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Come quando ti scateni



La canzone è "Modern love", di David Bowie, dall'album "Let's dance".
Il film in Italia uscì con il titolo "Rosso sangue".
Una sorta di noir lirico estetizzante, non ben sviluppato, a mio parere, che ruotava attorno ad un'idea niente male: un virus che colpisce tutte le persone che fanno l'amore senza amore (siamo negli anni '80, l'Aids è ancora una novità).

Don't believe in modern love, canta Bowie.

Come quando senti che devi uscire, che devi correre, che qualcosa ti tira da qualche parte, e ti trascina, nonostante le catene, nonostante il male che ti paralizza i muscoli, come quando vuoi attraversare le strade della città come un vento, come quando vuoi distruggere le insegne, come quando fai le capriole, come guando devi essere sfrenato, senza motivo, come quando vorresti lasciarti tutto alle spalle e infilarti nel cuore di una metropoli del sogno, vuota, pallida, opalescente, insonne e piena di mistero...

Diamond dogs



Era un classico di David Bowie, dall'album omonimo. Il riff, una risposta a "Brown sugar" degli Stones. Il testo, una visione del futuro (o forse del passato, il passato dickensiano, il passato dei temibili orfanotrofi britannici) all'insegna dell'antiutopia (un'altra canzone dell'album si intitolava "1984", data che negli anni '70 aveva ancora un suo fascino sinistro). Ma anche echi di Burroughs e di Factory, senza dubbio.
Beck, l'eclettico, ne ha fatta una versione postmoderna di rara efficacia. E' nella colonna sonora di Moulin Rouge, ma nel film la si sente solo per pochi secondi.

Mentre ti tiravano fuori dalla tenda ad ossigeno,
Hai chiesto dov’era l’ultimo party,
Con la tua gobba di silicone e il tuo tronco di 25 centimetri.
Eri vestito che parevi un prete,
Eri un capriccio della natura.

Strisci per il vicolo, carponi sulle mani e le ginocchia:
Sono sicuro che non sei protetto, perché si vede subito.
I Cani di Diamante sono cacciatori e si nascondono dietro gli alberi.
Fino alla morte t’inseguiranno,
Manichini con l’istinto di uccidere.

Under pressure - sotto pressione

Odiava l'ansia che si generava in quei momenti, il senso di panico prodotto da un tipo di società e da un modello lavorativo (entrambi informatizzati) che sembrano dare per scontata la coincidenza temporale fra pensiero e azione, fra il desiderio e la sua la materializzazione istantanea.
Eppure sapeva che, a volte, sotto pressione lavorava meglio.
Sotto pressione le idee schizzano fuori dai neuroni come il sudore dai pori. Sotto pressione tutto diventa improvvisamente fluido, lubrificato, creativo. Sotto pressione il superio censorio allenta la presa; subentra una vertigine, un deliquio, uno sfrecciare delle persone e delle cose ai due lati dei lobi temporali, persino un senso di fratellanza, di parziale riappacificazione del genere umano, difficile da ritrovare in condizioni normali, quando a governare suprema è l'accidia, la noia, la nausea sartriana.
Sotto pressione è come in guerra, in viaggio, sulle montagne russe, tutti assieme ad alzare le braccia sull'orlo del precipizio. Sotto pressione l'aria è elettrica di temporale, c'è odore di pioggia. Scarpe slacciate e colletti allentati.
Quando poi ad essere sotto pressione è tutta una città, gli ricordava le volte che la neve aveva creato ingorghi pazzeschi sulle salite, quando il fiume aveva rischiato di straripare, quando si aspettava nelle piazze la fine dell'ultimatum lanciato dall'Onu a Saddam, prima guerra del Golfo, 1991. I bar esplodevano di gente, il volume della musica si alzava, gli sconosciuti si lanciavano occhiate allusive, le vesti frusciavano e i tacchi sbattevano sul porfido della strada. Quando l'intera città entrava nella giostra, poteva succedere di tutto. Il senso di un pericolo imminente, di una sorpresa dietro una colonna, di un incontro, un fallimento, un successo, un tradimento, un delitto.
Sotto pressione il sangue accelerava, sotto pressione acceleravano le nuvole, sotto pressione la borsa nera faceva affari d'oro, sotto pressione le palpebre si restringevano, le nocche sbiancavano, sotto pressione era terra di nessuno, senza legge.
Sotto pressione non ce n'era per bambini e animali. Sotto pressione le persone si scontravano con una violenza pari a quella impressa alle particelle dall'acceleratore del Cern. Sotto pressione bollivano, fumavano, urlavano, sotto pressione uomini e donne graffiavano, si prendevano a morsi, uscivano spettinate dai bagni. Sotto pressione si polverizzavano fortune e si concepivano creature, i sorrisi si vetrificavano in un gigno subdolo e sinistro.

Space Oddity

(della serie: un po' di storia della musica - successe 40 anni fa)

Era il 1969. L'Apollo 11 raggiungeva la Luna, Neil Armstrong, staccandosi dalla scaletta, compiva il suo piccolo balzo per un uomo, balzo enorme per l'umanità. Nessun parallelepipedo in vista, per ora; del resto, la data del contatto profetizzato da Kubrick nel suo "2001 odissea nello spazio" è ancora lontana.

In quell'anno David Bowie pubblicò il suo secondo Lp, Space Oddity. Un disco acerbo, che conteneva tuttavia il primo dei suoi celebri personaggi "spaziali", Major Tom, il maggiore Tom al quale la torre di controllo lancia messaggi ansiogeni, "prendi le tue pillole di proteine e mettiti il casco..."
Ma questi non sono gli anni '40 e nemmeno i '50; è l'ultimo scorcio del decennio psichedelico, il decennio della protesta, del sogno e della disillusione. Il maggiore Tom esce dalla navicella, inizia a galleggiare nell'abisso siderale. Il pianeta terra è l'arancia blu e "non c'è niente che io possa fare."
Come un sommozzatore stregato dagli abissi marini, come un fumatore d'oppio che contempla il mondo dal suo lettino, l'astronauta si sente molto tranquillo, pensa che la sua astronave sappia dove andare. Un ultimo messaggio alla torre di controllo: "Dite a mia moglie che l'amo. Lei lo sa."
Poi la comunicazione si interrompe. Non resta che ascoltare l'appello insistente della torre di controllo: "Puoi sentirmi, Major Tom? Puoi sentirmi, Major Tom?".

In viaggio era iniziato. Oltre lo spazio conosciuto si aprivano nuove dimensioni, nuovo modi di essere, di vestire, di truccarsi, di cantare, di amare. Presto per Bowie sarebbe arrivata la stagione del glam rock, e avrebbe preso forma il personaggio-chiave della prima parte della sua carriera, Ziggy Stardust (e il suo doppio, Lady Stardust), mentre la tv avrebbe annunciato che il pianeta terra che aveva soltanto altri 5 anni davanti, e tutti, tutti si sarebbero sentiti stranamente eccitati.
Perchè, come nella Like a Rolling Stone di Bob Dylan, se avresti chiesto alla ragazza senza casa, alla completa sconosciuta che rotola lungo il percorso della sua vita "come ti senti?", lei avrebbe risposto "beeeeene", sì, quella caduta in fondo era bella, era meglio delle mille Cadillacs del sogno americano stigmatizzate qualche anno prima dai Velvet Underground (in Rock 'n' Roll), di certo meglio delle sale Bingo e della guerra del Vietnam, delle crisi dei petroli e dell'ovvietà espressiva dell'establishment.
Una gioiosa caduta, quindi. Un gioioso precipitare nello spazio, fuori dalle regole, fuori dalle convenzioni, fuori dal controllo della torre di controllo.

Bowie tornò al suo primo personaggio, il maggiore Tom, nel 1980, con una canzone, Ashes to ashes, contenuta nel suo album Scary Monsters.
Gli anni '70 sono finiti. L'esplorazione dello spazio non ha svelato nuovi orizzonti e nuove forme di vita. Anche la rivoluzione pop si è fermata. L'onda comincia pian piano a ritirarsi. I nuovi leaders politici sono Reagan, la Tatcher, e poi, se si ha pazienza di aspettare, arriverà pure il Grande Fratello (anche se non quello orwelliano). Cenere alla cenere, polvere alla polvere. Bowie si fa ritrarre per l'ultima volta in copertina con un travestimento. Il personaggio stavolta è un pagliaccio. Nel video, una donna gli cammina al fianco. E' sua madre, gli ripete: "Meglio che non perdi tempo con il maggiore Tom". Forse Bowie intuisce che più in là non si può andare. Il disco è splendido, amaro, rabbioso, dolente. Spira un vento gelido. L'inverno 1980 fu un inverno lunghissimo.

"Cenere alla cenere, funk al funky, sappiamo che il maggiore Tom è un tossico. Confinato nell'alto dei cieli, raggiunge una depressione senza fine..."

E adesso che abbiamo scoperto che il Major Tom è solo un drogato e che il punto più alto dei cieli coincide con quello più basso, con la depressione più profonda, cosa rimane da fare?
Bowie rovesciò il tavolo, con tutte le carte sopra. Il prossimo lavoro si sarebbe intitolato, semplicemente: Let's dance.