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Lou Reed - Men Of Good Fortune






Riflessione sulle origini familiari, da parte di un personaggio nichilista che non riesce a prendere posizione (tipico dei personaggi di Lou Reed).

Gli uomini di buona famiglia spesso fanno cadere imperi
mentre gli uomini di umili origini
spesso non possono fare proprio niente
Il figlio ricco aspetta la morte di suo padre
il povero può solo bere e piangere
e a me, a me non frega proprio niente

Gli uomini di buona famiglia molto spesso non riescono a fare niente
mentre gli uomini dalle origini umili spesso possono fare di tutto
Cercano di comportarsi da uomini gestiscono le cose
al meglio delle loro possibilità
non hanno un papà ricco su cui contare
Gli uomini di buona famiglia spesso fanno cadere imperi
mentre gli uomini di umili origini
spesso non possono fare proprio niente
Ci vogliono soldi per fare soldi, dicono
guardate i Ford,
non hanno cominciato così?
in ogni modo, per me non fa alcuna differenza

Gli uomini di buona famiglia
spesso desiderano morire
mentre gli umili
vorrebbero ciò che hanno loro
e morirebbero per ottenerlo
Tutte quelle grandi cose che la vita ha da offrire
vogliono avere i soldi e vivere
a me, a me non frega proprio niente

Gli uomini di buona famiglia
uomini di umili origini
Gli uomini di buona famiglia
uomini di umili origini...




It's time to go...



Per un po', è meglio fare uno stop. Arriva la stagione più crudele dell'anno, come sapeva Eliot.
Sole e vento.

Lou Reed - 70 anni



Lou Reed compie oggi 70 anni, di cui una cinquantina dedicati alla musica e all'arte. Dal canto mio, 34 anni assieme alle sue canzoni, più o meno.
Nella sua opera, come ha detto recentemente, la grande epopea americana (quella stessa che gli scrittori americani dell'ultima generazione, come Franzen o De Lillo, raccontano nei loro libri). Soprattutto quella che prende corpo a partire dalla seconda metà degli anni '60 a New York (diffondendosi di riflesso nel resto del mondo): quindi la Factory di Andy Warhol e della pop art, l'irruzione delle droghe pesanti, i personaggi eccentrici, schizoidi, "disturbati", che popolano le strade della metropoli (compresi i transessuali di "Walk on the wild side", la sua canzone più celebre). Con qualche excursus - isolato - in altri lidi, a partire da Berlino (che all'epoca dell'incisione omonima non aveva ancora visitato) assurta a metafora della crisi di una coppia, menti divise, cuori divisi, come da un Muro...
Ma anche un vero e proprio diario pubblico, in cui l'artista racconta e si racconta, popolato da innumerevoli personaggi che vanno dal Delmore Schwarz che fu suo professore alla Siracuse University (il poeta e autore de "Nei sogni cominciano le responsabilità", morto dimenticato in un alberghetto della Bovery) ai vari Little Joe, Candy Darling ecc., senza dimenticare le sue mogli, Sylvia Reed, musa e "assistente" negli anni '80 delle disintossicazioni e del riposizionamento artistico, e l'attuale, amatissima, Laurie Anderson ("The adventurer"), con cui fa spesso spettacoli e reading in giro per il mondo.
Costituiscono una parziale eccezione proprio gli ultimi 2 lavori, entrambi ispirati alla letteratura: "The Raven" (che musica i racconti di Poe, ma lo fa anche per confrontarsi con il demone con cui Lou ha sempre combattuto, quello dell'autodistruzione) e l'ultimo "Lulu", inciso con i Metallica, ispirato ai due romanzi di Frank Wedekind "Lo spirito della terra " e "Il vaso di pandora" (ma il doppio cd si chiude con una canzone, di nuovo, molto personale e autobiografica, "Junior dad").

E' senz'altro un'opera al nero, quella di Lou Reed, anche se qui e là schizzata di humor e di momenti "leggeri" (in fondo, alla base di tutto, c'è la grande lezione del rock n roll). Un'opera densa di disperazione e di morte (pensiamo già solo a due dischi fondamentali del periodo "più recente", diciamo così, "Magic and Loss", che racconta la perdita, a breve distanza l'uno dall'altro, di due amici, e "Songs for Drella", scritto dopo la scomparsa di Andy Warhol). Anche in questo Lou è moderno, nel suo descrivere le nevrosi e le pulsioni mortifere della nostra civiltà, condite di dipendenze di vario genere, non solo l'eroina di cui ha cantato in una delle sue prime e più celebri composizioni, anche l'alcol di "The last shot", o la sessualità "malata", trasgressiva (e in fondo oggi così normale) di "Venus in furs" e "Kicks".
Ma Lou Reed ha anche scritto splendide canzoni d'amore, cosa che spesso viene dimenticata. Da "Perfect day" a "Coney island baby" a "Heavenly Arms" è stato non meno incisivo di Bob Dylan, ad esempio, anzi, rinunciando al simbolismo del cantautore del Minnesota ha acquistato qualcosa sul piano della poetica "pura" (quella che ha nel dato di realtà il suo punto di partenza), e senza cadere nel trabocchetto della misoginia (così tipica delle rockstar).
Nella grande epopea americana di Lou Reed i fatti del mondo (quello esterno al micro-macrocosmo delle strade di N.Y.) e la politica ci sono entrati invece di striscio: il Vietnam evocato in "Billy" (nella figura di un suo compagno di università, molto più bravo di lui, divenuto medico, partito per il sud est asiatico e tornato con il cervello a pezzi, tanto che "era come parlare ad una porta"), l'assassinio di Kennedy a Dallas ("The day John Kennedy died"), certi accenti polemici contenuti in "New York", fino alla sua recente comparsata a fianco di "Occupy Wall Street". Come per tanti artisti, la cronaca viene generalmente filtrata dal dato biografico, diventa vita vissuta in presa diretta, prima di trasmutare in arte.

Il segreto? Usare una musica apparentemente semplice (i famosi tre accordi, in realtà è stata spesso molto sofisticata, specie per gli standard odierni, per non parlare delle dissonanze velvettiane), una musica concepita originariamente per fare ballare i giovani, e buttarci dentro contenuti propri dell'arte matura, della letteratura, in particolare. Un'accoppiata riuscita a pochi altri come a lui, che gli venne in parte suggerita, come racconta in un'intervista, dallo stesso Schwarz, che avrebbe espresso irritazione per i testi delle canzoni che si sentivano alla radio nei primi anni '60. "Cosa succederebbe se unissi questa musica a dei testi diversi?", pare si sia chieso Lou. E così, nacquero "I'm waiting for my man", "Heroin" o "All tomorrow's parties".

Quando ho sentito per la prima volta una sua canzone. Andavo in terza media, con altri 3 compagni avevo messo in piedi una "società" per l'acquisto di dischi (si dividevano le spese, un Lp era costoso). Uno di essi, Sanna Quirico, istruito da un cugino più grande, mi fece sentire "Sweet jane". Non riuscivo a capire cosa avesse di speciale: la voce, certo, ma come definirla quella voce? Era una voce "fredda", una voce sprezzante, dura, una voce che si faceva beffe persino dell'intonazione; ma era anche una voce "calda", perchè sapeva trasmettere delle emozioni come nessun altro cantante avessi sentito prima. Il resto lo fece una raccolta (della RCA, quella con in copertina le foto di Lou con Rachel, il trans che all'epoca era la sua compagna) e un articolo di "Ciao 2001", che parlava della Factory di Warhol, dove i Velvet Underground avevano dato la loro scalata al successo (all'epoca molto limitato, i Velvet erano in anticipo di vent'anni, troppo lontana la loro poetica metropolitana dalle utopie hippies che andavano per la maggiore nei Sixties).
E il 1° dei Velvet, comprato in quarta ginnasio, mi ricordo ancora quel maggio, quell'aria dolce...tornare a casa con la Banana di Warhol, in bicicletta, metterlo sul piatto, cercare di familiarizzare con una musica così diversa, così "altra", rock, certo, ma distante anni luce dai canoni pop o metal di quegli anni, conturbante e disturbante, che non piaceva a nessuno dei miei amici abituati agli Eagles e ai Led Zeppelin, una musica che oggi finisce persino nelle pubblicità ("Sunday morning"...), per il facile ascolto di gente che nulla sa. Poteva cambiarti la vita, se eri predisposto. E a me l'ha cambiata, sicuro.

Da allora, è sempre stata una possente fonte di ispirazione. Non posso certo dire sia piena di gioia e di ottimismo; ma in essa mi ci sono rispecchiato, pur essendo la mia vita così lontana dalla sua. Per non dire dell'estetica, dell'amore per il nero, in piazza Maggiore mi avrebbero menato, quel giorno, per i "compagni" la camicia nera era un simbolo di fascismo, non capivano...

Happy birthday mr. Reed.
Non ho mai sentito il bisogno di stringerti la mano di persona. L'arte non ha bisogno di queste cose. L'arte è la vita, vissuta più consapevolmente.

Junior dad

Mi chiedevo come sarebbero stati i miei artisti preferiti "da vecchi". A 15 anni l'idea di vecchio è un po' vaga: qualcosa che ha a che fare con i tuoi genitori o i tuoi parenti, probabilmente, o con una generica idea di maturità, decoro, prestanza fisica ridotta. Il concetto applicato al rock, poi, sembrava un po' incongruo. Certo, Lou Reed aveva molti più anni di me, quando ho cominciato ad ascoltarlo, navigava verso i 40. Ma non era oltre quella soglia. Non ancora. Non lo era nessuno.
Dunque da un lato c'erano le band quasi nostre coetanee, come i Cure o i Simple Minds (che sembravano formate da persone giovani sì, ma più grandi di noi, non boy band, insomma).
Dall'altro c'era la musica dei giganti, quelli come Bowie, Lou, i Rolling Stones, che erano non anziani ma comunque già in giro da un bel po' di tempo. L'interrogativo sulla vecchiaia si poneva per loro: come sarebbero stati, da vecchi? Difficile immaginarlo. Un po' perché si aveva alle spalle una serie di morti illustri (Jim, Janis, Jimi ecc.), l'idea del grande artista rock era ancora, spesso, associata alla morte precoce. Un po' perché il rock, comunque sia, non poteva non accompagnarsi ad una certa capacità di muoversi, di fare scena. Valeva anche per Lou Reed, posto che l'uomo, quando aveva temporaneamente abbandonato la chitarra per stare sul palco come una vera rock star, accompagnando le sue canzoni con le movenze e la gestualità della rock star, era parso più una stranita bambola proto-punk strafatta di anfetamine che un danzerino provetto.
C'era però l'esempio del blues, ecco. I cantanti blues avevano suonato fino alla fine, fin quando erano proprio decrepiti. Ma il blues, pur essendo strettamente imparentato col rock, ci sembrava comunque un'altra cosa. Il blues lo si poteva suonare anche stando seduti. Ed infatti così avevano fatto i vari John Lee Hooker o B.B. King quando non erano più riusciti a stare in piedi con una chitarra a tracolla per le due ore canoniche di uno show. Ma si potevano immaginare un Lou Reed, un Mick Jagger seduti a cantare le loro canzoni? Mmmh...

Ora Lou Reed ha 70 anni. Suona ancora in piedi, ultimamente con i Metallica. Il cantato è spesso più simile a un recitato, anche nei brani più tirati. Corde vocali irrigidite.
Lou Reed suona e canta ad esempio "Junior dad", una canzone dell'ultimo, contestato album, "Lulu", ispirato ai libri di Frank Wedekind.
La canzone in effetti è l'unica che non c'entra niente con il resto della storia, non ha a che fare con il personaggio letterario. Chiude l'album, ma non parla della tragica, dissoluta (ma anche pura, nel suo essere pianta carnivora) femme fatale che sulla carta (e così sul disco) finisce scannata da Jack lo Squartatore.
Parla della vecchiaia. Lou Reed, è vecchio, e chi se lo sarebbe aspettato, con quella vita? Negli anni 70 sembrava uno dei più prossimi candidati al cimitero delle celebrità. E' vecchio e canta la vecchiaia. La vecchiaia di suo padre, apparentemente. Padre giovane, junior, un padre ragazzino a cui rivolge una domanda: "Verresti in mio soccorso se stessi per affogare?"
Il figlio ora vecchio parla al padre giovane, lo interroga, lo incalza. Lo prega.

Ma poi, più sotto, il padre giovane improvvisamente è invecchiato, anzi, è morto.

Sta guidando verso un'isola di anime perse.

E ancora, qualcosa che assomiglia al ricordo di un discorso pronunciato in un tempo lontano, un amaro discorso:

Ti insegnerò meschinità, paura e cecità, nessuna idea sociale redentrice. Oh, stato di grazia...


Potrebbe sembrare il rimprovero - un poco scontato - di un figlio al proprio genitore, per le sue mancanze, per l'educazione ricevuta, così lontana dai valori morali e civili che ci si attenderebbe vengano trasmessi da un padre a un figlio, anche se, pronunciato a 70 anni, sarebbe comunque tardivo , diverso dalla canonica ribellione adolescenziale che il rock ha raccontato tante volte. Ma quel ricordo, quelle parole, sono anche un'epifania. "Stato di grazia...". Nel ricordo le cose cambiano di segno, perdono i loro connotati negativi, vengono rimpiante nonostante tutto. Nel ricordo ritroviamo un pezzo della nostra identità, giustifichiamo e ordiniamo le scelte che abbiamo compiuto durante la nostra vita.

Non finisce così, non ancora.
C'è un verso criptico, dopo.

Singhiozzo: il sogno è finito
Fai il caffè: accendi la luce

Forse - ha suggerito qualcuno (www.loureed.it) - è il sogno del padre giovane fatto dal figlio ora anziano a svanire con le prime luci del mattino. Il figlio si alza, prepara il caffè, contempla con l'occhio della mente, ancora eccitata dal sogno, il fantasma, l'ombra del padre, di un padre bambino perché ritornato bambino con la vecchiaia. E questo lo abbiamo visto tutti, no? L'età fa ritornare bambini. Sempre meno responsabilità, sempre più persone che si prendono cura di te. E forse - il dubitativo è d'obbligo - il figlio si guarda allo specchio, vede il fantasma del padre ma vede anche se stesso, vede solchi dove un tempo la guancia era liscia. E' lui il padre, ora, è identico a suo padre vecchio e morente, già andato, in cenere, quel padre che gli era sembrato immortale e che gli ricorda la sua mortalità, il comune destino di ogni uomo.

Di’ ciao al papà giovane
La delusione più grande
L’età lo ha avvizzito e trasformato
in un padre "piccolo"
(Una barbarie psichica)

Lou Reed aveva già cantato della vecchiaia, ad esempio in "Change", dal penultimo "The Raven" (anch'esso ispirato dalla letteratura, da E. A. Poe). E anche in quell'occasione, lo aveva fatto con toni non lusinghieri (testicoli che avvizziscono, insomma. Lo spettro della morte).
Ma non aveva mai usato questa lama spietata. Nessuna consolazione. Qui non c'è un giovane cantante che dedica una sonata a suo nonno, non c'è Claudio Baglioni, nulla di sentimentale (anche se c'è pathos e sentimento). Un uomo vecchio che guarda in faccia il suo disfacimento riflesso nella figura di un junior dad invecchiato a tal punto da tornare un bambino. In fondo alla pista c'è solo

La delusione più grande

Finisce così? E' di nuovo, eternamente, il Lou Reed tragico, stoico, implacabile? Senz'altro sì.
Ma questa dopotutto è una canzone, non un racconto o una poesia. Bisogna ascoltare anche la musica.
"Junior dad" è una canzone strana, anche se negli anni 70, quando gli artisti erano più liberi e creativi, non sarebbe sembrata tanto più strana di un album come "Low", una facciata di canzoni rock e un'altra di brani quasi sepolcrali suonati col sintetizzatore. E' strana e presenta diverse chiavi di lettura, sul piano musicale non meno che su quello del testo.
La prima parte è la canzone vera e propria, già di per sé anomala per gli standard attuali, quasi 10 minuti. Ed è un pezzo rock elettrico, in cui i Metallica suonano non come ciò che sono, una band metal, ma come la band di Lou Reed. Un bel pezzo, indubbiamente. Un tempo medio, dall'incedere solenne, sostenuto dalla potenza degli accordi e dai colpi secchi della batteria.
Ma sul finale (solo sul disco, non nella versione live), l'elettricità condensata sfuma, la batteria batte il tempo un'ultima volta e in pochi secondi la tensione si allenta, sfocia in una piana "ambient", altri 8 minuti di musica stavolta senza una parola, solo un'algida vibrazione elettronica, un orizzonte scarno ed essenziale, zen. Il suo colore è il bianco. Il suo messaggio è distacco. Forse è questa la chiave di lettura finale che Lou Reed vuole dare al disco (probabilmente definitivo) della sua vecchiaia. Oltre la delusione per la visione di ciò che la vecchiaia realmente è, corruzione e morte, la considerazione del nulla, l'accettazione, la pace, shanti, come si chiude il Wasteland di T.S. Eliot.
Molla gli ormeggi, lascia andare tutto. Mettiti comodo. Attraversa il fuoco passandoti la lingua sulle labbra.
Cosa c'è ancora da vedere, o da non vedere?

E una canzone così di questi tempi vale come un libro, è pura letteratura.

"Junior dad" live con i Metallica.


Lou Reed nel pieno della carriera (1974).

Lou Reed plays Lulu


La copertina del nuovo lavoro di Lou Reed, con i Metallica, in uscita a fine ottobre. Ispirato alla Lulu di Frank Wedekind (rock e letteratura, come in "The Raven"!).

Lou Reed a Gardone - here come the bells

Si potrebbe parlare a lungo della location, l'anfiteatro del Vittoriale, la reggia di D'Annunzio, il Garda dietro, le nuvole una striscia che scorre sull'altra riva, mentre la luce si addensa, e poi, ad un certo punto, è andata, c'è solo il palco.

L'attacco dev'essere stato ostico ai più: un vecchio brano dei Velvet, quasi mai eseguito in concerto, che Lou sul disco (il IV, quello dello scioglimento), neanche cantava, lasciando l'onere a Doug Youle, Who loves the sun. Contrasto fra l'incedere scanzonato, i coretti, e il testo: "Chi ama il sole? Chi se ne importa se fa crescere le piante, chi se ne importa di quel che fa se tu mi hai spezzato il cuore. Chi ama il sole? Non tutti..."
Il concerto entra nel vivo con Senselessly cruel, altro titolo misconosciuto da Rock 'n' Roll heart, l'accordo con i promoter, due imprenditori italiani nel ramo dolciario, era che in questo tour proponesse canzoni e sonorità del periodo rock-jazz della seconda metà degli anni '70 (anche se Lou ha interpretato la clausola a modo suo, ovviamente). E qui la band inizia a girare. Lou direttore d'orchestra, suona meno la chitarra rispetto ad altre volte, in compenso lascia spazio ai musicisti, è da secoli che non suona con una band così numerosa, se si esclude il tour di Berlin, che faceva storia a sé, 8 elementi, è da secoli che non sento un sax a un concerto rock, lo strumento sembrava bandito, invece eccolo, a sciorinare il tema di All trough the night. Ma è con Ecstasy che il concerto decolla. Lou è caldo, concentrato, a 69 anni la voce ancora c'è, anche se, certo, è la sua voce, deve piacere, Lou non è Robert Plant o Freddie Mercury. Il violino tesse magie, il contrappunto è della chitarra "rumorista" di Lou, suonata spesso senza plettro, con i polpastrelli. "Ti chiamano Ecstasy, niente ti sta attaccato, né il velcro né lo scotch, neppure le mie braccia, nemmeno se le immergo nella colla."
Ma il vero regalo arriva più tardi, con un riff inconfondibile, di nuovo tratteggiato dal violino. Street Hassle, non era nella scaletta, uno dei brani più ambiziosi, costruito su un tema quasi classico (classico nell'accezione che questa parola può avere per descrivere ad esempio il minimalismo di un Satie), tre movimenti per tre storie esemplari, il tipico approccio amorale di Lou Reed, mutuato da autori come Hubert Selby J., racconto ciò che vedo, non ciò che penso, nessun giudizio. Primo tema: una donna rimorchia un prostituto per le strade di N.Y., e...sha -la-la-la-la, era lussurioso e bellissimo. E quando si preparò ad andare via, nessuno dei due si pentì di nulla. Secondo tema: dialogo fra due tossici, davanti al corpo di una che sembra essere morta di overdose. Decidendo cosa fare di quel corpo.
La musica cala. Lou comanda a bacchetta i musicisti, i pieni e i vuoti, gli assoli quando servono, ma adesso bisogna che le parole si sentano. "Sai, certe persone non hanno scelta, non riescono mai a trovare una voce con cui parlare. Così, accade che seguano la prima cosa che gli permette di continuare ad esistere. E questo si chiama: cattiva fortuna". E baaad luck è un lungo ringhio soffiato in faccia al pubblico - subito prima di attaccare il terzo movimento, il monologo di un innamorato (che potrebbe essere poi lo stesso gigolo' del primo movimento o il tossico del secondo) - con l'orgoglio di chi sa di avere corso dei rischi, per avere infranto dei tabù, per avere portato certe tematiche nella musica popolare, certe storie da strada, certi umori oscuri, come quelli che popolano il set semi-acustico dedicato ai primi Velvet Undeground, Venus in furs (il fantasma di Sacher-Masoch che aleggia sulle acque), Sunday morning, divenuta popolare con 30 anni di ritardo grazie a una pubblicità, ma attenzione, non è un piacevole risveglio, "sunday morning, and i'm falling...", Femme fatale (e qui il fantasma che si materializa è quello indimenticabile di Nico).
Più avanti arriva anche l'elettricità proto-punk di Waves of fear, con un solo di chitarra che non fa rimpiangere Robert Quine, Sweet jane, potente, sempre splendida, con una intro simile a quella di Rock 'n' Roll Animal, il blues di I want to boogie whit you. E forse è questo che vuole, Lou Reed, oggi, essere come uno dei grandi vecchi del blues, che hanno continuato a suonare e a portare sul palco dei giovani talenti fin che avevano fiato in corpo, anche quando erano costretti a suonare seduti (ma non lui, non ancora).
Nel bis, prima un altro brano del repertorio più pop e scanzonato, Charley's girl. Poi, il capolavoro della serata: The bells, dall'album omonimo, uno dei meno popolari, quasi invenduto negli Usa. Pensato per la tromba free-jazz di Don Cherry, sul palco del Vittoriale il pezzo ha un incedere maestoso e possente, mettendo a nudo, come in un'operazione chirurgica, tutte le sue potenzialità melodrammatiche. E' il violino, una volta di più, ad essere protagonista. Il violino e la voce di Lou, disperata, rauca, rabbiosa. Ed è come qualcosa che monta nota su nota, qualcosa che cresce, come un'onda, ed infatti nel brano che conteneva originariamente questo ritornello, Ocean, sono le onde, le onde che arrivano da laggiù, dove si sono formate, "e non fare il bagno stanotte, amore mio, il mare è impazzito, amore mio...", ma in The Bells le onde sono diventate le campane, ed è un attore a sentirle, "l'attore che torna a casa tardi, dopo che lo spettacolo è finito", ed è caduto in ginocchio in piena Broadway, dopo essersi librato nell'aria, e mentre stava lì, sull'orlo del precipizio, le lacrime che spingono dietro agli occhi, all'improvviso ha gridato: "Look! There are the bells! Here come the bells! Here come the bells!" E vorresti non finisse più, e più, e non c'è altro da dire se non il commiato finale, di nuovo una ballata triste del repertorio velvettiano, Tony - Thunder - Smith che batte il tempo col tamburello, "Sometimes i feel so happy, sometimes i feel so sad, sometimes i feel so happy, but mostly, you just make me mad... Linger on, you pale blue eyes, linger on, your pale blue eyes", perché forse è tutto così, e così, le cose o ti spremono il cuore o non sono.

"I love you", così raro, come saluto, in chiusura dei suoi concerti. Torna la percezione dell'arena, del posto dove siamo, tornano le luci e il chiacchiericcio del pubblico, torna la circolarità del tempo, tornano queste prospettive singolari, audaci e dall'oscuro significato.


Lou Reed a Gardone


Torna in Europa Lou Reed, per un tour che, a luglio, toccherà numerose città italiane.
A quasi 70 anni - è nato nel 1942 a Long Island, da una famiglia della piccola borghesia ebraica - il cantante non smette di stupire. E' di questi giorni la notizia di un nuovo progetto discografico nientemeno che con i Metallica, che è anche la colonna sonora del nuovo spettacolo di Bob Wilson, "Lulu", ispirato al romanzo "Il vaso di Pandora" di Frank Wedekind, che ci riconduce immediatamente all'Europa dei primi del '900, ad una celebre e sinistra incarnazione dell'archetipo della femme fatale. Nel frattempo, si appresta a suonare nuovamente dal vivo con una band di ben 8 elementi, che lo porterà, il 22 luglio, all'anfiteatro del Vittoriale, a Gardone riviera, in quella che fu la casa di D'Annunzio (dove già aveva suonato nel 2003). Un'occasione unica per vedere in azione quello che viene considerato unanimemente uno dei musicisti più influenti della storia del rock, cosa ampiamente dimostrata dalle collaborazioni a cui di frequente si presta, negli ultimi anni, con gruppi anagraficamente molto più giovani, dai Killers ai Gorillaz (senza dimenticare Antony, che ha contribuito non poco a lanciare). Non solo: in questo "The sweet tooth tour" Lou Reed, accogliendo la richiesta degli organizzatori, dovrebbe recuperare sonorità e atmosfere del periodo rock-jazz di fine anni '70, con brani che non esegue da anni dal vivo come The bells, Leave me alone (che ha suonato recentemente con Yoko Ono), Charley's Girl.
Lou Reed non smette di stupire, dicevamo. E mentre quest'anno fra i titoli dei temi per la maturità è comparso persino Andy Warhol, con la sua celebre, profetica frase "tutti in futuro portanno essere famosi per 15 minuti" (e il futuro è arrivato, è il Grande Fratello, è youtube) non si può non andare con la mente alla Factory di Warhol, appunto, la fucina della pop art dove i Velvet Undeground presero corpo, alla metà degli anni '60. A guidarli, il duo Lou Reed-John Cale: da un lato un rocker fuoriuscito dalla Syracuse university e dai corsi tenuti dallo scrittor e e poeta Delmore Schwarz, già sottoposto dalla famiglia ad una cura a base di elettroshock per curare le sue "stranezze" (all'epoca si usava così), affascinato da tutto ciò che, agli occhi della società dell'epoca, appariva come la quintessenza del male, droghe e deviazioni sessuali comprese; dall'altro un musicista gallese di estrazione classico/contemporanea, trapiantato negli Usa assieme alla sua viola elettrica per suonare con l'orchestra di La Monte Young. Andy Warhol comprese subito il potenziale artistico del gruppo al quale aveva prestato una parte del suo loft come sala-prove, molto al di sopra di quello di una qualunque rock band; attorno a canzoni come Heroin, Venus in furs (ispirata ovviamente al romanzo di Sacher-Masoch), All tomorrow's parties (cantata da Nico, l'algida cantante tedesca che già aveva recitato ne "La dolce vita" di Fellini), imbastì qualcosa di mai visto fino a quel momento su un palco, l' "Exploding plastic inevitable show", primo esempio di spettacolo totale dove la musica si mescolava ai giochi di luce, alle proiezioni, alle performance ideate dagli altri personaggi del "circo" della Factory, condite di fruste e cuoio. Troppo avanti, per l'epoca, troppo trasgressivo, troppo anomalo musicalmente, troppo lontano dall'ottimismo hippy che spirava dalla West Coast, dal "pace, amore, musica" di Woodstock. Dopo quattro album, i Velvet, senza clamore - e da tempo orfani sia di Cale che di Nico - si sciolsero. Anche la carriera di Lou Reed sembrava finita; ma ripartì invece alla grande, anzi, esplose, grazie all'inaspettata sponsorizzazione di David Bowie, che produsse, a Londra, in pieno periodo glam-rock, il secondo album solista del newyorkese, quel Transformer che contiene alcuni dei suoi hit più celebri, fra cui Walk on the wild side, omaggio notturno, di fascino struggente, ai personaggi della Factory, in particolare ai suoi travestiti. Da allora è stata una carriera di alti e bassi, ma con pochi, pochissimi momenti davvero inutili, e tante sorprese, dal concept Berlin, una storia di amore e morte nella città del Muro che non sfigurerebbe accanto ad opere letterarie di autori molto amati da Lou come Hubert Selby jr. o Edgar Allan Poe, allo sperimentalismo di Metal machine music, quattro facciate di feedback chitarristici che vennero ritirate dal mercato dalla Rca dopo poche settimane, talmente lontane erano da tutto ciò che si può etichettare come "commerciale" (gli acquirenti riportavano il disco nei negozi dicendo che era difettato). Passando naturalmente per l'elettricità proto-punk di Rock 'n' Roll animal e l'elegia di Songs for Drella, commosso ma non retorico omaggio post-mortem a, di nuovo, Andy Warhol.
A quasi 70 anni Lou Reed, sposato da tempo con un'altra grande artista, Laurie Anderson, è tutt'altro che defunto, nonostante le sue lunghe frequentazioni del "lato selvaggio" dell'esistenza. Vestito come sempre di nero, il volto devastato dalle rughe, la chitarra in braccio, continua a fare - come peraltro ha sempre fatto nel corso della sua carriera - ciò che più gli piace. Lontano dai trend e dalle classifiche ma ancora al centro della scena artistica, ancora vitale, ancora pronto a stupire, ora con la musica, ora con le sue altre passioni, come la fotografia e recentemente, il cinema (il documentario Red Shirley, nel quale racconta l'incredibile vita della cugina Shirley Novick, nata in Polonia, emigrata a New York negli anni ’30, scomparsa alle veneranda età di 102 anni).

Questa la formazione ufficiale del tour (ideato e organizzato, per la parte italiana, da due appassionati fan di Cremona, titolari di un'azienda dolciaria):
Lou Reed – Voce, chitarra
Sarth Calhoun – processing, fingerboard continuum
Kevin Hearn - Tastiere
Ulrich Kreiger – Sassofono
Tony Smith - Batteria
Rob Wasserman – Basso
a cui si sono aggiunti all'ultimo momento Toni Diodore alla chitarra e il chitarrista/violinista di origini armene Aram Bajakian.

Romeo had Jiuliette



"Between Thought and Expression Lies a Lifetime"

But not for us.

Vaclav Havel e Lou Reed



E visto che oggi a Trento è stata la giornata di Vaclav Havel, a cui è stato conferito il premio Degasperi (anche se non ha potuto ritirarlo di persona, e a farne le veci è venuta la moglie, l'attrice DAGMAR HAVLOVA), ecco qui un piccolo cammeo sui Velvet Underground a Praga dopo la caduta del regime socialista, quando Havel era diventato presidente.
Lou Reed era affascinato dal fatto che un letterato, un drammaturgo, insomma un artista, avesse assunto una così grande responsabilità politica. Con il senno di poi si può dire che aveva perfettamente ragione. Che differenza fra ciò che è successo in Cecoslovacchia e ciò che è successo nella ex-Yugoslavia: in Cecoslovacchia il paese si è diviso, per iniziativa della Slovacchia, pacificamente, Praga non si è nemmeno sognata di usare la forza per impedirlo, ha solo detto ai secessionisti di pensarci bene, in Yugoslavia guerre a catena e 100.000 morti, e a tutt'oggi una situazione di stallo drammatica quantomeno in Bosnia Erzegovina. Non dico sia stato tutto merito di Havel, ma certamente Havel ha contribuito.
Sì, gli scrittori possono governare. Gli artisti possono governare (e per favore, non parlatemi di Ronald Reagan adesso!!!).

Candy says



Questa Lou ha sempre fatto fatica a cantarla.

"Candy dice: odio le grandi decisioni
che provocano ripensamenti infiniti
nella mia mente..."

Perfect Day - Lou Reed al Vittoriale di Gardone

Lou Reed - FIB 2004 from Victor Tomi on Vimeo.


A Gardone, nella casa di d'Annunzio, il 22 luglio.

You're going to reap just what you sow
Raccoglierai ciò che hai seminato.

www.loureed.it
www.anfiteatrodelvittoriale.it/

"Nonostante ogni amputazione, potevi uscire e ballare su quella stazione di rock n roll, e andava tutto bene, andava benissimo..."
(Velvet Underground, "Rock n Roll").

Un grande artista. Non mancate.

Baby, pensaci su



Esegesi di una canzone (e pazienza se il video è inadeguato).
E' una canzone minore del repertorio di Lou Reed, incisa per un album che in pochi hanno apprezzato. Lontana dal "mito" che il cantante newyorkese ha costruito attorno al suo essere "maledetto", lontana dall'ambiente trasgressivo della Factory di Andy Warhol e dai suoi personaggi, quelli che popolano Walk on the wild side.
Per questo, secondo me, è uno di quei brani che rendono Lou Reed autore universale, capace in pochi accordi e pochi versi di parlare di cose che toccano tutti. Come uno scrittore. Come il Delmore Schwartz di cui fu allievo in gioventù alla Siracuse University.

Un dialogo. Nel cuore della notte. Vediamo le luci al neon, fuori dalla finestra. Forse l'asfalto bagnato. Forse un taxi solitario che rientra. Lui si sveglia, la guarda. Si suppone che è già del tempo che stanno assieme, che si conoscono, che scopano assieme ecc.
Ma è come se la vedesse per la prima volta. Cos'è che nota, cosa mette a fuoco, di là dal suo profumo, che ha ancora sulle labbra? La sua mente meravigliosa. E subito dopo, la sua grazia. Ma la sua mente meravigliosa è perfetto. Non vale più questo di diecimila dichiarazioni sulla parità fra i sessi? Lui osserva non visto "la sua mente meravigliosa".
E poi, un colpo di testa tipicamente maschile: la sveglia all'improvviso, per offrirle il suo cuore. Avrebbe potuto farlo diversamente, con l'anello e le altre stronzate, avrebbe potuto farlo in mille diverse occasioni ma è adesso che lo fa, perché è adesso che lo sente.
E poi, il Lou Reed rocker, duro, distaccato, timido? ha la meglio, e non c'è più spazio per parole di miele, non c'è spazio per le svenevolezze. Siamo nel cuore della notte e questa è una coppia adulta, urbana, navigata. Tutto ciò che può aggiungere è: "Pensaci su".

C'è uno stacco. Uno potrebbe pensare che la canzone è finita. Invece, riprende l'accordo, la melodia si sgrana di nuovo, semplice e perfetta, senza alcun orpello, tranne quelle poche note di pianoforte, abbozzate su un pianino come da uno studente del secondo anno di conservatorio, quasi ingenue. Perchè questa è una canzone "alla pari", perché dopo avere sentito il punto di vista di lui dobbiamo sentire quello di lei. E lei la prende alla larga, divaga, dice che da qualche parte (forse in quel letto, forse in quella precisa congiunzione astrale), ci dev'essere un posto dove tutto è perfetto, tutto è grazia (e non è terribilmente femminile, questa espressione? E non è forse la stessa che lui ha usato un attimo prima?).
Così, sì, abbiamo fatto della strada assieme, siamo una coppia, dormiamo assieme, il momento della passione che acceca e del cuore che batte più velocemente al primo bacio forse è passato, o comunque passerà, ma proprio per questo - saggiamente - dobbiamo stare attenti, perché se chiedi il cuore di una persona, devi essere abbastanza, ascoltami bene, tesoro, abbastanza in gamba da saperlo amare sul serio...
E così, specularmente, la soluzione è la stessa: pensaci su, visto che mi hai svegliata, visto che non potevi aspettare fino a domattina, cerca di dominarti e riflettici. Chiediti se veramente è questo ciò che vuoi. Pensaci bene su.

Anche questo è rock, consapevole del suo potere espressivo. Questo è il rock che va al di là delle scemenze commerciali di Mtv (ora che hanno tolto anche "Brand news"). Questo è il rock che non soffre di sensi di inferiorità nei confronti di Hemingway o di Franzen o della Lessing. Questa è la colonna sonora degli anni nostri, la batteria a portare il tempo, perchè senza batteria, comunque, non c'è gusto, anche se il pezzo è un lento. Questa è la colonna sonora della nostra vita.

Waking, he stared raptly at her face
on his lips, her smell, her taste
Black hair framing her perfect face
with her wonderful mind
and her incredible grace

And so, he woke, he woke her with a start
to offer her his heart
for once and for all, forever to keep
And the words, that she first heard him speak
were really very sweet
he was asking her to marry him, and to

Think it over
baby, think it over
Think it over
baby, why don’t you think it over

She said, somewhere, there’s a faraway place
where all is ordered and all is grace
No one there is ever disgraced
and everyone there is wise
and everyone has taste

And then she sighed, well la-dee-dah-dee-dah
you and I have come quite far
and we really must watch
what we say
Because when you ask for someone’s heart
you must know that you’re smart
smart enough to care for it, so I’m gonna

Think it over
baby, think it over
Think it over
Baby, I’m gonna think it over

Al risveglio guardò assorto il viso di lei
sulle labbra il suo profumo, il suo sapore
capelli neri che le incorniciavano il viso perfetto
quella sua mente meravigliosa
e quella sua incredibile grazia

E così la svegliò, la svegliò di colpo
per offrirle il suo cuore
una volta per tutte, per sempre
e le prime parole che lei udì da lui
erano davvero così dolci
le chiedeva di sposarlo, e di

Pensarci su
tesoro, pensaci su
pensaci su,
tesoro, perchè non ci pensi su?

Lei disse: da qualche parte c’è un posto lontano
dove tutto è ordinato e tutto è grazia
nessuno è mai nella disgrazia lì
e tutti sono saggi
e tutti hanno buon gusto

E poi sospirò, be’ la-dee-dah-dee-dah
io e te abbiamo fatto tanta strada
e dobbiamo davvero stare attenti
a ciò che diciamo
perché quando chiedi il cuore a qualcuno
devi sapere che sei bravo
bravo abbastanza da preoccupartene, quindi

Ci penserò su
tesoro penserò su
ci penserò su
tesoro ci penserò veramente su.

ps: poi Lou Reed ha divorziato, si è messo con Laurie Anderson...ma questa è un'altra storia.

Lady Day



When she walked on down the street
She was like a child staring at her feet
But when she passed the bar
and she heard the music play
She had to go in and sing
it had to be that way
She had to go in and sing
it had to be that way

And I said no, no, no
oh, Lady Day
And I said no, no, no
oh, Lady Day

After the applause had died down
And the people drifted away
She climbed down off the bar
and went out the door
To the hotel that she called home
It had greenish walls
a bathroom in the hall

And I said no, no, no
oh, Lady Day


Quando camminava per la strada
era come una bambina che si guarda i piedi
Ma quando passava davanti al bar
e sentiva suonare della musica
doveva entrare e cantare
doveva per forza essere così
doveva entrare e cantare
doveva per forza essere così

E io dicevo no, no, no
oh, Lady Day
e io dicevo no, no, no
oh, Lady Day

Dopo che gli applausi erano finiti
e la gente se n’era andata
Scendeva le scale del bar
e usciva
verso quell’albergo che lei chiamava casa
aveva muri verdastri
e il bagno nel corridoio

E dicevo no, no, no
oh, Lady Day

(from "Berlin")
Vedi anche: www.loureed.it

Buon compleanno, mr. Lou



Compie 68 anni Lou Reed, poeta e rock n roll animal.

Vorrei essere nato mille anni fa
vorrei avere navigato per mari oscuri
su un grande veliero
andando una terra all’altra,
vesto abito e cappello da marinaio!
Via dalla grande metropoli
dove un uomo non può essere libero
da tutti i demoni di questa città
e da se stesso e da quelli che lo circondano
e so solo di non sapere
so soltanto di non sapere...

Red Shirley: terza età di una rockstar (e i 100 anni della cugina)



Il titolo più lungo per un post brevissimo, il trailer di questo film di cui non so molto, se non che Lou Reed, il "re del male", l'autore di "Heroin" e "Venus in furs", la rockstar che ha cantano le perversioni della metropoli più metropoli del mondo, che ha passeggiato sul lato selvaggio, intervista la cugina centenaria sulla sua esperienza di immigrata negli Usa, agli inizi del secolo. A me sembra qualcosa di davvero delicato e toccante. Mi riferisco alla cugina ma anche a Lou.
Rockstar invecchiano. Con grazia. Senza perdere la creatività.

Fonte: l'ottimo www.loureed.it

A Berlino...va sempre bene

Il cielo sopra Berlino di Wim Wenders è forse il film più pretenzioso e falsamente poetico che ho visto in vita mia. Uscii dalla sala irritato, ero in quella stagione della vita in cui può ancora capitare di prendere un film tanto sul serio, nel bene e nel male. Una materia così buona (Berlino! Basti pensare al disco di Lou Reed), una fotografia così sofisticata, una colonna sonora così chic, e il risultato? Il sublime visto con gli occhi di un freakettone. Angeli, trapeziste e monologhi senza costrutto. Tutta estetica, insomma. Tutta forma.
Per chi aveva amato il Wenders scarno ed essenziale di Alice nelle città, o quello crudele di Nick's movie, un tradimento.

Berlino con il muro è stata una grande fonte di ispirazione. Dolore e separazione hanno sempre una forte influenza sugli artisti. Dopotutto, se non sei Goethe, chi te lo fa fare a scrivere o a suonare se stai bene?



Avevo visto il socialismo reale, ero stato in Ungheria e Romania, mi era bastato per cambiare idea. Però non ho gioito vedendo le immagini del Muro che cadeva. E questa è una colpa. Forse, mi stupiva più di tutto che nessuno l'avesse previsto, studiavo scienze politiche, perché Panebianco, Pombeni o qualcun altro di loro non ci aveva messi sulla pista giusta? Ciò dimostrava la scarsissima capacità predittiva delle scienze umane, ai miei occhi.

In questo giorni la tv dedica molto spazio a Berlino. Ieri ho visto la testimonianza di un filmaker, il quale diceva che non è vero che a Berlino est non ci fosse nulla, certo, erano tecnologicamente arretrati, mancavano un sacco di cose, ma si faceva con ciò che si aveva, ci si dava da fare. Anche questa è una grande verità, il comunismo era detestabile per la mancanza di libertà e per il suo kitsch, non per la povertà. La povertà può essere persino stimolante. Quando sento dire che oggi in nessun pitch serio si prende in considerazione un video con un budget inferiore a 150.000 euro mi viene da piangere.
La mia idea di creatività e sempre stata: della gente seduta in una stanza, senza mezzi, senza niente, ma con un casino di cose da dire e di voglia di fare. Un'idea austera e romantica, insomma.



Comunque, alla fine il Muro è caduto. Il Muro è caduto, Gorbaciov ha compiuto tutta la sua parabola, e gli anni '80 sono definitivamente evaporati. C'è chi li dipinge come gli anni fatui del riflusso e della musica di plastica. Che semplificazione. Gli anni '80 erano gli anni del Muro, dell'Europa ostaggio dei missili nuceari (SS20 da una parte, Pershing e Cruise dall'altra), di film come "The day after". Gli anni della tecnologia radioattiva, ingombrante, terrorizzante, centrali nucleari e rampe di lancio. Ancora l'ombra lunga di Hiroshima.
Dopo la caduta del Muro, tutto è cambiato. La tecnologia che ha dominato i vent'anni successivi è stata di tutt'altra specie. Internet, reti, files, computer. Tecnologia, soft, immateriale, fatta per comunicare.

Per un diverso punto di vista, su un'altra stagione di Berlino, invito a leggere di questo viaggio in autostop negli anni '60, dell'amico Guido De Mozzi.

Un figlio di puttana strafottente



I divi incarnano le passioni nascoste della gente, i desideri latenti, vivono vite per interposta persona. Al loro meglio, lo fanno con stile, eleganza, poesia.
Ho sempre amato Lou Reed per la sua musica e per i testi delle sue canzoni, fin da quando avevo 13 anni. Anche se la mia esistenza quotidiana aveva ben poco a che fare con la sua. E' stato il figliodiputtana strafottente che dimora da qualche parte dentro di me, e anche l'altro me stesso autodistruttivo, quello che si riconoscerebbe nella questione posta da E.A.Poe: "Perché facciamo quello che non dovremmo?". Quello che non ha assunto responsabilità nei confronti di niente e nessuno e non ha avuto figli.

Tuttavia così meravigliosamente poetico che a distanza di tanti anni tutti rendono omaggio alle sue canzoni. Come questa "Perfect day", incisa originariamente nel 1972, e divenuta un classico solo 20 anni dopo.



Solo un giorno perfetto
Bevendo sangria nel parco
E poi, più tardi
Quando fa buio, andiamo a casa

Solo un giorno perfetto
dare da mangiare agli animali allo zoo
E poi, più tardi
un film, e poi casa

Oh, è proprio un giorno perfetto
Sono contento di averlo passato con te
Oh, è talmente un giorno perfetto
Tu mi fai resistere e andare avanti
Tu mi fai resistere

Solo un giorno perfetto
Tutti i problemi lasciati da parte
Turisti per conto nostro
E' così divertente

Solo un giorno perfetto
Mi hai fatto dimenticare me stesso
Pensavo di essere qualcun altro,
qualcuno di valido

Oh, è talmente un giorno perfetto
Sono contento di averlo passato con te
Oh, è talmente un giorno perfetto
Tu mi fai resistere e andare avanti
Tu mi fai resistere

Raccoglierai ciò che hai seminato (x 2)

E poi, chi avrebbe il coraggio di cantare in tv con uno stuzzicadenti in bocca? Una canzone che inizia con questi versi qui? La maggior parte dei cantanti di oggi non saprebbe nemmeno pronunciarli.

Caught between the twisted stars
the plotted lines the faulty map
that brought Columbus to New York
Betwixt between the East and West
he calls on her wearing a leather vest
the earth squeals and shudders to a halt

(Preso tra gli astri confusi
le linee topografiche, la mappa approssimativa
che portarono Colombo fino a New York.
A metà strada tra l'est e l'ovest,
lui passa a prenderla indossando un gilet di pelle
la terra geme e si ferma in un brivido
...)



E' un anno che tengo questo blog, e non so perché lo faccio a parte il fatto che è divertente. I blog in fondo non sono migliori o più incisivi dei giornali e della tv. Solo un altro modo di passare il tempo. Parlerò dell'11 settembre, la prossima volta...

Hello, it's me



For Andy Warhol...and a little bit for my father (I wished I talked to you more
when you were alive...)


Andy, sono io, è un po’ che non ti vedo
mi sarebbe piaciuto parlare di più
quando eri vivo
credevo fossi sicuro di te
quando facevi il timido
ciao sono io

Mi manchi davvero
mi manca davvero la tua mente
non sento idee come le tue
da molto, molto tempo

Mi piaceva guardarti disegnare
e guardarti dipingere
ma l’ultima volta che ti ho visto
mi sono girato di spalle

Quando Billy Name era malato
e chiuso a chiave in camera
mi hai chiesto un po’ di speed
e io credevo fosse per te
mi spiace di avere dubitato
del tuo buon cuore
sembra sempre che le cose finiscano
prima di cominciare

Ciao sono io, quella si che è una stupenda mostra
la tappezzeria con le mucche
e i cuscini argento galleggianti
vorrei aver prestato più attenzione
quando ridevano di te
ciao sono io

"Colpito l’artista pop”
diceva il titolo
“è tutta una montatura, la sparatoria?
Warhol è morto davvero?”
si sconta meno galera se rubi un’auto
ricordo dì aver pensato mentre ascoltavo
un mio disco dentro a un bar

Ti odiavano davvero
ora è tutto diverso
ma io serbo del rancore
che non potrà sparire
mi hai colpito dove faceva più male
e io non ho riso
i tuoi diari non sono un epitaffio degno

Be’ adesso, Andy
credo sia giunto il momento di andare
spero che in un certo senso in qualche modo
questo piccolo show ti sia piaciuto
so che arriva in ritardo
ma è il solo modo che conosco

Ciao sono io

Buonanotte Andy
Addio Andy

Da Songs for Drella, 1991, Lou Reed & John Cale, in memoria del loro mentore e pigmalione Andy Warhol.
NON SI SENTONO IDEE COSI' DA MOLTO, MOLTO TEMPO...

Antony and the Johnsons - breve saggio



(BBC session, 2005)



(...a Julian Schnabel documentary, 2008)

Sentivo il cuore che mi batteva. Sentivo il battito del cuore di ognuno: sentivo il rumore umano che facevamo tutti, lì seduti, senza muoverci, nemmeno quando la stanza diventò tutta buia.

Raymond Carver, Di che cosa parliamo quando parliamo d'amore

In Berlin, by the wall



A Berlino, accanto al muro
eri alta un metro e settantacinque
era molto bello
lume di candela e Dubonnet con ghiaccio

Eravamo in un piccolo cafè
si sentivano le chitarre suonare
era molto bello
Oh, tesoro era il paradiso


Mi sono alzano come al solito sui tocchi delle campane. Mio padre era davanti alla tv. Mi indicò lo schermo. "Guarda", disse. C'erano i berlinesi che scavalcavano il Muro, che lo prendevano a picconate, che stappavano bottiglie di vino spumante. Venti anni fa.
Rimasi freddo, ostentai persino indifferenza. Questo dimostra quanto si possa essere stupidi, a volte. Credo fossi irritato per tre cose: perché la Storia non si era premurata di avvertirmi, prima; perché non l'avessero fatto almeno i miei professori alla facoltà di Scienze politiche (che scienza è una scienza che non riesce a prevedere almeno un evento come questo, con largo anticipo?); perché pensavo che il difficile sarebbe venuto dopo, e presto quegli entusiasmi si sarebbero smorzati.
C'è chi lo pensa anche oggi. C'è chi pensa anche adesso che fosse meglio col Muro in piedi. Andreotti, qualche anno prima della caduta, disse che il Muro doveva rimanere lì. Anche questo erano i democristiani. Lo spaventava la Germania unita. Francamente faccio fatica ad immaginare un popolo meno aggressivo dei tedeschi, ma sarà che non li ho visti in azione.
Il Muro è stato un potente simbolo, evaporato molto in fretta. Ispirò quello che viene considerato il disco più depressivo della storia del rock, "Berlin" di Lou Reed. Ispirò una canzone che ancora adesso viene usata nelle pubblicità, "Heroes", incisa nei celebri Hansa Studios. Bowie e Iggy Pop vissero lì, la new wave italiana cercò a Berlino le sue suggestioni, con Garbo, con Faust'o. Berlino era la nuova frontiera, già post-ideologica, già proiettata negli anni '80, nell'era di Gorbaciov, aperta da "The Wall" dei Pink Floyd, non a caso. Berlino era Christiane F., i ragazzi drogati dello Zoo (il film infatti è anche un grande omaggio alla musica del Bowie berlinese, decadente ed elettronico, a sua volta fortemente ispirato dai Kraftwerk, dalla nouvelle vague tedesca). Poi Berlino è stata quella di Wenders, estetizzante e neoromantica (anche se io i suoi angeli non li ho mai sopportati).