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GHANA - pictures

Alcune foto - per una volta abbastanza "classiche" - dall'Africa. Novembre 2011.

Presenza

Street of Accra

Fiume Volta

AFRICA DA NOBEL - MOSTRA FOTOGRAFICA


Una mia foto che è parte della mostra fotografica "Africa da Nobel - volti che fermano i deserti", in questi giorni alle Acli di Trento (via Roma), in seguito, speriamo, anche in bar, alberghi, locali pubblici, insomma luoghi di vita quotidiana, per mostrare un'Africa ricca della sua quotidianità. Un'Africa che non muore di fame, che non si fa la guerra, che studia, mangia, vende, suona, ride, si sposta.
Nella mostra foto anche di Paolo Michelini e Laura Ruaben.
Una particolarità dell'iniziativa è data dall'allestimento volutamente "povero": cornici di cartone corredate di dida (proverbi africani) tracciate con il laser, che possono essere immediatamente coperte con un altro strato di cartone quando si deteriorano. Un modo di usare e riusare le cose molto africano, appunto. L'altra peculiarità è la raccolta fondi per il Corno d'Africa annessa alla mostra, assieme all'associazione "Una scuola per la vita".

Foto: Somalia, scuola sotto l'acacia, 2004.

IL NIENTE CHE CI MANCA (Gianni Celati)


In aereo venendo da Dakar ci hanno fatto vedere un documentario turistico sul Senegal. Si vedevano i mercati variopinti, le solite venditrici, i soliti carretti tirati da asini, i soliti villaggi nella savana, i cormorani, i pellicani. Era il documentario dei posti dove siamo stati noi. Jean, semiserio, ha detto: "Siamo stati dentro a un documentario turistico..."
Sì, però, sbarcati in Europa, anche qui è come essere in un documentario perpetuo, dove vedi tutto pulito, ordinato, levigato, glossy, flashing, rifatto a nuovo, neanche uno scarto troppo vistoso, una macchina troppo squinternata, una persona veramente sdentata, un vestito davvero fuori moda, un negozio che sia rimasto come cinque anni fa, una vetrina con libri che non siano novità assolute. Andiamo in giro per Parigi e vediamo solo quest'altro documentario del nuovo totale, senza più niente di precario, di povero, di decaduto, rimediato, tarlato dal vento, scartato dal destino.
E' il documentario della simulazione globale, senza luogo, senza scampo, che ci mostrano a titolo pubblicitario notte e giorno, dietro lo schermo di vetro che abbiamo in dotazione per vivere da queste parti. ma poi si sa che quando uno è lasciato dietro un vetro, tende a sentire che gli manca qualcosa, anche se ha tutto e non gli manca niente, e questa mancanza di niente forse conta qualcosa, perché uno potrebbe anche accorgersi di non avere bisogno davvero di niente, tranne del niente che gli manca davvero, del niente che non si può comprare, del niente che non corrisponde a niente, il niente del cielo e dell'universo, o il niente che hanno gli altri che non hanno niente.

Gianni Celati, Avventure in Africa (2000)

foto: casa in Kenya (Marco Pontoni)

In Zimbabwe


Landscape


Women


Child in Mutoko's hospital.


Water.


Trees


L'intervento è riuscito. Il liquido cerebrale, accumulatosi nel capo del bambino a causa di infezioni contratte durante la gestazione o subito dopo il parto, viene ora drenato con un catetere nella cavità addominale, dove viene riassorbito dal corpo. Lentamente la situazione ritorna alla normalità.

Grazie a Carlo Spagnolli, Michele Conti, Lia Beltrami, alla Provincia autonoma di Trento e a tutti gli amici dell'ospedale Luisa Guidotti di Mutoko.

Cucire, suturare



C'è chi si adopera per questo. Sanare, suturare, cucire. Lenire il dolore degli altri e a volte anche il proprio, naturalmente.
I più ammirevoli sono quelli che lo fanno senza clamore. Anche se non ho mai pensato che l'esposizione del dolore e delle sue conseguenze (comprese quelle positive, la cura, in ogni sua forma) siano cose di per sé riprovevoli.

Pavese diceva che al dolore non si sfugge, che una volta sperimentato tornerà e tornerà, che non puoi "farci il callo". Si riferiva al dolore esistenziale.
In quanto all'esperienza della sofferenza fisica, del male in natura, della malattia, i dottori di solito l'affrontano come i giornalisti affrontano le notizie peggiori. Con una sorta di distacco, di fatalismo. Necessario all'esercizio della professione. Allora forse a questo tipo di dolore ci si abitua, ci si abitua per forza.
(Parliamo, certo, del dolore altrui, che puoi condividere fino a un certo punto).

Abbiamo visto tante serie tv sugli ospedali, sappiamo che lì dentro si può anche ridere.

La volontà di dio. Il ciclo della morte e della rinascita. Il conforto che viene da un paesaggio, un colpo di vento, l'agitarsi di una tenda, il passaggio di una nuvola nel rettangolo della finestra. Il conforto del cibo e degli antidolorifici.

In Africa la gente vive gomito a gomito con la sofferenza e la morte, tutti i giorni, eppure la vita sembra scorrere più lieve, più che qui, con meno clamore. Forse è solo apparenza, so per esperienza che spesso la gente malata si nasconde, non ama farsi vedere ridotta in quel modo. Gli stessi parenti a volte non resistono, fuggono.
Alcuni nel prendersi cura degli altri si sentono importanti.
Alcuni riescono a conservare quel sorriso, e tutto intorno si illumina, si rasserena, anche in un ospedale in mezzo alla savana, con le galline e le mucche, fuori, con la luce che va e viene.

E poi, le mamme felici, dopo che ai bambini è stata tolta l'acqua dal capo. L'orgoglio dei dottori, quella sorta di spavalderia, persino. Come ci si deve sentire, a fare un lavoro davvero utile.

E poi ancora, arriva un altro tramonto.

Foto: In Zimbabwe (L'uovo fritto)

Ayuub



Ricordo della Somalia. Era l'autunno del 2004, a Merka. Il Parlamento somalo provvisorio riunito in conclave a Nairobi avrebbe eletto in quei giorni Abdullahi Yussuf a nuovo presidente del Paese (è durato poco, in quanto tale).
In questi giorni qui, invece, i giorni della "rivoluzione illuminista" del Nord Africa (o del 68' del Nord Africa, visto il ruolo giocato da una nuova generazione di studenti universitari) alcuni commentatori paventano un "rischio Somalia" per la Libia. Il rischio, cioè, di una dissoluzione dello Stato senza che nulla ne prenda il posto. Quindi, la frammentazione, l'anarchia militare, il ritorno alle cabile, ai clan.
In Somalia in effetti dopo la caduta di Siad Barre, ormai vent'anni fa, lo Stato centrale si è dissolto. Fino ad oggi, nessun tentativo di ricomposizione è riuscito. C'è chi teorizza che la Somalia sia in fondo un esempio di anarchia istituzionalizzata e dati alla mano prova a dimostrare che gli indicatori sociali, almeno in certe zone del paese, non sono peggiori ma anzi migliori rispetto all'epoca di Barre. Una tesi un po' ardita.
Comunque sia, una delle regole più citate in politologia è che la politica non tollera vuoti di potere, che se un potere crolla qualcosa o qualcuno devono prendere il suo posto. In Somalia, all'epoca, furono i signori della guerra, i clan, poi più tardi anche le corti islamiche, i vari, fragilissimi governi tenuti in piedi grazie alle truppe dell'Unione africana e agli americani ecc. Nulla di definitivo, comunque. A tutt'oggi lo Stato in Somalia non c'è.
Un'altra regola politologica viene meno citata (forse non è nemmeno una regola): nessun potere dovrebbe mai rimanere troppo a lungo nelle stesse mani. Spesso invece, succede proprio questo. Anche con l'aiuto esterno. E' successo con tanti leader africani (Mobutu in Zaire un chiarissimo esempio), è successo con tanti dittatori nell'ex-Europa dell'est. Nell'era della Guerra fredda la logica delle superpotenze era quella del "nostro bastardo": sappiamo che (Mobutu, Somoza, Menghistu o chi per loro) è un bastardo, l'importante è che stia nalla nostra parte, che sia un nostro bastardo". Nel suo piccolo, l'Italia ha fatto la stessa cosa con il "cane pazzo" libico.
Non significa peraltro che questi fossero governi-fantoccio, il consenso interno se lo procuravano comunque. Gheddafi ha goduto a lungo di un ampio consenso, in Libia. Sicuramente troppo a lungo.

ps: in questo video compare Mana Sultan (scomparsa nel 2007), che io e Alessio Osele conoscemmo a Merka, appunto, e che ritrovammo poi varie volte in Trentino. Figlia dell'ultimo sultano della città di Merka (ricordato come un leader illuminato, che liberò i Bantu dalla schiavitù strisciante a cui i Somali li sottoponevano da tempo immemorabile) è stata donna dai molti talenti. Tra l'altro, come racconta qui, si battè a lungo contro l'infibulazione, proponendo di sostituirla con un rito alternativo, che salva la forma di questa pratica - considerata necessaria per il passaggio all'età adulta - e ne neutralizza la sostanza distruttiva (è la prassi della "riduzione del danno", insomma).

Nei cessi dell'aeroporto di Beira



Era passato a prendermi all'albergo con solo tre quarti d'ora di ritardo. Lo avevo aspettato nell'atrio, seduto su una sedia, al buio, i bagagli posati lì accanto. C'erano delle persone distese a terra, sopra alle loro capulane, che dormivano. Cameriere, cuochi, insomma, lo staff. Avevo provato ad uscire, ad un certo punto, mentre il sole sorgeva all'orizzonte e iniziavo a distinguere le nuvole dallo sfondo del cielo, ma troppe cose strisciavano sui gradini dell'ingresso, ero tornato subito dentro.
"Una gomma bucata", si è giustificato sorridente, appena sceso dalla jeep.
Siamo partiti lasciando lo Zambesi sulla nostra destra, "anch'esso uno dei grandi fiumi della terra, nonostante tutto", per dirla con Conrad, che però qui in Mozambico non c'è mai venuto. Ci aspettavano cinque ore di buona strada asfaltata - a parte qualche buca - fino a Beira, dove avrei preso l'aereo per tornare in Italia.
Attorno, la campagna, i luoghi delle persone che conoscevo. La casa di Monica e Ibra, appena fuori Caia, di muratura, con il pozzo all'esterno, dove venivano ad attingere l'acqua i bambini che abitavano nelle capanne tutt'attorno, quelli che l'altro giorno ci erano venuti a chiamare per mostrarci l'ippopotamo che giocava nel centro del fiume; la boscaglia nella quale sta rintanato il misterioso Jack White, non il chitarrista rock, un bianco venuto lì anni prima dallo Zimbabwe, a mettere su una segheria, per qualcuno addirittura l'assassino di Olof Palme, il primo ministro svedese ucciso da un killer a Copenghagen nel 1986; più avanti il ristorante all'ingresso del parco del Gorongosa, dove qualche anno fa i cooperanti facevano tappa per sfoderare il cellulare e finalmente mettersi in contatto col resto del mondo, Caia ancora isolata, davvero Africa profonda, zanzare, fuochi, alluvioni, mentre ora hanno persino terminato il ponte, con tutti i suoi lampioni, ora si scavalca il fiume in 5 minuti, prima bisognava prendere il traghetto, i camionisti aspettavano anche due giorni, in coda, sulla riva, a bere birra Manica e a comprare un po' di amore per ammazzare la noia.

Mi ero assopito, nella luce lattiginosa del mattino australe, cullato dall'auto e dalle musiche alla radio. Poi a Gorongosa il paesaggio si vivacizza, la terra si solleva all'improvviso in un grande massiccio, era il regno dei leoni, le varie milizie che ci sono passate durante la guerra civile hanno fatto strage della fauna selvatica, solo ora il parco comincia a ripopolarsi. Così, ho cominciato a fare conversazione con il driver, anche se conversazione, con le mie quattro parole di portoghese, è un termine improprio. Abbiamo parlato di politica, in questi paesi spesso c'è più passione politica che da noi, lui non era né per il Governo (Frelimo) né per l'opposizione (Renamo), parteggiava per una terza forza, che però alle elezioni era stata boicottata, aveva potuto presentare i suoi candidati solo in alcune zone del Paese. Quando scrivevo la tesi io parteggiavo per il Frelimo, c'era ancora la guerra, la mia docente aveva iniziato qui in Mozambico la sua carriera, lavorando con Ruth First, una ricercatrice marxista di origini sudafricane uccisa a Maputo in un attentato dei servizi di Pretoria, un pacco che le era esploso in mano all'università Eduardo Mondlane. Era logico stare con il Frelimo, il Frelimo rappresentava l'orgogliosa lotta di un popolo contro il colonialismo prima e contro il regime dell'apartheid poi. Probabilmente ogni forza politica quando sta troppo a lungo al potere si incancrenisce, il potere, quando non è temperato dalle buone leggi, quando lo si dà per scontato, trascina con sé arroganza e abusi.
Poi abbiamo parlato delle nostre famiglie. Lui aveva un figlio a Beira, Nelson; dopo avermi accompagnato all'aeroporto sarebbe passato a trovarlo. Ha tirato fuori il cellulare, mi ha mostrato la foto: non sapevo cosa dire, mi sembrava chiaramente idrocefalo. Il volto dell'uomo era radioso; si vedeva che non stava più nella pelle, anche se mancavano ancora due ore alla città. In quanto alla madre, se ho capito bene, non avevano più buoni rapporti, forse anche a causa del fatto che lui ora lavora lontano, con i cooperanti.

All'aeroporto ho insistito per offrirgli un caffé, al bar del piano di sopra, eravamo in anticipo nonostante fossimo partiti in ritardo. Non ha voluto altro. E' scappato di corsa da Nelson, lasciandomi con i miei pensieri, sulla terrazza, affacciata sulla pista d'asfalto. Sono andato in bagno, mi sono scattato questa foto. Avevo molte ore di viaggio davanti, da Beira a Johannesburg, da Johannesburg sorvolando tutta l'Africa fino a Monaco, da Monaco a Verona. Ero contento di essere solo. O almeno, così mi sembra adesso, da qui; in quel momento provavo probabilmente solo impazienza, mista all'illusione di essere un viaggiatore, non un professionista che aveva appena terminato di fare il suo lavoro. Sono sceso di sotto, agli imbarchi, mi sono piazzato sul divanetto di pelle color vinaccia, da dove potevo tenere d'occhio il tabellone delle partenze, per buttare giù qualche appunto. Subito un uomo è venuto a sedermisi accanto, Era anziano, vestito in t-shirt e pantaloncini, ciabatte logore ai piedi. Mi ha chiesto chi ero, da dove venivo. Gli ho raccontato del progetto che ero andato a filmare a Caia. "Certo, certo..." ha annuito, pensosamente, passandosi i palmi delle mani sulle ginocchia. Gli ho detto anche che il Mozambico mi piaceva, che rimpiangevo ogni volta di non potermi fermare di più. Ha sorriso: la testa tentennava, come ho visto fare, più vistosamente, in Sri Lanka (ma lì il dondolio equivale ad un cenno di assenso).
"Abbiamo molti problemi. Non abbiamo voglia di lavorare."
Il suo umiliarsi di fronte al "bianco" mi metteva a disagio. Se al suo posto ci fossero stati dei turisti italiani, come una volta in Tanzania, quelle figure grottesche che vengono in Africa dicendo di amarla, di esserne adirittura "ammalati", pur detestando tutto degli africani, la loro indole, la loro gestione del tempo, la loro mancanza di tecnologia, avrei ribattutto seccamente che non era vero, che semmai era diversa la concezione del lavoro, e che comunque nessuno aveva il diritto di parlare così. Ma l'uomo era a casa sua, cosa potevo dirgli? Poi mi ha chiesto qualche spicciolo; ha ringraziato ed è uscito subito, curvo, furtivo.

Forti turbolenze nel tratto fino a Joh'burg, sorvolando miniere a cielo aperto, terra rossa disabitata. E lì, ho scoperto che l'aereo che avrebbe dovuto portarmi a Monaco si era rotto; in compenso Lufthansa ci offriva la cena, in uno dei ristoranti del terminal.

Espressioni di un viaggio africano

L'Africa ha enormi problemi ma mi sento infastidito quando di essa viene rappresentata solo la miseria. Io capisco il mal d'Africa. Anche quando a produrlo è stato il colonialismo. E' un continente magnifico...






Foto: Marco Pontoni (Kenya, Etiopia)

Non eroi



Ieri su "Repubblica" c'era un pezzo di Pietro Citati sui medici del CUAMM, che operano in Africa. Casualmente, ieri l'altro ero in un ospedale del CUAMM, in Etiopia. Il pezzo di Citati diceva una cosa abbastanza condivisibile, cioé che mentre l'Italia ci fa vergognare di essere italiani, specie quando andiamo all'estero (e ci scambiano per berluschini o per leghisti), realtà come quella del CUAMM ci riconciliano un po' con il nostro paese. Il pezzo di Citati era infiorettato di citazioni bibliche: io che credente non sono (anche se ho visitato missioni in mezzo mondo), non me la sento di giustificare l'impegno nel sociale con argomentazioni spirituali o teologiche. Penso che per comportarsi bene, generosamente, con il proprio prossimo, non siano strettamente necessarie una fede e una religione (anche se probabilmente queste cose aiutano, gli uomini hanno bisogno di motivazioni superiori per agire rettamente).
Semmai avrei da aggiungere una cosa: le persone che ho incontrato in Africa (e che ho incontrato in passato in circostanze analoghe) non sono propriamente degli eroi. Fanno delle cose eroiche, questo sì: ma non sono eroi/eroine o santi/e. Sono esseri umani, tutti, religiosi e laici. Con le loro passioni e le loro debolezze, con il loro più o meno pronunciato sense of humor, con i loro ego più o meno sovradimensionati.
In un certo senso, li sento anche più vicini. Non c'è bisogno di nuovi eroi. Né di nuovi santi. Non c'è bisogno di unti dal Signore né di partiti dell'amore. Le persone "grandi" a volte sono tremendamente normali, persino piccine. La loro umanità, in ciò, ne esce rafforzata. E così la nostra.

Freshlyground: Africa in movimento



Ho visto l'altra sera in concerto questo gruppo, i Freshlyground. Si tratta di una band sudafricana (con componenti anche da Zimbabwe e Mozambico), molto famosa in Africa (e con vari concerti all'attivo in Europa). Il tutto nell'ambito della manifestazione "Sulle rotte del mondo". La musica era il pop africano che abbiamo imparato a conoscere almeno dai tempi di Johnny Clegg e della lotta all'apartheid anche attraverso la musica.
Pop africano, quindi afro-beat saltellante, con venature soul e blues e sonorità più specificamente locali, che emergono soprattutto nei cori, nelle voci. Ma questi sono tecnicismi. Musica che trasmette gioia, ecco, e io solitamente questa musica l'assumo col contagocce. Musica positiva suonata da gente che - sia detto senza alcuna tentazione lombrosiana - lo si vede subito che è "bella", che sta dalla parte giusta, che non potrebbe mai mescolarsi ai duri di cuore, agli avidi, ai meschini, ai razzisti.

In quanto alla manifestazione in sé, durata una settimana, troppi spunti per tentare anche solo di condensarli.
Vorrei ricordare però almeno due passaggi dell'intervento di Jean Leonard Touadi, noto giornalista congolese, primo parlamentare italiano proveniente dall'Africa sub-sahariana. Il primo è tragico: "Il fondo del mar Mediterraneo in questi anni è diventato la tomba di 14.000 migranti, che con i loro corpi stanno costruendo lo spazio euro-africano."
Il secondo riguarda l'incontro fra le culture (un dato che esiste da che esiste la storia dell'umanità, in effetti...). Per Touadi esso è ben sintetizzato dalla scuola coloniale, che, "come aveva intuito l'anziano protagonista del romanzo L'ambigua avventura di Cheikh Hamidou Kane, ha reso la conquista dell'Africa perenne, perché ha conquistato le menti" (ci si riferisce qui a quella scuola che insegnava ad esempio agli africani delle colonie francesi che i loro antenati erano i Galli e i loro fiumi la Senna e la Loira).
Ma la conclusione di Touadi non è passatista: il punto non è che bisognava rifiutare quella scuola, che le culture africane precoloniali erano una sorta di Eden meraviglioso, o che sia possibile oggi rinchiudersi nella propria diversità (vera o presunta essa sia), tornare al passato, "sganciarsi" (come direbbe Samir Amin). Oggi siamo tutti necessariamente "personalità in bilico", noi e gli africani. Siamo tutti un po' di questo e un po' di quello. Sospesi fra culture diverse, nell'oceano della globalizzazione. Bisogna prenderne atto e far sì che questo meticciato dia frutti buoni.
Touadi però è ben cosciente che le posizoni di forza hanno la loro importanza, che è diverso per noi "essere anche un po' africani" (ad esempio grazie alla musica) o per un africano voler essere "un po' europeo". Le posizioni di partenza sono diverse, così come sono diverse le opportunità. "Man mano che studiavo, mi accorgevo che mi allontanavo da mia nonna", ha detto ad esempio Touadi. E quando la distanza diventa troppo grande, è più difficile essere "il lievito dentro il pane", anche se sei un noto intellettuale. E', questa, la condizione di molti africani che si sono staccati dal villaggio, dalla famiglia, dal clan. Difficile oggi per loro, specie se hanno vissuto a lungo in Europa, tornare ai loro paesi per essere il lievito delle comunità di origine, che pure ne avrebbero bisogno.
Forse, come diceva Langer, è importante sì "tradire" le proprie radici, per andare verso l'altro, per esporsi all'altro, alla differenza, al nuovo; ma bisogna conservare anche un'appartenenza, non semplicemente "passare dall'altra parte".

Questo non significa che le migrazioni non producano effetti positivi. Lo ha detto ad esempio Maria De Lourdes Jesus, giornalista di Capo Verde, che anni fa conduceva sulla Rai "Nonsolonero", prima trasmissione in Italia sull'argomento. "L'arcipelago di Capo Verde non ha nulla, è nella fascia del Sahel, non ha risorse naturali, non ha acqua. Poteva contare solo sulle sue risorse umane. Così Capo Verde ha fondato il suo sviluppo sull'emigrazione."
E sviluppo, in effetti, a suo giudizio c'è stato, qualsiasi cosa significhi questa parola, come mi sento spesso in dovere di chiosare.
Ricorda un po' l'Italia, tutto questo. Ricorda un po' anche il Trentino.

(Foto: R. Magrone)

Sulle rotte dell'Africa

Metti una sera con Anna Maria Gentili, storica dell'Africa, docente di storia e istituzioni dei paesi afroasiatici alla Facoltà di Scienze Politiche dell'Università di Bologna, mia docente di tesi nel lontano 1991, e con Ungulani Ba Ka Khosa, scrittore che avevo segnalato sull'Uovo già qualche mese fa senza immaginare che avremmo cenato assieme ai Bindesi.
Una sera, insomma, di quelle che ti riconciliano con il mondo, sia per l'intelligenza delle cose sentite nella conferenza tenuta dalla Gentili alla Civica di Trento sia, insomma, perché a volte hai bisogno di risintonizzarti con il tuo io profondo. Ecco, ieri sera, per me, è stata una di quelle sere.

Se so qualcosa dell'Africa lo devo non a qualche viaggio che ho fatto o a qualche documentario girato ma alla Gentili. Nel 1986, quando ho cominciato a frequentare i suoi corsi a Bologna, conoscevo quasi nulla; all'epoca il tema "caldo" per uno studente impegnato politicamente (diciamo così) era la lotta all'apartheid in Sud Africa, e questo era tutto. L'Africa, per il resto, rimaneva un mistero.
Anna Maria Gentili, che aveva iniziato la sua attività di ricercatrice in paesi come la Tanzania o il Mozambico (paesi di socialismo africano, dunque) ci aiutava a fare chiarezza su tante cose. Da un lato, insegnandoci che l'Africa aveva una storia, che tutto andava visto in una prospettiva storica: la tratta degli schiavi, la colonizzazione, le crisi economiche internazionali, come quella del '29, i meccanismi della dipendenza sviluppatisi all'indomani della decolonizazione, la crisi del debito. Dall'altro, facendo piazza pulita su tanti luoghi comuni e pressapochismi (come quello che vuole l'Africa una vittima sacrificale delle multinazionali: "Quanta percentuale degli investimenti mondiali pensate attiri l'Africa oggi?", ci chiedeva).

Ieri a Trento, per una delle iniziative preparatorie alla settimana dei missionari "Sulle rotte del mondo", non è stata da meno. L'Africa di cui ci ha parlato è un'Africa che da un lato sviluppa esperienze di democratizzazione interessanti (il Ghana, ad esempio, non a caso il paese è il primo ad essere stato visitato dal neopresidente americano Obama); dall'altro però mostra anche situazioni di democrazia "bloccata" (lo stesso partito che continua ad essere rieletto ad ogni elezione: è il caso, inutile negarlo, dello stesso Mozambico, che pure è un paese ormai da tempo pacificato, anche grazie alla mediazione italiana) e in generale di calo della partecipazione dei cittadini alla vita politica e alle elezioni. "Ma la democrazia in Africa è cosa nuova - ha aggiunto - quindi io sono ottimista."
In quanto alle prospettive di sviluppo, gli indicatori com'è noto continuano a collocare i paesi dell'Africa subsahariana in testa alle classifiche sulla povertà; un dato, questo, che non può certo essere smentito, anche se di tanto in tanto qualche rivista ama parlare di "miracolo africano", tanto per dire qualcosa di originale. In parte ciò è dovuto alle condizioni ereditate dall'Africa al momento delle indipendenze (gravissime carenze infrastrutturali, bassi livelli di scolarizzazione ecc.) ma in parte pesano le scelte sbagliate fatte in seguito e ora gli effetti della crisi economica mondiale. Inolte l'Africa continua ad essere dipendente dall'esterno, ad esempio dall'esportazione di materie prime o di generi "coloniali", esposti alle fluttuazioni dei mercati. Riguardo alle critiche mosse da più parti agli aiuti internazionali (ad esempio dalla zambiana Dambisa Moyo, per la quale essi servono solo a consolidare le oligarchiea al potere), Anna Maria Gentili la pensa diversamente: "Non è vero che sono stati dati troppi aiuti, semmai troppo pochi. Certo, dipende da come gli aiuti vengono utilizzati. Ma trovo un po' 'pelose' queste critiche che stanno andando molto di moda. Io sono una storica, vado alle fonti: la Moyo dove lavora? Alla Banca mondiale."
Infine, una lancia spezzata in favore dell'Africa rurale, dei contadini che, anche se poveri, "non sono affatto indifferenti a questioni come quelle della democratizzazione e potrebbero giocare un ruolo importante nello sfamare le popolazioni dell'Africa se venissero adeguatamente supportati. Ma spesso, da questo orecchio, gli stessi organismi internazionali - come appunto la Banca mondiale - non ci sentono proprio."

Questo in brevissima sintesi, ovviamente. Poi devo dire che io mi sono goduto anche la cena, per quanto lei e Ungulani parlassero perlopiù in portoghese. Mi sono goduto battute del tipo: "La fine dell'aparhteid non ha liberato i neri, ha liberato i sudafricani bianchi, che ora si stanno comprando mezzo Mozambico per farci i loro resort turistici!". Ma anche osservazioni buttate lì che mi hanno riportato al tema della mia tesi di laurea: "Abbiamo fatto una nuova legge sul'emigrazione clandestina in Italia per coltivare l'illegalità, non per combatterla. La nuova legge ci mette a disposizione un esercito di lavoratori clandestini e di badanti clandestine, un esercito ricattabile, totalmente senza diritti, costretto a lavorare per compensi bassissimi." E' quello che successe nel Sud Africa dell'apartheid, pari pari. Ed era già tutto nella Bossi-Fini, solo a volerlo vedere.

Ungulani sarà lunedì 23 ancora alla Civica di Trento, in via Roma, per presentare i suoi libri. Io conosco "Ualalapi", un romanzo breve che racconta le gesta dell'ultimo re-guerriero del Mozambico, Ngungunhane (sconfitto dai portoghesi e morto in esilio alle Azzorre): è un libro straordinario, un libro pieno di fantasmi, di sangue, di sperma, e si chiude con un monologo davvero shakespeariano. Pensavo che lo scrittore riflettesse questa materia (che ingenuità), mentre non è così: ho trovato una persona disponibile e spiritosa, per niente "sinistra", uno storico pieno di sense of humor , di passione per il suo lavoro e il suo paese (qui sotto, il bassorilievo che illustra la cattura di Ngungunhane, a Maputo).



Gli eventi della settimana dei missionari (compresa la conferenza della Gentili) sono o saranno visibili qui: www.missionetrentino.it

Sulle rotte del mondo


L'Africa è in arrivo in Trentino, attraverso un'iniziativa che coinvolge innanzitutto i missionari ("Sulle rotte del mondo"), che si terrà dal 28 settembre al 3 ottobre.
Ci saranno anche ospiti esterni, fra cui Aminata Traoré, Jean Leonard Touadi, uno straordinario scrittore mozambicano che si chiama Ungulani Ba Ka Khosa (di cui ho già parlato qui, senza sapere che l'avrei incontrato in carne ed ossa), e persino Anna Maria Gentili, mia docente di tesi nell'ormai lontano 1991 (storica dell'Africa, docente alla facoltà di Scienze politiche di Bologna, iniziò la carriera a Maputo con Ruth First, giornalista e ricercatrice sudafricana, marxista, di cui si racconta nel film "Un mondo a parte"). Ci sarà anche un Nobel per la pace, l'argentino Perez Esquivel. E poi padre Albanese, Elio Sommavilla e molti altri.
Speriamo sia l'occasione per parlare di Africa in maniera un po' approfondita e lontano dagli stereotipi. Un po' come ha fatto Obama in Ghana qualche settimana fa.
La foto di cui sopra, invece, può sembrare un po' stereotipata ma è bella, perché ci vedo la forza di un continente non completamente addomesticato, nonostante tutto. L'ho scattata in Mozambico, a Caia, l'anno scorso.

Ancora su "La Stampa" di Geldof, ovvero: piccole rockstar sono cresciute

Sfogliando il numero speciale de "La Stampa" curato da Geldof e dedicato in parte all'Africa, salta agli occhi una cosa: come sarebbe interessante un quotidiano se le regole che presiedono alla sua composizione venissero rivoluzionate. Sì, perché Geldof (sapete di chi parlo, no? La rockstar, l'ex-leader dei Boomtown Rats, l'attore principale in "The Wall" di Alan Parker, l'ideatore di Live Aid...) ha fatto qualcosa di più intelligente che confezionare uno specialino sull'Africa da infilare nelle pagine centrali del giornale, stile inserto-staccabile (e cestinabile). No, ha fatto un giornale vero, solo dando più spazio alle notizie dall'Africa e in generale dal resto del mondo.
Così, per dire, il lettore trova una pagina su Marino, o su Ecclestone, e una sui dittatori africani o sulla nuova Liberia. Non so se afferrate la novità della cosa: il Terzo Mondo non è confinato nel suo angoletto, nella "pagina del Cuore", né negli esteri, e nemmeno nella sezione speciale che ogni tanto viene confezionata su un tema considerato poco interessante per la maggioranza dei lettori e purtuttavia ineludibile. No, l'Africa è nella cronaca, è nelle pagine "normali", nell'economia, nella cultura, ovunque. Risultato, un giornale normalmente più bello e interessante di quello che sfogli ogni giorno.
Insomma, piccole rockstar crescono, anzi sono cresciute, e a giudicare dai risultati che producono anche fuori dal loro mondo sono cresciute bene. Vuoi vedere che "sesso, droga e rock n roll" non è più uno slogan esauriente? Vuoi vedere che sanno fare anche dell'altro?

L'Africa, il G8, noi


Ieri il quotidiano la Stampa, per l'occasione "diretto" da Bob Geldof, è uscito con una falsa copertina dedicata all'Africa, titolata "l'opportunità"; dentro, uno speciale sull'Africa, ovviamente a più mani.
In prima abbiamo un editoriale di Bono, che parla del suo amore per l'Italia come patria del "bel canto" e di come un certo approccio melodico tipico della lirica abbia influenzato la musica degli U2; tutto questo per dire poi che in realtà il nostro Belpaese, pur se musicale e molto amato, non ha rispettato gli impegni assunti in seno al G8 per quanto riguarda gli aiuti all'Africa. E fin qui, diciamo, sono cose note (quelle riguardo all'Africa, non quelle riguardo alla passione del padre di Bono per La traviata). Persino Berlusconi ha riconosciuto che è così, gliene diamo atto.
Più articolati invece gli interventi successivi, che per una volta dipingono l'Africa non (soltanto) come un continente di miserie inenarrabili e guerre sempre inevitabilmente tribali (anche quando sono guerre pienamente politiche, come quelle che combattiamo noi). Andando oltre la solita giaculatoria sulla mancanza di aiuti internazionali (e anche oltre la sua antitesi, quella per la quale gli aiuti non servono a nulla e sono solo un business per l'Occidente, nonché per le leadership africane corrotte) in queste pagine si confrontano tesi diverse. C'è chi - parlando di globalizzazione - dice ad esempio che l'Africa soffre di poca globalizzazione e non di troppa globalizzazione, ovvero che esistono ancora forti barriere doganali (a danno dell'Africa) che impediscono al continente di approfittare veramente dell'apertura dei mercati: in particolare si parla di dazi "nascosti", sottoforma di sussidi che Europa e Usa concedono a settori strategici della loro industria agroalimentare.
C'è anche chi prova ad andare al di là dell'idea, ancora condivisa da molti, per cui in un continente così sottosviluppato qualsiasi tipo di sviluppo sia meglio che niente, e prova ad articolare ragionamenti ad esempio riguardo alle energie sostenibili (anche se suona un po' strano che chi finora ha inquinato a dismisura il mondo oggi chieda ai più poveri comportamenti "virtuosi"). Quel che è certo è che i cambiamenti climatici colpiscono anche i paesi poveri; loro, anzi, sono ancora più esposti.
Tony Blair parla del presidente del Ruanda Kagame come di un esempio da imitare, cosa che farà arrabbiare qualcuno a casa nostra (ad esempio Beati i costruttori di pace). Romano Prodi invece dice una cosa parzialmente condivisibile, ovvero che bisogna dare fiducia all'Unione africana per le operazioni di peace keeping, anche se il Consiglio di sicurezza dell'Onu la pensa diversamente (non in blocco, per fortuna).
In generale (e riprendo qui quello che ho scritto anche su questo bel sito) credo bisognerebbe evitare, ancora una volta, le opposte generalizzazioni. Indubbiamente l'immagine di un Africa in perenne emergenza, un'Africa solo e soltanto ammalata, affamata, strangolata, bisognosa di aiuti, si sta appannando. Ed è un bene. Speriamo che da questo ripensamento emergano le cose positive di un continente che comunque attrae noi occidentali - se no non saremmo ancora qui a parlare, a vanvera, di "mal d'Africa" - anche nella forma delle migliaia di cooperanti, volontari, missionari che vi risiedono più o meno stabilmente e sono felici di stare lì (si spera non solo per gli stipendi). Un continente di cui si dovrebbe conoscere un po' di più almeno la storia, e poi forse anche (è cosa più difficile) la cultura, ovviamente nelle sue dinamiche di cambiamento.
Al tempo stesso, quando sento qualche nostro esperto dire che nel futuro dell'Africa c'è un'evoluzione di tipo "cinese" resto perplesso: primo perché non so se questo è un destino desiderabile per l'Africa (dopotutto, stiamo solo ora cominciando a rallegrarci del fatto che molte nazioni africane si stanno democratizzando; non dovremmo dimenticare che lo sviluppo della Cina segue il modello "via prussiana allo sviluppo", cioè tanto lavoro, tanta crescita, nessuna democrazia). Poi perché l'Africa è grande, e se in qualche paese possiamo osservare una crescita economica e un miglioramento degli standard di vita, in qualche altro la situazione è addirittura peggiorata rispetto a 10-15 anni fa. Se guardiamo all'Africa dalla prospettiva della Repubblica democratica del Congo, dell'Eritrea o della Somalia, direi che nulla ci induce ad essere ottimisti.
Insomma, credo sia bene che non si parli solo di povertà, di aiuti, di percentuali di donazioni sul Pil; credo sia però anche giusto dire ad esempio che la crisi economica internazionale non impatta solo sui paesi ricchi ma anche sull'Africa, come ho sentito raccontare dal presidente del Mozambico Guebuza solo un anno fa, a Maputo. Certo è che l'Africa è parte del mondo, non cosa a sé stante. I suoi destini sono inevitabilmente legati ai nostri.

Ps: nonostante quello che ho detto all'inizio, Bono si conferma un grande comunicatore. Sa dire le cose in maniera semplice, accattivante, mai pedante. E se non è merito suo, lo è di certo del suo ghost writer.

Foto: Uganda, sorgenti del Nilo a Jinja (foto: M. Pontoni)

The sheltering sky - il tè nel deserto

Sempre a proposito di incontri fra culture, parlando di quando erano gli occidentali ad andare in Africa a far danni...



"Sai - disse Port, e la sua voce suonò irreale, com'è facile che accada alle voci dopo una lunga pausa in un luogo estremamente silenzioso - il cielo qui è molto strano. Spesso, quando lo guardo, ho la sensazione come di una cosa solida, lassù, che ci protegge da quello che c'è dietro."
Kit rabbrividì lievemente nel ripetere: "Da quello che c'è dietro?"
"Sì".
"Ma che cosa c'è dietro?". La sua voce era fievole fievole.
"Niente, credo. Soltanto oscurità, notte assoluta."


Così Paul Bowles nel suo The Sheltering Sky (il cielo che protegge) diventato in italiano (e nel film di Bertolucci) Il té nel deserto. Non molto tempo fa, erano i bianchi ad andare in Africa, e non per cercare lavoro né perché a casa loro li massacravano (tanto, comunque, all'epoca anche l'Africa era casa loro), ma per farsi passare le paturnie.
Nel libro dello scrittore americano, nato a New York nel 1910 e trapiantatosi, con la moglie, in Marocco nel 1949 (lo stesso anno di uscita del romanzo) l'incontro degli occidentali con l'Africa - un continente diverso, un clima diverso, culture diverse - si risolve prima in tragedia (la morte di Port) e poi in una intensa esplorazione interiore (da parte di Kit) attraverso un'esperienza sessuale travolgente, resa possibile dal viaggio, dalla dimensione dell'altrove, che scioglie dagli obblighi e dalle regole quotidiane, ma anche dai blocchi creati da educazione, morale ecc.
Il film di Bertolucci restituiva molto bene questo dualismo: una prima parte dedicata alla crisi coniugale dei due protagonisti, alla loro crescente incomunicabilità (che non migliora con il procede del viaggio attraverso il deserto, anzi, aggiunge equivoci a equivoci, menzogne a menzogne), fino all'epilogo, la morte di Port. Siamo dentro alla dimensione tragica, ovvero occidentale, greca, psicanalitica, dell'eros-thanatos. La coppia non riesce mai a comunicare; non c'è comunione, non c'è condivisione, nemmeno durante l'amplesso (che nel libro in effetti manca, ma che rimane invece il clou emozionale del film di Bertolucci) quando Port si distrae, si lascia sviare dalle parole, che non riesce a trattenere, dalle sue personali visioni, convinto forse (lo sarà fino all'ultimo) che Kit possa davvero condividerle, che lei sia come lui.
La seconda parte comincia con l'abbandono da parte di Kit del cadavere di Port e con il suo aggregarsi ad una carovana di tuareg divenendo la compagna di uno (nel libro inizialmente di due) di loro. Vabbé, so che sembra una pubblicità dei bagnidoccia, con la tipa che salta in groppa al cammello del bel beduino che la porta (in mezzo al deserto!) in un posto con un bagno piastrellato fighissimo, ma insomma...
Qui siamo in una dimensione diversa, una dimensione "africana". O meglio, siamo dentro all'immaginario occidentale e alle sue rappresentazioni dell'Africa, continente nero per eccellenza, cioè oscuro, profondo, sconosciuto, un continente in grado di dare corpo ai fantasmi che il bianco si porta dentro, se vogliamo (la ben nota espressione coloniale fardello dell'uomo bianco questo in fondo sottintendeva. O no?).

L'Africa "primitiva", ma anche l'Africa-natura, l'Africa che vive in una dimensione morale propria, permette alla protagonista di sondare i suoi desideri più nascosti, i propri limiti,
persino il proprio latente masochismo, il desiderio di annullamento (diciamo tra parentesi un bell'annullamento) nell'alterità di una cultura nomade, in cui la polarizzazione uomo-donna è fortissima (alla fine del viaggio Kit viene chiusa in un harem, per quanto la segregazione sia resa confortevole dal tuareg).
Il finale è aperto: dopo essere fuggita l'americana approda in un luogo definitivamente antitetico rispetto alla patria di origine, una città nel deserto in cui non conoscono il denaro, in cui si pratica il baratto. Qui viene recuperata da connazionali, che la riportano a Tangeri per reimpatriarla. Ma il richiamo dell'Africa (o meglio, di tutto ciò che l'Africa sottintende) è più forte: Kit scappa e nel romanzo, a bordo di un autobus, raggiunge il capolinea del quartiere arabo della città. Nel film Bertolucci la fa incontrare con Paul Bowles in un caffé. Evidentemente, considera, si è perduta.

Anche in un altro celebre romanzo di autore occidentale, Heart of Darkness, di Joseph Conrad (Cuore di tenebra, da cui venne tratta la sceneggiatura di Apocalypse Now di F.F. Coppola, che trasferì l'azione in Vietnam) l'Africa è la dimensione del viaggio verso il centro buio, tenebroso, di sé e della propria cultura. Nel cuore del Congo colonizzato ( schiavizzato) da re Leopoldo II dei belgi (uno dei grandi criminali della storia europea), Kurz, il responsabile della stazione commerciale alle cascate Stanley, incontra non l'eros ma un altro tipo di fantasma, molto più ottocentesco: quello della cupidigia, ovvero del commercio coloniale, del capitalismo spinto alle sue estreme conseguenze. Il tutto qui vira però sul filosofico, sull'eterno confronto (o eterna coincidenza) fra bene e male.
Di nuovo, l'impatto con un luogo e una cultura diversi fa risaltare, come un reagente, alcune caratteristiche, qualità o inclinazioni che però il soggetto già si porta dentro, ben celate o soffocate dalle sovrastrutture sociali.
Anche qui, è interessante come l'uomo bianco di Conrad - a pari della donna bianca di Bowles - non si limitino semplicemente a regredire, a inselvatichirsi, a de-civilizzarsi. C'è però, al fondo, e ancora una volta, il desiderio di morte, il senso di un sacrificio che deve compiersi o di una colpa che si deve espiare. Nel film di Coppola Kurz/Brando non fa nulla per fermare la mano dell'ufficiale inviato al termine del fiume per ucciderlo, e nel montaggio le immagini della mattanza a colpi di machete si mescolano a quelle del sacrificio della mucca da parte degli indigeni di cui Kurz si è circondato.
Le ultime parole pronunciate da Kurz sono emblematiche. "The horror..."
Orrore dell'Africa, orrore per i selvaggi, per il degrado in cui l'hanno trascinato? Forse. Ma soprattutto, orrore di sé.

Mozambico, Ualalapi



Mozambico, tramonto dietro all'acacia, il cantiere del nuovo ponte sul fiume Zambesi, a Caia. Quasi un anno fa. Quel viaggiare per lavoro, attraversando le cose come vento, quel bruciare in poche ore migliaia di chilometri, febbrilmente, il contrario della lentezza.
Alexander Langer predicava: bisogna essere più lenti, più dolci, più profondi. Probabilmente neanche lui ci riusciva, con tutti i suoi impegni, nessun politico può permetterselo.
Lo Zambesi al tramonto, luce radente su cemento armato e acquitrini, scorrere lento di acqua e tempo, il battito della palpebra di un coccodrillo. Dormito nel villaggio del cantiere, chiuso, recintato, guardie ai cancelli, falene grandi come pipistrelli nei cerchi di luce, assaggiato per una notte quel tipo di esistenza, c'era un tizio che avevo conosciuto che da piccolo aveva vissuto così, aveva trascorso un paio d'anni in Nigeria, al seguito del padre. Com'è la Nigeria? gli avevo chiesto. Aveva risposto: cantiere.

Stasera Fiorella Mannoia nel suo concerto si collegherà con Caia, un altro ponte, invisibile, teso fra l'Italia e quella scheggia di Africa rurale, non è così strano, dopotutto, non più strano degli sms e delle mail che mi sono abituato a scagliare da un punto all'altro del mondo, a volte per niente, solo per dire: "Sono qua."
La Mannoia nella sua intervista diceva le solite cose sull'Occidente e l'Africa, sui nostri aiuti interessati, sul neocolonialismo. Diceva che in Mozambico è stato commesso "il più grande Olocausto", chissà cosa intendeva dire. Sull'Africa tutti si sentono autorizzati a dire la loro, in buona o cattiva fede, usando termini come "Olocausto" che non appartengono alle culture africane, bantu o swahili, in questo caso...

In realtà fu - anche - un paese di grandi guerrieri, come Ngungunhane, il "leone di Gaza", che i portoghesi fecero morire in esilio, alle Azzorre, le cui gesta sono raccontate in un libro sconosciuto e densissimo, come l'incubo da cui mi sono svegliato piangendo, stamattina, l'incubo di mio padre morto, l'incubo di me, di noi che lo seppellivamo, che nascondevamo il suo corpo, sottoterra, in un deserto, che era poi il suo letto, il suo letto matrimoniale, colpevolezza, senso di colpa irrisolto...

Il libro è Ualalapi, di Ungulani Ba Ka Khosa, Aiep editore, 2004 (collana curata da Eleonora Forlani, il romanzo è tradotto dal portoghese da Vincenzo Barca).

- Qual è il significato del sogno?
- Il leone ruggisce nella foresta, Maguigane.
- E le donne, Mabuiau, le donne?

Lo stesso dialogo, le parole di sempre. I gesti di tutti i giorni.
Maguigane si sveglia di soprassalto. Volge ripetutamente lo sguardo intorno. Non vede serpenti. Vede filamenti di luce cadere al suolo. Si solleva sui gomiti. Vede il suo corpo fatto a brandelli dalla luce.

Sudan (ovvero: un futuro alla Philip Dick)

Ieri il Corriere metteva ad un articolo di Henry-Lévy un titolo fuorviante, benché tratto di peso dal testo: "Contro le anime belle". L'articolo parlava della condanna - con conseguente mandato d'arresto - emessa dalla Corte penale internazionale nei confronti del presidente del Sudan Omar Al Bashir, per i crimini commessi in Darfur. Dal titolo si poteva pensare che il filosofo e opinionista francese stigmatizzasse la Corte dell'Aja. E invece no: Henry-Lévy si pronuncia contro le anime belle della trattativa ad oltranza, ed in favore di una giustizia internazionale che indichi con chiarezza i colpevoli di crimini contro l'umanità.
Si potrà osservare che ciò vale per il Sudan e non per l'America o Israele, ma resta il fatto che quando in una sede internazionale si ha il coraggio chiamare le cose con il loro nome è un bel giorno per chi ha sete di giustizia.
Semmai dà da pensare che il giorno dopo l'Unione africana, la Lega Araba, Russia e Cina (ma anche il presidente dell'Assemblea generale dell'Onu) si siano schierate contro la Corte. Qui il colonialismo - tirato in ballo dal dittatore sudanese - non c'entra nulla, qui c'è un governo che massacra una parte del suo popolo (per fare un paragone, non stiamo parlando di qualcosa di simile alla guerra del Vietnam, evocata da Al Bashir, ma di qualcosa di simile alla Cambogia di Pol Pot o, forse, alla Cecenia, posto che le tribù del Darfur, e quelle del sud Sudan prima di loro, stiano agli arabi sudanesi come i ceceni ai russi). Una volta che il diritto non si arresta sulla soglia della formula: "Sono affari interni ad uno Stato sovrano", bisognerebbe solo applaudire.
La visione che emerge di questo inedito asse pro-Sudan è quella di un futuro un po' alla P. Dick. Un futuro-incubo, fortemente cinesizzato, in cui a dominare saranno - in maniera ancora più sfacciata di quanto non sia già oggi - gli interessi economici (quelli che spingono la Cina a sostenere il governo sudanese, ricevendone in cambio il suo petrolio). Un futuro in cui a comandare sarà un asse slavo-asiatico, a cui si aggiungeranno i paesi arabi e quelli africani in alleanze mutevoli come le figure formate da un caleidoscopio. Un futuro in cui il diritto conterà sempre meno e la ragion di stato sempre di più. In cui le donne staranno peggio di oggi, la separazione stato-chiesa sarà un lontano ricordo, i dittatori mobiliteranno le masse per gli scopi più loschi in cambio di un po' di pane, oppio, nazionalismo e i-pod.
Ovvio che l'Occidente ha tante e tali colpe da scontare nei confronti degli altri popoli (specie dopo l'era Bush) che fatica a ergersi oggi come tutore credibile della legalità internazionale. Ma non per questo possiamo rassegnarci ad un mondo dominato dai Putin, dai gerarchi cinesi, dagli ayatollah e dagli Al-Bashir.

Questo è quello che scrive invece Altreconomia.
Qui un'altra fonte autorevole, lo ICC (english only)

Il grande Zimbabwe

Il grande Zimbabwe è il nome di uno straordinario sito archeologico dell'Africa australe, composto da una serie di costruzioni murarie in un continente fatto di capanne di fango. Wilbur Smith per giustificare questo mistero scientifico s'inventò che fosse stato creato da una tribù barbara (nel senso che noi europei diamo a questa parola, leggasi "i barbari delle invasioni barbariche") che aveva perso la strada ed era finita laggiù. Ma si sa, Wilbur è uno stronzo colonialista.
Anche lo Zimbabwe-nazione è una pura creazione coloniale: venne "inventato" da Cecil Rhodes, presidente della British South African Company, si chiamò non a caso Rhodesia del Sud (quella del Nord era lo Zambia), e venne di fatto governato per cent'anni sul modello sudafricano: ai bianchi potere, terra, miniere, ai neri miserabili riserve sovrapopolate e lavori servili. In Zimbabwe è cresciuta anche Doris Lessing, una delle scrittrici più straordinarie del '900, premiata col Nobel 2 anni fa; nata in Iran, figlia di un funzionario dell'amministrazione coloniale britannica ferito durante la prima guerra mondiale e "pensionato" con un pezzo di terra in Africa, comunista, ha raccontato il paese (che abbandonò a 30 anni per trasferirsi a Londra) con straordinaria vividezza. Negli anni '60 Ian Smith proclamò unilateralmente l'indipendenza, mai riconosciuta dalla comunità internazionale; nel 1980, alla fine di una lunga guerra di liberazione, il regime bianco e razzista cadde. Vinse Robert Mugabe, i neri, divisi in due fazioni (Zanu e Zapu, che ricalcavano le divisioni etniche fra la maggioranza Shona, a cui appartiene Mugabe, e la minoranza Ndebele, che ricalcavano a loro volta le tradizionali divisioni fra agricoltori e allevatori), regolarono i loro conti piuttosto sanguinosamente. Mugabe uscì vincitore, e si aprì una stagione di grandi speranze. All'epoca tutte le persone di buona volontà credevano in Mugabe: conservo riviste degli anni '80 (quando studiavo storia dell'Africa all'Università di Bologna), riviste cattoliche, terzomondiste, di ogni tipo, in cui si magnificava il progresso del paese. Le condizioni della popolazione (nera) miglioravano, l'autosufficienza alimentare sembrava raggiunta, anzi, lo Zimbabwe (tradizionale produttore di tabacco) tornava ad esportare, Mugabe stesso appariva come un leader autorevole pragmatico, aperto alla chiesa cattolica, nonostante il suo pseudo-marxismo. Un motivetto pop ("Bobby Mugabe, comes from Zimbabwe...") ne cantava le gesta. Tutto ciò nonostante la vicinanza con uno scomodissimo vicino, il Sud Africa dell'apartheid, che fomentava guerre e guerriglie in tutti i paesi confinanti della cosiddetta front-line (quasi tutti governati da regimi socialistoidi).
I problemi sono cominciati ad emergere negli anni '90, con l'avvio della riforma agraria. Certo, è un dato di fatto che le terre migliori erano ancora in mano ad una minoranza di farmers bianchi; ma è altrettanto vero che questi farmers erano lì da una vita, davano lavoro a un sacco di neri (affittuari, mezzadri, braccianti) e sapevano il fatto loro. Togliergli le terre per darle ai "reduci" - i sostenitori di Mugabe - è stato un disastro, il che dimostra come un'idea che sembra giusta in linea di principio possa rappresentare una iattura se tradotta in pratica. Mugabe è diventato in breve una "bestia nera", e oggi gli è addirittura negato l'ingresso in Europa e negli Usa (il che francamente pare un'esagerazione, se si pensa ai salamelecchi che facciamo ad un personaggio di sicuro peggiore quale è Gheddafi, per non dire dell'appoggio dato in passato dall'Occidente a dittatori come Mobutu Sese Seko o Siad Barre). Il paese è ridotto alla fame e il regime si è avvitato su se stesso, sprofondando in un gorgo di autoritarismo e violenze. Il risultato sono le migliaia di emigrati che cercano un futuro migliore in Sud Africa (oggi come un tempo, ma oggi è forse anche peggio di un tempo perché il Sud Africa non li vuole). Sono la conflittualità diffusa, sono il colera di cui parlano i giornali in questi giorni.