Ieri sera conferenza a Trento di Gianantonio Stella, che nei giorni scorsi aveva criticato dalle colonne del suo giornale il Trentino (e l'Alto Adige) per gli sprechi dell'Autonomia e in particolare gli stipendi troppo alti pagati ai politici locali. Va detto che in verità il suo articolo era la ripresa di un pezzo pubblicato sulla Sudtiroler Tageszeitung, testata diretta da Arnold Tribus, che metteva a confronto lo stipendio, poniamo, di Durnwalder, con quelli di Obama o di Ban Ki Moon.
Io rispetto molto Tribus; penso che il mio esordio da giornalista sia avvenuto in qualche modo proprio con lui: avevo 14 anni, e sono andato a "intervistarlo" (grossa parola) perché bisognava sentire qualcuno informato sui fatti riguardo alla famosa dichiarazione di appartenenza etnica/linguistica, che all'epoca (1980 se non sbaglio) muoveva i suoi primi passi (l'Interscolastico, che raccoglieva gli studenti di sinistra di Bolzano, era critico nei confronti di questa "schedatura etnica", come la chiamavamo, poi divenuta un cardine dell'Autonomia sudtirolese).
Detto questo, e senza voler mettere in dubbio le cifre riferite da Tribus e riprese da Stella, l'incontro di ieri sera mi è parso debole. Il tema era caldo, caldissimo. La casta. La casta e l'Autonomia.
Forse è inevitabile che quando vedi un giornalista famoso misurarsi con temi che conosci bene, ne rimani deluso. Ti sembra sia vago, impreciso, che condisca le sue lacune con la bonarietà e il fare istrionico del cronista consumato...
Stella sul Trentino non ha detto nulla di particolare. Le sue critiche principali hanno riguardato le circoscrizioni (fermo restando che, forse, non dovrebbero prevedere compensi per chi vi partecipa, non sono un elemento della cosiddetta "democrazia partecipata"? E non è proprio la carenza di democrazia "dal basso" ad essere stata indicata, negli anni scorsi, come una delle principali lacune degli attuali assetti democratici? Possibile che la crisi economica abbia spazzato via quel dibattito?)
Stella poi ha detto che, sì, l'Autonomia non è in discussione, ma il contesto intorno ad essa è cambiato (oggi c'è la crisi) e bisogna tenerne conto: e da qui in poi ha elencato tutta una serie di ben noti problemi e di ben note mancanze della politica nazionale, in particolare i tagli a scuola, sanità, persino cooperazione allo sviluppo (un elemento importante per sostenere la nostra politica estera, ha precisato, non solo un atto moralmente dovuto per riequilibrare le disparità fra paesi ricchi e paesi poveri). Bene, se ciò è vero - e lo sappiamo, che è vero - il discorso di Stella sarebbe dovuto suonare per ciò che era, il miglior spot per l'Autonomia. Un'Autonomia che destina mediamente molte più risorse proprio a queste voci. Singolare semmai è il fatto che poi, spesso, essa venga rimproverata, anche dai giornali, proprio per questo: ad esempio qualche giorno fa, perché la spesa media pro capite in Trentino per la scuola è, poniamo, 1500 contro una media nazionale di 900 (cifre indicative, giusto per capirsi). Venendo alla cooperazione allo sviluppo, settore che conosco bene, il Trentino è l'unica regione in Italia che destina una percentuale fissa del proprio bilancio a questa voce: mica uno sproposito, intendiamoci, lo 0,25%. Ma già questo è molto più di ciò che fanno mediamente le altre regioni e persino gli stati e in ogni caso costituisce una certezza sul fronte degli stanziamenti (se cresce il bilancio provinciale, crescono anche i soldi per gli aiuti ai paesi poveri, e viceversa, com'è giusto).
Semmai, è anche qui, di nuovo singolare che spesso certe forze politiche o anche alcuni cittadini "comuni" critichino questa disposizione con slogan del tipo:"I soldi trentini ai trentini!" (come se qui si coprisse il Terzo mondo di soldi e i residenti fossero affamati).
Per non dire delle protezioni sociali, altro settore individuato da Stella: ebbene, la delega sugli ammortizzatori sociali è proprio una di quelle che il Trentino ha ottenuto con l'Accordo di Milano, impegnandosi fra l'altro a studiare percorsi e soluzioni che possano essere valide, un domani, anche per il resto del Paese. E il Trentino è, di nuovo, l'unica provincia che oggi ha il reddito minimo di garanzia, cosa che la rende più simile a certo Nord Europa che al resto d'Italia. Perché ci sono i soldi? Bene, ok. Allora discutiamo di questo, però, dei soldi, della ricchezza che si produce qui (sono soldi che derivano dal prelievo fiscale realizzato localmente, non trasferimenti dallo Stato). Discutiamo di questo e poi di sprechi (sprechi a cui certo i trentini o gli altoatesini non sono immuni, come nessuno, visto che l'uomo è una bestia egoista, lo sapeva pure Hobbes).
Allora: ovviamente l'Autonomia è criticabile, per molte ragioni. Se questo era il senso della provocazione di Stella - e qui non voglio imbarcarmi in dietrologie perché non le amo - allora ci sta. Da altoatesino, ne ho già citata una prima: la politica di separazione etnica attuata per tanti, troppi anni in Alto Adige.
E altrettanto ovviamente possono esserci delle "diseconomie". Insomma, soldi che potrebbero essere impiegati meglio o risparmi che potrebbero essere realizzati da subito (circoscrizioni, comuni, Provincia ecc.). Tutto è sindacabile. Ma Stella non mi pare abbia detto alcunché di circostanziato, limitandosi a dire che non ci sono tabù, che tutto può e deve essere messo in discussione. Ci mancherebbe! Qualcuno se lo ricorda, Norbert Kaser, il poeta tirolese? Fu lui a dire che non c'erano "vacche sacre". Ma Kaser pagò un prezzo ben pesante per certe affermazioni, ai tempi suoi in odor di "scomunica".
A me pare che a conti fatti le cose più interessanti ieri sera le abbia dette un professore, Cerea (eh, sti' professori!). Dati alla mano, la spesa corrente, in Trentino, cioè la spesa per il funzionamento della "macchina amministrativa", non è significativamente superiore a quella delle altre regioni italiane (a fronte di competenze enormemente maggiori). Che cosa allora è superiore? La spesa in conto capitale, la spesa, cioè, per investimenti. Su questa, ha aggiunto Cerea, si può ragionare. E perché no? Qualcuno potrebbe dire che investire così tanto in ricerca è uno spreco, qualcun altro potrebbe trovare Metroland un azzardo, qualcun altro ancora obiettare che in Trentino si costruisce troppo (Cerea, appunto). Ovviamente, ognuno ha le sue opinioni in proposito.
Ma è un fatto che solitamente ridurre le spese correnti e crescere quelle per investimenti viene considerato un comportamento virtuoso, da parte di un'amministrazione, perché gli investimenti sono cose che restano, cose che lasciamo ai nostri figli (e che non bruciano ricchezza).
Non dovrei dire io queste cose, non dovrei dirle a voce alta, visto che lavoro per l'amministrazione. Ma da cittadino - da cittadino di origini non trentine e che non prova un attaccamento viscerale, atavico, per l'Autonomia, se non altro perchè i miei genitori non hanno contribuito a costruirla, essendo nati rispettivamente in Friuli e Veneto - lo sento un po' come come un "dovere intellettuale".
Personalmente sono favorevole alla decrescita felice, qualsiasi cosa voglia dire (vivere con meno? dare tregua all'ambiente, e prima ancora all'uomo?), e sarei favorevole anche a politiche che vadano in questa direzione, ma temo che chiedere ad un amministratore di imboccare una strada del genere sia umanamente troppo. La spinta deve arrivare dal basso, semmai. Certo, fin che siamo tutti impegnati a cambiare computer e telefoni una volta all'anno se non ogni 6 mesi, fin che siamo tutti intruppati nella corsa dei topi, dubito che si potrà costruire una società diversa, basata su lentezza, profondità, dolcezza, amore.
Questi però sono discorsi "altri", che esulano dai ragionamenti di Stella e dal suo "sano" pragmatismo nordestino, così lontano dall'utopismo langeriano (che dovrebbe appartenere anche a Tribus, il quale di Langer è stato braccio destro). Se il mondo marcia verso l'orizzonte magnifico e progressivo dello sviluppo ad oltranza, la vera ideologia globale, cerchiamo di governarlo e di non lasciarlo in mano a chi non ha coscienza, visione, senso del limite, insomma, a chi non ha le qualità morali e intellettuali per pilotarlo. Giustamente Stella parlava di adeguatezza delle classi dirigenti; ma su questo punto in particolare neanche lui mi pare abbia molto da dire, sulle terre dell'Autonomia.
Mi si conceda un'ultimo appunto sugli stipendi: è stato interessante sentire ieri in un intervento dal pubblico che, sì, negli Usa forse gli stipendi di un senatore o persino di un presidente sono molto più bassi che da noi (a fronte, ovviamente, di responsabilità assai maggiori, e qui Stella sfonda una porta aperta quando dice che Obama deve occuparsi dell'Iran e Durnwalder della valle Aurina); ma che lì la politica è considerata un investimento per la carriera. Quando scade il suo mandato, il politico viene cooptato in qualche cda e inizia a guadagnare milioni di dollari. Si dirà: beh, è perché quelli sono politici di razza, mica come i nostri. Davvero è così? Quel Santorum, (di origini trentine, fra l'altro) è davvero un genio della politica? Si dirà inoltre: tanto quelli sono soldi dei privati, se una compagnia petrolifera decide di ingaggiare un ex-presidente o un ex- ministro degli esteri sono affari suoi. Di nuovo, lo pensiamo davvero? Non abbiamo mai avuto sentore degli intrecci spaventosi fra interessi pubblici e privati dell'era Bush (ma non credo che se prendiamo a metro di misura altre amministrazioni, anche democratiche, il risultato sia diverso)? Siamo proprio convinti che esista una netta differenza fra politiche pubbliche e fortune private? Che le seconde non debbano molto, moltissimo, alle prime? Dopo Berlusconi?
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Me as Banquo
Macbeth (teatro Spazio 14, Trento, 29 maggio 2011).
Io in Banquo, predestinato ai coltelli.
Talvolta, per condurci alla rovina, le creature delle tenebre ci dicono qualche mezza verità. Ci lusingano con minuzie oneste, per poi tradirci sulle più gravi cose del futuro.
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Vaclav Havel e Lou Reed
E visto che oggi a Trento è stata la giornata di Vaclav Havel, a cui è stato conferito il premio Degasperi (anche se non ha potuto ritirarlo di persona, e a farne le veci è venuta la moglie, l'attrice DAGMAR HAVLOVA), ecco qui un piccolo cammeo sui Velvet Underground a Praga dopo la caduta del regime socialista, quando Havel era diventato presidente.
Lou Reed era affascinato dal fatto che un letterato, un drammaturgo, insomma un artista, avesse assunto una così grande responsabilità politica. Con il senno di poi si può dire che aveva perfettamente ragione. Che differenza fra ciò che è successo in Cecoslovacchia e ciò che è successo nella ex-Yugoslavia: in Cecoslovacchia il paese si è diviso, per iniziativa della Slovacchia, pacificamente, Praga non si è nemmeno sognata di usare la forza per impedirlo, ha solo detto ai secessionisti di pensarci bene, in Yugoslavia guerre a catena e 100.000 morti, e a tutt'oggi una situazione di stallo drammatica quantomeno in Bosnia Erzegovina. Non dico sia stato tutto merito di Havel, ma certamente Havel ha contribuito.
Sì, gli scrittori possono governare. Gli artisti possono governare (e per favore, non parlatemi di Ronald Reagan adesso!!!).
Céline lo aveva detto bene
La prima suggestione colta al volo da questo Festival dell'Economia di Trento, sesta edizione, dedicato al tema dei confini della libertà economica.
"E' difficile dire quali siano i confini da porre alla libertà economica, ma un confine, in economia, è sicuramente tracciato, ed è quello fra chi sa e chi non sa."
Questo tema, il tema della conoscenza, dell'informazione e della capacità di padroneggiarla, l'ho sentito ritornare spesso in questi mesi. La crisi economico-finanziaria (ma anche lo scandalo Parmalat e altri eventi del genere) ha evidenziato nella maniera più brutale che il grande pubblico - dei consumatori, dei risparmiatori, dei clienti delle banche, di coloro che accendono un mutuo o chiedono un prestito - non sa abbastanza, o maneggia informazioni taroccate. In questo senso, i mercati (specie quelli finanziari) sono assolutamente antidemocratici: il gioco è viziato in partenza, da un lato i pochi che davvero "sanno" (e che hanno la capacità di manipolare le informazioni) e dall'altro i tanti che credono di sapere, e che sono più esposti alle crisi, ai tracolli, ai fallimenti, alle bancherotte. Qualcuno ricorda la faccenda dei bond argentini? Certo, a volte le vittime sono vittime consenzienti. Mosse dagli stessi appetiti dei grandi capitalisti, solo più sprovvedute.
Questo tema del sapere, legato all'economia, mi ha richiamato alla mente un brano di quel romanzo fondamentale del '900 che è il "Viaggio al termine della notte" di Céline. Il brano è ambientato in una colonia. Da un lato il commerciante di caucciù; dall'altro il raccoglitore africano, che ignora completamente il valore della balla di caucciù che va a barattare all'emporio. Ecco qui. E' uno dei passaggi più spietati (e illuminanti) della letteratura legata al colonialismo, ma in termini generali anche all'economia di mercato nel suo complesso.
Il collega del Corocoro comprava caucciù fresco, greggio, che gli portavano dalla savana, in sacchi, in balle umide.
Mentre eravamo là, mai stanchi di sentirlo, una famiglia di raccoglitori, timida, viene a piantarsi sulla soglia della sua porta.
Il padre davanti agli altri, grinzoso, cinto da un piccolo perizoma arancione, il lungo machete appeso al braccio.
Non osava entrare il selvaggio.
Eppure uno dei commessi lo incitava: « Vieni musulmano! Vieni a vedere qui! Mica li mangiamo i selvaggi! » 'Sto linguaggio finì per deciderli.
Penetrarono nella baita bollente in fondo alla quale strepitava il nostro uomo del Corocoro.
Il nero non aveva ancora, pareva, visto mai un negozio e bianchi forse nemmeno.
Una delle sue donne lo seguiva, occhi bassi, portando in cima alla testa, in equilibrio, il grosso paniere pieno di caucciù greggio.
D'autorità i commessi del reclutamento s'impadronirono della cesta per pesare il contenuto sulla bilancia.
Il selvaggio non capiva il trucco della bilancia più del resto.
La donna non osava sempre alzare la testa.
Gli altri negri della famiglia attendevano fuori, gli occhi bene spalancati.Li fecero entrare anche loro, bambini compresi e tutto, perché non si perdessero niente dello spettacolo.
Era la prima volta che venivano così tutti insieme dalla foresta, verso i bianchi in città.
Avevano dovuto mettercisi da un bel po' tutti quanti per raccogliere tutto quel caucciù lì.
Allora per forza il risultato interessava a tutti.
E' lungo da far gocciolare il caucciù nelle piccole ciotole che s'attaccano ai tronchi degli alberi.
Spesso, non riesci a riempirne un bicchierino in due mesi.
Fatta la pesa, il nostro grattatore trascinò il padre,sbalordito, dietro il banco e con una matita gli fece i conti eppoi gli chiuse nell'incavo della mano qualche moneta in argento.
E poi: « Vattene! gli ha detto a 'sto modo.
E' quel che ti viene!... » Tutti gli amichetti bianchi si torcevano dallo scherzo, tanto lui aveva condotto bene il suo business.
Il negro restava piantato mogio davanti al banco con la piccola mutanda arancione intorno al sesso.
«Te, non sapere cosa sono soldi? Selvaggio allora?» l'ha apostrofato per svegliarlo uno dei commessi abituato a sbrogliarsela e ben allenato senza dubbio a queste transazioni perentorie.
«Tu non parlare fransé di'? Tu essere ancora gorilla eh?...
Tu non parlare insomma eh? KusKus? Mabillia? Tu coglione? Bushman! Coglione completo! » Ma restava davanti a noi il selvaggio la mano rinhiusa sui suoi pezzi.
Sarebbe scappato se avesse avuto il coraggio, ma non osava.
«Tu comperato allora cosa con tua grana?» intervenne opportunamente il grattatore.
«Ho mai visto uno stronzo come lui a ogni modo da un sacco di tempo», volle specificare.
«Deve venire da lontano quello! Cos'è che vuoi? Dammi la tua grana! » S'è ripreso i soldi d'autorità e al posto delle monete gli ha stropicciato nell'incavo della mano un grande fazzoletto verdissimo che era andato abilmente a prelevare in un anfratto del banco.
Il padre negro esitava ad andarsene col fazzoletto.
Il grattatore fece allora anche di meglio.
Conosceva davvero tutti i trucchi del commercio imperialista.
Agitando davanti agli occhi di uno dei piccoli neri bambini quel gran pezzo di cotonina verde: « Lo trovi mica bello di' gorbetto? Ne hai visti molti così di' piccolina bella, dimmi carognetta, dimmi salsicciotto, di fazzoletti? » E glielo ha annodato al collo d'autorità, tanto per vestirla.
La famiglia selvaggia contemplava adesso il piccolo adorno di questa gran cosa di cotonina verde...
C'era più niente da fare perché il fazzoletto era già entrato in famiglia.
Non restava che accettare, prendere e andare.
Si misero dunque tutti a rinculare lentamente, superarono la porta, e nel momento in cui il padre si girava, da ultimo, per dire qualcosa, il commesso più scaltrito che aveva le scarpe lo stimolò, il padre, con un gran calcio in pieno culo.
Tutta la piccola tribù, raggruppata, silenziosa, dall'altro lato di avenue Faidherbe, sotto le magnolie, ci guardava finire l'aperitivo.
Si sarebbe detto che cercavano di capire quel che gli era appena capitato.
(grazie a http://www.winniekrapp.it/testi/)
Ma al di là del colonialismo tutto questo mi ha fatto venire in mente l'esercito dei giovani lavoratori dell'informazione sottopagati, precari, collaboratori o contrattisti, usciti di fresco dalle università e dalle scuole di giornalismo, che si accontentano di lavorare per uno stage, un viaggetto all'estero, il proprio nome in coda a un video. Tutta quella conoscenza di cui sono portatori, tutte le nozioni imparate, tutto quel sapere di lingue straniere, informatica, teorie disparate, non è un po' come il caucciù di Céline?
BOB DYLAN, I 70 ANNI
Quando, a Trento, tre anni fa, durante il bis, il palazzo delle Albere sullo sfondo, intonò “Blowin’ in the wind”, quasi non se ne accorse nessuno, talmente stravolta era quella versione rispetto all’originale, incisa nel lontano 1963. Nessuno gridò “rivogliamo il nostro Bob Dylan”, come pare sia successo in Cina, qualche settimana fa (cosa curiosa, che i cinesi reclamino un “nostro Bob Dylan”). Questo il destino di un artista che in fondo ha sempre fatto quello che voleva, proprio come tutti i grandi artisti. Senza coltivare il suo mito, ma anzi decostruendolo e reinventandolo ad ogni cambio d’abito. Dylan compie 70 anni, e se uno va a vedere in qualche sito peer to peer, di quelli che i giovani internauti utilizzano per scambiarsi la musica gratuitamente, scoprirà che non c’è molto, che i cantanti più gettonati sono altri. E questo è un segno del tempo che passa. Ma lui non se ne cura: impegnato da anni in un “never ending tour”, una tourné senza fine in giro per il mondo, ovunque lo chiamino, sembra avviato a ripercorrere i passi dei suoi miti di gioventù, quei giganti del folk e del blues che hanno continuato imperterriti a cantare fin che avevano fiato in corpo, incuranti delle mode, delle stagioni che si susseguono.
Ai suoi esordi riportò in auge la canzone di protesta, che in America aveva una lunga tradizione, ma che sembrava essersi assopita. Per farlo, appena arrivato a New York dal Minnesota, andò al capezzale di Woody Guthrie, il menestrello dei lavoratori oppressi che stava morendo in solitudine in un ospedale della Grande Mela. In seguito scandalizzò i puristi del folk sposando l’elettricità, i ritmi serrati del rock. E questo rimarrà il suo contributo più grande alla cultura popolare del ‘900: avere introdotto il rock alla poesia, l’oscura ed entusiasmante poesia di quegli anni, la poesia della beat generation, di Allen Ginsberg (che compare in questo video, anche se defilato) e compagnia. Così, una musica nata fondamentalmente per fare ballare i ragazzi entrò nell’empireo delle arti. E le cose non furono più le stesse. Nel ’68, mentre imperversava la protesta, era già altrove: già lontani i tempi in cui fustigava i signori della guerra e profetizzava la caduta di una “dura pioggia”, la pioggia atomica. Ma il piglio profetico, biblico, è rimasto, anche dopo.
E’ venuta la crisi del suo primo matrimonio, il Dylan che, a modo suo, raccontava il “privato”, come si diceva allora, è venuto il ritorno di fiamma all’impegno sociale, con la presa in causa del destino di “Hurricane” Carter, pugile nero condannato da una giuria di bianchi per un delitto non commesso, in un’America che ancora coltivava i germi del razzismo. E’ venuta la conversione al cristianesimo, durata due dischi e mezzo. Sono venuti, certamente, tanti soldi.
Infine, le incisioni di oggi, cantate con una voce che non c’è più ma proprio per questo tanto più vera e drammatica, alcune bellissime, come “Love and theft”, altre dimenticabili. E’ venuto anche un libro, “Chronicles vol. 1”, molto intenso e leggibile (nonostante il lontano, ostico precedente di “Tarantula”), che racconta pezzi della sua vita senza soluzione di continuità, che fa rivivere l’America degli anni ’60 e soprattutto il grande amore per la tradizione musicale del suo paese. Sì, perché nel suo essere impermeabile alle mode, Dylan infine anche questo è stato ed è. Un culture della tradizione, uno scrigno che racchiude ciò che non c’è più, che non è stato immortalato in qualche video e quindi non passa su Mtv. Fuori dal tempo, restio a farsi paladino di qualsivoglia causa, coperto ormai da troppe maschere (quelle che ha raccontato il regista Todd Haynes nel suo “I’m not here”, del 2007), Dylan dice di odiare i tanti soprannomi coniati per lui nel corso dei decenni. Così cercheremo di resistere anche noi alla tentazione di affibiargliene uno. Diciamo solo che è stato uno scontroso maestro di stile, a costo di scontentare, periodicamente, i suoi fans. E che certi suoi dischi li puoi collocare accanto non solo ad altri dischi ma ad alcuni dei migliori romanzi della letteratura americana contemporanea, da Hemingway a Kerouac, da Don De Lillo a Jonathan Franzen. E riascoltarli periodicamente.
Music Box
Vabbé, ogni tanto un po' di autopromozione non fa male. Per chi se lo fosse perso quando è uscito (ormai 4 anni fa), il mio "Music box" è ancora ordinabile, ad esempio qui: http://www.fnac.it/Music-box-PONTONI-MARCO/a340968
Questo è l'incipit.
INTRO: FIRST OF THE GANG TO DIE
Stavano costruendo una casa proprio di fronte allo stadio, ormai erano arrivati al quarto piano e da lassù la vista sul prato era perfetta.
Quella sera si prevedeva un concerto fiacco; prima di uscire mi ero caricato ascoltando i Damned, non avrei tirato fuori una lira – se anche l'avessi avuta – per vedere un gruppo italiano che faceva il verso agli Asia o ai Van Halen ultima versione (quella più pop, che sacrificava la chitarra a beneficio delle tastiere). Ma il cantiere rappresentava una buona soluzione.
La primavera avanzava ruggente, nuvole di pollini nell’aria, mentre in cielo "lucevan le stelle", come in quei versi della Tosca di Puccini, mio padre un grande amate della lirica, sono cresciuto con i dischi de "La voce del padrone" arati da puntine di giradischi grosse come denti di forchetta, quelle strofe nelle orecchie, "e olezzava la terra, oh dolci baci, oh languide carezze…".
Intanto sul palco issato su un lato del campo sportivo stava succedendo qualcosa. Il gruppo spalla aveva iniziato a intrattenere il pubblico, composto per tre quarti di ragazze con t-shirt Fruit of the Loom e jeans Fiorucci. Arrivate all'ingresso dello stadio anche altre compagnie oltre alla nostra viravano verso nord; risalivano la massicciata ferrovia e si lasciavano cadere dall'altra parte, per poi infilarsi nel buco ricavato nella palizzata di recinzione. Dopodichè, bisognava solo stare attenti a dove si pestava: sparsi in giro c'erano sacchi di cemento, fil di ferro ritorto, attrezzi vari, una betoniera. Lo scheletro della casa era in piedi, scale comprese. Ovviamente, mancava ancora tutto il resto. In fila indiana, e con qualcuno davanti con una torcia che faceva luce, passando dalle scale interne si poteva arrivare abbastanza tranquillamente fino in cima, sulla terrazza.
"Che folla!", ha detto Roby sbucando all'aperto, cercando di darsi un'aria sciolta e contemporaneamente di farsi largo fra i capannelli seduti che parlottavano. "C'è più gente qui che là…"
Ci siamo sistemati in un angolo, abbiamo aperto il pacchetto di sigarette che avevamo comprato con una colletta. Per guardare verso lo stadio dovevamo stare girati di tre quarti, ma meglio che niente. Difficile distinguere, nel buio, chi c'era e chi non c'era. Dalle voci mi sembrava ci fosse anche la compagnia di Zebedeo, quella che frequentava la Giovanna, il mio sogno proibito (suo padre un carabiniere, siciliano, mica sarebbe stato contento di sapere che lei era lì).
Alle 10 il concerto entrò nel vivo. Una lunga intro di sintetizzatore, salutata con uno scroscio di applausi. A tratti il vento dal fiume spazzava via le note, poi ritornavano, assieme alla voce femminea del cantante.
Lo show è durato poco più di un'ora e mezza. Quando ci siamo rialzati, le gambe ci facevano male e mi si era informicolato un piede. Perciò siamo stati fra gli ultimi a scendere. Riguardo a quello che successe in quei momenti, mentre la band stava concludendo la serie dei bis, non posso dire di averlo visto con i miei occhi. Ripeto, era buio. Ricordo il titolo della canzone, Ultima notte di caccia.
Posso dire con sicurezza che la ragazza non cadde giù dal tetto, come scrisse un giornale. Sul tetto era facile orientarsi, grazie alle luci del concerto e delle case attorno. Cadde scendendo le scale. Forse mise un piede dove pensava di trovare un pianerottolo, e invece c'era il vuoto. Forse qualcuno la urtò senza volere. Forse il suo tipo le aveva lasciato la mano per accendersi una cicca.
Sentimmo delle urla. Ci precipitammo anche noi. Non si capiva dove fosse finita. All'epoca non c'erano ancora i cellulari per cui i ragazzi della sua compagnia dovettero mettersi alla ricerca di un telefono (cabine a gettone nel piazzale dello stadio) per chiamare l'ambulanza, minuti preziosi sprecati.
Venne portata fuori in barella. Saltammo la massicciata e ci dileguammo prima di essere fermati dalla polizia. I giornali montarono una storia infinita. Certi politici ce l'avevano con i concerti, non erano neanche in grado di distinguere un gruppo punk da uno di pop melodico o di blues. Sfruttarono l'occasione per atteggiarsi a moralizzatori...
Io pensavo: quanta gente muore in macchina, andando su e giù da queste montagne, da queste valli che trasudano schnaps? Eppure mica si pensa ad abolire le macchine (o la grappa).
E poi in definitiva la ragazza non era morta a causa del concerto.
Rimase una morte di ordinaria sfortuna, a dispetto delle fantasie popolari. Un incidente come quello che dev'essere capitato a Jeff Buckley mentre faceva il bagno nel Mississipi. Il complesso di mio fratello scrisse una canzone in memoria di Anna. Aveva vaghe sonorità indiane. Assomigliava a Paint it black degli Stones, eccetto che i ragazzi qui non avevano un sitar a disposizione.
Ogni volta che passo davanti a quel condominio – ne hanno costruiti altri, attorno, un fiorire di palazzine per ospitare famiglie di una o due persone, tre è già un record, e la ferrovia è stata spostata, è stata trasformata in una ciclabile, oggi tutti hanno il trip salutista della bici e del jogging - dicevo ogni volta che passo davanti a questa modestia architettonica ci penso, sul serio. Penso alla ragazza sconosciuta ingoiata dalla tromba delle scale. È stata la prima persona alla cui morte sono stato fisicamente vicino. First of the gang to die, canta Morrissey, è tutta la sera che l’ascolto, sul mio stereo, collegato ad un vecchio finale Technics, mentre fuori nevica e il modem non si collega, e in definitiva potrei anche essere in una capanna nei boschi e non in un appartamento di un quartiere di una città di confine di medie dimensioni, gerani ai balconi, portici che si scavano una strada sotto alle antiche case delle corporazioni. Ed è come se cantasse per lei. Solo che Morrissey si riferisce alle vittime degli scontri fra le gang di L.A., a migliaia di chilometri da qui, oltre la neve, le Alpi, le foreste tedesche, l'Atlantico, le grandi, bollenti pianure americane solcate da autostrade a diecimila corsie.
Marco Pontoni, Music Box, Curcu&Genovese, Trento, 2006
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Amartya Sen il 26 maggio a Trento
Comunque la pensiate...è una delle teste pensati nel nostro tempo. Al teatro Sociale, nell'ambito del festival dell'Economia.
La traduzione è imperfetta e l'intervista consente di farsi solo un'idea generale del pensiero di Amartya Sen. Comunque, il concetto di fiducia - l'importanza della fiducia che i cittadini devono riporre nel mercato e nell'economia, che non deve essere tradita (come è avvenuto in occasione dell'ultima crisi finanziaria) - mi pare sia stato sottolineato (fra gli altri) da Innocenzo Cipolletta nel suo ultimo libro, "Banchieri, politici e militari" (Laterza). Peraltro in Italia, paese da sempre afflitto da un'evasione fiscale spaventosa e da un tasso di corruzione altissimo (nella parola "corruzione" comprendiamo anche il problema del conflitto di interessi che il nostro presidente del Consiglio si trascina appreso), mi chiedo cosa significhi avere fiducia nel mercato e nell'economia. L'Italia è un paese cinico, afflitto da una cronica sfiducia nei confronti di tutto ciò che è bene comune, equilibrio dei poteri, senso delle istituzioni. Un paese in cui le grandezze economiche sono continuamente manipolate per interessi e obiettivi politici (succede ovunque, ovviamente, ma come qui? Ci sono stati altri paesi che per anni hanno mandato in pensione intere categorie di occupati dopo 15 anni di lavoro, sacrificando con un'alzata di spalle le generazioni a venire?)
Che fiducia si può costruire su queste basi?
Siamo sempre - con le dovute eccezioni - i campioni del familismo amorale.
Anyway, il Festiva dell'economia di Trento è sempre un bel momento di confronto. Lo sarà anche quest'anno.
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Unreal city
A volte capita di guardare alle cose conosciute in maniera diversa. A volte le cose si svelano, dietro al reale, come avrebbe scritto Ginsberg.
La mia città. Sono passato per questa strada migliaia di volte, ad ogni ora del giorno e a volte della notte. Non so nemmeno come si chiami, via Dogana, credo, almeno per un tratto, via della Stazione sarebbe la cosa più logica. Poi ieri sera.
Pensate ad una via poco illuminata, come altre, qui, luci gialle, all'esterno dei palazzi pubblici. Non deserta, anche se ormai quasi spopolata: ci sono i viaggiatori che escono dalle due stazioni (quella dei treni, stile razionalista, notevole con le sue linee rette e i suoi angoli molli, ma trascurata come tanti edifici statali, e poi quella degli autobus, più anonima), ci sono ombre furtive qui e là e studenti e una bellissima ragazza in minigonna, soprabito e calze bianche che attraversa la strada con gli auricolari dell'ipod nelle orecchie. Non gli impiegati provinciali, il grande palazzo asburgico ora deserto (come quello delle Poste, i pacchi dormono, le buste sospirano, le lettere d'amore fremono in attesa di essere consegnate e invidiano le email). Non più le persone in attesa alle fermate degli autobus. In compenso i ragazzi del centro sociale decorato con uno splendido murales ferino che rimuginano massimi sistemi, brindano a rivoluzioni, vivono la stagione migliore della loro vita.
Ma che fantasmagoria questa spledida pieve romanica, fra le due stazioni, più in basso rispetto al livello della strada, nel centro di un cortile, un'oasi rurale assediata dagli altoparlanti e dai binari, superato il baracchino della verdura e dei cocchi, chiuso, adesso, spenta la bella insegna gialla che lo sormonta dopo il tramonto! Affacciata sul parco che tutti evitano, perché pare sia pericoloso, perché ogni tanto scoppia una rissa o arrestano qualche spacciatore, ma a me non fa paura, un'oca gigante di giunchi appoggiata all'erba del prato, sotto alla sua pancia a volte gli stranieri che bivaccano, si riparano, se piove, e oltre il laghetto con le oche vere (dove andranno d'inverno?) il Family monument, che non piace a nessuno, specie ai progressisti perché pensano sia la glorificazione della famiglia standard borghese (marito, moglie, due figli, cane)e invece per me è un'opera postmoderna come le lattine di zuppa di Warhol, e lì, piantato in mezzo a quell'umanità senza casa né famiglia, è una presenza provocatoria e straniante.
Luci intermittenti dei semafori, tendenti al rosso. La mole dell'ostello della gioventù proprio in fondo, dove la strada muore in un incrocio. Proseguendo entri come coltello nel burro nel centro storico, a destra una sala giochi, un supermercato, una torre medioevale a chiudere la prospettiva, tutto il mix di vecchio e nuovo, o quasi-nuovo, perché non c'è nulla di nuovo-nuovo, non architetture ardite, c'è il nuovo delle nostre città, gli anni 30 e gli anni 60, quel nuovo-non nuovo che lascia sempre un po' perplessi, che stona nel vecchio per il quale invece tutti smaniano, gli europei sono così, diceva il mio amico brasiliano, "noi invece se dobbiamo far spazio a un centro commerciale spianiamo con vigore".
Attraverso la strada. L'oblò della luna. Insegna al neon. Respiro la primavera. Qualcuno starà facendo l'amore, adesso, qualcuno aspetta la pioggia (B. Dylan).
Sento tanto spazio sopra e intorno a me. Spengo il blackberry. Sono quasi arrivato.
PADRE TAMAYO: L'HONDURAS CHIEDE PACE E GIUSTIZIA
Padre Andres Tamayo è stato in questi giorni in Trentino Alto Adige per una serie di incontri istituzionali e pubblici. Ex-discepolo (e chierichetto, come precisa nell'intervista) di padre Romero, l'arcivescovo di El Salvador ucciso nel 1980, mentre celebrava messa, per le sue durissime prese di posizione contro la dittatura, padre Tamayo, nato in Salvador ma honduregno di adozione, ha speso gran parte della sua vita in difesa della popolazione - e dell'ambiente - dell'Olancho, la regione in cui vive, una delle più ricche di biodiversità del Centroamerica. Dopo il golpe del 2009, sostenuto dalle famiglie che gestiscono la maggior parte della ricchezza del paese (e alimentato anche dalla destra statunitense, sostiene Tamayo), il sacerdote e militante ecologista, che ha più volte subito nella sua vita minacce e attentati, è riparato all'estero, anche se recentemente ha fatto ritorno nel suo Paese.
Una breve intervista realizzata a Trento il 5 aprile (prossimamente anche su youtube).
In Europa si sa poco dell'Honduras, pochissimo di ciò che è successo dopo il golpe che ha cacciato il presidente Zelaya, legittimamente eletto. Facciamo il punto della situazione.
Attualmente in Honduras permane una situazione di destabilizzazione. Chi detiene il potere politico ed economico vuole continuare a farlo, e ciò a spese dei diritti umani, che vengono costantemente violati. La popolazione continua a lottare per la democrazia, ma dal colpo di stato ad oggi non ci sono stati cambiamenti apprezzabili. Il governo attuale si pone in continuità con il golpisti e persegue gli stessi obiettivi, nonostante cerchi di "ripulirsi" l'immagine internazionale. Ultimamente ha annunciato di voler privatizzare i settori della sanità e dell'educazione. Il popolo ovviamente non accetta tutto questo e continua ad opporsi, nonostante la repressione.
Lei si è battuto molti anni per la difesa del patrimonio ambientale dell'Honduras (come leader del Movimento ambientalista del Olancho-Mao). Chi vuole mettere le mani su questo patrimonio?
Sono soprattutto imprese transnazionali, alcune anche italialiane, non registrate in Europa ma operanti in Honduras, come la Sansoni e la Lamas. Vendono il legname in primo luogo negli Stati Uniti e poi in Europa, a Paesi come la Germania e l'Inghilterra. Il contadino viene spinto, con metodi legali e illegali, a deforestare selvaggiamente. A volte le imprese pagano i contadini affinché svendano il legname e il contadino alla fine cede, lo fa. L'impoverimento a lungo termine dell'ambiente avrà ovviamente conseguenze pesanti per lui. Dopo il golpe la situazione è peggiorata perché il potere delle società transnazionali è enormemente cresciuto.
Cosa è rimasto in America centrale del pensiero di un Oscar Romero e delle idee della teologia della liberazione?
Monsignor Romero, era un profeta e i profeti non parlano per il proprio tempo, parlano per il futuro. Io sono stato chierichetto di monsignor Romero; la sua era una voce di giustizia, una voce di verità. E una voce ancora molto viva in Centroamerica; noi cerchiamo di portarla avanti, camminando con il popolo e sostenendo le sue lotte per diritti che continuano ad essere sistematicamente violati.
Cosa può fare l'Europa per aiutare la vostra causa?
Ci sono varie possibilità. Innanzitutto c'è la Corte interamericana che ha pubblicato un rapporto sulla violazione dei diritti umani in Honduras. Come comunità locali chiediamo che esso venga pubblicata anche in Honduras.
In secondo luogo è necessario che il mondo parli dei problemi reali dell'Honduras, non sono dei paesaggi, delle location cinematografiche (il riferimento è anche all' Isola dei famosi, trasmissione che da anni, incredibilmente, si gira lì).
Infine diciamo alle persone che ci aiutano, alle associazioni, di fare pressione a livello europeo e anche italiano, chiedendo ad esempio che i vostri parlamentari vadano in Honduras per prendere coscienza non solo dello stato dei diritti umani ma anche della corruzione; ci sono tanti fondi, tanti finanziamenti destinati al nostro Paese che non arrivano alla popolazione, come dovrebbero, ma finiscono nel circuito della corruzione. Anche le imprese straniere che operano in Honduras alimentano questa spirale.
Il popolo chiede pace, chiede giustizia, ma viene continuamente provocato, con la repressione.
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DUE: FOLLIA D’AMORE PER DONNA SOLA
E’ uno spazio bianco, quasi spoglio, illuminato da tubi al neon. Dal soffitto pendono tre sacche di sangue, in fondo al palco una vasca da bagno piena d’acqua, sormontata da uno specchio. E’ tutto, a parte un paio di microfoni in evidenza, sulle loro aste, ed altri nascosti, ad amplificare lo sgocciolio del sangue sul pavimento, quando Licia Lanera buca le sacche con uno spillo.
“2.(due)”, della compagnia barese Fibre Parallele, andato in scena al teatro Spazio 14 di Trento nell’ambito della rassegna Black Box (che ha ospitato anche il duo Ricci/Forte – insospettabilmente diviso fra “I Cesaroni” e il teatro d’avanguardia - con “Macadamia nut brittle”), è il monologo straniante e straziato di una donna dai capelli rossi, infilata in un vestito bianco come una sorta di infermiera dark o di tardiva materializzazione di quelle fantasie cannibali che hanno dominato il panorama letterario italiano negli anni ‘90. Le parole scivolano su un tappeto di effetti sonori allucinati, scandendo le tappe di una storia d’amore che affoga nel sangue dell’uomo assalito e massacrato nella sua cucina con un forchettone. Allo spettatore non viene mostrato né uomo, né cucina né forchettone; eppure, quando usciamo, ci sembra di averli visti, così come ci sembra di avere visto i tanti “quadri”, appena abbozzati, di una vita di coppia apparentemente felice, il che depone a favore della sceneggiatura e del testo, della forza dei gesti e delle parole ossessivamente ripetute: le bolle di sapone che trasformano la stanza in una immensa jacuzzi, il concerto di Ivano Fossati, i ricci, situazioni ordinarie, al limite della banalità. Tutto questo fino alla scoperta, da parte dell’uomo, della sua attrazione per un altro (o molti altri?) uomini: detto brutalmente - da lei, dalla donna dai capelli rossi e dalle occhiaie profonde, dalla metà messa da parte, abbandonata - “ti voglio tantissimo bene ma mi piace il cazzo”.
E’ il sogno di una vita in due che si spezza, in due come Ken e Barbie, come Romeo e Giulietta, come un infinito numero di coppie che l’attrice elenca nel finale, la bocca e il vestito sporchi di sangue, mentre il bianco ospedaliero della scena si colora di rosso, subito prima di immergersi, finalmente, nella vasca, a mescolare sangue e acqua. E’ la follia d’amore portata alle sue estreme conseguenze, senza scuse e senza possibilità di redenzione. Dell’uomo, delle sue ragioni, dei suoi pensieri, sappiamo quasi nulla. Sappiamo che guarda video pornografici a tema homosex (la loro scoperta scatena l’omicidio); sappiamo che ha confessato la sua confusione, che le ha chiesto aiuto ma, egoista come tutti gli amanti (cioè come coloro che amano) l’ha anche respinta, più volte. Questo però poco importa. Ad occupare la scena è sempre e soltanto lei, la scena stessa una proiezione del suo spazio mentale, autoreferenziale, claustrofobico, a tratti invaso dall’eco dell’universo mediatico, dall’esplosione un po’ incongrua di canzoni e canzonette. E tuttavia – qui sta la forza della pièce – uno spazio per certi versi noto, o quantomeno riconoscibile. Un dramma “umano, troppo umano” l’ha definito a ragione la critica. Per i due autori – oltre a Licia Lanera, Riccardo Spagnuolo, che ha curato l’allestimento – “una sorta di incubo splatter, costruito sui brutali racconti di noti assassini, uno fra tutti Luigi Chiatti. Ci ha colpito la loro lucidità nel raccontare degli eventi così gravi, la loro leggerezza, l'inconsapevolezza infantile, di fronte agli occhi attoniti dei parenti delle vittime. E’ l'inquietante straniamento di chi ragione non ha.”
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Una sera a teatro - La follia di Ofelia
Sala raccolta, si chiamava "teatro sperimentale", fino a qualche anno fa, ora è intitolata a un signore che non conosco. File quasi piene, pubblico eterogeneo, a Trento il teatro piace sempre. Si spengono le luci, inizia "La follia di Ofelia", di Michela Embriaco, Multiversoteatro.
Questa non è una recensione. Le recensioni mi hanno stufato da un pezzo, la recensione, come genere, andrebbe decostruito, sovvertito. Questi sono i frammenti che uno si porta a casa, appiccicati alla giacca e nel garbuglio dei capelli, come i coriandoli del pomeriggio, che ho spanto stanotte sul cuscino.
Un flash sull'adolescenza, il gioco delle differenze che si riconoscono, il budello che si gonfia, quel solco insanguinato fra le gambe che lascia una scia rossa dove passa, ma non sempre.
Due giovani uomini aggrediscono una giovane donna in piedi, la spingono, la forzano con i gomiti, gli avambracci, cercano di spostarla, lei resiste, la testa si piega, la violenza.
I corpi, la fisicità. Corpi bianchi, reali, vivi, imperfetti, corpi dentro a mutande e cannottiere bianche, a sottovesti, illuminati a giorno, coraggiosamente esposti, che danzano la maturità sessuale, il conflitto che essa scatena, la concretezza della donna (il suo essere materica, ctonia, avrebbe detto Bachofen), l'astrattezza dell'uomo, e poi le parti si scambiano. Una cravatta su un petto glabro, una benda sugli occhi, corpi avvinghiati su una sedia.
C'è un testo poetico, evocativo, che accompagna le varie scene. Che introduce al tema della follia, ad una donna in piedi dentro ad una vasca che si versa dell'acqua sul capo, con una brocca. Spesso ho trovato i testi ridondanti, inadeguati, ma non stavolta. Stavolta il testo è perfetto, non troppo invadente, non inutile.
Una donna in piedi su una vasca, vestita, si versa dell'acqua sul capo. Si strofina le braccia, cerca un'impossibile pulizia, cerca di lavarsi di dosso i profumi delle amiche che le hanno fatto visita. Poi arrivano i carcerieri, crudelmente la riducono alla ragione e nel farlo, la rimproverano, la deridono. Siamo in un manicomio. Il mondo intero, un manicomio? Sarebbe molto shakespeariano. Lo abbiamo fatto tutti, rimproverare una persona per la sua difformità, per il suo inguaribile "altrove", il suo non-essere ciò che vorremmo fosse, il suo essere solo malata. E' un passaggio che risveglia dei ricordi. Per un istante gratta, ferisce.
Se vi dicono che la sofferenza rafforza, portateli qui.
C'è una sposa spaesata. C'è la fatica del vivere gli amori, del vivere la vita. C'è molta emozione. Giovinezza, anche. Pance, polpacci. Rischio e asperità.
E c'è una possibile via d'uscita, alla fine. Il palcoscenico debolmente illuminato da dei lumini. Una ninna nanna nell'aria. Un uomo/bambino poggia la sua testa nel grembo di una donna. Una possibile riconciliazione. Una possibile via d'uscita, fuori le mura, fuori dalle gabbie dei generi, dalle gabbie generazionali. Possibile, non scontata.
La mente va ad Alda Merini. A Dean Moriarty.
Questa non è una recensione. Le recensioni mi hanno stufato da un pezzo, la recensione, come genere, andrebbe decostruito, sovvertito. Questi sono i frammenti che uno si porta a casa, appiccicati alla giacca e nel garbuglio dei capelli, come i coriandoli del pomeriggio, che ho spanto stanotte sul cuscino.
Un flash sull'adolescenza, il gioco delle differenze che si riconoscono, il budello che si gonfia, quel solco insanguinato fra le gambe che lascia una scia rossa dove passa, ma non sempre.
Due giovani uomini aggrediscono una giovane donna in piedi, la spingono, la forzano con i gomiti, gli avambracci, cercano di spostarla, lei resiste, la testa si piega, la violenza.
I corpi, la fisicità. Corpi bianchi, reali, vivi, imperfetti, corpi dentro a mutande e cannottiere bianche, a sottovesti, illuminati a giorno, coraggiosamente esposti, che danzano la maturità sessuale, il conflitto che essa scatena, la concretezza della donna (il suo essere materica, ctonia, avrebbe detto Bachofen), l'astrattezza dell'uomo, e poi le parti si scambiano. Una cravatta su un petto glabro, una benda sugli occhi, corpi avvinghiati su una sedia.
C'è un testo poetico, evocativo, che accompagna le varie scene. Che introduce al tema della follia, ad una donna in piedi dentro ad una vasca che si versa dell'acqua sul capo, con una brocca. Spesso ho trovato i testi ridondanti, inadeguati, ma non stavolta. Stavolta il testo è perfetto, non troppo invadente, non inutile.
Una donna in piedi su una vasca, vestita, si versa dell'acqua sul capo. Si strofina le braccia, cerca un'impossibile pulizia, cerca di lavarsi di dosso i profumi delle amiche che le hanno fatto visita. Poi arrivano i carcerieri, crudelmente la riducono alla ragione e nel farlo, la rimproverano, la deridono. Siamo in un manicomio. Il mondo intero, un manicomio? Sarebbe molto shakespeariano. Lo abbiamo fatto tutti, rimproverare una persona per la sua difformità, per il suo inguaribile "altrove", il suo non-essere ciò che vorremmo fosse, il suo essere solo malata. E' un passaggio che risveglia dei ricordi. Per un istante gratta, ferisce.
Se vi dicono che la sofferenza rafforza, portateli qui.
C'è una sposa spaesata. C'è la fatica del vivere gli amori, del vivere la vita. C'è molta emozione. Giovinezza, anche. Pance, polpacci. Rischio e asperità.
E c'è una possibile via d'uscita, alla fine. Il palcoscenico debolmente illuminato da dei lumini. Una ninna nanna nell'aria. Un uomo/bambino poggia la sua testa nel grembo di una donna. Una possibile riconciliazione. Una possibile via d'uscita, fuori le mura, fuori dalle gabbie dei generi, dalle gabbie generazionali. Possibile, non scontata.
La mente va ad Alda Merini. A Dean Moriarty.
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ELLIOTT MURPHY, 3 aprile, live in Zambana!
Non è mai diventato Springsteen, anche se Springsteen l'invita spesso sul palco per qualche jam session. Ma ha l'aria di essere felice così. A suonare in posti improbabili come Zambana, dove l'ho visto la prima volta, e dove si esibirà nuovamente il 3 aprile.
Ne ho scritto anche in "Music Box":
Elliot Murphy a Zambana, il paese semisepolto dalle frane, uno che ha conosciuto tutti i più grandi, ma è sempre rimasto una figura secondaria, suonò per quasi tre ore, prima i pezzi suoi, e poi quelli degli altri, da Presley a Dylan agli Stones, facendo ballare anche le cimici nascoste nei muri, una specie di juke box vivente con il cappello da cow boy, ironico sulla sua sorte bizzarra (“una zingara me l’aveva detto che dopo 30 anni di carriera finalmente sarei arrivato a suonare a Zambana!”), insomma fu grande, grandissimo, e ogni volta che torna qui dalle parti delle Dolomiti la gente va a sentirlo suonare e l’applaude.
Mani

Lunedì sera sono arrivati a Trento una decina di bambini da Haiti, con le loro madri. In poco più di 24 ore, da un'isola dei Caraibi, distrutta da un terremoto, ad una città alpina, nel cuore dell'Europa. Dalle umide correnti tropicali al freddo terso ammantato di neve.
La Croce Rossa ha dato loro vestiti invernali. Naturalmente non avevano mai visto vestiti del genere. In generale, non avevano mai visto proprio nulla del genere, compresa la neve che ammanta le nostre montagne.
Romano Magrone ha colto questa immagine.
I bambini sono afflitti da malattie croniche, preesistenti al terremoto, che ora non possono essere curate in patria. Rimarranno per un periodo minimo di sei mesi. Fanno parte di un gruppo più ampio di 130 persone, arrivato domenica in Italia, in base agli accordi presi dalla Croce Rossa internazionale con il governo haitiano e con i Paesi ospitanti. In Trentino è in corso una raccolta fondi per sostenere progetti di solidarietà anche ad Haiti, attraverso associazioni che operano sull'isola.
Per chi fosse interessato, le news sono qui.
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Boris Pahor: la persecuzione degli sloveni
Boris Pahor è uno scrittore italo-sloveno (classe 1913), da anni in predicato per il Nobel alla letteratura. Ha raccontato nei suoi romanzi le persecuzioni fasciste ai danni della minoranza slovena del Friuli (così simili a quelle che colpirono all'epoca i sudtirolesi) e la sua esperienza di deportato nei campi di concentramento nazisti. In realtà i suoi romanzi hanno avuto più fortuna all'esterno che in Italia, dove è stato scoperto solo molto tardi. Ho realizzato la prima intervista a Pahor a Trieste 11 anni fa (venne pubblicata sullì'annuario "Comunicare", edito da ITC-Il Mulino, oggi soppresso). Questa nuova, che posto qui, è stata fatta in margine alle manifestazioni organizzate a Trento dall'Osservatorio sui Balcani per i 20 anni dalla caduta del Muro di Berlino.
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Dalai Lama a Trento: autonomia, spiritualità, soldi

Tenzin Gyatso, il XIV Dalai Lama, leader ad un tempo spirituale e politico del popolo tibetano, premio Nobel per la Pace 1989, ha parlato oggi a Trento, su invito della Provincia autonoma di Trento e dell'associazione Italia-Tibet, in chiusura di un convegno internazionale dedicato alle varie forme di autonomia regionale del mondo. Un intervento pungente, il suo, a volte caustico nel denunciare l'incapacità della Cina di comprendere la cultura tibetana, a volte persino ironico nel rivendicare un'autonomia che tuteli la spiritualità tibetana ma porti, perché no, anche soldi.
Per la terza volta questo pomeriggio, dopo le precedenti visite del 2001 e 2005, l'auditorium Santa Chiara di Trento ha ospitato il Dalai Lama, invitato a partecipare ad una tavola rotonda al termine del convegno dedicato all'esame di alcuni dei più importanti esempi di autonomia regionale al mondo, dal Trentino Alto Adige al Quebec, dalla Catalogna alla Scozia alle isole Aaland, organizzato in collaborazione con l'Università degli studi di Trento e l'Accademia europea di Bolzano.
Hanno preso la parola in apertura anche Lorenzo Dellai, presidente della Provincia autonoma di Trento, Luis Durnwalder, presidente della Provincia autonoma di Bolzano-Alto Adige/Südtirol, Bernat Joan, segretario della politica linguistica della Generalitat de Catalunya, Elisabeth Nauclér, deputata al Parlamento Finlandese per le isole Aaland, Roberto Pinter, dell'associazione Italia-Tibet di Trento e Roberto Toniatti, giurista dell'Università di Trento.
C'era grande attesa per le parole che avrebbe pronunciato il Dalai Lama oggi, dopo che le Ansa e le Reuters del mattino avevano fatto rimbalzare in Europa l'invito di Obama alla Cina a ripendere il negoziato con gli emissari del governo tibetano in esilio. Su questo punto, in verità, il leader del popolo tibetano non si è sbilanciato: ha detto che Obama appoggia la causa del Tibet ma che è anche limitato nel suo agire.
Nel suo discorso pubblico il Dalai Lama ha sottolineato innanzitutto la distanza esistente fra terre come il Trentino e l'Alto Adige, che godono di un'autonomia "reale", e che dispongono degli strumenti giuridici per tutelare i propri diritti, e il Tibet. "Se in Italia i diritti costituzionali sono veramente garantiti, in Cina non è così. Noi non possiamo ricorrere ad un giudice o a una corte per vederci riconosciuto ciò che in teoria la costituzione cinese ci garantisce. Quando descrivo la situazione del Tibet sotto il dominio cinese, solitamente non parto dalle questioni ideologiche. Dico che noi abbiamo un ospite non invitato, che è entrato nel nostro paese con le armi e si è messo a controllare tutto. Un ospite che ci dice cosa mangiare, come dormire, cosa sognare. Un ospite che sostiene di averci liberati. Quando noi tibetani sentiamo dire questo ci chiediamo: ma da che cosa? Il Tibet ha una storia millenaria, una propria cultura, una propria tradizione spirituale. I tibetani hanno sempre avuto una grande fiducia in se stessi, una grande dignità. Siamo gente fiera e orgogliosa. Sul piano culturale, linguistico, della tradizione storica, siamo alla pari dei cinesi (se non più avanti, ha aggiunto maliziosamente, strappando, come un attore consumato, un applauso spontaneo alla platea).
E comunque, il Buddismo è arrivato in Tibet dall'India, non dalla Cina. La nostra lingua è mutuata dal sanscrito, non dal cinese. Che il Tibet sia cosa diversa dalla Cina lo provano le semplici espressioni verbali che la gente usa per definirci. Io sono definito il Dalai Lama del Tibet, non della Cina. La gente dice 'buddismo tibetano', non 'tibetano-cinese'. Non siamo stati noi ad inventare tutto questo, è la nostra storia, la nostra eredità millenaria. Il comunismo cinese si è rivelato di strette vedute e di limitato pensiero. All'inizio le idee che proponeva erano positive, ma il risultato che noi oggi vediamo è che sei milioni di tibetani sono privi di ogni diritto."
Da dove partire, allora, per cambiare le cose? Per il Dalai Lama dall'informazione libera, dall'abolizione della censura. "Molti cinesi pensano che i tibetani sono degli ingrati. Sono stati presi sotto l'ala protettrice della Cina, e non le sono riconoscenti. Questo avviene perché non dispongono di informazioni corrette. E' il momento che ci sia finalmente in Cina libertà di informazione. Un miliardo e trecento milioni di cinesi hanno diritto di sapere le cose come stanno. Anche la democrazia è importante, ma qui il discorso si fa più delicato. Non è interesse di nessuno creare il caos con un cambiamento radicale. Pensiamo sia preferibile un cambiamento graduale. Il problema è che il nostro 'ospite', come l'abbiamo definito, non è molto brillante; pensa solo al controllo. Pensa sia sufficiente dare cibo, dare una casa ai tibetani. Ma non è così: abbiamo la nostra civiltà i nostri valori, non ci basta mangiare e dormire Abbiamo una spiritualità che i cinesi non comprendono e che temono."
Se questo è il quadro, la soluzione è una sola: una forte autonomia, un'autonomia che consenta alla civiltà tibetana non solo di sopravvivere, ma di valorizzarsi, anche passando attraverso i necessari cambiamenti rispetto al passato, come quello che nel 2001 ha introdotto le elezioni degli organi politici rappresentativi della comunità tibetana in esilio (che hanno sede com'è noto a Dharamsala, in India). Un'autonomia che inoltre consenta una migliore tutela dell'ambiente, una distensione nei rapporti fra Cina e India e una progressiva smilitarizzazione dell'altopiano tIbetano. Un'autonomia, infine, che porti anche benessere.
Che l'autonomia del Tibet possa giovare anche alla Cina, era stato peraltro sottolineato dagli stessi relatori che hanno preceduto il Dalai Lama. Il ragionamento è semplice. La repressione genera inevitabilmente ribellione, mentre un'autonomia vera, un'autonomia che soddisfi le esigenze della minoranza che la richiede, rappresenta una tutela per lo stesso Stato che la concede, nei confronti dei pericoli di una secessione violenta. Esempi come quello della Scozia, del Quebec, ma anche del Trentino e dell'Alto Adige/Sudtirol sono lì a dimostrarlo.
Cosa aggiungere a questo? Che in realtà la questione delle autonomie speciali in Italia è assai poco conosciuta. Per i più, le autonomie sono semplici "privilegi", se non l'anticamera della secessione. Comprensibile quindi che la gente - a volte gli stessi giornalisti - sembri piuttosto impermeabile a questo genere di discorsi, pur essendo il Dalai Lama una grande icona del XX (e XXI) secolo, amato e ammirato da tutti. Anche fra gli stessi tibetani, oggi, c'è chi ritiene che il Dalai Lama sia troppo "morbido". A Trento a me in verità è parso sferzante, più delle altre volte. Ma, certo, comprende bene che chiedere l'indipendenza sarebbe, oggi come oggi, una follia, e che farlo con le armi in pugno, oltre che tradire il credo non-violento, si risolverebbe in un bagno di sangue (tibetano). Una cosa è sicura: la Cina dovrebbe ringraziare la sua buona sorte per il fatto di avere un interlocutore così.
Dalai Lama in Trentino

Il Dalai Lama sarà domani in Trentino. Si tratta della terza visita di Tenzin Gyatso al Trentino (le precedenti nel 2001 e 2005). Interessante mi pare essere soprattutto il contesto, un convegno internazionale sulle autonomie regionali nel mondo (a partire ovviamente da quella del Trentino Alto Adige), in appoggio alla richiesta del Governo tibetano in esilio, finora continuamente disattesa dal Governo cinese, di un'ampia autonomia per il Tibet, nel rispetto dell'integrità dei confini della Repubblica popolare.
Posto qui in via eccezionale (di solito evito le commistioni, ma questa non mi pare grave) il testo di un comunicato stampa fatto uscire sull'evento, con la sintesi del discorso pronunciato stamani dal Primo ministro del Governo tibetano in esilio in apertura dei lavori del convegno.
Un'autonomia che soddisfi i desideri di libertà e di autogoverno del popolo tibetano, che tuteli la sua lingua, la sua cultura, la sua religione, il territorio in cui vive - in una parola la sua identità - ma nel rispetto della sovranità cinese, dell'integrità territoriale della Repubblica popolare. Un'autonomia che consenta lo sviluppo economico, sociale e politico del Tibet, conformemente al dettato della carta costituzionale della Cina, che contiene "principi fondamentali per quanto riguarda l'autonomia e l'autogoverno i cui obiettivi sono compatibili con le esigenze e le aspirazioni dei tibetani". E' questo, in sintesi, quanto espresso stamani da Samdhong Rimpoche Kalon Tripa, Primo ministro del Governo tibetano in esilio, in apertura del convegno sulle autonomie regionali che si tiene a Trento, nel palazzo della Provincia autonoma.
Nel suo atteso intervento nella sala Depero del palazzo della Provincia, il Primo ministro del governo tibetano in esilio ha esposto i contenuti del "Memorandum sulla effettiva autonomia per il popolo tibetano", sottoscritto a Dharamsala (India) il 16 novembre del 2008 e sottoposto alle autorità cinesi (la Cina, com'è noto, entrò con il suo esercito in Tibet nel 1950; inizialmente essa firmò un accordo con il Dalai Lama, allora sedicenne. Nel 1959 la sollevazione dei tibetani contro la sinizzazione del Tibet venne soffocata nel sangue. Il Dalai Lama abbandonò il Paese con migliaia di profughi e si stabilì a Dharamsala, dove oggi hanno sede le strutture del Governo tibetano in esilio).
Il documento, che dovrebbe costituire la base di discussione fra il Governo tibetano in esilio e quello cinese, è stato presentato come compatibile con la costituzione della Repubblica popolare cinese, in particolare con la sua sezione VI, che prevede organi di autogoverno per le Regioni nazionali autonome e riconosce il loro potere di legiferare.
"Noi abbiamo iniziato a parlare di autonomia nel 1988 - ha detto il Samdhong Rimpoche - con un documento presentato a Strasburgo. Nel 2002 c’è stato uno scambio di opinioni proficuo fra una nostra rappresentanza e funzionari della Repubblica popolare cinese. Questi concetti sono ripresi nel Memorandum, che si articola nei seguenti punti: il rispetto dell'integrità della nazionalità tibetana; l'aspirazione dei tibetani; le esigenze fondamentali dei tibetani (il cuore del documento, in cui si esaminano i seguenti aspetti: lingua, cultura, religione, istruzione, salvaguardia dell'ambiente, utilizzazione delle risorse naturali, sviluppo economico e commercio, sanità pubblica, ordine pubblico, regole per le migrazioni della popolazione, scambi culturali, didattici e religiosi con gli altri paesi); creazione di un'unica amministrazione per la nazione tibetana all'interno della Repubblica popolare cinese; la natura e la struttura dell'autonomia; il cammino che ci aspetta.
Da parte della Cina c’è ancora un clima di forte sospetto. Noi però rispettiamo la sovranità della Repubblica popolare cinese, la sua costituzione e le sue autorità centrali. Forse ci sono errori di interpretazione di alcuni capitoli, ad esempio quello relativo all’ordine pubblico, ma non dev’essere un problema: non vogliamo un sistema di difesa interno, la difesa rimane nelle mani del governo centrale. Altro problema può essere la lingua: la lingua è l’attributo più importante del popolo tibetano, e quindi essa non deve essere sostituita dal cinese mandarino. L'articolo 4 della Costituzione cinese garantisce la libertà di tutte le nazionalità ad usare e sviluppare le proprie lingue scritte e parlate. Pertanto la lingua principale delle regioni autonome tibetane deve essere il tibetano. Ma non vogliamo l’esclusione del cinese mandarino. Per quanto concerne invece le migrazioni interne, il Memorandum non dice che deve essere impedita, ma che se le migrazioni e gli insediamenti (di cinesi Han) in Tibet continuano senza controllo i tibetani non si troveranno più a vivere in comunità compatte e quindi non avranno più il diritto, in base alla Costituzione, all'autonomia. In quanto alla religione, il Memorandum parla di libertà di credo e religione, conformemente alla costituzione cinese. Anche la separazione stato-chiesa è considerata importante, così come avviene in molti stati secolari. la richiesta di un'amministrazione unica autonoma per i tibetani, infine, non è irragionevole, è conforme al sistema nazionale delle autonomie. Chiediamo di avere un’unica amministrazione per tutte le aree definite come regioni autonome tibetane. Le attuali divisioni amministrative in seno alla Repubblica popolare cinese, infatti, promuovono la frammentazione e ignorano lo spirito di autonomia."
Il Primo ministro ha anche brevemente affrontato la questione dell'indipendenza. "Perché vogliamo l’autonomia e non l’indipendenza? - si è chiesto - Volendo essere pragmatici potremmo dire che non abbiamo scelta. Molti esperti pensano peraltro che sia corretto voler attuare quanto previsto dalla costituzione cinese, ma che questa sia comunque un’utopia, che equivalga a chiedeere l’indipendenza. Noi invece diciamo che aspiriamo fortemente all’autonomia e all'autogoverno: non miriamo al potere politico, noi aspiriamo alla libertà per tutti i tibetani e crediamo che se venissero attuati i disposti costituzionali ciò ci permetterebbe di 'entrare' in un mondo globalizzato, dove i confini nazionali sono meno importanti e dove potremmo avere rapporti positivi con tutti i nostri vicini."
Informazioni sul convegno al sito della Provincia autonoma di Trento qui
Sulle rotte del mondo

L'Africa è in arrivo in Trentino, attraverso un'iniziativa che coinvolge innanzitutto i missionari ("Sulle rotte del mondo"), che si terrà dal 28 settembre al 3 ottobre.
Ci saranno anche ospiti esterni, fra cui Aminata Traoré, Jean Leonard Touadi, uno straordinario scrittore mozambicano che si chiama Ungulani Ba Ka Khosa (di cui ho già parlato qui, senza sapere che l'avrei incontrato in carne ed ossa), e persino Anna Maria Gentili, mia docente di tesi nell'ormai lontano 1991 (storica dell'Africa, docente alla facoltà di Scienze politiche di Bologna, iniziò la carriera a Maputo con Ruth First, giornalista e ricercatrice sudafricana, marxista, di cui si racconta nel film "Un mondo a parte"). Ci sarà anche un Nobel per la pace, l'argentino Perez Esquivel. E poi padre Albanese, Elio Sommavilla e molti altri.
Speriamo sia l'occasione per parlare di Africa in maniera un po' approfondita e lontano dagli stereotipi. Un po' come ha fatto Obama in Ghana qualche settimana fa.
La foto di cui sopra, invece, può sembrare un po' stereotipata ma è bella, perché ci vedo la forza di un continente non completamente addomesticato, nonostante tutto. L'ho scattata in Mozambico, a Caia, l'anno scorso.
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Shirin Ebadi, una testimonianza
Nella giornata di San Suu Kyi, una piccola testimonianza di un'altra donna coraggiosa, Shirin Ebadi, iraniana, premio Nobel per la pace 2003. La breve intervista (troppo breve, i protocolli delle visite ufficiali e i tempi della politica uccidono il giornalismo) è del mese scorso, quando Shirin Ebadi è venuta in visita a Trento, accompagnata dai reponsabili della Fondazione Langer (Bolzano) e del Forum trentino per la pace. La Ebadi era in regione per ritirare appunto il Premio internazionale Alexander Langer, assegnato quest'anno a un'altra donna, Narges Mohammadi, ingegnere, giornalista, presidente del comitato esecutivo del Consiglio Nazionale della pace in Iran, che non ha potuto venire in Italia per gli ostacoli frapposti dal regime iraniano.
Shirin Ebadi, nata nel 1947 a Hamedan da una famiglia di giuristi, laureata a Teheran, giudice (la prima donna a ricoprire questa carica nel Paese), è stata costretta ad abbandonare la sua attività nel 1979 dopo la rivoluzione khomeinista, proprio perché donna (solo nel 1992 ottenne l'autorizzazione ad aprire uno studio privato come avvocatessa). E' anche docente universitaria e attivista per i diritti umani. "L'Iran sta passando giorni difficili - ha detto, riferendosi ai fatti di luglio - ; adesso la contestazione è diminuita ma il fuoco cova sotto la cenere. Il paese è come una polveriera sul punto di esplodere, ed è nostro compito evitare che ciò accada." Riguardo alle contestazioni che hanno seguito le elezioni, dopo avere comunque sottolineato come in Iran non vi siano elezioni democratiche, perché non tutti possono liberamente candidare, il premio Nobel ha spiegato che all'inizio esse furono assolutamente pacifiche. Ma dopo la prima manifestazione, "in cui non era stato rotto neanche un vetro, venne aperto il fuoco sulla folla dall'alto di un palazzo governativo, e 8 persone vennero uccise (ricorda l'inizio dell'assedio di Sarajevo, quando i serbi cominciarono a sparare dall'Holliday Inn, allora sede del Partito democratico Serbo, su chi manifestava per la pace, uccidendo Suada Dilberovic, 23 anni, croata, studentessa in medicina, che divenne la prima vittima civile della guerra di Bosnia, ndr). Questo è stato l'inizio della repressione violenta contro il popolo. Il giorno dopo c'è stata l'irruzione al dormitorio degli studenti all'università di Tehran, e a seguire una escalation di arresti e di repressione". All'Occidente Shirin Ebadi, negli incontri che sta avendo in queste settimane, chiede di protestare contro il regime iraniano e di pretendere la liberazione delle persone arrestate. "Non bisogna negoziare con il regime fino a quando non avrà accolto queste richieste", ha detto.
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