Interamente debitore per questo post a http://poesiesenzapari.blogspot.it/
Philip Larkin
AUBADE
Lavoro tutto il giorno, a sera sono brillo.
Alle quattro sto sveglio nel buio muto, fisso.
Gli orli delle tende via via schiariranno.
Frattanto vedo quello che in realtà c’è sempre:
la morte infaticabile, d’un giorno intero più vicina,
che rende ogni pensiero impossibile tranne
come dove e quando dovrò morire io stesso.
Arido interrogarsi: eppure la paura
di morire, d’essere già morto,
lampeggia nuovamente, avvince e terrorizza.
La mente sbianca all’abbaglio. Ma non di rimorso
– il bene non fatto, l’amore non dato, il tempo
strappato e non usato – né disgraziatamente
perché una sola vita può spendersi tutta a riscattare
i suoi inizi sbagliati, e non riuscirci mai;
ma per il vuoto totale ed eterno,
la sicura estinzione alla quale andiamo incontro,
dove saremo persi per sempre. Non essere qui,
né in nessun altro luogo,
e presto. Nulla di più terribile, nulla di più vero.
Ecco un modo speciale di prendersi quella paura
che nessun trucco scaccia. Provò la religione,
quel logoro e vasto broccato musicale
creato a farci credere che non morremo mai,
tutte quelle sciocchezze del tipo Nessun essere pensante
può temere una cosa che non sente, senza accorgersi
che è questo a spaventarci: niente vista, niente suono,
niente tatto o sapore, né odore, niente con cui pensare,
niente da amare e niente a cui legarsi,
l’anestesia dalla quale nessuno si risveglia.
Così rimane ai margini della visione,
una piccola fioca presenza, un freddo immobile
che frena i nostri impulsi fino all’indecisione.
Tante cose potrebbero non accadere mai:
questa accadrà, e il capirlo deflagra furioso
in bruciante paura se ci coglie senza niente
da bere o compagnia. Il coraggio non serve:
vale a non spaventare altri. L’essere forte
non risparmia la tomba a nessuno.
La morte non cambia se frigni o se l’affronti.
Lentamente la luce cresce, la stanza prende forma.
Certo come un armadio sta quello che sappiamo,
che abbiamo sempre saputo, che non si può sfuggire,
ma nemmeno accettare. Una parte dovrà cedere.
Frattanto i telefoni vegliano, pronti a squillare
in uffici ancora chiusi, e l’intero indifferente
intricato mondo in affitto comincia a svegliarsi.
Il cielo è bianco come calce, senza sole.
Il lavoro va fatto.
Postini come dottori vanno di casa in casa.
Traduzione di Francesco Dalessandro
da Collected Poems, Faber and Faber, 1988
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Jeffrey Eugenides: La trama del matrimonio
"Non c'è felicità nell'amore, tranne che alla fine di un romanzo inglese". Questa una delle sentenze che corredano il nuovo romanzo di Jeffrey Eugenides, "La trama del matrimonio". Abbiamo anche una citazione dai Talking Heads (il libro è ambientato all'inizio degli '80), e molti, moltissimi rimandi ad altra letteratura, nonché ad uno dei temi che andavano per la maggiore in quegli anni, ovvero lo strutturalismo, con il suo corollario di Barthes, Derrida, Eco ecc.
Dopo "Le vergini suicide" (da cui la Coppola trasse il suo fortunato film) e dopo "Middlesex", bel romanzo, premiato, in cui lo scrittore esplora anche le sue origini greche, con qualche incomprensibile ingenuità (una narrazione in prima persona nella quale, ad un certo punto, vengono descritte in terza azioni e intenzioni di un personaggio che il narratore evidentemente non può vedere e nella cui mente non può ragionevolmente entrare), eccoci di nuovo alle prese con una delle tante incarnazioni del Grande romanzo americano. Io mi sono tuffato in queste pagine, come già prima in quelle di Franzen (che con De Lillo forma il trittico degli autori contemporanei che seguo di più), perché, stranamente, pur essendo affascinato da tutto ciò che è altro, altri paesi, altre culture (Africa, in primo luogo) nella narrazione cerco, come la protagonista di Eugenides, ciò che mi è più familiare. Cerco romanzi che parlino di me, in cui trovare delle conferme, o una migliore messa a fuoco di ciò che devo avere già sentito o provato o sperimentato in prima persona, almeno una volta. E trovo tutto questo non negli italiani ma negli americani, nei loro affreschi generazionali, nella loro straordinaria capacità di mettere a fuoco intere epoche attraverso storie avvincenti. Qui si parla di amore - amore ai tempi dell'università, quindi potremmo essere dalle parti del romanzo di formazione - e l'amore, da sempre, è il tema.
Il libro suggerisce, attraverso uno dei suoi personaggi, che il romanzo è nato proprio per raccontare matrimoni, e che dopo la messa in crisi di questa istituzione ha iniziato ad incontrare delle difficoltà. Tuttavia, qui non siamo in presenza della storia di un matrimonio ma di un amore a tre, nato in un college. Lei, ragazza di buona famiglia (ma non la classica famiglia borghese, una famiglia "scialla", diremmo oggi), innamorata dei libri, lui, ragazzo triste con sindrome maniaco-depressiva, l'altro lui, ragazzo triste con tendenze mistiche.
La trama la potete trovare descritta un po' dappertutto sul web, è una bella trama, semplice, diretta, vi divertirà. Vorrei però soffermarmi su alcuni dettagli, nei quali mi sono, per così dire, rispecchiato, e che credo siano paradigmatici di una generazione.
Innanzitutto, come ho già detto, è un romanzo pieno di libri e di autori. I protagonisti ne sono innamorati, come lo eravamo in molti, perdutamente, negli anni '80; uno di loro decide persino di partire per l'India con uno zaino pieno di volumi (e mica robetta, da Sant'Agostino a "L'imitazione di Cristo"). Sono ancora così importanti i libri? Lo sono, almeno all'università? Credo di no. Qui eravamo prima della rivoluzione informatica, semplicemente. E prima del dilagare del video. Un romanzo del genere ambientato ai giorni nostri dovrebbe essere pieno di password, chat, Blackberry, e-book, sms, citazioni estrapolate da Wiki, e poi di youtube, youporn, videoarte, installazioni ecc. Eppure...sì, c'è stata un'epoca in cui avere o non avere certi libri in una libreria faceva, almeno agli occhi di qualcuno, la differenza. Un'epoca in cui si potevano passare intere serate in osteria a discutere delle cose di cui i libri parlavano. Un'epoca in cui i libri potevano servire persino a sedurre, a fare innamorare. O a consolare. Anche quelli concepiti per tutt'altro scopo, come il famoso "Frammenti..." di Barthes.
E poi, lo strutturalismo, la linguistica, la semiotica, la decostruzione del testo. Ho orecchiato queste tematiche grazie agli studi di linguistica di mia moglie, ma essendo uno storicista, le guardavo con sospetto. Tuttavia, effettivamente, il dibattito lì girava. Arrivava persino nelle aule scolastiche, dove gli insegnanti invitavano sì a leggere il giornale, ma per analizzare strategie e stili, non per dibattere i contenuti. E oggi? Suppongo che da un lato tutti siamo diventati più smaliziati, pratichiamo a priori una decostruzione inconscia di tutto ciò che l'universo mediatico ci propone, prima di entrare nel merito e, semmai, concedere la nostra fiducia. Al tempo stesso, credo che nessun lettore di romanzi abbia più alcuna voglia (ma ce l'ha mai avuta?) di decostruire un testo, o di sostituire il lettore con il narratore, il che in fondo dimostra quanto fossero autoreferenziali certe teorie, quanto servissero a spingere le carriere accademiche, a scapito delle esistenze/esigenze reali di chi compra un romanzo (o lo prende a prestito in biblioteca).
Comunque sia, Eugenides è uno scrittore della vecchia guardia (pur essendo giovane). Racconta una storia, lo fa con dovizia di particolari, chiede al lettore capacità di immedesimazione. Scrive libri che invogliano ad andare avanti per vedere cosa succede nella pagina successiva. Libri per persone a cui piace passare il tempo in compagnia di storie di personaggi inventati raccontate con abilità (periodicamente leggo sui giornali dichiarazioni di tizi un po' snob che trovano questa passione una perdita di tempo, e invitano, semmai, ad appassionarsi alle storie vere, cioè alle biografie e ai reality. Li trovo sempre un po' malsani).
Eugenides racconta di situazioni e stati d'animo per i quali siamo passati tutti: le feste, i viaggi all'estero, il ricovero dell'amico in un reparto psichiatrico, il sesso fatto bene o malissimo, l'infatuazione per la ragazza/il ragazzo che ti tiene sulla corda ma vuole esserti solo amico/a, gli ambienti degli istituti di ricerca... Ma come ogni buon narratore illumina la materia da una angolazione particolare (che è poi quella che ha conosciuto in prima persona, essendo il college del libro quello stesso nel quale ha studiato). Così, tutto sembra non solo vero, ma più vero.
Come in Franzen, va detto, anche in Eugenides c'è molto divertimento fra le righe; poi c'è sofferenza, ovviamente, la sofferenza amorosa, quella più importante, nell'economia di una vita "normale", cioè una vita non devastata da traumi infantili irrecuperabili o eventi bellici (e fin quando non sopraggiungono le malattie, ovviamente).
La chiave, perciò, è il realismo, come direbbe Lou Reed, anche se qui non c'è il suo realismo truce, siamo pur sempre negli anni '80. E forse è proprio grazie al realismo che si riesce a leggere le pagine degli americani con tanto piacere (De Lillo fa un po' eccezione: lì le cose si complicano, e lì no, in effetti non si ride mai. In compenso, c'è un registro narrativo forse più alto, più sperimentale, perlomeno in "Underworld").
Nel suo romanzo Eugenides semina molte chicche. La parte di cui lo scrittore dichiara di essere - forse giustamente - più orgoglioso, è quella che racconta la progressione della malattia mentale, della psicosi maniaco-depressiva; in queste pagine Eugenides sembra voler rivaleggiare con il Franzen de "Le correzioni", che entrò con sbalorditiva sicurezza nella testa di un malato di alzheimer (Franzen, per la cronaca, è rimasto imbattuto). Ma ci sono anche altre cosette. Lo smarrimento dell'americano a Parigi, l'imbarazzante integralismo proprio di una certa stagione della vita (in questo caso, incarnato da una giovane femminista, che trova censurabile leggere Hemingway), e, ad un certo punto, anche Peter Handke, e la cosa mi ha fatto un po' sorridere perché per iniziare "La trama del matrimonio" ho messo momentaneamente da parte proprio un libro di Handke. Handke, nella fattispecie "Infelicità senza desideri", come il simbolo dello scrittore concettuale amato dagli strutturalisti, del quale si indagano le strategie narrative, gli oscuri moventi criptoletterari.
Beh, Handke è agli antipodi da questo genere di narrativa. Ho passato, recentemente, ore serene (se non felici) con "Lento ritorno a casa". Una serenità data forse dal potere ipnotico (soporifero?) di certe pagine, di certe infinite descrizioni di paesaggi, di nuovo americani. Nell'era post-strutturalista, si possono leggere cose così lontane tra loro senza avvertire alcuna contraddizione. Nel supermercato della cultura contemporanea, Handke può anche stare vicino a Eugenides.
Ma: e l'amore, alla fine, come ne esce? Non sono ancora arrivato in fondo alle 478 pagine del romanzo (edito in Italia da Mondadori, nella traduzione di Katia Bagnoli) ma la mia impressione è che verrà confermata l'affermazione di Amy Winehouse: un gioco in perdita.
P.s. mi accorgo ora che in questa recensione ho parlato forse più di me che del romanzo. Allora, questa è una recensione decostruzionista.
Dopo "Le vergini suicide" (da cui la Coppola trasse il suo fortunato film) e dopo "Middlesex", bel romanzo, premiato, in cui lo scrittore esplora anche le sue origini greche, con qualche incomprensibile ingenuità (una narrazione in prima persona nella quale, ad un certo punto, vengono descritte in terza azioni e intenzioni di un personaggio che il narratore evidentemente non può vedere e nella cui mente non può ragionevolmente entrare), eccoci di nuovo alle prese con una delle tante incarnazioni del Grande romanzo americano. Io mi sono tuffato in queste pagine, come già prima in quelle di Franzen (che con De Lillo forma il trittico degli autori contemporanei che seguo di più), perché, stranamente, pur essendo affascinato da tutto ciò che è altro, altri paesi, altre culture (Africa, in primo luogo) nella narrazione cerco, come la protagonista di Eugenides, ciò che mi è più familiare. Cerco romanzi che parlino di me, in cui trovare delle conferme, o una migliore messa a fuoco di ciò che devo avere già sentito o provato o sperimentato in prima persona, almeno una volta. E trovo tutto questo non negli italiani ma negli americani, nei loro affreschi generazionali, nella loro straordinaria capacità di mettere a fuoco intere epoche attraverso storie avvincenti. Qui si parla di amore - amore ai tempi dell'università, quindi potremmo essere dalle parti del romanzo di formazione - e l'amore, da sempre, è il tema.
Il libro suggerisce, attraverso uno dei suoi personaggi, che il romanzo è nato proprio per raccontare matrimoni, e che dopo la messa in crisi di questa istituzione ha iniziato ad incontrare delle difficoltà. Tuttavia, qui non siamo in presenza della storia di un matrimonio ma di un amore a tre, nato in un college. Lei, ragazza di buona famiglia (ma non la classica famiglia borghese, una famiglia "scialla", diremmo oggi), innamorata dei libri, lui, ragazzo triste con sindrome maniaco-depressiva, l'altro lui, ragazzo triste con tendenze mistiche.
La trama la potete trovare descritta un po' dappertutto sul web, è una bella trama, semplice, diretta, vi divertirà. Vorrei però soffermarmi su alcuni dettagli, nei quali mi sono, per così dire, rispecchiato, e che credo siano paradigmatici di una generazione.
Innanzitutto, come ho già detto, è un romanzo pieno di libri e di autori. I protagonisti ne sono innamorati, come lo eravamo in molti, perdutamente, negli anni '80; uno di loro decide persino di partire per l'India con uno zaino pieno di volumi (e mica robetta, da Sant'Agostino a "L'imitazione di Cristo"). Sono ancora così importanti i libri? Lo sono, almeno all'università? Credo di no. Qui eravamo prima della rivoluzione informatica, semplicemente. E prima del dilagare del video. Un romanzo del genere ambientato ai giorni nostri dovrebbe essere pieno di password, chat, Blackberry, e-book, sms, citazioni estrapolate da Wiki, e poi di youtube, youporn, videoarte, installazioni ecc. Eppure...sì, c'è stata un'epoca in cui avere o non avere certi libri in una libreria faceva, almeno agli occhi di qualcuno, la differenza. Un'epoca in cui si potevano passare intere serate in osteria a discutere delle cose di cui i libri parlavano. Un'epoca in cui i libri potevano servire persino a sedurre, a fare innamorare. O a consolare. Anche quelli concepiti per tutt'altro scopo, come il famoso "Frammenti..." di Barthes.
E poi, lo strutturalismo, la linguistica, la semiotica, la decostruzione del testo. Ho orecchiato queste tematiche grazie agli studi di linguistica di mia moglie, ma essendo uno storicista, le guardavo con sospetto. Tuttavia, effettivamente, il dibattito lì girava. Arrivava persino nelle aule scolastiche, dove gli insegnanti invitavano sì a leggere il giornale, ma per analizzare strategie e stili, non per dibattere i contenuti. E oggi? Suppongo che da un lato tutti siamo diventati più smaliziati, pratichiamo a priori una decostruzione inconscia di tutto ciò che l'universo mediatico ci propone, prima di entrare nel merito e, semmai, concedere la nostra fiducia. Al tempo stesso, credo che nessun lettore di romanzi abbia più alcuna voglia (ma ce l'ha mai avuta?) di decostruire un testo, o di sostituire il lettore con il narratore, il che in fondo dimostra quanto fossero autoreferenziali certe teorie, quanto servissero a spingere le carriere accademiche, a scapito delle esistenze/esigenze reali di chi compra un romanzo (o lo prende a prestito in biblioteca).
Comunque sia, Eugenides è uno scrittore della vecchia guardia (pur essendo giovane). Racconta una storia, lo fa con dovizia di particolari, chiede al lettore capacità di immedesimazione. Scrive libri che invogliano ad andare avanti per vedere cosa succede nella pagina successiva. Libri per persone a cui piace passare il tempo in compagnia di storie di personaggi inventati raccontate con abilità (periodicamente leggo sui giornali dichiarazioni di tizi un po' snob che trovano questa passione una perdita di tempo, e invitano, semmai, ad appassionarsi alle storie vere, cioè alle biografie e ai reality. Li trovo sempre un po' malsani).
Eugenides racconta di situazioni e stati d'animo per i quali siamo passati tutti: le feste, i viaggi all'estero, il ricovero dell'amico in un reparto psichiatrico, il sesso fatto bene o malissimo, l'infatuazione per la ragazza/il ragazzo che ti tiene sulla corda ma vuole esserti solo amico/a, gli ambienti degli istituti di ricerca... Ma come ogni buon narratore illumina la materia da una angolazione particolare (che è poi quella che ha conosciuto in prima persona, essendo il college del libro quello stesso nel quale ha studiato). Così, tutto sembra non solo vero, ma più vero.
Come in Franzen, va detto, anche in Eugenides c'è molto divertimento fra le righe; poi c'è sofferenza, ovviamente, la sofferenza amorosa, quella più importante, nell'economia di una vita "normale", cioè una vita non devastata da traumi infantili irrecuperabili o eventi bellici (e fin quando non sopraggiungono le malattie, ovviamente).
La chiave, perciò, è il realismo, come direbbe Lou Reed, anche se qui non c'è il suo realismo truce, siamo pur sempre negli anni '80. E forse è proprio grazie al realismo che si riesce a leggere le pagine degli americani con tanto piacere (De Lillo fa un po' eccezione: lì le cose si complicano, e lì no, in effetti non si ride mai. In compenso, c'è un registro narrativo forse più alto, più sperimentale, perlomeno in "Underworld").
Nel suo romanzo Eugenides semina molte chicche. La parte di cui lo scrittore dichiara di essere - forse giustamente - più orgoglioso, è quella che racconta la progressione della malattia mentale, della psicosi maniaco-depressiva; in queste pagine Eugenides sembra voler rivaleggiare con il Franzen de "Le correzioni", che entrò con sbalorditiva sicurezza nella testa di un malato di alzheimer (Franzen, per la cronaca, è rimasto imbattuto). Ma ci sono anche altre cosette. Lo smarrimento dell'americano a Parigi, l'imbarazzante integralismo proprio di una certa stagione della vita (in questo caso, incarnato da una giovane femminista, che trova censurabile leggere Hemingway), e, ad un certo punto, anche Peter Handke, e la cosa mi ha fatto un po' sorridere perché per iniziare "La trama del matrimonio" ho messo momentaneamente da parte proprio un libro di Handke. Handke, nella fattispecie "Infelicità senza desideri", come il simbolo dello scrittore concettuale amato dagli strutturalisti, del quale si indagano le strategie narrative, gli oscuri moventi criptoletterari.
Beh, Handke è agli antipodi da questo genere di narrativa. Ho passato, recentemente, ore serene (se non felici) con "Lento ritorno a casa". Una serenità data forse dal potere ipnotico (soporifero?) di certe pagine, di certe infinite descrizioni di paesaggi, di nuovo americani. Nell'era post-strutturalista, si possono leggere cose così lontane tra loro senza avvertire alcuna contraddizione. Nel supermercato della cultura contemporanea, Handke può anche stare vicino a Eugenides.
Ma: e l'amore, alla fine, come ne esce? Non sono ancora arrivato in fondo alle 478 pagine del romanzo (edito in Italia da Mondadori, nella traduzione di Katia Bagnoli) ma la mia impressione è che verrà confermata l'affermazione di Amy Winehouse: un gioco in perdita.
P.s. mi accorgo ora che in questa recensione ho parlato forse più di me che del romanzo. Allora, questa è una recensione decostruzionista.
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Antonio Tabucchi meets Fernando Pessoa, ovvero, "il trenino a molla del mio cuore"
Attraversammo la strada e passammo di fronte alla stazione marittima. Io arrivo fino alla fine del molo, disse il mio Convitato, non vuole accompagnarmi? Certo, dissi io, vengo con lei. Di lato alla porta c'era un mendicante, un vecchietto con la fisarmonica a tracolla. Quando ci vide stese la mano e recitò una litania incomprensibile. La carità, per amor di Dio, mormorò alla fine. Il mio Convitato si fermò e si infilò la mano in tasca, prese il portafoglio e ne tirò fuori una banconota antica. E' denaro della mia epoca, disse afflitto, forse lei mi può aiutare. Cercai in tasca e trovai un biglietto da cento escudos. Sono gli ultimi che ho, dissi, sono rimasto a secco, ma sono carini, non le pare? Lui osservò la banconota e sorrise. la tese al Suonatore di Fisarmonica e gli chiese: sa suonare delle vecchie canzoni? So suonare Lisboa Antiga, disse il Suonatore di Fisarmonica con aria avida, conosco tutti i Fados. Magari anche più vecchie, disse il mio Convitato, degli anni Trenta, dovrebbe ricordarsele, non è poi così giovane. Può darsi, disse il Suonatore di Fisarmonica, mi dica lei quel che le piacerebbe sentire. Per esempio Sao tao lindos os teus olhos, disse il mio Convitato. Come no se la conosco, disse il Suonatore di Fisarmonica raggiante, la conosco perfettamente. Il mio Convitato gli diede i cento escudos e disse: allora ci venga dietro, a qualche metro di distanza, e suoni quella musica, ma basso basso perché dobbiamo conversare. Prese un'aria confidenziale e mi disse all'orecchio: una volta ho ballato questa musica con la mia innamorata, ma nessuno lo sa. lei sapeva ballare? esclamai, non lo avrei mai immaginato. Ero un ballerino eccezionale, disse lui, avevo imparato da solo con un libriccino che si chiamava Il ballerino moderno, libriccini così mi sono sempre piaciuti, che insegnavano a fare delle cose, facevo tardi la sera quando tornavo dall'ufficio, ballavo tutto da solo, scrivevo poesie e lettere alla mia fidanzata. L'ha amata molto, osservai. E' stata il trenino a molla del mio cuore, rispose lui. Si fermò, obbligandomi a fermarmi. Anche il Suonatore di Fisarmonica si fermò, ma continuò a suonare. Guardi la luna, disse il mio Convitato, è la stessa che guardavo con la mia innamorata quando andavamo a spasso al Poco do Bispo, non è strano?
Eravamo arrivati in fondo al molo. Bene, disse lui, a questa panchina ci siamo incontrati e a questa panchina ci salutiamo, lei dev'essere stanco, può dire a questo pover'uomo di andarsene. Si sedette e io andai a dire al Suonatore di Fisarmonica che la sua musica non ci serviva più. Il vecchietto ci diede la buonanotte, io mi voltati e solo allora mi accorsi che il mio Convitato era sparito.
La casa di campagna era immersa nel silenzio, si era levata una brezza fresca che accarezzava le foglie del gelso. Buonanotte, dissi, o meglio, addio. A chi, o a che cosa, stavo dicendo addio? Non lo sapevo bene, ma era quel che mi andava di dire ad alta voce. Addio e buonanotte a tutti, ripetei. Reclinai il capo all'indietro e mi misi a guardare la luna.
da Antonio Tabucchi, Requiem, Feltrinelli, 1992, trad. dal portoghese di Sergio vecchio
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Allen Ginsberg - A supermarket in California
Un'altra versione della mia poesia preferita di Allen Ginsberg. Non so se la voce sia davvero la sua. In ogni caso, interpreta egregiamente il testo.
Un supermarket in California
Come ti penso stasera, Walt Whitman, perché camminavo per piccole strade sotto gli alberi col mal di testa guardando consapevole la luna piena.
Nella mia fatica affamata, e per comprare immagini, entrai nel supermarket di frutta al neon, sognando le tue enumerazioni!
Che pesche e che penombre! Intere famiglie a far provviste la sera! Corridoi pieni di mariti! Mogli negli avocados, bambini nei pomodori! E tu, Garcia Lorca, che cosa stavi facendo giù fra i meloni?
Ti ho visto, Walt Whitman, senza figli, vecchio mangione solitario, a frugare fra le carni nel frigorifero e occhieggiare i garzoni del droghiere.
Ti ho udito fare domande a ciascuno: Chi ha ucciso le cotolette di porco? Quanto costano le banane? Sei tu il mio Angelo?
Ho girato fra le pile di scatolame luccicanti seguendoti, e seguito nell'immaginazione dal poliziotto del mercato.
Abbiamo camminato insieme lungo i passaggi aperti nella nostra fantasia solitaria assaggiando carciofi, possedendo ogni leccornia congelata, e senza mai passare davanti al cassiere.
Dove andiamo, Walt Whitman? Le porte chiudono tra un'ora. Dove punta stasera la tua barba?
(Sfioro il tuo libro e sogno la nostra odissea al supermarket e mi sento assurdo.)
Passeggeremo tutta notte per strade solitarie? Gli alberi aggiungono ombra all'ombra, luci spente nelle case, ci sentiremo soli.
Cammineremo sognando la perduta America dell'amore lungo automobili azzurre nei viali, verso casa nel nostro cottage silenzioso?
Ah, caro padre, grigio di barba, vecchio solitario maestro di coraggio, che America avesti quando Caronte smise di spingere il suo ferry e tu scendesti su una riva fumosa a guardare la barca scomparire sulle acque nere del Lete?
Berkley, 1955
[Allen Ginsberg, Jukebox all'idrogeno, a cura di Fernanda Pivano, Mondadori, Milano, 1965; Oscar Mondadori, 1969]
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Peter Handke - se un scrittore sta dalla parte "sbagliata"
Ho appena ripreso in mano, dopo anni, e un po' per caso, Peter Handke, più che altro perché, dopo la sbornia di trame di Franzen, Murakami e altri del genere, avevo voglia di qualcosa di più sperimentale, di poco (o flebilmente) letterario, una prosa che sembra fatta apposta per contraddire i tempi nostri, tempi di libri che inseguono la tv (pur se lo stesso Handke ha scritto per il cinema, ma era il cinema di Wenders...).
Ed ecco che rispunta la vecchia polemica su Handke filoserbo, che in verità, negli anni '90, avevo seguito un po' distrattamente.
La notizia la riprendo dal Corriere della Sera:
BERLINO - Forse se in Germania non fosse scoppiato due mesi fa un gigantesco caso sul «Quadriga», assegnato al primo ministro russo Vladimir Putin e poi ritirato dalla giuria dopo una sollevazione del mondo politico e culturale, questo premio a Peter Handke sarebbe passato inosservato. «Noi ci mettiamo i soldi e poi finiamo sotto accusa», si devono essere però detti nel quartier generale della Kolbus, una grande azienda che produce macchinari per rilegare i libri e che è lo sponsor del «Candide», un riconoscimento franco-tedesco che viene conferito, nel nome di Voltaire, a Minden, in Nord-Vestfalia. Lo scrittore austriaco è ormai noto infatti non tanto per i suoi romanzi (qualcuno sicuramente bello, come Prima del calcio di rigore ) quanto per le posizioni filoserbe prese durante e dopo il conflitto nella ex Jugoslavia e per essere andato addirittura ai funerali di Slobodan Milosevic, sul cui feretro ha deposto nel 2006 una rosa rossa. La Kolbus ha deciso di non mettere più a disposizione i 15 mila euro del Candide Preis, mettendo in grave imbarazzo la giuria, che però non ha voluto soprassedere sulla sua scelta. C' è anche chi, come uno dei suoi membri, Franziska Augstein, aveva proposto di attingere i fondi da altre dotazioni private. Ma ormai era troppo tardi. Peter Handke è stato informato, accetterà il riconoscimento che gli è stato attribuito ma non andrà a ritirarlo il 30 ottobre, giorno in cui era prevista la cerimonia di consegna.
A parte la sciatteria dell'articolo, a cui siamo abituati ("...alcuni sicuramente belli come Prima del calcio di rigore". E Infelicità senza desideri no?), la questione che si ripropone è interessante, pur se già vista. Se lo scrittore sta dalla parte sbagliata che si fa? Se lo scrittore sta con i collaborazionisti, i nazisti? E se invece (del solito Céline) è un nazionalista fanatico come Mishima? E se invece fa una cosa ancora più subdola e schifosa, fa del revisionismo, perchè, sì, Srebrenica è stata una carneficina, ma prima i musulmani avevano già messo in pratica la pulizia etnica nei villaggi serbi circostanti? Se dice cose così che si fa?
A me pare non ci siano dubbi: se stiamo parlando di un riconoscimento letterario, quello va allo scrittore, non all'uomo che esprime le sue idee politiche. Se l'opera è valida, è valida, punto. Le idee politiche vanno valutate (e se necessario criticate, confutate ecc.) in altra sede.
Se dovessimo seguire un altro criterio, parecchia letteratura dell'800-900 sarebbe censurabile. E non parlo solo di autori esplicitamente filofascisti o filocomunisti. Conrad è stato visto da molti come un romanziere impregnato di mentalità colonialista (anche se per me è tutto il contrario). E persino autori "socialmente impegnati" (come Moravia, che da persona intelligente avrebbe rifiutato questa qualifica), hanno scritto pagine sull'Africa che oggi è un po' imbarazzante leggere, che alle orecchie del lettore "politicamente corretto" suonano quantomeno sconvenienti. "Il negro, insomma, va sempre ai suoi affari; cioè si muove principalmente per motivi economici, mercantili, di sussistenza (...). Perché gli africani, pur nel loro modo bislacco, fantasioso, irrazionale e danzante sono una delle razze più traffichine che ci siano al mondo. Anche se poi i loro traffici non sono spesso che scambio in natura e vendita e acquisto spicciolo di pochissimi prodotti di fabbricazione familiare". (Moravia, A quale tribù appartieni?)
D'accordo, sono parole affettuose, non c'è nulla di paragonabile all'apologia della Serbia di Milosevic. Sfido comunque qualcuno a leggerle oggi in pubblico (anche se poi gli africani veri probabilmente ci riderebbero sopra).
Handke era uno che in Jugoslavia ci andava spesso, prima della guerra (la madre era di origini slovene), e a cui la Jugoslavia piaceva probabilmente così com'era, un crogiolo di popoli. Ovviamente non piaceva solo a lui; ma la nostalgia per ciò che è stato o meglio per ciò che sarebbe potuto essere non può offuscare la capacità di giudizio, specie quando sul terreno ci sono migliaia di morti. Il "tutti colpevoli-nessun colpevole" di Handke non commuove e non convince.
E tuttavia, Handke è un vero scrittore. Difficile, probabilmente oggi noioso (dico oggi perchè negli anni '70 non era strano leggere cose come Lento ritorno a casa e trovarle pure belle.) Ma, insomma, uno scrittore con una sua cifra stilistica, una sua riconoscibilità, una sua poetica. Nessuna stronzata (compresa la rosa sulla bara di Milosevic) può offuscare questo fatto.
Ed ecco che rispunta la vecchia polemica su Handke filoserbo, che in verità, negli anni '90, avevo seguito un po' distrattamente.
La notizia la riprendo dal Corriere della Sera:
BERLINO - Forse se in Germania non fosse scoppiato due mesi fa un gigantesco caso sul «Quadriga», assegnato al primo ministro russo Vladimir Putin e poi ritirato dalla giuria dopo una sollevazione del mondo politico e culturale, questo premio a Peter Handke sarebbe passato inosservato. «Noi ci mettiamo i soldi e poi finiamo sotto accusa», si devono essere però detti nel quartier generale della Kolbus, una grande azienda che produce macchinari per rilegare i libri e che è lo sponsor del «Candide», un riconoscimento franco-tedesco che viene conferito, nel nome di Voltaire, a Minden, in Nord-Vestfalia. Lo scrittore austriaco è ormai noto infatti non tanto per i suoi romanzi (qualcuno sicuramente bello, come Prima del calcio di rigore ) quanto per le posizioni filoserbe prese durante e dopo il conflitto nella ex Jugoslavia e per essere andato addirittura ai funerali di Slobodan Milosevic, sul cui feretro ha deposto nel 2006 una rosa rossa. La Kolbus ha deciso di non mettere più a disposizione i 15 mila euro del Candide Preis, mettendo in grave imbarazzo la giuria, che però non ha voluto soprassedere sulla sua scelta. C' è anche chi, come uno dei suoi membri, Franziska Augstein, aveva proposto di attingere i fondi da altre dotazioni private. Ma ormai era troppo tardi. Peter Handke è stato informato, accetterà il riconoscimento che gli è stato attribuito ma non andrà a ritirarlo il 30 ottobre, giorno in cui era prevista la cerimonia di consegna.
A parte la sciatteria dell'articolo, a cui siamo abituati ("...alcuni sicuramente belli come Prima del calcio di rigore". E Infelicità senza desideri no?), la questione che si ripropone è interessante, pur se già vista. Se lo scrittore sta dalla parte sbagliata che si fa? Se lo scrittore sta con i collaborazionisti, i nazisti? E se invece (del solito Céline) è un nazionalista fanatico come Mishima? E se invece fa una cosa ancora più subdola e schifosa, fa del revisionismo, perchè, sì, Srebrenica è stata una carneficina, ma prima i musulmani avevano già messo in pratica la pulizia etnica nei villaggi serbi circostanti? Se dice cose così che si fa?
A me pare non ci siano dubbi: se stiamo parlando di un riconoscimento letterario, quello va allo scrittore, non all'uomo che esprime le sue idee politiche. Se l'opera è valida, è valida, punto. Le idee politiche vanno valutate (e se necessario criticate, confutate ecc.) in altra sede.
Se dovessimo seguire un altro criterio, parecchia letteratura dell'800-900 sarebbe censurabile. E non parlo solo di autori esplicitamente filofascisti o filocomunisti. Conrad è stato visto da molti come un romanziere impregnato di mentalità colonialista (anche se per me è tutto il contrario). E persino autori "socialmente impegnati" (come Moravia, che da persona intelligente avrebbe rifiutato questa qualifica), hanno scritto pagine sull'Africa che oggi è un po' imbarazzante leggere, che alle orecchie del lettore "politicamente corretto" suonano quantomeno sconvenienti. "Il negro, insomma, va sempre ai suoi affari; cioè si muove principalmente per motivi economici, mercantili, di sussistenza (...). Perché gli africani, pur nel loro modo bislacco, fantasioso, irrazionale e danzante sono una delle razze più traffichine che ci siano al mondo. Anche se poi i loro traffici non sono spesso che scambio in natura e vendita e acquisto spicciolo di pochissimi prodotti di fabbricazione familiare". (Moravia, A quale tribù appartieni?)
D'accordo, sono parole affettuose, non c'è nulla di paragonabile all'apologia della Serbia di Milosevic. Sfido comunque qualcuno a leggerle oggi in pubblico (anche se poi gli africani veri probabilmente ci riderebbero sopra).
Handke era uno che in Jugoslavia ci andava spesso, prima della guerra (la madre era di origini slovene), e a cui la Jugoslavia piaceva probabilmente così com'era, un crogiolo di popoli. Ovviamente non piaceva solo a lui; ma la nostalgia per ciò che è stato o meglio per ciò che sarebbe potuto essere non può offuscare la capacità di giudizio, specie quando sul terreno ci sono migliaia di morti. Il "tutti colpevoli-nessun colpevole" di Handke non commuove e non convince.
E tuttavia, Handke è un vero scrittore. Difficile, probabilmente oggi noioso (dico oggi perchè negli anni '70 non era strano leggere cose come Lento ritorno a casa e trovarle pure belle.) Ma, insomma, uno scrittore con una sua cifra stilistica, una sua riconoscibilità, una sua poetica. Nessuna stronzata (compresa la rosa sulla bara di Milosevic) può offuscare questo fatto.
Peter Handke - citazioni - frammenti - frantumaglia
Siccome mi sento momentaneamente vuoto di parole, prendo a prestito quelle di uno scrittore che da noi (noi vicino al confine austriaco) una volta era molto letto. Sono tratte da "Alla finestra sulla rupe, di mattina", (Garzanti, 1997), un libro di frammenti, di annotazioni, qualcosa di meno (o di più) di un diario. Il periodo è 1983-1987.
Il verbo adatto alla gioia: cominciare.
Per me è finita non appena non ho più tempo.
Un'espressione greca antica per l'unione degli amanti: "E avvenne la cosa più grande".
Spesso, nelle periferie della città, l'esperienza della purificazione e poi della purezza.
Forza d'animo significa poter andare insieme (per esempio con le erbe oscillanti).
Si premette un foglio bagnato sulla fronte e il foglio si asciugò subito, tanto era calda la fronte.
"Non essere ingenuo!" ha detto ieri l'ubriaco a se stesso.
Com'era bello vedere per una volta uno che aveva paura per qualcuno.
Considerare anche se stesso come quel prossimo del quale ti devi preoccupare.
Serata meravigliosa ieri nel cosiddetto "caseificio" di St. Moritz, nell'Engadina - da solo. Ero totalmente presente e sapevo: questo sono io: nell'essere presente sono completo.
Le mostrò la sua vera faccia, e cioè pianse.
Probabilmente rimangono giovani solo i ribelli (notte, vento).
Non suggerire niente, ma "contagiare" benevolmente la gente.
Soltanto fuori casa riesco a riflettere su ciò che ho fatto in casa.
Rembrandt disse a Spinoza: "Mi sembra di essere tuo figlio". E Rembrandt disse a Spinoza: "Sei un prepotente".
Lirico epico: chi avverte l'impulso a raccontare, ma senza avere una storia.
Estremo insulto: "No, tu no!".
Su quasi tutto ciò di cui la ragione parla o si esprime, il cuore, ovvero "il petto", non dice né sì né no: non dice proprio niente. Ed è per questo appunto che la ragione parla "solo per parlare", senza effetto e irrealmente.
A volte basta mostrarsi per aiutare: per essere di aiuto. "Mostrarsi". Mostrati!
Lei diceva che io sarei affetto di "mania per la vita", e intendeva dire che vorrei sempre sentirmi raccontare soltanto esperienze, anziché farmi informare sulle solite difficoltà e sui soliti ostacoli.
Ogni casa dovrebbe avere una stanza per profughi.
Condannato alla velocità; graziato alla lentezza.
Nel crepuscolo, il contorno di un uccello sedeva davanti alla finestra come una favola che non volesse essere disturbata.
Libertà: poter (anche dover) lasciare tutto al caso.
La gioia del camminare; la linea diventa freccia.
Di molti che camminano lo si vede; camminano solo casualmente.
E' la gioia ad aprire una strada in me, o è l'idea di una strada che mi apre alla gioia?
Amore: far qualcosa di amorevole; l'amore inoperoso non esiste.
"Un'ombra di umorismo": e quest'ombra mi basta.
I greci, nei loro drammi, avevano tutto il tempo per parlare; nulla era sbrigato in fretta.
Contemplazione all'aeroporto (Monaco di Baviera): donne, e fra di loro una lettrice di lettera che piange e che pure è di tutte l'imperatrice, con le palpebre consapevoli del momento di una statua greca. Siamo una povera razza eletta, noi esseri umani. la donna che leggeva piangendo: diventa orgogliosa, si incaponisce. E qui sono stato nel cuore delle cose.
Dopo avere attraversato il paradiso abbiamo tirato un sospiro di sollievo: il pericolo era passato.
Non ti amo più e non ti dico più dove sono stato oggi.
L'amore è doloroso e non porta a nulla, ed è questa la sua meraviglia.
"Non ho una chiave per aprirti". - "E allora forzami con un chiodo".
"Tendenza al rispetto" è, secondo Goethe, "una virtù ereditaria".
Per l'accoppiamento non dovrebbe valere: lui (o lei) si "fece" lei (o lui); bensì lui (oppure lei) creò lei (lui), essi si crearono a vicenda, essi si fanno a vicenda.
Niente di più bello di un corpo fiorito per il desiderio, in attesa, paziente, sicuro.
Epos: raccontami il tuo segreto - perché rimanga conservato (se il tuo segreto rimane in te, non sarà conservato).
L'Eufrate e il Tigri che "fluiscono dal paradiso" (Il Parsifal di W.v. Eschenbach): sono le lacrime.
Una specie di libertà: ritardare spensieratamente
Di giorno fra me qui e te lì
è passata la gatta chiazzata.
Di notte poi
- o corpi chiari! -
lo scuro riccio
Depressione (= mortale compostezza o oppressione mortale) non significa che perdo lo spazio, ma lo spazio intermedio; ovvero: vedo bensì ancora questa o quella cosa, ma non la riconosco più.
Il bambino disse al padre: "Ci sono voluti degli anni perché mi accorgessi che hai gli occhi azzurri".
Avvertì di nuovo con le labbra, come una perla, il battito del suo cuore sul collo, e pensò: "Dunque non sono una cattiva persona".
La cameriera ha inavvertitamente pestato la zampa di un gatto ed è contemporaneamente chiamata da un avventore. La cameriera: "Subito, prima lo devo consolare!".
Ieri a mani vuote, nella piana paludosa, davanti alle prime stelle: consapevolezza di libertà.
Foto: mia
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Sulla strada (estratto)
Di tanto in tanto un bagliore fioco arrivava dall'agglomerato di baracche, ed era lo sceriffo che faceva la sua ronda con una debole torcia elettrica borbottando tra sé e sé nella notte della giungla. Poi vidi la luce dirigersi a scatti verso di noi e sentii il rumore dei passi attutito sul tappeto di sabbia e sulla vegetazione. Si fermò e diresse la luce della torcia verso la macchina. Mi alzai a sedere e lo guardai. Con voce tremante, quasi querula ed estremamente tenera, disse: "Dormiendo?", e indicò Dean sdraiato sulla strada. Sapevo che quella parola significava dormire.
"Sì, dormiendo".
"Bueno, bueno", disse fra sé e sé, e si girò triste e riluttante per tornare alla sua ronda solitaria. Poliziotti così adorabili Dio non li ha mai creati in America. Niente sospetti, niente storie, niente noie. Quell'uomo era il guardiano del paese addormentato, punto e basta.
Tornai al mio letto d'acciaio e mi sdraiai con le braccia spalancate. Non sapevo nemmeno se proprio sopra di me c'erano rami d'alberi o cielo aperto, e non me ne importava assolutamente niente. Aprii la bocca a quello che mi sovrastava e presi grandi boccate di atmosfera della giungla. Non era assolutamente aria, piuttosto l'emanazione palpabile e viva di alberi e paludi. Restai sveglio. Il canto dei galli annunciò l'alba chissà dove fra i cespugli fitti.
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Visto che sono libero, come devo vivere?
Ho iniziato "Libertà", di Jonathan Franzen, e ora del prossimo post l'avrò anche finito. E questa è una delle prerogative dei (due) libri (più famosi) di Franzen: quando li inizi li divori. E' stato così anche per "Le correzioni", superato lo scoglio delle prime due pagine (non sempre gli incipit sono la cosa più riuscita in un lungo romanzo). In questo senso Franzen è un formidabile narratore: pur essendo uno degli alfieri del "grande romanzo americano", il romanzo che ha l'ambizione di dipingere un affresco sociale (ed epocale), lavora sulle storie e sui personaggi, in particolare sui dialoghi, credibili e convincenti.
Come nella migliore tradizione, dunque (la tradizione ottocentesca), le storie di Franzen sono storie di famiglie. Anche in questo caso, come ne "Le correzioni", siamo in presenza di una saga familiare, con un numero di protagonisti un po' più ridotto rispetto all'opera precedente (dove erano almeno cinque: due genitori, tre fratelli). Qui al centro dell'attenzione ci sono Walter e Patty, conosciutisi all'università del Minnesota e divenuti marito e moglie dopo il serrato corteggiamento di lui (serrato fino al vassallaggio) e nonostante le molte perplessità di lei. Attorno, ovviamente, una vasta galleria di personaggi: i figli, i genitori, i vicini di casa, l'amico del cuore di Walter, Richard, eterna aspirante rockstar con dipendenza dal sesso (uno dei caratteri più riusciti). Il periodo storico va essenzialmente dai primi anni '80 ai 2000, ma non vi sono (almeno fino a dove sono arrivato con la lettura) vere e proprie digressioni, semmai dettagli seminati qui e là che aiutano a collocare storicamente la vicenda della famiglia Berglund (i Buzzcocks, la Tatcher, Clinton, le due torri ecc.)
La trama è inutile riassumerla: la si ritrova in molti siti, peraltro. Piuttosto, che cosa rende così speciale e così leggibile un romanzo del genere? Che cosa rende Franzen un autore degno della copertina del Time, onore riservato a pochi scrittori? Innanzitutto, suppongo, il fatto di parlare di cose che toccano tutti (tutti noi, noi lettori occidentali, diciamo) e di farlo in maniera credibile. E questa, per quanto mi riguarda, è la differenza che passa fra il leggere un buon libro di un autore americano e il leggere un buon libro di un autore libanese o tanzaniano. Franzen racconta di famiglie: come nascono, come proseguono il loro cammino, come si logorano, come esplodono in seguito, ad esempio, al rapporto con i figli, agli errori commessi quasi sempre involontariamente (nella fattispecie, quelli commessi da Walter e Patty con il figlio minore, che ad un certo punto spietatamente li lascia per andare a vivere con i detestati vicini di casa). Racconta i rapporti interpersonali: amori, tradimenti, frustrazioni, dipendenze varie, desideri coltivati per vent'anni e che poi si realizzano in una notte (quello che Patty coltiva per Richard, dai tempi dell'università, fino a quando, vent'anni dopo, finalmente lui se la scopa, o lei si scopa lui). Basta questo? Certo che no. Tutto questo materiale deve essere trattato con mano ferma e disciplina. Franzen, del resto, di tempo ne ha avuto, 9 anni. Ci vogliono mano ferma e disciplina per raccontare le cose da diversi punti di vista, ad esempio: la storia parte con la narrazione in terza persona e continua così ma da un certo punto in poi si riporta il diario scritto da Patty su suggerimento del suo analista. Lo sguardo rimane in qualche modo "esterno" - la narrazione è sempre in terza persona anche se l'autrice del diario non si nasconde - ma al tempo stesso diventa partecipe, diventa lo sguardo di una parte in causa. A volte dimentichi che è Patty a parlare e a volte no. E funziona.
Va bene, e poi? Poi c'è lo sguardo di Franzen sui suoi personaggi: non è consolatorio, non è moralista, non è romantico, nemmeno clinico o spietato. E' lo sguardo "alla giusta distanza" del narratore naturalista. Franzen ci sembra dire che le cose che accadono, che le scelte che le persone fanno nel corso della loro vita, hanno spesso ragioni e moventi diversi da quelli palesi. Magistrale il momento in cui Patty, dopo un disastroso viaggio in automobile fino a Chicago con Richard, dopo essere sbarcata in piena notte in una casa di simil-punk disastrati nel cuore di un quartiere malfamato, dopo essere stata rifiutata dal ragazzo dal quale si sente così attratta, il caustico, sensuale rockettaro, dopo avere saltellato con le sue stampelle fino ad una lercia locanda per mandare giù tre tacos, dopo una raggelante telefonata alla madre, decide di prendere un pulmann per andare a gettarsi fra le braccia di Walter, il buon Walter che vorrebbe fare l'attore ma studia legge e si ammazza di fatica con lavori vari per mantenere i suoi genitori, e che sta vegliando il padre ormai in punto di morte. E nonostante tutto questo, nessun afflato decadente. Perché nonostante il motel raffazzonato in cui consumano le loro prime notti d'amore, nonostante l'iniziale moto di gelosia di lui (nei confronti di Richard), nonostante il padre di Walter passi nel giro di pochi giorni a miglior vita, lì si apre per Patty uno dei periodi più belli della sua vita (anche se destinato a finire).
Ma il punto è anche un altro, e cioè che dei moventi nascosti o impliciti le persone non sono in genere perfettamente consapevoli: a volte li ignorano, oppure li tengono a bada, li aggirano, e a volte inventano scuse, costruiscono narrazioni alternative, e a volte ancora cambiano idea con il tempo, ci ritornano su, dimenticano.
Questo sul piano della psicologia dei personaggi, che è messa a fuoco straordinariamente bene, e con la quale, appunto, pagina dopo pagina, ci confrontiamo, noi oziosi lettori dell'Occidente opulento che non possiamo rispecchiarci nelle storie delle profughe somale o dei perseguitati politici rumeni (quelle storie - spesso appassionanti - le leggiamo per un altro motivo, per scoprire ciò che è altro da noi. Va detto peraltro che questa è una delle critiche mosse a Franzen anche negli Usa: scrive di cose scontate, chissenefrega delle crisi coniugali della famiglia media, le abbiamo già viste, ci interessa di più la mafia russa).
Poi c'è la metalettura, antropologica, sociale, "politica". Il tema è esplicitato dal titolo, è la libertà e in effetti i personaggi del romanzo si muovono con una libertà sconosciuta a, poniamo, una giovane donna cambogiana o un giovane uomo ugandese. E dunque: visto che sono libero, come devo vivere? I personaggi di Franzen non sono i disadattati di Carver, che riescono a malapena ad articolare qualche discorso di senso compiuto attorno alla pesca o all'arte della pasticceria: sono esponenti della middle-class, sono persone che leggono, che vanno a teatro, che hanno opinioni politiche (bellissima a proposito la descrizione della cena durante la quale l'ingenuo, idealista Walter cerca di descrivere alla famiglia di Patty, la madre una politicante in ascesa, il padre un semialcolizzato che semina sarcasmo distruttivo a destra e a manca, la sorella una snob ignorante e viziata - insomma, uno spietato ritratto dell'aristocrazia liberal - le idee del Club di Roma). Franzen ci mostra però come le esistenze delle persone spesso non corrispondano esattamente alle idee professate né ai loro riferimenti culturali: sia in senso oggettivo (nei suoi romanzi ritorna frequentemente il tema della corruzione, assieme a quello dell'ecologia), sia sul piano psicologico. Il Walter giovane, ad esempio, è un convinto sostenitore della necessità della decrescita demografica, velatamente ammira la "via cinese" (la politica del figlio unico), e si batte per la parità fra i sessi: ma accetta senza battere ciglio il programma di vita di Patty, metter su casa, fare figli e dedicarsi a pieno titolo al suo ruolo di madre.
E la libertà? La libertà e tutt'attorno, appunto. E' l'humus, è lo spazio sociale in cui si muovono i personaggi, una libertà alla fin fine condizionata, come in "Le correzioni", dalle esperienze che hanno avuto da bambini e da ragazzi, con i genitori, con i fratelli e le sorelle, prima ancora che, astrattamente, dalla classe sociale o dal reddito (pur essendo questi fattori molto ben delineati). La libertà infida e pericolosa di chi vive senza sapere tutto, la libertà che consente ogni sorta di affare spegiudicato, la libertà che porta al governo i neocon dopo l'11 settembre...
Ma non voglio addentrarmi troppo sulle questioni politiche perché lo hanno fatto in molti anche sui nostri giornali e sembrerebbe, leggendo quegli interventi, che si stia parlando di un romanzo appunto politico, mentre non è così, anche se certo, come in ogni grande scrittore le vicende minime narrate nel romanzo rimandano a qualcosa di più vasto.
Last but not least il linguaggio; anche qui, qualcuno ha rimproverato all'amico di Foster Wallace di non avere uno stile abbastanza sperimentale, inquieto, postmoderno. Ed è vero: Franzen scrive dei dialoghi efficacissimi, le sue descrizioni sono precise, "vere", il ritmo della scrittura è sempre serrato e tiene avvinto il lettore (Franzen potrebbe scrivere ottime sit-com), ma non è sperimentale. E' un limite? In questo genere di narrativa direi di no: è il linguaggio del "grande romanzo familiare (americano)", appunto. Certo, De Lillo in "Underworld" ha osato di più; e certi passaggi di memorabile lirismo propri di quel romanzo (compresa la sua chiusa, sulla parola "pace"), in "Libertà" non li abbiamo. Al tempo stesso, però, abbiamo qualcos'altro rispetto a quel senso di tragedia imminente: abbiamo il sorriso consapevole di chi osserva la commedia umana, senza condannare nessuno e però senza fare sconti alle debolezze di nessuno.
Come nella migliore tradizione, dunque (la tradizione ottocentesca), le storie di Franzen sono storie di famiglie. Anche in questo caso, come ne "Le correzioni", siamo in presenza di una saga familiare, con un numero di protagonisti un po' più ridotto rispetto all'opera precedente (dove erano almeno cinque: due genitori, tre fratelli). Qui al centro dell'attenzione ci sono Walter e Patty, conosciutisi all'università del Minnesota e divenuti marito e moglie dopo il serrato corteggiamento di lui (serrato fino al vassallaggio) e nonostante le molte perplessità di lei. Attorno, ovviamente, una vasta galleria di personaggi: i figli, i genitori, i vicini di casa, l'amico del cuore di Walter, Richard, eterna aspirante rockstar con dipendenza dal sesso (uno dei caratteri più riusciti). Il periodo storico va essenzialmente dai primi anni '80 ai 2000, ma non vi sono (almeno fino a dove sono arrivato con la lettura) vere e proprie digressioni, semmai dettagli seminati qui e là che aiutano a collocare storicamente la vicenda della famiglia Berglund (i Buzzcocks, la Tatcher, Clinton, le due torri ecc.)
La trama è inutile riassumerla: la si ritrova in molti siti, peraltro. Piuttosto, che cosa rende così speciale e così leggibile un romanzo del genere? Che cosa rende Franzen un autore degno della copertina del Time, onore riservato a pochi scrittori? Innanzitutto, suppongo, il fatto di parlare di cose che toccano tutti (tutti noi, noi lettori occidentali, diciamo) e di farlo in maniera credibile. E questa, per quanto mi riguarda, è la differenza che passa fra il leggere un buon libro di un autore americano e il leggere un buon libro di un autore libanese o tanzaniano. Franzen racconta di famiglie: come nascono, come proseguono il loro cammino, come si logorano, come esplodono in seguito, ad esempio, al rapporto con i figli, agli errori commessi quasi sempre involontariamente (nella fattispecie, quelli commessi da Walter e Patty con il figlio minore, che ad un certo punto spietatamente li lascia per andare a vivere con i detestati vicini di casa). Racconta i rapporti interpersonali: amori, tradimenti, frustrazioni, dipendenze varie, desideri coltivati per vent'anni e che poi si realizzano in una notte (quello che Patty coltiva per Richard, dai tempi dell'università, fino a quando, vent'anni dopo, finalmente lui se la scopa, o lei si scopa lui). Basta questo? Certo che no. Tutto questo materiale deve essere trattato con mano ferma e disciplina. Franzen, del resto, di tempo ne ha avuto, 9 anni. Ci vogliono mano ferma e disciplina per raccontare le cose da diversi punti di vista, ad esempio: la storia parte con la narrazione in terza persona e continua così ma da un certo punto in poi si riporta il diario scritto da Patty su suggerimento del suo analista. Lo sguardo rimane in qualche modo "esterno" - la narrazione è sempre in terza persona anche se l'autrice del diario non si nasconde - ma al tempo stesso diventa partecipe, diventa lo sguardo di una parte in causa. A volte dimentichi che è Patty a parlare e a volte no. E funziona.
Va bene, e poi? Poi c'è lo sguardo di Franzen sui suoi personaggi: non è consolatorio, non è moralista, non è romantico, nemmeno clinico o spietato. E' lo sguardo "alla giusta distanza" del narratore naturalista. Franzen ci sembra dire che le cose che accadono, che le scelte che le persone fanno nel corso della loro vita, hanno spesso ragioni e moventi diversi da quelli palesi. Magistrale il momento in cui Patty, dopo un disastroso viaggio in automobile fino a Chicago con Richard, dopo essere sbarcata in piena notte in una casa di simil-punk disastrati nel cuore di un quartiere malfamato, dopo essere stata rifiutata dal ragazzo dal quale si sente così attratta, il caustico, sensuale rockettaro, dopo avere saltellato con le sue stampelle fino ad una lercia locanda per mandare giù tre tacos, dopo una raggelante telefonata alla madre, decide di prendere un pulmann per andare a gettarsi fra le braccia di Walter, il buon Walter che vorrebbe fare l'attore ma studia legge e si ammazza di fatica con lavori vari per mantenere i suoi genitori, e che sta vegliando il padre ormai in punto di morte. E nonostante tutto questo, nessun afflato decadente. Perché nonostante il motel raffazzonato in cui consumano le loro prime notti d'amore, nonostante l'iniziale moto di gelosia di lui (nei confronti di Richard), nonostante il padre di Walter passi nel giro di pochi giorni a miglior vita, lì si apre per Patty uno dei periodi più belli della sua vita (anche se destinato a finire).
Ma il punto è anche un altro, e cioè che dei moventi nascosti o impliciti le persone non sono in genere perfettamente consapevoli: a volte li ignorano, oppure li tengono a bada, li aggirano, e a volte inventano scuse, costruiscono narrazioni alternative, e a volte ancora cambiano idea con il tempo, ci ritornano su, dimenticano.
Questo sul piano della psicologia dei personaggi, che è messa a fuoco straordinariamente bene, e con la quale, appunto, pagina dopo pagina, ci confrontiamo, noi oziosi lettori dell'Occidente opulento che non possiamo rispecchiarci nelle storie delle profughe somale o dei perseguitati politici rumeni (quelle storie - spesso appassionanti - le leggiamo per un altro motivo, per scoprire ciò che è altro da noi. Va detto peraltro che questa è una delle critiche mosse a Franzen anche negli Usa: scrive di cose scontate, chissenefrega delle crisi coniugali della famiglia media, le abbiamo già viste, ci interessa di più la mafia russa).
Poi c'è la metalettura, antropologica, sociale, "politica". Il tema è esplicitato dal titolo, è la libertà e in effetti i personaggi del romanzo si muovono con una libertà sconosciuta a, poniamo, una giovane donna cambogiana o un giovane uomo ugandese. E dunque: visto che sono libero, come devo vivere? I personaggi di Franzen non sono i disadattati di Carver, che riescono a malapena ad articolare qualche discorso di senso compiuto attorno alla pesca o all'arte della pasticceria: sono esponenti della middle-class, sono persone che leggono, che vanno a teatro, che hanno opinioni politiche (bellissima a proposito la descrizione della cena durante la quale l'ingenuo, idealista Walter cerca di descrivere alla famiglia di Patty, la madre una politicante in ascesa, il padre un semialcolizzato che semina sarcasmo distruttivo a destra e a manca, la sorella una snob ignorante e viziata - insomma, uno spietato ritratto dell'aristocrazia liberal - le idee del Club di Roma). Franzen ci mostra però come le esistenze delle persone spesso non corrispondano esattamente alle idee professate né ai loro riferimenti culturali: sia in senso oggettivo (nei suoi romanzi ritorna frequentemente il tema della corruzione, assieme a quello dell'ecologia), sia sul piano psicologico. Il Walter giovane, ad esempio, è un convinto sostenitore della necessità della decrescita demografica, velatamente ammira la "via cinese" (la politica del figlio unico), e si batte per la parità fra i sessi: ma accetta senza battere ciglio il programma di vita di Patty, metter su casa, fare figli e dedicarsi a pieno titolo al suo ruolo di madre.
E la libertà? La libertà e tutt'attorno, appunto. E' l'humus, è lo spazio sociale in cui si muovono i personaggi, una libertà alla fin fine condizionata, come in "Le correzioni", dalle esperienze che hanno avuto da bambini e da ragazzi, con i genitori, con i fratelli e le sorelle, prima ancora che, astrattamente, dalla classe sociale o dal reddito (pur essendo questi fattori molto ben delineati). La libertà infida e pericolosa di chi vive senza sapere tutto, la libertà che consente ogni sorta di affare spegiudicato, la libertà che porta al governo i neocon dopo l'11 settembre...
Ma non voglio addentrarmi troppo sulle questioni politiche perché lo hanno fatto in molti anche sui nostri giornali e sembrerebbe, leggendo quegli interventi, che si stia parlando di un romanzo appunto politico, mentre non è così, anche se certo, come in ogni grande scrittore le vicende minime narrate nel romanzo rimandano a qualcosa di più vasto.
Last but not least il linguaggio; anche qui, qualcuno ha rimproverato all'amico di Foster Wallace di non avere uno stile abbastanza sperimentale, inquieto, postmoderno. Ed è vero: Franzen scrive dei dialoghi efficacissimi, le sue descrizioni sono precise, "vere", il ritmo della scrittura è sempre serrato e tiene avvinto il lettore (Franzen potrebbe scrivere ottime sit-com), ma non è sperimentale. E' un limite? In questo genere di narrativa direi di no: è il linguaggio del "grande romanzo familiare (americano)", appunto. Certo, De Lillo in "Underworld" ha osato di più; e certi passaggi di memorabile lirismo propri di quel romanzo (compresa la sua chiusa, sulla parola "pace"), in "Libertà" non li abbiamo. Al tempo stesso, però, abbiamo qualcos'altro rispetto a quel senso di tragedia imminente: abbiamo il sorriso consapevole di chi osserva la commedia umana, senza condannare nessuno e però senza fare sconti alle debolezze di nessuno.
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Domani nella battaglia pensa a me 4.0
E' faticoso muoversi nell'ombra e spiare senza essere visto o cercando di non essere scoperto, come è faticoso tenere un segreto o conservare un mistero, che fatica la clandestinità e la permanente coscienza di come non tutti i nostri congiunti possono avere uguali conoscenze, ad un amico si nasconde una cosa e ad un altro un'altra diversa da quella che è nota al primo, si inventano per una donna storie complesse che poi bisogna ricordare per sempre nei dettagli come se si fossero vissute, con il rischio di farsi scoprire più tardi, e a un'altra donna più nuova si racconta la verità su tutto tranne su quelle cose innocue che ci provocano vergogna in noi stessi: (...) che andiamo matti per il gioco d'azzardo o ci piace un'attrice che ammettiamo essere odiosa e persino offensiva, che abbiamo un carattere tremendo e fumiamo appena svegli e che fantastichiamo su una certa pratica sessuale che si considera aberrante e che non osiamo proporle. Non sempre si occulta per il proprio interesse o per paura o per avere commesso una vera mancanza, non sempre per difendersi, molte volte lo si fa per non dare un dispiacere o non guastare una festa e per non arrecare danno, altre volte per puro civismo, non è buona educazione né da persone civili farsi conoscere del tutto, figurarsi mostrare le manie e i vizi: a volte sono le origini ciò che si tace o si falsifica perché quasi tutti avremmo preferito un'ascendenza diversa in qualcuno dei nostri quattro quarti, la gente nasconde i genitori e i nonni e i fratelli, i mariti e le mogli (...). Ci vergogniamo di troppe cose, del nostro aspetto e delle nostre convinzioni passate, della nostra ingenuità e della nostra ignoranza, della sottomissione o dell'orgoglio che abbiamo dimostrato una volta, della transigenza e dell'intransigenza, di tante cose proposte o dette senza convinzione, di esserci innamorati di chi ci siamo innamorati e di essere stati amici di chi lo siamo stati, le vite sono spesso tradimento e negazione continui di ciò che è stato prima, si sconvolge e si deforma tutto man mano che passa il tempo, e tuttavia continuiamo ad essere coscienti, per quanto vogliamo ingannare noi stessi, che teniamo dei segreti e racchiudiamo in noi dei misteri (...).
Javier Marìas
Foto: vicolo di Riva del Garda (marco pontoni)
Domani nella battaglia pensa a me 2.0
(...) Alla fine l'uomo decide di andare; ma non può lasciare il bambino, che dorme ignaro nella stanza accanto. Si risolve a telefonare all'albergo londinese dove soggiorna il marito della donna. Chiama, nel cuore della notte, immaginando di svegliare un portiere che, mentre lo lascia in attesa, cercando nel registro degli ospiti il nome che gli è stato comunicato, fischietta "Stranger in the night". E poi, la prima sorpresa: non c'è nessuno registrato con quel nome, nell'albergo.
Dunque il marito ha mentito? Non è in quell'albergo, forse nemmeno a Londra?
Prima che il protagonista possa riaversi dalla sorpresa squilla il telefono, questa volta quello dell'appartamento (la storia si svolge nell'ormai lontana era geologica pre-cellulari, quando ricevere una chiamata voleva dire trovarsi a tiro di una cornetta); ovviamente l'uomo indugia, non sa se rispondere, non è casa sua, non dovrebbe essere lì, oltretutto ha appena pensato di cancellare ogni traccia del suo passaggio, e nel frattempo parte la segreteria telefonica, una persona con una voce tagliente, autoritaria, rimprovera la donna di averlo avvisato troppo tardi che il marito sarebbe partito. Perciò non ha potuto raccogliere il suo invito.
Dunque, si dice l'io narrante, ero la seconda scelta. Era questo sconosciuto dalla voce tagliente l'amante che la donna aveva deciso di invitare a cena, ed è solo a causa della sua indisponibilità, del fatto che non ha sentito un messaggio o l'ha sentito in ritardo, che, all'ultimo momento, lei ha deciso di confermare il suo invito a me, un quasi-sconosciuto, con cui si è incontrata prima solo 2 volte al bar.
A causa di questa circostanza un po' umiliante ora sono io a vegliare il suo corpo morto, anziché il marito, anziché l'amante autoritario dalla voce tagliente, che l'ha chiamata "scema", che chissà quante altre volte è stato qui.
Intorno all'appartamento dove il bambino continua a dormire sotto a degli aeroplanini di carta che riproducono modelli da guerra della prima e seconda guerra mondiale, mentre la madre giace morta, nella stanza accanto, improvvisamente, stroncata da un malore, la città, con i suoi fantasmi e i suoi presagi. Uomini che cercano un taxi per tornare a casa, amanti al loro centesimo incontro che si baciano sull'uscio di lui (o di lei), infermiere alle prese con il turno, studenti che ripassano la materia oggetto d'esame, prostitute che attendono con poco entusiasmo sul ciglio della strada l'arrivo del prossimo cliente.
E l'uomo al centro esatto di tutto questo, con i suoi pensieri, i suoi gesti riflessivi, la sua consapevolezza della vita e il suo controllato stupore, che da un lato viene progressivamente sospinto ai margini delle esistenze che per un istante (e una fortuita catena di circostanze) ha incrociato, dall'altro le penetra sempre più a fondo, sollevando la coperta dei misteri che si celano sotto all'apparente normalità di una vicenda familiare. Come dice Shakespeare, nulla è se non ciò che non è.
Javier Marìas, "Domani nella battaglia pensa a me", Einaudi. Enjoy.
La foto è tratta da questo sito: www.flickr.com/photos/zioluc/with/4388949601/
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Domani nella battaglia pensa a me
Ho iniziato oggi questo romanzo di Javier Marìas, senza sapere quasi nulla dell'autore. Conoscevo - e conosco - i titoli dei suoi romanzi, ovviamente, pubblicati in Italia da Einaudi, anzi, credo di ricordare quando sono comparse le sue prime traduzioni, credo di avere pensato allora: "Prima o poi dovrò leggere dei romanzi con dei titoli così belli", ma non l'avevo mai fatto. La verità è che mi sono deciso solo dopo avere letto da qualche parte come comincia "Domani nella battaglia...", il che depone a favore di un buon plot (o di qualche citazione in qualche giornale a larga tiratura). C'è un uomo, a Madrid, ospite di una donna che non conosce bene, la conosce da appena 15 giorni, una donna sposata e con un figlio di 2 anni: il marito è in viaggio di lavoro a Londra, il bambino finalmente si è addormentato, anche se , secondo l'uomo, ha fatto di tutto per rimanere sveglio, presagendo quello che stava per succedere fra lui e la madre. Insomma, la coppia è a letto, non sono ancora nudi, si stanno baciando, lui è riuscito a slacciarle il reggiseno, il tutto deve accadere in quella bolla, quell'aura di non-premeditazione che secondo l'io narrante di solito racchiude gli eventi della fatale "prima volta", quando entrambi desiderano convincere se stessi che non hanno realmente cercato nulla, che non hanno desiderato di fare accadere alcunché... Ma all'improvviso la donna sta male, lui pensa sia la digestione, o un tardivo pentimento, non si scompone né è deluso, è un uomo di mondo, solo, non sa bene cosa fare, non la conosce, la conosce appena, insomma, non sa neanche dov'è, non conosce i vicini, sono le tre di notte, si decide ad aspettare che le passi. E invece...lei muore.
Un attacco del genere non lascia indifferenti, no?
Se anche voi non conoscete il romanziere spagnolo, ma vi incuriosisce questa storia, e volete sapere come proseguirà il rapporto fra quest'uomo, questo visitatore notturno, e la sua non-amante (perchè qui la morte è solo all'inizio di un romanzo molto lungo, dunque questo rapporto dovrà continuare, in qualche modo), andate a leggervi il libro. Questa non è una recensione, è solo un annuncio di pubblica utilità.
E poi Marìas dev'essere una persona comunque intelligente. Ecco l'inizio di un suo articolo su Berlusconi:
"Questo individuo è essenzialmente una palla al piede, a giudicare dal materiale video nel quale lo si vede ai vertici politici in compagnia di altri mandatari o in occasioni mondane più frivole. In realtà il suo comportamento è identico negli uni e negli altri, solo che nei primi finge di essere l'anfitrione, lo fa sempre (anche se, per dire, si trova in Canada)..."
Potete averlo in edizione economica, si intitola "Trilogia sentimentale" (19 euro) contiene tre romanzi, "Tutte le anime", "Un cuore così bianco" e "Domani nella battaglia pensa a me", da cui sono partito. E' una trilogia di storie d'amore, ovviamente; c'è qualcosa di più interessante da leggere, ad inizio di primavera?
Il titolo pare sia mutuato da Shakesperare, e così Shakesperare continua ad invadere - benignamente - la mia vita, in questo periodo.
Il trailer l'ho trovato in youtube, grazie a chi l'ha messo assieme, mi sembra molto efficace e ieri notte, stranamente, mi sono addormentato proprio su quelle frasi, che come dice Lou Reed, commentando alcuni suoi testi, hanno un suono grandioso (anche se magari non vogliono dire nulla) .
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Una costa conosciuta che si allontana
(raccontino)
La guardava cantare e vedeva in lei la sua stessa arroganza, tipica dei timidi, la stessa noncurante ambizione, il talento mescolato ad una naturale insofferenza. Vedeva l'uomo trent'anni prima, i capelli sul viso, a proteggersi e a sfidare, solo che il suo talento all'epoca non si esprimeva nel canto ma nella scrittura.
Si vedeva nell'atto di ritirare un premio con la sinistra infilata nella tasca, si vedeva con la camicia azzurra fuori dai pantaloni. Dare del tu ai professori. Andare in giro da solo per strada mangiando una mela o fumando precocemente.
Certo, c'erano anche le differenze. Nel modo di vestire, di impiegare il tempo, lui ne aveva avuto molto di più, a disposizione, anche per annoiarsi. Nei modelli da imitare. Forse, in un diverso stadio della maturità.
Sapeva però che queste sono cose destinate a evaporare, lasciando sul fondo l'intima essenza, quel nucleo duro e inattaccabile che non si scioglie, le propensioni alla felicità e all'infelicità, i modi di reagire, insomma, ciò che conta, il precipitato, la base, ciò che rimane in cima alla forchetta.
La vedeva guardarsi attorno, infastidita che una compagna avesse stonato. Ridere con la spavalderia dei ragazzi per le formalità del mondo adulto. Cercare con gli occhi la complicità di un'amica.
Guardava quell'apparizione sul palco, quella voce solista che spiccava sulle altre, come si guarda la riva di una costa conosciuta che lentamente si allontana, stupendosi del tempo passato e passato assieme, stupendosi di più ancora per il fatto che lui, lì, non si sentiva cambiato affatto da quando la portava in giro sulla carrozzella, sotto ai cieli siderali di un altro inverno. O forse non è così, è che i cambiamenti lenti, che sgocciolano giorno dopo giorno, sono come l'agonia dell'aragosta in pentola, li si avverte troppo tardi o troppo alla fine.
La guardava cantare e vedeva in lei la sua stessa arroganza, tipica dei timidi, la stessa noncurante ambizione, il talento mescolato ad una naturale insofferenza. Vedeva l'uomo trent'anni prima, i capelli sul viso, a proteggersi e a sfidare, solo che il suo talento all'epoca non si esprimeva nel canto ma nella scrittura.
Si vedeva nell'atto di ritirare un premio con la sinistra infilata nella tasca, si vedeva con la camicia azzurra fuori dai pantaloni. Dare del tu ai professori. Andare in giro da solo per strada mangiando una mela o fumando precocemente.
Certo, c'erano anche le differenze. Nel modo di vestire, di impiegare il tempo, lui ne aveva avuto molto di più, a disposizione, anche per annoiarsi. Nei modelli da imitare. Forse, in un diverso stadio della maturità.
Sapeva però che queste sono cose destinate a evaporare, lasciando sul fondo l'intima essenza, quel nucleo duro e inattaccabile che non si scioglie, le propensioni alla felicità e all'infelicità, i modi di reagire, insomma, ciò che conta, il precipitato, la base, ciò che rimane in cima alla forchetta.
La vedeva guardarsi attorno, infastidita che una compagna avesse stonato. Ridere con la spavalderia dei ragazzi per le formalità del mondo adulto. Cercare con gli occhi la complicità di un'amica.
Guardava quell'apparizione sul palco, quella voce solista che spiccava sulle altre, come si guarda la riva di una costa conosciuta che lentamente si allontana, stupendosi del tempo passato e passato assieme, stupendosi di più ancora per il fatto che lui, lì, non si sentiva cambiato affatto da quando la portava in giro sulla carrozzella, sotto ai cieli siderali di un altro inverno. O forse non è così, è che i cambiamenti lenti, che sgocciolano giorno dopo giorno, sono come l'agonia dell'aragosta in pentola, li si avverte troppo tardi o troppo alla fine.
La carta e il territorio

Sono un estimatore di Michel Houellebecq e sono andato subito a leggermi il suo ultimo romanzo, interessante fin dal titolo, "La carta e il territorio".
La carta, anzi le carte, sono quelle della Michelin, che proiettano un giovane artista, Jed Martin, nell'olimpo della celebrità. Il romanzo ruota attorno a questo personaggio - tipico, solitario anti-eroe houellebecqiano - seguito, com'è costume dello scrittore francese, praticamente dalla nascita alla morte, forse perché, è cosa nota, non si può dire di nessuno che abbia avuto una vita fortunata fin quando non è spirato.
Il contraltare di Jed Martin non è rappresentato tanto dalla sua amante - bellissima manager russa in carriera che ad un certo punto lo molla perchè il lavoro la richiama in patria (l'amore, per Houellebecq, è sempre scacco e sconfitta, in questo caso una resa senza condizioni alle logiche dell'economia globalizzata) - ma dallo stesso scrittore, ovvero Houellebecq, del quale Jed Martin decide di realizzare un ritratto. Nella parte finale del romanzo Houellebecq viene ritrovato morto - diciamo di più, ucciso in maniera raccapricciante, fatto a striscioline con un attrezzo cururgico e sparso sul pavimento di casa a comporre una sorta di quadro a la' Pollock - il che innesca una digressione "gialla" fino alla scoperta dell'assassino (che non è un estremista islamico, come forse qualcuno si aspetterebbe visti i trascorsi dello scrittore...).
L'epilogo è affidato nuovamente a Jed Martin, che del tutto disilluso sulle possibilità offerte dai rapporti umani in genere, e parimenti del tutto disinteressato agli effetti del successo, si lascia invecchiare in una sorta di splendido isolamento, lasciando dietro di sé, alla sua morte, un'ultima opera, dedicata alla natura che circonda la sua abitazione. C'è spazio anche per un ultimo sguardo gettato dall'artista, ormai molto anziano, sui cambiamenti intervenuti nel frattempo nella società: forse non l'apocalisse che si aspettava, invece un lento slittamento, la colonizzazione delle campagne da parte di persone che di radici piantate nella terra non ne hanno, giovani new age, turisti "verdi" ecc.
C'è chi ha trovato questo romanzo (premio Goncourt in Francia) più debole dei precedenti (perlomeno di alcuni di essi), meno riuscito anche sul piano formale. Personalmente mi semba un'opera felice, che presenta elementi di continuità con il passato ma anche alcune discontinuità. Manca ad esempio la particolarissima "fantascienza" che caratterizzava "Le particelle elementari" e anche l'ultimo "La possibilità di un'isola". Manca il sesso, che condiva abbondantemente le opere del passato, sia come elemento salvifico o perlomeno consolatorio (minato dall'incedere delle età e dunque caduco), sia come metafora dell'incomunicabilità (anche generazionale).
C'è, invece, di nuovo il rapporto padre-figlio, sempre straziante; c'è la vecchiaia in quanto anti-vita, posto che la vita, nel mondo moderno, è tutt'uno con giovinezza, salute, corpo, disponibilità, ambizione, fun (o con le loro rappresentazioni). C'è l'eutanasia, nulla di romantico, nulla a che vedere con un diritto faticosamente conquistato: una pratica discreta, asettica, anch'essa asservita alle logiche del mercato. Ci sono i marchi, i brand. Ci sono, come sempre, interessanti digressioni cultural-filosofiche, qui legate al mondo dell'arte, soprattutto; evidentemente l'autore francese se le può permettere (come se le poteva permettere Kundera), dal momento che i suoi libri comunque vendono e quindi lettori ne hanno. Per fortuna.
Torno su una delle peculiarità dei romanzi di Houellebecq: seguire i personaggi durante tutto l'arco della loro vita. Nel suo penultimo lavoro il protagonista (in realtà un clone) esce dallo spazio chiuso e protetto nel quale alcuni eletti, in un ipotetico futuro, vivono, in assoluta solitudine (anche sessuale), per addentrarsi in un mondo popolato di bruti e arso dagli effetti dei cambiamenti climatici. L'epilogo non era consolatorio: arrivato sulla riva di un mare semiprosciugato, il viandante non trovava nulla, nessuna risposta, nessuna compagnia. Avrebbe probabilmente atteso di disseccarsi lì, sul bagnasciuga chimico.
In questo "La carta e il territorio" la fine è più interlocutoria: la solitudine dell'uomo è sempre dominante, l'impossibilità dell'amore una certezza, il disincanto con cui i diversi personaggi vengono, ognuno a suo modo, a patti, indiscutibile; ma ci rimangono i video girati da Jed Martin, per anni, meticolosamente, nei boschi all'interno della sua tenuta. Il trionfo di un vegetale comunque estraneo alla vita così come noi la conosciamo ma che in qualche modo, testardamente, è (e ricordiamoci che Houellebecq è un estimatore di Lovecraft, altro sguardo lanciato su un universo parallelo caotico ed estraneo).
Ed ecco l'incipit:
“Da qualche settimana si era messo a parlare alla sua caldaia. E la cosa più inquietante – ne aveva preso coscienza due giorni prima – era che adesso si aspettava che la caldaia gli rispondesse. L’apparecchio produceva è vero rumori sempre più vari: gemiti, ronzii, schiocchi, sibili di tonalità e di volume differenti; ci si poteva aspettare che un giorno o l’altro arrivasse al linguaggio articolato. Era, insomma, la sua più vecchia compagna.”
Non sono affatto ironico quando scrivo “Qualche volta aveva l’ipermercato tutto per sé – e gli pareva fosse un’approssimazione abbastanza buona della felicità”. In senso letterale deve essere intesa questa frase. Il luogo del consumo è ambiguo come ogni residuo mitologico. E’ la favola che l’umano continua a desiderare: quella che fa paura, dove c’è il lupo.
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Kundera, ovvero...che razza di libri ci succhiavamo
Sto rileggendo per la...decima volta? "L'insostenibile leggerezza dell'essere" di Milan Kundera. Negli anni '80 fu un caso letterario (complice anche la trasmissione tv "Quelli della notte"). Un libro vendutissimo.
Riprendendolo in mano l'altro giorno ho messo a fuoco il fatto che questo romanzo si apre con due pagine dedicate all'idea dell'eterno ritorno in Nietzsche. Non ho potuto fare a meno di chiedermi se oggi qualcuno pubblicherebbe un libro così, sperando magari anche di farne un best seller. Voglio dire: è scritto straordinariamente bene, ma oggi, quale tipo di lettore incontrerebbe un romanzo che si apre con una dissertazione su Nietzsche e Parmenide? Quale potrebbe essere il suo target, per dirla prosaicamente? Non voglio dire che oggi il lettore sia più stupido o pigro, però...
Un'altra cosa mi ha colpito: all'inizio della seconda parte, quella dedicata al personaggio di Teresa, l'autore dichiara che uno scrittore non deve avere la pretesa di spacciare i personaggi di un suo romanzo come persone reali. "Non sono certo stati partoriti dal grembo di una donna", ecc.
Questa posizione verrà estremizzata ne "L'immortalità", dove il gioco si farà ancora più scoperto (senza tuttavia diventare pirandelliano).
Di nuovo, non ho potuto fare a meno di stupirmi del coraggio dell'autore - del genio dell'autore - che si fa beffe di una delle regole fondamentali della "fiction". E non ho potuto non pensare di nuovo all'assurdità di un'affermazione che ho letto recentemente, in bocca a non so quale intellettuale, per cui il romanzo starebbe morendo in quanto i lettori oggi hanno fame di vite reali (una volta un editore mi respinse una proposta con la stessa motivazione: "Oggi 'tirano' le biografie romanzate, non c'è più spazio per l'invenzione pura...").
Che sciocchezza. Come non vedere che i personaggi delle commedie umane di Kundera dicono, della vita reale che conduciamo ogni giorno, assai più di tanti "reality"? Come non capire che persino l'arte più astratta - persino un taglio su una tela - può dirci, della nostra realtà (del nostro svegliarci al mattino, del nostro andare a dormire la sera, dei nostri amori, dei nostri odi, dei nostri tostapane, dei nostri smarrimenti) proprio le cose che abbiamo bisogno di sentirci dire? E soprattutto: la realtà non è forse la sua interpretazione/rappresentazione/narrazione?
Riprendendolo in mano l'altro giorno ho messo a fuoco il fatto che questo romanzo si apre con due pagine dedicate all'idea dell'eterno ritorno in Nietzsche. Non ho potuto fare a meno di chiedermi se oggi qualcuno pubblicherebbe un libro così, sperando magari anche di farne un best seller. Voglio dire: è scritto straordinariamente bene, ma oggi, quale tipo di lettore incontrerebbe un romanzo che si apre con una dissertazione su Nietzsche e Parmenide? Quale potrebbe essere il suo target, per dirla prosaicamente? Non voglio dire che oggi il lettore sia più stupido o pigro, però...
Un'altra cosa mi ha colpito: all'inizio della seconda parte, quella dedicata al personaggio di Teresa, l'autore dichiara che uno scrittore non deve avere la pretesa di spacciare i personaggi di un suo romanzo come persone reali. "Non sono certo stati partoriti dal grembo di una donna", ecc.
Questa posizione verrà estremizzata ne "L'immortalità", dove il gioco si farà ancora più scoperto (senza tuttavia diventare pirandelliano).
Di nuovo, non ho potuto fare a meno di stupirmi del coraggio dell'autore - del genio dell'autore - che si fa beffe di una delle regole fondamentali della "fiction". E non ho potuto non pensare di nuovo all'assurdità di un'affermazione che ho letto recentemente, in bocca a non so quale intellettuale, per cui il romanzo starebbe morendo in quanto i lettori oggi hanno fame di vite reali (una volta un editore mi respinse una proposta con la stessa motivazione: "Oggi 'tirano' le biografie romanzate, non c'è più spazio per l'invenzione pura...").
Che sciocchezza. Come non vedere che i personaggi delle commedie umane di Kundera dicono, della vita reale che conduciamo ogni giorno, assai più di tanti "reality"? Come non capire che persino l'arte più astratta - persino un taglio su una tela - può dirci, della nostra realtà (del nostro svegliarci al mattino, del nostro andare a dormire la sera, dei nostri amori, dei nostri odi, dei nostri tostapane, dei nostri smarrimenti) proprio le cose che abbiamo bisogno di sentirci dire? E soprattutto: la realtà non è forse la sua interpretazione/rappresentazione/narrazione?
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20 anni dopo (Raymond Carver)

Che cosa rimane, 20 anni dopo avere scoperto un autore come Raymond Carver? Cos'è che ti rimane impresso, conficcato nel tessuto molle della memoria? Rimane lo stile. Di Carver alla fine rimane questo, è questo che evoca il suo cognome, lo stile asciutto ("tagliavo fino all'osso, poi tagliavo ancora"), anche se poi, un po' dopo la sua morte, è venuto fuori che non era proprio tutta farina del suo sacco, che l'editore ci aveva messo del suo (del resto, ciò è ininfluente).
Ma 20 anni fa non era così. Quando avevi letto "Cattedrale" per la prima volta c'era anche dell'altro che ti aveva colpito. Quell'umanità dolente, incolpevole, ignara di sé, poco incline all'autoanalisi, poco avvezza alle elaborate riflessioni. L'umanità americana di commessi viaggiatori, disoccupati, coppie scoppiate, uomini alle prese con problemi di alcol. Niente di francese, niente sesso sfrenato, niente invettive, parentesi nelle vite di gente qualunque, con modeste ambizioni, un attaccamento alla vita del tutto istintivo, un riflesso condizionato, si direbbe, e sullo sfondo camere anonime come nei dipinti di Edward Hooper, rive di torrenti dove pescare trote iridate in quella luce incerta del crepuscolo che solo gli americani sanno descrivere, il sublime nel paesaggio delle periferie, un filo di fumo che si alza nel turchino, il Kerouac del dottor Sax.
20 anni fa ti aveva impressionato il contenuto più della forma. Empatia. Una comprensione immediata. Un racconto di Carver avrebbe potuto quasi...non cambiarti la vita, non in assoluto, ma spiegartela sì. Avrebbe potuto illuminare il tuo senso del tragico affogato nel quotidiano, il tuo stesso smarrimento, come pure l'epifania racchiusa in un dettaglio di case e appartamenti che hai visto sfrecciare di là dal vetro del treno in corsa, il dolore e il divertimento a cui sentivi di essere destinato, come se tutto fosse già scritto.
Per quello mi fanno ridere coloro che parlano della letteratura come di un genere morto, perché oggi alla gente interesserebbe la vita reale, il reality. Come non vedere che le storie "inventate" raccontate da un grande scrittore sono più reali della vita reale? Come non vedere che è il reality ad essere finto?
Il giovane Holden e il professor Antolini, la citazione

Ecco la citazione esatta, a cui mi riferivo nel post precedente. Mi era rimasta così impressa perché...beh, a parte il meccanismo dell'identificazione, ovviamente, è più o meno quello che avrei voluto mi dicesse un insegnante quando ero al ginnasio, per spronarmi a leggere e a studiare. E forse, in qualche modo, probabilmente obliquo e contorto, me lo avevano anche detto. Ma Salinger lo ha detto meglio. Sempre gli scrittori americani ci hanno detto le cose meglio. Meglio dei nostri insegnanti e meglio di Calvino, Moravia, Silone, Gadda, Pasolini, Morante (e forse solo con la parziale eccezione di Pavese, un altro superdepresso).
Allora, nel suo peregrinare Holden Caulfield è approdato alla casa del professor Antolini, un suo insegnante. Che ad un certo punto dice cosi:
"D'accordo, i professori Vinson. Non appena ti sarai lasciato dietro tutti i professori Vinson, allora comincerai ad andare sempre più vicino, se sai volerlo, e se sai cercarlo e aspettarlo, a quel genere di conoscenza che sarà cara, molto cara al tuo cuore. Tra l'altro, scoprirai di non essere il primo che il comportamento degli uomini abbia sconcertato, impaurito e perfino nauseato. Non sei affatto solo a questo traguardo, e saperlo ti servirà d'incitamento e di stimolo. Molti, moltissimi uomini si sono sentiti moralmente e spiritualmente turbati come te adesso. Per fortuna, alcuni hanno messo nero su bianco quei loro turbamenti. Imparerai da loro...se vuoi. Proprio come un giorno, se tu avrai qualcosa da dare, altri impareranno da te. E' una bella intesa di reciprocità. E non è istruzione. E' storia. E' poesia."
Si interruppe e mandò giù un bel sorso di cocktail. Poi ricominciò. Ragazzi, era proprio partito in quarta."
Il caustico commento di Holden è il perfetto contrappunto adolescenziale al pistolotto del professore. E tuttavia, il pistolotto mantiene tutta la sua verità. Per nulla intaccata dal fatto che un paio di pagine dopo il professor Antolini cerchi di infilarsi nel letto di Holden, facendolo scappare a gambe levate.
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Chi afferrerà i bambini che precipitano dal campo di segale, adesso?

«Se una persona incontra una persona
Che si avvicina in un campo di segale,
Se una persona bacia una persona
Quella persona deve piangere? »
Robert Burns
Qualche anno fa Il giovane Holden era tornato di gran moda, complice Baricco, se non ricordo male. Poi divenne di gran moda dirne male, per far dispetto a Baricco.
Lui, Jerome, viveva isolato, c'è una sola foto in trenta forse cinquant'anni, un vecchio che picchia col pugno sul vetro di un'auto. Nell'era dei Grandi fratelli, manteneva fede al suo voto. Ostinata distanza dalle luci della società dello spettacolo.
Ricordo, della mia lettura giovanile del suo romanzo più celebre, il passaggio del professor Antolini. Non per l'avance gay che chiude l'incontro con Holden, ma per il discorso del professore. Non ho il libro sottomano, non posso citarlo. Ricordo che diceva come a volte nella giovinezza ci si senta male, ci si senta arrabbiati, a disagio o disallineati, e come la lettura di certi libri possa aiutarti, perché ti farà scoprire che non sei solo, non sei l'unico a pensare certe cose, non sei solo. Questo più o meno diceva il professor Antolini al giovane Holden, forse in maniera sincera, forse perchè voleva farselo, forse un po' per entrambe le ragioni.
Non sono queste le parole giuste; del resto ne è passato di tempo...e non l'ho mai riletto.
Ma ricordo ancora cosa ho provato, a 15 anni, leggendo quel passaggio: non sono solo, ho pensato. E tutto sommato, continuo a pensarlo anche adesso (visto che quella dell'adolescenza mi sembra la più vetusta delle categorie. Voglio dire, c'è qualcuno che ha la presuzione di essere davvero cresciuto?).
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Nick Hornby - Juliet, Naked

Ho iniziato l'anno leggendo questo nuovo romanzo di Nick Hornby, titolo italiano, assai banale, "Tutta un'altra musica", titolo originale, "Juliet, naked", come il titolo del disco di maggior successo di Tucker Crowe, protagonista della storia, una sorta di Springsteen in minore.
Ero a Bath, l'ho letto nei ritagli di tempo, e nonostante i ritagli fossero pochi (in quattro giorni, uno cerca di vedere il più possibile), l'ho divorato prima della fine del viaggio. Questa è una delle peculiarità dei libri di Hornby: sono dei perfetti meccanismi narrativi, agganciano il lettore e se lo portano a spasso dalla prima all'ultima pagina, azzerando divagazioni e tempi morti, tenendo fieramente testa alle seduzioni esercitate da altri intrattenimenti culturali, da internet alla tv ai videogiochi (per quelli a cui piacciono i videogiochi, e li considerano intrattenimenti culturali). Esiterei col dire che sono dei capolavori: ma parlano della realtà dei tempi nostri, senza gli eccessi grandguignoleschi di autori come Palahniuk, senza la magniloquenza di tanti italiani, senza timori reverenziali. Ad esempio, come si parla di musica rock o di web in queste pagine: normalmente, senza che si avverta la necessità di "nobilitare" la materia (che senza dubbio gli scrittori del nostro paese troverebbero prosaica, si pensi a un Baricco). E poi, alcuni ritratti fulminanti di adulti per i quali, cito a memoria, film e concerti continuano a rappresentare qualcosa di importante, di un po' troppo importante (per chi dovrebbe avere raggiunto l'età della maturità). Sulla scia di altri personaggi che abbiamo già conosciuto, in "Non buttiamoci giù", ad esempio, o in "Un ragazzo".
Questa volta il ritratto generazionale è affidato ad un rocker scoppiato, ex-alcolista, impegnato a destreggiarsi fra i numerosi figli seminati per strada (e fra le loro madri), oggetto di culto per una manciata di persone "disturbate" sparse per il mondo, che si ritrovano in un sito internet. Ma soprattutto, ad uno dei suoi fan, un insegnante inglese che considera normale spendere le ferie per andare a visitare alcuni dei luoghi della "mitologia" legata a un cantante che non incide più da 20 anni, luoghi come i gabinetti di un bar o la casa della ex-moglie (la Juliet del titolo originario).
Quest'ultimo, in particolare - il fan, voglio dire - è un personaggio oltremodo riuscito, in cui molti noi rocker ultraquarantenni possiamo, forse nostro malgrado, specchiarci, almeno un po'. Sorridendo di noi stessi e delle passioni che ci siamo portati appresso dall'adolescenza, impermeabili alle seduzioni dell'età adulta, agli hobby costosi, alle carriere, e soprattutto al bricolage. Ma anche la compagna del fan - che in uno scarto geniale della trama arriva realmente a conoscere l'oscuro oggetto del desiderio del partner, il "vero" Tucker Crowe - è altrettanto ben tratteggiato. Incatenata ad un'esistenza quotidiana che gli va stretta, in una cittaduccola di provincia, a fianco un uomo inconsistente, senza passioni, senza figli, senza sesso, suscita un moto di istintiva simpatia, per la sua intelligenza e per il suo "coraggio", che è poi il coraggio di tutti quelli che, nonostante tutto, ci provano a cambiare in meglio la loro vita, senza eroismi, a volte maldestramente, comprando i regali sbagliati, o facendo troppo castelli in aria.
Alcuni gruppi di lettura hanno giudicato l'atmosfera di questo romanzo (ambientato in parte in una piccola località di mare inglese) decadente. Per me, non sanno cosa significa la letteratura decadente. Questo lavoro è come tutti gli altri di Hornby; divertente, arguto, "popolare" nel senso alto del termine. Trasuda quella naturale bonomia, persino quella sorta di compassione per l'umanità (nel senso letterale del termine) che è la cifra caratteristica dei libri dello scrittore, in cui non compare mai un cattivo veramente cattivo, in cui i suicidi generalmente falliscono, in cui comunque, il giorno dopo arriva sempre. Badando bene, insomma, a mantenere le distanze dai toni troppo cupi e tragici (per questo a Hornby piace la J.Geils band e non Lou Reed? Vabbé, questa è un'altra storia), e cesellando le ultime pagine con un finale "aperto", che mi ha fatto pensare, inaspettatamente, al "Candido" di Voltaire.
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Tutta un'altra musica
Marguerite Duras

Ho imparato già qualche cosa. So che a far bella una donna non sono né i vestiti, né le cure di bellezza, né il prezzo degli unguenti, né la rarità e il valore intrinseco degli ornamenti. So che il problema è un altro, ma non so quale sia. Non è quello che credono le donne. Le guardo, nelle vie di Saigon o nelle località sperdute della savana. Ce ne sono di bellissime, bianchissime, tutte curano molto il loro aspetto, soprattutto nei posti sperduti. Non fanno nulla, cercano di mantenere la loro bellezza, di conservarla per l'Europa, per gli amanti, per le vacanze in Italia, per le lunghe ferie di sei mesi ogni tre anni, quando finalmente potranno raccontare quello che succede quaggiù, questa vita in colonia così strana, parlare di com'è servizievole questa gente, di quanto sono bravi i boys, della vegetazione, dei balli, delle ville bianche, tanto vaste che ci si perde, dove abitano i funzionari nominati nelle località sperdute. Aspettano. Si agghindano per niente. Si risparmiano. Nell'ombra delle ville si conservano per dopo, credono di vivere in un romanzo, con i grandi armadi pieni di vestiti da non sapere che farne, e che esse collezionano, come collezionano la fuga di quei giorni d'attesa. Alcune impazziscono. Altre vengono piantate per una servetta che sa tacere. Piantate. Questa parola, quando le colpisce, ha un suono spaventoso, il suono di uno schiaffo. Alcune si uccidono.
Questo mancare delle donne a se stesse sempre l'ho sentito come un errore.
Non c'era da attirare il desiderio. Il desiderio era in colei che lo provocava o non esisteva. C'era fin dal primo sguardo o non era mai esistito. Era l'immediata intesa sessuale fra due persone o non era niente.
L'amante, Feltrinelli, trad. Leonella Prato Caruso
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Marguerite Duras
I migliori del decennio - secondo "La Repubblica"
Ieri "La Repubblica" ha pubblicato le sue classifiche di libri, film e dischi del decennio, giochino sempre divertente, ammettiamolo.
Mi limito a commentare dischi e libri stranieri, i due settori che frequento di più.
Sul fronte dischi, la palma va a "Kid A" dei Radiohead, seguito da "I'm a bird now" di Anthony. Entrambe i giudizi mi trovano sostanzialmente favorevole. I Radiohead sono stati uno dei gruppi più influenti negli anni '90, e sono traghettati negli anni 2000 rinnovando completamente la loro musica (all'origine un rock di chitarre), gettando un luminoso ponte trasparente fra la riva del rock e quella dell'electro. "Kid A" in questo senso è forse il loro disco più rappresentativo, più ancora di "Ok computer" che all'epoca venne (altrettanto giustamente) osannato. I Radiohead hanno creato uno standard: se dovessi avvicinare qualche gruppo dei 2000 alla loro musica non potrei che pensare ai tedeschi Lali Puna, che mi sarebbe piaciuto vedere in classifica.
In quanto ad Anthony, la sua è la voce del momento. Una voce capace come poche di dare corpo al dolore e alla redenzione. Non a caso, fra i suoi scopritori abbiamo Lou Reed, che lo ha voluto in tour con sé nella prima metà del decennio e poi anche per alcune date di "Berlin" e gli ha fatto reincidere canzoni storiche come "Perfect day" o la velvettiana "Candy says".
Bene anche il sesto posto di "Love and theft" di Bob Dylan, uno dei capolavori della sua discografia, con quella voce come carta abrasiva e una manciata di canzoni memorabili, da "Mississipi" a "Po' boy". Bene anche Eminem con il suo "Marshall Matther" (dopotutto Eminem è l'unico rapper che si tira fuori dal mazzo dei papponi), mentre sugli Strokes di "This is it" ho qualche dubbio: sono stati certamente fra i gruppi più rappresentativi della scena indie rock, e hanno scritto ottime canzoni, ma: 1) i loro dischi sono sostanzialmente identici, senza apprezzabili modifiche o evoluzioni dall'uno all'altro, verrebbe da chiedersi perché "This is it" e non "Rooms on fire", ad esempio; 2) è difficile superare l'obiezione mossa loro da Paul Morley in "Metapop", secondo la quale gli Strokes sono il miglior gruppo rock...degli anni '60!
Al decimo posto, infine, Manu Chao con "Proxima estacion experancia". Notevole anche questa come scelta. E le donne? Due: Amy Whinehouse al terzo posto e Bjork con "Medulla" al nono. Che dire? neanche negli anni 2000 è venuta fuori la nuova Patti Smith.
Le esclusioni: me ne vengono in mente essenzialmente due. Anzi tre. Anzi quattro. Cinque, via. La prima: Mark Lanegan, "Bubblegum", un disco da brividi, stanze spoglie, scale che scricchiolano, sangue sul muro, sogni e incubi. La seconda: "The raven", un po' perché per me Lou Reed non può mai mancare, lui ha scritto il canone e ha tracciato il solco (non a caso, con chi ha suonato negli anni 00? Strokes, Killers, Raconteurs...), un po' perché il disco, specie quello doppio, con i recitati, rappresenta uno degli esempi più felici di connubio rock-letteratura (in questo caso, Edgar Allan Poe). La terza: i Killers. La quarta: Jack White in una qualche sua incarnazione, si chiami White Stripes o Dead Wheater. La quinta: Willard Grant Conspiracy, "Regard the ends".
Per la narrativa straniera il discorso è un po' più breve perché conosco solo due dei romanzi menzionati: "Le correzioni" di Franzen e "Elizabeth Costello" di Coetzee, che io avrei messo al primo e secondo posto, probabilmente (non so in quale ordine), anziché al settimo e ottavo (e del sudafricano avrei aggiunto anche "Vergogna", pubblicato da Einaudi nel 2000, ma probabilmente era uscito già prima in lingua inglese...).
Il romanzo di Franzen è un affresco straordinario, perfettamente bilanciato in ogni sua parte, uno di quei libri che ti fanno dire che, sì, la letteratura è ancora più interessante della vita, dopotutto. Quello di Coetzee è una sorta di romanzo filosofico declinato attraverso una serie di conferenze e saggi della protagonista, la scrittrice Elizabeth Costello, alter ego di Coetzee. Piace soprattutto a chi ha passato molta parte della sua vita frequentando eventi del genere (lezioni universitarie, simposi e quant'altro), ma stupisce come lo scrittore abbia saputo dare a questa materia un taglio (anche) narrativo. Un'opera asssolutamente originale, insomma, davvero degna di un Nobel.
Non so dire del primo classificatosi, "La strada" di Mc Charty, perché non l'ho letto (ancora). L'esclusione più clamorosa? Pamuk, "Neve", uno dei vertici della narrativa contemporanea. In generale forse avrei apprezzato un po' più di fantasia nei compilatori: non so, Houellebecq non è un prosatore perfetto; a volte ripetitivo, disomogeneo, troppo prodigo di prodezze sessuali nelle sue pagine come molti francesi, ma certamente è uno di quegli scrittori che colgono, eccome, lo spirito dei tempi. E poi, un po' provocatoriamente, "Chronicles" di Bob Dylan, una bellissima prova, un approccio obliquo al tema dell'autobiografia che andrebbe valorizzato, a prescindere dal personaggio. Infine, capisco che sarebbe sembrata una scelta tardiva, condizionata dal premio recente, ma Herta Muller con il suo "Il paese delle prugne verdi", ci sarebbe stata eccome in una classifica in cui le donne non abbondano (ma il libro è degli anni 2000 solo per il mercato italiano, in effetti...).
Una nota, infine, sul primo posto nella classifica "Libri italiani: "Gomorra" di Saviano. Un non-romanzo, o una docu-fiction, per dirla con il linguaggio dei video. Un po' come "L'abusivo" di Antonio Franchini , arrivato terzo (con tutto il rispetto per Saviano, che ha scritto un libro "enorme", io forse preferisco Franchini, addirittura il Franchini di "Quando vi ucciderete, maestro", indimenticabile titolo degli anni '90 su un tema caro all'autore ma assai poco bazzicato dai narratori, le arti marziali, la passione per gli sport di combattimento. Con quell'approccio, autobiografia romanzata, diciamo così, si potrebbe scrivere di qualunque cosa).
Io di libri di autori italiani ne leggo pochi; solo per una breve stagione, quella dei cosiddetti cannibali, mi sono avvicinato alla narrativa contemporanea del mio paese. Comunque, se dovessi dare una palma, forse la darei a Elena Ferrante, "I giorni dell'abbandono", pubblicato nel 2002. Secco, forte, sincero fino alla crudeltà.
Mi limito a commentare dischi e libri stranieri, i due settori che frequento di più.
Sul fronte dischi, la palma va a "Kid A" dei Radiohead, seguito da "I'm a bird now" di Anthony. Entrambe i giudizi mi trovano sostanzialmente favorevole. I Radiohead sono stati uno dei gruppi più influenti negli anni '90, e sono traghettati negli anni 2000 rinnovando completamente la loro musica (all'origine un rock di chitarre), gettando un luminoso ponte trasparente fra la riva del rock e quella dell'electro. "Kid A" in questo senso è forse il loro disco più rappresentativo, più ancora di "Ok computer" che all'epoca venne (altrettanto giustamente) osannato. I Radiohead hanno creato uno standard: se dovessi avvicinare qualche gruppo dei 2000 alla loro musica non potrei che pensare ai tedeschi Lali Puna, che mi sarebbe piaciuto vedere in classifica.
In quanto ad Anthony, la sua è la voce del momento. Una voce capace come poche di dare corpo al dolore e alla redenzione. Non a caso, fra i suoi scopritori abbiamo Lou Reed, che lo ha voluto in tour con sé nella prima metà del decennio e poi anche per alcune date di "Berlin" e gli ha fatto reincidere canzoni storiche come "Perfect day" o la velvettiana "Candy says".
Bene anche il sesto posto di "Love and theft" di Bob Dylan, uno dei capolavori della sua discografia, con quella voce come carta abrasiva e una manciata di canzoni memorabili, da "Mississipi" a "Po' boy". Bene anche Eminem con il suo "Marshall Matther" (dopotutto Eminem è l'unico rapper che si tira fuori dal mazzo dei papponi), mentre sugli Strokes di "This is it" ho qualche dubbio: sono stati certamente fra i gruppi più rappresentativi della scena indie rock, e hanno scritto ottime canzoni, ma: 1) i loro dischi sono sostanzialmente identici, senza apprezzabili modifiche o evoluzioni dall'uno all'altro, verrebbe da chiedersi perché "This is it" e non "Rooms on fire", ad esempio; 2) è difficile superare l'obiezione mossa loro da Paul Morley in "Metapop", secondo la quale gli Strokes sono il miglior gruppo rock...degli anni '60!
Al decimo posto, infine, Manu Chao con "Proxima estacion experancia". Notevole anche questa come scelta. E le donne? Due: Amy Whinehouse al terzo posto e Bjork con "Medulla" al nono. Che dire? neanche negli anni 2000 è venuta fuori la nuova Patti Smith.
Le esclusioni: me ne vengono in mente essenzialmente due. Anzi tre. Anzi quattro. Cinque, via. La prima: Mark Lanegan, "Bubblegum", un disco da brividi, stanze spoglie, scale che scricchiolano, sangue sul muro, sogni e incubi. La seconda: "The raven", un po' perché per me Lou Reed non può mai mancare, lui ha scritto il canone e ha tracciato il solco (non a caso, con chi ha suonato negli anni 00? Strokes, Killers, Raconteurs...), un po' perché il disco, specie quello doppio, con i recitati, rappresenta uno degli esempi più felici di connubio rock-letteratura (in questo caso, Edgar Allan Poe). La terza: i Killers. La quarta: Jack White in una qualche sua incarnazione, si chiami White Stripes o Dead Wheater. La quinta: Willard Grant Conspiracy, "Regard the ends".
Per la narrativa straniera il discorso è un po' più breve perché conosco solo due dei romanzi menzionati: "Le correzioni" di Franzen e "Elizabeth Costello" di Coetzee, che io avrei messo al primo e secondo posto, probabilmente (non so in quale ordine), anziché al settimo e ottavo (e del sudafricano avrei aggiunto anche "Vergogna", pubblicato da Einaudi nel 2000, ma probabilmente era uscito già prima in lingua inglese...).
Il romanzo di Franzen è un affresco straordinario, perfettamente bilanciato in ogni sua parte, uno di quei libri che ti fanno dire che, sì, la letteratura è ancora più interessante della vita, dopotutto. Quello di Coetzee è una sorta di romanzo filosofico declinato attraverso una serie di conferenze e saggi della protagonista, la scrittrice Elizabeth Costello, alter ego di Coetzee. Piace soprattutto a chi ha passato molta parte della sua vita frequentando eventi del genere (lezioni universitarie, simposi e quant'altro), ma stupisce come lo scrittore abbia saputo dare a questa materia un taglio (anche) narrativo. Un'opera asssolutamente originale, insomma, davvero degna di un Nobel.
Non so dire del primo classificatosi, "La strada" di Mc Charty, perché non l'ho letto (ancora). L'esclusione più clamorosa? Pamuk, "Neve", uno dei vertici della narrativa contemporanea. In generale forse avrei apprezzato un po' più di fantasia nei compilatori: non so, Houellebecq non è un prosatore perfetto; a volte ripetitivo, disomogeneo, troppo prodigo di prodezze sessuali nelle sue pagine come molti francesi, ma certamente è uno di quegli scrittori che colgono, eccome, lo spirito dei tempi. E poi, un po' provocatoriamente, "Chronicles" di Bob Dylan, una bellissima prova, un approccio obliquo al tema dell'autobiografia che andrebbe valorizzato, a prescindere dal personaggio. Infine, capisco che sarebbe sembrata una scelta tardiva, condizionata dal premio recente, ma Herta Muller con il suo "Il paese delle prugne verdi", ci sarebbe stata eccome in una classifica in cui le donne non abbondano (ma il libro è degli anni 2000 solo per il mercato italiano, in effetti...).
Una nota, infine, sul primo posto nella classifica "Libri italiani: "Gomorra" di Saviano. Un non-romanzo, o una docu-fiction, per dirla con il linguaggio dei video. Un po' come "L'abusivo" di Antonio Franchini , arrivato terzo (con tutto il rispetto per Saviano, che ha scritto un libro "enorme", io forse preferisco Franchini, addirittura il Franchini di "Quando vi ucciderete, maestro", indimenticabile titolo degli anni '90 su un tema caro all'autore ma assai poco bazzicato dai narratori, le arti marziali, la passione per gli sport di combattimento. Con quell'approccio, autobiografia romanzata, diciamo così, si potrebbe scrivere di qualunque cosa).
Io di libri di autori italiani ne leggo pochi; solo per una breve stagione, quella dei cosiddetti cannibali, mi sono avvicinato alla narrativa contemporanea del mio paese. Comunque, se dovessi dare una palma, forse la darei a Elena Ferrante, "I giorni dell'abbandono", pubblicato nel 2002. Secco, forte, sincero fino alla crudeltà.
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