Lou Reed - 70 anni



Lou Reed compie oggi 70 anni, di cui una cinquantina dedicati alla musica e all'arte. Dal canto mio, 34 anni assieme alle sue canzoni, più o meno.
Nella sua opera, come ha detto recentemente, la grande epopea americana (quella stessa che gli scrittori americani dell'ultima generazione, come Franzen o De Lillo, raccontano nei loro libri). Soprattutto quella che prende corpo a partire dalla seconda metà degli anni '60 a New York (diffondendosi di riflesso nel resto del mondo): quindi la Factory di Andy Warhol e della pop art, l'irruzione delle droghe pesanti, i personaggi eccentrici, schizoidi, "disturbati", che popolano le strade della metropoli (compresi i transessuali di "Walk on the wild side", la sua canzone più celebre). Con qualche excursus - isolato - in altri lidi, a partire da Berlino (che all'epoca dell'incisione omonima non aveva ancora visitato) assurta a metafora della crisi di una coppia, menti divise, cuori divisi, come da un Muro...
Ma anche un vero e proprio diario pubblico, in cui l'artista racconta e si racconta, popolato da innumerevoli personaggi che vanno dal Delmore Schwarz che fu suo professore alla Siracuse University (il poeta e autore de "Nei sogni cominciano le responsabilità", morto dimenticato in un alberghetto della Bovery) ai vari Little Joe, Candy Darling ecc., senza dimenticare le sue mogli, Sylvia Reed, musa e "assistente" negli anni '80 delle disintossicazioni e del riposizionamento artistico, e l'attuale, amatissima, Laurie Anderson ("The adventurer"), con cui fa spesso spettacoli e reading in giro per il mondo.
Costituiscono una parziale eccezione proprio gli ultimi 2 lavori, entrambi ispirati alla letteratura: "The Raven" (che musica i racconti di Poe, ma lo fa anche per confrontarsi con il demone con cui Lou ha sempre combattuto, quello dell'autodistruzione) e l'ultimo "Lulu", inciso con i Metallica, ispirato ai due romanzi di Frank Wedekind "Lo spirito della terra " e "Il vaso di pandora" (ma il doppio cd si chiude con una canzone, di nuovo, molto personale e autobiografica, "Junior dad").

E' senz'altro un'opera al nero, quella di Lou Reed, anche se qui e là schizzata di humor e di momenti "leggeri" (in fondo, alla base di tutto, c'è la grande lezione del rock n roll). Un'opera densa di disperazione e di morte (pensiamo già solo a due dischi fondamentali del periodo "più recente", diciamo così, "Magic and Loss", che racconta la perdita, a breve distanza l'uno dall'altro, di due amici, e "Songs for Drella", scritto dopo la scomparsa di Andy Warhol). Anche in questo Lou è moderno, nel suo descrivere le nevrosi e le pulsioni mortifere della nostra civiltà, condite di dipendenze di vario genere, non solo l'eroina di cui ha cantato in una delle sue prime e più celebri composizioni, anche l'alcol di "The last shot", o la sessualità "malata", trasgressiva (e in fondo oggi così normale) di "Venus in furs" e "Kicks".
Ma Lou Reed ha anche scritto splendide canzoni d'amore, cosa che spesso viene dimenticata. Da "Perfect day" a "Coney island baby" a "Heavenly Arms" è stato non meno incisivo di Bob Dylan, ad esempio, anzi, rinunciando al simbolismo del cantautore del Minnesota ha acquistato qualcosa sul piano della poetica "pura" (quella che ha nel dato di realtà il suo punto di partenza), e senza cadere nel trabocchetto della misoginia (così tipica delle rockstar).
Nella grande epopea americana di Lou Reed i fatti del mondo (quello esterno al micro-macrocosmo delle strade di N.Y.) e la politica ci sono entrati invece di striscio: il Vietnam evocato in "Billy" (nella figura di un suo compagno di università, molto più bravo di lui, divenuto medico, partito per il sud est asiatico e tornato con il cervello a pezzi, tanto che "era come parlare ad una porta"), l'assassinio di Kennedy a Dallas ("The day John Kennedy died"), certi accenti polemici contenuti in "New York", fino alla sua recente comparsata a fianco di "Occupy Wall Street". Come per tanti artisti, la cronaca viene generalmente filtrata dal dato biografico, diventa vita vissuta in presa diretta, prima di trasmutare in arte.

Il segreto? Usare una musica apparentemente semplice (i famosi tre accordi, in realtà è stata spesso molto sofisticata, specie per gli standard odierni, per non parlare delle dissonanze velvettiane), una musica concepita originariamente per fare ballare i giovani, e buttarci dentro contenuti propri dell'arte matura, della letteratura, in particolare. Un'accoppiata riuscita a pochi altri come a lui, che gli venne in parte suggerita, come racconta in un'intervista, dallo stesso Schwarz, che avrebbe espresso irritazione per i testi delle canzoni che si sentivano alla radio nei primi anni '60. "Cosa succederebbe se unissi questa musica a dei testi diversi?", pare si sia chieso Lou. E così, nacquero "I'm waiting for my man", "Heroin" o "All tomorrow's parties".

Quando ho sentito per la prima volta una sua canzone. Andavo in terza media, con altri 3 compagni avevo messo in piedi una "società" per l'acquisto di dischi (si dividevano le spese, un Lp era costoso). Uno di essi, Sanna Quirico, istruito da un cugino più grande, mi fece sentire "Sweet jane". Non riuscivo a capire cosa avesse di speciale: la voce, certo, ma come definirla quella voce? Era una voce "fredda", una voce sprezzante, dura, una voce che si faceva beffe persino dell'intonazione; ma era anche una voce "calda", perchè sapeva trasmettere delle emozioni come nessun altro cantante avessi sentito prima. Il resto lo fece una raccolta (della RCA, quella con in copertina le foto di Lou con Rachel, il trans che all'epoca era la sua compagna) e un articolo di "Ciao 2001", che parlava della Factory di Warhol, dove i Velvet Underground avevano dato la loro scalata al successo (all'epoca molto limitato, i Velvet erano in anticipo di vent'anni, troppo lontana la loro poetica metropolitana dalle utopie hippies che andavano per la maggiore nei Sixties).
E il 1° dei Velvet, comprato in quarta ginnasio, mi ricordo ancora quel maggio, quell'aria dolce...tornare a casa con la Banana di Warhol, in bicicletta, metterlo sul piatto, cercare di familiarizzare con una musica così diversa, così "altra", rock, certo, ma distante anni luce dai canoni pop o metal di quegli anni, conturbante e disturbante, che non piaceva a nessuno dei miei amici abituati agli Eagles e ai Led Zeppelin, una musica che oggi finisce persino nelle pubblicità ("Sunday morning"...), per il facile ascolto di gente che nulla sa. Poteva cambiarti la vita, se eri predisposto. E a me l'ha cambiata, sicuro.

Da allora, è sempre stata una possente fonte di ispirazione. Non posso certo dire sia piena di gioia e di ottimismo; ma in essa mi ci sono rispecchiato, pur essendo la mia vita così lontana dalla sua. Per non dire dell'estetica, dell'amore per il nero, in piazza Maggiore mi avrebbero menato, quel giorno, per i "compagni" la camicia nera era un simbolo di fascismo, non capivano...

Happy birthday mr. Reed.
Non ho mai sentito il bisogno di stringerti la mano di persona. L'arte non ha bisogno di queste cose. L'arte è la vita, vissuta più consapevolmente.

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