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John Cale: Style it Takes

John Cale sarà in Italia a marzo per 3 date:

15 Marzo – Spazio Mil (Sesto San Giovanni)- € 23,00
16 Marzo – Orion Club (Ciampino) – € 23,00
17 Marzo – Hiroshima Mon Amour Club (Torino)

Qui il capitolo finale del mio (ormai temo introvabile) "Music Box", (Curcu & Genovese edizioni, Trento, 2006) dedicato ad un concerto di Cale (gennaio 2001, se non sbaglio).

EXIT: STYLE IT TAKES

Una sera di gennaio venne a suonare John Cale. Suonò in un teatro costruito ai primi dell’Ottocento, un teatro vero, un teatro nelle Alpi retiche, con i palchi, gli stucchi, i velluti rossi, il loggione, la platea. Quel posto era stato inaugurato il 29 maggio 1819, con la Cenerentola di Rossini, scandalizzando i benpensanti (in una vivace cronaca dell'epoca si legge che "le persone sagge e religiose non potevano darsi pace nel vedere scelta una giornata di tanta divozione…”. Infatti era la vigilia di Pentecoste). La paternità dell’idea – ardita, per i tempi - spettava a un personaggio bizzarro, la cui prima attività era stata la vendita di dolciumi, poi la gestione di un caffè. Un self made man, che raccolse parte dei soldi per la costruzione dell'edificio vendendo in anticipo i palchi alle famiglie nobili del circondario.
Un tipo così sarebbe piaciuto ad Andy Warhol, sicuro.
In sala c’erano a stento cinquanta spettatori, compresi noi (unici due coniugi del rock fra singles disillusi e separati in casa). Un pubblico di carbonari, a dirla tutta, i più giovani avevano passato da un pezzo i trent’anni, i più vecchi potevano essere già in pensione.
Cale uscì fuori con i pantaloni di pelle, gli stivaletti e una t-shirt nera. Imbracciò la chitarra acustica, mise un piede sopra la sedia che qualcuno aveva posizionato al centro del palco, e attaccò Ship of Fools. Era l’emblema della solitudine. Non disse molte parole al pubblico; ma dava la sensazione di una maggiore disponibilità rispetto a quella mostrata da Lou Reed, per lo meno nei concerti a cui avevo assistito io. Si alternò alla chitarra e al pianoforte, concludendo ogni canzone fra uno scroscio di applausi che suonavano come mercurio sul velluto.
Nel bis fece anche Style it takes, canzone tratta dall’omaggio a Warhol inciso assieme a Reed nel 1989, dopo la morte dell’artista, Songs for Drella.
Mi chiedevo dove avrebbe dormito quella notte, e con chi, questa leggenda vivente del rock 'n' roll, questo gallese dal volto segnato e dai modi indifesi, piovuto qui come una meteora. Mi chiedevo se quel concerto avrebbe mai lasciato una traccia nella sua memoria, e nel suo karma. Se mai avrebbe ricordato le canzoni suonate per uno sparuto gruppo di fans nel Teatro fra le Montagne Innevate, in una cupa notte d’inverno affacciata sulla soglia del nuovo secolo, il nuovo secolo che in nulla faceva presagire qualcosa di meglio rispetto a quello che ci eravamo appena lasciati alle spalle. Avrei voluto avere il coraggio di invitarlo a casa nostra, offrirgli un succo di mela, parlare un po’ con lui, fargli vedere le foto del nostro album di famiglia, e poi magari telefonare a Zebedeo, a Marco e a Ivo ("portatevi le mazze!"), alla Nadia, a Ezio, a Paolo, a Valeria, a Andy, a Roberto, a tutti quelli che avevamo conosciuto, per dirgli di venire, ma in fretta, in fretta, che non c'era tempo da perdere. Avrei voluto avere la forza e la presenza di spirito per portarlo con noi, oltre il sipario della notte, non per intervistarlo, non per il gusto di trascorrere qualche minuto assieme ad una popstar. Forse solo per metterlo a sedere nel nostro salotto marchiato Ikea e ringraziarlo. La sua musica era di quelle che ci avevano salvato la vita.

Dopo il concerto abbiamo fatto due passi in centro, abbracciati. Sentivo i tacchi delle nostre scarpe sul porfido della strada, e anche se avevamo subito qualche amputazione, stavamo ancora in piedi dopotutto, proprio come avevano cantato i Velvet Underground. Le strade deserte rilucevano di pioggia. I bambini quella sera ce li teneva una vicina di casa. Quella sera, per la prima volta dopo mesi, potevamo rimanere fuori tutto il tempo che volevamo.

Sulla strada (estratto)


Di tanto in tanto un bagliore fioco arrivava dall'agglomerato di baracche, ed era lo sceriffo che faceva la sua ronda con una debole torcia elettrica borbottando tra sé e sé nella notte della giungla. Poi vidi la luce dirigersi a scatti verso di noi e sentii il rumore dei passi attutito sul tappeto di sabbia e sulla vegetazione. Si fermò e diresse la luce della torcia verso la macchina. Mi alzai a sedere e lo guardai. Con voce tremante, quasi querula ed estremamente tenera, disse: "Dormiendo?", e indicò Dean sdraiato sulla strada. Sapevo che quella parola significava dormire.
"Sì, dormiendo".
"Bueno, bueno", disse fra sé e sé, e si girò triste e riluttante per tornare alla sua ronda solitaria. Poliziotti così adorabili Dio non li ha mai creati in America. Niente sospetti, niente storie, niente noie. Quell'uomo era il guardiano del paese addormentato, punto e basta.
Tornai al mio letto d'acciaio e mi sdraiai con le braccia spalancate. Non sapevo nemmeno se proprio sopra di me c'erano rami d'alberi o cielo aperto, e non me ne importava assolutamente niente. Aprii la bocca a quello che mi sovrastava e presi grandi boccate di atmosfera della giungla. Non era assolutamente aria, piuttosto l'emanazione palpabile e viva di alberi e paludi. Restai sveglio. Il canto dei galli annunciò l'alba chissà dove fra i cespugli fitti.

Visto che sono libero, come devo vivere?

Ho iniziato "Libertà", di Jonathan Franzen, e ora del prossimo post l'avrò anche finito. E questa è una delle prerogative dei (due) libri (più famosi) di Franzen: quando li inizi li divori. E' stato così anche per "Le correzioni", superato lo scoglio delle prime due pagine (non sempre gli incipit sono la cosa più riuscita in un lungo romanzo). In questo senso Franzen è un formidabile narratore: pur essendo uno degli alfieri del "grande romanzo americano", il romanzo che ha l'ambizione di dipingere un affresco sociale (ed epocale), lavora sulle storie e sui personaggi, in particolare sui dialoghi, credibili e convincenti.
Come nella migliore tradizione, dunque (la tradizione ottocentesca), le storie di Franzen sono storie di famiglie. Anche in questo caso, come ne "Le correzioni", siamo in presenza di una saga familiare, con un numero di protagonisti un po' più ridotto rispetto all'opera precedente (dove erano almeno cinque: due genitori, tre fratelli). Qui al centro dell'attenzione ci sono Walter e Patty, conosciutisi all'università del Minnesota e divenuti marito e moglie dopo il serrato corteggiamento di lui (serrato fino al vassallaggio) e nonostante le molte perplessità di lei. Attorno, ovviamente, una vasta galleria di personaggi: i figli, i genitori, i vicini di casa, l'amico del cuore di Walter, Richard, eterna aspirante rockstar con dipendenza dal sesso (uno dei caratteri più riusciti). Il periodo storico va essenzialmente dai primi anni '80 ai 2000, ma non vi sono (almeno fino a dove sono arrivato con la lettura) vere e proprie digressioni, semmai dettagli seminati qui e là che aiutano a collocare storicamente la vicenda della famiglia Berglund (i Buzzcocks, la Tatcher, Clinton, le due torri ecc.)
La trama è inutile riassumerla: la si ritrova in molti siti, peraltro. Piuttosto, che cosa rende così speciale e così leggibile un romanzo del genere? Che cosa rende Franzen un autore degno della copertina del Time, onore riservato a pochi scrittori? Innanzitutto, suppongo, il fatto di parlare di cose che toccano tutti (tutti noi, noi lettori occidentali, diciamo) e di farlo in maniera credibile. E questa, per quanto mi riguarda, è la differenza che passa fra il leggere un buon libro di un autore americano e il leggere un buon libro di un autore libanese o tanzaniano. Franzen racconta di famiglie: come nascono, come proseguono il loro cammino, come si logorano, come esplodono in seguito, ad esempio, al rapporto con i figli, agli errori commessi quasi sempre involontariamente (nella fattispecie, quelli commessi da Walter e Patty con il figlio minore, che ad un certo punto spietatamente li lascia per andare a vivere con i detestati vicini di casa). Racconta i rapporti interpersonali: amori, tradimenti, frustrazioni, dipendenze varie, desideri coltivati per vent'anni e che poi si realizzano in una notte (quello che Patty coltiva per Richard, dai tempi dell'università, fino a quando, vent'anni dopo, finalmente lui se la scopa, o lei si scopa lui). Basta questo? Certo che no. Tutto questo materiale deve essere trattato con mano ferma e disciplina. Franzen, del resto, di tempo ne ha avuto, 9 anni. Ci vogliono mano ferma e disciplina per raccontare le cose da diversi punti di vista, ad esempio: la storia parte con la narrazione in terza persona e continua così ma da un certo punto in poi si riporta il diario scritto da Patty su suggerimento del suo analista. Lo sguardo rimane in qualche modo "esterno" - la narrazione è sempre in terza persona anche se l'autrice del diario non si nasconde - ma al tempo stesso diventa partecipe, diventa lo sguardo di una parte in causa. A volte dimentichi che è Patty a parlare e a volte no. E funziona.
Va bene, e poi? Poi c'è lo sguardo di Franzen sui suoi personaggi: non è consolatorio, non è moralista, non è romantico, nemmeno clinico o spietato. E' lo sguardo "alla giusta distanza" del narratore naturalista. Franzen ci sembra dire che le cose che accadono, che le scelte che le persone fanno nel corso della loro vita, hanno spesso ragioni e moventi diversi da quelli palesi. Magistrale il momento in cui Patty, dopo un disastroso viaggio in automobile fino a Chicago con Richard, dopo essere sbarcata in piena notte in una casa di simil-punk disastrati nel cuore di un quartiere malfamato, dopo essere stata rifiutata dal ragazzo dal quale si sente così attratta, il caustico, sensuale rockettaro, dopo avere saltellato con le sue stampelle fino ad una lercia locanda per mandare giù tre tacos, dopo una raggelante telefonata alla madre, decide di prendere un pulmann per andare a gettarsi fra le braccia di Walter, il buon Walter che vorrebbe fare l'attore ma studia legge e si ammazza di fatica con lavori vari per mantenere i suoi genitori, e che sta vegliando il padre ormai in punto di morte. E nonostante tutto questo, nessun afflato decadente. Perché nonostante il motel raffazzonato in cui consumano le loro prime notti d'amore, nonostante l'iniziale moto di gelosia di lui (nei confronti di Richard), nonostante il padre di Walter passi nel giro di pochi giorni a miglior vita, lì si apre per Patty uno dei periodi più belli della sua vita (anche se destinato a finire).
Ma il punto è anche un altro, e cioè che dei moventi nascosti o impliciti le persone non sono in genere perfettamente consapevoli: a volte li ignorano, oppure li tengono a bada, li aggirano, e a volte inventano scuse, costruiscono narrazioni alternative, e a volte ancora cambiano idea con il tempo, ci ritornano su, dimenticano.
Questo sul piano della psicologia dei personaggi, che è messa a fuoco straordinariamente bene, e con la quale, appunto, pagina dopo pagina, ci confrontiamo, noi oziosi lettori dell'Occidente opulento che non possiamo rispecchiarci nelle storie delle profughe somale o dei perseguitati politici rumeni (quelle storie - spesso appassionanti - le leggiamo per un altro motivo, per scoprire ciò che è altro da noi. Va detto peraltro che questa è una delle critiche mosse a Franzen anche negli Usa: scrive di cose scontate, chissenefrega delle crisi coniugali della famiglia media, le abbiamo già viste, ci interessa di più la mafia russa).
Poi c'è la metalettura, antropologica, sociale, "politica". Il tema è esplicitato dal titolo, è la libertà e in effetti i personaggi del romanzo si muovono con una libertà sconosciuta a, poniamo, una giovane donna cambogiana o un giovane uomo ugandese. E dunque: visto che sono libero, come devo vivere? I personaggi di Franzen non sono i disadattati di Carver, che riescono a malapena ad articolare qualche discorso di senso compiuto attorno alla pesca o all'arte della pasticceria: sono esponenti della middle-class, sono persone che leggono, che vanno a teatro, che hanno opinioni politiche (bellissima a proposito la descrizione della cena durante la quale l'ingenuo, idealista Walter cerca di descrivere alla famiglia di Patty, la madre una politicante in ascesa, il padre un semialcolizzato che semina sarcasmo distruttivo a destra e a manca, la sorella una snob ignorante e viziata - insomma, uno spietato ritratto dell'aristocrazia liberal - le idee del Club di Roma). Franzen ci mostra però come le esistenze delle persone spesso non corrispondano esattamente alle idee professate né ai loro riferimenti culturali: sia in senso oggettivo (nei suoi romanzi ritorna frequentemente il tema della corruzione, assieme a quello dell'ecologia), sia sul piano psicologico. Il Walter giovane, ad esempio, è un convinto sostenitore della necessità della decrescita demografica, velatamente ammira la "via cinese" (la politica del figlio unico), e si batte per la parità fra i sessi: ma accetta senza battere ciglio il programma di vita di Patty, metter su casa, fare figli e dedicarsi a pieno titolo al suo ruolo di madre.
E la libertà? La libertà e tutt'attorno, appunto. E' l'humus, è lo spazio sociale in cui si muovono i personaggi, una libertà alla fin fine condizionata, come in "Le correzioni", dalle esperienze che hanno avuto da bambini e da ragazzi, con i genitori, con i fratelli e le sorelle, prima ancora che, astrattamente, dalla classe sociale o dal reddito (pur essendo questi fattori molto ben delineati). La libertà infida e pericolosa di chi vive senza sapere tutto, la libertà che consente ogni sorta di affare spegiudicato, la libertà che porta al governo i neocon dopo l'11 settembre...
Ma non voglio addentrarmi troppo sulle questioni politiche perché lo hanno fatto in molti anche sui nostri giornali e sembrerebbe, leggendo quegli interventi, che si stia parlando di un romanzo appunto politico, mentre non è così, anche se certo, come in ogni grande scrittore le vicende minime narrate nel romanzo rimandano a qualcosa di più vasto.
Last but not least il linguaggio; anche qui, qualcuno ha rimproverato all'amico di Foster Wallace di non avere uno stile abbastanza sperimentale, inquieto, postmoderno. Ed è vero: Franzen scrive dei dialoghi efficacissimi, le sue descrizioni sono precise, "vere", il ritmo della scrittura è sempre serrato e tiene avvinto il lettore (Franzen potrebbe scrivere ottime sit-com), ma non è sperimentale. E' un limite? In questo genere di narrativa direi di no: è il linguaggio del "grande romanzo familiare (americano)", appunto. Certo, De Lillo in "Underworld" ha osato di più; e certi passaggi di memorabile lirismo propri di quel romanzo (compresa la sua chiusa, sulla parola "pace"), in "Libertà" non li abbiamo. Al tempo stesso, però, abbiamo qualcos'altro rispetto a quel senso di tragedia imminente: abbiamo il sorriso consapevole di chi osserva la commedia umana, senza condannare nessuno e però senza fare sconti alle debolezze di nessuno.

Music Box



Vabbé, ogni tanto un po' di autopromozione non fa male. Per chi se lo fosse perso quando è uscito (ormai 4 anni fa), il mio "Music box" è ancora ordinabile, ad esempio qui: http://www.fnac.it/Music-box-PONTONI-MARCO/a340968

Questo è l'incipit.


INTRO: FIRST OF THE GANG TO DIE

Stavano costruendo una casa proprio di fronte allo stadio, ormai erano arrivati al quarto piano e da lassù la vista sul prato era perfetta.
Quella sera si prevedeva un concerto fiacco; prima di uscire mi ero caricato ascoltando i Damned, non avrei tirato fuori una lira – se anche l'avessi avuta – per vedere un gruppo italiano che faceva il verso agli Asia o ai Van Halen ultima versione (quella più pop, che sacrificava la chitarra a beneficio delle tastiere). Ma il cantiere rappresentava una buona soluzione.

La primavera avanzava ruggente, nuvole di pollini nell’aria, mentre in cielo "lucevan le stelle", come in quei versi della Tosca di Puccini, mio padre un grande amate della lirica, sono cresciuto con i dischi de "La voce del padrone" arati da puntine di giradischi grosse come denti di forchetta, quelle strofe nelle orecchie, "e olezzava la terra, oh dolci baci, oh languide carezze…".
Intanto sul palco issato su un lato del campo sportivo stava succedendo qualcosa. Il gruppo spalla aveva iniziato a intrattenere il pubblico, composto per tre quarti di ragazze con t-shirt Fruit of the Loom e jeans Fiorucci. Arrivate all'ingresso dello stadio anche altre compagnie oltre alla nostra viravano verso nord; risalivano la massicciata ferrovia e si lasciavano cadere dall'altra parte, per poi infilarsi nel buco ricavato nella palizzata di recinzione. Dopodichè, bisognava solo stare attenti a dove si pestava: sparsi in giro c'erano sacchi di cemento, fil di ferro ritorto, attrezzi vari, una betoniera. Lo scheletro della casa era in piedi, scale comprese. Ovviamente, mancava ancora tutto il resto. In fila indiana, e con qualcuno davanti con una torcia che faceva luce, passando dalle scale interne si poteva arrivare abbastanza tranquillamente fino in cima, sulla terrazza.
"Che folla!", ha detto Roby sbucando all'aperto, cercando di darsi un'aria sciolta e contemporaneamente di farsi largo fra i capannelli seduti che parlottavano. "C'è più gente qui che là…"
Ci siamo sistemati in un angolo, abbiamo aperto il pacchetto di sigarette che avevamo comprato con una colletta. Per guardare verso lo stadio dovevamo stare girati di tre quarti, ma meglio che niente. Difficile distinguere, nel buio, chi c'era e chi non c'era. Dalle voci mi sembrava ci fosse anche la compagnia di Zebedeo, quella che frequentava la Giovanna, il mio sogno proibito (suo padre un carabiniere, siciliano, mica sarebbe stato contento di sapere che lei era lì).

Alle 10 il concerto entrò nel vivo. Una lunga intro di sintetizzatore, salutata con uno scroscio di applausi. A tratti il vento dal fiume spazzava via le note, poi ritornavano, assieme alla voce femminea del cantante.
Lo show è durato poco più di un'ora e mezza. Quando ci siamo rialzati, le gambe ci facevano male e mi si era informicolato un piede. Perciò siamo stati fra gli ultimi a scendere. Riguardo a quello che successe in quei momenti, mentre la band stava concludendo la serie dei bis, non posso dire di averlo visto con i miei occhi. Ripeto, era buio. Ricordo il titolo della canzone, Ultima notte di caccia.
Posso dire con sicurezza che la ragazza non cadde giù dal tetto, come scrisse un giornale. Sul tetto era facile orientarsi, grazie alle luci del concerto e delle case attorno. Cadde scendendo le scale. Forse mise un piede dove pensava di trovare un pianerottolo, e invece c'era il vuoto. Forse qualcuno la urtò senza volere. Forse il suo tipo le aveva lasciato la mano per accendersi una cicca.
Sentimmo delle urla. Ci precipitammo anche noi. Non si capiva dove fosse finita. All'epoca non c'erano ancora i cellulari per cui i ragazzi della sua compagnia dovettero mettersi alla ricerca di un telefono (cabine a gettone nel piazzale dello stadio) per chiamare l'ambulanza, minuti preziosi sprecati.

Venne portata fuori in barella. Saltammo la massicciata e ci dileguammo prima di essere fermati dalla polizia. I giornali montarono una storia infinita. Certi politici ce l'avevano con i concerti, non erano neanche in grado di distinguere un gruppo punk da uno di pop melodico o di blues. Sfruttarono l'occasione per atteggiarsi a moralizzatori...
Io pensavo: quanta gente muore in macchina, andando su e giù da queste montagne, da queste valli che trasudano schnaps? Eppure mica si pensa ad abolire le macchine (o la grappa).
E poi in definitiva la ragazza non era morta a causa del concerto.

Rimase una morte di ordinaria sfortuna, a dispetto delle fantasie popolari. Un incidente come quello che dev'essere capitato a Jeff Buckley mentre faceva il bagno nel Mississipi. Il complesso di mio fratello scrisse una canzone in memoria di Anna. Aveva vaghe sonorità indiane. Assomigliava a Paint it black degli Stones, eccetto che i ragazzi qui non avevano un sitar a disposizione.
Ogni volta che passo davanti a quel condominio – ne hanno costruiti altri, attorno, un fiorire di palazzine per ospitare famiglie di una o due persone, tre è già un record, e la ferrovia è stata spostata, è stata trasformata in una ciclabile, oggi tutti hanno il trip salutista della bici e del jogging - dicevo ogni volta che passo davanti a questa modestia architettonica ci penso, sul serio. Penso alla ragazza sconosciuta ingoiata dalla tromba delle scale. È stata la prima persona alla cui morte sono stato fisicamente vicino. First of the gang to die, canta Morrissey, è tutta la sera che l’ascolto, sul mio stereo, collegato ad un vecchio finale Technics, mentre fuori nevica e il modem non si collega, e in definitiva potrei anche essere in una capanna nei boschi e non in un appartamento di un quartiere di una città di confine di medie dimensioni, gerani ai balconi, portici che si scavano una strada sotto alle antiche case delle corporazioni. Ed è come se cantasse per lei. Solo che Morrissey si riferisce alle vittime degli scontri fra le gang di L.A., a migliaia di chilometri da qui, oltre la neve, le Alpi, le foreste tedesche, l'Atlantico, le grandi, bollenti pianure americane solcate da autostrade a diecimila corsie.

Marco Pontoni, Music Box, Curcu&Genovese, Trento, 2006

Domani nella battaglia pensa a me 4.0


E' faticoso muoversi nell'ombra e spiare senza essere visto o cercando di non essere scoperto, come è faticoso tenere un segreto o conservare un mistero, che fatica la clandestinità e la permanente coscienza di come non tutti i nostri congiunti possono avere uguali conoscenze, ad un amico si nasconde una cosa e ad un altro un'altra diversa da quella che è nota al primo, si inventano per una donna storie complesse che poi bisogna ricordare per sempre nei dettagli come se si fossero vissute, con il rischio di farsi scoprire più tardi, e a un'altra donna più nuova si racconta la verità su tutto tranne su quelle cose innocue che ci provocano vergogna in noi stessi: (...) che andiamo matti per il gioco d'azzardo o ci piace un'attrice che ammettiamo essere odiosa e persino offensiva, che abbiamo un carattere tremendo e fumiamo appena svegli e che fantastichiamo su una certa pratica sessuale che si considera aberrante e che non osiamo proporle. Non sempre si occulta per il proprio interesse o per paura o per avere commesso una vera mancanza, non sempre per difendersi, molte volte lo si fa per non dare un dispiacere o non guastare una festa e per non arrecare danno, altre volte per puro civismo, non è buona educazione né da persone civili farsi conoscere del tutto, figurarsi mostrare le manie e i vizi: a volte sono le origini ciò che si tace o si falsifica perché quasi tutti avremmo preferito un'ascendenza diversa in qualcuno dei nostri quattro quarti, la gente nasconde i genitori e i nonni e i fratelli, i mariti e le mogli (...). Ci vergogniamo di troppe cose, del nostro aspetto e delle nostre convinzioni passate, della nostra ingenuità e della nostra ignoranza, della sottomissione o dell'orgoglio che abbiamo dimostrato una volta, della transigenza e dell'intransigenza, di tante cose proposte o dette senza convinzione, di esserci innamorati di chi ci siamo innamorati e di essere stati amici di chi lo siamo stati, le vite sono spesso tradimento e negazione continui di ciò che è stato prima, si sconvolge e si deforma tutto man mano che passa il tempo, e tuttavia continuiamo ad essere coscienti, per quanto vogliamo ingannare noi stessi, che teniamo dei segreti e racchiudiamo in noi dei misteri (...).

Javier Marìas

Foto: vicolo di Riva del Garda (marco pontoni)

Domani nella battaglia pensa a me 3.0


"Vi sono cose che non si riesce a credere non debbano ripetersi, quello che è stato una volta non si può escludere che torni ad essere, se si avesse la certezza di avere fatto l'amore per l'ultima volta si porrebbe fine alla propria coscienza e al proprio ricordo e ci si suiciderebbe: forse, per esempio, se la si avesse immediatamente dopo averlo fatto quella volta che è stata l'ultima (...). Mentre se avesse saputo ciò che non si sa quasi mai, e non lo aveva saputo, non sarebbe riuscita a prendere sonno, anzi, avrebbe disturbato il marito o l'amante per continuare, per infrangere senza indugi quel verdetto e impedire immediatamente che quella volta fosse l'ultima, ma se avesse convinto l'uno o l'altro, se li avesse sollecitati ad abbracciarla ancora, una volta svegli, nel giro di di un altro momento si sarebbe trovata di fronte al fatto che quell'ultima volta si era presentata di nuovo ed era ormai passata, e così va il tempo sottoposto a quei nostri sforzi inefficaci e contraddittori, ci permette di essere impazienti e di desiderare che arrivino le cose che bramiamo e si rinviano o tardano, quando tutto sembra poco o troppo rapido una volta arrivato e una volta concluso, ripetere ogni azione voluta ci avvicina un po' di più alla sua fine, e il brutto è che ci avvicina anche il non ripeterla, tutto viaggia lentamente verso il proprio sfumare in mezzo alle nostre inutili accelerazioni e ai nostri ritardi fittizi, e soltanto l'ultima volta è l'ultima (...)."

Javier Marìas

Domani nella battaglia pensa a me 2.0


(...) Alla fine l'uomo decide di andare; ma non può lasciare il bambino, che dorme ignaro nella stanza accanto. Si risolve a telefonare all'albergo londinese dove soggiorna il marito della donna. Chiama, nel cuore della notte, immaginando di svegliare un portiere che, mentre lo lascia in attesa, cercando nel registro degli ospiti il nome che gli è stato comunicato, fischietta "Stranger in the night". E poi, la prima sorpresa: non c'è nessuno registrato con quel nome, nell'albergo.
Dunque il marito ha mentito? Non è in quell'albergo, forse nemmeno a Londra?
Prima che il protagonista possa riaversi dalla sorpresa squilla il telefono, questa volta quello dell'appartamento (la storia si svolge nell'ormai lontana era geologica pre-cellulari, quando ricevere una chiamata voleva dire trovarsi a tiro di una cornetta); ovviamente l'uomo indugia, non sa se rispondere, non è casa sua, non dovrebbe essere lì, oltretutto ha appena pensato di cancellare ogni traccia del suo passaggio, e nel frattempo parte la segreteria telefonica, una persona con una voce tagliente, autoritaria, rimprovera la donna di averlo avvisato troppo tardi che il marito sarebbe partito. Perciò non ha potuto raccogliere il suo invito.
Dunque, si dice l'io narrante, ero la seconda scelta. Era questo sconosciuto dalla voce tagliente l'amante che la donna aveva deciso di invitare a cena, ed è solo a causa della sua indisponibilità, del fatto che non ha sentito un messaggio o l'ha sentito in ritardo, che, all'ultimo momento, lei ha deciso di confermare il suo invito a me, un quasi-sconosciuto, con cui si è incontrata prima solo 2 volte al bar.
A causa di questa circostanza un po' umiliante ora sono io a vegliare il suo corpo morto, anziché il marito, anziché l'amante autoritario dalla voce tagliente, che l'ha chiamata "scema", che chissà quante altre volte è stato qui.

Intorno all'appartamento dove il bambino continua a dormire sotto a degli aeroplanini di carta che riproducono modelli da guerra della prima e seconda guerra mondiale, mentre la madre giace morta, nella stanza accanto, improvvisamente, stroncata da un malore, la città, con i suoi fantasmi e i suoi presagi. Uomini che cercano un taxi per tornare a casa, amanti al loro centesimo incontro che si baciano sull'uscio di lui (o di lei), infermiere alle prese con il turno, studenti che ripassano la materia oggetto d'esame, prostitute che attendono con poco entusiasmo sul ciglio della strada l'arrivo del prossimo cliente.
E l'uomo al centro esatto di tutto questo, con i suoi pensieri, i suoi gesti riflessivi, la sua consapevolezza della vita e il suo controllato stupore, che da un lato viene progressivamente sospinto ai margini delle esistenze che per un istante (e una fortuita catena di circostanze) ha incrociato, dall'altro le penetra sempre più a fondo, sollevando la coperta dei misteri che si celano sotto all'apparente normalità di una vicenda familiare. Come dice Shakespeare, nulla è se non ciò che non è.

Javier Marìas, "Domani nella battaglia pensa a me", Einaudi. Enjoy.

La foto è tratta da questo sito: www.flickr.com/photos/zioluc/with/4388949601/

Domani nella battaglia pensa a me



Ho iniziato oggi questo romanzo di Javier Marìas, senza sapere quasi nulla dell'autore. Conoscevo - e conosco - i titoli dei suoi romanzi, ovviamente, pubblicati in Italia da Einaudi, anzi, credo di ricordare quando sono comparse le sue prime traduzioni, credo di avere pensato allora: "Prima o poi dovrò leggere dei romanzi con dei titoli così belli", ma non l'avevo mai fatto. La verità è che mi sono deciso solo dopo avere letto da qualche parte come comincia "Domani nella battaglia...", il che depone a favore di un buon plot (o di qualche citazione in qualche giornale a larga tiratura). C'è un uomo, a Madrid, ospite di una donna che non conosce bene, la conosce da appena 15 giorni, una donna sposata e con un figlio di 2 anni: il marito è in viaggio di lavoro a Londra, il bambino finalmente si è addormentato, anche se , secondo l'uomo, ha fatto di tutto per rimanere sveglio, presagendo quello che stava per succedere fra lui e la madre. Insomma, la coppia è a letto, non sono ancora nudi, si stanno baciando, lui è riuscito a slacciarle il reggiseno, il tutto deve accadere in quella bolla, quell'aura di non-premeditazione che secondo l'io narrante di solito racchiude gli eventi della fatale "prima volta", quando entrambi desiderano convincere se stessi che non hanno realmente cercato nulla, che non hanno desiderato di fare accadere alcunché... Ma all'improvviso la donna sta male, lui pensa sia la digestione, o un tardivo pentimento, non si scompone né è deluso, è un uomo di mondo, solo, non sa bene cosa fare, non la conosce, la conosce appena, insomma, non sa neanche dov'è, non conosce i vicini, sono le tre di notte, si decide ad aspettare che le passi. E invece...lei muore.

Un attacco del genere non lascia indifferenti, no?
Se anche voi non conoscete il romanziere spagnolo, ma vi incuriosisce questa storia, e volete sapere come proseguirà il rapporto fra quest'uomo, questo visitatore notturno, e la sua non-amante (perchè qui la morte è solo all'inizio di un romanzo molto lungo, dunque questo rapporto dovrà continuare, in qualche modo), andate a leggervi il libro. Questa non è una recensione, è solo un annuncio di pubblica utilità.

E poi Marìas dev'essere una persona comunque intelligente. Ecco l'inizio di un suo articolo su Berlusconi:
"Questo individuo è essenzialmente una palla al piede, a giudicare dal materiale video nel quale lo si vede ai vertici politici in compagnia di altri mandatari o in occasioni mondane più frivole. In realtà il suo comportamento è identico negli uni e negli altri, solo che nei primi finge di essere l'anfitrione, lo fa sempre (anche se, per dire, si trova in Canada)..."

Potete averlo in edizione economica, si intitola "Trilogia sentimentale" (19 euro) contiene tre romanzi, "Tutte le anime", "Un cuore così bianco" e "Domani nella battaglia pensa a me", da cui sono partito. E' una trilogia di storie d'amore, ovviamente; c'è qualcosa di più interessante da leggere, ad inizio di primavera?
Il titolo pare sia mutuato da Shakesperare, e così Shakesperare continua ad invadere - benignamente - la mia vita, in questo periodo.

Il trailer l'ho trovato in youtube, grazie a chi l'ha messo assieme, mi sembra molto efficace e ieri notte, stranamente, mi sono addormentato proprio su quelle frasi, che come dice Lou Reed, commentando alcuni suoi testi, hanno un suono grandioso (anche se magari non vogliono dire nulla) .

Michael Jackson, geniale pacchiano



Michael Jackson come Elvis, alla fine. Entrambe star "trasversali", capaci di unire pubblici diversi, generazioni diverse. Michael Jackson più di altri ha mescolato le carte, ha portato la musica nera ad un pubblico vastissimo, non solo "bianco" ma mondiale, frullando il R&B e il funky con l'elettronica, il rap, il rock (ricordate l'assolo di "Beat it", affidato a quello che all'epoca era IL chitarrista metal per eccellenza, Edward Van Halen?). Certo, prima di lui o accanto a lui c'erano stati Diana Ross, Tina Turner e Marvin Gaye, c'erano state altre star della Motown e della disco music, ma con Michael Jackson tutto è avvenuto su scala più vasta. E dopo di lui (e di Madonna), la dance è rimasta quella cosa che conosciamo, quella cosa enorme che oggi bacia in fronte Britney, Justin' e co. Michael Jackson è stato anche tra i primi a forzare i confini della videomusica, facendone, con "Thriller", un business pazzesco e una forma d'arte a se stante. Ed è stato, ovviamente, uno dei più radicali sperimentatori con la chirurgia plastica; anche fisicamente è diventato un "bianconero", un meticcio virtuale, prodotto da bisturi e collagene, un cartone animato danzante, senza razza né età, molto bello da giovane, diciamo fino alla fine degli anni '80.
Infine, come Elvis, Michael Jackson è morto soffocato da troppa fama, troppe nevrosi, troppi debiti, troppi cattivi consiglieri. Del resto, era un musicista geniale (o forse geniale era Prince, lui era il musicista giusto al momento giusto, diciamo), ma era anche un bambino, con i gusti zuccherosi di un bambino, disarmanti in un uomo fatto.
Nel mio libro (non gli faccio pubblicità spesso, ne converrete), l'ho trattato un po' male. Ecco il passaggio.

"Una sera ho guardato un'intervista a Michael Jackson. Ero avvolto dalla nebbia della malattia, comunque riuscivo ancora a ragionare; e ho pensato che è strano il modo in cui la sorte distribuisce i suoi talenti alla gente. Jackson è indubbiamente un talento musicale, abbastanza versatile da coprire canto, composizione, ballo, coreografia, ideazione e regia di video tra i migliori della storia della musica pop. Al tempo stesso, è una persona del tutto priva di cultura e di gusto.
La sua casa – la casa che mostravano in tv – un luna park infantile e ridondante, con tanto di zoo privato: e per le vacanze si sposta in un albergo a Las Vegas (!), città che con le sue luci, i suoi scenari di cartapesta, la sua grandiosità kitsch è esteticamente identica alla sua casa.
Il senso del bello di Michael Jackson è modellato sulle architetture e sugli arredi dei centri commerciali. Dice al giornalista di ammirare 'un meraviglioso soffitto a cassettoni', come se fosse veramente un soffitto a cassettoni del '500 e non la sua imitazione in un megastore. Nel suo shopping miliardario Jackson fa incetta di cose che farebbero inorridire chiunque sia dotato di un briciolo di educazione artistica. Quadri, anfore: oggetti che sono la più totale negazione dello stile e del valore, anche se costosissimi. In una parola: pacchiani, fatti per impressionare un bambino.
Non so dire in realtà se Michael Jackson sia come il resto dei suoi connazionali. Se davvero incarni le preferenze dell'americano medio, l'americano tamarro coi dollari, da barzelletta, che ti chiede se Dante è ancora vivo o se si può comperare un pezzo di Colosseo. Il tipo di persona che, non essendo abituata a vivere circondata dalle opere d'arte lasciate dalle generazioni passate è incapace di distinguere ciò che vale davvero da ciò che vale nulla (anche se per averlo bisogna staccare un assegno con molti zeri).
Può darsi che sia così. In ogni caso, fa impressione vedere come un uomo ricco, famoso e dotato di una grande creatività, un uomo ammirato dai ragazzi e dalle ragazze di tutto il mondo, sia una così totale testa di cazzo."

da Music Box, Curcu& Genovese, Trento, 2006.

Però devo dire anche che non credo abbia mai fatto del male a qualcuno, men che meno a dei bambini. Forse solo a se stesso.
You are not alone (per quanto non scritta da lui) commuove un po' a sentirla, oggi. Il video non si può postare perché youtube li ha tutti disabilitati (succede sempre più spesso), ma il testo, così semplice, esprime quello che deve avere provato lui in tutti questi ultimi anni di successo-non-successo, processi, media spietati e chirurgie plastiche.

Un altro giorno è andato
Io sono ancora tutto solo
Come può essere
Tu non sei qui con me
Non hai mai detto arrivederci
Qualcuno mi dica perchè
Sei dovuta andare
lasciando il mio mondo così freddo

Qui un esempio piuttosto spassoso dell'influenza planetaria di Jackson.

Pamuk, Brasov e la città perfetta (1)

Ho terminato ieri sera Neve, di Orhan Pamuk, lo scrittore turco premio Nobel per la letteratura 2006. E' un romanzo lungo, impegnativo, e al tempo stesso molto incalzante, molto ricco di colpi di scena. Ha per protagonista un poeta turco esule in Germania, Ka, il quale ritorna in patria e decide di recarsi nella remota città di Kars, in Anatolia orientale, dove alcune ragazze islamiche si sono suicidate dopo che la scuola ha loro proibito di portare il velo. Al di là dei temi trattati - il contrasto fra religione "militante" e laicità imposta dallo Stato (quello kemalista, realizzato da Ataturk per occidentalizzare la Turchia dopo il crollo dell'impero ottomano), ma anche l'amore e la nostalgia in tutte le loro varianti (compreso l'inganno e la gelosia) - nel romanzo di Pamuk la vera protagonista è la città di Kars, sepolta da una nevicata che per tre giorni la isola dal resto del mondo, accentuando ancora di più la sua distanza e la sua solitudine (ma anche il suo essere microcosmo a suo modo affascinante).
Conosco bene la geografia dei luoghi: sono almeno vent'anni che progetto un viaggio in Anatolia orientale, anche se i casi della vita mi hanno portato a visitare tanti altri posti "strani", ma non questo. Leggere Neve, però, mi ha spinto a chiedermi quale sia la mia Kars, quale sia, insomma, il mio remoto luogo dell'animo, il mio altrove, la mia città perfetta sotto a cieli perfetti, all'incrocio dei venti, nella perfetta congiunzione astrale. Londra, Cochabamba, Bologna, Dar es Salaam, Oporto, Bassano del Grappa, Pechino, Pitigliano, Lima, Merka, Buenos Aires, Sarajevo, Palermo, Colombo, Venezia, Tomar, Parigi?

Di tutti, ce n'è una che svetta nel ricordo-che-non-passa: Brasov.

Brasov è una città rumena, capitale della regione della Transilvania. Adolf Menschendorfer, la descrisse nel suo La città nell'Est, sottolineando il contrasto fra la civiltà urbana, espressione dell'ethos borghese, e l'Est, la dimensione degli spazi aperti e del nomadismo. Decisi di visitarla - senza saperne nulla, nemmeno che cosa ci fosse da vedere - in un'altra stagione della mia vita, una stagione in cui tutto andava bene: avevo terminato il primo anno di università, senza alcun problema, ero libero tutta l'estate (avrei lavorato in autunno, per la raccolta delle mele) e un'amica mi aveva suggerito di comprare un Bige (ticket ferroviario scontato) per Budapest, dicendomi che costava pochissimo. All'epoca - il 1985 - questa parte dell'Europa era ancora oltre la Cortina di Ferro. Si sapeva poco di essa, se non che per andarci ci voleva un visto. Guardai una cartina: vidi che dopo Budapest e la Putza ungherese la ferrovia proseguiva in Romania, arrivando fino in Transilvania. pensai che quello era il momento di realizzare un sogno coltivato da bambino, quando, dopo aver letto il Dracula di Bram Stoker, mi ero imbattuto in un articolo della Domenica del Corriere che narrava le gesta del Dracula storico, il principe rumeno Vlad II "Tepes" (l'impalatore), una sorta di eroe nazionale in Romania per essersi a lungo opposto con successo agli invasori turchi.

Così - assieme ad un amico - mi misi in viaggio. La Romania non era, come oggi, sinonimo di immigrati stupratori. Era un paese comunista governato da un regime poliziesco, quello di Ceausescu (in realtà piuttosto ben visto dall'Occidente perchè inviso a Mosca). Una terra di cui si sapeva quasi nulla tranne che avevano scoperto una straordinaria cura contro l'invecchiamento basata su un fango misterioso, il gerovital (un "pacco" pazzesco, ovviamente).

Andare laggiù da soli, con uno zaino in spalla e un sacco a pelo, era una scelta quantomeno stravagante: fin dalla partenza ci imbattemmo nello stupore dei bigliettai (all'epoca sui treni i biglietti ancora li controllavano) che non riuscivano a capire perché volessimo andare in Transilvania in pieno agosto, anziché a Rimini. Né lo facevamo per turismo sessuale; figurarsi, eravamo romantici fino al midollo (e comunisti, per giunta!). Mai avremmo usato il nostro denaro (che era pochissimo, alla partenza, ma divenne tantissimo in Romania quando facemmo il cambio al nero) per portarci a letto qualche povera ragazza rumena (o ungherese) in cambio magari di un paio di scarpe da 2mila lire (come vedemmo fare a Budapest da un avvocato romano, che girava con una stanga bionda, stile fotomodella per hobby, e ci prese per due allocchi provinciali).

Lo facevamo per andare lontano, questo sì. E se per il Kerouac de Sulla strada lontano era sinonimo di Messico per noi era sinonimo di Est, frontiere, passaporti, militari sui treni, perquisizioni, stelle rosse, "compagni", sol dell'avvenire, e poi, più tardi, con il procedere del viaggio, disillusione, povertà, culto della personalità, fare i conti con l'ideologia, non accettare che sia tutto falso, interrogarsi su ciò che è vero.

Avevo 20 anni, non avevo ancora trovato l'amore (sarebbe successo qualche mese dopo): ero libero, assetato, povero, arrogante, imperfetto, inesperto, intelligente, timido, felice.

Uno scrittore: Orhan Pamuk - amore&suggestioni

Si immaginava come il triste e romantico protagonista di un romanzo di Turgenev mentre va incontro alla donna sognata per anni. Ka amava Turgenev, che, ormai in Europa, sognava nostalgico la patria che aveva lasciato, stanco dei suoi infiniti problemi e della sua arretratezza come dei suoi raffinati romanzi. Ma diciamo la verità: non aveva sognato Ipek per anni come succedeva nei romanzi di Turgenev. Aveva soltanto sognato una donna come Ipek, e forse lei gli veniva in mente ogni tanto. Ma, appena saputo che lei si era separata dal marito, aveva cominciato a pensarla, e adesso per instaurare un rapporto più profondo e vero con Ipek voleva colmare la lacuna creata dal fatto di non averla sognata abbastanza con la musica che sentiva e con il romanticismo di Turgenev.

da Orhan Pamuk, Neve, Einaudi, prima ed. 2004.
(foto: violinista ambulante davanti al Beaubourg, Parigi - Marco Pontoni)

Il poeta è un fingitore, e finge così completamente, che arriva a fingere che sia dolore, il dolore che davvero sente.

Fernando Pessoa

Sandor Marai, da "Le braci"...

Una sera d'estate, mentre Konrad e la madre di Henrik stavano suonando un pezzo per pianoforte a quattro mani, accadde qualcosa. In attesa della cena, l'ufficiale della guardia e suo figlio, seduti in un angolo del salone, ascoltavano educatamente la musica, con la condiscendenza computa e la remissività di chi dice: "La vita è tutta un dovere, bisogna sopportare anche la musica. Non ci si può mostrare annoiati davanti a una signora". La contessa suonava con trasporto: eseguivano le Fantasie polonaise, di Chopin. Nella stanza tutto sembrava vibrare. Mentre aspettavano, educati e pazienti, nelle loro poltrone in un angolo del salone, padre e figlio si resero conto che in quei due corpi, della madre e di Konrad, stava avvenendo qualcosa di strano.
Dalla musica sembrava sprigionarsi una forza eversiva capace di sollevare i mobili e di gonfiare i pesanti tendaggi di seta alle finestre. Era come se tutte le cose vecchie e ammuffite, sepolte da tempo nei cuori umani, ricominciasero a vivere, come se nel cuore di ogni essere si annidasse un ritmo mortale che, ad un certo punto della vita, potrebbe mettersi a pulsare con implacabile violenza.
Gli ascoltatori pazienti compresero che la musica rappresentava un pericolo.

Neve

La neve è sorprendente; appartiene a quella categoria di fenomeni naturali che generano nelle persone un senso di complicità, di comune appartenenza al genere umano, difficile da rintracciare in quelle che i sociologi chiamano: "società complesse". E` come se il disagio, molto modesto, che essa crea, risvegliasse negli uomini l'istinto primordiale a far causa comune contro forze percepite come infinitamente più potenti. Un istinto che risale, suppongo, a quando eravamo inermi contro cataclismi di ben altra portata, i terremoti, le inondazioni, qualche sconosciuta pestilenza...
Quando una nevicata improvvisa paralizza il traffico, quando i tram smettono di viaggiare e ci si sente isolati, persino nel cuore della città, dentro ai confini angusti di un caseggiato, un quartiere...allora ci si scambia sinceri sorrisi, e si commentano assieme le previsioni del tempo. Le persone sono capaci di cose inaudite, come prestarsi aiuto a vicenda. E` il loro lato tribale che viene a galla, mette sempre una certa eccitazione, a vederlo esplodere così, per un nonnulla.
da Macchine fluide, romanzo inedito (finalista Premio Calvino 1997)

Intervista a Boris Pahor



Lo scrittore italo-sloveno Boris Pahor ha assunto ormai una notevole notorietà anche presso il publico italiano, dopo la pubblicazione del romanzo Necropolis, che racconta le sue vicende di deportato dei campi di concentramento nazisti, e dopo i suoi passaggi televisivi (compreso quello da Fabio Fazio). Recentemente è stato anche al festival di Mantova per un faccia a faccia con Joseph Zoderer, scrittore sudtirolese, sulla letteratura "di frontiera". Nel 1998, quando realizzai questa intervista a Trieste, assieme a Giuliana Dalla Fior (per l'annale "Comunicare", pubblicato dall'editore Il Mulino fino allo scorso anno), era ancora, in Italia, pressoché sconosciuto. Pubblico qui una sintesi di quel lungo colloquio, che ebbe come cornice il Caffè degli specchi di Piazza Italia.


UN PELLEGRINO NELLA CASA DELLE OMBRE

di Giuliana Dalla Fior e Marco Pontoni

L'espressione "società multiculturale", o "multirazziale", è oggi al centro di un ampio dibattito, non solo in Italia. Lei è cresciuto in una città, Trieste, solitamente identificata come parte di quella Mitteleuropa che, nel senso comune, ha rappresentato un esempio concreto di società multiculturale. Ma anche una città dalla quale il fascismo cercò di sradicare l'elemento sloveno, conformemente alla sua volontà di italianizzare le regioni di confine della penisola. Quanto è cambiata la Trieste della sua giovinezza rispetto a quella di oggi?

Bisognerebbe un po' ridimensionare la fama di Trieste città multiculturale e mitteleuropea. Le sue due anime, una italiana, maggioritaria da lunghissimo tempo, diciamo fin dall'epoca della colonizzazione romana, e l'altra - in senso lato - slava, in realtà sono sempre state ben distinte. C'è poi la Trieste ebraica, a cui il fascismo sferrò un colpo terribile, forse cogliendola di sorpresa, perché in un primo tempo la comunità ebraica di Trieste non aveva manifestato una particolare ostilità nei confronti del regime. Gli sloveni invece ebbero modo di farsi molto presto un'idea di che cosa avrebbe comportato l'avvento del fascismo; fin dal 1920, quando la Casa della cultura slovena di Trieste venne distrutta da un incendio provocato dai fascisti. All'epoca io avevo sette anni. Dopo il 1945 gli sloveni hanno ricostruito tutto da capo, e quindi anche un panorama culturale che, è bene sottolinearlo, non è mai stato provinciale. Ma ovviamente questo processo di ricostruzione è stato pesantemente influenzato dal nuovo assetto politico che la Jugoslavia era andata assumendo. Oggi a Trieste, fra poeti e narratori, ci saranno circa una trentina di autori sloveni. Io sono il più anziano ma non mi considerano il loro decano. Ognuno di noi in questi anni ha coltivato una sua personale visione politica, e dunque non esiste un "cenacolo".

Queste divisioni hanno influito sul suo senso di appartenenza? In altre parole, lei si sente più italiano, sloveno, o che altro?

Io mi considero totalmente sloveno e vivo in pieno la mia slovenità. Al tempo stesso, pur essendomi schierato contro il nazionalsocialismo e il fascismo, per molti anni, dopo la presa del potere da parte di Tito, non mi sono potuto recare in Slovenia, perché mi ero espresso anche contro il suo regime, una volta compreso che, a prescindere dalla nobiltà degli ideali – perché comunque io ritengo che a questo livello una differenza fra il socialismo e gli altri autoritarismi comunque esista - era pur sempre una dittatura.

Dunque che tipo di diffusione ebbero le sue opere nella Jugoslavia socialista?

All'inizio non facevano fatica a circolare, perché il loro tema principale era la "non-libertà", espressione che dopo il 1945 in Jugoslavia veniva ricondotta essenzialmente al nazifascismo. Vi sono poi altre due ragioni che forse spiegano la buona accoglienza riservata all'inizio ai miei libri. Innanzitutto in essi la "non-libertà" veniva raccontata in prima persona da un testimone oculare, non da un semplice studioso. Inoltre era una "non-libertà" subita sì, ma anche avversata, combattuta attivamente. La mia intera esistenza è stata segnata da quest'esperienza, che cominciò ben prima della deportazione nei campi di concentramento. Nei miei ricordi di bambino vedo mia madre che piange, mio padre che bestemmia... Essere colpevoli senza sapere di che cosa! E' il problema posto da Kafka, come difendersi pur ignorando i capi d'accusa. Tutto quello sviluppo psicologico ed esistenziale è presente nelle mie opere, solo che lì non c'è invenzione, perché in verità io non ho mai avvertito il bisogno di ricorrere all'invenzione. La materia è autobiografica, le vicende narrate sono reali.

Il successo letterario, ed il conseguente riconoscimento pubblico, sono giunti tardi, e comunque in Italia i suoi libri sono ancora pressoché ignorati, al di fuori dell'area friulana. Come si è sentito in tutti questi anni, a scrivere senza ottenere riscontri da parte del mercato editoriale?

Mi piace parlare soprattutto se posso dire le cose che di solito non vengono dette, ma non credo che questa sia la causa del disinteresse manifestato dagli editori italiani. Ciò che so è che per trent'anni ho mandato i manoscritti alle case editrici, ma non ho mai, o quasi mai, ricevuto risposta. Negli ultimi anni qualche promessa di interessamento...ma sinceramente, non ci conto più tanto. Invece all'estero le cose sono andate meglio. In Slovenia, innanzitutto dove ho avuto diversi riconoscimenti e dove sono inserito nella "Storia della letteratura slovena". Il successo e la fama dei miei romanzi sono comunque senza dubbio maggiori in Francia.

Spesso, per chi ha vissuto, direttamente o anche indirettamente, l'esperienza del lager, penso ad esempio a Primo Levi, o a Paul Celan, si pone il problema del "come dirlo". Quale linguaggio usare per esprimere quest'esperienza-limite. E' così anche per Necropoli?

Quando ho pensato alla scrittura di Necropoli, mi sono detto: "Devo scrivere un libro tutto mio, perché rispetto ad altri autori che hanno descritto l'esperienza del campo di concentramento io ho questo di particolare, che racconto la vicenda di un internato il quale, dopo la guerra, ritorna nel campo come "turista". Perché dopo la guerra sono tornato nel campo di Strutthof-Natzweiler sette volte, mescolato agli altri visitatori, e il libro è stato scritto dopo la seconda di queste visite. L'opera insomma doveva possedere un suo proprio carattere e non ho trovato altro modo per raggiungere le finalità che mi ero proposto che mettermi di fronte al romanzo alla maniera ad esempio di Becket, lasciando fluire la narrazione senza interromperla, senza apporre spazi, cesure, descrivendo insomma l'esperienza del ritorno al campo come un continuum. Perché il male è questo, è come una fiumana che non si arresta... Dunque la scelta estetica che salta immediatamente agli occhi è quella di non suddividere il romanzo in capitoli, così come, a mia insaputa, è stato fatto invece nell'edizione americana.

Secondo lei le generazioni future, anche leggendo i suoi libri, o quelli di altri che hanno vissuto l'esperienza del campo di sterminio, intenderanno la parola lager in maniera diversa rispetto ad una persona nata nell'immediato dopoguerra, i cui genitori, dopotutto, erano contemporanei delle vicende narrate?

Non so dare una risposta definitiva. In Necropoli ho scritto che in quei vestiti da prigionieri bisognerebbe andare a fare delle processioni nelle città europee. Queste sono idee che vengono dal cuore, naturalmente. Io credo però che la storia non sia maestra di vita. Non credo a questa frase paradigmatica. Non dico questo pensando solo a ciò che ho provato io, ma anche a ciò che è successo, ad esempio, in Bosnia. Penso che il mondo del futuro o si ravvede per un caso - ma non ad esempio per motivi religiosi - oppure l'unica via percorribile per opporsi al lager sia, come ho scritto in Primavera difficile, educare ad un rispetto del genere umano che parta dal rispetto per il corpo. Perché quando parliamo di sterminio parliamo sempre innanzitutto di annientamento dei corpi. Se qualcuno è ritenuto colpevole - streghe, eretici, perseguitati politici - è sempre il suo corpo ad essere colpito. Lo spirito resiste, ma il corpo non ha difese, soccombe.

In Primavera difficile racconta di un uomo che si riaffaccia alla vita nonostante l'orrore della guerra e del campo di sterminio, e lo fa grazie all'amore. In La villa sul lago viene descritta una sorta di "pedagogia dei sentimenti". Nei suoi libri, insomma, l'amore non è mai morboso, o foriero di sventure, ma una sorta di ancora di salvezza. E' così?

In Primavera difficile ho raccontato il lento ritorno a casa di un reduce dei campi di concentramento, le sue esperienze in un ospedale, e sì, l'amore che torna a giocare un ruolo fondamentale nella sua vita. In La villa sul lago, ambientato sul Garda, c'è questa sorta di "pedagogia sentimentale", come l'avete ben definita, nei confronti di una ragazza che si dichiara fascista semplicemente perché è stata educata così dai suoi genitori, non per una convinzione reale, profonda. Il che è probabilmente quanto accade alla "maggioranza silenziosa" sotto le dittature, che non approfondisce, non si documenta, crede a ciò che gli viene detto dagli altri, o dalla propaganda, alla versione ufficiale della verità. Certo, credo che l'amore possa servire anche in questo senso. Perlomeno, è stata la mia esperienza.

Quale opinione si è fatta del cosiddetto revisionismo, di questo tentativo di riscrivere la storia che sembra essere in atto da alcuni anni?

Per la maggior parte degli studiosi che si riconoscono in questo tentativo la definizione "revisionisti" mi sembra troppo debole. Queste sono, diciamo così, persone che vogliono negare la verità. Il vero revisionismo lo si dovrebbe avere solo in presenza di un nuovo apparato documentario, dopo nuove fondamentali scoperte. Ma non mi sembra essere questo il caso della maggior parte dei revisionisti, almeno per quanto concerne la verità storica del lager. No, non credo proprio esistano elementi in base ai quali ridimensionare il peso che il lager ha avuto nella storia del XX secolo.