggo un Dio crocefisso, e gli uomini nel dolore cercano un Dio che abbia compassione per loro, un Dio che domani, quando il dolore sarà passato, saranno loro a compatire, in questo modo sdebitandosi, ripagandolo con la stessa moneta. Ma io non piangerò con il mio Dio questa notte, oh, no, piuttosto batterò piuttosto soffocherò con le mie mani quell’uomo selvaggio se capiterà qualcosa di male a suo figlio.”
Così pensato tornò dentro. Quando fu da solo staccò dalla parete il crocefisso, poi fece un lungo sorso di vino dalla bottiglia che aveva aperto a mezzogiorno. Sentiva l’agitazione dei montanari di fuori crescere come un’onda. Adesso si consultavano. Simone stava impartendo degli ordini. Formava le due squadre, ed elencava ai quattro che restavano le famiglie a cui avrebbero dovuto far visita.
Solo uno aveva una torcia elettrica. Si stabilì che quello con la torcia avrebbe camminato davanti al prete, illuminandogli la strada.
Tutti sapevano della negligenza di Vater Insel, e dei maltrattamenti che la famiglia aveva patito per mano sua. Una volta Vater Insel aveva legato la moglie ad un castagno e l’aveva lasciata lì tutta la notte. Quando la notizia si era sparsa, e il prete gli aveva chiesto spiegazioni, si era giustificato dicendo che l’aveva sorpresa a bestemmiare. Ma il prete conosceva la moglie di Vater Insel, che era una donna semplice e si confessava ogni domenica. Da allora provava per lui un odio sordo. Odiava i modi servili che gli riservava quando faceva visita alla sua casa per benedirla. Avrebbe desiderato spaccarla, quella casa, come c’era scritto nell’Antico Testamento, “dalle fondamenta al tetto”. Però tutto questo odio era male agli occhi del Dio crocefisso.
Innanzitutto trovare il bambino. Ciò andava senz’altro fatto.
Uscì fuori con l’anima in fiamme. Nel cortile gli uomini in attesa avevano acceso altre torce, e le loro ombre andavano ad appiattirsi contro il muro della canonica. Facce tese si strinsero attorno al prete, e il crocefisso venne illuminato dai bagliori delle torce.
“Ho con me il crocefisso buono. Il metallo prezioso magnifica la gloria del Signore, stanotte. Questa mandria, questi uomini dall’animo così trasparente eppure così insondabile, sono il popolo di Dio. Bene, meglio che niente. Se Dio è morto per loro, doveva avere le sue buone ragioni. Troveremo il bambino prima che albeggi, e poi ringrazieremo il Signore e io dirò messa. La gloria del Signore si specchia sulle loro fronti, così come si specchia negli elementi primordiali, che il Signore ha creato, e poi dotato di regole e proporzioni, le quali tuttavia possono essere variate a piacimento, per suo semplice diletto. Per suo semplice diletto.”
Mormorando attraversava la piccola folla, che si apriva al suo passaggio, e confluiva poi alle sue spalle. Solo uno, più vecchio degli altri, si nascose nell’ombra. E non appena i suoi compagni si furono allontanati uscì dall’ombra e sgusciò dentro la casa.
E l’uomo con la torcia elettrica si mise davanti al prete per illuminargli il cammino.
L’erta del monte non era coltivata a frutteto, come invece le terrazze più basse e più vicine al fondovalle, dove predominavano vigne e meli. Qui erano fitti boschi di conifere.
Sui terrazzamenti, allo stesso modo che sulle cime delle montagne, la luce lunare si posava sulle cose, preservando le loro forme originarie.
Invece nel sottobosco le forme erano assai diverse rispetto a quelle che si sarebbero potute osservare in condizioni naturali. La luce delle fiaccole aggiungeva ombra a ombra. E il fascio di luce proiettato dall’uomo con la torcia sul tappeto di aghi di pino che si stendeva ai piedi del curato, quando illuminava una sporgenza o un anfratto, quando s’infilava nel folto di un roveto, o quando si imbatteva negli occhi terrorizzati di un piccolo predatore notturno, svelando, selezionando, conferendo nuovo senso, era come il Verbo divino quando decise di dare un nome agli animali.
"Sì - pensava il prete – come quando chiamò ‘leone’ il leone, o ‘fenice’ l'uccello che rinasceva dalla sua carcassa."
Dunque, il raggio di luce ribattezzava le cose. Ma era anch’esso un prodotto di Dio? Questo il dubbio che lo tormentava, sempre più spesso. E poi, la luce davvero portava con sé un ordine superiore, o non era piuttosto maestra nell’arte del camuffare, del travestire e del cambiare? Sì, forse il fascio di luce della torcia alimentata dalle pile alcaline non portava semplicemente un nuovo ordine nel mondo, forse creava un mondo nuovo: però vacuo, tremolante. Un mondo che durava un battere di ciglio, appena il tempo necessario per imprimersi nella retina di chi l’osservava. E se il mondo degli uomini fosse nient’altro che il prodotto di un raggio di luce proiettato su un angolo del cosmo, che splende un istante e poi ritorna al buio che gli è proprio? Ah, curato sapeva che questi pensieri l’avrebbero condotto lontano, assieme al vino che aveva bevuto prima di uscire e che ora gli batteva sulle tempie. Erano i pensieri delle tre del mattino, e lui non doveva prestare loro fede.
Nel frattempo, avevano imboccato una valletta, fiancheggiata da uno sperone di roccia. Procedevano in discesa, e in alcuni punti il sentiero diventava più ripido, costeggiando un burrone. Tra roccia e burrone gli uomini avanzavano stanchi. Alcuni avevano alle spalle molte ore di ricerche. Ma nei loro cuori stava emergendo pian piano la consapevolezza che questa volta, con il prete dalla loro parte, l’esito sarebbe stato diverso. Perciò non si incupirono, facendosi solo un po’ più prudenti.
Adesso la loro attenzione veniva attratta dalle luci dei paesi adagiati in fondo alla valle. Al prete sembrava di sentirle, le loro speranze. Si contorcevano come serpi, in quelle menti circospette. Perché gli uomini marciavano in silenzio alle sue spalle, ma era come se stessero ringhiando. Due desideri combattevano in loro: quello di rimanere com’erano, per sempre, e sempre, e sempre. E quello di strade sicure. Su per quelle strade sarebbero arrivati camion carichi di merci. Giù per quelle strade sarebbe scesi i loro figli, pronti ad andare a vivere nelle città e a mescolarsi agli altri uomini nelle piazze e nei porti della terra.
“Le donne - meditava il prete – furono pazze. Ma non lo furono da meno i soldati che le ricondussero con la forza alle loro case. Avremmo potuto imparare qualcosa, da quella storia. Che non si mantiene in vita un culto senza misteri. Ah, Dio, se riuscissi a distinguere, quando giro nella mia tenebra, come un cane alla catena, se i miei pensieri sono ispirati dal tuo volere o da quello di Satana. Ma non so più nulla, non distinguo nulla. Non capisco le forze al lavoro laggiù, ignoro cosa significhino le superfici di vetro dei palazzi che riflettono il sole al tramonto. E quando sento le mine esplodere, sotto alle nostre montagne, mi chiedo se sia un bene o un male. Signore, non sono che un tuo umile servo. Ho letto i libri ma forse non abbastanza. Ti prego, mostrami la via. Fa che io non conduca questi disgraziati in un precipizio. Signore, tu che li cogli, tutti i giorni. Signore tu che li cogli con il fulmine in mezzo al prato, con il fuoco nei loro fienili, con la malattia, la frana, l’alluvione. Oh Signore, Signore, tu che cogli, mostrami dove si nasconde il figlio di Vater Insel!”
Fu allora che, preso da un inspiegabile presentimento, come se qualcuno gli avesse sussurrato all’orecchio delle parole, l’uomo alla testa del gruppo puntò la torcia verso l’imboccatura di una grotta, che si apriva sul fianco della parete rocciosa.
Ci fu un mormorio, che divenne un’esclamazione collettiva quando il fascio luminoso si posò sul viso di un bambino. Era sporco di terra, adagiato su un guanciale di muschio. Gli occhi chiusi, il corpo raccolto per conservare un poco del calore del giorno.
Gli uomini presero ad inginocchiarsi, uno ad uno. Ma non chinarono il capo, troppo grande era il richiamo esercitato dal quel viso pallido, assorto nel sonno.
Solo il prete rimase in piedi, di fronte all’imboccatura della grotta.
Si guardò intorno. Era la prima volta che Dio si manifestava a lui con tanta evidenza.
Lì, in quel momento, c'era qualcosa. Lo percepiva chiaramente. Senza il suo aiuto non ce l’avrebbero mai fatta.
“Signore, mostrami il tuo volto ora – si sorprese a pregare, a voce sempre più alta, non riuscendo a trattenere le parole – oh, Dio, mostrami il tuo volto. Dio guardami! Dio parlami! Dio toccami! Dio guariscimi!”
E ad un certo punto, in alto, quasi fuori dal cerchio di luce, fra i rami degli alberi, gli parve di scorgere una forma vagamente familiare, solo che l’oscurità era troppo densa per poterla riconoscere. Una sagoma che svaniva, agitando la mano, con un’espressione di disfatta stupefazione sul suo viso. Dunque era fatto così, il volto di Dio? O era solo l’immagine che aveva scelto quella notte, per rivelarsi a lui?
Lo spirito svaniva, dietro i rami degli alberi. Non provava dolore, solo meraviglia per la progressiva perdita di consistenza. Per quel nulla travestito di nulla di cui cominciava ad indovinare l’intima essenza.
Lo spirito di Antonio svaniva, nell’aria fresca della notte.
Ma si sa, gli spiriti appartengono alla stessa sostanza impalpabile di cui son fatti i sogni.
(Marco Pontoni, 1987)
Dapprincipio i suoi movimenti erano incerti. Ma presto acquistò sicurezza, salendo con le correnti ascensionali, fino a raggiungere le cime dei monti. E pensò stupefatto di non averli mai visti così, dall’alto.
Fin dove arrivava il suo sguardo, regnavano oscurità e quiete. Le api dormivano nei loro alveari e lo stesso facevano i pesci nelle plumbee profondità dei laghi. Solo il pipistrello e l’upupa scortavano il viaggio dello spirito quando, incuriosito da una falesia, un pozzo o un capitello diroccato planava verso il basso aprendo sue braccia eteree di spirito.
Di là da uno sperone roccioso la luna fece all’improvviso la sua comparsa. E Antonio, alla vista di casa, che quella pallida luminosità faceva risaltare nel centro del pascolo, fu preso da un’emozione che in vita sua non ricordava di avere provato mai. La luce alla finestra della cucina era ancora accesa, come lui l’aveva lasciata quando, dopo cena (il fungo stava iniziando a fare effetto), si era deciso per una passeggiata al piccolo trotto fino alla casa del curato, che aveva letto più cose nei suoi libri di quante Antonio non fosse mai riuscito a decifrare nel groviglio delle radici di un albero secolare o nella perfezione geometrica di un favo.
Una volta che Antonio si era trattenuto a cena quell’uomo di chiesa tormentato, al quale era toccata in sorte una parrocchia di montagna lontana dalla vivacità dei grandi centri abitati, gli aveva raccontato della secessione delle donne, che dagli storici viene giudicata una leggenda priva di fondamento.
“Dunque – aveva detto il prete – successe che le donne di questa regione, che si sentivano oltraggiate dagli uomini, lasciarono le loro case per ritirarsi da sole sui monti. Qui impararono a nutrirsi di erbe e frutti spontanei, e a coltivare l’arte della caccia. Naturalmente non per tutte fu così facile, perché gli uomini si credevano spogliati dei loro diritti su mogli e figlie, e molte furono catturate mentre cercavano di allontanarsi dalle loro abitazioni. Tuttavia quelle che riuscirono a scappare impararono a parlare la lingua degli alberi, che è la più facile a intendersi, come ben sai anche tu, Antonio, anche se non ammetteresti mai di conoscerla. E poi via via quella dei graniti, dei quarzi, quella vezzosa delle dolomie. Per ultima avevano imparato la lingua degli agenti atmosferici, che è una e priva di dialetti.
Allora cominciarono a costruire gli altari dei loro protettori, e abbandonarono la dieta carnivora, così che tutti gli animali le avvicinavano senza timore. È possibile che oggi quelle comunità si siano estinte naturalmente: sto parlando di quelle che non furono distrutte dagli uomini durante la guerra. Ma non mi sorprenderei se i cittadini avessero nascosto le prove della loro eventuale sopravvivenza, magari in forme imbastardite. E Dio solo sa che i cittadini hanno la testa piena di buone invenzioni per rendere confortevoli e illuminate le loro strade e le loro case, ma l’anima trabocca di paure e fantasmi e ricordi spaventosi che hanno ereditato dai loro padri; e poi in definitiva se ne accorgono che il sesso delle loro donne odora di muschio e stanno svegli la notte e di giorno si affrettano a disboscare le periferie e a coprirle di cemento.”
Questa era la storia della secessione delle donne, che il curato aveva raccontato ad Antonio una sera dopo che entrambi avevano consumato la cena. Ma Antonio non ne era rimasto particolarmente impressionato: sapeva che nei tempi andati i culti degli alberi erano diffusi, che di nascosto dai parroci talvolta erano proprio i mariti a spingere le loro mogli a ricordarsene, perché pur conoscendo poco o nulla di quelle faccende intuivano il potere che erano in grado di sprigionare.
Lo spirito restò un poco sospeso sopra la casa; quindi compì due larghi giri e si portò più in alto nel cielo.
Adesso poteva scorgere, sul fondovalle, le infiorescenze luminose dei paesi in cui era arrivata la corrente elettrica. Anche la casa di Antonio ne era provvista, ma ancora per mezzo di un generatore autonomo. Lasciando la cucina, solo mezz’ora prima, Antonio aveva trascurato la prima e principale dote dei contadini, la parsimonia. Ma giù in fondo, dove la valle diventava più larga e le pendici delle montagne si facevano da parte, i lampioni piantati all’ingresso dei paesi stavano saldi come sentinelle. Per tutta la durata della notte. Ed erano collegati a un motore molto più potente di quello che serviva la casa di Antonio.
Sul fondovalle, benché ora non potesse distinguerne i particolari, giacevano i campi coltivati, le grandi distese aperte, talvolta delimitate da recinti e strade sterrate. Sulle proprietà, suddivise in appezzamenti rettangolari o quadrati, sorgevano case coloniche, con annesse le rimesse per gli attrezzi e le abitazioni degli operai agricoli. Canali formavano reticoli d’acqua. Un crocefisso segnava il luogo in cui due sentieri si incrociavano, o il confine fra le diverse proprietà, o l'inizio di un centro abitato, il quale spiccava invariabilmente per la presenza della linea slanciata di un campanile.
Fra i contadini del fondovalle e quelli di montagna non c'era amicizia. Questi ultimi venivano accusati dai primi di essere gente rozza, selvatica. I montanari rispondevano con un misto di invidia e senso di superiorità. "In verità – diceva a volte il curato - quelli di pianura sono impressionati per come i montanari s’inerpicano su per le pendenze e scavalcano i burroni; come se non fossero degli ostacoli, ma luoghi sui quali spostarsi con naturalezza, e vivere e lavorare e metter su casa e fare figli, e sempre in pendenza, sempre facendosi beffe della gravità, delle valanghe, delle frane."
Ma adesso lo spirito di Antonio rimaneva incantato ad ammirare quella meravigliosa via lattea distesa sul fondovalle, e niente era più distante da lui delle rivalità che separano i valligiani dai montanari. Lo spirito si beava dell’aria tiepida della notte primaverile e la poiana lo rincorreva fin dove poteva. Sotto ad entrambi, dentro a case riparate da un tetto, gli uomini sognavano il lavoro del mattino dopo. E fra qualche ora si sarebbero svegliati tossendo, poi fatto colazione, calzati gli stivali e andati. Adesso sognavano, e le loro mogli gli sognavano accanto.
E da qualche parte, in mezzo ai rovi, giaceva il corpo di Antonio, precipitato da cavallo mentre il fungo di San Serapione cominciava a sciogliersi nello stomaco.
Lo spirito sentì la curiosità per il proprio corpo come una fitta. Non era proprio nostalgia; il corpo stava rovescio nel cuore del bosco, lo spirito invece volava alto sulle montagne, come avrebbe potuto rimpiangere la sua precedente condizione? Però bisognava cercarlo. Le bestie se ne sarebbero presto impossessate, e bisognava pur assistere all’intrusione delle formiche, che passano per il naso e arrivano dappertutto, lottando con altri intrusi che concimano la strada dove strisciano.
Sì, lo spirito si era destato alla curiosità. Si mise perciò alla ricerca del corpo di Antonio, ma incerto sulla direzione da prendere. Faticando ad orientarsi, a ritrovare il percorso fatto a cavallo dal momento in cui aveva lasciato la casa e fino alla caduta. La ricerca, comprese, sarebbe potuta durare a lungo. Aveva tempo a sufficienza? Domanda a cui non sapeva rispondere.
Pensò che se almeno avesse individuato il cavallo, forse in qualche modo sarebbe riuscito a convincerlo a ricondurlo sul luogo della caduta. Ma dove si era nascosto?
All’improvviso gli parve di udire delle voci note, giungere da poco lontano. Decise di andare a vedere che cosa succedeva.
Le voci adesso gli giungevano in tutta la loro violenza, attraverso gli insospettabili canali auditivi degli spiriti. Voci che risuonavano nel cortile della canonica, il prete svegliato poco prima di soprassalto dal corteo arrivato lì con torce e bastoni. Uno aveva parlato per tutti, e quando l’aveva fatto, gli altri rispettosamente avevano taciuto.
Aveva detto che il figlio di Vater Insel era scomparso. Che il padre l’aveva cercato tutto il pomeriggio, perlustrando palmo a palmo il terreno attorno alla loro casa. Che poi anche loro si erano uniti a Vater Insel nella ricerca, ma del bambino neanche una traccia.
Il prete stava sulla soglia ad ascoltare, con la tonaca in disordine e i capelli arruffati. Pensava: “Il figlio di Vater Insel ha tre anni, e questi boschi sono pericolosi. Lurido bastardo violatore di sorelle, sadico con gli animali, ubriacone, ah, sì, marcirai all’inferno prima o poi, ma adesso bisogna che faccia qualcosa perché i figli non sanno le colpe dei padri e non si meritano il castigo divino.”
Così disse: “Quattro di voi corrano alle case di quelli che non sono già qui, li sveglino e li conducano con sé. Gli altri si dividano in due gruppi, uno lo guiderò io, e l’altro lo guiderai tu Simone che hai parlato così chiaramente. Avanzeremo verso la casa di Vater Insel da due fronti, controllando metro per metro. Dio ci aiuterà.”
“Ma – considerava, tra sé – tutto ciò è insufficiente. Loro sono fuori da ore, e se solo adesso si sono decisi a venire a svegliarmi significa che si aspettano qualcosa di speciale. Qualcosa che giustifichi la tonaca che vesto e il segno di croce che ho loro insegnato. Lo so, lo sento che indugiano davanti alla mia porta e sembrano riluttanti a mettersi in marcia, perché vorrebbero che tracciassi i segni nell’aria e pronunciassi le formule. Forse credono che la magia di un curato sia più efficace della loro. Sicuramente non si vergognerebbero se io coniugassi, proprio qui, la croce e i tarocchi, il cenacolo e il pentagramma. O magari invece adesso lo sentono, che il mio Dio è più potente. Si domandano perché sia in collera con loro. Provano pudore a confessarmi i loro sentimenti. E io provo pudore ad interpellare il mio Dio perché sono settimane che non mi rivolgo a lui. Ma farò ciò che devo. Prenderò il crocefisso e li guiderò nel bosco. Perché io sorreggo un Dio crocefisso, e gli uomini nel dolore cercano un Dio che abbia compassione per loro, un Dio che domani, quando il dolore sarà passato, saranno loro a compatire, in questo modo sdebitandosi, ripagandolo con la stessa moneta. Ma io non piangerò con il mio Dio questa notte, oh, no, piuttosto batterò piuttosto soffocherò con le mie mani quell’uomo selvaggio se capiterà qualcosa di male a suo figlio.”
Così pensato tornò dentro. Quando fu da solo staccò dalla parete il crocefisso, poi fece un lungo sorso di vino dalla bottiglia che aveva aperto a mezzogiorno. Sentiva l’agitazione dei montanari di fuori crescere come un’onda. Adesso si consultavano. Simone stava impartendo degli ordini. Formava le due squadre, ed elencava ai quattro che restavano le famiglie a cui avrebbero dovuto far visita.
Solo uno aveva una torcia elettrica. Si stabilì che quello con la torcia avrebbe camminato davanti al prete, illuminandogli la strada.
Tutti sapevano della negligenza di Vater Insel, e dei maltrattamenti che la famiglia aveva patito per mano sua. Una volta Vater Insel aveva legato la moglie ad un castagno e l’aveva lasciata lì tutta la notte. Quando la notizia si era sparsa, e il prete gli aveva chiesto spiegazioni, si era giustificato dicendo che l’aveva sorpresa a bestemmiare. Ma il prete conosceva la moglie di Vater Insel, che era una donna semplice e si confessava ogni domenica. Da allora provava per lui un odio sordo. Odiava i modi servili che gli riservava quando faceva visita alla sua casa per benedirla. Avrebbe desiderato spaccarla, quella casa, come c’era scritto nell’Antico Testamento, “dalle fondamenta al tetto”. Però tutto questo odio era male agli occhi del Dio crocefisso.
Innanzitutto trovare il bambino. Ciò andava senz’altro fatto.
Uscì fuori con l’anima in fiamme. Nel cortile gli uomini in attesa avevano acceso altre torce, e le loro ombre andavano ad appiattirsi contro il muro della canonica. Facce tese si strinsero attorno al prete, e il crocefisso venne illuminato dai bagliori delle torce.
“Ho con me il crocefisso buono. Il metallo prezioso magnifica la gloria del Signore, stanotte. Questa mandria, questi uomini dall’animo così trasparente eppure così insondabile, sono il popolo di Dio. Bene, meglio che niente. Se Dio è morto per loro, doveva avere le sue buone ragioni. Troveremo il bambino prima che albeggi, e poi ringrazieremo il Signore e io dirò messa. La gloria del Signore si specchia sulle loro fronti, così come si specchia negli elementi primordiali, che il Signore ha creato, e poi dotato di regole e proporzioni, le quali tuttavia possono essere variate a piacimento, per suo semplice diletto. Per suo semplice diletto.”
Mormorando attraversava la piccola folla, che si apriva al suo passaggio, e confluiva poi alle sue spalle. Solo uno, più vecchio degli altri, si nascose nell’ombra. E non appena i suoi compagni si furono allontanati uscì dall’ombra e sgusciò dentro la casa.
E l’uomo con la torcia elettrica si mise davanti al prete per illuminargli il cammino.
L’erta del monte non era coltivata a frutteto, come invece le terrazze più basse e più vicine al fondovalle, dove predominavano vigne e meli. Qui erano fitti boschi di conifere.
Sui terrazzamenti, allo stesso modo che sulle cime delle montagne, la luce lunare si posava sulle cose, preservando le loro forme originarie.
Invece nel sottobosco le forme erano assai diverse rispetto a quelle che si sarebbero potute osservare in condizioni naturali. La luce delle fiaccole aggiungeva ombra a ombra. E il fascio di luce proiettato dall’uomo con la torcia sul tappeto di aghi di pino che si stendeva ai piedi del curato, quando illuminava una sporgenza o un anfratto, quando s’infilava nel folto di un roveto, o quando si imbatteva negli occhi terrorizzati di un piccolo predatore notturno, svelando, selezionando, conferendo nuovo senso, era come il Verbo divino quando decise di dare un nome agli animali.
"Sì - pensava il prete – come quando chiamò ‘leone’ il leone, o ‘fenice’ l'uccello che rinasceva dalla sua carcassa."
Dunque, il raggio di luce ribattezzava le cose. Ma era anch’esso un prodotto di Dio? Questo il dubbio che lo tormentava, sempre più spesso. E poi, la luce davvero portava con sé un ordine superiore, o non era piuttosto maestra nell’arte del camuffare, del travestire e del cambiare? Sì, forse il fascio di luce della torcia alimentata dalle pile alcaline non portava semplicemente un nuovo ordine nel mondo, forse creava un mondo nuovo: però vacuo, tremolante. Un mondo che durava un battere di ciglio, appena il tempo necessario per imprimersi nella retina di chi l’osservava. E se il mondo degli uomini fosse nient’altro che il prodotto di un raggio di luce proiettato su un angolo del cosmo, che splende un istante e poi ritorna al buio che gli è proprio? Ah, curato sapeva che questi pensieri l’avrebbero condotto lontano, assieme al vino che aveva bevuto prima di uscire e che ora gli batteva sulle tempie. Erano i pensieri delle tre del mattino, e lui non doveva prestare loro fede.
Nel frattempo, avevano imboccato una valletta, fiancheggiata da uno sperone di roccia. Procedevano in discesa, e in alcuni punti il sentiero diventava più ripido, costeggiando un burrone. Tra roccia e burrone gli uomini avanzavano stanchi. Alcuni avevano alle spalle molte ore di ricerche. Ma nei loro cuori stava emergendo pian piano la consapevolezza che questa volta, con il prete dalla loro parte, l’esito sarebbe stato diverso. Perciò non si incupirono, facendosi solo un po’ più prudenti.
Adesso la loro attenzione veniva attratta dalle luci dei paesi adagiati in fondo alla valle. Al prete sembrava di sentirle, le loro speranze. Si contorcevano come serpi, in quelle menti circospette. Perché gli uomini marciavano in silenzio alle sue spalle, ma era come se stessero ringhiando. Due desideri combattevano in loro: quello di rimanere com’erano, per sempre, e sempre, e sempre. E quello di strade sicure. Su per quelle strade sarebbero arrivati camion carichi di merci. Giù per quelle strade sarebbe scesi i loro figli, pronti ad andare a vivere nelle città e a mescolarsi agli altri uomini nelle piazze e nei porti della terra.
“Le donne - meditava il prete – furono pazze. Ma non lo furono da meno i soldati che le ricondussero con la forza alle loro case. Avremmo potuto imparare qualcosa, da quella storia. Che non si mantiene in vita un culto senza misteri. Ah, Dio, se riuscissi a distinguere, quando giro nella mia tenebra, come un cane alla catena, se i miei pensieri sono ispirati dal tuo volere o da quello di Satana. Ma non so più nulla, non distinguo nulla. Non capisco le forze al lavoro laggiù, ignoro cosa significhino le superfici di vetro dei palazzi che riflettono il sole al tramonto. E quando sento le mine esplodere, sotto alle nostre montagne, mi chiedo se sia un bene o un male. Signore, non sono che un tuo umile servo. Ho letto i libri ma forse non abbastanza. Ti prego, mostrami la via. Fa che io non conduca questi disgraziati in un precipizio. Signore, tu che li cogli, tutti i giorni. Signore tu che li cogli con il fulmine in mezzo al prato, con il fuoco nei loro fienili, con la malattia, la frana, l’alluvione. Oh Signore, Signore, tu che cogli, mostrami dove si nasconde il figlio di Vater Insel!”
Fu allora che, preso da un inspiegabile presentimento, come se qualcuno gli avesse sussurrato all’orecchio delle parole, l’uomo alla testa del gruppo puntò la torcia verso l’imboccatura di una grotta, che si apriva sul fianco della parete rocciosa.
Ci fu un mormorio, che divenne un’esclamazione collettiva quando il fascio luminoso si posò sul viso di un bambino. Era sporco di terra, adagiato su un guanciale di muschio. Gli occhi chiusi, il corpo raccolto per conservare un poco del calore del giorno.
Gli uomini presero ad inginocchiarsi, uno ad uno. Ma non chinarono il capo, troppo grande era il richiamo esercitato dal quel viso pallido, assorto nel sonno.
Solo il prete rimase in piedi, di fronte all’imboccatura della grotta.
Si guardò intorno. Era la prima volta che Dio si manifestava a lui con tanta evidenza.
Lì, in quel momento, c'era qualcosa. Lo percepiva chiaramente. Senza il suo aiuto non ce l’avrebbero mai fatta.
“Signore, mostrami il tuo volto ora – si sorprese a pregare, a voce sempre più alta, non riuscendo a trattenere le parole – oh, Dio, mostrami il tuo volto. Dio guardami! Dio parlami! Dio toccami! Dio guariscimi!”
E ad un certo punto, in alto, quasi fuori dal cerchio di luce, fra i rami degli alberi, gli parve di scorgere una forma vagamente familiare, solo che l’oscurità era troppo densa per poterla riconoscere. Una sagoma che svaniva, agitando la mano, con un’espressione di disfatta stupefazione sul suo viso. Dunque era fatto così, il volto di Dio? O era solo l’immagine che aveva scelto quella notte, per rivelarsi a lui?
Lo spirito svaniva, dietro i rami degli alberi. Non provava dolore, solo meraviglia per la progressiva perdita di consistenza. Per quel nulla travestito di nulla di cui cominciava ad indovinare l’intima essenza.
Lo spirito di Antonio svaniva, nell’aria fresca della notte.
Ma si sa, gli spiriti appartengono alla stessa sostanza impalpabile di cui son fatti i sogni.
(Marco Pontoni, 1987)
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Me as Banquo
Macbeth (teatro Spazio 14, Trento, 29 maggio 2011).
Io in Banquo, predestinato ai coltelli.
Talvolta, per condurci alla rovina, le creature delle tenebre ci dicono qualche mezza verità. Ci lusingano con minuzie oneste, per poi tradirci sulle più gravi cose del futuro.
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BOB DYLAN, I 70 ANNI
Quando, a Trento, tre anni fa, durante il bis, il palazzo delle Albere sullo sfondo, intonò “Blowin’ in the wind”, quasi non se ne accorse nessuno, talmente stravolta era quella versione rispetto all’originale, incisa nel lontano 1963. Nessuno gridò “rivogliamo il nostro Bob Dylan”, come pare sia successo in Cina, qualche settimana fa (cosa curiosa, che i cinesi reclamino un “nostro Bob Dylan”). Questo il destino di un artista che in fondo ha sempre fatto quello che voleva, proprio come tutti i grandi artisti. Senza coltivare il suo mito, ma anzi decostruendolo e reinventandolo ad ogni cambio d’abito. Dylan compie 70 anni, e se uno va a vedere in qualche sito peer to peer, di quelli che i giovani internauti utilizzano per scambiarsi la musica gratuitamente, scoprirà che non c’è molto, che i cantanti più gettonati sono altri. E questo è un segno del tempo che passa. Ma lui non se ne cura: impegnato da anni in un “never ending tour”, una tourné senza fine in giro per il mondo, ovunque lo chiamino, sembra avviato a ripercorrere i passi dei suoi miti di gioventù, quei giganti del folk e del blues che hanno continuato imperterriti a cantare fin che avevano fiato in corpo, incuranti delle mode, delle stagioni che si susseguono.
Ai suoi esordi riportò in auge la canzone di protesta, che in America aveva una lunga tradizione, ma che sembrava essersi assopita. Per farlo, appena arrivato a New York dal Minnesota, andò al capezzale di Woody Guthrie, il menestrello dei lavoratori oppressi che stava morendo in solitudine in un ospedale della Grande Mela. In seguito scandalizzò i puristi del folk sposando l’elettricità, i ritmi serrati del rock. E questo rimarrà il suo contributo più grande alla cultura popolare del ‘900: avere introdotto il rock alla poesia, l’oscura ed entusiasmante poesia di quegli anni, la poesia della beat generation, di Allen Ginsberg (che compare in questo video, anche se defilato) e compagnia. Così, una musica nata fondamentalmente per fare ballare i ragazzi entrò nell’empireo delle arti. E le cose non furono più le stesse. Nel ’68, mentre imperversava la protesta, era già altrove: già lontani i tempi in cui fustigava i signori della guerra e profetizzava la caduta di una “dura pioggia”, la pioggia atomica. Ma il piglio profetico, biblico, è rimasto, anche dopo.
E’ venuta la crisi del suo primo matrimonio, il Dylan che, a modo suo, raccontava il “privato”, come si diceva allora, è venuto il ritorno di fiamma all’impegno sociale, con la presa in causa del destino di “Hurricane” Carter, pugile nero condannato da una giuria di bianchi per un delitto non commesso, in un’America che ancora coltivava i germi del razzismo. E’ venuta la conversione al cristianesimo, durata due dischi e mezzo. Sono venuti, certamente, tanti soldi.
Infine, le incisioni di oggi, cantate con una voce che non c’è più ma proprio per questo tanto più vera e drammatica, alcune bellissime, come “Love and theft”, altre dimenticabili. E’ venuto anche un libro, “Chronicles vol. 1”, molto intenso e leggibile (nonostante il lontano, ostico precedente di “Tarantula”), che racconta pezzi della sua vita senza soluzione di continuità, che fa rivivere l’America degli anni ’60 e soprattutto il grande amore per la tradizione musicale del suo paese. Sì, perché nel suo essere impermeabile alle mode, Dylan infine anche questo è stato ed è. Un culture della tradizione, uno scrigno che racchiude ciò che non c’è più, che non è stato immortalato in qualche video e quindi non passa su Mtv. Fuori dal tempo, restio a farsi paladino di qualsivoglia causa, coperto ormai da troppe maschere (quelle che ha raccontato il regista Todd Haynes nel suo “I’m not here”, del 2007), Dylan dice di odiare i tanti soprannomi coniati per lui nel corso dei decenni. Così cercheremo di resistere anche noi alla tentazione di affibiargliene uno. Diciamo solo che è stato uno scontroso maestro di stile, a costo di scontentare, periodicamente, i suoi fans. E che certi suoi dischi li puoi collocare accanto non solo ad altri dischi ma ad alcuni dei migliori romanzi della letteratura americana contemporanea, da Hemingway a Kerouac, da Don De Lillo a Jonathan Franzen. E riascoltarli periodicamente.
Music Box
Vabbé, ogni tanto un po' di autopromozione non fa male. Per chi se lo fosse perso quando è uscito (ormai 4 anni fa), il mio "Music box" è ancora ordinabile, ad esempio qui: http://www.fnac.it/Music-box-PONTONI-MARCO/a340968
Questo è l'incipit.
INTRO: FIRST OF THE GANG TO DIE
Stavano costruendo una casa proprio di fronte allo stadio, ormai erano arrivati al quarto piano e da lassù la vista sul prato era perfetta.
Quella sera si prevedeva un concerto fiacco; prima di uscire mi ero caricato ascoltando i Damned, non avrei tirato fuori una lira – se anche l'avessi avuta – per vedere un gruppo italiano che faceva il verso agli Asia o ai Van Halen ultima versione (quella più pop, che sacrificava la chitarra a beneficio delle tastiere). Ma il cantiere rappresentava una buona soluzione.
La primavera avanzava ruggente, nuvole di pollini nell’aria, mentre in cielo "lucevan le stelle", come in quei versi della Tosca di Puccini, mio padre un grande amate della lirica, sono cresciuto con i dischi de "La voce del padrone" arati da puntine di giradischi grosse come denti di forchetta, quelle strofe nelle orecchie, "e olezzava la terra, oh dolci baci, oh languide carezze…".
Intanto sul palco issato su un lato del campo sportivo stava succedendo qualcosa. Il gruppo spalla aveva iniziato a intrattenere il pubblico, composto per tre quarti di ragazze con t-shirt Fruit of the Loom e jeans Fiorucci. Arrivate all'ingresso dello stadio anche altre compagnie oltre alla nostra viravano verso nord; risalivano la massicciata ferrovia e si lasciavano cadere dall'altra parte, per poi infilarsi nel buco ricavato nella palizzata di recinzione. Dopodichè, bisognava solo stare attenti a dove si pestava: sparsi in giro c'erano sacchi di cemento, fil di ferro ritorto, attrezzi vari, una betoniera. Lo scheletro della casa era in piedi, scale comprese. Ovviamente, mancava ancora tutto il resto. In fila indiana, e con qualcuno davanti con una torcia che faceva luce, passando dalle scale interne si poteva arrivare abbastanza tranquillamente fino in cima, sulla terrazza.
"Che folla!", ha detto Roby sbucando all'aperto, cercando di darsi un'aria sciolta e contemporaneamente di farsi largo fra i capannelli seduti che parlottavano. "C'è più gente qui che là…"
Ci siamo sistemati in un angolo, abbiamo aperto il pacchetto di sigarette che avevamo comprato con una colletta. Per guardare verso lo stadio dovevamo stare girati di tre quarti, ma meglio che niente. Difficile distinguere, nel buio, chi c'era e chi non c'era. Dalle voci mi sembrava ci fosse anche la compagnia di Zebedeo, quella che frequentava la Giovanna, il mio sogno proibito (suo padre un carabiniere, siciliano, mica sarebbe stato contento di sapere che lei era lì).
Alle 10 il concerto entrò nel vivo. Una lunga intro di sintetizzatore, salutata con uno scroscio di applausi. A tratti il vento dal fiume spazzava via le note, poi ritornavano, assieme alla voce femminea del cantante.
Lo show è durato poco più di un'ora e mezza. Quando ci siamo rialzati, le gambe ci facevano male e mi si era informicolato un piede. Perciò siamo stati fra gli ultimi a scendere. Riguardo a quello che successe in quei momenti, mentre la band stava concludendo la serie dei bis, non posso dire di averlo visto con i miei occhi. Ripeto, era buio. Ricordo il titolo della canzone, Ultima notte di caccia.
Posso dire con sicurezza che la ragazza non cadde giù dal tetto, come scrisse un giornale. Sul tetto era facile orientarsi, grazie alle luci del concerto e delle case attorno. Cadde scendendo le scale. Forse mise un piede dove pensava di trovare un pianerottolo, e invece c'era il vuoto. Forse qualcuno la urtò senza volere. Forse il suo tipo le aveva lasciato la mano per accendersi una cicca.
Sentimmo delle urla. Ci precipitammo anche noi. Non si capiva dove fosse finita. All'epoca non c'erano ancora i cellulari per cui i ragazzi della sua compagnia dovettero mettersi alla ricerca di un telefono (cabine a gettone nel piazzale dello stadio) per chiamare l'ambulanza, minuti preziosi sprecati.
Venne portata fuori in barella. Saltammo la massicciata e ci dileguammo prima di essere fermati dalla polizia. I giornali montarono una storia infinita. Certi politici ce l'avevano con i concerti, non erano neanche in grado di distinguere un gruppo punk da uno di pop melodico o di blues. Sfruttarono l'occasione per atteggiarsi a moralizzatori...
Io pensavo: quanta gente muore in macchina, andando su e giù da queste montagne, da queste valli che trasudano schnaps? Eppure mica si pensa ad abolire le macchine (o la grappa).
E poi in definitiva la ragazza non era morta a causa del concerto.
Rimase una morte di ordinaria sfortuna, a dispetto delle fantasie popolari. Un incidente come quello che dev'essere capitato a Jeff Buckley mentre faceva il bagno nel Mississipi. Il complesso di mio fratello scrisse una canzone in memoria di Anna. Aveva vaghe sonorità indiane. Assomigliava a Paint it black degli Stones, eccetto che i ragazzi qui non avevano un sitar a disposizione.
Ogni volta che passo davanti a quel condominio – ne hanno costruiti altri, attorno, un fiorire di palazzine per ospitare famiglie di una o due persone, tre è già un record, e la ferrovia è stata spostata, è stata trasformata in una ciclabile, oggi tutti hanno il trip salutista della bici e del jogging - dicevo ogni volta che passo davanti a questa modestia architettonica ci penso, sul serio. Penso alla ragazza sconosciuta ingoiata dalla tromba delle scale. È stata la prima persona alla cui morte sono stato fisicamente vicino. First of the gang to die, canta Morrissey, è tutta la sera che l’ascolto, sul mio stereo, collegato ad un vecchio finale Technics, mentre fuori nevica e il modem non si collega, e in definitiva potrei anche essere in una capanna nei boschi e non in un appartamento di un quartiere di una città di confine di medie dimensioni, gerani ai balconi, portici che si scavano una strada sotto alle antiche case delle corporazioni. Ed è come se cantasse per lei. Solo che Morrissey si riferisce alle vittime degli scontri fra le gang di L.A., a migliaia di chilometri da qui, oltre la neve, le Alpi, le foreste tedesche, l'Atlantico, le grandi, bollenti pianure americane solcate da autostrade a diecimila corsie.
Marco Pontoni, Music Box, Curcu&Genovese, Trento, 2006
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Valdurna/Durnholz (Sarentino)
Mio cugino mi raccontava (tutti abbiamo un cugino che racconta) questa storia: quando Dio creò il mondo, poi le varie località si misero in fila per ricevere qualche dono. C'è chi è arrivato tardi e non ha ricevuto niente, chi ha ricevuto un solo dono - un bel mare, delle belle montagne, una fonte termale, gente figa o quant'altro - e chi ha fatto il furbo ed è passato due volte (o anche dieci volte), e sono i posti più belli, quelli che ci lasciano a bocca aperta. Lui, quando mi raccontava questo, si riferiva a Mykonos, che gli era piaciuta tanto...
Per me il lago di Valdurna è uno di quei posti che sono passati due volte. Dirò di più: è uno dei miei luoghi dell'anima. Uno di quei posti dove vorrei vivere, forse, o forse anche invecchiare. Un altro è Pitigliano, la Maremma in generale. E poi, forse, Londra.
Incantamento
Roberta, Lisa e Alice nel luogo dell'incantamento.
Si lavora duro anche a Pasquetta.
Alice con il cane.
Sul sentiero. Libero come un uomo.
Dolmen.
Durnholzer See.
foto: Marco Pontoni, Pasqua 2011.
Per me il lago di Valdurna è uno di quei posti che sono passati due volte. Dirò di più: è uno dei miei luoghi dell'anima. Uno di quei posti dove vorrei vivere, forse, o forse anche invecchiare. Un altro è Pitigliano, la Maremma in generale. E poi, forse, Londra.
Incantamento
Roberta, Lisa e Alice nel luogo dell'incantamento.
Si lavora duro anche a Pasquetta.
Alice con il cane.
Sul sentiero. Libero come un uomo.
Dolmen.
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PADRE TAMAYO: L'HONDURAS CHIEDE PACE E GIUSTIZIA
Padre Andres Tamayo è stato in questi giorni in Trentino Alto Adige per una serie di incontri istituzionali e pubblici. Ex-discepolo (e chierichetto, come precisa nell'intervista) di padre Romero, l'arcivescovo di El Salvador ucciso nel 1980, mentre celebrava messa, per le sue durissime prese di posizione contro la dittatura, padre Tamayo, nato in Salvador ma honduregno di adozione, ha speso gran parte della sua vita in difesa della popolazione - e dell'ambiente - dell'Olancho, la regione in cui vive, una delle più ricche di biodiversità del Centroamerica. Dopo il golpe del 2009, sostenuto dalle famiglie che gestiscono la maggior parte della ricchezza del paese (e alimentato anche dalla destra statunitense, sostiene Tamayo), il sacerdote e militante ecologista, che ha più volte subito nella sua vita minacce e attentati, è riparato all'estero, anche se recentemente ha fatto ritorno nel suo Paese.
Una breve intervista realizzata a Trento il 5 aprile (prossimamente anche su youtube).
In Europa si sa poco dell'Honduras, pochissimo di ciò che è successo dopo il golpe che ha cacciato il presidente Zelaya, legittimamente eletto. Facciamo il punto della situazione.
Attualmente in Honduras permane una situazione di destabilizzazione. Chi detiene il potere politico ed economico vuole continuare a farlo, e ciò a spese dei diritti umani, che vengono costantemente violati. La popolazione continua a lottare per la democrazia, ma dal colpo di stato ad oggi non ci sono stati cambiamenti apprezzabili. Il governo attuale si pone in continuità con il golpisti e persegue gli stessi obiettivi, nonostante cerchi di "ripulirsi" l'immagine internazionale. Ultimamente ha annunciato di voler privatizzare i settori della sanità e dell'educazione. Il popolo ovviamente non accetta tutto questo e continua ad opporsi, nonostante la repressione.
Lei si è battuto molti anni per la difesa del patrimonio ambientale dell'Honduras (come leader del Movimento ambientalista del Olancho-Mao). Chi vuole mettere le mani su questo patrimonio?
Sono soprattutto imprese transnazionali, alcune anche italialiane, non registrate in Europa ma operanti in Honduras, come la Sansoni e la Lamas. Vendono il legname in primo luogo negli Stati Uniti e poi in Europa, a Paesi come la Germania e l'Inghilterra. Il contadino viene spinto, con metodi legali e illegali, a deforestare selvaggiamente. A volte le imprese pagano i contadini affinché svendano il legname e il contadino alla fine cede, lo fa. L'impoverimento a lungo termine dell'ambiente avrà ovviamente conseguenze pesanti per lui. Dopo il golpe la situazione è peggiorata perché il potere delle società transnazionali è enormemente cresciuto.
Cosa è rimasto in America centrale del pensiero di un Oscar Romero e delle idee della teologia della liberazione?
Monsignor Romero, era un profeta e i profeti non parlano per il proprio tempo, parlano per il futuro. Io sono stato chierichetto di monsignor Romero; la sua era una voce di giustizia, una voce di verità. E una voce ancora molto viva in Centroamerica; noi cerchiamo di portarla avanti, camminando con il popolo e sostenendo le sue lotte per diritti che continuano ad essere sistematicamente violati.
Cosa può fare l'Europa per aiutare la vostra causa?
Ci sono varie possibilità. Innanzitutto c'è la Corte interamericana che ha pubblicato un rapporto sulla violazione dei diritti umani in Honduras. Come comunità locali chiediamo che esso venga pubblicata anche in Honduras.
In secondo luogo è necessario che il mondo parli dei problemi reali dell'Honduras, non sono dei paesaggi, delle location cinematografiche (il riferimento è anche all' Isola dei famosi, trasmissione che da anni, incredibilmente, si gira lì).
Infine diciamo alle persone che ci aiutano, alle associazioni, di fare pressione a livello europeo e anche italiano, chiedendo ad esempio che i vostri parlamentari vadano in Honduras per prendere coscienza non solo dello stato dei diritti umani ma anche della corruzione; ci sono tanti fondi, tanti finanziamenti destinati al nostro Paese che non arrivano alla popolazione, come dovrebbero, ma finiscono nel circuito della corruzione. Anche le imprese straniere che operano in Honduras alimentano questa spirale.
Il popolo chiede pace, chiede giustizia, ma viene continuamente provocato, con la repressione.
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Domani nella battaglia pensa a me
Ho iniziato oggi questo romanzo di Javier Marìas, senza sapere quasi nulla dell'autore. Conoscevo - e conosco - i titoli dei suoi romanzi, ovviamente, pubblicati in Italia da Einaudi, anzi, credo di ricordare quando sono comparse le sue prime traduzioni, credo di avere pensato allora: "Prima o poi dovrò leggere dei romanzi con dei titoli così belli", ma non l'avevo mai fatto. La verità è che mi sono deciso solo dopo avere letto da qualche parte come comincia "Domani nella battaglia...", il che depone a favore di un buon plot (o di qualche citazione in qualche giornale a larga tiratura). C'è un uomo, a Madrid, ospite di una donna che non conosce bene, la conosce da appena 15 giorni, una donna sposata e con un figlio di 2 anni: il marito è in viaggio di lavoro a Londra, il bambino finalmente si è addormentato, anche se , secondo l'uomo, ha fatto di tutto per rimanere sveglio, presagendo quello che stava per succedere fra lui e la madre. Insomma, la coppia è a letto, non sono ancora nudi, si stanno baciando, lui è riuscito a slacciarle il reggiseno, il tutto deve accadere in quella bolla, quell'aura di non-premeditazione che secondo l'io narrante di solito racchiude gli eventi della fatale "prima volta", quando entrambi desiderano convincere se stessi che non hanno realmente cercato nulla, che non hanno desiderato di fare accadere alcunché... Ma all'improvviso la donna sta male, lui pensa sia la digestione, o un tardivo pentimento, non si scompone né è deluso, è un uomo di mondo, solo, non sa bene cosa fare, non la conosce, la conosce appena, insomma, non sa neanche dov'è, non conosce i vicini, sono le tre di notte, si decide ad aspettare che le passi. E invece...lei muore.
Un attacco del genere non lascia indifferenti, no?
Se anche voi non conoscete il romanziere spagnolo, ma vi incuriosisce questa storia, e volete sapere come proseguirà il rapporto fra quest'uomo, questo visitatore notturno, e la sua non-amante (perchè qui la morte è solo all'inizio di un romanzo molto lungo, dunque questo rapporto dovrà continuare, in qualche modo), andate a leggervi il libro. Questa non è una recensione, è solo un annuncio di pubblica utilità.
E poi Marìas dev'essere una persona comunque intelligente. Ecco l'inizio di un suo articolo su Berlusconi:
"Questo individuo è essenzialmente una palla al piede, a giudicare dal materiale video nel quale lo si vede ai vertici politici in compagnia di altri mandatari o in occasioni mondane più frivole. In realtà il suo comportamento è identico negli uni e negli altri, solo che nei primi finge di essere l'anfitrione, lo fa sempre (anche se, per dire, si trova in Canada)..."
Potete averlo in edizione economica, si intitola "Trilogia sentimentale" (19 euro) contiene tre romanzi, "Tutte le anime", "Un cuore così bianco" e "Domani nella battaglia pensa a me", da cui sono partito. E' una trilogia di storie d'amore, ovviamente; c'è qualcosa di più interessante da leggere, ad inizio di primavera?
Il titolo pare sia mutuato da Shakesperare, e così Shakesperare continua ad invadere - benignamente - la mia vita, in questo periodo.
Il trailer l'ho trovato in youtube, grazie a chi l'ha messo assieme, mi sembra molto efficace e ieri notte, stranamente, mi sono addormentato proprio su quelle frasi, che come dice Lou Reed, commentando alcuni suoi testi, hanno un suono grandioso (anche se magari non vogliono dire nulla) .
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La lezione del Nord Africa
(sul "Trentino", qualche giorno fa, scritto una settimana prima che iniziassero i disordini in Libia. Col cuore, stasera, sono in piazza a Tripoli).
Quanto è successo nei giorni scorsi in Egitto e in Tunisia non può che essere considerato con favore da quanti hanno a cuore i valori della democrazia. Si è trattato – per quanto se ne sa - di “rivoluzioni” dai caratteri piuttosto nuovi, specie per l’area Nordafricana e Medio Orientale: relativamente incruente, popolari e nate “dal basso”, non fomentate da forze riconducibili all’integralismo islamico. Anche le proteste che stanno emergendo in Algeria ci mostrano un paese diverso da quello di vent’anni fa, dove alle elezioni del 1991 e al successivo colpo di stato dell’esercito era seguita l’ondata di violenza scatenata dal movimento ultrafondamentalista del Gia.
L’auspicio è dunque che la costruzione della democrazia faccia il suo corso, dando soddisfazione alle legittime aspirazioni della società civile, in particolare dei giovani e delle donne che abbiamo visto scendere in piazza in questi giorni per denunciare i mali della repressione e della corruzione.
Detto questo, vale la pena forse di aggiungere qualche ulteriore elemento di giudizio, partendo dal “fattore sorpresa” che contraddistingue le cadute rapidissime e quasi simultanee di Mubarak e di Ben Ali. Sorpresa in primo luogo per l’opinione pubblica occidentale che ha sempre guardato ai due paesi come a dei paradisi turistici retti da autocrazie tutto sommato “soft”, legittimate assai debolmente, sul piano democratico, da elezioni-farsa, di fatto dei plebisciti, e tuttavia in grado di garantire un sostanziale equilibrio sia sul piano interno sia soprattutto su quello internazionale. E, nella sostanza, è pur vero che Mubarak non può essere associato sic et simpliciter ad esempio a un Gheddafi, il quale ha fomentato per anni il terrorismo internazionale nonché un buon numero di conflitti nello stesso scacchiere africano (sarà curioso a questo proposito vedere quale sarà l’atteggiamento dell’Italia e in particolare del nostro presidente del Consiglio, se il vento della democrazia, com’è auspicabile, comincerà a soffiare anche su Tripoli).
Hosni Mubarak, già eroe della guerra del Kippur, ha governato per trent’anni l’Egitto in maniera sì autoritaria, senza mai abolire lo stato di emergenza in vigore dalla morte del suo predecessore Sadat, ma conservando buoni rapporti con Israele e destreggiandosi abilmente nelle intricate vicende delle Guerre del Golfo (L’Egitto si schierò contro Saddam Hussein nel 1991, dopo l’invasione del Kuwait da parte dell’Iraq, ma si rifiutò di appoggiare la coalizione guidata da Usa e Gran Bretagna nel 2003). La sua caduta, a meno di prossime, clamorose rivelazioni, sembra dovuta pressoché esclusivamente a fattori interni – la crisi economica, il nepotismo sfacciato, il malcontento dei giovani - e molto poco, o forse per nulla, a pressioni esterne. Questo deposita a favore della causa di una “rivoluzione autentica”, al tempo stesso rivelando la volatilità delle relazioni internazionali e l’ipocrisia della formula coniata qualche anno fa dai neocon americani: “esportare la democrazia”. Se gli egiziani sapranno darsi un governo democratico, stando alle vicende di questi giorni, sarà esclusivamente per merito loro.
Il ragionamento vale anche per la Tunisia di Zine El Abidine Ben Ali, che nel 1987 aveva esautorato, in maniera peraltro non traumatica, il “padre dell’indipendenza” Habib Bourguiba, ormai senescente. La Tunisia di Ben Ali è stata, per più di vent’anni, un paese filoccidentale, aperto agli investitori stranieri, in grado di conseguire qualche risultato significativo anche sul piano della lotta alla povertà (nella misura in cui ciò è possibile nell’era della globalizzazione). Un paese del quale i dissidenti denunciavano il clima repressivo ma che non godeva complessivamente di una pessima reputazione, e che certo, fino ai primi di gennaio, non sembrava certo prossimo ad un cambiamento così improvviso,
Le vicende parallele di Mubarak e Ben Ali sembrano confermare una regola che, in politica, dovrebbe essere sempre tenuta presente: quando il potere viene tenuto troppo a lungo nelle stesse mani fatalmente si corrompe, degenera. Si guardi, per rimanere in Africa, anche al caso Mugabe: negli anni ’80, dopo la nascita dello Zimbabwe sulle ceneri della Rhodesia del sud, era un leader rispettato, a cui si perdonava facilmente di essersi sbarazzato senza tanti complimenti dell’opposizione; oggi, dopo trent’anni di governo, viene riconosciuto quasi unanimemente come un dittatore che ha portato il suo paese alla catastrofe. Del resto, forse la stupefacente caduta, nei primi anni ’90, dei partiti che avevano retto per tanto tempo le sorti della Prima Repubblica in Italia (Dc in testa), è lì a dimostrare che la regola del rinnovamento e dell’alternanza nella gestione del potere vale non solo per i regimi autoritari ma anche per quelli democratici.
Quanto è successo nei giorni scorsi in Egitto e in Tunisia non può che essere considerato con favore da quanti hanno a cuore i valori della democrazia. Si è trattato – per quanto se ne sa - di “rivoluzioni” dai caratteri piuttosto nuovi, specie per l’area Nordafricana e Medio Orientale: relativamente incruente, popolari e nate “dal basso”, non fomentate da forze riconducibili all’integralismo islamico. Anche le proteste che stanno emergendo in Algeria ci mostrano un paese diverso da quello di vent’anni fa, dove alle elezioni del 1991 e al successivo colpo di stato dell’esercito era seguita l’ondata di violenza scatenata dal movimento ultrafondamentalista del Gia.
L’auspicio è dunque che la costruzione della democrazia faccia il suo corso, dando soddisfazione alle legittime aspirazioni della società civile, in particolare dei giovani e delle donne che abbiamo visto scendere in piazza in questi giorni per denunciare i mali della repressione e della corruzione.
Detto questo, vale la pena forse di aggiungere qualche ulteriore elemento di giudizio, partendo dal “fattore sorpresa” che contraddistingue le cadute rapidissime e quasi simultanee di Mubarak e di Ben Ali. Sorpresa in primo luogo per l’opinione pubblica occidentale che ha sempre guardato ai due paesi come a dei paradisi turistici retti da autocrazie tutto sommato “soft”, legittimate assai debolmente, sul piano democratico, da elezioni-farsa, di fatto dei plebisciti, e tuttavia in grado di garantire un sostanziale equilibrio sia sul piano interno sia soprattutto su quello internazionale. E, nella sostanza, è pur vero che Mubarak non può essere associato sic et simpliciter ad esempio a un Gheddafi, il quale ha fomentato per anni il terrorismo internazionale nonché un buon numero di conflitti nello stesso scacchiere africano (sarà curioso a questo proposito vedere quale sarà l’atteggiamento dell’Italia e in particolare del nostro presidente del Consiglio, se il vento della democrazia, com’è auspicabile, comincerà a soffiare anche su Tripoli).
Hosni Mubarak, già eroe della guerra del Kippur, ha governato per trent’anni l’Egitto in maniera sì autoritaria, senza mai abolire lo stato di emergenza in vigore dalla morte del suo predecessore Sadat, ma conservando buoni rapporti con Israele e destreggiandosi abilmente nelle intricate vicende delle Guerre del Golfo (L’Egitto si schierò contro Saddam Hussein nel 1991, dopo l’invasione del Kuwait da parte dell’Iraq, ma si rifiutò di appoggiare la coalizione guidata da Usa e Gran Bretagna nel 2003). La sua caduta, a meno di prossime, clamorose rivelazioni, sembra dovuta pressoché esclusivamente a fattori interni – la crisi economica, il nepotismo sfacciato, il malcontento dei giovani - e molto poco, o forse per nulla, a pressioni esterne. Questo deposita a favore della causa di una “rivoluzione autentica”, al tempo stesso rivelando la volatilità delle relazioni internazionali e l’ipocrisia della formula coniata qualche anno fa dai neocon americani: “esportare la democrazia”. Se gli egiziani sapranno darsi un governo democratico, stando alle vicende di questi giorni, sarà esclusivamente per merito loro.
Il ragionamento vale anche per la Tunisia di Zine El Abidine Ben Ali, che nel 1987 aveva esautorato, in maniera peraltro non traumatica, il “padre dell’indipendenza” Habib Bourguiba, ormai senescente. La Tunisia di Ben Ali è stata, per più di vent’anni, un paese filoccidentale, aperto agli investitori stranieri, in grado di conseguire qualche risultato significativo anche sul piano della lotta alla povertà (nella misura in cui ciò è possibile nell’era della globalizzazione). Un paese del quale i dissidenti denunciavano il clima repressivo ma che non godeva complessivamente di una pessima reputazione, e che certo, fino ai primi di gennaio, non sembrava certo prossimo ad un cambiamento così improvviso,
Le vicende parallele di Mubarak e Ben Ali sembrano confermare una regola che, in politica, dovrebbe essere sempre tenuta presente: quando il potere viene tenuto troppo a lungo nelle stesse mani fatalmente si corrompe, degenera. Si guardi, per rimanere in Africa, anche al caso Mugabe: negli anni ’80, dopo la nascita dello Zimbabwe sulle ceneri della Rhodesia del sud, era un leader rispettato, a cui si perdonava facilmente di essersi sbarazzato senza tanti complimenti dell’opposizione; oggi, dopo trent’anni di governo, viene riconosciuto quasi unanimemente come un dittatore che ha portato il suo paese alla catastrofe. Del resto, forse la stupefacente caduta, nei primi anni ’90, dei partiti che avevano retto per tanto tempo le sorti della Prima Repubblica in Italia (Dc in testa), è lì a dimostrare che la regola del rinnovamento e dell’alternanza nella gestione del potere vale non solo per i regimi autoritari ma anche per quelli democratici.
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Aspetto
Quando, la sera, milioni di persone rientrano a casa dal lavoro, rientrano a casa solo per evadere di nuovo, con internet, la tv, i telefoni, gli avatar.
Ma io no. Io siedo qui e ti aspetto.
Sei partito un anno fa, hai abbandonato tua moglie. Sei andato in Italia, poi in Francia. Hanno detto di te che vivevi nei boschi, ci sono stata, non era come mi avevano raccontato, non come mi aspettavo, si vede un’autostrada che taglia un fondovalle in due, vigneti da ambo le parti e poi colline boscate, tigli, castagni, querce, e ai piedi di quelle colline aziende agricole, non cadenti case coloniche, non rovine coperte di edera o capitelli spezzati e ai piedi delle colline silos e capannoni, ai piedi delle colline strade serpeggianti e ruspe abbandonate accanto a terrapieni, non era il paesaggio che mi ero aspettata, non aveva nulla a che fare con Into the wild o con Jack London, non c’era niente di selvaggio ma se vuoi scomparire puoi farlo anche nel bosco dietro la fabbrica, se vuoi morire puoi morire anche nel vigneto, morte nel vigneto, sembra il titolo di una poesia, noi leggevamo poesie assieme, tu e io, leggevamo poesie la sera, i classici inglesi, i moderni, anche i francesi, leggevamo poesie, madre e figlio, figlio e madre, guardando scorrere il Tamigi, dalla nostra mansarda, eri già più un uomo che un ragazzo, certamente più un ragazzo che un bambino, conoscevi la poesia, credevi di conoscere la vita ma io sapevo che non conoscevi la vita, sapevo la tua fragilità perché me l’ero portata in grembo, avevo sentito come uno strappo, lì, come un piccolo dolore, quando eri in grembo e non scalciavi, ti succhiavi le dita e il mio ombelico senza scalciare mai, e poi in braccio, l’avevo cullata, in braccio, la tua timidezza, la tua inadeguatezza, il tuo dolce sognante soffrire, quando sei andato in sposo il tuo sorriso sulle foto era insincero, avevi il sorriso insincero dei poeti, i poeti appartengono solo a se stessi e alle loro madri, non alle donne, non agli uffici dove vengono caricati di responsabilità che non sono in grado di affrontare, non ai soldi che avevi in tasca, avevi trentamila euro e quattromila sterline e sei morto di fame, avevi trentamila euro e poco lontano da quella radura un autogrill, un paese, un supermercato, i contadini sapevano che eri lì, i cacciatori ti avevano visto vagare, ti avevano chiesto che cosa facevi, che cosa volevi, di che diavolo avevi bisogno, tu avevi risposto che non avevi bisogno di niente, avevi tirato fuori le banconote dalle tasche del giaccone impolverato, del giaccone pieno di macchie, qualcuna ti era caduta, si era mescolata alle foglie dei tigli e delle querce, avevi detto “vedete? Sono pieno di soldi”, eri ancora pieno di soldi, tua moglie non era rimasta a secco comunque, la donna della tua vita, ti aveva lasciato andare, così mi ha detto, che ti aveva lasciato andare, che non eri felice, la felicità non c’entra nulla, quanto poco ti conosceva, tu eri malato, fragile e malato, oggi non puoi far ricoverare nessuno se non ci mette la sua firma, oggi i malati sono lasciati a se stessi, sei andato in Italia, con il tuo dolce sognante soffrire, sei andato in treno, sei andato a piedi, non sapevi una parola d’italiano, non in Toscana, dov’è pieno di inglesi, come te, sulle montagne del Piemonte, all’ombra di quelle montagne, una città di caserme e strade diritte, lì al massimo capiscono il francese, cosa ci facevi lì, fossi sceso in Sicilia, dov’è caldo, no, al freddo, te ne stavi al freddo, dormivi per strada in una piccola città dalle strade dritte, cosa cercavi, in quella piccola città, forse la luce, era quella luce particolare che ti aveva attirato, non lo sapevi neanche tu, non hai conosciuto nessuno, ti sei fatto curare un ascesso, hai trascurato cose ben peggiori, i polmoni, i bronchi, le masse spugnose, i filamenti, la tosse, hai passato le Alpi, come Annibale, come Rimbaud, sei andato in Francia, un’altra valle, il vino, un lavoro temporaneo in un’azienda, agricoltori, coltivatori, gente semplice, illusione di una vita diversa, un’altra vita, tutti cerchiamo un’altra vita, la vita è la vita, che c’è da dire, non l’avresti accettato mai, sei sempre fuggito, lontano da me, verso di me, verso di me, e poi nel prato, dietro la fabbrica, verso di me, che ti tendevo le braccia, una tela cerata per tetto, un cartone per materasso e le lumache dappertutto, viscide mucose brune, i polmoni, il catarro, i filamenti, sei rimasto lì quindici giorni con il tuo dolce sognante soffrire, nell’odore del mosto, dei tini, del marcio, sei rimasto quindici giorni sulle foglie, sapevano che eri lì, gli operai ti avevano visto, i cacciatori ti avevano detto di non mangiare quei funghi, avevi mostrato loro i soldi, tanti soldi, “non ho bisogno di niente”, e poi pare tu abbia aggiunto family problems, ma quelli lì non conoscono l’inglese, chissà cos’hanno capito, hanno capito quello che volevano capire, c’era l’autostrada a un chilometro, di sicuro sentivi il rumore, camion, macchine, autotreni lanciati a tutta velocità verso la costa, la Spagna, l’Italia, attraverso le valli alpine giù giù fino al mare senza misteri, hai trascinato la cerata nel folto del bosco, hai trascinato sulla collina la tua cerata, hai cercato di fissarla a due rami, perché ti facesse da tetto, niente da fare, ti è caduta sopra, ti è caduta sopra mentre respiravi male, ti ha coperto nella notte umida, ti ha coperto nella notte che gelava, mentre respiravi male, nella notte di ottobre, mentre mi chiamavi, nella notte, e sono passati dieci autotreni, cento autotreni, e sono passati altri cento autotreni, nella notte, e poi non respirarvi più.
Quando, la sera, milioni di persone rientrano a casa dal lavoro, rientrano a casa solo per evadere di nuovo, con internet, la tv, i telefoni, gli avatar.
Ma io no. Io siedo qui e ti aspetto. Apro un libro di poesie, leggo e ti aspetto.
(da La calda notte degli avatar, liberamente ispirato a un fatto di cronaca)
Ma io no. Io siedo qui e ti aspetto.
Sei partito un anno fa, hai abbandonato tua moglie. Sei andato in Italia, poi in Francia. Hanno detto di te che vivevi nei boschi, ci sono stata, non era come mi avevano raccontato, non come mi aspettavo, si vede un’autostrada che taglia un fondovalle in due, vigneti da ambo le parti e poi colline boscate, tigli, castagni, querce, e ai piedi di quelle colline aziende agricole, non cadenti case coloniche, non rovine coperte di edera o capitelli spezzati e ai piedi delle colline silos e capannoni, ai piedi delle colline strade serpeggianti e ruspe abbandonate accanto a terrapieni, non era il paesaggio che mi ero aspettata, non aveva nulla a che fare con Into the wild o con Jack London, non c’era niente di selvaggio ma se vuoi scomparire puoi farlo anche nel bosco dietro la fabbrica, se vuoi morire puoi morire anche nel vigneto, morte nel vigneto, sembra il titolo di una poesia, noi leggevamo poesie assieme, tu e io, leggevamo poesie la sera, i classici inglesi, i moderni, anche i francesi, leggevamo poesie, madre e figlio, figlio e madre, guardando scorrere il Tamigi, dalla nostra mansarda, eri già più un uomo che un ragazzo, certamente più un ragazzo che un bambino, conoscevi la poesia, credevi di conoscere la vita ma io sapevo che non conoscevi la vita, sapevo la tua fragilità perché me l’ero portata in grembo, avevo sentito come uno strappo, lì, come un piccolo dolore, quando eri in grembo e non scalciavi, ti succhiavi le dita e il mio ombelico senza scalciare mai, e poi in braccio, l’avevo cullata, in braccio, la tua timidezza, la tua inadeguatezza, il tuo dolce sognante soffrire, quando sei andato in sposo il tuo sorriso sulle foto era insincero, avevi il sorriso insincero dei poeti, i poeti appartengono solo a se stessi e alle loro madri, non alle donne, non agli uffici dove vengono caricati di responsabilità che non sono in grado di affrontare, non ai soldi che avevi in tasca, avevi trentamila euro e quattromila sterline e sei morto di fame, avevi trentamila euro e poco lontano da quella radura un autogrill, un paese, un supermercato, i contadini sapevano che eri lì, i cacciatori ti avevano visto vagare, ti avevano chiesto che cosa facevi, che cosa volevi, di che diavolo avevi bisogno, tu avevi risposto che non avevi bisogno di niente, avevi tirato fuori le banconote dalle tasche del giaccone impolverato, del giaccone pieno di macchie, qualcuna ti era caduta, si era mescolata alle foglie dei tigli e delle querce, avevi detto “vedete? Sono pieno di soldi”, eri ancora pieno di soldi, tua moglie non era rimasta a secco comunque, la donna della tua vita, ti aveva lasciato andare, così mi ha detto, che ti aveva lasciato andare, che non eri felice, la felicità non c’entra nulla, quanto poco ti conosceva, tu eri malato, fragile e malato, oggi non puoi far ricoverare nessuno se non ci mette la sua firma, oggi i malati sono lasciati a se stessi, sei andato in Italia, con il tuo dolce sognante soffrire, sei andato in treno, sei andato a piedi, non sapevi una parola d’italiano, non in Toscana, dov’è pieno di inglesi, come te, sulle montagne del Piemonte, all’ombra di quelle montagne, una città di caserme e strade diritte, lì al massimo capiscono il francese, cosa ci facevi lì, fossi sceso in Sicilia, dov’è caldo, no, al freddo, te ne stavi al freddo, dormivi per strada in una piccola città dalle strade dritte, cosa cercavi, in quella piccola città, forse la luce, era quella luce particolare che ti aveva attirato, non lo sapevi neanche tu, non hai conosciuto nessuno, ti sei fatto curare un ascesso, hai trascurato cose ben peggiori, i polmoni, i bronchi, le masse spugnose, i filamenti, la tosse, hai passato le Alpi, come Annibale, come Rimbaud, sei andato in Francia, un’altra valle, il vino, un lavoro temporaneo in un’azienda, agricoltori, coltivatori, gente semplice, illusione di una vita diversa, un’altra vita, tutti cerchiamo un’altra vita, la vita è la vita, che c’è da dire, non l’avresti accettato mai, sei sempre fuggito, lontano da me, verso di me, verso di me, e poi nel prato, dietro la fabbrica, verso di me, che ti tendevo le braccia, una tela cerata per tetto, un cartone per materasso e le lumache dappertutto, viscide mucose brune, i polmoni, il catarro, i filamenti, sei rimasto lì quindici giorni con il tuo dolce sognante soffrire, nell’odore del mosto, dei tini, del marcio, sei rimasto quindici giorni sulle foglie, sapevano che eri lì, gli operai ti avevano visto, i cacciatori ti avevano detto di non mangiare quei funghi, avevi mostrato loro i soldi, tanti soldi, “non ho bisogno di niente”, e poi pare tu abbia aggiunto family problems, ma quelli lì non conoscono l’inglese, chissà cos’hanno capito, hanno capito quello che volevano capire, c’era l’autostrada a un chilometro, di sicuro sentivi il rumore, camion, macchine, autotreni lanciati a tutta velocità verso la costa, la Spagna, l’Italia, attraverso le valli alpine giù giù fino al mare senza misteri, hai trascinato la cerata nel folto del bosco, hai trascinato sulla collina la tua cerata, hai cercato di fissarla a due rami, perché ti facesse da tetto, niente da fare, ti è caduta sopra, ti è caduta sopra mentre respiravi male, ti ha coperto nella notte umida, ti ha coperto nella notte che gelava, mentre respiravi male, nella notte di ottobre, mentre mi chiamavi, nella notte, e sono passati dieci autotreni, cento autotreni, e sono passati altri cento autotreni, nella notte, e poi non respirarvi più.
Quando, la sera, milioni di persone rientrano a casa dal lavoro, rientrano a casa solo per evadere di nuovo, con internet, la tv, i telefoni, gli avatar.
Ma io no. Io siedo qui e ti aspetto. Apro un libro di poesie, leggo e ti aspetto.
(da La calda notte degli avatar, liberamente ispirato a un fatto di cronaca)
Un po' di foto del 2010
Una costa conosciuta che si allontana
(raccontino)
La guardava cantare e vedeva in lei la sua stessa arroganza, tipica dei timidi, la stessa noncurante ambizione, il talento mescolato ad una naturale insofferenza. Vedeva l'uomo trent'anni prima, i capelli sul viso, a proteggersi e a sfidare, solo che il suo talento all'epoca non si esprimeva nel canto ma nella scrittura.
Si vedeva nell'atto di ritirare un premio con la sinistra infilata nella tasca, si vedeva con la camicia azzurra fuori dai pantaloni. Dare del tu ai professori. Andare in giro da solo per strada mangiando una mela o fumando precocemente.
Certo, c'erano anche le differenze. Nel modo di vestire, di impiegare il tempo, lui ne aveva avuto molto di più, a disposizione, anche per annoiarsi. Nei modelli da imitare. Forse, in un diverso stadio della maturità.
Sapeva però che queste sono cose destinate a evaporare, lasciando sul fondo l'intima essenza, quel nucleo duro e inattaccabile che non si scioglie, le propensioni alla felicità e all'infelicità, i modi di reagire, insomma, ciò che conta, il precipitato, la base, ciò che rimane in cima alla forchetta.
La vedeva guardarsi attorno, infastidita che una compagna avesse stonato. Ridere con la spavalderia dei ragazzi per le formalità del mondo adulto. Cercare con gli occhi la complicità di un'amica.
Guardava quell'apparizione sul palco, quella voce solista che spiccava sulle altre, come si guarda la riva di una costa conosciuta che lentamente si allontana, stupendosi del tempo passato e passato assieme, stupendosi di più ancora per il fatto che lui, lì, non si sentiva cambiato affatto da quando la portava in giro sulla carrozzella, sotto ai cieli siderali di un altro inverno. O forse non è così, è che i cambiamenti lenti, che sgocciolano giorno dopo giorno, sono come l'agonia dell'aragosta in pentola, li si avverte troppo tardi o troppo alla fine.
La guardava cantare e vedeva in lei la sua stessa arroganza, tipica dei timidi, la stessa noncurante ambizione, il talento mescolato ad una naturale insofferenza. Vedeva l'uomo trent'anni prima, i capelli sul viso, a proteggersi e a sfidare, solo che il suo talento all'epoca non si esprimeva nel canto ma nella scrittura.
Si vedeva nell'atto di ritirare un premio con la sinistra infilata nella tasca, si vedeva con la camicia azzurra fuori dai pantaloni. Dare del tu ai professori. Andare in giro da solo per strada mangiando una mela o fumando precocemente.
Certo, c'erano anche le differenze. Nel modo di vestire, di impiegare il tempo, lui ne aveva avuto molto di più, a disposizione, anche per annoiarsi. Nei modelli da imitare. Forse, in un diverso stadio della maturità.
Sapeva però che queste sono cose destinate a evaporare, lasciando sul fondo l'intima essenza, quel nucleo duro e inattaccabile che non si scioglie, le propensioni alla felicità e all'infelicità, i modi di reagire, insomma, ciò che conta, il precipitato, la base, ciò che rimane in cima alla forchetta.
La vedeva guardarsi attorno, infastidita che una compagna avesse stonato. Ridere con la spavalderia dei ragazzi per le formalità del mondo adulto. Cercare con gli occhi la complicità di un'amica.
Guardava quell'apparizione sul palco, quella voce solista che spiccava sulle altre, come si guarda la riva di una costa conosciuta che lentamente si allontana, stupendosi del tempo passato e passato assieme, stupendosi di più ancora per il fatto che lui, lì, non si sentiva cambiato affatto da quando la portava in giro sulla carrozzella, sotto ai cieli siderali di un altro inverno. O forse non è così, è che i cambiamenti lenti, che sgocciolano giorno dopo giorno, sono come l'agonia dell'aragosta in pentola, li si avverte troppo tardi o troppo alla fine.
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