UN’EPIFANIA

Le bambine giocano, usando il sedile dell'altalena come un tavolo. Sono inginocchiate per terra, sono entrambe vestite di rosa. Due bambine più grandi stanno andato in bicicletta, passano dal parco alla strada e dalla strada al parco, finché una mamma non le richiama, devono rimanere nel parco dove c'è tanto spazio, non vuole che vadano in strada.
È sabato pomeriggio, l'ora dei padri. Sta leggendo il saggio di un filosofo indiano sul dialogo fra le religioni, seduto su una panchina. Più cresce il fondamentalismo più le persone di buona volontà si sforzano di trovare una strada per il dialogo, di usare le religioni per pacificare i conflitti anziché farli deflagrare. Le bambine canticchiano sullo sfondo cose senza senso come "ha fatto la cacca nel pisello", e ridono. Fra qualche anno si vergogneranno a fare queste cose davanti ai loro genitori, pensa, per ora no, il padre è il bene più grande, talmente grande e incondizionato che ci si può dimenticare della sua benevola presenza, si può fare come se non ci sia pur sapendo che c'è. Si può non temere il suo giudizio.
E con questo pensiero improvviso interrompe la sua lettura (tanto non riesce ad andare avanti comunque); interrompe la sua lettura continuando a seguire il filo dei suoi pensieri, l’esile filo mosso dalla brezza che spira sul parco, pensando all'essenza di dio, adesso, il dio del libro, anzi dei libri, il dio degli eserciti, il dio creatore, il dio che dà un nome alle cose. E per un istante gli sembra si sia come aperto un varco, lì fra l'altalena e la sabbiera, che gli permette di raggiungere - o forse solo di intravvedere - un piccolo nocciolo di verità, nel momento esatto, nel momento immobile del pomeriggio di fine ottobre, mentre le panchine lentamente si riempiono e una mamma giovane sta litigando con un signore anziano a proposito di un cane. Il dio migliore, il dio assoluto, il dio più compiuto, l'essenza stessa dell'amore, non è il dio dal quale ci si deve nascondere perché si è rubato un frutto da un albero. Non è il dio che ci fa vergognare della nostra nudità, non è nemmeno il dio che ci costringe a morire in esilio perché abbiamo formulato un pensiero meschino, un pensiero puerile, un pensiero squallido. E certamente non è il dio che ci punisce perché mostriamo i nostri capelli o mangiamo un pezzo dell'animale sbagliato. Il dio perfetto è quello che percepiamo, senza imbarazzo, tutto intorno a noi, è il dio dal quale ci sentiamo avvolti e protetti ma non giudicati, il dio di fronte al quale non ci vergogniamo di parlare con la bocca piena, raccontare barzellette sconce, fare la doccia, sudare e scopare. L'unico dio che vale la pena di pregare è il dio dell'infinita accettazione, che ci ama per quello che siamo anziché odiarci per quello che non siamo.

(da La calda notte degli avatar, raccolta in faticosa gestazione)

I feel so...



lonely.
But smart.