L'Olocausto è probabilmente uno dei temi più difficili su cui costruire un film. Ho visto ieri "The reader", di Stephen Daldry, del 2008; era la Giornata della Memoria.
Quando guardo un film del genere ho sempre il terrore che ad un certo punto mi deluda; le insidie sono infinite, ad ogni svolta della storia. Poteva scivolare sul patetico, e sarebbe stato uno spreco. Poteva indulgere in un eros un po' troppo torbido e patinato, e sarebbe stato un altro film. Poteva virare troppo decisamente in politica, poteva chiudere in maniera consolatoria, e di nuovo, qualcosa si sarebbe perso.
A me pare che non sia successo niente di tutto questo. Un'opera magistrale.
Nella Germania del 1958 - ancora povera, ci si scalda con il carbone, insomma, quel mondo lì, che sembra lontano anni luce ma appartiene all'altroieri - uno studente 15enne, mentre torna a casa da scuola, si sente male, deve vomitare. Si ripara in un androne: una donna, sui 35, bionda, naturalmente attraente, "spiccia", è gentile con lui, lo aiuta, lo rimette sulla strada di casa. Il ragazzo passa tre mesi a letto, ma non dimentica. Quando si rimette, va a trovarla. Comincia una storia, in cui la donna, Hanna, bigliettaia nei tram, una splendida Kate Winslet, inizia il ragazzo (lo chiamerà sempre così, il nome è Michael) al sesso, e lui in cambio le legge dei libri. La storia dura una estate; il ragazzo sta crescendo, la donna lo rimanda "dai suoi amici".
Passano alcuni anni; adesso il ragazzo è all'università, studia Legge. Il suo professore porta lui e altri studenti ad assistere ad un processo ad alcune Kapò, guardiane di Auschwitz e altri lager; fra le imputate, Hanna. Il ragazzo è sconvolto, dalla scoperta del passato della sua amante e, anche dalla freddezza, dal vuoto morale che le parole con cui risponde alle domande incalzanti del pubblico ministero lasciano intravvedere.
Ma Michael intuisce anche un'altra cosa: che Hanna è analfabeta. Questo elemento costituirebbe una prova a favore della donna, la metterebbe al riparo dall'accusa più grave, quella di essere stata la principale responsabile della morte di 300 donne ebree, lasciate morire nel rogo di una chiesa dove le sorveglianti le avevano rinchiuse prima di un bombardamento. Per Michael si pone un dilemma non solo esistenziale ma anche attinente all'etica professionale: se è a conoscenza di una prova così, che potrebbe cambiare la decisione dei giudici, deve rivelarla alla Corte. In questo modo Hanna andrebbe incontro ad una pena più mite. Ma Hanna è comunque colpevole, e non è pentita. Dunque, che fare? A ciò si aggiunge un conlfitto molto più intimo e personale: il ragazzo deve adoperarsi per alleviare le pene future della donna che lo ha allevato all'amore, oppure agire in nome e per conto della giustizia, e lasciare che essa si abbatta con durezza su una persona che si è macchiata di una colpa mostruosa? Michael non rivela la prova: le altre Kapò se la cavano con 4 anni di carcere, Hanna viene condannata all'ergastolo.
Gli anni passano. Michael, Ralph Fiennes, si è spostato e separato, ha una figlia, vive solo. Registra su delle cassette i romanzi che un tempo leggeva ad Hanna, le spedisce le cassette in carcere. Lei lentamente imparara a leggere e a scrivere. Scrive a Michael, l'unico suo contatto con il mondo esterno. Lui non risponde mai. Il ragazzo precoce è diventato un uomo triste, disilluso, sofferente.
Hanna ora è vecchia, Michael sempre solo. Dal carcere lo chiamano per avvisarlo che Hanna sta per uscire, che nessuno l'aspetta tranne, eventualmente, lui. Michael finalmente l'incontra, nella mensa della prigione. Non è la catarsi che forse lui (e noi) ci saremmo potuti aspettare. Per Hanna, che è una donna anziana ma conserva ancora qualche tratto dell'antica bellezza, "i morti sono morti", non c'è altro da dire.
Il giorno prima di uscire Hanna si uccide, in cella, lasciando in eredità a Michael una piccola somma, affinché la doni alla figlia dell'unica donna sopravvissuta al rogo della chiesa, a sua volta una ex-deportata.
Epilogo: Michael è negli Usa, va a trovare questa "erede". Vive in una bella casa a New York, sta invecchiando. Non si dimostra commossa, a sua volta rifiuta di dare a Michael la consolazione di una "catarsi".
"Spesso mi chiedono cosa ho imparato nel campo - dice - ma noi non eravamo là per imparare."
Il film si chiude con Michael che conduce la figlia sulla tomba di Hanna, e comincia a raccontarle la sua storia.
C'è molta materia, in questo film. C'è, nel comportamento di Michael, una pietà inflessibile, che non cede a compromessi con la morale, che non concede un facile perdono. C'è la fascinazione per la parola, il potere del libro, delle storie narrate, che però, contrariamente a quello che ci si potrebbe aspettare, non basta, tiene in vita, sì, ma non redime. E c'è la natura umana in tutta la sua durezza, la sua irriducibilità; gli anni passano, le pene si scontano, non necessariamente ciò significa trovare pace, non necessariamente si approda ad una nuova maturità, alla "saggezza". C'è la luce accecante dell'eros (qui fra persone di età diversa), la vita nella sua espressione più elementare, pura, magnifica,forse anche crudele (l'Hanna che chiede al "ragazzo" di leggerle dei libri prima di fare l'amore replica un comportamento che le era solito anche quando faceva la sorvegliante del lager, scegliere giovani ragazze ebree che le tenessero compagnia, assieme ad un libro, per la notte). E c'è l'altra faccia dell'eros, l'oscuro vissuto che l'amante si porta appresso, ciò che siamo destinati a non conoscere, di là dai sensi, di là dalla grande "O" dell'orgasmo.
Hanna e' un personaggio affascinante: un'amante generosa, anche se spesso ruvida, scostante, "selvatica", una donna adulta che non si accanisce sul ragazzo, lo lascia andare, pur dopo averlo sedotto e dopo essersi rivolta a lui, a volte, con molta durezza.
Ma e' anche e soprattutto una persona ottusa, che non comprende l'entità di cio' che ha fatto, che nel giustificarsi per il non avere aperto le porte della chiesa dove le prigioniere stavano bruciando vive si giustifica dicendo che "aveva delle responsabilita'". In altre parole la banalita' del Male della Harendt in una delle sue tante personificazioni. Hanna non prova vergogna per il suo passato nazista, ma prova vergogna per il suo analfabetismo, che non confessa mai, anche se cio' le costa una condanna durissima. Quali sono i percorsi della vergogna? Quanto questa emozione può essere inadeguata?
C'è infine naturalmente, nel film, il tema della "doppia colpa": individuale, dei singoli che il Male l'hanno commesso, in prima persona, e quella più generale di una nazione, un popolo, una cultura. Inutile dire che il film non lo risolve, né potrebbe farlo. Ci dice però alcune cose: che ci sono scelte che si possono o non si possono fare (Hanna non venne reclutata a forza, scelse volontariamente di lasciare il lavoro in fabbrica perché aveva sentito che "le SS reclutavano sorveglianti"). Ci dice inoltre che la giustizia dell'uomo spesso arriva tardi, non incide abbastanza a fondo, e
che non è un balsamo sufficiente per certe ferite. Come non lo è la cultura, non lo sono, in ultima analisi, nemmeno i libri (come ha detto Abraham Yehoshua recentemente; e sì, se bastasse la cultura, se bastassero i libri, la nazione di Goethe e di Mann non avrebbe partorito i campi di sterminio, quella di Manzoni e Foscolo non avrebbe usato l'iprite contro gli etiopi e non avrebbe varato le leggi razziali, e forse quella Yehoshua e Oz forse non annovererebbe fra gli episodi della sua breve, tragica storia Sabra e Chatila e l'operazione "Piombo fuso").
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This must be the place
Il film di Paolo Sorrentino a Cannes. La storia, stando a ciò che si legge sui giornali, è quella di una rockstar decotta (e fin qui niente di speciale) che si mette sulle tracce di un ex-ufficiale delle SS il quale avera torturato il padre ad Auschwitz, poi rifugiandosi negli USA dopo la guerra.
Sean Penn, palesemente ispirato a Robert Smith, mi sembra strepitoso. Del resto, lui è nell'Olimpo dei grandi.
Colonna sonora di David Byrne.
Dovremo attendere ottobre per vederlo nelle sale. Questo spezzone è comparso di fresco su youtube, speriamo ce lo lascino.
A prima vista, un film da vedere.
Questa invece la canzone "portante" (ma chi è Nino Bruno? Un musicista napoletano, leggo. Di certo suona come i migliori Cure).
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Red Shirley: terza età di una rockstar (e i 100 anni della cugina)
Il titolo più lungo per un post brevissimo, il trailer di questo film di cui non so molto, se non che Lou Reed, il "re del male", l'autore di "Heroin" e "Venus in furs", la rockstar che ha cantano le perversioni della metropoli più metropoli del mondo, che ha passeggiato sul lato selvaggio, intervista la cugina centenaria sulla sua esperienza di immigrata negli Usa, agli inizi del secolo. A me sembra qualcosa di davvero delicato e toccante. Mi riferisco alla cugina ma anche a Lou.
Rockstar invecchiano. Con grazia. Senza perdere la creatività.
Fonte: l'ottimo www.loureed.it
Nanni Moretti - Bianca
Nanni Moretti è uscito abbondantemente dal cliché del regista generazionale.
Ho rivisto "Bianca" ieri sera. Splendido. Sì, sul finale paga un pegno alla sua generazione, evidentemente (nel monologo delle scarpe, da cui si deraglia al Portogallo della Rivoluzione dei Garofani). Ma in fin dei conti, una scena come questa non andrebbe altrettanto bene oggi? C'è tutto: fa ridere, se vuoi ridere. E' un fotogramma lucido e persino spietato della solitudine, se vuoi fare sul serio (il protagonista del film, l'insegnante ipermoralista che uccide i coniugi che tradiscono e le coppie che "scoppiano" è fondamentalmente solo, solo come il De Niro di "Taxi Driver", no?).
Il film resta memorabile per la scena del barattolone di Nutella. Ma contiene tante altre cose. La nevrosi per le cose che cambiano, ad esempio. La presa in giro del nuovismo a tutti i costi. E poi, Moretti come sempre eccelle nel satireggiare su ciò che meglio conosce, i luoghi comuni della sinistra. Mi piacerebbe tanto, ma tanto che si scatenasse contro Ascanio Celestini, come accade qui!!!!
Come quando ti scateni
La canzone è "Modern love", di David Bowie, dall'album "Let's dance".
Il film in Italia uscì con il titolo "Rosso sangue".
Una sorta di noir lirico estetizzante, non ben sviluppato, a mio parere, che ruotava attorno ad un'idea niente male: un virus che colpisce tutte le persone che fanno l'amore senza amore (siamo negli anni '80, l'Aids è ancora una novità).
Don't believe in modern love, canta Bowie.
Come quando senti che devi uscire, che devi correre, che qualcosa ti tira da qualche parte, e ti trascina, nonostante le catene, nonostante il male che ti paralizza i muscoli, come quando vuoi attraversare le strade della città come un vento, come quando vuoi distruggere le insegne, come quando fai le capriole, come guando devi essere sfrenato, senza motivo, come quando vorresti lasciarti tutto alle spalle e infilarti nel cuore di una metropoli del sogno, vuota, pallida, opalescente, insonne e piena di mistero...
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Don't box me in
Omaggio a un piccolo-grande capolavoro di Coppola (padre), Rumble Fish (pesci combattenti), uscito in Italia con il titolo un po' pacchiano di Rusty il selvaggio. Con un cast sensazionale (Matt Dillon, Mikey Rourke, Dennis Hopper, Nicolas Cage, tutti ai loro esordi, e in un cammeo Tom Waits). Colonna sonora di Stan Ridgway dei Wall of Woodo e Steward Coppeland, uno dei più grandi batteristi della storia.
In apparenza è un film di bande, sul filone di West side story. In realtà è puro cinema e pura poesia.
Quando andai a vederlo per la prima volta, alla sua uscita, ero l'unico spettatore in sala!
La battuta (di Tom Waits, nella parte del barman "saggio", cito a memoria): "Quando sei giovane hai tempo, hai solo tempo. Sbatti via un paio di anni qua, un paio di anni là. Te ne freghi, tu. Già. Poi un giorno ti svegli e dici: oddio, e quanto mi resta? Solo trentacinque estati. Pensa un po'. Solo trentacinque estati."
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LA FINE DEI POTENTI
Qualcuno la chiama "'a livella"...
Sti ppagliacciate 'e ffanno sulo 'e vive:
nuje simmo serie...appartenimmo à morte!"
Totò
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Lo straniero
Ieri sera, nonostante fossi molto stanco, prima di dormire ho letto qualche pagina de "Lo straniero" di Albert Camus (1942). Ricordavo di avere visto anche il film di Visconti, tanti anni fa, assieme a mia madre, in televisione. Oggi sono andato su youtube e l'ho ritrovato, avevo completamente dimenticato che il protagonista fosse Mastroianni.
Faceva caldo, ieri; nell'addormentarmi mi sono sentito trasportare per un attimo nell'Algeria di Camus, mi sono sentito anch'io uno di quei corpi bruni stesi al sole (anche se il mio è il corpo bianco di uno che vive sulle Alpi, dopo uno degli inverni peggiori degli ultimi anni).
C'è una certa durezza, che traspare, dai romanzi di quel periodo. Ad esempio un atteggiamento molto "macho", molto brusco, a volte sprezzante, verso le donne. C'è nei personaggi di Camus e c'è ad esempio in certi personaggi di Pavese, anche se è noto che lo scrittore italiano avesse le sue difficoltà con l'altro sesso. Non so, penso che oggi, nonostante stupri e violenze domestiche, quell'atteggiamento possa sembrare un po' datato. Ho come l'impressione che oggi le donne siano viste semmai con un misto di curiosità, risentimento, desiderio e timore. Non come "delicate prede" (per usare un altro titolo letterario di uno scrittore dell'epoca, Paul Bowles). Come barbies postatomiche, semmai.
Ma forse è semplicemente l'esistenzialismo ad essere passato di moda, quel modo sofferto, virile e fatalista di stare al mondo, di affrontare l'assurdo del mondo, che ha probabilmente ispirato le paranoie, i "probblemi" della stagione successiva, quella del '68, e anche un certo romanticismo tutto virato al maschile.
Camus, com'è noto, supererà (filosoficamente) la posizione espressa in "Lo straniero" nel suo romanzo successivo, "La peste", anch'esso ambientato in Algeria.
I Cure all'inizio della loro carriera incisero una canzone, "Killing an arab", ispirata a "Lo straniero". Venne stupidamente accusata di essere una canzone razzista, e i Cure, altrettanto stupidamente, cambieranno in seguito il testo nelle esecuzioni dal vivo ("killing another" anziché "killing an arab"). Potenza del linguaggio "politicamente corretto".
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La banda Baader Meinhof
Ho visto "La banda Baader Meinhof" di Uli Edel (regista anche dell'indimenticato "Christiane F."), e mi è venuto spontaneo confrontarlo con l'altro film "importante" girato sul periodo del terrorismo in Germania, "Anni di piombo" della Von Trotta (1981). Il film della Von Trotta - che ultimamente ha dichiarato di essere stata forse troppo indulgente con la Raf, come molti della sua generazione - era il classico film sul terrorismo, simile ad altri dedicati ad esempio alle Brigate Rosse: crepuscolare, pensoso, triste. I terroristi venivano dipinti come persone fanatiche, forse, ma in qualche modo anche intimamente lacerate. Il film di Uli Edel mostra invece il lato western degli anni di piombo. Un po' come "Romanzo criminale" mostra il lato western della delinquenza organizzata. Non è tanto un film d'azione: è un film sull'azione, su ciò che i terroristi facevano (sparare, mettere bombe, addestrarsi nei campi palestinesi in Giordania, sacrificare i propri affetti, pontificare, gasarsi, correre in macchina, anche scopare), piuttosto che su ciò che i terroristi pensavano. Per certi versi fa un'operazione simile a quella proposta da "Trainspotting", che mostrava (anche) il lato divertente della tossicodipendenza. Credo sia un film realistico. In fondo, "non c'è rivoluzione senza investimento libidinale", per citare Philopat. E poi, come mi ricorda un amico, uno dei film preferiti dai terroristi, all'epoca, era "Il mucchio selvaggio" di Peckinpah.
Film, ecco. Uno come Baader - dipinto come il leader carismatico, arrogante e sfrontato dall'inizio alla fine - questo aveva, probabilmente, alle spalle. Questa era la sua cultura, assieme a un po' di Marx. Peccato che, come scrive Saviano, nei film quando la scena da girare è finita, gli attori si alzino, si puliscano dal sangue finto, vadano a pranzo. Nella vita vera no. Le vittime rimangono vittime. Chi muore muore, e a chi è rimasto mutilato non rispuntano gli arti, né le ali.
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La giusta distanza - ovvero, del pericolo di vivere molte vite

Ho visto ieri – in ritardo, come sempre – questo film di Mazzacurati, uscito nel 2007.
Il titolo riprende il consiglio che un vecchio giornalista dà ad un giovane che vuole iniziare la professione: devi tenerti alla giusta distanza dai fatti, non troppo lontano se no non riuscirai a capirli e a raccontarli, rimarrai indifferente, ma nemmeno troppo vicino, altrimenti, ne verrai travolto sul piano emotivo.
Ma l’aspirante cronista non ascolta: continua ad indagare sulla morte della giovane maestra, arrivata in un paesino del delta del Po per una supplenza, ed in procinto di partire per il Brasile con un progetto di cooperazione allo sviluppo. Un delitto del quale è stato accusato il meccanico del paese, un tunisino che nel frattempo si è suicidato in carcere, dopo avere a lungo professato la sua innocenza.
Ci sono un paio di cose notevoli in questo film secondo me quasi perfetto (a parte qualche scivolone felliniano: quanti danni ha fatto Fellini al nostro cinema!). Tralascio le disquisizioni tecniche – la ripresa aerea iniziale sul fiume, trasfigurato, anche grazie agli accordi blues dei Tin Hat, in una sorta di Mississipi italiano, è davvero notevole – perché in fondo, la tecnica non interessa a nessuno.
I contenuti, però. Intanto, questo microcosmo di provincia, al tempo stesso chiuso e popolatissimo di stranieri: tutti parlano dialetto (veneto), tutti vivono una tranquilla esistenza “periferica” (alimentata dal sonnolento quotidiano locale, che dà enorme spazio alla notizia di un grande pesce pescato nel fiume e confina in poche righe a piè di pagina la scoperta di una manifattura clandestina di cinesi). Ma il mondo in cui vivono queste figure - a volte invero un po’ macchiettistiche - non è più quello di Guareschi, e nemmeno di Malo, per intenderci; è in mondo globalizzato, dove il meccanico è tunisino, il signorotto locale ha trovato la moglie in un catalogo di bellezze dell’Est, le telefoniste ucraine o rumene dei call-center erotici fanno bisboccia nei fast food fianco a fianco con i giovani del paese che festeggiano l’addio al celibato…
Un mondo ormai post-razzista e forse persino post-leghista, per così dire, perché dopotutto gli stranieri servono, hanno trovato una loro collocazione, danno persino lavoro agli italiani. Eppure, quando esplode la tragedia, nessuno mette in dubbio che il tunisino (il principale indiziato, del resto, non un capro espiatorio à la “Cane di paglia”) sia il colpevole.
Soprattutto, svetta su tutti il personaggio della maestra. Una giovane donna, bella, single e senza fronzoli, i cui modi, di una disarmante, spensierata dolcezza, fanno girare la testa a molti (è lei in fondo la prima a non tenere “la giusta distanza”, quando parla con gli altri: si avvicina troppo, non rifugge il contatto fisico). Sono modi che, in certi contesti (più urbani?), risulterebbero perfettamente normali, ma che ingenerano fraintendimenti drammatici se calati in altre realtà. Come quella del meccanico tunisino, che dopo esserci finito a letto le propone subito di sposarlo, andando in contro all’inevitabile rifiuto e alla conseguente, cocente disillusione.
C’è una battuta che Mara-Valentina Ludovino pronuncia, ad un certo punto, nell’accomiatarsi dal suo amante: “Vorrei avere 13 vite”. Mi pare sia detto bene, e mi pare fotografi la situazione di tante persone oggigiorno. Vorrei avere 13 vite per dedicarne una al Brasile, una a formare una famiglia con quest’uomo solido, protettivo, temprato dalla vita, una per continuare ad andare in giro con la mia amica a divertirmi, una per diventare una scrittrice, una per diventare una genetista, una per fare tutta la vita la maestria nel nebbioso microcosmo padano ecc. ecc.
Nella stagione della modernità le possibilità sembrano infinite. L’identità non è una, è multipla. Possiamo essere tutto e il contrario di tutto. I media ci incoraggiano a farlo, ad essere tante vite, ad espandere a dismisura il nostro ego, a divorare mondi e mondi. E’ il bello di vivere adesso, in società aperte, multiculturali, interclassiste (almeno fino a un certo punto; fino a certe soglie, diciamo…). Ma il film sembra suggerire che queste possibilità possono quantomeno presentare delle zone d’ombra. Entrare e uscire dai mondi altrui espone a un rischio, ed è un rischio reale, che può costare una vita. Anche quando si è privi di colpe. Anche quando si va incontro alla vita con spontaneità e fiducia, come fa la protagonista di "In cerca di mr. Goodbar" (chi lo ricorda?) Come fa la maestra di Mazzacurati, che doveva partire per il Brasile e invece viene ammazzata, un po' per errore, dall’autista della corriera che collega il paese al resto del mondo, nella notte del suo addio al celibato.
L'emozione e la conoscenza

Sabato farò il giurato ad un festival cinematografico, per la precisione il festival di cinema religioso di Trento (collaborazioni attive o in start up con varie sedi sparse per il mondo da Ferrara a Gerusalemme, da Bolzano a San Paolo).
Conosco questa manifestazione dai suoi esordi, e mi ha fatto molto piacere essere stato coinvolto. Sono un agnostico come poteva esserlo Protagora, credo, che aveva ben presente i limiti dell'uomo quando si imbarca in discorsi che riguardano il non-umano, cioè gli dei. Sono un esemplare di non-credente che dialoga volentieri con chi invece credente è, indipendentemente dalla fede professata. Ho visto abbastanza missionari in giro per il mondo, abbastanza maomettani e monaci buddisti (compreso mr. Tenzin Gyatso qui sopra. E...sì, in effetti, sembro un po' Forrest Gump) da essere ormai vaccinato contro la tentazione di generalizzare qualsivoglia giudizio negativo possa aver formulato nei confronti di un papa, un vescovo, un mullah, una gerarchia eclesiastica. Almeno fino a quando potrò continuare la mia vita priva di fedi ma irresistibilmente attratta dal misticismo senza essere importunato da un talebano o un tribunale dell'Inquisizione. Comunque, ero alla presentazione dell'evento, ieri, e il presidente della nostra giuria ha detto bene una cosa che ho sempre saputo ma che non ho mai formulato in questi termini. "Il cinema non è solo emozione superficiale, quella che passa e non lascia il segno. Il cinema può far scaturire un'emozione che è anche conoscenza, che è anche comprensione".
Comprendere attraverso l'emozione. Sì, è quello che mi succede ascoltando la musica. Ascoltando ad esempio, come stamattina, un vetusto pezzo dei primi anni '80 come "Sunday bloody sunday". Posso aver letto dei libri su quella domenica di sangue del 1972 a Derry, Irlanda del Nord, quando i paracadustisti inglesi spararono contro i cattolici radunatisi per una manifestazione di protesta, uccidendone 13 (alcuni colpiti alle spalle, mentre scappavano). E certo, avere letto, avere studiato, mi avrà senz'altro aiutato a conoscere, a capire, a razionalizzare. Ma quando sento quella canzone, quegli accordi di chitarra che l'introducono, quella batteria che simula il tempo di una marcetta militare, è un altro tipo di conoscenza che passa per i miei centri nervosi, è un altro tipo di comprensione (e di commozione, e di sdegno) che mi infiamma la pelle. Una volta forse temevo questo genere di cose. Studente zelante, seguace di Max Weber e del metodo dell'avalutatività, pensavo che la conoscenza dovesse essere depurata non solo dai giudizi di valore ma anche dall'eccessiva emozione. Perché l'emozione scalda, confonde, impedisce di analizzare a mente fredda, di pesare le variabili, le concause, i fattori e le loro interazioni. A teatro, mi convinceva Brecht, soprattutto. Il distacco con cui lo spettatore deve guardare al contenuto dell'opera. Marx e la scienza contrapposti all'anarchismo e alla passione.
Oggi la penso un po' diversamente. Penso che si può conoscere anche col corpo. E col cuore. Che i brividi, il riso, le lacrime, non vanno espulsi con leggerezza dai percorsi cognitivi. Del resto, nei laboratori di A.I. si insegna l'umorismo ai computer. Noi non siamo computer; quindi abbiamo qualche vantaggio.
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