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Arte e apartheid


L'apartheid in Sud Africa è finito, com'è noto, non con un bagno di sangue (come profetizzavano certi "corvi neri"), ma con la Commissione Verità e riconciliazione, tentativo unico di metabolizzare una grande lacerazione storica attraverso un esame di coscienza collettivo.
Tuttavia il mondo forse non ha riflettuto abbastanza sullo "scandalo" dell'apartheid, tanto più che questo sistema di governo prese corpo alla fine degli anni '40, ovvero subito dopo la sconfitta del nazifascismo, che si basava in primo luogo su un'ideologia razzista.
Per questo segnalo volentieri questa mostra del Mart di Rovereto, di un artista sudafricano, Kendell Geers.

Dal 31 ottobre 2009 al 17 gennaio 2010 il Museo di Arte Moderna e Contemporanea di Trento e Rovereto presenta la mostra “Irrespektiv” dell’artista Kendell Geers, nato in Sud Africa e da sempre impegnato in una riflessione profonda e personale sul tema della segregazione razziale.
A cura di Jérôme Sans, “Irrespektiv” è una coproduzione europea, che associa musei e istituzioni artistiche del Belgio, dell’Inghilterra, della Francia e dell’Italia. Il titolo, una parodia del termine “retrospettiva”, esprime immediatamente il tono della mostra e la pone all’insegna dell’impegno politico e della provocazione. Geers è stato attivo in prima linea nella denuncia delle follie dell’apartheid, ed è giunto a modificare la propria data nascita, per farla coincidere con il maggio 1968. Un rimando al maggio francese che dà il senso della consacrazione all’impegno politico e sociale dell’artista.

Con i suoi lavori, Kendell Geers esplora i limiti e i confini geografici, linguistici, politici, sociali, sessuali e psicologici dell’uomo. L’artista rivendica, infatti, la necessità di prendere posizione rispetto al mondo in cui viviamo. Da questo atteggiamento critico – che evita però ogni visione manichea della realtà – nasce un’arte impegnata, che coinvolge totalmente l’artista a livello personale, e trascina il pubblico all’interno dell’opera, rendendolo a tutti gli effetti un elemento della creazione artistica. Le stesse reazioni ed emozioni del visitatore, spaesamento, attrazione o rifiuto, sono parte costitutiva delle opere di Kendell Geers.
Al Mart, il visitatore potrà sperimentare tutto ciò su di sé a partire dall’opera che introdurrà la mostra. L’installazione “POSTPUNKPAGANPOP” (2008), un inedito assoluto per l’Italia, consiste in un labirinto circondato di uno speciale filo spinato, inventato dalle forze di polizia sudafricane con lo scopo di infliggere più danni di un comune filo spinato.

Non è consentito limitarsi ad “ammirare” l’opera, ma è necessario interagire con l’opera: il visitatore deve scegliere da che parte andare. Il “labirinto” ha due diverse uscite: una porta al resto della mostra, l’altra conduce fuori, verso il contesto rassicurante della collezione permanente del Mart. In questa come in altre installazioni, l’inferno dell’Apartheid in Sud Africa affiora in modo ossessivo, ma Kendell Geers non si propone di raccontare né spiegare, quanto piuttosto di coinvolgere e di far rivivere al visitatore la propria condizione esistenziale. La critica di Geers al sistema dell’Apartheid è implacabile proprio perché è espressa da chi l’ha vissuta in prima persona: l’artista riversa sul suo lavoro e le sue opere tutta la paranoia, l’ambiguità, la violenza e l’ipocrisia proprie della piccola borghesia bianca sudafricana di quell’epoca. Allo stesso tempo, oltre alla provocazione, è presente in queste opere anche un importante elemento di ironia e distacco, perché l’artista non mira a imporre le proprie opinioni personali, ma invita l’osservatore a riflettere sulle proprie scelte.

Dopo essere stata presentata in Belgio (Kendell Geers vive e lavora a Bruxelles) con due progetti complementari allo SMAK di Gand e al BPS 22 di Charleroi, in Inghilterra al BALTIC Centre for Contemporary Art di Newcastle e al Musée d'art contemporain di Lione, la mostra si conclude in Italia, al Mart, Museo di Arte Moderna e Contemporanea di Trento. In ognuna delle sedi l’artista ha ripensato il progetto, rendendo ogni esposizione diversa e originale rispetto alle altre.

Il catalogo, edito da Bom Publisher di Barcellona, presenta gli interventi di Warren Siebrits, Jérôme Sans, Paulo Herkenhoff, Christine Macel, Rudi Laermans e Liveven de Cauter.

La rana era un uomo


Domani toglieranno la rana di Kippenberg dal Museion di Bolzano. Tornerà a casa, dal collezionista privato che l'aveva momentaneamente prestata al museo. Il suo valore nel frattempo si è moltiplicato.


L'arte contemporanea a volte è irritante, altre volte irrilevante. Serve a aggregare la gente, a vendere birra e musica, a rimorchiare. Spesso gli artisti cercano la provocazione, perché si parli di loro. La provocazione ci può stare, ovviamente, ma poi devo trovare anche dell'altro. Nella Factory di Andy Warhol c'erano i Velvet Underground, e loro da soli sarebbero bastati a giustificare la Factory.

Ma la rana non ha niente a che vedere con questo. Quando la guardo io non penso a un cristo-rana, non penso a uno sberleffo alla religione. Penso a quello che l'artista voleva raffigurare, cioè se stesso. In croce io vedo l'uomo, anzi, gli uomini, quei tanti uomini persi che traboccano dai bar, dalle sale corse, da dispensari medici. Avvinazzati, alcolizzati, con il boccale e l'ovetto-il-micropasto-dell'alcolista-in-piedi al-bancone-del-bar in mano. Penso ai personaggi di Bukowski.
La rana è l'uomo, è l'uomo che sta su quella croce, non un dio e nemmeno un uomo-dio. Solo l'uomo, è un uomo, col fiato che puzza di birra, gli occhi strabuzzati, che si contorce, si stira, gli scappa da pisciare, prova a saltare e nemmeno quello riesce a far bene, nemmeno il salto della rana perché le sue mani sono inchiodate al legno della croce (come quelle dello studente su un banco di scuola in un'opera di Cattelan, guarda caso, e viene da chiedersi: chi ha copiato chi?). Quello che mi disturba di più della chiesa e dei politici ipocriti che sguazzano in queste cose, è che si fermino all'interpretazione più scontata. Il che è indice della loro scarsità di immaginazione.