Dieci anni fa "Il Grande Fratello" fu indubbiamente una novità. L'idea era intrigante, spiare delle persone - non gente dello spettacolo, persone anonime - che però sapevano di essere spiate. Filmarle 24 ore su 24. Non tanto per catturare la "verità" (quantunque ogni concorrente si affannase a spiegare che dopo un certo tempo passato sotto l'occhio delle telecamere ti dimenticavi della loro presenza); ma per mettere a nudo i cortocircuiti della popolarità mediatica, l'impazzimento delle persone quando possono soddisfare il loro lato narcisistico. Essere spiato; in diretta; dalla televisione. Si può immaginare un'esperienza più potente di questa, oggi? Sembrava la volgarizzazione di un'idea di Andy Warhol, che, come noto, accendeva la telecamera e chiedeva semplicemente ai suoi attori, alle sue superstar (tutta gente presa dalla strada), di fare qualcosa. Qualunque cosa. Cosa faresti se sapessi che tutta l'Italia ti sta guardando? Come ti comporteresti? Quale lato di te vorresti mettere in mostra? Quale sarebbe il personaggio che sceglieresti di impersonare, pur fingendo di essere sincero? Naturalmente le cose non stavano proprio così. Non tutto era permesso nella casa del Grande Fratello. Un copione, dopotutto, esisteva. Via via la trasmissione si riempì di prove, di cazzate. Tutto questo fatalmente la rese sempre meno interessante, un passatempo per coatti. Non si poteva leggere, non si poteva parlare di ciò che accadeva fuori (politica, cultura ecc.), la situazione era falsata in partenza. E poi, la scelta dei protagonisti. Cosa sarebbe successo se nella casa ci fossero stati dei professori universitari, o delle casalinghe di Voghera, anziché dei ragazzi decerebrati? Ciononostante, la prima edizione del Grande Fratello fu uno spettacolo, uno degli ultimi offerti dalla nostra tv. E Taricone ne fu l'indiscusso mattatore, quello che, come si dice "bucava lo schermo". Quello che il sistema mediatico un po' sembrava volerlo decodificare, demistificare. Oppure solo, quello che non voleva essere fregato, che puntava a resistere, a farcela sulla lunga distanza, e come tutte le persone consce di non essere dotate di straordinari talenti naturali, studiava. Onore al Guerriero, dunque, come scrive Saviano sul suo FB.
Agosto sta scivolando via. Oggi l'unico articolo interessante sul "Corriere" parlava di come agosto sia l'unico mese in cui il tempo sembra rallentare, nel resto dell'anno per tutti il principale problema è la mancanza di tempo, il tempo congestionato, la "time poverty", insomma la corsa dei topi. Riferiva inoltre i risultati di una ricerca secondo la quale le responsabilità principali non sono del lavoro o del tempo dedicato alla famiglia e alle cure personali ma delle scelte individuali, delle singole persone. In pratica, FACCIAMO MOLTO PIU' DEL NECESSARIO. Accontentandoci di qualcosa di meno, di un reddito solo discreto, di esiti lavorativi magari non strepitosi ma accettabili, di un aspetto fisico andante, il tempo libero da impegni aumenterebbe drasticamente (dal 25 al 40%). Detto così sembra semplicistico. Tuttavia a me pare evidente che esistano lavori che moltiplicano in maniera parossistica impegni e attività, la politica, ad esempio, che non si ferma mai, continuamente incalzata dai media, specializzati nel generare polemica e frustrazione. E mi pare evidente che una grossa responsabilità stia nell'innovazione tecnologica, che ti spinge ad acquistare continuamente nuovi beni, ad imparare ad usarli, ad aggiornati, a cambiare modello, a provare quello più figo, insomma, tutte queste menate. Si potrebbe governare per 3 ore al giorno anziché per 24 ore su 24? Si potrebbe ristrutturare casa meno spesso, non cambiare il pc per i prossimi 10 anni, farsi la barba una volta alla settimana, comprare il giornale ogni 3 giorni? Si potrebbe andare a scuola alle 9? Viaggiare ai 30 all'ora? Non viaggiare in aereo senza sentirsi defraudati di qualcosa? Una famiglia reggerebbe al fatto di rinunciare a non vedersi per tutto l'arco della giornata per almeno 5 giorni su sette?
L'articolo diceva infine che a passarsela meglio sono le coppie senza figli. I figli assorbono una quantità enorme di tempo (vero, anche se non l'assimilerei a quello trascorso in un altoforno) e paradossalmente costringono a lavorare di più (a volte per pagare qualcuno che badi a loro).
Era Bernard Shaw, se ricordo bene, che si chiedeva: se l'uomo fosse liberato dalla schiavitù del lavoro (Marx!), se avesse all'improvviso molto tempo libero, come l'impiegherebbe? Per leggere, studiare, elevare il proprio spirito? Per scoprire portentosi rimedi contro le malattie? Per accudire i propri simili? L'evidenza empirica, a suo giudizio, dimostra che, no, la scelta cadrebbe su alcool e prostituzione.
Andy Warhol: "Cos'è la vita? Ti ammali e muori. Tutto qui. Per il resto, devi solo tenerti occupato". Per l'inventore della pop art il problema era il contrario, non il poco tempo ma come impiegare il tempo. L'uomo ha orrore del vuoto. Anche la politica ha orrore del vuoto, in ogni senso. I vuoti di potere devono essere immediatamente riempiti. Gli anarchici si sbagliavano di grosso presupponendo che gli uomini non vogliano essere comandati. "E a volte il vuoto lo riempiono i peggiori", commentava un diplomatico italiano pensando alla Somalia, al caos subentrato alla caduta di Siad Barre, ai signori della guerra. La lezione? Devi stare attento anche a liquidare un tiranno. Può darsi che poi vada peggio (come sanno bene gli iraniani)
Ma ad agosto a volte hai sul serio l'impressione che le cose rallentino. Il sole frusta la città e la sera le cose si distendono, tirano il fiato, l'acqua nel greto del fiume non scende più tumultuosa dalle montagne, pesante di fango, ma si disperde in tanti ruscelli fra le pietre. Mangi lentamente un panino in un fast food. C'è una cantante nell'anfiteatro di cemento che intona un blues, ha forme rotonde, si accarezza un fianco. A casa ci si libera dei vestiti, il corpo è sempre umido, come una macchina ben oliata, si passa e ripassa in mutande davanti alla finestra immaginando di essere spiati. Ad agosto puoi usare la macchina in città, col gomito che sporge dal finestrino anche se potresti accendere l'aria condizionata. Niente fila a supermercato. Non devi cercare l'esotismo nei paesi lontani, ce l'hai per le strade, tutti i popoli della terra nel tuo quartiere, ogni genere di cultura, di vesti fruscianti, di decorazioni corporee, tatuaggi, hennè.
Settembre arriverà, c'è tempo per quella luce obliqua, per la canzone di Kurt Weil, c'è ancora tempo prima dei ripensamenti infiniti che arrivano con le foglie morte. Al momento c'è polvere e vento rovente all'improvviso che scuote le chiome e diffonde, c'e un torpore attivo, un motore immobile, una motocicletta che si allontana, cambiando marcia per affrontare la salita, c'è piscine, panchine, altalene che vanno da sole, c'è un parcheggio che cola, una scritta tracciata col dito, una coppia che si ama su un tetto, una birra o un vino bianco ghiacciato alle 11 quando fa più effetto, un serial killer acquattato dietro al cespuglio, un tuffo dal trampolino, che dura tantissimo.
Ho iniziato questa giornata con i Dead Wheater, bello elettrico. Ma si conclude con un brano sentito in tv, a corredo di un servizio del tg. Di un gruppo che non mi piace nemmeno così tanto. Coldplay. Well done.
For Andy Warhol...and a little bit for my father (I wished I talked to you more when you were alive...)
Andy, sono io, è un po’ che non ti vedo mi sarebbe piaciuto parlare di più quando eri vivo credevo fossi sicuro di te quando facevi il timido ciao sono io
Mi manchi davvero mi manca davvero la tua mente non sento idee come le tue da molto, molto tempo Mi piaceva guardarti disegnare e guardarti dipingere ma l’ultima volta che ti ho visto mi sono girato di spalle
Quando Billy Name era malato e chiuso a chiave in camera mi hai chiesto un po’ di speed e io credevo fosse per te mi spiace di avere dubitato del tuo buon cuore sembra sempre che le cose finiscano prima di cominciare
Ciao sono io, quella si che è una stupenda mostra la tappezzeria con le mucche e i cuscini argento galleggianti vorrei aver prestato più attenzione quando ridevano di te ciao sono io
"Colpito l’artista pop” diceva il titolo “è tutta una montatura, la sparatoria? Warhol è morto davvero?” si sconta meno galera se rubi un’auto ricordo dì aver pensato mentre ascoltavo un mio disco dentro a un bar
Ti odiavano davvero ora è tutto diverso ma io serbo del rancore che non potrà sparire mi hai colpito dove faceva più male e io non ho riso i tuoi diari non sono un epitaffio degno
Be’ adesso, Andy credo sia giunto il momento di andare spero che in un certo senso in qualche modo questo piccolo show ti sia piaciuto so che arriva in ritardo ma è il solo modo che conosco Ciao sono io
Buonanotte Andy Addio Andy
Da Songs for Drella, 1991, Lou Reed & John Cale, in memoria del loro mentore e pigmalione Andy Warhol. NON SI SENTONO IDEE COSI' DA MOLTO, MOLTO TEMPO...
Domani toglieranno la rana di Kippenberg dal Museion di Bolzano. Tornerà a casa, dal collezionista privato che l'aveva momentaneamente prestata al museo. Il suo valore nel frattempo si è moltiplicato.
L'arte contemporanea a volte è irritante, altre volte irrilevante. Serve a aggregare la gente, a vendere birra e musica, a rimorchiare. Spesso gli artisti cercano la provocazione, perché si parli di loro. La provocazione ci può stare, ovviamente, ma poi devo trovare anche dell'altro. Nella Factory di Andy Warhol c'erano i Velvet Underground, e loro da soli sarebbero bastati a giustificare la Factory.
Ma la rana non ha niente a che vedere con questo. Quando la guardo io non penso a un cristo-rana, non penso a uno sberleffo alla religione. Penso a quello che l'artista voleva raffigurare, cioè se stesso. In croce io vedo l'uomo, anzi, gli uomini, quei tanti uomini persi che traboccano dai bar, dalle sale corse, da dispensari medici. Avvinazzati, alcolizzati, con il boccale e l'ovetto-il-micropasto-dell'alcolista-in-piedi al-bancone-del-bar in mano. Penso ai personaggi di Bukowski. La rana è l'uomo, è l'uomo che sta su quella croce, non un dio e nemmeno un uomo-dio. Solo l'uomo, è un uomo, col fiato che puzza di birra, gli occhi strabuzzati, che si contorce, si stira, gli scappa da pisciare, prova a saltare e nemmeno quello riesce a far bene, nemmeno il salto della rana perché le sue mani sono inchiodate al legno della croce (come quelle dello studente su un banco di scuola in un'opera di Cattelan, guarda caso, e viene da chiedersi: chi ha copiato chi?). Quello che mi disturba di più della chiesa e dei politici ipocriti che sguazzano in queste cose, è che si fermino all'interpretazione più scontata. Il che è indice della loro scarsità di immaginazione.