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Pamuk, Brasov e la città perfetta (2) - trough Vienna&Budapest

foto 1: me in Budapest, 24 years ago.

La prima tappa del viaggio era Vienna. Lì contavamo di fare i visti per l'Ungheria e la Romania, anche se non eravamo del tutto sicuri di poterli ottenere in un paese diverso dal nostro. Il ticket ci imponeva un percorso strano: pur partendo da Bolzano, anziché andare per Innsbruck dovevamo fare il giro - molto più lungo - via Venezia, Villach, Klagenfurt. Attendemmo l'alba - e la coincidenza - a Venezia, appunto, sul ponte di fronte alla stazione, all'epoca ancora assediata dai saccoapelisti. Nella foschia del mattino, mi sembrò di intravvedere, laggiù, dove l'ultima casa affondava le sue fondamenta nella melma, l'Est, il miraggio, le rupi, i castelli, la terra misteriosa a cui approdava Jonathan Arker per vendere al conte Dracula una proprietà londinese, insomma l'altra Europa, la terra dei vampiri e del socialismo reale, (come lo chiamavano, per distinguerlo ovviamente da quello irreale, cioè quello che amavamo noi).
Arrivati a Vienna, dopo un viaggio interminabile attraverso un'Austria leziosa, in stile "plastico ferroviario", fu Luca ad occuparsi di tutto; io, con i miei cronici deficit in lingue straniere, servivo a poco. Con la metropolitana approdammo ad un ostello; l'accomodation era gut, una camera da due, la cucina in comune al piano terra...
Appena messi giù gli zaini ci dirigemmo verso un vicino canaletto che - in apparenza - doveva essere proprio il bel Danubio blu. Contemplammo fumando il rigagnolo, nella luce sfolgorante del tramonto. Poi Luca pronunciò la storica sentenza: "Secondo me, Strauss era un coglione." (capiremmo molto dopo che si trattava non del vero Danubio ma solo una piccola derivazione cittadina).

Dopocena, sulle scale di questo tetro edificio tardo-ottocento, facemmo conoscenza con una tipa sudamericana, in Europa per ragioni di studio. La buttammo subito in politica, i Sandinisti erano il nostro mito, a lei i rossi non piacevano... Sì, insomma, su certi temi si era piuttosto intransigenti. Oggi il tragico fascismo che ha insanguinato quel continente è praticamente scomparso, anche se non sono scomparse le oligarchie e le diseguaglianze sociali. Persino in un paese che all'epoca sembrava senza speranza come il Salvador è stato eletto un presidente di sinistra. E ciò non può che rallegrarci. Al tempo stesso, come dimenticare la prima domanda che mi fecero mio padre e mia madre quando tornai dalla Romania? Non mi chiesero se i posti erano belli, se avevo speso tanto, se stavo bene: mi chiesero com'è. Com'è là. Com'è dove c'è il comunismo. Sono balle quelle che ci raccontano in Italia? E' propaganda americana? Insomma, come stanno, meglio o peggio di noi?
Io come Joseph Roth quando andò in Russia, subito dopola Rivoluzione, ero partito "comunista" (comunista rockettaro, vabbé...). Sarei ritornato come? No, non monarchico come lo scrittore galiziano. Però, certo, avrei detto loro che non si stava meglio, che gli operai che avevo visto uscire dalle fabbriche rumene non mi sembrava fossero messi meglio di mio padre, no no, anzi, molto peggio.
E poi c'erano anche altre cose, più spiacevoli ancora del livello di sviluppo che un paese può avere o non avere raggiunto, cose che hanno a che fare con libertà, costrizione e privilegi. Ma di questo dirò poi, non voglio anticipare troppo. Così come dirò che , proprio come nel romanzo di Pamuk, ciò che etichettiamo come cattivo, come insostenibile, in verità può essere vita, dopotutto, può essere persino cosa buona, per qualcuno...
In definitiva, se doveva avere una colonna sonora, quel viaggio, non sarebbe stata l'Internazionale, piuttosto una canzone che non era ancora stata scritta, una canzone che sottolinei il dominio del dubbio, dell'ambiguità, dell'ambivalenza postideologica amorale che avrebbe così pesantemente segnato i successivi anni '90, una canzone tipo L'assenzio, ad esempio, che fa: la pioggia, le feste, il dottore, l'alcol, i discorsi, le moto degli altri, l'acqua calda, il fumo, l'arrosto, costruire una capanna, i massaggi, la crisi, le associazioni, la suora, il prete, gli sposi, la marijuana/ fanno bene fanno male, sto bene sto male...(e via così).

Comunque, i visti riuscimmo a farli. All'ambasciata rumena vecchi, antiquati poster ci parlavano di di un luogo che fin'ora non ci aveva svelato neanche una sua immagine, una pura incognita, una suggestione; del resto, l'unica guida della Romania disponibile in Italia era quella noiosissima del Touring, e per il resto...internet ancora non l'avevano inventato (com'è strano pensare che oggi, prima di metterci in viaggio, possiamo già sapere molte cose della nostra meta, possiamo addirittura vederla dall'alto con Google).
Alla frontiera ungherse all'improvviso la percezione di stare entrando in un altro mondo. Militi molto marziali, armati di fucile, salgono sul treno cominciando a frugare ovunque, a smontare antine, a battere, a perquisire, a sfogliare i passaporti. L'Est ci dava il suo benvenuto con marziale nervosismo
In ogni modo, arrivammo alla capitale ungherese, e prenotammo già in stazione una stanza in un albergo di Buda (ignorando che la maggior parte della vita cittadina stava a Pest). A noi si unì un ragazzo inglese, molto sbronzo, che viaggiava solo. Un fan del metallo pesante, timido e panciuto, che aveva pianificato di proseguire - sempre da solo - fino a Istanbul.

All'albergo - un palazzone per i turisti standard - una comoda tripla con la moquette per terra, ma i bagni in comune in corridoio. Mentre aspettavo, senza fretta, in un salottino sul giroscala, due poltrone e un tavolo basso, semiassopito in penombra fra le 16 e le 16.15, che Luca finisse di lavarsi per dargli il cambio, e lasciavo scendere la stanchezza, una donna fece la sua comparsa in fondo al corridoio. Sfilò regale come l’indossatrice di un catalogo per corrispondenza di fronte a ognuna delle porte chiuse, e concluse il suo percorso accanto a me, sulla poltrona libera, dove si sedette, in attesa di un cenno. Alta, magra. Coperta con una sottoveste leggera, e sotto slip bianchi.
Poi dopo, nella hall, incontrammo un romano, un avvocato, giovane. Era già stato qui altre volte, conosceva gli optional offerti ai turisti da questo tipo di alberghi, sembrava divertito dal nostro candore. Aveva anche molto denaro da spendere. “Budapest è la New York del blocco comunista - ci spiegò - vengono qui da tutti i paesi attorno per assaggiare un boccone di società dei consumi, merci introvabili altrove, vita notturna, musica. Non gli importa come fanno a procurarsela”. Ammiccava in direzione della squisita che lo accompagna, una tedesca della DDR (la Germania Est), bionda e glaciale come certe commesse di boutique su da noi, che ci guardava dall’alto in basso perché eravamo vestiti peggio dei suoi connazionali. L’aveva conosciuta il pomeriggio stesso del suo arrivo, le aveva fatto dei regali. “Vedete, qui con poca fatica, e poca spesa, potete saltare da una nanna all’altra. In Romania è triste, terribile, è un’altra cosa. Datemi retta: tornerete, dopo due giorni”.

Dentro un tramonto giallo, sul Danubio, fumando sigarette senza filtro con la lena della nostra età, che fra dieci anni sarà già svaporata, per lasciare il posto a dottrine salutiste e sciocca new age. In fondo al fiume c’è come una cortina, di pulviscolo, che frulla dentro ai raggi, “un’evidenza di autunno”, la chiama Luca.
In questo avamposto di socialismo "liberale" le luci della città, viste dal castello di Buda, in alto sulla collina, sembrano davvero le mille luci di New York. Giovanotti ad ogni fermata della metropolitana suonano alla chitarra Blowin' in the wind. Compagnie teatrali in stile freak improvvisano spettacoli ai giardinetti. In un negozio nascosto, sotto a un giroscala, persino un negozio che vende dischi di decadente musica rock ("Dali's Car?", chiese un avventore. Io e Luca ci guardammo stupiti, nel sentire pronunciare il nome di quel grandissimo duo formato da Peter Murphy, ex-cantante dei Bauhaus, e Mick Karn, ex-bassista dei Japan, semisconosciuto anche da noi).
Budapest ci sembrò una città piacevole, smagata, in fondo non così distante da ciò che conoscevamo già (presumendo di conoscere qualcosa, ovviamente).
Ma presto tutto questo doveva venirci a noia. Volevamo qualcosa di diverso, che nutrisse la nostra immaginazione. Volevamo prendere il treno e rimetterci in marcia. Volevamo vedere le colline dove Giovanni Hunyadi si batté strenuamente contro i Turchi. Volevamo andare oltre, sempre oltre il confine. Volevamo correre sferragliando to the end of the road. Volevamo andare in Transilvania.

Pamuk, Brasov e la città perfetta (1)

Ho terminato ieri sera Neve, di Orhan Pamuk, lo scrittore turco premio Nobel per la letteratura 2006. E' un romanzo lungo, impegnativo, e al tempo stesso molto incalzante, molto ricco di colpi di scena. Ha per protagonista un poeta turco esule in Germania, Ka, il quale ritorna in patria e decide di recarsi nella remota città di Kars, in Anatolia orientale, dove alcune ragazze islamiche si sono suicidate dopo che la scuola ha loro proibito di portare il velo. Al di là dei temi trattati - il contrasto fra religione "militante" e laicità imposta dallo Stato (quello kemalista, realizzato da Ataturk per occidentalizzare la Turchia dopo il crollo dell'impero ottomano), ma anche l'amore e la nostalgia in tutte le loro varianti (compreso l'inganno e la gelosia) - nel romanzo di Pamuk la vera protagonista è la città di Kars, sepolta da una nevicata che per tre giorni la isola dal resto del mondo, accentuando ancora di più la sua distanza e la sua solitudine (ma anche il suo essere microcosmo a suo modo affascinante).
Conosco bene la geografia dei luoghi: sono almeno vent'anni che progetto un viaggio in Anatolia orientale, anche se i casi della vita mi hanno portato a visitare tanti altri posti "strani", ma non questo. Leggere Neve, però, mi ha spinto a chiedermi quale sia la mia Kars, quale sia, insomma, il mio remoto luogo dell'animo, il mio altrove, la mia città perfetta sotto a cieli perfetti, all'incrocio dei venti, nella perfetta congiunzione astrale. Londra, Cochabamba, Bologna, Dar es Salaam, Oporto, Bassano del Grappa, Pechino, Pitigliano, Lima, Merka, Buenos Aires, Sarajevo, Palermo, Colombo, Venezia, Tomar, Parigi?

Di tutti, ce n'è una che svetta nel ricordo-che-non-passa: Brasov.

Brasov è una città rumena, capitale della regione della Transilvania. Adolf Menschendorfer, la descrisse nel suo La città nell'Est, sottolineando il contrasto fra la civiltà urbana, espressione dell'ethos borghese, e l'Est, la dimensione degli spazi aperti e del nomadismo. Decisi di visitarla - senza saperne nulla, nemmeno che cosa ci fosse da vedere - in un'altra stagione della mia vita, una stagione in cui tutto andava bene: avevo terminato il primo anno di università, senza alcun problema, ero libero tutta l'estate (avrei lavorato in autunno, per la raccolta delle mele) e un'amica mi aveva suggerito di comprare un Bige (ticket ferroviario scontato) per Budapest, dicendomi che costava pochissimo. All'epoca - il 1985 - questa parte dell'Europa era ancora oltre la Cortina di Ferro. Si sapeva poco di essa, se non che per andarci ci voleva un visto. Guardai una cartina: vidi che dopo Budapest e la Putza ungherese la ferrovia proseguiva in Romania, arrivando fino in Transilvania. pensai che quello era il momento di realizzare un sogno coltivato da bambino, quando, dopo aver letto il Dracula di Bram Stoker, mi ero imbattuto in un articolo della Domenica del Corriere che narrava le gesta del Dracula storico, il principe rumeno Vlad II "Tepes" (l'impalatore), una sorta di eroe nazionale in Romania per essersi a lungo opposto con successo agli invasori turchi.

Così - assieme ad un amico - mi misi in viaggio. La Romania non era, come oggi, sinonimo di immigrati stupratori. Era un paese comunista governato da un regime poliziesco, quello di Ceausescu (in realtà piuttosto ben visto dall'Occidente perchè inviso a Mosca). Una terra di cui si sapeva quasi nulla tranne che avevano scoperto una straordinaria cura contro l'invecchiamento basata su un fango misterioso, il gerovital (un "pacco" pazzesco, ovviamente).

Andare laggiù da soli, con uno zaino in spalla e un sacco a pelo, era una scelta quantomeno stravagante: fin dalla partenza ci imbattemmo nello stupore dei bigliettai (all'epoca sui treni i biglietti ancora li controllavano) che non riuscivano a capire perché volessimo andare in Transilvania in pieno agosto, anziché a Rimini. Né lo facevamo per turismo sessuale; figurarsi, eravamo romantici fino al midollo (e comunisti, per giunta!). Mai avremmo usato il nostro denaro (che era pochissimo, alla partenza, ma divenne tantissimo in Romania quando facemmo il cambio al nero) per portarci a letto qualche povera ragazza rumena (o ungherese) in cambio magari di un paio di scarpe da 2mila lire (come vedemmo fare a Budapest da un avvocato romano, che girava con una stanga bionda, stile fotomodella per hobby, e ci prese per due allocchi provinciali).

Lo facevamo per andare lontano, questo sì. E se per il Kerouac de Sulla strada lontano era sinonimo di Messico per noi era sinonimo di Est, frontiere, passaporti, militari sui treni, perquisizioni, stelle rosse, "compagni", sol dell'avvenire, e poi, più tardi, con il procedere del viaggio, disillusione, povertà, culto della personalità, fare i conti con l'ideologia, non accettare che sia tutto falso, interrogarsi su ciò che è vero.

Avevo 20 anni, non avevo ancora trovato l'amore (sarebbe successo qualche mese dopo): ero libero, assetato, povero, arrogante, imperfetto, inesperto, intelligente, timido, felice.