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Lou Reed - Men Of Good Fortune
Riflessione sulle origini familiari, da parte di un personaggio nichilista che non riesce a prendere posizione (tipico dei personaggi di Lou Reed).
Gli uomini di buona famiglia spesso fanno cadere imperi
mentre gli uomini di umili origini
spesso non possono fare proprio niente
Il figlio ricco aspetta la morte di suo padre
il povero può solo bere e piangere
e a me, a me non frega proprio niente
Gli uomini di buona famiglia molto spesso non riescono a fare niente
mentre gli uomini dalle origini umili spesso possono fare di tutto
Cercano di comportarsi da uomini gestiscono le cose
al meglio delle loro possibilità
non hanno un papà ricco su cui contare
Gli uomini di buona famiglia spesso fanno cadere imperi
mentre gli uomini di umili origini
spesso non possono fare proprio niente
Ci vogliono soldi per fare soldi, dicono
guardate i Ford,
non hanno cominciato così?
in ogni modo, per me non fa alcuna differenza
Gli uomini di buona famiglia
spesso desiderano morire
mentre gli umili
vorrebbero ciò che hanno loro
e morirebbero per ottenerlo
Tutte quelle grandi cose che la vita ha da offrire
vogliono avere i soldi e vivere
a me, a me non frega proprio niente
Gli uomini di buona famiglia
uomini di umili origini
Gli uomini di buona famiglia
uomini di umili origini...
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Like a rolling stone
Questa canzone, indubbiamente, è un capolavoro. Non so più quale rivista l'ha votata addirittura come migliore canzone del XX secolo.
Entrambe le versioni sono straordinarie. Quella di Jimi Hendrix ne esplora le potenzialità, com'era nella natura dell'uomo, un esploratore delle potenzialità della chitarra, soprattutto dal vivo (in studio a volte l'ho sempre trovato un po' "tarpato", anche se, ovviamente, stiamo sempre parlando di vette altissime).
Ma...c'era un "ma", che mi pesava. Cosa rendeva la canzone di Bob Dylan più speciale, oltre al fatto che l'aveva scritta lui, appeso per le mani al ramo di un albero con un fiume limaccioso che scorreva sotto i suoi piedi, come mi pare di avere letto una volta?
Ecco: che Dylan la canta come dev'essere cantata, con un più di DELIZIOSO RANCORE. Perchè questa è senza dubbio una canzone rancorosa, una vendetta postuma, o qualcosa del genere. Nei confronti di chi, lo sa solo lui.
Hendrix ne ha tratto una versione monumentale, musicalmente. L'attacco da solo, quell'ingranare il riff con tutta quell'energia, vale tanti di quei dischi...
Ma ascoltandolo, ti chiedi se sia pienamente consapevole di cosa dicono le parole. Se le senta come sue, nel profondo. Se lo nutra anche lui, quel rancore, nei confronti di quella ragazza che un tempo vestiva così bene, quella ragazza che adesso sa come ci si sente, a stare da sola, senza trovare la direzione di casa, una perfetta sconosciuta, come una pietra che rotola. Forse sì. Forse no.
Dylan, sia che si riferisse a Edie, come è stato a volte ipotizzato, gli Stones lo suggeriscono apertamente nel video che accompagna la loro cover (e calzerebbe a pennello), sia che stesse dando corpo ad un generico impasto di emozioni misogine che si portava dentro (e che in effetti caratterizzano tanta parte della sua musica), Dylan lo sa eccome.
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Era un pezzo di Harvest, oggi si direbbe una "traccia". Suonato così, sono chitarre che sognano, piangono. Fra le rughe del tempo.
C'è di che stupirsi, che il tempo non cambi mai niente. Ma forse no.
Si muove sempre come un orso, senza eleganza, sotto un cielo inglese. Bambini accendono fuochi sul prato.
Fa sempre ciò che vuole, cosa che possono permettersi solo i grandi.
Bisogna ascoltare fino in fondo, chi ha la pazienza? Gli assoli sono scomparsi dalla musica, quel modo di navigare sulle note dell'improvvisazione, i pieni e i vuoti, il tempo dilatato. Nulla che possa friggersi subito, lì su due piedi, il tempo lisergico dei pensieri e delle parole in rima, il tempo di lasciare invecchiare le cose, la passione, occhi chiusi. Quando li apri, sono umidi.
If I was a junk man selling your cars
Washing your windows and shining your stars
Thinking your mind was my own in a dream
What would you wonder and how would it seem
Living in castles a bit at a time
The king started laughing and talking in rhyme, singing...
Lou Reed - 70 anni
Lou Reed compie oggi 70 anni, di cui una cinquantina dedicati alla musica e all'arte. Dal canto mio, 34 anni assieme alle sue canzoni, più o meno.
Nella sua opera, come ha detto recentemente, la grande epopea americana (quella stessa che gli scrittori americani dell'ultima generazione, come Franzen o De Lillo, raccontano nei loro libri). Soprattutto quella che prende corpo a partire dalla seconda metà degli anni '60 a New York (diffondendosi di riflesso nel resto del mondo): quindi la Factory di Andy Warhol e della pop art, l'irruzione delle droghe pesanti, i personaggi eccentrici, schizoidi, "disturbati", che popolano le strade della metropoli (compresi i transessuali di "Walk on the wild side", la sua canzone più celebre). Con qualche excursus - isolato - in altri lidi, a partire da Berlino (che all'epoca dell'incisione omonima non aveva ancora visitato) assurta a metafora della crisi di una coppia, menti divise, cuori divisi, come da un Muro...
Ma anche un vero e proprio diario pubblico, in cui l'artista racconta e si racconta, popolato da innumerevoli personaggi che vanno dal Delmore Schwarz che fu suo professore alla Siracuse University (il poeta e autore de "Nei sogni cominciano le responsabilità", morto dimenticato in un alberghetto della Bovery) ai vari Little Joe, Candy Darling ecc., senza dimenticare le sue mogli, Sylvia Reed, musa e "assistente" negli anni '80 delle disintossicazioni e del riposizionamento artistico, e l'attuale, amatissima, Laurie Anderson ("The adventurer"), con cui fa spesso spettacoli e reading in giro per il mondo.
Costituiscono una parziale eccezione proprio gli ultimi 2 lavori, entrambi ispirati alla letteratura: "The Raven" (che musica i racconti di Poe, ma lo fa anche per confrontarsi con il demone con cui Lou ha sempre combattuto, quello dell'autodistruzione) e l'ultimo "Lulu", inciso con i Metallica, ispirato ai due romanzi di Frank Wedekind "Lo spirito della terra " e "Il vaso di pandora" (ma il doppio cd si chiude con una canzone, di nuovo, molto personale e autobiografica, "Junior dad").
E' senz'altro un'opera al nero, quella di Lou Reed, anche se qui e là schizzata di humor e di momenti "leggeri" (in fondo, alla base di tutto, c'è la grande lezione del rock n roll). Un'opera densa di disperazione e di morte (pensiamo già solo a due dischi fondamentali del periodo "più recente", diciamo così, "Magic and Loss", che racconta la perdita, a breve distanza l'uno dall'altro, di due amici, e "Songs for Drella", scritto dopo la scomparsa di Andy Warhol). Anche in questo Lou è moderno, nel suo descrivere le nevrosi e le pulsioni mortifere della nostra civiltà, condite di dipendenze di vario genere, non solo l'eroina di cui ha cantato in una delle sue prime e più celebri composizioni, anche l'alcol di "The last shot", o la sessualità "malata", trasgressiva (e in fondo oggi così normale) di "Venus in furs" e "Kicks".
Ma Lou Reed ha anche scritto splendide canzoni d'amore, cosa che spesso viene dimenticata. Da "Perfect day" a "Coney island baby" a "Heavenly Arms" è stato non meno incisivo di Bob Dylan, ad esempio, anzi, rinunciando al simbolismo del cantautore del Minnesota ha acquistato qualcosa sul piano della poetica "pura" (quella che ha nel dato di realtà il suo punto di partenza), e senza cadere nel trabocchetto della misoginia (così tipica delle rockstar).
Nella grande epopea americana di Lou Reed i fatti del mondo (quello esterno al micro-macrocosmo delle strade di N.Y.) e la politica ci sono entrati invece di striscio: il Vietnam evocato in "Billy" (nella figura di un suo compagno di università, molto più bravo di lui, divenuto medico, partito per il sud est asiatico e tornato con il cervello a pezzi, tanto che "era come parlare ad una porta"), l'assassinio di Kennedy a Dallas ("The day John Kennedy died"), certi accenti polemici contenuti in "New York", fino alla sua recente comparsata a fianco di "Occupy Wall Street". Come per tanti artisti, la cronaca viene generalmente filtrata dal dato biografico, diventa vita vissuta in presa diretta, prima di trasmutare in arte.
Il segreto? Usare una musica apparentemente semplice (i famosi tre accordi, in realtà è stata spesso molto sofisticata, specie per gli standard odierni, per non parlare delle dissonanze velvettiane), una musica concepita originariamente per fare ballare i giovani, e buttarci dentro contenuti propri dell'arte matura, della letteratura, in particolare. Un'accoppiata riuscita a pochi altri come a lui, che gli venne in parte suggerita, come racconta in un'intervista, dallo stesso Schwarz, che avrebbe espresso irritazione per i testi delle canzoni che si sentivano alla radio nei primi anni '60. "Cosa succederebbe se unissi questa musica a dei testi diversi?", pare si sia chieso Lou. E così, nacquero "I'm waiting for my man", "Heroin" o "All tomorrow's parties".
Quando ho sentito per la prima volta una sua canzone. Andavo in terza media, con altri 3 compagni avevo messo in piedi una "società" per l'acquisto di dischi (si dividevano le spese, un Lp era costoso). Uno di essi, Sanna Quirico, istruito da un cugino più grande, mi fece sentire "Sweet jane". Non riuscivo a capire cosa avesse di speciale: la voce, certo, ma come definirla quella voce? Era una voce "fredda", una voce sprezzante, dura, una voce che si faceva beffe persino dell'intonazione; ma era anche una voce "calda", perchè sapeva trasmettere delle emozioni come nessun altro cantante avessi sentito prima. Il resto lo fece una raccolta (della RCA, quella con in copertina le foto di Lou con Rachel, il trans che all'epoca era la sua compagna) e un articolo di "Ciao 2001", che parlava della Factory di Warhol, dove i Velvet Underground avevano dato la loro scalata al successo (all'epoca molto limitato, i Velvet erano in anticipo di vent'anni, troppo lontana la loro poetica metropolitana dalle utopie hippies che andavano per la maggiore nei Sixties).
E il 1° dei Velvet, comprato in quarta ginnasio, mi ricordo ancora quel maggio, quell'aria dolce...tornare a casa con la Banana di Warhol, in bicicletta, metterlo sul piatto, cercare di familiarizzare con una musica così diversa, così "altra", rock, certo, ma distante anni luce dai canoni pop o metal di quegli anni, conturbante e disturbante, che non piaceva a nessuno dei miei amici abituati agli Eagles e ai Led Zeppelin, una musica che oggi finisce persino nelle pubblicità ("Sunday morning"...), per il facile ascolto di gente che nulla sa. Poteva cambiarti la vita, se eri predisposto. E a me l'ha cambiata, sicuro.
Da allora, è sempre stata una possente fonte di ispirazione. Non posso certo dire sia piena di gioia e di ottimismo; ma in essa mi ci sono rispecchiato, pur essendo la mia vita così lontana dalla sua. Per non dire dell'estetica, dell'amore per il nero, in piazza Maggiore mi avrebbero menato, quel giorno, per i "compagni" la camicia nera era un simbolo di fascismo, non capivano...
Happy birthday mr. Reed.
Non ho mai sentito il bisogno di stringerti la mano di persona. L'arte non ha bisogno di queste cose. L'arte è la vita, vissuta più consapevolmente.
Morgan - le ragioni delle piogge
Poi arrivava la pioggia. A volte in anticipo, a volte in ritardo. Pioggia nei vicoli. Pioggia sui viali. Pioggia la domenica, giù da cieli bianchi, accecati.
Lavava via la neve residua, l'inverno, le foglie, i cappotti. Lasciava tutto in sospeso, preparava il terreno per i sabati pomeriggio, per le nuvole alte, la sete, gli orgasmici temporali estivi.
John Cale: Style it Takes
John Cale sarà in Italia a marzo per 3 date:
15 Marzo – Spazio Mil (Sesto San Giovanni)- € 23,00
16 Marzo – Orion Club (Ciampino) – € 23,00
17 Marzo – Hiroshima Mon Amour Club (Torino)
Qui il capitolo finale del mio (ormai temo introvabile) "Music Box", (Curcu & Genovese edizioni, Trento, 2006) dedicato ad un concerto di Cale (gennaio 2001, se non sbaglio).
EXIT: STYLE IT TAKES
Una sera di gennaio venne a suonare John Cale. Suonò in un teatro costruito ai primi dell’Ottocento, un teatro vero, un teatro nelle Alpi retiche, con i palchi, gli stucchi, i velluti rossi, il loggione, la platea. Quel posto era stato inaugurato il 29 maggio 1819, con la Cenerentola di Rossini, scandalizzando i benpensanti (in una vivace cronaca dell'epoca si legge che "le persone sagge e religiose non potevano darsi pace nel vedere scelta una giornata di tanta divozione…”. Infatti era la vigilia di Pentecoste). La paternità dell’idea – ardita, per i tempi - spettava a un personaggio bizzarro, la cui prima attività era stata la vendita di dolciumi, poi la gestione di un caffè. Un self made man, che raccolse parte dei soldi per la costruzione dell'edificio vendendo in anticipo i palchi alle famiglie nobili del circondario.
Un tipo così sarebbe piaciuto ad Andy Warhol, sicuro.
In sala c’erano a stento cinquanta spettatori, compresi noi (unici due coniugi del rock fra singles disillusi e separati in casa). Un pubblico di carbonari, a dirla tutta, i più giovani avevano passato da un pezzo i trent’anni, i più vecchi potevano essere già in pensione.
Cale uscì fuori con i pantaloni di pelle, gli stivaletti e una t-shirt nera. Imbracciò la chitarra acustica, mise un piede sopra la sedia che qualcuno aveva posizionato al centro del palco, e attaccò Ship of Fools. Era l’emblema della solitudine. Non disse molte parole al pubblico; ma dava la sensazione di una maggiore disponibilità rispetto a quella mostrata da Lou Reed, per lo meno nei concerti a cui avevo assistito io. Si alternò alla chitarra e al pianoforte, concludendo ogni canzone fra uno scroscio di applausi che suonavano come mercurio sul velluto.
Nel bis fece anche Style it takes, canzone tratta dall’omaggio a Warhol inciso assieme a Reed nel 1989, dopo la morte dell’artista, Songs for Drella.
Mi chiedevo dove avrebbe dormito quella notte, e con chi, questa leggenda vivente del rock 'n' roll, questo gallese dal volto segnato e dai modi indifesi, piovuto qui come una meteora. Mi chiedevo se quel concerto avrebbe mai lasciato una traccia nella sua memoria, e nel suo karma. Se mai avrebbe ricordato le canzoni suonate per uno sparuto gruppo di fans nel Teatro fra le Montagne Innevate, in una cupa notte d’inverno affacciata sulla soglia del nuovo secolo, il nuovo secolo che in nulla faceva presagire qualcosa di meglio rispetto a quello che ci eravamo appena lasciati alle spalle. Avrei voluto avere il coraggio di invitarlo a casa nostra, offrirgli un succo di mela, parlare un po’ con lui, fargli vedere le foto del nostro album di famiglia, e poi magari telefonare a Zebedeo, a Marco e a Ivo ("portatevi le mazze!"), alla Nadia, a Ezio, a Paolo, a Valeria, a Andy, a Roberto, a tutti quelli che avevamo conosciuto, per dirgli di venire, ma in fretta, in fretta, che non c'era tempo da perdere. Avrei voluto avere la forza e la presenza di spirito per portarlo con noi, oltre il sipario della notte, non per intervistarlo, non per il gusto di trascorrere qualche minuto assieme ad una popstar. Forse solo per metterlo a sedere nel nostro salotto marchiato Ikea e ringraziarlo. La sua musica era di quelle che ci avevano salvato la vita.
Dopo il concerto abbiamo fatto due passi in centro, abbracciati. Sentivo i tacchi delle nostre scarpe sul porfido della strada, e anche se avevamo subito qualche amputazione, stavamo ancora in piedi dopotutto, proprio come avevano cantato i Velvet Underground. Le strade deserte rilucevano di pioggia. I bambini quella sera ce li teneva una vicina di casa. Quella sera, per la prima volta dopo mesi, potevamo rimanere fuori tutto il tempo che volevamo.
15 Marzo – Spazio Mil (Sesto San Giovanni)- € 23,00
16 Marzo – Orion Club (Ciampino) – € 23,00
17 Marzo – Hiroshima Mon Amour Club (Torino)
Qui il capitolo finale del mio (ormai temo introvabile) "Music Box", (Curcu & Genovese edizioni, Trento, 2006) dedicato ad un concerto di Cale (gennaio 2001, se non sbaglio).
EXIT: STYLE IT TAKES
Una sera di gennaio venne a suonare John Cale. Suonò in un teatro costruito ai primi dell’Ottocento, un teatro vero, un teatro nelle Alpi retiche, con i palchi, gli stucchi, i velluti rossi, il loggione, la platea. Quel posto era stato inaugurato il 29 maggio 1819, con la Cenerentola di Rossini, scandalizzando i benpensanti (in una vivace cronaca dell'epoca si legge che "le persone sagge e religiose non potevano darsi pace nel vedere scelta una giornata di tanta divozione…”. Infatti era la vigilia di Pentecoste). La paternità dell’idea – ardita, per i tempi - spettava a un personaggio bizzarro, la cui prima attività era stata la vendita di dolciumi, poi la gestione di un caffè. Un self made man, che raccolse parte dei soldi per la costruzione dell'edificio vendendo in anticipo i palchi alle famiglie nobili del circondario.
Un tipo così sarebbe piaciuto ad Andy Warhol, sicuro.
In sala c’erano a stento cinquanta spettatori, compresi noi (unici due coniugi del rock fra singles disillusi e separati in casa). Un pubblico di carbonari, a dirla tutta, i più giovani avevano passato da un pezzo i trent’anni, i più vecchi potevano essere già in pensione.
Cale uscì fuori con i pantaloni di pelle, gli stivaletti e una t-shirt nera. Imbracciò la chitarra acustica, mise un piede sopra la sedia che qualcuno aveva posizionato al centro del palco, e attaccò Ship of Fools. Era l’emblema della solitudine. Non disse molte parole al pubblico; ma dava la sensazione di una maggiore disponibilità rispetto a quella mostrata da Lou Reed, per lo meno nei concerti a cui avevo assistito io. Si alternò alla chitarra e al pianoforte, concludendo ogni canzone fra uno scroscio di applausi che suonavano come mercurio sul velluto.
Nel bis fece anche Style it takes, canzone tratta dall’omaggio a Warhol inciso assieme a Reed nel 1989, dopo la morte dell’artista, Songs for Drella.
Mi chiedevo dove avrebbe dormito quella notte, e con chi, questa leggenda vivente del rock 'n' roll, questo gallese dal volto segnato e dai modi indifesi, piovuto qui come una meteora. Mi chiedevo se quel concerto avrebbe mai lasciato una traccia nella sua memoria, e nel suo karma. Se mai avrebbe ricordato le canzoni suonate per uno sparuto gruppo di fans nel Teatro fra le Montagne Innevate, in una cupa notte d’inverno affacciata sulla soglia del nuovo secolo, il nuovo secolo che in nulla faceva presagire qualcosa di meglio rispetto a quello che ci eravamo appena lasciati alle spalle. Avrei voluto avere il coraggio di invitarlo a casa nostra, offrirgli un succo di mela, parlare un po’ con lui, fargli vedere le foto del nostro album di famiglia, e poi magari telefonare a Zebedeo, a Marco e a Ivo ("portatevi le mazze!"), alla Nadia, a Ezio, a Paolo, a Valeria, a Andy, a Roberto, a tutti quelli che avevamo conosciuto, per dirgli di venire, ma in fretta, in fretta, che non c'era tempo da perdere. Avrei voluto avere la forza e la presenza di spirito per portarlo con noi, oltre il sipario della notte, non per intervistarlo, non per il gusto di trascorrere qualche minuto assieme ad una popstar. Forse solo per metterlo a sedere nel nostro salotto marchiato Ikea e ringraziarlo. La sua musica era di quelle che ci avevano salvato la vita.
Dopo il concerto abbiamo fatto due passi in centro, abbracciati. Sentivo i tacchi delle nostre scarpe sul porfido della strada, e anche se avevamo subito qualche amputazione, stavamo ancora in piedi dopotutto, proprio come avevano cantato i Velvet Underground. Le strade deserte rilucevano di pioggia. I bambini quella sera ce li teneva una vicina di casa. Quella sera, per la prima volta dopo mesi, potevamo rimanere fuori tutto il tempo che volevamo.
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Linguaggi
Ricordo la prima volta che ho sbattuto contro il linguaggio della musica, cioè un linguaggio non-verbale, o non-alfabetico. Ero un bambino e stavo cercando da giorni di ricordare la colonna sonora di un film, una melodia orchestrale che mi aveva stregato. Finalmente, all'improvviso, come spesso succede, eccola, deliziosa, folgorante, nella mente! Ma a quel punto ero terrorizzato dalla possibilità di dimenticarla di nuovo. Così, pensai di scriverla. Presi un foglio e una penna, iniziai a canticchiarla, e con enorme stupore mi resi conto che anche se già avevo imparato a scrivere da un po' non sapevo come fare. "Lalalalala'..." non funzionava. Non c'era corrispondenza fra parole e musica. Fino a quel momento la parola scritta mi era sembrata la più grande delle magie. Qualcosa che costruiva mondi, di ogni genere. Certo, mio padre era un musicista, l'avevo visto un'infinità di volte suonare l'armonio leggendo lo spartito. Ma chissà perché, non gli chiesi nulla. Forse pensai che non avrebbe avuto tempo, forse mi vergognavo a cantargli quell'aria e aspettare che la mettesse in note. Forse semplicemente ero irrritato per la scoperta di un campo che sembrava sottrarsi al potere della parola. Così mi inventai una specie di grafico. Quando la musica saliva saliva la riga sul foglio, e viceversa. Sembrava l'andamento di una borsa schizofrenica.
A quanto ricordo, per un po' funzionò.
A quanto ricordo, per un po' funzionò.
Ancora su John Lydon e il punk
Una delle cose interessanti dell'attitudine punk era il geniale dilettantismo. L'idea di fondo : "Non sappiamo suonare, possiamo essere una band". Una reazione contro la deriva tecnicista dell'epoca (nella pop culture), di gruppi come Yes o Genesis. John Lydon racconta nella sua autobiografia che Rick Wakeman minacciò la sua casa discografica di andarsene, se avessero fatto incidere i Sex Pistols.
In verità i Sex Pistols qualche accordo lo conoscevano, e il batterista sapeva tenere il ritmo. I due veri antimusicisti erano Sid Vicious e Johnny Rotten. Il primo, era essenzialmente un ragazzo disadattato e un poseur, e ha fatto la triste fine che sappiamo. Lydon no: non era certo un cantante (nel senso di Freddie Mercury, o David Bowie) eppure cantava, e nessun altro avrebbe potuto cantare "Anarchy..." come lui.
Ciò non significa ovviamente che non si debba studiare. Ho il massimo rispetto per lo studio, che è la cosa che forse ho amato di più nella vita (lo dico anche pensando ad un post che mi è arrivato recentemente, riguardo a un mio scritto su Baumann). Però trovo straordinario che dei ragazzi di 19 anni prendessero la cosa così, e riuscissero a farla. Ragazzi senza preparazione di base, senza soldi, senza gli strumenti, o quasi. Un atteggiamento assolutamente antiaristocratico eppure non naives, anzi, a suo modo snob.
Peraltro, dietro a tutto questo non c'era alcuna attrazione per l'essere perdenti, loosers. I Pistols non desideravano incidere per una piccola casa discografica indipendente. Pur detestando i gruppi che definivano "dinosauri", quelli che si esibivano solo per le grandi platee, in realtà volevano il massimo del successo e la massima visibilità possibili. L'idea non era di rimanere fuori dal sistema ma di entrarci e provare a scardinarlo.
Mi piacerebbe veder nascere una generazione di geniali dilettanti che fanno senza timori reverenziali e senza copiare, infischiandosene delle regole dei circuiti commerciali. Le ultime espressioni le abbiamo viste forse con l'hip hop: i graffiti, il ballo di strada, l'estetica del corpo. Purtroppo tutto viene fagocitato così in fretta. L'arte visuale si è data anch'essa le sue regole, ormai stantie: l'abuso dei corpi, l'estetica necrofila (Rotten all'inizio era colorato, la copertina dell'album era colorata), l'antitecnica elevata a sistema, quindi una tecnica anch'essa, l'incomprensibile come programma (i punk erano diretti e "popolari").
Tutto si risolve in leggi non scritte, critica, divise, gente che se la tira, corsi e concorsi che servono solo a far girare soldi.
Ma all'inizio il punk non era divisa, non era le creste gialle e i giubbotti, non era "scuola", pagine di riviste patinate e modelle anoressiche, era pura creatività, pura espressione di sé. In una stagione caratterizzata da crisi economica, "No future" come orizzonte. Nichilismo? Rotten rifiuta questa definizione. Era un calcio in culo. Un senso selvaggio.
Di questo forse ha scritto Alberoni, di come i movimenti si istituzionalizzano, di come l'underground diventa mainstream.
No irish, no blacks, no dogs
I londinesi erano costretti ad accettare gli irlandesi perché ce n'erano tantissimi, e s'integravano meglio dei giamaicani. Ricordo che quando ero piccolo e andavo a scuola i genitori inglesi mi prendevano a mattonate. Per arrivare alla scuola cattolica dovevo passare per una zona prevalentemente protestante. Era bruttissimo. Lo facevo sempre di corsa. "Quei luridi bastardi irlandesi!". E cazzate del genere. Adesso se la prendono con i neri, o chi altri (..) E' questo il guaio dei proletari di tutto il mondo. Cercano sempre di sfogare i loro rancori su quelli che considerano più in basso nella loro scala sociale, invece di saltare alla giugulare di quei fottuti bastardi dell'alta e media borghesia che li tengono oppressi, tanto per cominciare. Noi eravamo la feccia irlandese. Ma è anche divertente essere la feccia.
Immaginate la scena. Donne senza prospettiva affacciate alla finestra con i bigodini in testa. Pane tostato e fagioli con uova fritte. Le fabbriche. Il palazzo cadente di Benwell road, vicino Holloway road, non c'è più. L'hanno abbattuto. Adesso in Gran Bretagna è illegale affittare abitazioni come quella. Non era una casa, solo due stanze al piano terra. L'intera famiglia condivideva la stessa camera da letto e la cucina. Non c'era altro. Nella stanza di fronte, che prima era l'ingresso di un negozio, ci viveva un barbone. (...)
Avevamo una tinozza di metallo che mia madre tirava fuori spesso. le tinozze di metallo erano molto fastidiose sulle unghie dei piedi e delle mani, e non diventavano mai calde a sufficienza perché nessuno aveva pentole abbastanza grandi per scaldare l'acqua. Noi avevamo soltanto un pentolino e una zuppiera all'epoca, e quando arrivava il momento di entrare l'acqua era gelata. Mi strofinavano con il Dettol, un detersivo per il bagno che si usava anche per i lavandini per sterminare gli insetti. Lo spazzolone rigido del gabinetto era duro. Dettol e spazzolone, una volta al mese, se eri sfortunato. D'inverno potevi tirarla lunga fino a un mese e mezzo se eri furbo. Bastava dire una bugia: "Oh, no, oggi a scuola siamo andati in piscina, mamma." Cominciavo già ad affinare la mia mente perversa.
da "No irish, no blacks, no dogs" Johnny Rotten (autobiografia)
Immaginate la scena. Donne senza prospettiva affacciate alla finestra con i bigodini in testa. Pane tostato e fagioli con uova fritte. Le fabbriche. Il palazzo cadente di Benwell road, vicino Holloway road, non c'è più. L'hanno abbattuto. Adesso in Gran Bretagna è illegale affittare abitazioni come quella. Non era una casa, solo due stanze al piano terra. L'intera famiglia condivideva la stessa camera da letto e la cucina. Non c'era altro. Nella stanza di fronte, che prima era l'ingresso di un negozio, ci viveva un barbone. (...)
Avevamo una tinozza di metallo che mia madre tirava fuori spesso. le tinozze di metallo erano molto fastidiose sulle unghie dei piedi e delle mani, e non diventavano mai calde a sufficienza perché nessuno aveva pentole abbastanza grandi per scaldare l'acqua. Noi avevamo soltanto un pentolino e una zuppiera all'epoca, e quando arrivava il momento di entrare l'acqua era gelata. Mi strofinavano con il Dettol, un detersivo per il bagno che si usava anche per i lavandini per sterminare gli insetti. Lo spazzolone rigido del gabinetto era duro. Dettol e spazzolone, una volta al mese, se eri sfortunato. D'inverno potevi tirarla lunga fino a un mese e mezzo se eri furbo. Bastava dire una bugia: "Oh, no, oggi a scuola siamo andati in piscina, mamma." Cominciavo già ad affinare la mia mente perversa.
da "No irish, no blacks, no dogs" Johnny Rotten (autobiografia)
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The bells
And the actresses relate
to the actor who comes home late
after the plays have gone down
and the crowds have scattered around
Though the city lights and the streets
no ticket could be beat
for the beautiful show of shows
ah, Broadway only knows
The great white Milky Way
it had something to say
when he fell down on his knees
after soaring through the air
With nothing to hold him there
it was really not so cute
to play without a parachute
as he stood upon the ledge
Looking out
he thought he saw a brook
And he hollered, Look, there are the bells
and he sang out, Here come the bells
Here come the bells
here come the bells
here come the bells
Here come the bells
Lover, you should've come over
Nel prato arrivarono delle ragazze, con il suo poster. Cercavano di conquistare la prima fila, evidentemente per stare, per un paio d'ore, ad un passo da lui. Realizzammo all'improvviso che era un bel tipo, non solo uno straordinario cantante venuto dal nulla. Il nuovo Jim Morrison, o qualcosa del genere. Connesso con le stazioni che solo qualcuno può captare.
Cielo enorme sopra la pianura.
C'era anche un uomo con suo figlio, sembrava più entusiasta di lui di essere lì, scalpitava nell'attesa. Mi chiedevo se sarebbe stato così anche per me.
"Grace" era passato nel firmamento della musica come una cometa splendente, il più bel disco degli anni '90.
Se gli angeli fossero esistiti, avrebbero avuto la sua voce.
Love reign o'er me
Ci sono tante specie d'amore. L'amore coniugale, l'amore carnale, l'amore filiale, l'amore occasionale, l'amore per il proprio lavoro, l'amore per l'umanità, l'amore che proviamo occasionalmente per un volto sconosciuto all'angolo della strada, l'amore per se stessi e l'amore per il prossimo, l'amore per il proprio paese e l'amore per della gente che vive all'altro capo del pianeta e non conosceremo mai veramente, l'amore per dio, per chi ci crede, e l'amore per uno scrittore che in una delle sue pagine ci ha toccato il cuore, l'amore per gli animali e l'amore per le pietre, l'amore per il proprio passato e l'amore con cui ci rivolgiamo fiduciosamente al futuro, l'amore per chi è malato o sofferente, il più difficile, a volte, l'amore per chi è fortunato e bello e ci acceca, l'amore con il quale perdoniamo noi stessi e quello grazie al quale perdoniamo gli altri, l'amore per l'armonia e il complicato amore che a volte nutriamo per la disarmonia. Nessuna è migliore di altre ma tutte sono importanti.
Love reign o'er me. Come vorrei essere perfetto, almeno in questo.
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the Who,
velvet underground
Guns of Brixton by Arcade Fire
Non tutte le cover sono inutili e lo spirito del punk può rivivere anche 30 anni dopo, sulle corde dei violini.
Ma quella volta, nel loggione della Brixton academy, l'amico al mio fianco e lo sconosciuto dall'altra parte già partiti, io deliziosamente presente a me stesso, sobrio, ottimista, i muscoli allenati, i polmoni sgombri, desideravo solo essere lì dentro, mentre le luci si abbassavano e il palco ronzava, in attesa, desideravo essere lì e non altrove. O forse ci sembra così dopo, forse anche quella volta aspettavo una mail, forse anche quella volta volevo tornare.
E poi, fuori, un pub di quartiere, un pub per famiglie, per gente scompagnata, lavoratori e loosers, dove bere e stare bene ed essere coraggiosi, e basta, godendosi l'amicizia e l'aspettativa, la sensazione che qualcosa debba cambiare, ma non subito, perché è bello vivere in questo modo i momenti che precedono i cambiamenti, come guardandoli da una terrazza, da un balcone, un bicchiere in mano, e soprattutto non pensare, non pensare troppo.
(...) to keep it in your mind and not fergit
that it is not he or she or them or it
that you belong to.
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Poi ad un certo punto
Poi ad un certo punto sente un rumore, da fuori, non un rumore, una musica, sgangherata, una musica di strumenti a fiato, ottoni, si alza, l'abbandona un istante, le molle del letto cigolano, da dove verrà? Deve saperlo. Non dal cortile interno, troppo stretto, dalla strada, sì, va alla finestra del soggiorno, si china per guardare fuori perché la saracinesca è quasi del tutto abbassata e non vuole alzarla, guarda attraverso lo stretto spazio orizzontale, poco più di una fessura, una striscia di luce, e quattro piani più sotto, sul marciapiede, sta passando un'orchestrina zingara, sono in quattro, ne conta quattro, una tromba, un trombone, un sax, il quarto ha un tamburo a tracolla, tornano da una festa, probabilmente, o ci vanno, in fondo sono solo le 9, le 9 di un venerdì sera, stanno andando a suonare da qualche parte nel quartiere con camicie bianche e pantaloni neri, e cappelli, e sono già allegri, carburati, si vede, gli sembra di vederlo, nel loro incarnato, rubizzo, nei sorrisi sghembi, e poi ecco che quello con la tromba riporta il suo strumento alle labbra, lascia sfiatare una sequenza di note, passando davanti al cancello dell'autorimessa, gli altri ridono, quello col tamburo a tracolla sferra una gran mazzata alla pelle, in un attimo sono fuori dalla sua visuale, sono all'incrocio, sono già andati.
Torna in camera, nella luce incerta, l'ora in cui il giorno cede il passo alla notte, l'ora dei nictalopi.
"Chi era?"
"Sembrava un video di Tom Waits. Ho l'impressione che nessuno abbia fretta di andare a dormire, stasera."
"Neanche noi."
Torna in camera, nella luce incerta, l'ora in cui il giorno cede il passo alla notte, l'ora dei nictalopi.
"Chi era?"
"Sembrava un video di Tom Waits. Ho l'impressione che nessuno abbia fretta di andare a dormire, stasera."
"Neanche noi."
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Po' boy
Uno dei migliori testi del Dylan "recente", dall'album Love and Theft. Un testo dal sapore agrodolce, che evoca atmosfere "chapliniane" nel raccontare - con la libertà concessa ai versi di una canzone - le vicende di un qualunque "povero ragazzo". Ci sono arguzia verbale, immagini deliziosamente retrò, prese di peso dall'epica - o antiepica - americana (quella che affonda le sue radici nella Grande depressione), il pessimismo dylaniano di fondo, qui però stemperato dall'ironia e da una sorta di affettuosa partecipazione del narratore alla sorte del Po' boy, una vena mai risolta di misoginia. E poi treni, campagne, città infuocate, stanze d'albergo che non sembrano tali, stalle e stelle.
Bussano alla porta
Con la libertà di cui sopra, quella che consente al cantante/narratore di utilizzare la prima persona per fare parlare sia il protagonista sia l'osservatore esterno (Dylan stesso, diciamo), la canzone inizia con una scenetta fulminante. Un tizio bussa alla porta; letteralmente vediamo (tutto il testo è molto visivo) il povero ragazzo aprire e chiedere allo sconosciuto cosa cerca. "Tua moglie", risponde l'altro con arroganza. E il Po' boy, con tutta l'ingenuità del mondo: "E' occupata a cucinare, in cucina". Subito dopo la voce esterna del narratore che l'ammonisce: "Dove sei stato? Te l'ho già detto (di stare su con le orecchie), non voglio ripetertelo..."
La speranza è l'ultima a morire
La seconda strofa vede il povero ragazzo nelle vesti di un garzone di bottega che cerca di muoversi con scaltrezza, ma riesce solo ad essere maldestro, nel suo tentativo di rifilare a un cliente quattro pezzi anziché uno. "La speranza è l'ultima a morire", commenta Dylan alzando gli occhi al cielo, e concludendo paternamente: "Vedrai, le cose si aggiusteranno..."
La polizia alle calcagna
La terza strofa è puro Chaplin: il ragazzo parla ancora in prima persona, dice di avere lavorato come un negro sulla linea principale (i lavori di cui parla Dylan nella canzone sembrano essere tutti compresi in un arco temporale che va dagli anni '30 - quelli di Woody Guthrie - agli anni '60, cioè i suoi; nessuno lavora al Pc, nessuno fa il ricercatore informatico o si occupa di fondi subprimes, questa è l'America del mito personale di Bob Dylan). E nonostante ciò, ha la polizia alle costole. L'immagine del treno ritorna nella strofa successiva dove il povero ragazzo viaggia in prima classe, fa' il grande, insomma, ma noi sappiamo che sta bluffando, ce lo immaginiamo passare da un vagone all'altro per non farsi beccare dal controllore, facendo attenzione a non cadere e finire schiacciato fra due convogli (che treno è? Un treno degli anni '30, appunto).
Otello e Desdemona
All'improvviso uno scatto "shakespeariano", fulminante e pieno di humor, il cliché della donna ingannatrice (chissà che cazzo gli han fatto le donne, poi).
Otello dice a Desdemona: 'Ho freddo, coprimi con una coperta; a proposito, che ne è stato di quel vino avvelenato?' Lei risponde: 'L' ho dato a te, l’hai bevuto'". Dylan, passando dal piano "alto", classico, a quello quotidiano, nel quale si dipana la canzone, commenta: "Povero ragazzo, raddrizza le cose, raccogli le ciliegie che cadono fuori dal piatto". Insomma, non montarti la testa, non sprecare nulla, cerca di farla franca, ancora una volta, come uno dei tanti personaggi delle comiche, amare, del cinema muto, fatte di trovatelli e clochards.
Chiama il servizio in stanza, dice: mandatemi su una stanza
Subito dopo Dylan ci infila una di quelle strofe piene di romanticismo e autocommiserazione maschile che fanno impazzire i fan: "Il tempo e l’amore mi hanno marchiato a fuoco con i loro artigli", e lì tutti vogliono vedere lui, lui in prima persona, non il Po' boy, non il povero ragazzo. Vogliono vedere il menestrello arrivato a New York dal profondo Minnesota a cambiare le sorti della canzone popolare, vogliono vedere l'autore di canzoni d'amore come Sara o di amore/odio come Like a rolling stone, vogliono vedere questa specie di profeta sopravvissuto, a differenza di Jim Morrison o Kurt Cobain. E' lui che è stato "marchiato". E poi una frase di brillante ironia che forse paga un debito a Gregory Corso, che aveva usato un gioco di parole simile in una sua poesia ("get off of my window, with the window"): " Povero ragazzo, in un hotel chiamato 'Il palazzo delle tenebre', chiama il servizio in stanza, dice: mandatemi su una stanza” . E questo per me è il verso più bello della canzone, perché fotografa con complice, commovente intensità la sensazione che si prova a volte in certe stanze d'albergo che non sembrano stanze, che sembrano delle zattere alla deriva, dei buchi nella roccia in mezzo al deserto, le segrete di un castello scozzese...
Tutto ciò che so
Segue una strofa a là Steinbeck - l'altro nume tutelare della canzone assieme a Chaplin - sui parenti del ragazzo, compreso uno zio che "mi prese con sè - gestiva un'impresa di pompe funebri - ha fatto un sacco di cose gentili per me, e non lo dimenticherò", poi un'altra frase romantica attribuibile allo stesso Dylan, "Tutto quello che so è che il tuo bacio mi fa fremere, non so niente più che questo" (e a parlare è, ancora una volta, il Dylan "grande vecchio", che ha superato la sessantina, non il giovane arrogante che si accompagnava a Ginsberg e si metteva in competizione con il clan di Warhol), ed infine un consiglio rivolto al ragazzo, quello di sistemarsi, di costruirsi una casa di mattoni.
Solo sotto le stelle splendenti
Ma il consiglio cade nel vuoto perché la canzone è circolare, si chiude così come era iniziata, con un tizio che bussa con arroganza alla sua porta, e senza neanche presentarsi decentemente - il Po' boy non lo conosce - si piazza in casa sua ("Freddy o no, eccomi qui!”).
E il povero ragazzo, lo ritroviamo fuori, forse sbattuto fuori, da casa sua. Lo ritroviamo infine sotto le stelle splendenti, come Giobbe, mentre lava i loro piatti, nutre i loro maiali.
PO' BOY words and music Bob Dylan
Man comes to the door - I say, "For whom are you looking?"
He says, "Your wife", I say, "She's busy in the kitchen cookin' "
Poor boy - where you been?
I already tol' you - won't tell you again
I say, "How much you want for that?" I go into the store
The man says, "Three dollars", "All right", I say, "Will you take four?"
Poor boy - never say die
Things will be all right by and by
Been workin' on the mainline - workin' like the devil
The game is the same - it's just up on a different level
Poor boy - dressed in black
Police at your back
Poor boy in a red hot town
Out beyond the twinklin' stars
Ridin' first class trains - making the rounds
Tryin' to keep from fallin' between the cars
Othello told Desdemona, "I'm cold, cover me with a blanket
By the way, what happened to that poison wine?"
She says, "I gave it to you, you drank it"
Poor boy, layin' 'em straight - pickin' up the cherries fallin' off the plate
Time and love has branded me with its claws
Had to go to Florida, dodgin' them Georgia laws
Poor boy, in the hotel called the Palace of Gloom
Calls down to room service, says, "Send up a room"
My mother was a daughter of a wealthy farmer
My father was a traveling salesman, I never met him
When my mother died, my uncle took me in - he ran a funeral parlor
He did a lot of nice things for me and I won't forget him
All I know is that I'm thrilled by your kiss
I don't know any more than this
Poor boy, pickin' up sticks
Build ya a house out of mortar and bricks
Knockin' on the door, I say, "Who is it and where are you from?"
Man says, "Freddy!" I say, "Freddy who?" He says, "Freddy or not here I come"
Poor boy 'neath the stars that shine
Washin' them dishes, feedin' them swine
Forse è sbagliato analizzare così i testi delle canzoni perché i testi delle canzoni non dovrebbero avere vita propria, dovrebbero essere ascoltati. Si dovrebbe sentire la voce che gracchia come se le corde vocali fossero piene di sabbia e ruggine. Si dovrebbe sentire come il cantante infila un numero apparentemente troppo alto di parole in un tempo che sembra così breve... Ma i testi di Dylan a volte fanno eccezione.
Bussano alla porta
Con la libertà di cui sopra, quella che consente al cantante/narratore di utilizzare la prima persona per fare parlare sia il protagonista sia l'osservatore esterno (Dylan stesso, diciamo), la canzone inizia con una scenetta fulminante. Un tizio bussa alla porta; letteralmente vediamo (tutto il testo è molto visivo) il povero ragazzo aprire e chiedere allo sconosciuto cosa cerca. "Tua moglie", risponde l'altro con arroganza. E il Po' boy, con tutta l'ingenuità del mondo: "E' occupata a cucinare, in cucina". Subito dopo la voce esterna del narratore che l'ammonisce: "Dove sei stato? Te l'ho già detto (di stare su con le orecchie), non voglio ripetertelo..."
La speranza è l'ultima a morire
La seconda strofa vede il povero ragazzo nelle vesti di un garzone di bottega che cerca di muoversi con scaltrezza, ma riesce solo ad essere maldestro, nel suo tentativo di rifilare a un cliente quattro pezzi anziché uno. "La speranza è l'ultima a morire", commenta Dylan alzando gli occhi al cielo, e concludendo paternamente: "Vedrai, le cose si aggiusteranno..."
La polizia alle calcagna
La terza strofa è puro Chaplin: il ragazzo parla ancora in prima persona, dice di avere lavorato come un negro sulla linea principale (i lavori di cui parla Dylan nella canzone sembrano essere tutti compresi in un arco temporale che va dagli anni '30 - quelli di Woody Guthrie - agli anni '60, cioè i suoi; nessuno lavora al Pc, nessuno fa il ricercatore informatico o si occupa di fondi subprimes, questa è l'America del mito personale di Bob Dylan). E nonostante ciò, ha la polizia alle costole. L'immagine del treno ritorna nella strofa successiva dove il povero ragazzo viaggia in prima classe, fa' il grande, insomma, ma noi sappiamo che sta bluffando, ce lo immaginiamo passare da un vagone all'altro per non farsi beccare dal controllore, facendo attenzione a non cadere e finire schiacciato fra due convogli (che treno è? Un treno degli anni '30, appunto).
Otello e Desdemona
All'improvviso uno scatto "shakespeariano", fulminante e pieno di humor, il cliché della donna ingannatrice (chissà che cazzo gli han fatto le donne, poi).
Otello dice a Desdemona: 'Ho freddo, coprimi con una coperta; a proposito, che ne è stato di quel vino avvelenato?' Lei risponde: 'L' ho dato a te, l’hai bevuto'". Dylan, passando dal piano "alto", classico, a quello quotidiano, nel quale si dipana la canzone, commenta: "Povero ragazzo, raddrizza le cose, raccogli le ciliegie che cadono fuori dal piatto". Insomma, non montarti la testa, non sprecare nulla, cerca di farla franca, ancora una volta, come uno dei tanti personaggi delle comiche, amare, del cinema muto, fatte di trovatelli e clochards.
Chiama il servizio in stanza, dice: mandatemi su una stanza
Subito dopo Dylan ci infila una di quelle strofe piene di romanticismo e autocommiserazione maschile che fanno impazzire i fan: "Il tempo e l’amore mi hanno marchiato a fuoco con i loro artigli", e lì tutti vogliono vedere lui, lui in prima persona, non il Po' boy, non il povero ragazzo. Vogliono vedere il menestrello arrivato a New York dal profondo Minnesota a cambiare le sorti della canzone popolare, vogliono vedere l'autore di canzoni d'amore come Sara o di amore/odio come Like a rolling stone, vogliono vedere questa specie di profeta sopravvissuto, a differenza di Jim Morrison o Kurt Cobain. E' lui che è stato "marchiato". E poi una frase di brillante ironia che forse paga un debito a Gregory Corso, che aveva usato un gioco di parole simile in una sua poesia ("get off of my window, with the window"): " Povero ragazzo, in un hotel chiamato 'Il palazzo delle tenebre', chiama il servizio in stanza, dice: mandatemi su una stanza” . E questo per me è il verso più bello della canzone, perché fotografa con complice, commovente intensità la sensazione che si prova a volte in certe stanze d'albergo che non sembrano stanze, che sembrano delle zattere alla deriva, dei buchi nella roccia in mezzo al deserto, le segrete di un castello scozzese...
Tutto ciò che so
Segue una strofa a là Steinbeck - l'altro nume tutelare della canzone assieme a Chaplin - sui parenti del ragazzo, compreso uno zio che "mi prese con sè - gestiva un'impresa di pompe funebri - ha fatto un sacco di cose gentili per me, e non lo dimenticherò", poi un'altra frase romantica attribuibile allo stesso Dylan, "Tutto quello che so è che il tuo bacio mi fa fremere, non so niente più che questo" (e a parlare è, ancora una volta, il Dylan "grande vecchio", che ha superato la sessantina, non il giovane arrogante che si accompagnava a Ginsberg e si metteva in competizione con il clan di Warhol), ed infine un consiglio rivolto al ragazzo, quello di sistemarsi, di costruirsi una casa di mattoni.
Solo sotto le stelle splendenti
Ma il consiglio cade nel vuoto perché la canzone è circolare, si chiude così come era iniziata, con un tizio che bussa con arroganza alla sua porta, e senza neanche presentarsi decentemente - il Po' boy non lo conosce - si piazza in casa sua ("Freddy o no, eccomi qui!”).
E il povero ragazzo, lo ritroviamo fuori, forse sbattuto fuori, da casa sua. Lo ritroviamo infine sotto le stelle splendenti, come Giobbe, mentre lava i loro piatti, nutre i loro maiali.
PO' BOY words and music Bob Dylan
Man comes to the door - I say, "For whom are you looking?"
He says, "Your wife", I say, "She's busy in the kitchen cookin' "
Poor boy - where you been?
I already tol' you - won't tell you again
I say, "How much you want for that?" I go into the store
The man says, "Three dollars", "All right", I say, "Will you take four?"
Poor boy - never say die
Things will be all right by and by
Been workin' on the mainline - workin' like the devil
The game is the same - it's just up on a different level
Poor boy - dressed in black
Police at your back
Poor boy in a red hot town
Out beyond the twinklin' stars
Ridin' first class trains - making the rounds
Tryin' to keep from fallin' between the cars
Othello told Desdemona, "I'm cold, cover me with a blanket
By the way, what happened to that poison wine?"
She says, "I gave it to you, you drank it"
Poor boy, layin' 'em straight - pickin' up the cherries fallin' off the plate
Time and love has branded me with its claws
Had to go to Florida, dodgin' them Georgia laws
Poor boy, in the hotel called the Palace of Gloom
Calls down to room service, says, "Send up a room"
My mother was a daughter of a wealthy farmer
My father was a traveling salesman, I never met him
When my mother died, my uncle took me in - he ran a funeral parlor
He did a lot of nice things for me and I won't forget him
All I know is that I'm thrilled by your kiss
I don't know any more than this
Poor boy, pickin' up sticks
Build ya a house out of mortar and bricks
Knockin' on the door, I say, "Who is it and where are you from?"
Man says, "Freddy!" I say, "Freddy who?" He says, "Freddy or not here I come"
Poor boy 'neath the stars that shine
Washin' them dishes, feedin' them swine
Forse è sbagliato analizzare così i testi delle canzoni perché i testi delle canzoni non dovrebbero avere vita propria, dovrebbero essere ascoltati. Si dovrebbe sentire la voce che gracchia come se le corde vocali fossero piene di sabbia e ruggine. Si dovrebbe sentire come il cantante infila un numero apparentemente troppo alto di parole in un tempo che sembra così breve... Ma i testi di Dylan a volte fanno eccezione.
BOB DYLAN, I 70 ANNI
Quando, a Trento, tre anni fa, durante il bis, il palazzo delle Albere sullo sfondo, intonò “Blowin’ in the wind”, quasi non se ne accorse nessuno, talmente stravolta era quella versione rispetto all’originale, incisa nel lontano 1963. Nessuno gridò “rivogliamo il nostro Bob Dylan”, come pare sia successo in Cina, qualche settimana fa (cosa curiosa, che i cinesi reclamino un “nostro Bob Dylan”). Questo il destino di un artista che in fondo ha sempre fatto quello che voleva, proprio come tutti i grandi artisti. Senza coltivare il suo mito, ma anzi decostruendolo e reinventandolo ad ogni cambio d’abito. Dylan compie 70 anni, e se uno va a vedere in qualche sito peer to peer, di quelli che i giovani internauti utilizzano per scambiarsi la musica gratuitamente, scoprirà che non c’è molto, che i cantanti più gettonati sono altri. E questo è un segno del tempo che passa. Ma lui non se ne cura: impegnato da anni in un “never ending tour”, una tourné senza fine in giro per il mondo, ovunque lo chiamino, sembra avviato a ripercorrere i passi dei suoi miti di gioventù, quei giganti del folk e del blues che hanno continuato imperterriti a cantare fin che avevano fiato in corpo, incuranti delle mode, delle stagioni che si susseguono.
Ai suoi esordi riportò in auge la canzone di protesta, che in America aveva una lunga tradizione, ma che sembrava essersi assopita. Per farlo, appena arrivato a New York dal Minnesota, andò al capezzale di Woody Guthrie, il menestrello dei lavoratori oppressi che stava morendo in solitudine in un ospedale della Grande Mela. In seguito scandalizzò i puristi del folk sposando l’elettricità, i ritmi serrati del rock. E questo rimarrà il suo contributo più grande alla cultura popolare del ‘900: avere introdotto il rock alla poesia, l’oscura ed entusiasmante poesia di quegli anni, la poesia della beat generation, di Allen Ginsberg (che compare in questo video, anche se defilato) e compagnia. Così, una musica nata fondamentalmente per fare ballare i ragazzi entrò nell’empireo delle arti. E le cose non furono più le stesse. Nel ’68, mentre imperversava la protesta, era già altrove: già lontani i tempi in cui fustigava i signori della guerra e profetizzava la caduta di una “dura pioggia”, la pioggia atomica. Ma il piglio profetico, biblico, è rimasto, anche dopo.
E’ venuta la crisi del suo primo matrimonio, il Dylan che, a modo suo, raccontava il “privato”, come si diceva allora, è venuto il ritorno di fiamma all’impegno sociale, con la presa in causa del destino di “Hurricane” Carter, pugile nero condannato da una giuria di bianchi per un delitto non commesso, in un’America che ancora coltivava i germi del razzismo. E’ venuta la conversione al cristianesimo, durata due dischi e mezzo. Sono venuti, certamente, tanti soldi.
Infine, le incisioni di oggi, cantate con una voce che non c’è più ma proprio per questo tanto più vera e drammatica, alcune bellissime, come “Love and theft”, altre dimenticabili. E’ venuto anche un libro, “Chronicles vol. 1”, molto intenso e leggibile (nonostante il lontano, ostico precedente di “Tarantula”), che racconta pezzi della sua vita senza soluzione di continuità, che fa rivivere l’America degli anni ’60 e soprattutto il grande amore per la tradizione musicale del suo paese. Sì, perché nel suo essere impermeabile alle mode, Dylan infine anche questo è stato ed è. Un culture della tradizione, uno scrigno che racchiude ciò che non c’è più, che non è stato immortalato in qualche video e quindi non passa su Mtv. Fuori dal tempo, restio a farsi paladino di qualsivoglia causa, coperto ormai da troppe maschere (quelle che ha raccontato il regista Todd Haynes nel suo “I’m not here”, del 2007), Dylan dice di odiare i tanti soprannomi coniati per lui nel corso dei decenni. Così cercheremo di resistere anche noi alla tentazione di affibiargliene uno. Diciamo solo che è stato uno scontroso maestro di stile, a costo di scontentare, periodicamente, i suoi fans. E che certi suoi dischi li puoi collocare accanto non solo ad altri dischi ma ad alcuni dei migliori romanzi della letteratura americana contemporanea, da Hemingway a Kerouac, da Don De Lillo a Jonathan Franzen. E riascoltarli periodicamente.
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