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Lou Reed - Men Of Good Fortune






Riflessione sulle origini familiari, da parte di un personaggio nichilista che non riesce a prendere posizione (tipico dei personaggi di Lou Reed).

Gli uomini di buona famiglia spesso fanno cadere imperi
mentre gli uomini di umili origini
spesso non possono fare proprio niente
Il figlio ricco aspetta la morte di suo padre
il povero può solo bere e piangere
e a me, a me non frega proprio niente

Gli uomini di buona famiglia molto spesso non riescono a fare niente
mentre gli uomini dalle origini umili spesso possono fare di tutto
Cercano di comportarsi da uomini gestiscono le cose
al meglio delle loro possibilità
non hanno un papà ricco su cui contare
Gli uomini di buona famiglia spesso fanno cadere imperi
mentre gli uomini di umili origini
spesso non possono fare proprio niente
Ci vogliono soldi per fare soldi, dicono
guardate i Ford,
non hanno cominciato così?
in ogni modo, per me non fa alcuna differenza

Gli uomini di buona famiglia
spesso desiderano morire
mentre gli umili
vorrebbero ciò che hanno loro
e morirebbero per ottenerlo
Tutte quelle grandi cose che la vita ha da offrire
vogliono avere i soldi e vivere
a me, a me non frega proprio niente

Gli uomini di buona famiglia
uomini di umili origini
Gli uomini di buona famiglia
uomini di umili origini...




Like a rolling stone





Questa canzone, indubbiamente, è un capolavoro. Non so più quale rivista l'ha votata addirittura come migliore canzone del XX secolo.
Entrambe le versioni sono straordinarie. Quella di Jimi Hendrix ne esplora le potenzialità, com'era nella natura dell'uomo, un esploratore delle potenzialità della chitarra, soprattutto dal vivo (in studio a volte l'ho sempre trovato un po' "tarpato", anche se, ovviamente, stiamo sempre parlando di vette altissime).

Ma...c'era un "ma", che mi pesava. Cosa rendeva la canzone di Bob Dylan più speciale, oltre al fatto che l'aveva scritta lui, appeso per le mani al ramo di un albero con un fiume limaccioso che scorreva sotto i suoi piedi, come mi pare di avere letto una volta?
Ecco: che Dylan la canta come dev'essere cantata, con un più di DELIZIOSO RANCORE. Perchè questa è senza dubbio una canzone rancorosa, una vendetta postuma, o qualcosa del genere. Nei confronti di chi, lo sa solo lui.

Hendrix ne ha tratto una versione monumentale, musicalmente. L'attacco da solo, quell'ingranare il riff con tutta quell'energia, vale tanti di quei dischi...
Ma ascoltandolo, ti chiedi se sia pienamente consapevole di cosa dicono le parole. Se le senta come sue, nel profondo. Se lo nutra anche lui, quel rancore, nei confronti di quella ragazza che un tempo vestiva così bene, quella ragazza che adesso sa come ci si sente, a stare da sola, senza trovare la direzione di casa, una perfetta sconosciuta, come una pietra che rotola. Forse sì. Forse no.
Dylan, sia che si riferisse a Edie, come è stato a volte ipotizzato, gli Stones lo suggeriscono apertamente nel video che accompagna la loro cover (e calzerebbe a pennello), sia che stesse dando corpo ad un generico impasto di emozioni misogine che si portava dentro (e che in effetti caratterizzano tanta parte della sua musica), Dylan lo sa eccome.

Words




Era un pezzo di Harvest, oggi si direbbe una "traccia". Suonato così, sono chitarre che sognano, piangono. Fra le rughe del tempo.

C'è di che stupirsi, che il tempo non cambi mai niente. Ma forse no.

Si muove sempre come un orso, senza eleganza, sotto un cielo inglese. Bambini accendono fuochi sul prato.
Fa sempre ciò che vuole, cosa che possono permettersi solo i grandi.
Bisogna ascoltare fino in fondo, chi ha la pazienza? Gli assoli sono scomparsi dalla musica, quel modo di navigare sulle note dell'improvvisazione, i pieni e i vuoti, il tempo dilatato. Nulla che possa friggersi subito, lì su due piedi, il tempo lisergico dei pensieri e delle parole in rima, il tempo di lasciare invecchiare le cose, la passione, occhi chiusi. Quando li apri, sono umidi.

If I was a junk man selling your cars
Washing your windows and shining your stars
Thinking your mind was my own in a dream
What would you wonder and how would it seem
Living in castles a bit at a time
The king started laughing and talking in rhyme, singing...

Lou Reed - 70 anni



Lou Reed compie oggi 70 anni, di cui una cinquantina dedicati alla musica e all'arte. Dal canto mio, 34 anni assieme alle sue canzoni, più o meno.
Nella sua opera, come ha detto recentemente, la grande epopea americana (quella stessa che gli scrittori americani dell'ultima generazione, come Franzen o De Lillo, raccontano nei loro libri). Soprattutto quella che prende corpo a partire dalla seconda metà degli anni '60 a New York (diffondendosi di riflesso nel resto del mondo): quindi la Factory di Andy Warhol e della pop art, l'irruzione delle droghe pesanti, i personaggi eccentrici, schizoidi, "disturbati", che popolano le strade della metropoli (compresi i transessuali di "Walk on the wild side", la sua canzone più celebre). Con qualche excursus - isolato - in altri lidi, a partire da Berlino (che all'epoca dell'incisione omonima non aveva ancora visitato) assurta a metafora della crisi di una coppia, menti divise, cuori divisi, come da un Muro...
Ma anche un vero e proprio diario pubblico, in cui l'artista racconta e si racconta, popolato da innumerevoli personaggi che vanno dal Delmore Schwarz che fu suo professore alla Siracuse University (il poeta e autore de "Nei sogni cominciano le responsabilità", morto dimenticato in un alberghetto della Bovery) ai vari Little Joe, Candy Darling ecc., senza dimenticare le sue mogli, Sylvia Reed, musa e "assistente" negli anni '80 delle disintossicazioni e del riposizionamento artistico, e l'attuale, amatissima, Laurie Anderson ("The adventurer"), con cui fa spesso spettacoli e reading in giro per il mondo.
Costituiscono una parziale eccezione proprio gli ultimi 2 lavori, entrambi ispirati alla letteratura: "The Raven" (che musica i racconti di Poe, ma lo fa anche per confrontarsi con il demone con cui Lou ha sempre combattuto, quello dell'autodistruzione) e l'ultimo "Lulu", inciso con i Metallica, ispirato ai due romanzi di Frank Wedekind "Lo spirito della terra " e "Il vaso di pandora" (ma il doppio cd si chiude con una canzone, di nuovo, molto personale e autobiografica, "Junior dad").

E' senz'altro un'opera al nero, quella di Lou Reed, anche se qui e là schizzata di humor e di momenti "leggeri" (in fondo, alla base di tutto, c'è la grande lezione del rock n roll). Un'opera densa di disperazione e di morte (pensiamo già solo a due dischi fondamentali del periodo "più recente", diciamo così, "Magic and Loss", che racconta la perdita, a breve distanza l'uno dall'altro, di due amici, e "Songs for Drella", scritto dopo la scomparsa di Andy Warhol). Anche in questo Lou è moderno, nel suo descrivere le nevrosi e le pulsioni mortifere della nostra civiltà, condite di dipendenze di vario genere, non solo l'eroina di cui ha cantato in una delle sue prime e più celebri composizioni, anche l'alcol di "The last shot", o la sessualità "malata", trasgressiva (e in fondo oggi così normale) di "Venus in furs" e "Kicks".
Ma Lou Reed ha anche scritto splendide canzoni d'amore, cosa che spesso viene dimenticata. Da "Perfect day" a "Coney island baby" a "Heavenly Arms" è stato non meno incisivo di Bob Dylan, ad esempio, anzi, rinunciando al simbolismo del cantautore del Minnesota ha acquistato qualcosa sul piano della poetica "pura" (quella che ha nel dato di realtà il suo punto di partenza), e senza cadere nel trabocchetto della misoginia (così tipica delle rockstar).
Nella grande epopea americana di Lou Reed i fatti del mondo (quello esterno al micro-macrocosmo delle strade di N.Y.) e la politica ci sono entrati invece di striscio: il Vietnam evocato in "Billy" (nella figura di un suo compagno di università, molto più bravo di lui, divenuto medico, partito per il sud est asiatico e tornato con il cervello a pezzi, tanto che "era come parlare ad una porta"), l'assassinio di Kennedy a Dallas ("The day John Kennedy died"), certi accenti polemici contenuti in "New York", fino alla sua recente comparsata a fianco di "Occupy Wall Street". Come per tanti artisti, la cronaca viene generalmente filtrata dal dato biografico, diventa vita vissuta in presa diretta, prima di trasmutare in arte.

Il segreto? Usare una musica apparentemente semplice (i famosi tre accordi, in realtà è stata spesso molto sofisticata, specie per gli standard odierni, per non parlare delle dissonanze velvettiane), una musica concepita originariamente per fare ballare i giovani, e buttarci dentro contenuti propri dell'arte matura, della letteratura, in particolare. Un'accoppiata riuscita a pochi altri come a lui, che gli venne in parte suggerita, come racconta in un'intervista, dallo stesso Schwarz, che avrebbe espresso irritazione per i testi delle canzoni che si sentivano alla radio nei primi anni '60. "Cosa succederebbe se unissi questa musica a dei testi diversi?", pare si sia chieso Lou. E così, nacquero "I'm waiting for my man", "Heroin" o "All tomorrow's parties".

Quando ho sentito per la prima volta una sua canzone. Andavo in terza media, con altri 3 compagni avevo messo in piedi una "società" per l'acquisto di dischi (si dividevano le spese, un Lp era costoso). Uno di essi, Sanna Quirico, istruito da un cugino più grande, mi fece sentire "Sweet jane". Non riuscivo a capire cosa avesse di speciale: la voce, certo, ma come definirla quella voce? Era una voce "fredda", una voce sprezzante, dura, una voce che si faceva beffe persino dell'intonazione; ma era anche una voce "calda", perchè sapeva trasmettere delle emozioni come nessun altro cantante avessi sentito prima. Il resto lo fece una raccolta (della RCA, quella con in copertina le foto di Lou con Rachel, il trans che all'epoca era la sua compagna) e un articolo di "Ciao 2001", che parlava della Factory di Warhol, dove i Velvet Underground avevano dato la loro scalata al successo (all'epoca molto limitato, i Velvet erano in anticipo di vent'anni, troppo lontana la loro poetica metropolitana dalle utopie hippies che andavano per la maggiore nei Sixties).
E il 1° dei Velvet, comprato in quarta ginnasio, mi ricordo ancora quel maggio, quell'aria dolce...tornare a casa con la Banana di Warhol, in bicicletta, metterlo sul piatto, cercare di familiarizzare con una musica così diversa, così "altra", rock, certo, ma distante anni luce dai canoni pop o metal di quegli anni, conturbante e disturbante, che non piaceva a nessuno dei miei amici abituati agli Eagles e ai Led Zeppelin, una musica che oggi finisce persino nelle pubblicità ("Sunday morning"...), per il facile ascolto di gente che nulla sa. Poteva cambiarti la vita, se eri predisposto. E a me l'ha cambiata, sicuro.

Da allora, è sempre stata una possente fonte di ispirazione. Non posso certo dire sia piena di gioia e di ottimismo; ma in essa mi ci sono rispecchiato, pur essendo la mia vita così lontana dalla sua. Per non dire dell'estetica, dell'amore per il nero, in piazza Maggiore mi avrebbero menato, quel giorno, per i "compagni" la camicia nera era un simbolo di fascismo, non capivano...

Happy birthday mr. Reed.
Non ho mai sentito il bisogno di stringerti la mano di persona. L'arte non ha bisogno di queste cose. L'arte è la vita, vissuta più consapevolmente.

John Cale: Style it Takes

John Cale sarà in Italia a marzo per 3 date:

15 Marzo – Spazio Mil (Sesto San Giovanni)- € 23,00
16 Marzo – Orion Club (Ciampino) – € 23,00
17 Marzo – Hiroshima Mon Amour Club (Torino)

Qui il capitolo finale del mio (ormai temo introvabile) "Music Box", (Curcu & Genovese edizioni, Trento, 2006) dedicato ad un concerto di Cale (gennaio 2001, se non sbaglio).

EXIT: STYLE IT TAKES

Una sera di gennaio venne a suonare John Cale. Suonò in un teatro costruito ai primi dell’Ottocento, un teatro vero, un teatro nelle Alpi retiche, con i palchi, gli stucchi, i velluti rossi, il loggione, la platea. Quel posto era stato inaugurato il 29 maggio 1819, con la Cenerentola di Rossini, scandalizzando i benpensanti (in una vivace cronaca dell'epoca si legge che "le persone sagge e religiose non potevano darsi pace nel vedere scelta una giornata di tanta divozione…”. Infatti era la vigilia di Pentecoste). La paternità dell’idea – ardita, per i tempi - spettava a un personaggio bizzarro, la cui prima attività era stata la vendita di dolciumi, poi la gestione di un caffè. Un self made man, che raccolse parte dei soldi per la costruzione dell'edificio vendendo in anticipo i palchi alle famiglie nobili del circondario.
Un tipo così sarebbe piaciuto ad Andy Warhol, sicuro.
In sala c’erano a stento cinquanta spettatori, compresi noi (unici due coniugi del rock fra singles disillusi e separati in casa). Un pubblico di carbonari, a dirla tutta, i più giovani avevano passato da un pezzo i trent’anni, i più vecchi potevano essere già in pensione.
Cale uscì fuori con i pantaloni di pelle, gli stivaletti e una t-shirt nera. Imbracciò la chitarra acustica, mise un piede sopra la sedia che qualcuno aveva posizionato al centro del palco, e attaccò Ship of Fools. Era l’emblema della solitudine. Non disse molte parole al pubblico; ma dava la sensazione di una maggiore disponibilità rispetto a quella mostrata da Lou Reed, per lo meno nei concerti a cui avevo assistito io. Si alternò alla chitarra e al pianoforte, concludendo ogni canzone fra uno scroscio di applausi che suonavano come mercurio sul velluto.
Nel bis fece anche Style it takes, canzone tratta dall’omaggio a Warhol inciso assieme a Reed nel 1989, dopo la morte dell’artista, Songs for Drella.
Mi chiedevo dove avrebbe dormito quella notte, e con chi, questa leggenda vivente del rock 'n' roll, questo gallese dal volto segnato e dai modi indifesi, piovuto qui come una meteora. Mi chiedevo se quel concerto avrebbe mai lasciato una traccia nella sua memoria, e nel suo karma. Se mai avrebbe ricordato le canzoni suonate per uno sparuto gruppo di fans nel Teatro fra le Montagne Innevate, in una cupa notte d’inverno affacciata sulla soglia del nuovo secolo, il nuovo secolo che in nulla faceva presagire qualcosa di meglio rispetto a quello che ci eravamo appena lasciati alle spalle. Avrei voluto avere il coraggio di invitarlo a casa nostra, offrirgli un succo di mela, parlare un po’ con lui, fargli vedere le foto del nostro album di famiglia, e poi magari telefonare a Zebedeo, a Marco e a Ivo ("portatevi le mazze!"), alla Nadia, a Ezio, a Paolo, a Valeria, a Andy, a Roberto, a tutti quelli che avevamo conosciuto, per dirgli di venire, ma in fretta, in fretta, che non c'era tempo da perdere. Avrei voluto avere la forza e la presenza di spirito per portarlo con noi, oltre il sipario della notte, non per intervistarlo, non per il gusto di trascorrere qualche minuto assieme ad una popstar. Forse solo per metterlo a sedere nel nostro salotto marchiato Ikea e ringraziarlo. La sua musica era di quelle che ci avevano salvato la vita.

Dopo il concerto abbiamo fatto due passi in centro, abbracciati. Sentivo i tacchi delle nostre scarpe sul porfido della strada, e anche se avevamo subito qualche amputazione, stavamo ancora in piedi dopotutto, proprio come avevano cantato i Velvet Underground. Le strade deserte rilucevano di pioggia. I bambini quella sera ce li teneva una vicina di casa. Quella sera, per la prima volta dopo mesi, potevamo rimanere fuori tutto il tempo che volevamo.

Junior dad

Mi chiedevo come sarebbero stati i miei artisti preferiti "da vecchi". A 15 anni l'idea di vecchio è un po' vaga: qualcosa che ha a che fare con i tuoi genitori o i tuoi parenti, probabilmente, o con una generica idea di maturità, decoro, prestanza fisica ridotta. Il concetto applicato al rock, poi, sembrava un po' incongruo. Certo, Lou Reed aveva molti più anni di me, quando ho cominciato ad ascoltarlo, navigava verso i 40. Ma non era oltre quella soglia. Non ancora. Non lo era nessuno.
Dunque da un lato c'erano le band quasi nostre coetanee, come i Cure o i Simple Minds (che sembravano formate da persone giovani sì, ma più grandi di noi, non boy band, insomma).
Dall'altro c'era la musica dei giganti, quelli come Bowie, Lou, i Rolling Stones, che erano non anziani ma comunque già in giro da un bel po' di tempo. L'interrogativo sulla vecchiaia si poneva per loro: come sarebbero stati, da vecchi? Difficile immaginarlo. Un po' perché si aveva alle spalle una serie di morti illustri (Jim, Janis, Jimi ecc.), l'idea del grande artista rock era ancora, spesso, associata alla morte precoce. Un po' perché il rock, comunque sia, non poteva non accompagnarsi ad una certa capacità di muoversi, di fare scena. Valeva anche per Lou Reed, posto che l'uomo, quando aveva temporaneamente abbandonato la chitarra per stare sul palco come una vera rock star, accompagnando le sue canzoni con le movenze e la gestualità della rock star, era parso più una stranita bambola proto-punk strafatta di anfetamine che un danzerino provetto.
C'era però l'esempio del blues, ecco. I cantanti blues avevano suonato fino alla fine, fin quando erano proprio decrepiti. Ma il blues, pur essendo strettamente imparentato col rock, ci sembrava comunque un'altra cosa. Il blues lo si poteva suonare anche stando seduti. Ed infatti così avevano fatto i vari John Lee Hooker o B.B. King quando non erano più riusciti a stare in piedi con una chitarra a tracolla per le due ore canoniche di uno show. Ma si potevano immaginare un Lou Reed, un Mick Jagger seduti a cantare le loro canzoni? Mmmh...

Ora Lou Reed ha 70 anni. Suona ancora in piedi, ultimamente con i Metallica. Il cantato è spesso più simile a un recitato, anche nei brani più tirati. Corde vocali irrigidite.
Lou Reed suona e canta ad esempio "Junior dad", una canzone dell'ultimo, contestato album, "Lulu", ispirato ai libri di Frank Wedekind.
La canzone in effetti è l'unica che non c'entra niente con il resto della storia, non ha a che fare con il personaggio letterario. Chiude l'album, ma non parla della tragica, dissoluta (ma anche pura, nel suo essere pianta carnivora) femme fatale che sulla carta (e così sul disco) finisce scannata da Jack lo Squartatore.
Parla della vecchiaia. Lou Reed, è vecchio, e chi se lo sarebbe aspettato, con quella vita? Negli anni 70 sembrava uno dei più prossimi candidati al cimitero delle celebrità. E' vecchio e canta la vecchiaia. La vecchiaia di suo padre, apparentemente. Padre giovane, junior, un padre ragazzino a cui rivolge una domanda: "Verresti in mio soccorso se stessi per affogare?"
Il figlio ora vecchio parla al padre giovane, lo interroga, lo incalza. Lo prega.

Ma poi, più sotto, il padre giovane improvvisamente è invecchiato, anzi, è morto.

Sta guidando verso un'isola di anime perse.

E ancora, qualcosa che assomiglia al ricordo di un discorso pronunciato in un tempo lontano, un amaro discorso:

Ti insegnerò meschinità, paura e cecità, nessuna idea sociale redentrice. Oh, stato di grazia...


Potrebbe sembrare il rimprovero - un poco scontato - di un figlio al proprio genitore, per le sue mancanze, per l'educazione ricevuta, così lontana dai valori morali e civili che ci si attenderebbe vengano trasmessi da un padre a un figlio, anche se, pronunciato a 70 anni, sarebbe comunque tardivo , diverso dalla canonica ribellione adolescenziale che il rock ha raccontato tante volte. Ma quel ricordo, quelle parole, sono anche un'epifania. "Stato di grazia...". Nel ricordo le cose cambiano di segno, perdono i loro connotati negativi, vengono rimpiante nonostante tutto. Nel ricordo ritroviamo un pezzo della nostra identità, giustifichiamo e ordiniamo le scelte che abbiamo compiuto durante la nostra vita.

Non finisce così, non ancora.
C'è un verso criptico, dopo.

Singhiozzo: il sogno è finito
Fai il caffè: accendi la luce

Forse - ha suggerito qualcuno (www.loureed.it) - è il sogno del padre giovane fatto dal figlio ora anziano a svanire con le prime luci del mattino. Il figlio si alza, prepara il caffè, contempla con l'occhio della mente, ancora eccitata dal sogno, il fantasma, l'ombra del padre, di un padre bambino perché ritornato bambino con la vecchiaia. E questo lo abbiamo visto tutti, no? L'età fa ritornare bambini. Sempre meno responsabilità, sempre più persone che si prendono cura di te. E forse - il dubitativo è d'obbligo - il figlio si guarda allo specchio, vede il fantasma del padre ma vede anche se stesso, vede solchi dove un tempo la guancia era liscia. E' lui il padre, ora, è identico a suo padre vecchio e morente, già andato, in cenere, quel padre che gli era sembrato immortale e che gli ricorda la sua mortalità, il comune destino di ogni uomo.

Di’ ciao al papà giovane
La delusione più grande
L’età lo ha avvizzito e trasformato
in un padre "piccolo"
(Una barbarie psichica)

Lou Reed aveva già cantato della vecchiaia, ad esempio in "Change", dal penultimo "The Raven" (anch'esso ispirato dalla letteratura, da E. A. Poe). E anche in quell'occasione, lo aveva fatto con toni non lusinghieri (testicoli che avvizziscono, insomma. Lo spettro della morte).
Ma non aveva mai usato questa lama spietata. Nessuna consolazione. Qui non c'è un giovane cantante che dedica una sonata a suo nonno, non c'è Claudio Baglioni, nulla di sentimentale (anche se c'è pathos e sentimento). Un uomo vecchio che guarda in faccia il suo disfacimento riflesso nella figura di un junior dad invecchiato a tal punto da tornare un bambino. In fondo alla pista c'è solo

La delusione più grande

Finisce così? E' di nuovo, eternamente, il Lou Reed tragico, stoico, implacabile? Senz'altro sì.
Ma questa dopotutto è una canzone, non un racconto o una poesia. Bisogna ascoltare anche la musica.
"Junior dad" è una canzone strana, anche se negli anni 70, quando gli artisti erano più liberi e creativi, non sarebbe sembrata tanto più strana di un album come "Low", una facciata di canzoni rock e un'altra di brani quasi sepolcrali suonati col sintetizzatore. E' strana e presenta diverse chiavi di lettura, sul piano musicale non meno che su quello del testo.
La prima parte è la canzone vera e propria, già di per sé anomala per gli standard attuali, quasi 10 minuti. Ed è un pezzo rock elettrico, in cui i Metallica suonano non come ciò che sono, una band metal, ma come la band di Lou Reed. Un bel pezzo, indubbiamente. Un tempo medio, dall'incedere solenne, sostenuto dalla potenza degli accordi e dai colpi secchi della batteria.
Ma sul finale (solo sul disco, non nella versione live), l'elettricità condensata sfuma, la batteria batte il tempo un'ultima volta e in pochi secondi la tensione si allenta, sfocia in una piana "ambient", altri 8 minuti di musica stavolta senza una parola, solo un'algida vibrazione elettronica, un orizzonte scarno ed essenziale, zen. Il suo colore è il bianco. Il suo messaggio è distacco. Forse è questa la chiave di lettura finale che Lou Reed vuole dare al disco (probabilmente definitivo) della sua vecchiaia. Oltre la delusione per la visione di ciò che la vecchiaia realmente è, corruzione e morte, la considerazione del nulla, l'accettazione, la pace, shanti, come si chiude il Wasteland di T.S. Eliot.
Molla gli ormeggi, lascia andare tutto. Mettiti comodo. Attraversa il fuoco passandoti la lingua sulle labbra.
Cosa c'è ancora da vedere, o da non vedere?

E una canzone così di questi tempi vale come un libro, è pura letteratura.

"Junior dad" live con i Metallica.


Lou Reed nel pieno della carriera (1974).

Lou Reed plays Lulu


La copertina del nuovo lavoro di Lou Reed, con i Metallica, in uscita a fine ottobre. Ispirato alla Lulu di Frank Wedekind (rock e letteratura, come in "The Raven"!).

Ancora su John Lydon e il punk


Una delle cose interessanti dell'attitudine punk era il geniale dilettantismo. L'idea di fondo : "Non sappiamo suonare, possiamo essere una band". Una reazione contro la deriva tecnicista dell'epoca (nella pop culture), di gruppi come Yes o Genesis. John Lydon racconta nella sua autobiografia che Rick Wakeman minacciò la sua casa discografica di andarsene, se avessero fatto incidere i Sex Pistols.
In verità i Sex Pistols qualche accordo lo conoscevano, e il batterista sapeva tenere il ritmo. I due veri antimusicisti erano Sid Vicious e Johnny Rotten. Il primo, era essenzialmente un ragazzo disadattato e un poseur, e ha fatto la triste fine che sappiamo. Lydon no: non era certo un cantante (nel senso di Freddie Mercury, o David Bowie) eppure cantava, e nessun altro avrebbe potuto cantare "Anarchy..." come lui.

Ciò non significa ovviamente che non si debba studiare. Ho il massimo rispetto per lo studio, che è la cosa che forse ho amato di più nella vita (lo dico anche pensando ad un post che mi è arrivato recentemente, riguardo a un mio scritto su Baumann). Però trovo straordinario che dei ragazzi di 19 anni prendessero la cosa così, e riuscissero a farla. Ragazzi senza preparazione di base, senza soldi, senza gli strumenti, o quasi. Un atteggiamento assolutamente antiaristocratico eppure non naives, anzi, a suo modo snob.

Peraltro, dietro a tutto questo non c'era alcuna attrazione per l'essere perdenti, loosers. I Pistols non desideravano incidere per una piccola casa discografica indipendente. Pur detestando i gruppi che definivano "dinosauri", quelli che si esibivano solo per le grandi platee, in realtà volevano il massimo del successo e la massima visibilità possibili. L'idea non era di rimanere fuori dal sistema ma di entrarci e provare a scardinarlo.

Mi piacerebbe veder nascere una generazione di geniali dilettanti che fanno senza timori reverenziali e senza copiare, infischiandosene delle regole dei circuiti commerciali. Le ultime espressioni le abbiamo viste forse con l'hip hop: i graffiti, il ballo di strada, l'estetica del corpo. Purtroppo tutto viene fagocitato così in fretta. L'arte visuale si è data anch'essa le sue regole, ormai stantie: l'abuso dei corpi, l'estetica necrofila (Rotten all'inizio era colorato, la copertina dell'album era colorata), l'antitecnica elevata a sistema, quindi una tecnica anch'essa, l'incomprensibile come programma (i punk erano diretti e "popolari").
Tutto si risolve in leggi non scritte, critica, divise, gente che se la tira, corsi e concorsi che servono solo a far girare soldi.
Ma all'inizio il punk non era divisa, non era le creste gialle e i giubbotti, non era "scuola", pagine di riviste patinate e modelle anoressiche, era pura creatività, pura espressione di sé. In una stagione caratterizzata da crisi economica, "No future" come orizzonte. Nichilismo? Rotten rifiuta questa definizione. Era un calcio in culo. Un senso selvaggio.

Di questo forse ha scritto Alberoni, di come i movimenti si istituzionalizzano, di come l'underground diventa mainstream.

Lou Reed a Gardone - here come the bells

Si potrebbe parlare a lungo della location, l'anfiteatro del Vittoriale, la reggia di D'Annunzio, il Garda dietro, le nuvole una striscia che scorre sull'altra riva, mentre la luce si addensa, e poi, ad un certo punto, è andata, c'è solo il palco.

L'attacco dev'essere stato ostico ai più: un vecchio brano dei Velvet, quasi mai eseguito in concerto, che Lou sul disco (il IV, quello dello scioglimento), neanche cantava, lasciando l'onere a Doug Youle, Who loves the sun. Contrasto fra l'incedere scanzonato, i coretti, e il testo: "Chi ama il sole? Chi se ne importa se fa crescere le piante, chi se ne importa di quel che fa se tu mi hai spezzato il cuore. Chi ama il sole? Non tutti..."
Il concerto entra nel vivo con Senselessly cruel, altro titolo misconosciuto da Rock 'n' Roll heart, l'accordo con i promoter, due imprenditori italiani nel ramo dolciario, era che in questo tour proponesse canzoni e sonorità del periodo rock-jazz della seconda metà degli anni '70 (anche se Lou ha interpretato la clausola a modo suo, ovviamente). E qui la band inizia a girare. Lou direttore d'orchestra, suona meno la chitarra rispetto ad altre volte, in compenso lascia spazio ai musicisti, è da secoli che non suona con una band così numerosa, se si esclude il tour di Berlin, che faceva storia a sé, 8 elementi, è da secoli che non sento un sax a un concerto rock, lo strumento sembrava bandito, invece eccolo, a sciorinare il tema di All trough the night. Ma è con Ecstasy che il concerto decolla. Lou è caldo, concentrato, a 69 anni la voce ancora c'è, anche se, certo, è la sua voce, deve piacere, Lou non è Robert Plant o Freddie Mercury. Il violino tesse magie, il contrappunto è della chitarra "rumorista" di Lou, suonata spesso senza plettro, con i polpastrelli. "Ti chiamano Ecstasy, niente ti sta attaccato, né il velcro né lo scotch, neppure le mie braccia, nemmeno se le immergo nella colla."
Ma il vero regalo arriva più tardi, con un riff inconfondibile, di nuovo tratteggiato dal violino. Street Hassle, non era nella scaletta, uno dei brani più ambiziosi, costruito su un tema quasi classico (classico nell'accezione che questa parola può avere per descrivere ad esempio il minimalismo di un Satie), tre movimenti per tre storie esemplari, il tipico approccio amorale di Lou Reed, mutuato da autori come Hubert Selby J., racconto ciò che vedo, non ciò che penso, nessun giudizio. Primo tema: una donna rimorchia un prostituto per le strade di N.Y., e...sha -la-la-la-la, era lussurioso e bellissimo. E quando si preparò ad andare via, nessuno dei due si pentì di nulla. Secondo tema: dialogo fra due tossici, davanti al corpo di una che sembra essere morta di overdose. Decidendo cosa fare di quel corpo.
La musica cala. Lou comanda a bacchetta i musicisti, i pieni e i vuoti, gli assoli quando servono, ma adesso bisogna che le parole si sentano. "Sai, certe persone non hanno scelta, non riescono mai a trovare una voce con cui parlare. Così, accade che seguano la prima cosa che gli permette di continuare ad esistere. E questo si chiama: cattiva fortuna". E baaad luck è un lungo ringhio soffiato in faccia al pubblico - subito prima di attaccare il terzo movimento, il monologo di un innamorato (che potrebbe essere poi lo stesso gigolo' del primo movimento o il tossico del secondo) - con l'orgoglio di chi sa di avere corso dei rischi, per avere infranto dei tabù, per avere portato certe tematiche nella musica popolare, certe storie da strada, certi umori oscuri, come quelli che popolano il set semi-acustico dedicato ai primi Velvet Undeground, Venus in furs (il fantasma di Sacher-Masoch che aleggia sulle acque), Sunday morning, divenuta popolare con 30 anni di ritardo grazie a una pubblicità, ma attenzione, non è un piacevole risveglio, "sunday morning, and i'm falling...", Femme fatale (e qui il fantasma che si materializa è quello indimenticabile di Nico).
Più avanti arriva anche l'elettricità proto-punk di Waves of fear, con un solo di chitarra che non fa rimpiangere Robert Quine, Sweet jane, potente, sempre splendida, con una intro simile a quella di Rock 'n' Roll Animal, il blues di I want to boogie whit you. E forse è questo che vuole, Lou Reed, oggi, essere come uno dei grandi vecchi del blues, che hanno continuato a suonare e a portare sul palco dei giovani talenti fin che avevano fiato in corpo, anche quando erano costretti a suonare seduti (ma non lui, non ancora).
Nel bis, prima un altro brano del repertorio più pop e scanzonato, Charley's girl. Poi, il capolavoro della serata: The bells, dall'album omonimo, uno dei meno popolari, quasi invenduto negli Usa. Pensato per la tromba free-jazz di Don Cherry, sul palco del Vittoriale il pezzo ha un incedere maestoso e possente, mettendo a nudo, come in un'operazione chirurgica, tutte le sue potenzialità melodrammatiche. E' il violino, una volta di più, ad essere protagonista. Il violino e la voce di Lou, disperata, rauca, rabbiosa. Ed è come qualcosa che monta nota su nota, qualcosa che cresce, come un'onda, ed infatti nel brano che conteneva originariamente questo ritornello, Ocean, sono le onde, le onde che arrivano da laggiù, dove si sono formate, "e non fare il bagno stanotte, amore mio, il mare è impazzito, amore mio...", ma in The Bells le onde sono diventate le campane, ed è un attore a sentirle, "l'attore che torna a casa tardi, dopo che lo spettacolo è finito", ed è caduto in ginocchio in piena Broadway, dopo essersi librato nell'aria, e mentre stava lì, sull'orlo del precipizio, le lacrime che spingono dietro agli occhi, all'improvviso ha gridato: "Look! There are the bells! Here come the bells! Here come the bells!" E vorresti non finisse più, e più, e non c'è altro da dire se non il commiato finale, di nuovo una ballata triste del repertorio velvettiano, Tony - Thunder - Smith che batte il tempo col tamburello, "Sometimes i feel so happy, sometimes i feel so sad, sometimes i feel so happy, but mostly, you just make me mad... Linger on, you pale blue eyes, linger on, your pale blue eyes", perché forse è tutto così, e così, le cose o ti spremono il cuore o non sono.

"I love you", così raro, come saluto, in chiusura dei suoi concerti. Torna la percezione dell'arena, del posto dove siamo, tornano le luci e il chiacchiericcio del pubblico, torna la circolarità del tempo, tornano queste prospettive singolari, audaci e dall'oscuro significato.


Lover, you should've come over



Nel prato arrivarono delle ragazze, con il suo poster. Cercavano di conquistare la prima fila, evidentemente per stare, per un paio d'ore, ad un passo da lui. Realizzammo all'improvviso che era un bel tipo, non solo uno straordinario cantante venuto dal nulla. Il nuovo Jim Morrison, o qualcosa del genere. Connesso con le stazioni che solo qualcuno può captare.
Cielo enorme sopra la pianura.
C'era anche un uomo con suo figlio, sembrava più entusiasta di lui di essere lì, scalpitava nell'attesa. Mi chiedevo se sarebbe stato così anche per me.

"Grace" era passato nel firmamento della musica come una cometa splendente, il più bel disco degli anni '90.

Se gli angeli fossero esistiti, avrebbero avuto la sua voce.

Guns of Brixton by Arcade Fire



Non tutte le cover sono inutili e lo spirito del punk può rivivere anche 30 anni dopo, sulle corde dei violini.


Ma quella volta, nel loggione della Brixton academy, l'amico al mio fianco e lo sconosciuto dall'altra parte già partiti, io deliziosamente presente a me stesso, sobrio, ottimista, i muscoli allenati, i polmoni sgombri, desideravo solo essere lì dentro, mentre le luci si abbassavano e il palco ronzava, in attesa, desideravo essere lì e non altrove. O forse ci sembra così dopo, forse anche quella volta aspettavo una mail, forse anche quella volta volevo tornare.

E poi, fuori, un pub di quartiere, un pub per famiglie, per gente scompagnata, lavoratori e loosers, dove bere e stare bene ed essere coraggiosi, e basta, godendosi l'amicizia e l'aspettativa, la sensazione che qualcosa debba cambiare, ma non subito, perché è bello vivere in questo modo i momenti che precedono i cambiamenti, come guardandoli da una terrazza, da un balcone, un bicchiere in mano, e soprattutto non pensare, non pensare troppo.

(...) to keep it in your mind and not fergit
that it is not he or she or them or it
that you belong to.


Romeo had Jiuliette



"Between Thought and Expression Lies a Lifetime"

But not for us.

Good save the queen



Amo l'Inghilterra. Un paese che riesce a fare convivere Shakespeare e Johnny Rotten. Ma non capisco tutta questa passione per le nozze dei due tizi, là, la sorella di Pippa e quello con la divisa irlandese ("gli inglesi sono gentiluomini che scattano polaroid, solo se non considero il colonialismo..." cantava Morgan, molto acutamente).

Anyway, la corona ha avuto più futuro del punk, e questo è un fatto.

Nostalghia - David Sylvian incontra Tarkovsky (1988)



Come posso dire come passa lento...

(matrimonio ovvio e riuscito fra musica e immagini)

Perfect Day - Lou Reed al Vittoriale di Gardone

Lou Reed - FIB 2004 from Victor Tomi on Vimeo.


A Gardone, nella casa di d'Annunzio, il 22 luglio.

You're going to reap just what you sow
Raccoglierai ciò che hai seminato.

www.loureed.it
www.anfiteatrodelvittoriale.it/

"Nonostante ogni amputazione, potevi uscire e ballare su quella stazione di rock n roll, e andava tutto bene, andava benissimo..."
(Velvet Underground, "Rock n Roll").

Un grande artista. Non mancate.

Baby, pensaci su



Esegesi di una canzone (e pazienza se il video è inadeguato).
E' una canzone minore del repertorio di Lou Reed, incisa per un album che in pochi hanno apprezzato. Lontana dal "mito" che il cantante newyorkese ha costruito attorno al suo essere "maledetto", lontana dall'ambiente trasgressivo della Factory di Andy Warhol e dai suoi personaggi, quelli che popolano Walk on the wild side.
Per questo, secondo me, è uno di quei brani che rendono Lou Reed autore universale, capace in pochi accordi e pochi versi di parlare di cose che toccano tutti. Come uno scrittore. Come il Delmore Schwartz di cui fu allievo in gioventù alla Siracuse University.

Un dialogo. Nel cuore della notte. Vediamo le luci al neon, fuori dalla finestra. Forse l'asfalto bagnato. Forse un taxi solitario che rientra. Lui si sveglia, la guarda. Si suppone che è già del tempo che stanno assieme, che si conoscono, che scopano assieme ecc.
Ma è come se la vedesse per la prima volta. Cos'è che nota, cosa mette a fuoco, di là dal suo profumo, che ha ancora sulle labbra? La sua mente meravigliosa. E subito dopo, la sua grazia. Ma la sua mente meravigliosa è perfetto. Non vale più questo di diecimila dichiarazioni sulla parità fra i sessi? Lui osserva non visto "la sua mente meravigliosa".
E poi, un colpo di testa tipicamente maschile: la sveglia all'improvviso, per offrirle il suo cuore. Avrebbe potuto farlo diversamente, con l'anello e le altre stronzate, avrebbe potuto farlo in mille diverse occasioni ma è adesso che lo fa, perché è adesso che lo sente.
E poi, il Lou Reed rocker, duro, distaccato, timido? ha la meglio, e non c'è più spazio per parole di miele, non c'è spazio per le svenevolezze. Siamo nel cuore della notte e questa è una coppia adulta, urbana, navigata. Tutto ciò che può aggiungere è: "Pensaci su".

C'è uno stacco. Uno potrebbe pensare che la canzone è finita. Invece, riprende l'accordo, la melodia si sgrana di nuovo, semplice e perfetta, senza alcun orpello, tranne quelle poche note di pianoforte, abbozzate su un pianino come da uno studente del secondo anno di conservatorio, quasi ingenue. Perchè questa è una canzone "alla pari", perché dopo avere sentito il punto di vista di lui dobbiamo sentire quello di lei. E lei la prende alla larga, divaga, dice che da qualche parte (forse in quel letto, forse in quella precisa congiunzione astrale), ci dev'essere un posto dove tutto è perfetto, tutto è grazia (e non è terribilmente femminile, questa espressione? E non è forse la stessa che lui ha usato un attimo prima?).
Così, sì, abbiamo fatto della strada assieme, siamo una coppia, dormiamo assieme, il momento della passione che acceca e del cuore che batte più velocemente al primo bacio forse è passato, o comunque passerà, ma proprio per questo - saggiamente - dobbiamo stare attenti, perché se chiedi il cuore di una persona, devi essere abbastanza, ascoltami bene, tesoro, abbastanza in gamba da saperlo amare sul serio...
E così, specularmente, la soluzione è la stessa: pensaci su, visto che mi hai svegliata, visto che non potevi aspettare fino a domattina, cerca di dominarti e riflettici. Chiediti se veramente è questo ciò che vuoi. Pensaci bene su.

Anche questo è rock, consapevole del suo potere espressivo. Questo è il rock che va al di là delle scemenze commerciali di Mtv (ora che hanno tolto anche "Brand news"). Questo è il rock che non soffre di sensi di inferiorità nei confronti di Hemingway o di Franzen o della Lessing. Questa è la colonna sonora degli anni nostri, la batteria a portare il tempo, perchè senza batteria, comunque, non c'è gusto, anche se il pezzo è un lento. Questa è la colonna sonora della nostra vita.

Waking, he stared raptly at her face
on his lips, her smell, her taste
Black hair framing her perfect face
with her wonderful mind
and her incredible grace

And so, he woke, he woke her with a start
to offer her his heart
for once and for all, forever to keep
And the words, that she first heard him speak
were really very sweet
he was asking her to marry him, and to

Think it over
baby, think it over
Think it over
baby, why don’t you think it over

She said, somewhere, there’s a faraway place
where all is ordered and all is grace
No one there is ever disgraced
and everyone there is wise
and everyone has taste

And then she sighed, well la-dee-dah-dee-dah
you and I have come quite far
and we really must watch
what we say
Because when you ask for someone’s heart
you must know that you’re smart
smart enough to care for it, so I’m gonna

Think it over
baby, think it over
Think it over
Baby, I’m gonna think it over

Al risveglio guardò assorto il viso di lei
sulle labbra il suo profumo, il suo sapore
capelli neri che le incorniciavano il viso perfetto
quella sua mente meravigliosa
e quella sua incredibile grazia

E così la svegliò, la svegliò di colpo
per offrirle il suo cuore
una volta per tutte, per sempre
e le prime parole che lei udì da lui
erano davvero così dolci
le chiedeva di sposarlo, e di

Pensarci su
tesoro, pensaci su
pensaci su,
tesoro, perchè non ci pensi su?

Lei disse: da qualche parte c’è un posto lontano
dove tutto è ordinato e tutto è grazia
nessuno è mai nella disgrazia lì
e tutti sono saggi
e tutti hanno buon gusto

E poi sospirò, be’ la-dee-dah-dee-dah
io e te abbiamo fatto tanta strada
e dobbiamo davvero stare attenti
a ciò che diciamo
perché quando chiedi il cuore a qualcuno
devi sapere che sei bravo
bravo abbastanza da preoccupartene, quindi

Ci penserò su
tesoro penserò su
ci penserò su
tesoro ci penserò veramente su.

ps: poi Lou Reed ha divorziato, si è messo con Laurie Anderson...ma questa è un'altra storia.

ELLIOTT MURPHY, 3 aprile, live in Zambana!



Non è mai diventato Springsteen, anche se Springsteen l'invita spesso sul palco per qualche jam session. Ma ha l'aria di essere felice così. A suonare in posti improbabili come Zambana, dove l'ho visto la prima volta, e dove si esibirà nuovamente il 3 aprile.

Ne ho scritto anche in "Music Box":

Elliot Murphy a Zambana, il paese semisepolto dalle frane, uno che ha conosciuto tutti i più grandi, ma è sempre rimasto una figura secondaria, suonò per quasi tre ore, prima i pezzi suoi, e poi quelli degli altri, da Presley a Dylan agli Stones, facendo ballare anche le cimici nascoste nei muri, una specie di juke box vivente con il cappello da cow boy, ironico sulla sua sorte bizzarra (“una zingara me l’aveva detto che dopo 30 anni di carriera finalmente sarei arrivato a suonare a Zambana!”), insomma fu grande, grandissimo, e ogni volta che torna qui dalle parti delle Dolomiti la gente va a sentirlo suonare e l’applaude.

The passenger



Era cresciuto in una casa-roulotte a Detroit. I compagni di scuola lo prendevano per il culo. Non era leccato come certi cantanti finti di adesso, non posava, non aveva studiato, era un'iguana naturale. Ed era vero.

Lady Day



When she walked on down the street
She was like a child staring at her feet
But when she passed the bar
and she heard the music play
She had to go in and sing
it had to be that way
She had to go in and sing
it had to be that way

And I said no, no, no
oh, Lady Day
And I said no, no, no
oh, Lady Day

After the applause had died down
And the people drifted away
She climbed down off the bar
and went out the door
To the hotel that she called home
It had greenish walls
a bathroom in the hall

And I said no, no, no
oh, Lady Day


Quando camminava per la strada
era come una bambina che si guarda i piedi
Ma quando passava davanti al bar
e sentiva suonare della musica
doveva entrare e cantare
doveva per forza essere così
doveva entrare e cantare
doveva per forza essere così

E io dicevo no, no, no
oh, Lady Day
e io dicevo no, no, no
oh, Lady Day

Dopo che gli applausi erano finiti
e la gente se n’era andata
Scendeva le scale del bar
e usciva
verso quell’albergo che lei chiamava casa
aveva muri verdastri
e il bagno nel corridoio

E dicevo no, no, no
oh, Lady Day

(from "Berlin")
Vedi anche: www.loureed.it

John Cale "(I keep a) close watch"



I keep a close watch on this heart of mine
I keep a close watch on this heart of mine