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This must be the place



Il film di Paolo Sorrentino a Cannes. La storia, stando a ciò che si legge sui giornali, è quella di una rockstar decotta (e fin qui niente di speciale) che si mette sulle tracce di un ex-ufficiale delle SS il quale avera torturato il padre ad Auschwitz, poi rifugiandosi negli USA dopo la guerra.
Sean Penn, palesemente ispirato a Robert Smith, mi sembra strepitoso. Del resto, lui è nell'Olimpo dei grandi.
Colonna sonora di David Byrne.
Dovremo attendere ottobre per vederlo nelle sale. Questo spezzone è comparso di fresco su youtube, speriamo ce lo lascino.
A prima vista, un film da vedere.

Questa invece la canzone "portante" (ma chi è Nino Bruno? Un musicista napoletano, leggo. Di certo suona come i migliori Cure).

Nanni Moretti - Bianca



Nanni Moretti è uscito abbondantemente dal cliché del regista generazionale.
Ho rivisto "Bianca" ieri sera. Splendido. Sì, sul finale paga un pegno alla sua generazione, evidentemente (nel monologo delle scarpe, da cui si deraglia al Portogallo della Rivoluzione dei Garofani). Ma in fin dei conti, una scena come questa non andrebbe altrettanto bene oggi? C'è tutto: fa ridere, se vuoi ridere. E' un fotogramma lucido e persino spietato della solitudine, se vuoi fare sul serio (il protagonista del film, l'insegnante ipermoralista che uccide i coniugi che tradiscono e le coppie che "scoppiano" è fondamentalmente solo, solo come il De Niro di "Taxi Driver", no?).
Il film resta memorabile per la scena del barattolone di Nutella. Ma contiene tante altre cose. La nevrosi per le cose che cambiano, ad esempio. La presa in giro del nuovismo a tutti i costi. E poi, Moretti come sempre eccelle nel satireggiare su ciò che meglio conosce, i luoghi comuni della sinistra. Mi piacerebbe tanto, ma tanto che si scatenasse contro Ascanio Celestini, come accade qui!!!!

LA FINE DEI POTENTI






Qualcuno la chiama "'a livella"...

Sti ppagliacciate 'e ffanno sulo 'e vive:
nuje simmo serie...appartenimmo à morte!"

Totò

Il leone del deserto


Ieri il grande pubblico italiano ha potuto vedere per la prima volta - su Sky - il film del 1979, distribuito in Europa nel 1981, "Il leone del deserto", che narra le vicende della resistenza libica al colonialismo italiano durante il fascismo. Il film, parzialmente finanziato da Gheddafi in persona, che ha per protagonista l'eroe libico Omar Al Mukhtar , interpretato da Anthony Quinn, è stato criticato (come sempre avviene per le pellicole di questo genere) per le sue inesattezze e qui e là per le sue manipolazioni storiche (che riguardano più questioni interne alla Libia che il comportamento tenuto dall'Italia in quel paese). A prescindere da questo, a me è sembrato un onesto film di guerra, in stile anni 60-70 (non è Apocalyspe Now, per intenderci, non parla certo un linguaggio innovativo, è "hoolywodiano", come scrive Leonardo in un post di qualche tempo fa). Non è nemmeno una cagata come ha sentenziato qualche critico snob, è semplicemente un film che tratta gli italiani così come in moltissimi film di guerra sono stati trattati i tedeschi, cioè male, come meritano, del resto, perché la "riconquista della Libia" ad opera soprattutto di Graziani fu macchiata da atrocità vergognose, come sanno tutti coloro che hanno letto i libri di Angelo del Boca. E comunque sia, di colonialismo si trattava: cioé di conquista di terre altrui, di rapina, di sopraffazione.
Ora, com'è noto il film, in Italia, venne immediatamente censurato, e non è mai stato oggetto di proiezioni in pubblico (ci provarono a Trento nel 1987, e ovviamente intervenne subito la Digos).
Ora, mi chiedo, chi è quel fariseo che ha deciso di censurare "Il leone del deserto"? C'è chi dice Andreotti (quello che ieri ha mostrato apprezzamento per il discorso pronunciato da Gheddafi), chi l'allora sottosegretario Costa. Di certo è stato qualche esponente della classe dirigente (perlopiù democristiana) dell'epoca, anche se non è chiaro a tutt'oggi l'iter seguito. Ecco, questa è l'Italia, se non si fosse ancora capito. Un paese che per quasi trent'anni ha sottoposto a censura un film che, ripeto, al di là delle cose mostrate, è sostanzialmente un film di guerra come tanti altri, certo emotivamente molto "forte" per i libici, ma anche assai meno cruento di certe pellicole americane sul Vietnam, per esempio. La motivazione è che che getterebbe discredito sulle nostre forze armate (quelle che in Africa usarono i gas asfissianti, quelle che rinchiusero le popolazioni "ribelli" in campi di concentramento-lager in mezzo a deserto, quelle delle esecuzioni sommarie...). E' come se in Inghilterra avessero vietato la proiezione del film "Ghandi" perché raccontava la repressione messa in atto all'epoca dagli inglesi in India (la famosa scena dello sciopero del sale, ad esempio...).
Come stupirsi non solo del dilagare del razzismo, ma anche della fondamentale doppiezza morale dell'italico popolo? Come stupirsi degli accordi presi fra il nostro governo e un dittatore che ha alimentato una buona parte dei conflitti scoppiati in Africa negli ultimi decenni, che ha finanziato banditi truculenti come Charles Taylor, che ha armato la mano del terrorismo internazionale? Come stupirsi dello spauracchio dei barconi dei clandestini continuamente agitato davanti al muso della buona e brava gente dell'operoso Nord est, che risponde votanto Lega a più non posso? Dietro a tutto c'è precisamente questa cultura, la cultura non-cultura degli "italiani brava gente", la cultura non-cultura "ma noi gli abbiamo fatto le strade e i ponti", la cultura non-cultura del fascismo strisciante e delle ipocrisie andreottiane. Ma poi, chissenefrega, l'importante è che nostre imprese facciano buoni affari e la Libia continui a rifornirci di petrolio e gas, no?

Non sono un pacifista ad oltranza, mi pare di averlo già scritto. Secondo me i militari in zone come l'Afghanistan o la Somalia ci vogliono (o ci vorrebbero), anche se bisogna vedere qual è il loro mandato. Non sono nemmeno un ammiratore di Gheddafi, penso si capisca. Ma non sopporto la ragion di Stato, non sopporto l'italico vezzo dei due pesi e delle quattordici misure. E soprattutto non sopporto la censura, perché è la morte dell'intelligenza.

Sloi, la fabbrica degli invisibili


Ieri sono stato alla prima proiezione pubblica del film "Sloi, la fabbrica degli invisibili", di Katia Bernardi e Luca Bergamaschi. Racconta la storia di questa fabbrica nata durante il fascismo, a ridosso della Seconda guerra mondiale, per la produzione di piombo tetraetile (un additivo della benzina super), gestita anche dopo la fine della guerra da un ex-fascista, amico di Starace, e chiusa finalmente nel 1978, dopo avere avvelenato centinaia - forse migliaia, non ci sono a tutt'oggi statistiche attendibili - di operai oltre al terreno sulla quale sorgeva, ancora da bonificare.
Un pezzo della storia industriale non solo del Trentino ma di tutto il nostro Paese, uno squarcio su un pezzo di realtà alpina lontana dalla retorica della natura incontaminata e degli Schuetzen, delle mucche al pascolo e dell'eccellenza delle "piccole patrie". Trento e Bolzano furono, per precisa scelta politica, insediamenti industriali importanti, collocati strategicamente lungo l'asse del Brennero e a ridosso del mondo tedesco (a Bolzano furono anche al servizio di un processo di italianizzazione forzata del territorio). Portarono lavoro in una regione dalla quale si emigrava, questo sì: ma a volte ad un prezzo altissimo.
Del resto, Stava ce lo ha già insegnato che le genti di montagna non hanno necessariamente degli speciali "sensori" per captare i rischi ambientali, per quanti sforzi facciano, per quante antenne drizzino; anche perché non vivono isolate dal contesto globale. E dopotutto, prima o poi si dovrà pur quantificare l'avvelenamento dei suoli ( e delle persone) generato dall'agricoltura intensiva...
Ma il film racconta anche la formazione e poi il lento disfacimento di una cultura operaia, il dissolversi della way of life fordista (fatta di spirito di corpo, di club e gite aziendali, insomma del paternalismo cone antidoto alla lotta di classe) sotto la spinta della crescente domanda di mercato, racconta l'assenza della politica (soprattutto democristiana, in questo caso) pur se messa di fronte all'evidenza di una realtà produttiva fortemente nociva, racconta la natura del profitto per ciò che è, puro istinto predatorio. Racconta anche gli aspetti oscuri ma non incomprensibili, il fatto che ci fosse consapevolezza del rischio, anche nei lavoratori, e di come quel rischio venisse monetizzato (pare comunque che il turn over fosse altissimo). Racconta infine le tragedie private delle famiglie, gli intossicati rinchiusi in manicomio, e questo in una terra di matrice cattolica, in una terra che fra le prime ha adottato il cooperativismo. Nella Trento del '68, della protesta studentesca.
Oggi i capannoni della Sloi danno asilo agli immigrati che arrivano in città e non sanno dove andare. Sono uno spettrale set cinematografico, temo non ancora un monito.

Questa la scheda del film.

SLOI, LA FABBRICA DEGLI INVISIBILI
di Katia Bernardi e Luca Bergamaschi


Sloi. La fabbrica degli invisibili è prodotto dal Gruppo culturale Uct in collaborazione con la Provincia Autonoma di Trento, la Fondazione Museo Storico del Trentino, la Fondazione Cassa di Risparmio di Trento e Rovereto, Format e Consiglio Regionale del Trentino Alto Adige e realizzato dalla Krmovie di Trento.
Il film documentario, intende ripercorrere le tappe della storia della fabbrica Sloi di Trento, dalla sua nascita negli anni del Fascismo fino alla sua drammatica chiusura, avvenuta nel 1978 in seguito all’esplosione di un incendio che avrebbe potuto contaminare l’intera città. La Sloi nasce come fabbrica di guerra nel 1940 per la produzione di piombo tetraetile, il liquido da miscelare come antidetonante alla benzina, necessario prima all’aviazione di tutto l’Asse di Ferro, poi negli anni del boom economico. La Sloi è una grande opportunità per una città che si sta trasformando da rurale a industriale: crea lavoro e benessere. Ma il piombo tetraetile è una sostanza altamente nociva, che provoca sintomi simili a quelli dell’alcolismo, i quali innescano un processo fatale che dalla follia conduce alla morte. La Sloi, con le sue migliaia di intossicati e decine di morti è stata il simbolo di un sistema economico che, ancora oggi, in infiniti luoghi del mondo, baratta la vita con il denaro.

Il documentario della durata di 52 minuti intende mettere in luce, attraverso le testimonianze dirette di alcuni degli ex operai della Sloi e di alcuni tra i protagonisti coinvolti nella storia della fabbrica, gli aspetti di una storia che non è dipinta di bianchi o di neri, ma di sfumature di grigio dove vita, sofferenza e morte si incrociano in un luogo unico e allo stesso tempo emblematico dell’eterno compromesso umano tra potere e accettazione.

Le riprese hanno avuto luogo all’interno dell’area dismessa della fabbrica e all’interno dell’ex ospedale psichiatrico di Pergine Valsugana.
Il documentario contiene anche una parte evocativa interpretata dall’attore Klaus Saccardo.
La troupe creativa e tecnica del documentario si è in parte creata grazie al workshop Raccontare l'avventura della scorsa edizione del TrentoFilmfestival.