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Sangue cattivo



Ad un certo punto iniziarono a diffondersi delle leggende.
Una di esse riguardava il virus t36, detto anche “Mauvais sang” (sangue cattivo). Era un virus che colpiva le persone che facevano l’amore senza amore. Nessun giornale, nessuna tv ne aveva parlato. Era una leggenda diffusa in rete, era l’effetto del passaparola di nuovi profeti visionari. Le autorità la trattavano come una sciocchezza da cui i sobri, razionali cittadini del mondo del XXI° secolo si sarebbero tenuti spontaneamente alla larga. Errore.

Ci furono atti di violenza contro le prostitute, i gay e gli adulteri. Ad Amsterdam chiuse definitivamente il quartiere a luci rosse. San Francisco e Los Angeles persero una buona fetta dei loro abitanti, grandi esodi nel deserto, morti collettive.
L’età dei primi rapporti sessuali in pochi mesi si alzò vertiginosamente e i più guardinghi pare fossero i maschi.

Qualcuno fece osservare che, contrariamente alle aspettative, la maggior parte delle vittime non apparteneva alla categoria delle persone “promiscue”. Erano perlopiù mogli e mariti. Membri di coppie monogame.

Una sera ne parlai con nostra figlia. Richard era andato a letto, andava a letto sempre più presto, ultimamente. Le dissi che fare l’amore era una cosa bellissima, la più bella del mondo. Non so cosa mi aveva preso. Non è il genere di discorsi che le madri fanno alle figlie adolescenti, non io almeno. Due giorni prima mi aveva confessato che pensava di prendere i voti. Io e Richard l’abbiamo cresciuta così, le abbiamo sempre detto che l’avremmo lasciata libera di fare le sue scelte e non volevamo rimangiarci tutto questo, ora. Solo, mi aveva rattristato. Non per la scelta in sé. Perché pensavo che fosse dettata da questi eventi nuovi. Che fosse il frutto delle sue paure.

Mi chiedevo anche quante scelte apparentemente “spirituali” non fossero dettate in fondo da un cattivo rapporto con il corpo. Dei santi mi avevano sempre attratto soprattutto quelli che prima avevano vissuto una vita dissoluta. Loro, almeno, sapevano che cosa ci andavano a perdere.

(omaggio a un film che non mi è piaciuto con attori bellissimi e una canzone strepitosa)

UN RACCONTO PSICHICO

Quando, dopo aver confuso il fungo di San Serapione con una specie mangereccia, Antonio cadde da cavallo, il suo spirito si staccò dal corpo e cominciò a volare.

Dapprincipio i suoi movimenti erano incerti. Ma presto acquistò sicurezza, salendo con le correnti ascensionali, fino a raggiungere le cime dei monti. E pensò stupefatto di non averli mai visti così, dall’alto.
Fin dove arrivava il suo sguardo, regnavano oscurità e quiete. Le api dormivano nei loro alveari e lo stesso facevano i pesci nelle plumbee profondità dei laghi. Solo il pipistrello e l’upupa scortavano il viaggio dello spirito quando, incuriosito da una falesia, un pozzo o un capitello diroccato planava verso il basso aprendo sue braccia eteree di spirito.

Di là da uno sperone roccioso la luna fece all’improvviso la sua comparsa. E Antonio, alla vista di casa, che quella pallida luminosità faceva risaltare nel centro del pascolo, fu preso da un’emozione che in vita sua non ricordava di avere provato mai. La luce alla finestra della cucina era ancora accesa, come lui l’aveva lasciata quando, dopo cena (il fungo stava iniziando a fare effetto), si era deciso per una passeggiata al piccolo trotto fino alla casa del curato, che aveva letto più cose nei suoi libri di quante Antonio non fosse mai riuscito a decifrare nel groviglio delle radici di un albero secolare o nella perfezione geometrica di un favo.
Una volta che Antonio si era trattenuto a cena quell’uomo di chiesa tormentato, al quale era toccata in sorte una parrocchia di montagna lontana dalla vivacità dei grandi centri abitati, gli aveva raccontato della secessione delle donne, che dagli storici viene giudicata una leggenda priva di fondamento.
“Dunque – aveva detto il prete – successe che le donne di questa regione, che si sentivano oltraggiate dagli uomini, lasciarono le loro case per ritirarsi da sole sui monti. Qui impararono a nutrirsi di erbe e frutti spontanei, e a coltivare l’arte della caccia. Naturalmente non per tutte fu così facile, perché gli uomini si credevano spogliati dei loro diritti su mogli e figlie, e molte furono catturate mentre cercavano di allontanarsi dalle loro abitazioni. Tuttavia quelle che riuscirono a scappare impararono a parlare la lingua degli alberi, che è la più facile a intendersi, come ben sai anche tu, Antonio, anche se non ammetteresti mai di conoscerla. E poi via via quella dei graniti, dei quarzi, quella vezzosa delle dolomie. Per ultima avevano imparato la lingua degli agenti atmosferici, che è una e priva di dialetti.
Allora cominciarono a costruire gli altari dei loro protettori, e abbandonarono la dieta carnivora, così che tutti gli animali le avvicinavano senza timore. È possibile che oggi quelle comunità si siano estinte naturalmente: sto parlando di quelle che non furono distrutte dagli uomini durante la guerra. Ma non mi sorprenderei se i cittadini avessero nascosto le prove della loro eventuale sopravvivenza, magari in forme imbastardite. E Dio solo sa che i cittadini hanno la testa piena di buone invenzioni per rendere confortevoli e illuminate le loro strade e le loro case, ma l’anima trabocca di paure e fantasmi e ricordi spaventosi che hanno ereditato dai loro padri; e poi in definitiva se ne accorgono che il sesso delle loro donne odora di muschio e stanno svegli la notte e di giorno si affrettano a disboscare le periferie e a coprirle di cemento.”
Questa era la storia della secessione delle donne, che il curato aveva raccontato ad Antonio una sera dopo che entrambi avevano consumato la cena. Ma Antonio non ne era rimasto particolarmente impressionato: sapeva che nei tempi andati i culti degli alberi erano diffusi, che di nascosto dai parroci talvolta erano proprio i mariti a spingere le loro mogli a ricordarsene, perché pur conoscendo poco o nulla di quelle faccende intuivano il potere che erano in grado di sprigionare.

Lo spirito restò un poco sospeso sopra la casa; quindi compì due larghi giri e si portò più in alto nel cielo.
Adesso poteva scorgere, sul fondovalle, le infiorescenze luminose dei paesi in cui era arrivata la corrente elettrica. Anche la casa di Antonio ne era provvista, ma ancora per mezzo di un generatore autonomo. Lasciando la cucina, solo mezz’ora prima, Antonio aveva trascurato la prima e principale dote dei contadini, la parsimonia. Ma giù in fondo, dove la valle diventava più larga e le pendici delle montagne si facevano da parte, i lampioni piantati all’ingresso dei paesi stavano saldi come sentinelle. Per tutta la durata della notte. Ed erano collegati a un motore molto più potente di quello che serviva la casa di Antonio.

Sul fondovalle, benché ora non potesse distinguerne i particolari, giacevano i campi coltivati, le grandi distese aperte, talvolta delimitate da recinti e strade sterrate. Sulle proprietà, suddivise in appezzamenti rettangolari o quadrati, sorgevano case coloniche, con annesse le rimesse per gli attrezzi e le abitazioni degli operai agricoli. Canali formavano reticoli d’acqua. Un crocefisso segnava il luogo in cui due sentieri si incrociavano, o il confine fra le diverse proprietà, o l'inizio di un centro abitato, il quale spiccava invariabilmente per la presenza della linea slanciata di un campanile.
Fra i contadini del fondovalle e quelli di montagna non c'era amicizia. Questi ultimi venivano accusati dai primi di essere gente rozza, selvatica. I montanari rispondevano con un misto di invidia e senso di superiorità. "In verità – diceva a volte il curato - quelli di pianura sono impressionati per come i montanari s’inerpicano su per le pendenze e scavalcano i burroni; come se non fossero degli ostacoli, ma luoghi sui quali spostarsi con naturalezza, e vivere e lavorare e metter su casa e fare figli, e sempre in pendenza, sempre facendosi beffe della gravità, delle valanghe, delle frane."
Ma adesso lo spirito di Antonio rimaneva incantato ad ammirare quella meravigliosa via lattea distesa sul fondovalle, e niente era più distante da lui delle rivalità che separano i valligiani dai montanari. Lo spirito si beava dell’aria tiepida della notte primaverile e la poiana lo rincorreva fin dove poteva. Sotto ad entrambi, dentro a case riparate da un tetto, gli uomini sognavano il lavoro del mattino dopo. E fra qualche ora si sarebbero svegliati tossendo, poi fatto colazione, calzati gli stivali e andati. Adesso sognavano, e le loro mogli gli sognavano accanto.
E da qualche parte, in mezzo ai rovi, giaceva il corpo di Antonio, precipitato da cavallo mentre il fungo di San Serapione cominciava a sciogliersi nello stomaco.

Lo spirito sentì la curiosità per il proprio corpo come una fitta. Non era proprio nostalgia; il corpo stava rovescio nel cuore del bosco, lo spirito invece volava alto sulle montagne, come avrebbe potuto rimpiangere la sua precedente condizione? Però bisognava cercarlo. Le bestie se ne sarebbero presto impossessate, e bisognava pur assistere all’intrusione delle formiche, che passano per il naso e arrivano dappertutto, lottando con altri intrusi che concimano la strada dove strisciano.
Sì, lo spirito si era destato alla curiosità. Si mise perciò alla ricerca del corpo di Antonio, ma incerto sulla direzione da prendere. Faticando ad orientarsi, a ritrovare il percorso fatto a cavallo dal momento in cui aveva lasciato la casa e fino alla caduta. La ricerca, comprese, sarebbe potuta durare a lungo. Aveva tempo a sufficienza? Domanda a cui non sapeva rispondere.
Pensò che se almeno avesse individuato il cavallo, forse in qualche modo sarebbe riuscito a convincerlo a ricondurlo sul luogo della caduta. Ma dove si era nascosto?
All’improvviso gli parve di udire delle voci note, giungere da poco lontano. Decise di andare a vedere che cosa succedeva.

Le voci adesso gli giungevano in tutta la loro violenza, attraverso gli insospettabili canali auditivi degli spiriti. Voci che risuonavano nel cortile della canonica, il prete svegliato poco prima di soprassalto dal corteo arrivato lì con torce e bastoni. Uno aveva parlato per tutti, e quando l’aveva fatto, gli altri rispettosamente avevano taciuto.
Aveva detto che il figlio di Vater Insel era scomparso. Che il padre l’aveva cercato tutto il pomeriggio, perlustrando palmo a palmo il terreno attorno alla loro casa. Che poi anche loro si erano uniti a Vater Insel nella ricerca, ma del bambino neanche una traccia.
Il prete stava sulla soglia ad ascoltare, con la tonaca in disordine e i capelli arruffati. Pensava: “Il figlio di Vater Insel ha tre anni, e questi boschi sono pericolosi. Lurido bastardo violatore di sorelle, sadico con gli animali, ubriacone, ah, sì, marcirai all’inferno prima o poi, ma adesso bisogna che faccia qualcosa perché i figli non sanno le colpe dei padri e non si meritano il castigo divino.”
Così disse: “Quattro di voi corrano alle case di quelli che non sono già qui, li sveglino e li conducano con sé. Gli altri si dividano in due gruppi, uno lo guiderò io, e l’altro lo guiderai tu Simone che hai parlato così chiaramente. Avanzeremo verso la casa di Vater Insel da due fronti, controllando metro per metro. Dio ci aiuterà.”
“Ma – considerava, tra sé – tutto ciò è insufficiente. Loro sono fuori da ore, e se solo adesso si sono decisi a venire a svegliarmi significa che si aspettano qualcosa di speciale. Qualcosa che giustifichi la tonaca che vesto e il segno di croce che ho loro insegnato. Lo so, lo sento che indugiano davanti alla mia porta e sembrano riluttanti a mettersi in marcia, perché vorrebbero che tracciassi i segni nell’aria e pronunciassi le formule. Forse credono che la magia di un curato sia più efficace della loro. Sicuramente non si vergognerebbero se io coniugassi, proprio qui, la croce e i tarocchi, il cenacolo e il pentagramma. O magari invece adesso lo sentono, che il mio Dio è più potente. Si domandano perché sia in collera con loro. Provano pudore a confessarmi i loro sentimenti. E io provo pudore ad interpellare il mio Dio perché sono settimane che non mi rivolgo a lui. Ma farò ciò che devo. Prenderò il crocefisso e li guiderò nel bosco. Perché io sorreggo un Dio crocefisso, e gli uomini nel dolore cercano un Dio che abbia compassione per loro, un Dio che domani, quando il dolore sarà passato, saranno loro a compatire, in questo modo sdebitandosi, ripagandolo con la stessa moneta. Ma io non piangerò con il mio Dio questa notte, oh, no, piuttosto batterò piuttosto soffocherò con le mie mani quell’uomo selvaggio se capiterà qualcosa di male a suo figlio.”

Così pensato tornò dentro. Quando fu da solo staccò dalla parete il crocefisso, poi fece un lungo sorso di vino dalla bottiglia che aveva aperto a mezzogiorno. Sentiva l’agitazione dei montanari di fuori crescere come un’onda. Adesso si consultavano. Simone stava impartendo degli ordini. Formava le due squadre, ed elencava ai quattro che restavano le famiglie a cui avrebbero dovuto far visita.
Solo uno aveva una torcia elettrica. Si stabilì che quello con la torcia avrebbe camminato davanti al prete, illuminandogli la strada.

Tutti sapevano della negligenza di Vater Insel, e dei maltrattamenti che la famiglia aveva patito per mano sua. Una volta Vater Insel aveva legato la moglie ad un castagno e l’aveva lasciata lì tutta la notte. Quando la notizia si era sparsa, e il prete gli aveva chiesto spiegazioni, si era giustificato dicendo che l’aveva sorpresa a bestemmiare. Ma il prete conosceva la moglie di Vater Insel, che era una donna semplice e si confessava ogni domenica. Da allora provava per lui un odio sordo. Odiava i modi servili che gli riservava quando faceva visita alla sua casa per benedirla. Avrebbe desiderato spaccarla, quella casa, come c’era scritto nell’Antico Testamento, “dalle fondamenta al tetto”. Però tutto questo odio era male agli occhi del Dio crocefisso.
Innanzitutto trovare il bambino. Ciò andava senz’altro fatto.
Uscì fuori con l’anima in fiamme. Nel cortile gli uomini in attesa avevano acceso altre torce, e le loro ombre andavano ad appiattirsi contro il muro della canonica. Facce tese si strinsero attorno al prete, e il crocefisso venne illuminato dai bagliori delle torce.
“Ho con me il crocefisso buono. Il metallo prezioso magnifica la gloria del Signore, stanotte. Questa mandria, questi uomini dall’animo così trasparente eppure così insondabile, sono il popolo di Dio. Bene, meglio che niente. Se Dio è morto per loro, doveva avere le sue buone ragioni. Troveremo il bambino prima che albeggi, e poi ringrazieremo il Signore e io dirò messa. La gloria del Signore si specchia sulle loro fronti, così come si specchia negli elementi primordiali, che il Signore ha creato, e poi dotato di regole e proporzioni, le quali tuttavia possono essere variate a piacimento, per suo semplice diletto. Per suo semplice diletto.”
Mormorando attraversava la piccola folla, che si apriva al suo passaggio, e confluiva poi alle sue spalle. Solo uno, più vecchio degli altri, si nascose nell’ombra. E non appena i suoi compagni si furono allontanati uscì dall’ombra e sgusciò dentro la casa.
E l’uomo con la torcia elettrica si mise davanti al prete per illuminargli il cammino.

L’erta del monte non era coltivata a frutteto, come invece le terrazze più basse e più vicine al fondovalle, dove predominavano vigne e meli. Qui erano fitti boschi di conifere.
Sui terrazzamenti, allo stesso modo che sulle cime delle montagne, la luce lunare si posava sulle cose, preservando le loro forme originarie.
Invece nel sottobosco le forme erano assai diverse rispetto a quelle che si sarebbero potute osservare in condizioni naturali. La luce delle fiaccole aggiungeva ombra a ombra. E il fascio di luce proiettato dall’uomo con la torcia sul tappeto di aghi di pino che si stendeva ai piedi del curato, quando illuminava una sporgenza o un anfratto, quando s’infilava nel folto di un roveto, o quando si imbatteva negli occhi terrorizzati di un piccolo predatore notturno, svelando, selezionando, conferendo nuovo senso, era come il Verbo divino quando decise di dare un nome agli animali.
"Sì - pensava il prete – come quando chiamò ‘leone’ il leone, o ‘fenice’ l'uccello che rinasceva dalla sua carcassa."
Dunque, il raggio di luce ribattezzava le cose. Ma era anch’esso un prodotto di Dio? Questo il dubbio che lo tormentava, sempre più spesso. E poi, la luce davvero portava con sé un ordine superiore, o non era piuttosto maestra nell’arte del camuffare, del travestire e del cambiare? Sì, forse il fascio di luce della torcia alimentata dalle pile alcaline non portava semplicemente un nuovo ordine nel mondo, forse creava un mondo nuovo: però vacuo, tremolante. Un mondo che durava un battere di ciglio, appena il tempo necessario per imprimersi nella retina di chi l’osservava. E se il mondo degli uomini fosse nient’altro che il prodotto di un raggio di luce proiettato su un angolo del cosmo, che splende un istante e poi ritorna al buio che gli è proprio? Ah, curato sapeva che questi pensieri l’avrebbero condotto lontano, assieme al vino che aveva bevuto prima di uscire e che ora gli batteva sulle tempie. Erano i pensieri delle tre del mattino, e lui non doveva prestare loro fede.

Nel frattempo, avevano imboccato una valletta, fiancheggiata da uno sperone di roccia. Procedevano in discesa, e in alcuni punti il sentiero diventava più ripido, costeggiando un burrone. Tra roccia e burrone gli uomini avanzavano stanchi. Alcuni avevano alle spalle molte ore di ricerche. Ma nei loro cuori stava emergendo pian piano la consapevolezza che questa volta, con il prete dalla loro parte, l’esito sarebbe stato diverso. Perciò non si incupirono, facendosi solo un po’ più prudenti.
Adesso la loro attenzione veniva attratta dalle luci dei paesi adagiati in fondo alla valle. Al prete sembrava di sentirle, le loro speranze. Si contorcevano come serpi, in quelle menti circospette. Perché gli uomini marciavano in silenzio alle sue spalle, ma era come se stessero ringhiando. Due desideri combattevano in loro: quello di rimanere com’erano, per sempre, e sempre, e sempre. E quello di strade sicure. Su per quelle strade sarebbero arrivati camion carichi di merci. Giù per quelle strade sarebbe scesi i loro figli, pronti ad andare a vivere nelle città e a mescolarsi agli altri uomini nelle piazze e nei porti della terra.
“Le donne - meditava il prete – furono pazze. Ma non lo furono da meno i soldati che le ricondussero con la forza alle loro case. Avremmo potuto imparare qualcosa, da quella storia. Che non si mantiene in vita un culto senza misteri. Ah, Dio, se riuscissi a distinguere, quando giro nella mia tenebra, come un cane alla catena, se i miei pensieri sono ispirati dal tuo volere o da quello di Satana. Ma non so più nulla, non distinguo nulla. Non capisco le forze al lavoro laggiù, ignoro cosa significhino le superfici di vetro dei palazzi che riflettono il sole al tramonto. E quando sento le mine esplodere, sotto alle nostre montagne, mi chiedo se sia un bene o un male. Signore, non sono che un tuo umile servo. Ho letto i libri ma forse non abbastanza. Ti prego, mostrami la via. Fa che io non conduca questi disgraziati in un precipizio. Signore, tu che li cogli, tutti i giorni. Signore tu che li cogli con il fulmine in mezzo al prato, con il fuoco nei loro fienili, con la malattia, la frana, l’alluvione. Oh Signore, Signore, tu che cogli, mostrami dove si nasconde il figlio di Vater Insel!”

Fu allora che, preso da un inspiegabile presentimento, come se qualcuno gli avesse sussurrato all’orecchio delle parole, l’uomo alla testa del gruppo puntò la torcia verso l’imboccatura di una grotta, che si apriva sul fianco della parete rocciosa.
Ci fu un mormorio, che divenne un’esclamazione collettiva quando il fascio luminoso si posò sul viso di un bambino. Era sporco di terra, adagiato su un guanciale di muschio. Gli occhi chiusi, il corpo raccolto per conservare un poco del calore del giorno.
Gli uomini presero ad inginocchiarsi, uno ad uno. Ma non chinarono il capo, troppo grande era il richiamo esercitato dal quel viso pallido, assorto nel sonno.
Solo il prete rimase in piedi, di fronte all’imboccatura della grotta.
Si guardò intorno. Era la prima volta che Dio si manifestava a lui con tanta evidenza.
Lì, in quel momento, c'era qualcosa. Lo percepiva chiaramente. Senza il suo aiuto non ce l’avrebbero mai fatta.
“Signore, mostrami il tuo volto ora – si sorprese a pregare, a voce sempre più alta, non riuscendo a trattenere le parole – oh, Dio, mostrami il tuo volto. Dio guardami! Dio parlami! Dio toccami! Dio guariscimi!”
E ad un certo punto, in alto, quasi fuori dal cerchio di luce, fra i rami degli alberi, gli parve di scorgere una forma vagamente familiare, solo che l’oscurità era troppo densa per poterla riconoscere. Una sagoma che svaniva, agitando la mano, con un’espressione di disfatta stupefazione sul suo viso. Dunque era fatto così, il volto di Dio? O era solo l’immagine che aveva scelto quella notte, per rivelarsi a lui?

Lo spirito svaniva, dietro i rami degli alberi. Non provava dolore, solo meraviglia per la progressiva perdita di consistenza. Per quel nulla travestito di nulla di cui cominciava ad indovinare l’intima essenza.
Lo spirito di Antonio svaniva, nell’aria fresca della notte.

Ma si sa, gli spiriti appartengono alla stessa sostanza impalpabile di cui son fatti i sogni.

(Marco Pontoni, 1987)

Succhiare l'ombra, succhiare l'anima

Sono nel cortile interno di un palazzo, potrebbe essere sede di uffici, pubblici o privati. E' inverno. Entrambi tirano lunghe boccate alle loro sigarette. Dalle bocche escono fumo e fiato.
(...) a: poi a volte penso: ma non stavo meglio prima?
s: a chi lo dici.
a: mi godevo ogni minuto. andavo ad arrampicare, mi sembrava di essere...
s: sì sì.
a: mi sembrava di essere un dio, quando arrivavo su. poi tornavo a casa, tutto contento, dalla famiglia, dai bambini...
s: a me lo dici. Sono andato a correre tutti i giorni per un anno...adesso non riesco più a fare niente, non mi importa più.
a: eh, appunto.
s: perché hai bisogno, di quest'altra cosa, la vuoi, ti sei convinto che ne hai bisogno, non puoi stare senza...
a: la tua anima, ne ha bisogno. il tuo cuore.

s. sorride come se avesse aspettato questa affermazione fin dall'inizio. è il più giovane dei due, ma si atteggia a quello più maturo. non sappiamo se lo è davvero o meno. in generale, noi che guardiamo la scena da fuori non riponiamo una grande fiducia nel concetto di maturità.

s: e no, è il contrario. è che ti sei accorto che sei vuoto, che hai un vuoto, qui, prima non lo sapevi, andavi a arrampicare, tornavi a casa, stavi bene, avevi fatto la tua giornata. adesso senti che hai questo vuoto, e vuoi riempirlo, senti che non hai l'anima, vuoi l'anima di un'altra persona, vuoi la sua ombra, vuoi succhiargliela, per poi...ah, adesso ho tappato il buco, qui, ah, adesso non sono più vuoto...

Sono mesi che a. parla di queste cose, con tutti, sta collezionando pareri. ogni volta gli sembra di avere raccolto un pezzetto di verità, è raro imbattersi due volte nello stesso pensiero, pensa.
pensa anche che le parole di s. lo accompagneranno almeno fino a dopodomani. che in ogni modo, come dice s., riempiranno il suo vuoto.

a: nessuno me lo aveva mai detto, in questa maniera.
s: c'è una teoria, che dice che non tutti hanno un'anima. solo il 20 per cento circa delle persone.
a. sì? non è molto.
s: no, infatti. ecco che arrivano.

s. butta la sigaretta per terra, la schiaccia con il piede. Poi solleva la macchina fotografica, porta l'occhio al mirino.

Una costa conosciuta che si allontana

(raccontino)

La guardava cantare e vedeva in lei la sua stessa arroganza, tipica dei timidi, la stessa noncurante ambizione, il talento mescolato ad una naturale insofferenza. Vedeva l'uomo trent'anni prima, i capelli sul viso, a proteggersi e a sfidare, solo che il suo talento all'epoca non si esprimeva nel canto ma nella scrittura.
Si vedeva nell'atto di ritirare un premio con la sinistra infilata nella tasca, si vedeva con la camicia azzurra fuori dai pantaloni. Dare del tu ai professori. Andare in giro da solo per strada mangiando una mela o fumando precocemente.
Certo, c'erano anche le differenze. Nel modo di vestire, di impiegare il tempo, lui ne aveva avuto molto di più, a disposizione, anche per annoiarsi. Nei modelli da imitare. Forse, in un diverso stadio della maturità.
Sapeva però che queste sono cose destinate a evaporare, lasciando sul fondo l'intima essenza, quel nucleo duro e inattaccabile che non si scioglie, le propensioni alla felicità e all'infelicità, i modi di reagire, insomma, ciò che conta, il precipitato, la base, ciò che rimane in cima alla forchetta.
La vedeva guardarsi attorno, infastidita che una compagna avesse stonato. Ridere con la spavalderia dei ragazzi per le formalità del mondo adulto. Cercare con gli occhi la complicità di un'amica.
Guardava quell'apparizione sul palco, quella voce solista che spiccava sulle altre, come si guarda la riva di una costa conosciuta che lentamente si allontana, stupendosi del tempo passato e passato assieme, stupendosi di più ancora per il fatto che lui, lì, non si sentiva cambiato affatto da quando la portava in giro sulla carrozzella, sotto ai cieli siderali di un altro inverno. O forse non è così, è che i cambiamenti lenti, che sgocciolano giorno dopo giorno, sono come l'agonia dell'aragosta in pentola, li si avverte troppo tardi o troppo alla fine.

UN’EPIFANIA

Le bambine giocano, usando il sedile dell'altalena come un tavolo. Sono inginocchiate per terra, sono entrambe vestite di rosa. Due bambine più grandi stanno andato in bicicletta, passano dal parco alla strada e dalla strada al parco, finché una mamma non le richiama, devono rimanere nel parco dove c'è tanto spazio, non vuole che vadano in strada.
È sabato pomeriggio, l'ora dei padri. Sta leggendo il saggio di un filosofo indiano sul dialogo fra le religioni, seduto su una panchina. Più cresce il fondamentalismo più le persone di buona volontà si sforzano di trovare una strada per il dialogo, di usare le religioni per pacificare i conflitti anziché farli deflagrare. Le bambine canticchiano sullo sfondo cose senza senso come "ha fatto la cacca nel pisello", e ridono. Fra qualche anno si vergogneranno a fare queste cose davanti ai loro genitori, pensa, per ora no, il padre è il bene più grande, talmente grande e incondizionato che ci si può dimenticare della sua benevola presenza, si può fare come se non ci sia pur sapendo che c'è. Si può non temere il suo giudizio.
E con questo pensiero improvviso interrompe la sua lettura (tanto non riesce ad andare avanti comunque); interrompe la sua lettura continuando a seguire il filo dei suoi pensieri, l’esile filo mosso dalla brezza che spira sul parco, pensando all'essenza di dio, adesso, il dio del libro, anzi dei libri, il dio degli eserciti, il dio creatore, il dio che dà un nome alle cose. E per un istante gli sembra si sia come aperto un varco, lì fra l'altalena e la sabbiera, che gli permette di raggiungere - o forse solo di intravvedere - un piccolo nocciolo di verità, nel momento esatto, nel momento immobile del pomeriggio di fine ottobre, mentre le panchine lentamente si riempiono e una mamma giovane sta litigando con un signore anziano a proposito di un cane. Il dio migliore, il dio assoluto, il dio più compiuto, l'essenza stessa dell'amore, non è il dio dal quale ci si deve nascondere perché si è rubato un frutto da un albero. Non è il dio che ci fa vergognare della nostra nudità, non è nemmeno il dio che ci costringe a morire in esilio perché abbiamo formulato un pensiero meschino, un pensiero puerile, un pensiero squallido. E certamente non è il dio che ci punisce perché mostriamo i nostri capelli o mangiamo un pezzo dell'animale sbagliato. Il dio perfetto è quello che percepiamo, senza imbarazzo, tutto intorno a noi, è il dio dal quale ci sentiamo avvolti e protetti ma non giudicati, il dio di fronte al quale non ci vergogniamo di parlare con la bocca piena, raccontare barzellette sconce, fare la doccia, sudare e scopare. L'unico dio che vale la pena di pregare è il dio dell'infinita accettazione, che ci ama per quello che siamo anziché odiarci per quello che non siamo.

(da La calda notte degli avatar, raccolta in faticosa gestazione)

OLD STAR

Sotto un cielo ancora parzialmente sereno fece il suo ingresso on stage, salutato da uno scroscio di applausi come acqua in una fontana. Un tempo ci sarebbe stato un boato, un ruggito, l'energia compatta, quasi solida, dal prato verso il palco, lo spostamento d'aria di una bomba quando esplode, l'impatto di un treno merci lanciato a tutta velocità contro un monolite di basalto indistruttibile.
Un tempo così si visualizzava, come un monolite di basalto, l'aiutava a reggere la tensione dei primi minuti, quando il pubblico ai suoi piedi iniziava a saltare o a sbandare, e poteva accadere a volte che una ragazza finisse sotto o la schiacciassero contro le transenne (i roadies dovevano essere veloci a strapparla da lì e metterla al sicuro).
Ci fu anche una stagione in cui tiravano le molotov, la stagione della contestazione in cui, in Europa, incendiarono il palco ad un'altra rockstar, a lui non era dispiaciuto perché odiava quel coglione, ma quando, a Roma, si era visto arrivare i sassi e le bottiglie di vetro dal mare nero di giubbotti di pelle aveva avuto paura e da allora l'inquietudine gli era rimasta. “Basalto nero”, così gli sussurrava il manager all'orecchio, aveva capito che con "roccia" non funzionava, basalto nero, come il coach al pugile seduto nell’angolo, in attesa del prossimo round. Per molti anni la sensazione era stata amplificata dalle droghe, si piantava nel centro del palco davanti all'asta del microfono con la chitarra imbracciata e non si muoveva più per due ore, non concedeva nulla alla scena, non ballava, non si agitava, era diventato il suo tratto distintivo (tutto ciò nella sua età matura, ovviamente), il pubblico l'aveva seguito, aveva imparato ad amare quell'immobilità magnetica, mentre la musica mugghiava tutt'attorno, elettrica, caos controllato e condensato in tre accordi.
Il profilo della città era molto cambiato da allora. C'erano stati i due 11 settembre, quello del 2001, con il quale erano sparite le Torri, e poi quello del 2014, che aveva cancellato il Chrisler e una dozzina di altri grattacieli. Da allora New York non si era più ripresa. Nonostante la Guerra finale, nonostante i programmi di ripopolamento, l'esodo non si era fermato. Nei due anni successivi al secondo attacco la Grande mela aveva perso metà dei suoi abitanti. Il grosso del giro di affari si era trasferito altrove e adesso Manhattan assomigliava un po' di più alla città che lui aveva conosciuto da ragazzo, un luogo losco e vivace, popolato di personaggi deliziosamente squilibrati, di predatori e prede, di gente alla ricerca di qualsivoglia opportunità.
Ma era solo un'impressione. Ad un livello più profondo, sotto la superficie della decadenza scintillante, che generava sempre nuovi eventi e nuove forme d'arte, i suoi occhi esercitati riuscivano a cogliere le reali linee di frattura, il degrado senza rimedio. Anche quel festival, in fondo, rappresentava una risposta debole. Certo, aveva attirato lì 200.000 giovani. Ma se ne sarebbero andati - quasi tutti - non appena l'ultima nota fosse stata suonata. Chi attirava oggi la città? Sbandati, avventurieri, gente che non aveva nulla da perdere. Molti erano anziani, vedovi o donne separate, gente della sua età.
Guardò il bassista alla sua sinistra. Di lui si fidava. Da anni ormai poteva suonare solo con le cuffie e anche così il suono della chitarra gli arrivava ovattato. E quello della band era solo un fragore sullo sfondo, un temporale che saliva e scendeva. Del bassista però si fidava. Riconosceva le note che pizzicava sulle quattro corde del suo strumento dalla posizione delle dita. Era il migliore del gruppo. Assieme avevano suonato di tutto, i pezzi aspri e malvagi degli esordi, le canzoni sull'eroina e sul sadomasochismo, che avevano destato tanto scandalo subendo i colpi gloriosi della censura, che avevano fatto schizzare la sua popolarità alle stelle; poi il periodo orchestrale, quando i testi erano diventati sardonici e allusivi, pervasi da un cupo umorismo gay; quindi i successi dell'età matura, solide composizioni che riassumevano il senso di una carriera e di una vita che nessuno avrebbe immaginato così lunga, nemmeno lui stesso; e ora la produzione recente, quella rarefatta, poetica, venata di malinconia, vero specchio della metropoli e dei suoi abitanti, fotografia del cambiamento e della caduta, su cui si riflettevano gli splendori del passato.
Guardò il pubblico sul prato. Molti passeggiavano, si baciavano, facevano la fila alle fontane. Credevano di conoscerlo, credevano di sapere tutto di lui, perché la sua carriera era stata un diario pubblico, un continuo mettersi a nudo. E invece non sapevano del suo mal di schiena, della scortesia di uno, all’hotel, che evidentemente non l’aveva riconosciuto o non aveva proprio idea di chi fosse. Non sapevano nulla del diventare vecchi, della difficoltà di ricordare i testi delle canzoni.
Sotto al palco, in religiosa attesa, c'erano non più di un paio di migliaia di persone. I fedelissimi, fra cui anche qualche amico d'infanzia con il quale aveva ascoltato Presley, i Drifters e i grandi tenori, quando nel Bronx ci vivevano ancora tanti italiani. Altri ne sarebbero arrivati quando avrebbe attaccato il suo brano più famoso, considerato il vero inno cittadino, il capolavoro letterario-musicale popolato di travestiti e papponi, di spacciatori e puttane, che alla sua uscita aveva fatto gridare al miracolo, la sintesi neorealista di una vita spesa all'ombra dei grattacieli, nelle strade raccontate da Delmore Schwarz e James Leo Herlihy e Don De Lillo e Tama Janowitz e Rick Moody. Ora al posto di quelle ombre c'erano buchi, voragini, cantieri.
Qualcosa tremò sulla sua guancia. Si chiese se a metà concerto avrebbe avuto bisogno di sedersi. La mano cadde pesantemente sullo strumento, facendo esplodere un re maggiore. Uccelli volarono via nel cielo ancora parzialmente sereno.
Si sentì vivo, dopotutto. Un monolite di basalto, nero, indistruttibile, altissimo, si vedeva proprio così, altissimo, dall'alto dei suoi ottant'anni.

Ieri sera, prima del temporale (un altro esercizio di stile)




Quando uscì, si accorse che stava per iniziare a piovere. Il temporale estivo era venuto avanti lento, trascinandosi per tutto il pomeriggio, con impercettibili cambiamenti nella luce diffusa del cielo, dall’azzurro camicia al livido biancore, con scuraglie improvvise dietro alle montagne, e ora tutta quella elettricità e tensioni stavano per trovare sfogo, ma non ancora, avrebbe fatto in tempo a raggiungere la sua macchina, forse ad arrivare a casa.
Si rese conto che all’improvviso, qualche minuto prima, era stato molto felice, per due o tre secondi. La felicità l’aveva attraversato, mentre si sforzava di portare a termine un esercizio, aveva guizzato fra i muscoli doloranti e le molle della legs curl, un piacere così a lungo rimandato. Era stata felicità per niente, l’attimo della chiara consapevolezza di essere solo un individuo, di appartenere solo a se stesso, di avere, in fin dei conti, il pieno possesso, la piena sovranità su se stesso. Di non appartenere a lei o a lui o a loro, alle paure che accompagnavano ogni momento della sua esistenza, agli obblighi lavorativi e familiari, all’incalzare del tempo, alle indecisioni.
Si riempì bocca e polmoni di aria umida. Durava solo qualche secondo, certo, era comprensibile, lo capiva bene, lui, capiva bene tutto, non come Romano, che non aveva responsabilità su niente e nessuno. Però, se fosse potuta durare di più. Se solo ci fosse stato il modo per conciliare entrambe le cose…
Premette il tasto sulla chiave. Le porte dell’auto si aprirono con un rumore caratteristico e il lampeggiare di spie luminose.
Apparteneva ad quella specie di persone che amano a dismisura la libertà e non fanno nulla per coltivarla, aveva generazioni come lui alle sue spalle, avrebbe dovuto ricordarselo. Avrebbe dovuto tenerlo sempre bene a mente, come si tiene il portafoglio in tasca.

Under pressure - sotto pressione

Odiava l'ansia che si generava in quei momenti, il senso di panico prodotto da un tipo di società e da un modello lavorativo (entrambi informatizzati) che sembrano dare per scontata la coincidenza temporale fra pensiero e azione, fra il desiderio e la sua la materializzazione istantanea.
Eppure sapeva che, a volte, sotto pressione lavorava meglio.
Sotto pressione le idee schizzano fuori dai neuroni come il sudore dai pori. Sotto pressione tutto diventa improvvisamente fluido, lubrificato, creativo. Sotto pressione il superio censorio allenta la presa; subentra una vertigine, un deliquio, uno sfrecciare delle persone e delle cose ai due lati dei lobi temporali, persino un senso di fratellanza, di parziale riappacificazione del genere umano, difficile da ritrovare in condizioni normali, quando a governare suprema è l'accidia, la noia, la nausea sartriana.
Sotto pressione è come in guerra, in viaggio, sulle montagne russe, tutti assieme ad alzare le braccia sull'orlo del precipizio. Sotto pressione l'aria è elettrica di temporale, c'è odore di pioggia. Scarpe slacciate e colletti allentati.
Quando poi ad essere sotto pressione è tutta una città, gli ricordava le volte che la neve aveva creato ingorghi pazzeschi sulle salite, quando il fiume aveva rischiato di straripare, quando si aspettava nelle piazze la fine dell'ultimatum lanciato dall'Onu a Saddam, prima guerra del Golfo, 1991. I bar esplodevano di gente, il volume della musica si alzava, gli sconosciuti si lanciavano occhiate allusive, le vesti frusciavano e i tacchi sbattevano sul porfido della strada. Quando l'intera città entrava nella giostra, poteva succedere di tutto. Il senso di un pericolo imminente, di una sorpresa dietro una colonna, di un incontro, un fallimento, un successo, un tradimento, un delitto.
Sotto pressione il sangue accelerava, sotto pressione acceleravano le nuvole, sotto pressione la borsa nera faceva affari d'oro, sotto pressione le palpebre si restringevano, le nocche sbiancavano, sotto pressione era terra di nessuno, senza legge.
Sotto pressione non ce n'era per bambini e animali. Sotto pressione le persone si scontravano con una violenza pari a quella impressa alle particelle dall'acceleratore del Cern. Sotto pressione bollivano, fumavano, urlavano, sotto pressione uomini e donne graffiavano, si prendevano a morsi, uscivano spettinate dai bagni. Sotto pressione si polverizzavano fortune e si concepivano creature, i sorrisi si vetrificavano in un gigno subdolo e sinistro.

Un esercizio di stile


Si rese conto all'improvviso di quanto gli assomigliasse. Aveva sempre pensato di no, aveva sempre pensato di essere diverso da lui, come il giorno dalla notte.
Ad esempio, quanto fosse refrattario alle grandi brigate, all'intruppamento, alle gerarchie. E ad occupare un posto in quelle gerarchie. Doveva essere un fattore ereditario. Doveva aver ereditato la tendenza ad essere un outsider, a trovare difetti anche nelle persone che gli erano più vicine, allo scontrarsi con loro senza motivo. Un meccanismo di difesa, per sfuggire ad abbracci che la sua pelle avrebbe letto come mortali, per gettare dalle mani persino quel po' di potere che gli altri, consensualmente, gli avrebbero conferito.
Una natura schiva e solitaria, in definitiva, mascherata da chiacchiere e allegria. Ma anche, doveva ammetterlo, la capacità di tenere su un discorso, il bisogno "fisico" di non mettere le persone in imbarazzo, quella forma estremamente sottile di gentilezza, di premura, che spesso per sua sfortuna coincideva con una perdita di carisma.
E poi la sua acuta sensibilità riguardo ai complimenti, alla considerazione altrui. La necessità di essere apprezzato, poi forse anche amato ma per prima cosa apprezzato e ammirato, perché queste cose non presuppongono un ruolo attivo, si può essere apprezzati e ammirati in quanto oggetti, dopotutto, si può essere ammirati e apprezzati da lontano.
Anche questo l'aveva ereditato da lui, come aveva fatto a non accorgersene prima? Doveva essere stato cieco.
E gli scatti d'ira, e i giochi di parole, e il bisogno di trovare conferme nelle donne unito all'indecisione di fondo, la tendenza a tergiversare, a preferire il momento che precede, lo stare sulla soglia, i preliminari all'atto, in definitiva la fantasia alla realtà. Sì, per tutte queste cose erano simili, ed erano simili per molte altre ancora, quasi uguali, anche se i dettagli differivano, ovviamente, il tono della voce o i vestiti o la musica o i regali o le preferenze alimentari...
Posò la fotografia sul ripiano di vetro. Suonarono alla porta.

Nuove sensazioni




Sta piovendo, la televisione aveva detto che dovevamo aspettarci un Capodanno con la neve. Le strade ormai sono quasi vuote. Sono le 9, tra poco le feste cominceranno e i camerieri nei ristoranti serviranno gli antipasti con i vini bianchi secchi.
Sto cercando una pizzeria aperta perché ho promesso a Noemi che avremmo mangiato la pizza ma qui sono tutte chiuse, sì, se c'è una pizzeria aperta la troverò solo in centro.

Rosso. Verde. Sto cercando una pizzeria aperta, e qui devono fare un sottopassaggio, perché non si sbrigano a farlo, sono due anni che ne parlano. Ho messo i guanti così le mani sono riparate ma l'aria in faccia fa male, per fortuna non piove tanto, solo un po', oltre l'incrocio la strada è nera, coraggio, l'aria in faccia mi sveglia. E come sempre guardo le persone, mi piace guardare le facce e immaginarmi le storie.

Una donna bionda, elegante, è scesa dal Cherokee parcheggiato in mezzo alla strada, aveva i capelli in disordine, l'espressione concentrata di chi deve risolvere un problema. Io lo so, lo so, devo cambiare la mia visione delle cose, devo abbandonare la mia solita visione negativa, con l’anno nuovo basta.
La donna entra in un bar, faccio appena in tempo a scorgerla nell'angolo dello specchietto, è entrata, più vicina ai quarant'anni che ai trenta, bella donna, indossa una pelliccia corta e le ginocchia sono scoperte. Quello è un bar di uomini, non sono abituati a vedere una cliente così. Lei va dritta al banco, compra sigarette, gira sui tacchi e esce, forse deve prendere anche lei un'importante decisione, forse l'attività che gestisce è sul punto di fallire, forse ha dei figli che le danno dei dispiaceri.
Io sto andando in città a cercare una pizzeria, sto andando col motorino e Noemi aspetta con mia madre in casa di mia madre, guardando la tv. E da una casa isolata nel tratto di campagna che separa il paese dalla città sparano un razzo luminoso, che attraversa la pioggia lasciando una scia.

È iniziata, non so quando. Una volta, dovevo avere non più di nove anni, mi ricordo che avevo accompagnato mia madre dal medico, la sala d'aspetto era piena di pazienti già in attesa che sfogliavano rotocalchi, così ho chiesto a mia madre se potevo uscire fuori sul giroscala, e lei disse: "Però non scendere in strada". Sono uscita ma non ho acceso la luce, mi sono seduta al buio e una meravigliosa sensazione di infelicità m'invase, per niente, era infelicità per niente. Cantavo a fior di labbra una melodia triste, la sigla di uno sceneggiato televisivo... All'improvviso si è aperta la porta di un appartamento, un uomo è uscito fuori, ha acceso la luce, e si è spaventato nel trovarmi lì così, seduta sul primo scalino. "Cosa fai al buio, bambina?". Ero imbarazzatissima, non sapevo cosa dire. Già allora capivo, vagamente, sì, ma lo capivo che è male, è peccato mortale sentirsi a quel modo per niente e coltivare una visione negativa delle cose, tutta la vita ho provato lo stesso disagio nei riguardi del mio umore.

Sto andando a comperare le pizze, ora ci sono due ragazzi, uno ne spinge un altro e tutti e due attraversano la strada lucida, si dirigono verso la sala giochi. Il gestore è uscito sulla porta come per riceverli, ma scuote il capo, starà dicendo che è tempo di chiudere, il ragazzo in carrozzella allarga le braccia, poi si tocca il polso "Sono le 9, dai, una partita sola...". Il gestore ammette che sì, di solito chiude alle 10, ma è la sera di Capodanno, non c'è più dentro nessuno, e ha promesso di portare la sua ragazza a ballare, deve correre a casa a cambiarsi. "Ragazzi, mi spiace, venite dopodomani, anzi, sapete cosa? Il tempo di chiudere e andiamo a farci un brindisi qui di fronte, offro io".
Prendo un vicolo che porta in centro, fuori sui poggioli ci sono alberi di Natale decorati con luci intermittenti, immagino le storie di quelli che abitano nelle case, come sempre, ho la mia visione viola, la mia visione strana, strappata, ho la mia visione negativa delle cose e ho paura che prima o poi Noemi se ne accorga. Devo cambiare prima che cominci a notarlo, devo modificare la mia solita visione, devo essere positiva, immaginare storie positive, pensare pensieri positivi, io lo so, devo educarmi a provare nuove sensazioni.

Quando ero piccola disegnavo alberi spogli, nature morte, pesci morti, ma presto ho cominciato a nascondere quei disegni, mia madre diceva che bisogna essere allegri, e anche l'insegnante di disegno. Mi sembrava evidente che, con il mio comportamento, ero destinata ad infastidire la maggior parte delle persone. Così mi sforzavo di tenere i miei pensieri per me. La mia vita interiore divenne ricca, popolata di fantasie.
Quando studiavo a volte, dopopranzo, andavo a passeggiare nel greto del fiume, ancora non l'avevano sistemato, era un bel greto sconvolto, pieno di massi, e le pozze d'acqua d'inverno ghiacciavano. Una volta dietro a un cespuglio sorpresi un uomo con sopra una donna, si spaventarono, mi guardarono con occhi di animali braccati, carichi d'ostilità. Il greto del fiume a febbraio è il mio paesaggio dell'anima.
Oh, se ho provato, a giustificarmi. Ho detto che la colpa era la malattia di mio padre, era quella che mi aveva segnato. Poi che la colpa era il mio lavoro. Poi che era il mondo, il mondo che funziona così male e non può lasciarci indifferenti. Nulla di ciò che dicevo era sufficiente. Mi facevano sentire come un'appestata, sempre, tutti. Ed era un sentimento molto diverso dalla mia consueta visione negativa delle cose, a cui ero abituata e che sapevo come gestire, ma quando gli spiegavo come mi facevano sentire con le loro critiche ribattevano: "Non siamo noi, sei tu, sei tu che ti senti così, è colpa ancora una volta della tua visione negativa!".

Eccola, meno male. Sono dura dal freddo, stavo cercando una pizzeria aperta, ho promesso la pizza a Noemi per l'ultimo dell'anno, poca gente in strada, botti che esplodono di già. Ah, ecco, fanno anche ristorante, dev'essere per questo che è così affollata. Devo rimanere in piedi ad aspettare, lo odio, ci sono tavolate di famiglie, in sala, e gruppi di ragazzi che potrebbero essere compagni di scuola. Telefono a mia madre, le spiego che arriverò tra mezz'ora. Mi passa Noemi, che mi ricorda i carciofini nella sua.
Dal prossimo anno le cose cambieranno. Devono cambiare, non voglio che Noemi pensi di me che sono una pazza. Vedrò le cose sotto una luce diversa. Proverò nuove sensazioni. Mi sforzerò di accettare gli inviti a cena, e di ridere quando ci andrò, come questi esseri qua dentro, ascolterò dischi allegri, discorsi frivoli, battute leggere, leggerò romanzi satirici, andrò a vedere delle commedie a teatro. Penserò positivamente, saluterò con un bel sorriso, parlerò con i miei colleghi e persino con il mio ex-marito, mi iscriverò a un corso di meditazione trascendentale, o di massaggio dell'anima, o almeno di yoga. Svilupperò le mie potenzialità nascoste. "Io sarò ok, gli altri saranno ok". Niente più pesi nello stomaco, addio alla pellicola che cala sulla mia testa e mi avvolge, in sere come questa, e mi fa sentire così...così...
"Ah, grazie. Sì, siete stati veloci. Ecco qua. Come? Ah, sì. Giusto. Anche a voi, buon anno".

Addio all'anno vecchio. Addio, cassiera della pizzeria con le borse sotto gli occhi. Addio mia vecchia visione delle cose. Addio melanconie. Addio saltuario stordimento alcolico serale, addio indecisioni della domenica mattina, addio amicizie deprimenti, passeggiare da sola, aria svagata. Addio attacchi di panico, pilloline, lettere non spedite. Addio a tutto questo. Nuove sensazioni, siete le benvenute.

Sto andando verso casa di mia madre dove mi aspetta Noemi e sono già quasi in periferia, dietro ho legato le pizze nelle loro scatole di cartone, quando arriverò saranno congelate, le strade sono bagnate, nei giardini alberi di Natale lampeggiano ai rari automobilisti, sto guidando piano e nel passare raccolgo le immagini, come sempre, una donna che si sta depilando nel bagno con un rasoio, un neonato che strilla in una culla e i suoi genitori non sanno come calmarlo, un cacciatore che si prepara ad andare a letto perché domani deve alzarsi presto per andare a tirare alle anatre, due ragazzi già ubriachi prima ancora che la festa inizi, barcollano e cadono, cadono, come devo essere caduta anch'io, tante di quelle volte, e non era così terribile, ah, non è così terribile questa pellicola viola che mi riveste, (ma io cambierò e proverò nuove sensazioni), non è così pesante questo peso, (ma io cambierò e proverò nuove sensazioni), non è così terribile questo nodo alla gola, (ma io cambierò, oh, Signore, giuro che almeno ci proverò), non è così pesante, non è così pesante così pesante questa perenne sensazione di peggioramento, io proverò, non proverò, io proverò, proverò, oh, certo che no, certo che no, no, non proverò a cambiare la mia visione negativa delle cose, non proverò ad essere "di buon umore", a svegliarmi canticchiando, a vivere danzando, non proverò a "spassarmela", non proverò nemmeno a coltivare un cauto ottimismo, navigherò con la depressione, con l'accidia e lo spleen e gli altri infiniti turbamenti, e poi la sera alla fine di ogni giornata mi abbraccerò da sola davanti allo specchio, mi abbraccerò da sola e, com'è vero Dio resterò fedele alla mia stronza visione negativa di tutte le stronze cose!


(pubblicato sulla rivista In-edito. Buon Natale e Buon anno, folks!)

Invasione

È una notte appiccicosa, nessuno riesce a prendere sonno.
Vera è seduta sulla sponda del letto. Si passa lo smalto sulle unghie dei piedi. D'improvviso le viene in mente che un satellite potrebbe spiarla. Si alza di scatto, solleva la canottiera fino alle ascelle, aria di sfida.
Resta un attimo alla finestra. Guarda in cielo e poi giù in strada, dove cresce la folla.
Quando torna a sedersi si accorge con disappunto di avere macchiato la canottiera di smalto.

In fondo alla strada si spalanca una piazza.
Qui ci sono delle luci, luci dove normalmente, a quest'ora, ci sarebbe solo silenzio.
Studenti stanno seduti sul porfido reggendo fiaccole, oppure in piedi, in piccoli capannelli sotto alla statua di un martire. Vegliano un paese dall'altra parte del mondo, invaso poche ore prima dalle truppe di occupazione di una potenza straniera.

Le forze dell’ordine intorno vegliano il vegliare degli studenti.
Ma uno di essi francamente ne ha abbastanza. Giovane, ventre piatto di palestra. Dà di gomito al suo collega, più anziano, “mi sembra di aver visto del movimento, laggiù..."
Breve consulto con il superiore. “Posizionatevi in fondo alla strada, presidiamo anche quell’accesso”.
Si avvia. Il collega gli va appresso. Tanto, pensa, per questa notte, almeno, non c'è assolutamente nulla da temere.

Camminano un po', superano l'edificio dell'università, e intanto masticano caramelle. Arrivati all'altezza della casa di Vera sollevano lo sguardo quasi simultaneamente (se non l'avessero fatto non sarebbe successo nulla, forse un'altra volta, ma non oggi, forse lontano da qui). Vedono bianca pelle di luna sporgersi dalla finestra. Seni bianchi, pelle ben tesa (una canottiera sollevata fino alle ascelle). Vera guarda in cielo e poi la strada ma non sembra accorgersi di loro. Un attimo dopo scompare, lasciandoli a bocca asciutta.
“Starà ubriaca”, è il commento di quello giovane.
“O fatta”, dice il collega.
Si guardano, annuiscono, e si rallegrano per la luminosità della notte.
Quello giovane dice all'anziano: “Andiamo a dare un'occhiata?”
L'altro gli fa notare tutte quelle finestre aperte, le luci che rischiarano l'interno degli appartamenti. Troppa gente sveglia, dice, è colpa dell'afa.
Non c'è proprio nulla da obiettare ad un'osservazione del genere e i due si scambiano nell'ombra un silenzioso sorriso d’intesa.

Gli studenti all'inizio avevano cantato. Poi le voci si erano acquietate. Adesso addirittura qualcuno dormiva, sepolto dentro un sacco a pelo.
Nel tardo pomeriggio l'adunata aveva attirato curiosi, alcuni dei quali si erano fermati, almeno il tempo di farsi un'idea.
Chi non era al corrente di quanto era accaduto poche ore prima, qualche fuso orario più a est, di là di paludi, giungle, risaie, tubolari tronchi di bambù, dove la luce s’infratta, e la tigre sorveglia, chi aveva solo un vago sentore di tutta la vastità geografica che li separava dalle vittime dell'invasione, andava via perplesso.
Infine è giunta la notte.
Gli irriducibili, coloro che a giudizio della polizia resteranno lì fino a domani mattina, sono circa un centinaio.
Logicamente di allontanarli con la forza non se ne parla. Il questore ha suggerito prudenza, siamo in periodo elettorale. E poi questi qui sono pacifici, per ora non danno fastidio a nessuno, con le loro fiaccole. Resterebbe l'occupazione di suolo pubblico, la manifestazione non autorizzata, ma insomma, che razza di reati sono, oggigiorno?

Vera ha finito di smaltarsi le unghie.
La luce della camera è spenta, anche l'abat-jour accanto al letto, e la luna illumina i suoi piedi, che visti così sembrano ancora più bianchi.
Allunga un braccio, per sottrarlo alla zona d'ombra. Anche il braccio sembra più bianco. Poi forse la luce non è neanche la luna, ma solo i lampioni, fuori.
I rettangoli gialli delle finestre della casa di fronte si sono spenti uno ad uno.
Bussano alla porta.

L'ultimo notiziario ha prodotto qualche aggiornamento sulla situazione. Pare che gli aggressori non abbiano incontrato grandi resistenze al momento dell'attacco. L'azione è giunta inattesa, avendo appena iniziato le diplomazie dei due paesi una complessa trattativa che, a detta di tutti gli osservatori, avrebbe dovuto condurre ad una soluzione negoziata.
Il governo del paese aggredito, alle 21 ora locale, ha emesso un comunicato di condanna, invocando al tempo stesso l'intervento dell'Onu. Ha detto anche che gli invasori saranno presto ricacciati in mare.
Ma in tutto il mondo le sue difficoltà sono ben note. Se gli invasori dispongono di aerei ed elicotteri, l'esercito nazionale non ha velivoli, o meglio, i suoi sono tutti negli hangar per mancanza di pezzi di ricambio. Sugli altipiani esistono villaggi che senz'altro ancora non sanno cosa sta avvenendo molte centinaia di chilometri lontano, sulla costa. E ci sono sacche di contestazione che si annidano perfino nei vicoli dei quartieri vecchi della capitale, pronte a schierarsi con gli invasori non appena questi facciano un'offerta soddisfacente. Ci sono i miserabili che hanno creduto alle promesse del presidente fino a quando non sono state disattese dall'austerità, dal diffondersi delle epidemie, da tutte quelle piogge trasformatesi in alluvioni fangose. Difficile che si mobilitino a difesa della patria, e del resto, è altrettanto difficile spiegare loro che al presidente fanno difetto quei poteri divini dei quali erano investiti, in un'epoca non lontana, i suoi predecessori.
Ma il governo continua a confidare nella fedeltà dei contadini beneficiati dalle riforme, che accorrono dai campi e si accampano attorno al palazzo presidenziale. Lunghi, tortuosi serpenti di uomini, animali e veicoli meccanici si muovono in direzione della capitale, lasciando giù per ripide discese la scia dell'odore di freni bruciati. Male armati rotolano come sonnambuli, in preda alle febbri.
Gli studenti in piazza continuano la loro veglia e pensano a queste oscure manovre notturne, dimentichi del fatto che nel paese aggredito è già mattina. Organizzano strategie mentali di rara efficacia, ripassano i discorsi che, si augurano, i giornalisti faranno loro pronunciare, si preparano a respingere l'imminente assalto delle forze dell'ordine e si sforzano soprattutto di rimanere svegli.
Vera si alza e va ad aprire.

Sull'uscio i due sorridono.
Quello giovane dice buonasera, portandosi le dita al cappello.
Chiede: “Tutto bene?”. Vera non sa cosa rispondere. Si fa da parte, non è tenuta a farlo, ma si fa da parte, lascia che le divise s’infilino dentro.
Il giovane ringrazia, chiede un bicchiere d’acqua. Ora è entrato anche l'altro, è nervoso, si guarda intorno aspettando forse che sbuchi fuori un uomo dal bagno, o dalla cucina. Il giovane non smette di sorridere, spiega a Vera “qualcuno ci ha chiamato, comunque non si preoccupi, ora è tutto a posto.”
“Ma qui tutto è sempre stato a posto.”
“Davvero?” Il giovane imprime al tono della sua voce un brusco cambiamento, lascia che autorità fluisca, constata con soddisfazione che la donna arretra, appoggia le mani dietro la schiena, sul bordo del tavolo. Anche il suo collega è impressionato. C'è sempre qualcosa fuori posto. Sempre. Basta cercarla.
Chiede: “Aveva caldo, prima, eh?”
Posa il cappello sulla mensola, continua a guardare Vera negli occhi. “Sa, a volte le segnalazioni si rivelano infondate, perché‚ dicevano strani giri, ma non c'è alcun giro, qui, che io veda. Solo una donna – una bella donna, mi consenta - che non ha sonno, che ha tanto caldo, proprio come noi...”
Vera indietreggia ancora, si siede sul bordo del divano. Anche questo gesto, dopo, a ricordarlo, non saprà spiegarselo. Forse le era sembrato naturale che l'invasore dovesse stare in piedi, come una statua ben piantata, ben ancorata, e lei giù, in basso, a capo chino, senza guardarlo in volto. Lontano dal fuoco dello sguardo dell'invasore, che brucia, che scuote la casa dalle fondamenta al tetto…
L'anziano va a chiudere a chiave la porta d'ingresso. Controlla la finestra, constatando con sollievo che il divano si trova in una zona d'ombra, così che da fuori non vedranno nulla. Poi se ne sta in disparte, spostando il peso da una gamba all'altra, osserva il collega, lo sente pronunciare delle frasi mentre accarezza i capelli della donna, mentre accenna alla canottiera, mentre si sbottona.

Vera abbandona il suo corpo come si pianta un'auto scassata sul ciglio della strada. Rabbia per quel corpo che non sa difendersi. Un cuore rapido, senza volontà. Aspetta che passi l'invasione con lo sguardo dritto alla finestra, dove la luce si addensa. Concentra la sua attenzione su quella remota porzione di cielo dove i satelliti spia ronzano nell'attesa, e registrano l'accaduto senza emozioni. Il suo sguardo non vacilla e non si oscura e rimane fisso alla finestra per tutta la durata dell'assalto, finché‚ non si sente vuota, finché l'invasione non è passata.
Allora quello giovane si riassetta, va a chiudersi nel bagno. E al suo posto arriva l'anziano, non può certo essere da meno, e dunque assale, di malavoglia assale, assale anche lui, percorrendo la strada già aperta dal primo, mescolando la sua voce a quella degli altri invasori.

Quando è finita il giovane vorrebbe indugiare un poco, sussurrare una parola affettuosa all'orecchio di quell'amante informale. Ma, avvedendosi del suo sguardo, fisso sul rettangolo di nera profondità siderale, conclude che nella testa della donna ci sia semplicemente qualcosa che non funziona, e dunque non ci pensa più. Ubriaca però no. L'alito l'avrebbe tradita.
Dà una pacca sul culo al collega più anziano. Si rimette il cappello, avviandosi verso la porta. Si ferma a metà. Si volta. Si sta chiedendo se e quanto debba lasciare. Ma poi no, perché?
“È stato un piacere”, conclude, sorridendo. Affermazione che giudica brillantemente piena di sottintesi, una perfetta uscita di scena.

Vera rimane sdraiata sul letto, immobile, cercando di riprendere confidenza con il suo corpo, senza osare spostarlo, solo controlla mentalmente che tutte le funzioni vitali girino come al solito, provando meraviglia e orrore per questo.
Dopo qualche minuto solleva il piede verso la luce, dove lo smalto delle unghie risalta scuro sul pallore della pelle.
Tutto questo è successo, pensa. È successo veramente e potrebbe succedere ancora.
Nella luce, finalmente, si ascolta. Ascolta il respiro crescere, fino a riempire tutte le cavità del corpo, e attende che diventi un palpito più doloroso, e vigila affinché il palpito non si rompa in pianto.
Eppure la notte che si affolla attorno a quel corpo scosso dal palpito resta immobile, sospesa. Come se fosse sul punto di posarsi, e non si posa. Fino a quando il palpito non viene ricacciato giù. Fin quando la crisi non è passata.

Anche gli studenti stanno immobili, tutti tranne due.
Riflettono che in fin dei conti non tradiranno la causa di quel paese lontano per un po' di sonno.
Avviandosi, incrociano due divise isolate, che si dirigono verso la piazza. Il più giovane li blocca. Dice: “Tutto bene, ragazzi? Siete stanchi?”
Uno fa “eh, un poco”, ma l'altro, “ci sgranchiamo le gambe, che vi credete, poi torniamo.”
La divisa giovane gli si fa sotto. “Mi raccomando – sussurra, con un filo di voce - niente casino.”
“Siamo liberi cittadini”, ribatte lo studente più spavaldo.
Poi tutti e due gli girano intorno. Alzano le spalle.
Quello giovane li osserva mentre si allontanano, accendendo sigarette. Sorride.
“Sangue caldo. Io lo so!”

Vera si affaccia alla finestra.
Domani, forse a quest'ora, in qualche bar o dentro un'automobile d'ordinanza, qualcuno riderà della sua piccola tragedia notturna, di quel corpo disossato, di quelle ginocchia molli, di quelle unghie dipinte per nessuno e svelate al signore invasore Nessuno.
La luce illumina una figura magra, in canottiera.
Lo studente spavaldo alza la testa, soffia fuori il fumo, verso le stelle silenziose.
“Bella figa”, osserva, tra sé.

In cielo luccicano i satelliti.

Mp - 1988
(Racconto pubblicato sulla rivista "In-edito", Torino)

U2, October e la lezione di P.



Nel 1981 gli U2 erano quattro giovani irlandesi approdati al loro secondo album, intitolato 'October'. Non ancora delle star planetarie del rock. Per Bono il Palazzo di Vetro, il papa e i capi di stato erano lontani; il fallimento, invece, sempre possibile, come per tanti altri gruppi della stagione post-punk. 'October' era un album di rock appassionato, quasi mistico, pieno di rimandi alla Bibbia. E a volte stranamente etereo. Le voci, gli armonici di the Edge, i colpi secchi della batteria risuonavano in una vasta cavità ipogea. Tanto spazio fra uno strumento e l'altro. Echi e vento.

Era ottobre e avevamo deciso di andare a trovare P.
P. era diventato da poco il parroco del paese di B., la sua chiesa stava acquattata nel cuore del centro storico, in fondo al corso principale. Dietro il campanile, le montagne. Di là dalle montagne, l’estero.

P. era stato mandato lassù, a una manciatab di chilometri dal confine, dopo un paio d'anni trascorsi nella nostra città, dove avevamo frequentato la sua parrocchia. Originario di Roma, aveva portato la sua voglia di fare, il suo anticonformismo. Gli avevamo voluto bene.
Venne ad aprirci lui in persona. Aveva sempre i capelli lunghi, quell’aria eccitata, vagamente ansiosa. Ci fece accomodare in un soggiorno triste come un ospizio. Ci accorgemmo subito che non voleva parlare del passato.
A B. aveva cercato di riproporre gli stessi schemi utilizzati con successo con noi. Una volta aveva prestato una sala dell’oratorio agli Hare Krishna. Aveva avviato un cineforum, in cui dava spazio persino a Fassbinder. Cose così, cose che in città venivano accettate, ma che in paese avevano sollevato un vespaio di critiche. Noi l'incalzavamo. Volevamo il P. di sempre, quello che per un po' ci aveva fatto da guida. Lui di rimando chiedeva che musica stessimo ascoltando. 'Vi piacciono i Duran Duran?'
Ad un certo punto s'è spazientito. 'Il P. che conoscevate non esiste più. E se per caso lo incontraste, fatemi un favore: uccidetelo.”
Lo disse col sorriso sulle labbra ma fu una botta lo stesso.

Pensavamo di pranzare assieme. Ma aveva da fare. Gente da vedere, una vecchia sul letto di morte, non so...
Ci diede appuntamento più tardi, alla fiera del bestiame. Intanto, potevamo girare il paese, o arrampicarci sul colle dietro la chiesa, dove le gote si imporporano.

Arrivammo al crepuscolo, un po' intorpiditi dalle canne. Si era alzato il vento, la luce risaliva verso le cime dei monti, accarezzando i boschi, i masi al centro dei pascoli.
C'era la folla delle grandi occasioni. Contadini da tutte le valli e qualche politico locale, a cui gli uomini rendevano omaggio togliendosi il cappello. Bambini che suonavano trombette di plastica. Wurstel e zucchero filato, stivali di gomma e brache di cuoio. Le vacche muggivano dietro ai recinti.
Sentimmo la sua voce alle nostre spalle. Ci voltammo. Non c’era nessuno.
Poi di nuovo. Chiamava i nostri nomi, a turno. O faceva semplicemente “pss…”. La voce era la sua. Ma il resto?
Girammo a vuoto per una decina di minuti, inseguendo un fantasma.
Ogni tanto si faceva vedere. Agitava una mano, poi spariva con un salto dietro uno stand, un recinto, un capannello di persone con il boccale in mano. Aveva la stessa giacca di lana del mattino. Gli stessi capelli arruffati. Ad un certo punto riuscii persino ad incrociare il suo sguardo. Sembrava serio, sembrava il contrario del suo comportamento.

P. appare e scompare. C'è e non c'è. Profilo incerto, luce riflessa, ombra che corre via.
Ben presto, ormai, solo uno dei tanti rumori di fondo. Incomprensibile, anche se sta sillabando il mio nome.

Lasciammo il terreno di gioco, avviandoci verso il parcheggio. Stavamo lasciando P. o era lui a liberarsi una volta per sempre di noi? Pensavo che la sua lezione l'avevo ben capita. Anche Bowie aveva chiuso così con Ziggy Stardust, il suo alter-ego di maggior successo.
"Non tornerò mai, dov'ero già. Non tornerò mai a prima, mai..."

Pochi mesi dopo ho saputo che si era spretato. Aveva conosciuto una donna, presto lasciò anche B.
Mi ricordo il viaggio di ritorno, ascoltando l’ottobre degli U2, accordi di pianoforte nel buio del sedile posteriore, schiacciato fra i miei amici, corpi e fiati caldi a compensare la perdita, pareti di roccia e bosco da ambo le parti, solitudini e radio accese nelle case. Going on, and on...

October
And the trees are stripped bare
Of all they wear
What do I care
October
And kingdoms rise
And kingdoms fall
But you go on.
And on.

Ottobre e gli alberi sono stati denudati
di tutte le loro vesti.
Cosa mi importa?
Ottobre
ed i regni sorgono
ed i regni cadono.
Ma tu vai avanti.

E avanti.