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Genova per chi

Non sono andato a Genova 10 anni fa, ma per poco. Ero appena stato in Congo con Beati i costruttori di pace, stavo riscoprendo il gusto della "partecipazione", condividevo molte delle idee no-global e penso che a 10 anni di distanza si siano rivelate in gran parte giuste, esatte. Quello che molti chiedevano allora ai potenti, un'economia diversa, la Tobin Tax ecc. forse avrebbe salvato il mondo dalla crisi attuale.
Oggi anche Obama mette in piedi think thank sull'economia etica. Oggi quei discorsi li fanno i Nobel al Festival dell'Economia di Trento. Ci avessero pensato allora, anziché prendere a mazzate i manifestanti.

Ma non sono andato a Genova. Dovevo scendere il secondo giorno. Dopo la morte di Carlo Giuliani mi son detto: "Troppa violenza". E devo anche dire che non provavo una viscerale simpatia per i maestri di allora, da Gino Strada (che presentai in una serata pubblica a Trento, affollatissima come per una star della tv) ad Agnoletto. Secondo me, dopo quella prima disastrosa giornata, i leader del movimento avrebbero dovuto fare qualcosa. Era chiaro che tutta la faccenda era un funesto trappolone. A volte una ritirata strategica consente di riorganizzare le forze ed evita perdite inutili.
Ovviamente, questo non discolpa i macellai della Bolzaneto.

In questi dieci anni si è visto di tutto. La globalizzazione è stata indicata come la panacea di tutti i mali, gli economisti invitavano a guardare all'Irlanda come a un modello, poi è arrivato il 2009. Presto (questa espressione in una prospettiva storica può voler dire fra 30 o 50 anni) grazie alla globalizzazione l'Europa diverrà periferia dell'Asia, ma la cosa non mi turba particolarmente, non mi spaventa l'idea che saremo più poveri. Certo, quando vedi gli aeroporti africani pieni di cinesi ti rendi conto che qualcosa nel mondo è cambiato.

Le guerre non hanno risolto nulla. Però penso sempre che lo slogan ginostradiano "contro la guerra senza se e senza ma" sia di una banalità estrema. Io sono a favore dei se e dei ma. L'Iraq è stata una vergognosa porcheria; pazzesco pensare oggi che a qualcuno, in Italia, Tony Blair sia potuto apparire come un modello.
Ma il principio del diritto di ingerenza nelle faccende interne degli stati per tutelare i diritti umani è sacrosanto e mi pare sia stato scritto col sangue già a Sarajevo e a Srebrenica. Disgraziatamente è difficile farlo valere, sia con la forza del diritto (le leggi non sono nulla se non puoi farle applicare coercitivamente), sia con la forza delle armi (lo stiamo vedendo in Libia) sia con le sanzioni (a voltre funzionano, vedasi l'ultima fase del regime di apartheid in Sud Africa, ma chi applicherebbe sanzioni alla Cina per la sua politica in Tibet?).

Il movimento dei movimenti è rifluito. Oggi la protesta è più corpuscolare e la valle di Susa non è Seattle (e neanche Porto Alegre). Penso che rispetto ai movimenti precedenti (68 e 77, essenzialmente) i no-global siano mancati sul piano estetico. Può sembrare cosa da poco, non lo è. I movimenti degli anni 60 e 70 hanno avuto la loro musica, il loro look, i loro feticci. La loro way of life, insomma. I no-global molto meno. Certo, la rete, la grande novità (ai tempi della Pantera era stato il fax). Però la rete è tecnologia, quindi è neutra.
E a parte l'informatica, poco altro di realmente originale. Manu Chao, il cibo a chilometri zero, certe lotte simboliche che mi lasciano perplesso (come quella contro gli inceneritori, che sono meno dannosi delle discariche), la pubblicistica militante che si ritrova negli scaffali delle librerie più fornite (invoglia pochissimo)...

In compenso, una certa sensibilità si è diffusa ad ogni livello, anche nelle istituzioni. Ciò che si è perso nella spinta movimentista lo si è forse guadagnato sul versante delle politiche pubbliche. Dalla valorizzazione delle culture locali (anche se spesso scivola nel folclore)alle politiche ambientali (riciclaggio, risparmio energetico ecc.).
E se persino uno dei massimi romanzieri americani, Jonathan Franzen, cita il Club di Roma (che è roba degli anni '70 ma anticipa ciò che nei 2000 è divenuto patrimonio collettivo) vuol dire che certe idee sono ormai sedimentate.
Basta questo ad arrestare "l'orrore economico", per citare uno dei testi-base del movimento? Sembrerebbe di no, in effetti. La risposta alla attuale crisi finanziaria è stata ovunque unanime: più sviluppo. Nessuno ha pensato di sfruttare questa circostanza per ragionare di sviluppo diverso. La salvezza viene affidata alle tecnologie (green, ecosostenibili ecc.). Il che dà l'esatta misura di quanto poco conti oggi il pensiero umanistico.

Ieri mia moglie ha detto che i film della Coppola sono belli e moderni perchè fotografano esattamente l'epoca che stiamo vivendo, un'epoca "vuota", senza grandi passioni. Mi è venuto in mente ancora Baumann. Mi è anche venuto in mente, però, che il concetto di vuoto in certe culture, ha un'accezione positiva, non negativa.

Bagatelle (per un massacro)


Pare che qualche buontempone abbia appiccicato questo cartello alla sede di Rifondazione Comunista di Bolzano. Ora, a parte Rifondazione - che non è l'unico paladino dei migranti - colpisce la stupidità del fascistello (veneto?), a cui sfugge che lo stesso argomento potrebbe essere utilizzato dagli Schuetzen contro gli italiani dell'Alto Adige (gruppo al quale molto verosimilmente appartiene o comunque - qualora venga da fuori - si sentirà legato, visto l'interesse che da un po' manifestano le teste rasate di mezza italia per i monumenti fascisti di Bolzano).
Colpisce anche l'ignoranza dello skin per le proprie radici: amico mio, se c'è un popolo di migranti quello è il popolo italiano, che tu presumibilmente vorresti redimere dalla sua coglionaggine. Leggiti il libro di Stella e imparerai qualcosa.
Colpisce il vittimismo: povero, povero italiano medio, che paga le tasse (che tortura!), subisce ogni genere di angheria da parte dell'invasore e poi muore, per di più! Il vittimismo dei popoli è un'arma micidiale, l'abbiamo visto nei Balcani; giustifica qualsiasi cosa, qualsiasi massacro.
Colpisce infine la storpiatura di uno slogan della tarda-estrema sinistra (produci-consuma-crepa, per stigmatizzare l'alienazione imperante nella società capitalista).


Vabbè, bagatelle.
(il massacro è quello dei migranti ingoiati dal Mediterraneo nel canale di Sicilia).

PADRE TAMAYO: L'HONDURAS CHIEDE PACE E GIUSTIZIA



Padre Andres Tamayo è stato in questi giorni in Trentino Alto Adige per una serie di incontri istituzionali e pubblici. Ex-discepolo (e chierichetto, come precisa nell'intervista) di padre Romero, l'arcivescovo di El Salvador ucciso nel 1980, mentre celebrava messa, per le sue durissime prese di posizione contro la dittatura, padre Tamayo, nato in Salvador ma honduregno di adozione, ha speso gran parte della sua vita in difesa della popolazione - e dell'ambiente - dell'Olancho, la regione in cui vive, una delle più ricche di biodiversità del Centroamerica. Dopo il golpe del 2009, sostenuto dalle famiglie che gestiscono la maggior parte della ricchezza del paese (e alimentato anche dalla destra statunitense, sostiene Tamayo), il sacerdote e militante ecologista, che ha più volte subito nella sua vita minacce e attentati, è riparato all'estero, anche se recentemente ha fatto ritorno nel suo Paese.
Una breve intervista realizzata a Trento il 5 aprile (prossimamente anche su youtube).

In Europa si sa poco dell'Honduras, pochissimo di ciò che è successo dopo il golpe che ha cacciato il presidente Zelaya, legittimamente eletto. Facciamo il punto della situazione.
Attualmente in Honduras permane una situazione di destabilizzazione. Chi detiene il potere politico ed economico vuole continuare a farlo, e ciò a spese dei diritti umani, che vengono costantemente violati. La popolazione continua a lottare per la democrazia, ma dal colpo di stato ad oggi non ci sono stati cambiamenti apprezzabili. Il governo attuale si pone in continuità con il golpisti e persegue gli stessi obiettivi, nonostante cerchi di "ripulirsi" l'immagine internazionale. Ultimamente ha annunciato di voler privatizzare i settori della sanità e dell'educazione. Il popolo ovviamente non accetta tutto questo e continua ad opporsi, nonostante la repressione.

Lei si è battuto molti anni per la difesa del patrimonio ambientale dell'Honduras (come leader del Movimento ambientalista del Olancho-Mao). Chi vuole mettere le mani su questo patrimonio?
Sono soprattutto imprese transnazionali, alcune anche italialiane, non registrate in Europa ma operanti in Honduras, come la Sansoni e la Lamas. Vendono il legname in primo luogo negli Stati Uniti e poi in Europa, a Paesi come la Germania e l'Inghilterra. Il contadino viene spinto, con metodi legali e illegali, a deforestare selvaggiamente. A volte le imprese pagano i contadini affinché svendano il legname e il contadino alla fine cede, lo fa. L'impoverimento a lungo termine dell'ambiente avrà ovviamente conseguenze pesanti per lui. Dopo il golpe la situazione è peggiorata perché il potere delle società transnazionali è enormemente cresciuto.

Cosa è rimasto in America centrale del pensiero di un Oscar Romero e delle idee della teologia della liberazione?
Monsignor Romero, era un profeta e i profeti non parlano per il proprio tempo, parlano per il futuro. Io sono stato chierichetto di monsignor Romero; la sua era una voce di giustizia, una voce di verità. E una voce ancora molto viva in Centroamerica; noi cerchiamo di portarla avanti, camminando con il popolo e sostenendo le sue lotte per diritti che continuano ad essere sistematicamente violati.

Cosa può fare l'Europa per aiutare la vostra causa?
Ci sono varie possibilità. Innanzitutto c'è la Corte interamericana che ha pubblicato un rapporto sulla violazione dei diritti umani in Honduras. Come comunità locali chiediamo che esso venga pubblicata anche in Honduras.
In secondo luogo è necessario che il mondo parli dei problemi reali dell'Honduras, non sono dei paesaggi, delle location cinematografiche (il riferimento è anche all' Isola dei famosi, trasmissione che da anni, incredibilmente, si gira lì).
Infine diciamo alle persone che ci aiutano, alle associazioni, di fare pressione a livello europeo e anche italiano, chiedendo ad esempio che i vostri parlamentari vadano in Honduras per prendere coscienza non solo dello stato dei diritti umani ma anche della corruzione; ci sono tanti fondi, tanti finanziamenti destinati al nostro Paese che non arrivano alla popolazione, come dovrebbero, ma finiscono nel circuito della corruzione. Anche le imprese straniere che operano in Honduras alimentano questa spirale.
Il popolo chiede pace, chiede giustizia, ma viene continuamente provocato, con la repressione.

STUPIDARIO ALTOATESINO/SUDTIROLESE

Quante sciocchezze si dicono e si scrivono sull'Alto Adige/Sudtirol (senza Umlaut perchè non ho il tempo di cercarlo sulla tastiera). L'ultimo ad alimentare lo stupidario è stato Sgarbi: "Gli italiani dell'Alto Adige come gli ebrei in Germania durante il nazismo", e altre amenità, proprio quelle che si ascoltano al bar, del tipo "se non sono contenti di vivere in Italia se ne vadano in Germania...". A prescindere dal fatto che i sudtirolesi non hanno certo chiesto di venire in Italia, è come se chiunque non sta bene in un luogo o sotto un certo governo dovesse andarsene (in questo caso metà degli italiani dovrebbero emigrare, me compreso).
Ovviamente scemenze del genere le ho sentite spesso in vita mia: anni fa fu l'allora presidente della Provincia autonoma di Trento Andreotti ad esprimersi così (seppure con maggiore eleganza, ci vuol poco ad essere più eleganti di Sgarbi); lui parlava degli italiani, dell'Alto Adige, non dei tedeschi, ma il concetto era lo stesso, "se non stanno bene lì perchè non se ne vanno?"
L'idea profondamente antidemocratica che il dissenso non abbia ragione di esistere, specie nelle beate terre dell'Autonomia, che chiunque si lamenta sia un facinoroso o un perdigiorno, che se uno ha qualcosa da eccepire dovrebbe fare le valige, andare in esilio, insomma, smammare.
Sgarbi anni fa fu protagonista di un altro episodio del genere, anche lì provocato ad arte per conquistare le pagine dei giornali (c'è chi viene pagato per parlare, chi per animare i bunga bunga, chi, evidentemente, per litigare): fece un casino in un ristorante dicendo che non era stato servito perché italiano. Ora, non c'è persona in buona fede che non sappia che in Alto Adige il turista, qualsiasi turista, viene trattato come un principe, e che tutta l'Italia dovrebbe imparare dal senso dell'accoglienza dei sudtirolesi. Come se fossero questi i problemi. Come se fossero queste le difficoltà del vivere in Alto Adige, per un italiano: i monumenti alla Vittoria, l'essere serviti al ristorante, il fatto che (altra cosa per cui la gente che viene da fuori si stupisce) "parlano in tedesco, eh? E lo fanno apposta!".
Stupidità stupidità stupidità stupidità stupidità stupidità stupidità malafede stupidità stupidità stupidità società dello spettacolo stupidità stupidità stupidità ignoranza stupidità stupidità stupidità stupidità stupidità stupidità stupidità stupidità stupidità stupidità stupidità furbizia.

La lezione del Nord Africa

(sul "Trentino", qualche giorno fa, scritto una settimana prima che iniziassero i disordini in Libia. Col cuore, stasera, sono in piazza a Tripoli).


Quanto è successo nei giorni scorsi in Egitto e in Tunisia non può che essere considerato con favore da quanti hanno a cuore i valori della democrazia. Si è trattato – per quanto se ne sa - di “rivoluzioni” dai caratteri piuttosto nuovi, specie per l’area Nordafricana e Medio Orientale: relativamente incruente, popolari e nate “dal basso”, non fomentate da forze riconducibili all’integralismo islamico. Anche le proteste che stanno emergendo in Algeria ci mostrano un paese diverso da quello di vent’anni fa, dove alle elezioni del 1991 e al successivo colpo di stato dell’esercito era seguita l’ondata di violenza scatenata dal movimento ultrafondamentalista del Gia.
L’auspicio è dunque che la costruzione della democrazia faccia il suo corso, dando soddisfazione alle legittime aspirazioni della società civile, in particolare dei giovani e delle donne che abbiamo visto scendere in piazza in questi giorni per denunciare i mali della repressione e della corruzione.
Detto questo, vale la pena forse di aggiungere qualche ulteriore elemento di giudizio, partendo dal “fattore sorpresa” che contraddistingue le cadute rapidissime e quasi simultanee di Mubarak e di Ben Ali. Sorpresa in primo luogo per l’opinione pubblica occidentale che ha sempre guardato ai due paesi come a dei paradisi turistici retti da autocrazie tutto sommato “soft”, legittimate assai debolmente, sul piano democratico, da elezioni-farsa, di fatto dei plebisciti, e tuttavia in grado di garantire un sostanziale equilibrio sia sul piano interno sia soprattutto su quello internazionale. E, nella sostanza, è pur vero che Mubarak non può essere associato sic et simpliciter ad esempio a un Gheddafi, il quale ha fomentato per anni il terrorismo internazionale nonché un buon numero di conflitti nello stesso scacchiere africano (sarà curioso a questo proposito vedere quale sarà l’atteggiamento dell’Italia e in particolare del nostro presidente del Consiglio, se il vento della democrazia, com’è auspicabile, comincerà a soffiare anche su Tripoli).
Hosni Mubarak, già eroe della guerra del Kippur, ha governato per trent’anni l’Egitto in maniera sì autoritaria, senza mai abolire lo stato di emergenza in vigore dalla morte del suo predecessore Sadat, ma conservando buoni rapporti con Israele e destreggiandosi abilmente nelle intricate vicende delle Guerre del Golfo (L’Egitto si schierò contro Saddam Hussein nel 1991, dopo l’invasione del Kuwait da parte dell’Iraq, ma si rifiutò di appoggiare la coalizione guidata da Usa e Gran Bretagna nel 2003). La sua caduta, a meno di prossime, clamorose rivelazioni, sembra dovuta pressoché esclusivamente a fattori interni – la crisi economica, il nepotismo sfacciato, il malcontento dei giovani - e molto poco, o forse per nulla, a pressioni esterne. Questo deposita a favore della causa di una “rivoluzione autentica”, al tempo stesso rivelando la volatilità delle relazioni internazionali e l’ipocrisia della formula coniata qualche anno fa dai neocon americani: “esportare la democrazia”. Se gli egiziani sapranno darsi un governo democratico, stando alle vicende di questi giorni, sarà esclusivamente per merito loro.
Il ragionamento vale anche per la Tunisia di Zine El Abidine Ben Ali, che nel 1987 aveva esautorato, in maniera peraltro non traumatica, il “padre dell’indipendenza” Habib Bourguiba, ormai senescente. La Tunisia di Ben Ali è stata, per più di vent’anni, un paese filoccidentale, aperto agli investitori stranieri, in grado di conseguire qualche risultato significativo anche sul piano della lotta alla povertà (nella misura in cui ciò è possibile nell’era della globalizzazione). Un paese del quale i dissidenti denunciavano il clima repressivo ma che non godeva complessivamente di una pessima reputazione, e che certo, fino ai primi di gennaio, non sembrava certo prossimo ad un cambiamento così improvviso,
Le vicende parallele di Mubarak e Ben Ali sembrano confermare una regola che, in politica, dovrebbe essere sempre tenuta presente: quando il potere viene tenuto troppo a lungo nelle stesse mani fatalmente si corrompe, degenera. Si guardi, per rimanere in Africa, anche al caso Mugabe: negli anni ’80, dopo la nascita dello Zimbabwe sulle ceneri della Rhodesia del sud, era un leader rispettato, a cui si perdonava facilmente di essersi sbarazzato senza tanti complimenti dell’opposizione; oggi, dopo trent’anni di governo, viene riconosciuto quasi unanimemente come un dittatore che ha portato il suo paese alla catastrofe. Del resto, forse la stupefacente caduta, nei primi anni ’90, dei partiti che avevano retto per tanto tempo le sorti della Prima Repubblica in Italia (Dc in testa), è lì a dimostrare che la regola del rinnovamento e dell’alternanza nella gestione del potere vale non solo per i regimi autoritari ma anche per quelli democratici.

PIU' IMMIGRAZIONE NON E’ UGUALE A PIU’ CRIMINALITA’

Interessante questo appuntamento di oggi sul tema immigrazione-criminalità, con la formula del "Vero-Falso", nuovo format del festival dell'Economia.
Riporto di seguito il mio comunicato.

Più immigrazione uguale più criminalità? Questo il quesito sottoposto alla giuria di studenti universitari nel secondo appuntamento – particolarmente affollato - con “Vero o falso”, il nuovo format del festival dell’Economia. Coordinato da Federico Rampini, inviato di “Repubblica” negli Usa, introdotto da Paolo Pinotti (Centro studi della Banca d’Italia, “lavoce.info), il dibattito ha visto confrontarsi il sociologo dell’università di Bologna Marzio Barbagli e il docente di politica economica dell’università di Parma Francesco Daveri. Si sono ascoltate inoltre le testimonianze di David Card, Franco Pittau, Riccardo Puglisi e Linda Laura Sabbadini.
Tema appassionante e controverso, quello del legame criminalità-immigrazione. Ma la giuria, al termine dell’ampia discussione, non ha avuto dubbi: all'unanimità ha sentenziato che non è vero che a più immigrazione corrisponde più criminalità.



“Il quesito di oggi è probabilmente improponibile per molti dei presenti – ha esordito Rampini – ; teniamo conto però non solo del fatto che autorevoli personalità politiche si sono espresse in questi termini, più immigrazione è uguale a più criminalità, ma anche che il tema è continuamente discusso dall’opinione pubblica un po’ ovunque, anche negli Usa, la società apparentemente più aperta all’immigrazione.”
Pinotti ha ricordato a questo proposito che in Italia, secondo un sondaggio, circa il 60% delle persone dichiara di essere preoccupata della criminalità portata dagli immigrati. Non è una tipicità italiana; la media europea è del 70%. Ma su che cosa si fondano queste paure? In realtà i dati sono pochi, le conoscenze frammentarie. In termini di dati Istat, l’immigrazione è quadruplicata dai primi anni ’90 ad oggi; nello stesso periodo il tasso di criminalità è rimasto pressoché costante. Se guardiamo invece al tasso di incarcerazione, vediamo che la percentuale degli stranieri, sul totale della popolazione carceraria, è del 40% (anche se in totale rispetto alla popolazione italiana gli immigrati – regolari - non arrivano al 5%). Come si conciliano questi due dati? Un’ipotesi è che ci sia discriminazione, ovvero che l’immigrato venga giudicato più severamente o controllato di più rispetto all’italiano. O che alcuni lavori “di manovalanza”, anche nel settore dell’economia criminale, siano passati dagli italiani agli stranieri. Ma sono solo ipotesi. Ciò che si sa è che l’80% degli immigrati oggi in carcere sono irregolari. La percentuale della popolazione italiana che viene denunciata, invece, è pressoché uguale per gli italiani e per gli stranieri regolari.
Barbagli ha esordito ammettendo a sua volta che sulla base dei dati che oggi abbiamo a disposizione, non si può dare una risposta precisa al quesito posto dagli organizzatori del dibattito. Invece sappiamo altre cose: ad esempio che, in Europa, negli ultimi due secoli, la criminalità aumenta solitamente quando cresce la percentuale di popolazione giovane e di sesso maschile sul totale. Negli Usa, i molti studi condotti in passato hanno dimostrato che gli immigrati non commettevano più reati degli autoctoni, con qualche eccezione: una riguardava proprio gli italiani. La crescita di reati commessi dagli immigrati comincia ad emergere, come dato "allarmante", in Europa negli anni ’60, e pare riferita agli immigrati di seconda generazione. “I dati sulla popolazione carceraria invece non sono significativi – ha proseguito Barbagli – perché gli immigrati fanno molto più carcere preventivo degli autoctoni. Bisogna semmai guardare al tipo di reato: gli immigrati, ad esempio, in genere non commettono reati come le rapine in banca, mentre sono molto presenti nelle statistiche sui furti nelle abitazioni. Riguardo al reato di omicidio, invece, la quota sul totale dei denunciati è salita dal 5 al 35% e nel centro-nord al 50%. Questo dato effettivamente ci deve fare pensare. Per una parte notevole di questi omicidi la vittima è un altro immigrato, appartenente allo stesso gruppo di riferimento.”
In realtà, in Italia e in molti altri paesi europei, la criminalità, relativamente a molti tipi di reati, è in calo: secondo Barbagli ciò può essere spiegato innanzitutto con il fatto che è calata, in generale e soprattutto nel nostro Paese, dalla fine degli anni ’80, la popolazione giovanile, quella cioè compresa fra i 15 e i 24 anni, la cui propensione a delinquere è più alta rispetto alle altre fasce di età, specie per alcune classi di reati.
Daverio si è concentrato invece sui dati relativi al centro-nord, per dimostrare che, sì, forse una correlazione fra immigrazione e criminalità c’è. “Esiste una forte correlazione soprattutto per reati come furti, estorsioni e rapimenti, ed è più evidente a partire dal 2000. Ciò vale sia nelle regioni del nord sia in quelle ‘rosse’ del centro-nord. Quindi il punto non è tanto se un rapporto esiste, ma a che cosa è dovuto, se è la migrazione in sé che genera criminalità o se esistono circostanze locali, nei luoghi di accoglienza, che favoriscono l’ingresso dei migranti nel tessuto criminale.” In Spagna, paese di immigrazione recente come l’Italia, questa correlazione non si vede; la crescita dell’immigrazione, anzi il boom dell’immigrazione, non si è accompagnato a una crescita dei reati commessi dagli immigrati. Forse perché in Spagna l’immigrato trova più facilmente un lavoro regolare, e quindi non è “costretto” a commettere dei reati per vivere? E’ un’ipotesi non dimostrata, perché il tessuto economico dei due Paesi è simile. Tuttavia i dati mostrano che l’Italia attira mediamente persone meno alfabetizzate rispetto a quelle che emigrano in Spagna (ad esempio i molti albanesi giunti nel nostro Paese negli anni ’90). “La mia spiegazione dunque potrebbe essere questa: minor alfabetizzazione infatti è solitamente associata a maggiore propensione all’illegalità. Ma perché l’Italia attira soprattutto questa tipologia di immigrati? In parte, certo, perché siamo il Paese di “Gomorra”. Ma soprattutto perché in Italia, anche nel nord, in genere la legalità non viene rispettata – sul piano fiscale, del mercato del lavoro e così via - in primo luogo proprio dagli italiani.” Del resto, ovunque nel mondo, ha chiosato Rampini, l’immigrato clandestino è l’anello debole della catena del mondo del lavoro e il più esposto ad ogni genere di ricatto.
Sono poi seguiti gli interventi dei testimoni. Laura Sabbadini, direttore centrale Istat, ha invitato a leggere gli indicatori correttamente: fra questi non c’è il numero dei detenuti nelle carceri, falsato dal maggiore ricorso alla detenzione preventiva e al minore ricorso alle pene alternative. Altri dati, ad esempio quelli relativi alla vittimizzazione, mostrano che per alcuni reati – e solo alcuni (scippi, rapine) – la componente immigrata è rilevante. Ma le cose cambiano velocemente, a seconda della congiuntura economica, delle politiche di integrazione e/o regolarizzazione e così via. L’evidenza di oggi, insomma, non autorizza a fare previsioni per il futuro. Infine, attenzione a cosa ci mostrano i media, ovvero che gli stranieri compiono reati nei confronti soprattutto degli italiani. Non è così. “Nel caso di stupro, ad esempio, l’evidenza dimostra che gli uomini stranieri stuprano di preferenza donne dello stesso gruppo di riferimento; la maggior parte delle donne italiane, invece, viene stuprata dai loro mariti italiani”.
Pittau, della Caritas Migrantes, ha detto esplicitamente che l’affermazione contenuta nel titolo dell’incontro è falsa, il tasso di criminalità degli immigrati è pressoché uguale a quello degli italiani, ma se togliamo il reato di immigrazione clandestina è addirittura più basso; oltre a ciò, l’Italia in realtà sta meglio di altri paesi considerati più fortunati sul piano della diffusione della criminalità, come il Belgio e l’Inghilterra. “Dirlo chiaramente – ha aggiunto - attenuerebbe l’effetto di ‘assedio da parte della criminalità’ che parte della popolazione italiana avverte.”
Puglisi, dell’Università di Pavia, ha parlato di cosa pensano le persone sull’immigrazione, soprattutto clandestina, in relazione a come i media presentano il tema. Tema che ha una valenza politica forte, e di cui si avvantaggiano generalmente i conservatori, percepiti come più “bravi” a gestire il fenomeno migratorio.
Card, docente a Berkley, ha portato infine la sua testimonianza dalla California, uno degli stati più multietnici al mondo (il 25% della popolazione è immigrata).
Infine, la sentenza, affidata come ieri alla giuria di studenti universitari: all’unanimità è stato deciso che no, è falso che a maggiore immigrazione corrisponda maggiore criminalità.

Non un partito ma un popolo

I colpi di coda del regime si colorano di tinte mistiche. E fosche.

Ieri il documento votato dal partito lo dice esplicitamente, quando spiega che il Pdl non è un partito ma un "popolo", che si riconosce nelle "democrazie degli elettori", e dunque non può contemplare il dissenso.

Così Ezio Mauro oggi su Repubblica.

In questo appello al "popolo" come ad un'entità indivisa, priva di sfumature, di conflitti, di interessi divergenti, riposa il germe di ogni totalitarismo. Dalla società corporativa fascista, cementata dal nazionalismo e dalla retorica imperiale, a quella formalmente egualitaria dei regimi comunisti, affratellata da una falsa mistica proletaria. Passando ovviamente per la sua espressione più terribile, quella fondata sul mito della razza ariana. In questo senso, il partito-popolo è speculare al partito-etnia e al partito confessionale (o partito-setta religiosa). Cosa può esserci al di fuori di esso? Il non-popolo, la non-etnia, la non-religione, dunque qualcosa di intimamente perfido, non omologabile, diabolico, "altro". Il male.
L'ultimo berlusconismo ha introdotto non a caso un elemento di suggestione ulteriore, l'amore. Già, perché come si può essere contrari all'amore? Chi è contrario all'amore è a favore dell'odio. Da qui a chiamare gli oppositori "scarafaggi" il passo è breve. E gli scarafaggi abbiamo visto che fine hanno fatto: nel 1994, in Rwanda.
Ma per fortuna in Italia non ci sono in giro tanti machete. E l'Italia non è il teatro di un conflitto esterno fra grandi potenze.
Fuori dal tunnel del berlusconismo, speriamo di trovare, finalmente, una democrazia compiuta.

Apartheid italiano



Una piccola lezione di storia alla luce dei fatti recenti di Rosarno.
L'apartheid in Sud Africa nacque fra la fine degli anni '40 e i primi anni '50 del secolo scorso; dopo la Seconda guerra mondiale, dunque, una guerra combattuta, in ultima analisi, contro un'ideologia razzista elevata all'ennesima potenza.
Ma le basi del sistema erano state poste agli inizi del '900, con una legge chiamata Land Act, varata nel 1913; in base a questa legge i "nativi" (cioé i neri, o Bantu) potevano esercitare diritti di proprietà su una percentuale del suolo sudafricano non superiore al 13% circa. Oviamente si trattava delle aree più povere del Paese, quelle prive di giacimenti minerari e più difficili da coltivare. L'origine dei Bantustan, le famigerate "patrie tribali" dell'apartheid, è questa.
Ora, a cosa servivano i Bantustan? A rinchiudere i neri? A tenerli lontani dalle miniere d'oro e diamanti del Witwatersrand? Dai latifondi dei Boeri? Dalle metropoli "bianche"? Solo in parte. In realtà i neri continuarono ad affluire a migliaia, a milioni, in quelle miniere, in quei latifondi, in città come Johannesburg. Ci arrivavano come lavoratori migranti. Lavoratori privi di ogni diritto legato alla cittadinanza (essendo essi, formalmente, cittadini dei Bantustan, delle loro patrie tribali, che nessuna nazione al mondo riconosceva come tali tranne ovviamente il Sud Africa e la vicina Rodhesia). Lavoratori assunti con contratti a termine - questo dalle imprese di maggiori dimensioni, in particolare dalle industrie minerarie - o semplicemente "in nero", come ancora oggi continuiamo a dire, e significherà pure qualcosa. Lavoratori che quindi, in virtù del loro particolare status, potevano essere espulsi inn qualsiasi momento. Lavoratori a basso costo, ammassati a decine in accampamenti di baracche malsane, ricattabili, resi docili dalla precarietà prima ancora che dalla violenza della coercizione. Lavoratori privi di famiglie al seguito (rimaste nei Bantustan), e dei costi sociali che esse generano, in termini di assistenza sanitaria, diritto allo studio e così via. Lavoratori che, una volta scaduto il loro contratto, venivano rimandati nei Bantustan; spesso a morire di silicosi o di una delle altre malattie contratte lavorando nelle viscere della terra per scavar fuori quella ricchezza che poi approdava in altra forma nei mercati europei, facendo la fortuna di realtà come la De Beers o la Anglo American Corporation. Chi sfuggiva alle maglie del sistema - spesso perchè il sistema stesso giudicava, in ultima analisi, che fosse meglio così -andava ad affollare le baraccopoli come Soweto, città-fantasma tollerate proprio in quanto serbatoi di forza lavoro a buon mercato, ma prive di qualsivoglia riconoscimento ufficiale e quindi smantellabili da un giorno all'altro, al minimo indizio di protesta o di rivolta.
Se qualcuno vede qualche analogia fra questa realtà e quella dei migranti clandestini di oggi, che affollano le campagne calabresi o le baraccopoli di tante città italiane, è ovviamente autorizzato a farlo. L'immigrazione clandestina non è una iattura che l'Italia si trova suo malgrado a dover sopportare; è un sistema funzionale ad un certo tipo di economia. Semisommersa, nella migliore delle ipotesi. Mafiosa, criminale, banditesca, nella peggiore. In questo sistema il clandestino è l'anello debole della catena. La sua "appetibilità", agli occhi del datore di lavoro, è data appunta dalla sua debolezza. Una debolezza che i proiettili dei boss o - in maniera meno cruenta ma non più pietosa - gli sgomberi forzati possono, se necessario, ribadire. Una debolezza accentuata dalla attuale legge sull'immigrazione, la Bossi-Fini del 2002, che prevede il rilascio del permesso di soggiorno, della residenza e cittadinanza italiana solo alle persone che dimostrino di avere un lavoro o un reddito sufficienti per il loro mantenimento economico. L'uomo, questa entità complessa e per tanti versi misteriosa, questo impasto di vissuto, ereditarietà, emozioni, idee, passione, questa straordinaria "macchina desiderante", come veniva definita un tempo, ridotto alle sue funzioni economiche, a pura forza lavoro. In questo caso, forza lavoro "cheap".

Pubblicato oggi anche sul quotidiano "Il Trentino".

L'amore è assolutista

L'amore è assolutista, non democratico. L'amore è geloso, possessivo, l'amore piglia tutto, anche le briciole. L'amore, come si fa a costruire la politica sull'amore? E se non lo vuoi, questo amore, se rifiuti il suo caldo abbraccio avvolgente? Sei un nemico dell'amore. Quindi un essere spregevole, perché come si fa a non volere l'amore? Nemico dell'amore, nemico del popolo. Una persona di cui è meglio diffidare. Da rinchiudere.
Tutto questo non ha nulla a che fare con le democrazie liberali, basate sulla sana competizione fra schieramenti diversi. Ha a che fare con il fondamentalismo religioso. Ha a che fare con il patriottismo più deteriore, con il paradiso in terra, con le magnifiche sorti e progressive. Quest'ultima uscita del partito dell'amore fa di Berlusconi un perfetto capopopolo komunista.

Arte e apartheid


L'apartheid in Sud Africa è finito, com'è noto, non con un bagno di sangue (come profetizzavano certi "corvi neri"), ma con la Commissione Verità e riconciliazione, tentativo unico di metabolizzare una grande lacerazione storica attraverso un esame di coscienza collettivo.
Tuttavia il mondo forse non ha riflettuto abbastanza sullo "scandalo" dell'apartheid, tanto più che questo sistema di governo prese corpo alla fine degli anni '40, ovvero subito dopo la sconfitta del nazifascismo, che si basava in primo luogo su un'ideologia razzista.
Per questo segnalo volentieri questa mostra del Mart di Rovereto, di un artista sudafricano, Kendell Geers.

Dal 31 ottobre 2009 al 17 gennaio 2010 il Museo di Arte Moderna e Contemporanea di Trento e Rovereto presenta la mostra “Irrespektiv” dell’artista Kendell Geers, nato in Sud Africa e da sempre impegnato in una riflessione profonda e personale sul tema della segregazione razziale.
A cura di Jérôme Sans, “Irrespektiv” è una coproduzione europea, che associa musei e istituzioni artistiche del Belgio, dell’Inghilterra, della Francia e dell’Italia. Il titolo, una parodia del termine “retrospettiva”, esprime immediatamente il tono della mostra e la pone all’insegna dell’impegno politico e della provocazione. Geers è stato attivo in prima linea nella denuncia delle follie dell’apartheid, ed è giunto a modificare la propria data nascita, per farla coincidere con il maggio 1968. Un rimando al maggio francese che dà il senso della consacrazione all’impegno politico e sociale dell’artista.

Con i suoi lavori, Kendell Geers esplora i limiti e i confini geografici, linguistici, politici, sociali, sessuali e psicologici dell’uomo. L’artista rivendica, infatti, la necessità di prendere posizione rispetto al mondo in cui viviamo. Da questo atteggiamento critico – che evita però ogni visione manichea della realtà – nasce un’arte impegnata, che coinvolge totalmente l’artista a livello personale, e trascina il pubblico all’interno dell’opera, rendendolo a tutti gli effetti un elemento della creazione artistica. Le stesse reazioni ed emozioni del visitatore, spaesamento, attrazione o rifiuto, sono parte costitutiva delle opere di Kendell Geers.
Al Mart, il visitatore potrà sperimentare tutto ciò su di sé a partire dall’opera che introdurrà la mostra. L’installazione “POSTPUNKPAGANPOP” (2008), un inedito assoluto per l’Italia, consiste in un labirinto circondato di uno speciale filo spinato, inventato dalle forze di polizia sudafricane con lo scopo di infliggere più danni di un comune filo spinato.

Non è consentito limitarsi ad “ammirare” l’opera, ma è necessario interagire con l’opera: il visitatore deve scegliere da che parte andare. Il “labirinto” ha due diverse uscite: una porta al resto della mostra, l’altra conduce fuori, verso il contesto rassicurante della collezione permanente del Mart. In questa come in altre installazioni, l’inferno dell’Apartheid in Sud Africa affiora in modo ossessivo, ma Kendell Geers non si propone di raccontare né spiegare, quanto piuttosto di coinvolgere e di far rivivere al visitatore la propria condizione esistenziale. La critica di Geers al sistema dell’Apartheid è implacabile proprio perché è espressa da chi l’ha vissuta in prima persona: l’artista riversa sul suo lavoro e le sue opere tutta la paranoia, l’ambiguità, la violenza e l’ipocrisia proprie della piccola borghesia bianca sudafricana di quell’epoca. Allo stesso tempo, oltre alla provocazione, è presente in queste opere anche un importante elemento di ironia e distacco, perché l’artista non mira a imporre le proprie opinioni personali, ma invita l’osservatore a riflettere sulle proprie scelte.

Dopo essere stata presentata in Belgio (Kendell Geers vive e lavora a Bruxelles) con due progetti complementari allo SMAK di Gand e al BPS 22 di Charleroi, in Inghilterra al BALTIC Centre for Contemporary Art di Newcastle e al Musée d'art contemporain di Lione, la mostra si conclude in Italia, al Mart, Museo di Arte Moderna e Contemporanea di Trento. In ognuna delle sedi l’artista ha ripensato il progetto, rendendo ogni esposizione diversa e originale rispetto alle altre.

Il catalogo, edito da Bom Publisher di Barcellona, presenta gli interventi di Warren Siebrits, Jérôme Sans, Paulo Herkenhoff, Christine Macel, Rudi Laermans e Liveven de Cauter.

Shirin Ebadi, una testimonianza



Nella giornata di San Suu Kyi, una piccola testimonianza di un'altra donna coraggiosa, Shirin Ebadi, iraniana, premio Nobel per la pace 2003. La breve intervista (troppo breve, i protocolli delle visite ufficiali e i tempi della politica uccidono il giornalismo) è del mese scorso, quando Shirin Ebadi è venuta in visita a Trento, accompagnata dai reponsabili della Fondazione Langer (Bolzano) e del Forum trentino per la pace. La Ebadi era in regione per ritirare appunto il Premio internazionale Alexander Langer, assegnato quest'anno a un'altra donna, Narges Mohammadi, ingegnere, giornalista, presidente del comitato esecutivo del Consiglio Nazionale della pace in Iran, che non ha potuto venire in Italia per gli ostacoli frapposti dal regime iraniano.
Shirin Ebadi, nata nel 1947 a Hamedan da una famiglia di giuristi, laureata a Teheran, giudice (la prima donna a ricoprire questa carica nel Paese), è stata costretta ad abbandonare la sua attività nel 1979 dopo la rivoluzione khomeinista, proprio perché donna (solo nel 1992 ottenne l'autorizzazione ad aprire uno studio privato come avvocatessa). E' anche docente universitaria e attivista per i diritti umani. "L'Iran sta passando giorni difficili - ha detto, riferendosi ai fatti di luglio - ; adesso la contestazione è diminuita ma il fuoco cova sotto la cenere. Il paese è come una polveriera sul punto di esplodere, ed è nostro compito evitare che ciò accada." Riguardo alle contestazioni che hanno seguito le elezioni, dopo avere comunque sottolineato come in Iran non vi siano elezioni democratiche, perché non tutti possono liberamente candidare, il premio Nobel ha spiegato che all'inizio esse furono assolutamente pacifiche. Ma dopo la prima manifestazione, "in cui non era stato rotto neanche un vetro, venne aperto il fuoco sulla folla dall'alto di un palazzo governativo, e 8 persone vennero uccise (ricorda l'inizio dell'assedio di Sarajevo, quando i serbi cominciarono a sparare dall'Holliday Inn, allora sede del Partito democratico Serbo, su chi manifestava per la pace, uccidendo Suada Dilberovic, 23 anni, croata, studentessa in medicina, che divenne la prima vittima civile della guerra di Bosnia, ndr). Questo è stato l'inizio della repressione violenta contro il popolo. Il giorno dopo c'è stata l'irruzione al dormitorio degli studenti all'università di Tehran, e a seguire una escalation di arresti e di repressione". All'Occidente Shirin Ebadi, negli incontri che sta avendo in queste settimane, chiede di protestare contro il regime iraniano e di pretendere la liberazione delle persone arrestate. "Non bisogna negoziare con il regime fino a quando non avrà accolto queste richieste", ha detto.

Bruxelles

Stasera volo a Bruxelles, per un servizio su quelli che, dal Trentino, sono andati a lavorare nei meandri della burocrazia UE. In Trentino, terra di soli 500.000 abitanti, si capitalizza tutto, non si butta via nulla (o quasi; c'è giusto una sorta di sovrana indifferenza verso gli scrittori, ma questa è un'altra storia...).
Quelle che vado a raccogliere dovrebbero diventare delle piccole "storie esemplari" per altri giovani studenti universitari interessati a percorrere la stessa strada. Il Trentino, che vuole essere glocale, incoraggia questa fuoriuscita di cervelli. A patto che un legame rimanga, ovviamente.
Quindi, saprò come sono andate le elezioni nella città sede della Commissione.
Devo dire che stamattina, leggendo alcuni blog, ad esempio quello di Ludik, ero un po' sconcertato: parlavano di astensione alle provinciali. Provinciali? Poi mi sono reso conto che noi trentini siamo, come sempre, sfasati rispetto al resto del Paese. Noi le provinciali le abbiamo fatte mesi fa.
No, personalmente non mi pongo il problema dell'astensione. Il candidato che voterò, qui, mi pare persona intelligente, e comunque, il vero problema è che i temi europei in questa campagna elettorale sono stati solo sfiorati. Gli unici che hanno coniato uno slogan veramente a tema sono quelli della Lega e lo slogan è: no alla Turchia in Europa (a prescindere da ciò che si possa pensare dell'allargamento della Ue fino al lago di Van e al monte Ararat, non mi pare sia una delle questioni prioritarie).
Il Trentino, assieme all'Alto Adige e al Tirolo austriaco, ha creato alcuni anni fa una Euroregione transfrontaliera e ha aperto una rappresentanza comune a Bruxelles. C'è chi dice che non serva a nulla. Lucio Caracciolo, in margine al festival dell'Economia, sosteneva che le euroregioni sono già morte, e che comunque l'identità trentina non si può fondare su queste nostalgie austriacanti. Sulle nostalgie sarei anche d'accordo, quantunque poi c'è chi ricorda ancora molto bene come il proprio nonno, a suo tempo, sia morto con la divisa del Kaiserjager (e furono la maggioranza; in Trentino l'irredentismo non ebbe mai un gran seguito, con buona pace di Cesare Battisti). Però a me pare anche che le province (autonome, quindi dotate di poteri reali) siano più interessate ai progetti del presente che alle nostalgie del passato (uno per tutti: il raddoppio della ferrovia del Brennero, che sarà parzialmente finanziato proprio dai governi locali, attraverso i proventi della A22).
Sinceramente, da un lato a volte mi dispiace vivere in una terra che sembra così avulsa dagli scenari nazionali; dopo quaranta e passa anni uno fa fatica ad appassionarsi ancora al tema dell'identità (in provincia di Bolzano,ovviamente, è ancora peggio). Dall'altra però non c'è volta in cui non constati come l'Italia di queste terre di confine mediamente non sappia nulla. Ragiona per slogan e pregiudizi, rifiuta di metterci veramente il naso nelle questioni dell'autonomia e dei rapporti transfrontalieri. Proprio quando dovrebbe invece occuparsene di più, visto che ormai più o meno tutti propendono per un modello federalista (a parole! in realtà persino la Lega è parsa accontentarsi, in passato, di un piatto di lenticchie berlusconiane).
In quanto all'Europa, mi pare una costruzione venuta su a prescindere dagli schieramenti ideologici. Chi l'ha immaginata, in fondo? In Italia uno come Degasperi: trentino, democristiano, già deputato al parlamento di Vienna, anticomunista ma capace di dire no persino al Vaticano quando gli chiese di prendere a bordo i missini, ovvero di far posto agli ex-fascisti nel suo governo. Una persona fuori dagli schemi, insomma, anche se dotato probabilmente di quel robusto pragmatismo valligiano che qui domina.
E' quello che vedo negli occhi dei funzionari che lavorano nelle istituzioni comunitarie. Certo, tecnici, o per dirla in altra maniera, più dispregiativa, "tecnocrati" (si sa, gli italiani sono santi, eroi e navigatori, l'idea che un buon burocrate hegelianamente inteso possa avere una sua non piccola utilità fatica a penetrare nelle loro menti fantasiose). Tecnici senza fronzoli, dunque, senza bizantinismi, algidi, plurilingui, preparati. Per questo forse l'Unione europea non infiamma i cuori. La sua è una dimensione postideologica, a volte un po' pavida sulle grandi scelte politiche (rimane sempre la grande vergogna delle guerre balcaniche). Ma l'Europa del XX secolo fuochi e fiamme ne ha fatti abbastanza. O no? Forse è di questo che ha bisogno oggi. Di regole comuni, di piccoli passi, di decisioni assunte senza fanfare e sventolio di bandiere, che si insinuano silenziosamente nelle nostre vite e le cambiano, ci auguriamo, in meglio. Di funzionari e tecnici dagli occhi azzurri, che quando hanno finito il loro lavoro vanno a farsi una birra alla Gran Place.

E se poi arrivasse lui?



Non mi sembrerebbe niente di strano. Sarebbe un presidente del Consiglio normale che governa finalmente un paese normale. Magari conserverei un'istintiva diffidenza verso un politico che rappresenta anche, forse suo malgrado, un passato ostile a noi antifascisti (diciamo, se si può dire, laicamente antifascisti, cioè antifascisti che non gridano "fascista!" ad ogni pisciata di cane).
Ma sarebbe normale, voglio dire, essere governati da un politico normale, che non è un multimilionario, che non controlla le tv, che non fa le corna nelle foto, che non corrompe - fino a prova contraria - i giudici.
Insomma un politico, che su cose come l'immigrazione o la crisi dice più o meno le stessse cose (moderate) che dicono tutti i politici ("spetta al mercato produrre ricchezza ma deve essere temperato dall'azione regolatrice delle istituzioni...". Qualcuno sosterrebbe il contrario, oggigiorno?). Un politico che probabilmente non crede nelle ideologie, che cerca di interpretare, come può, la complessità, con impegno misto a furbizia, come sempre avviene con questa specie di uomini. Dissentirei normalmente da lui, gli rinfaccerei la Bossi-Fini, certe uscire del passato e a volte magari condividerei persino quello che dice. Insomma, il senso di non vivere in una repubblica degli Arlecchini e dei Pulcinella, o in Thailandia. Forse persino senza Emilio Fede.
E' per questo che non mi convincono quelli del "tanto meglio, tanto peggio", quelli per cui se anche Berlusconi cade è uguale, o andrà anche peggio.

Preparate le monetine



Ci fu un tempo un altro leader politico che si riteneva invincibile, tanto da dire al Paese, in occasione di un referendum non gradito: italiani, anziché a votare, andate al mare ((9 giugno 1991, votò il 62% degli aventi diritto, i SI - sgraditi a Craxi - furono il 95%).
Venne seppellito - in una sorta di beffarda, funerea catarsi di cui la storia italica conosce anche altri e più drammatici esempi, già solo a rimembrare quel distributore Esso a piazzale Loreto - sotto un diluvio di monetine e finì i suoi giorni in clandestinità (lui avrebbe preferito la parola "esilio" ma era un esilio autoimposto, causa tintinnar di manette).
Ricordo che un vignettista fece una memorabile pagina satirica su di lui, mi pare su Cuore, l'allora supplemento de L'Unità, raffigurandolo come una rockstar decadente, "ultimo, grande esempio negativo per le nuove generazioni", una vita dissipata in sesso, droga e denari...
Ho come l'impressione che stiamo assistendo alla stessa storia: di nuovo un leader che si crede invincibile, tanto da mentire spudoratamente alla nazione, tanto da insidiare a tempo perso 50 ragazzine alla volta convocate in una delle sue tante ville in Sardegna...

Ricordo di Beniamino Andreatta


Ieri a Trento si è commemorato Beniamino Andreatta (1928-2007, ma gli ultimi anni, dal 1999 alla morte, molto tristemente li passò in coma). Economista, politico di spessore tra le fila della sinistra DC, più volte ministro, Andreatta è una di quelle figure che non devono necessariamente appartenere alla personale mitologia di ciascuno ma che nondimeno esercitano un fascino profondo, dovuto forse a quel rigore morale richiamato nella quarta di copertina del libro che gli ha dedicato un altro Andreatta, Giampaolo ("Nino Andreatta e il 'suo' Trentino", edizioni Il Margine). Fu un uomo di un'altra generazione, nel vero senso della parola. Un uomo che aveva visto la guerra e la Resistenza. Un uomo di studi classici all'epoca in cui gli studi classici erano veramente classici (cioé anche elitari), la sua prosa giovanile così ottocentesca, così "borghese", evoca un'Italia alla quale ancora erano estranee la beat generation e la scuola di Francoforte, i testi di Dylan, l'arte Pop, i fumetti, tutte le cose, insomma, che avrebbero scosso il nostro paese (e la provincialissima Trento) dal '68 in poi. L'estrazione sociale è inequivocabile (scriveva, da ragazzo, del "bisogno da molti di noi provato di un contatto con il mondo oscuro, elementare, del proletariato..."). Ma in fondo anche Bruno Kessler era di origini proletarie e trovò in lui un amico e collaboratore prezioso, negli anni della scrittura del piano urbanistico di Trento (piano, pianificazione, parole che evocavano il "socialismo"...) e della nascita dell'università, una grande sfida per il Trentino, una sfida coraggiosa, voluta da Kessler, Andreatta e pochi altri...

Andreatta è stato ricordato ieri da molti, fra gli altri da Enrico Letta e Romano Prodi. Devo dire che la giornata, iniziata con una messa celebrata alla badia di San Lorenzo, mi sembrava avviarsi su binari un po' troppo iperbolici (nell'omelia mons. Rogger ha suggerito addirittura, se ho capito bene, che fosse Cristo una delle sue fonti di ispirazione: credo che un politico e un intellettuale mal sopporti simili accostamenti, un politico non è un santo).
Tuttavia nel pomeriggio si sono sentite parole importanti. Fra tutte mi piace ricordare quelle di Giovanni Bazoli, che brevemente elenco:

attenzione: Andreatta aveva una speciale attenzione a che i processi non degenerassero...tutti i processi di modernizzazione...dalla globalizzazione alle migrazioni internazionali... (leggiamo oggi che i clandestini raccolti dall'Italia sono stati spediti nelle fauci di Gheddafi, leggiamo che in Lombardia sui mezzi pubblici vogliono istituire carrozze per soli Lumbàrd; se non è degenerazione questa!);
laicità: lui, credente, cattolico fino al midollo, la considerava un valore irrinunciabile, sulla scia di De Gasperi, anche al fine di evitare che in Italia si formasse un "blocco laico" (oggi si direbbe laicista, usando un'espressione che personalmente non amo);
costituzione: Andreatta, sulla scia di Dossetti,si batteva per una strenua difesa dei valori costituzionali e metteva in guardia contro l'elezione diretta del premier. "Vogliamo un cancelliere, non un leader che si comporti come un 'dittatore' per cinque anni";
stato e mercato: credeva nell'economia di mercato e nella meritocrazia (mai capito perché quest'ultima parola fosse tanto invisa alla sinistra, quando di fatto evoca un concetto democraticissimo, anzi, un vero e proprio valore etico, come lo considerava Andreatta). Ma credeva anche nel ruolo di regolatore dello stato, del fine ultimo di creare benessere per tutta la società. Insomma, un keynesiano, come qualsiasi persona ragionevole e non dogmatica.
distinzione fra potere politico ed economico: la considerava più rilevante della stessa separazione dei poteri di Montesquieu.

L'hanno descritto anche come un lavoratore instancabile, e io personalmente penso che chi non sa abbandonarsi anche all'ozio meditativo, all'estasi del viaggiare, alla convivialità si perde qualcosa. Ma poi chi lo sa com'è una persona veramente, bisognerebbe partire dalle sue rinunce per capirla sul serio, soprattutto se parliamo con un uomo che doveva avere un senso del dovere altissimo...

Qui un bell'articolo di Edmondo Berselli pubblicato dopo la morte di Andreatta.

Pamuk, Brasov e la città perfetta (4) - fight da power

Ed eccoli qui i protagonisti, i nostri amici di Brasov.
Che fine avranno fatto? Pochi anni dopo il nostro viaggio ci fu la caduta, secca, improvvisa, del regime di Ceausescu. Il comunismo andava in pezzi ovunque, successe anche lì. Ceausescu e consorte vennero uccisi sbrigativamente. Non è detto che ciò che è venuto dopo sia necessariamente migliore, però: almeno non è una dittatura, e io comunque diffido di chi dice che si stava meglio quando si stava peggio.
Eravamo rimasti che scendemmo per andare a cena nella prima bettola. Era un posto molto semplice e molto old style, diciamo una locanda come potevano essercene state da noi 30 anni prima. Sul muro la lista dei divieti, fra cui quello di portare il coltello. La cucina era la tipica delle terre lungo il Danubio: Wienerschnitzel (ovvero cotoletta alla milanese), patate, pomodori.
Fuori scesero le tenebre. E fu buio pesto, come in una boccetta d'inchiostro, perché la Romania era in piena crisi energetica. Pur disponendo di petrolio, lo esportava per pagare i debiti contratti all'estero (la Romania era l'unico paese del blocco comunista che aderiva al Fondo monetario internazionale, perciò era guardata con sospetto da Mosca e corteggiata dall'Occidente). Quindi l'illuminazione pubblica nelle strade era praticamente inesistente, un'atmosfera gotica, vero viaggio dark nelle terre di Vlad Tepes l'impalatore, terre di castelli, boschi, forre, la "chiesa nera", neanche a farlo apposta, il monumento di maggior rilievo del centro cittadino.
Mi piaceva molto, a dirla tutta. Era torvo e distante, proprio come avevo sognato. Carico di mistero e di avventura. E fu proprio in quel momento che un ragazzo - uno studente dell'università di Brasov - chiese di sedersi al nostro tavolo.
Poliglotta, come molti dei suoi coetanei; cominciammo a conversare, presto i discorsi si fecero elevati, si parlò di Shakespeare, credo, quasi sicuramente di Wilde e di qualche altro mostro sacro della letteratura mondiale. Ero sinceramente colpito; da noi non era frequente sedersi al tavolo con uno sconosciuto e mettersi a parlare di cose così. Già era successo in treno con il bulgaro... Forse, mi dicevo, sotto all'aspetto dimesso la Romania nasconde giacimenti culturali soprendenti, frutto di una buona educazione di base (sanità e scuola erano in fondo le priorità di ogni regime socialista degno di questo nome).
Dopo la cena seguimmo il ragazzo fino al suo studentato. Mi pare ci fosse un controllo all'ingresso, disse che eravamo studenti stranieri in visita... Appena dentro, fu come se fossero entrati gli ambasciatori di un altro pianeta. La nostra improvvisa comparsa attirò subito l'attenzione di tutti quelli che vivevano lì. Ci portarono da una camerata all'altra, comparve magicamente un boccione di palinka, il tasso alcolico schizzò alle stelle. Tutti volevano conoscerci, parlarci, farci ubriacare, sapere... Mi guardavo attorno: lo studentato era povero, camerate spoglie con letti a castello minimali (reti e materassi, forse), bagni semiallagati nel corridoio... Pensavo che a Bologna studentati così glieli avrebbero tirati in testa all'Opera universitaria pezzo per pezzo, pensavo che nel ricco Alto Adige due anni prima avevamo quasi occupato una scuola per una questione di "cubature" (in pratica sostenevamo che le aule erano troppo piccole).
Peccato, solo un dettaglio sgradevole, nella luce acquatica del ricordo: lo studente che ci aveva accompagnati, che avevamo conosciuto al ristorante, lo misero da parte. Dissero che era un comunista, uno che stava dalla parte del regime. Luca provò a dire qualcosa...ma niente. Non era dei loro. Forse è anche per questo che si diventava comunisti, da noi: per distinguersi, per non intrupparsi nella massa delle pecore vestite Fiorucci che ascoltavano musica di merda e conducevano una vita "banale"... Per anticonformismo, per ribellione verso l'ovvietà espressiva dell'Italia democrista, che bruciava Ultimo tango a Parigi e censurava Querelle de Brest... per me quella era stata una molla fondamentale, sicuro. Ma lì? Che ne sapevamo, in fondo? E se quel tipo fosse stata una spia? Eppure con lui avevo conversato piacevolmente e nei giorni a venire ne avrei sentito la mancanza, mancanza del suo sguardo posato, delle sue parole sagge...
Ci scortarono all'albergo a notte fonda. L'accordo era che il giorno successivo ci avrebbero procurato due stanze all'ostello (le stanze vip!). Comunque, l'università di Brasov, come avremmo presto scoperto, era piena di studenti stranieri: arrivavano soprattutto dall'Africa e dall'America latina, in nome della solidarietà internazionalista. Studiavano "silvicoltura".
Invitammo un ragazzo, Mihai (il secondo da destra nella foto) a salire con noi, nella locanda di Bela Lugosi dalle scale scricchiolanti. Luca generosamente gli cedette il suo letto, si mise a dormire per terra nel sacco a pelo. Mihai veniva da una cittadina al confine con la Jugoslavia; sua nonna viveva dall'altra parte, in Serbia, a Turnu Severinu, nota per una diga. Così lui, a differenza degli altri rumeni, poteva uscire dal paese per andarla a trovare. Per questo era vestito all'occidentale, jeans e magliette alla moda. Erano cose che comperava in Jugoslavia. Mi sembrava incredibile - e mi sembra incredibile anche adesso - che questi ragazzi pienamente europei, colti, intelligenti, non potessero viaggiare. Che mezza Europa fosse confinata dietro una frontiera di fucili e filo spinato a bere palinka. Viaggiare era il sogno più comune di ogni studente universitario italiano; un sogno alla portata persino di quelli come me, figli della classe operaia, in fondo l'inter rail era a buon mercato, e comunque, ci si poteva arrangiare anche con l'autostop...
E per questi nostri coetanei rumeni invece era solo un miraggio. Per loro già era quasi impossibile andare in Jugoslavia, ma ci pensate? Gli chiedemmo: "Ma se aprissero le frontiere, scappereste tutti? Abbandonereste il vostro paese?" Ci risposero che no, loro erano rumeni, loro amavano il loro paese, sarebbero venuti solamente a vedere, a vedere com'era l'altra parte... Mi sembrava ragionevole come aspirazione. Il solito vecchio dubbio che avevo coltivato fin da bambino: ma se nei paesi comunisti la gente sta meglio che da noi, perché la rinchiudono dentro? Perché non la lasciano viaggiare? Sarebbero i migliori testimoni della superiorità del loro sistema sul nostro, no?
Eppure, la fede è fede. Non volevo lasciarmi disilludere del tutto. Una mattina litigai persino con Luca, al nostro ritorno, facendo una grigia colazione con le mosche del troppo sonno che ronzavano nella testa. Ancora volevo vederci qualcosa di buono, in quell'impasto di burocrazia, moralismo, gerarchie e kitsch. Durò poco, certo. Ormai più che un buco di tarlo in me si era aperta una voragine...
La mattina successiva ci trasferimmo nello studentato. Da qui in poi i ricordi si fanno confusi. Non credo abbia senso organizzarli in senso cronologico. Furono dieci giorni di amicizia, scoperte, bevute memorabili, chiacchiere. Dieci giorni in cui non dormimmo mai. Che si conclusero con un rientro molto difficoltoso...
Ciò che posso fare è cercare di raccontarli attraverso un piccolo vocabolario. La lista delle parole ritrovate, parole per dire una Romania che non ho visto più e che probabilmente non c'è più.
SOLDI
Eravamo partiti con i soldi contati, cioé in pratica poveri, quello che eravamo sempre. Improvvisamente diventammo ricchi. Il merito spetta a quel ragazzo capellone che nella foto sta rollando una sigaretta, il primo a sinistra. Era di Panama, il suo nome purtroppo l'ho scordato. Essendo straniero, durante l'estate a differenza dei suoi compagni di corso rumeni, poteva venire anche in Europa occidentale. Perciò gli servivano dollari. Noi dollari avevamo, appunto (ovviamente, lo dico per i giovani, l'euro non era nemmeno nel novero delle possibilità, nel 1985). Quindi fu ben contento di cambiare i nostri pochi averi al nero, ricoprendoci di lei, la moneta locale. Ci diede cinque volte quello che ci avrebbe dato la banca. Il problema - lo capimmo dopo - è che adesso non potevamo più spostarci, perché nel momento di pagare una camera d'albergo avremmo dovuto sempre esibire la ricevuta della banca nella quale avevamo cambiato la nostra valuta, quella che poi avevamo dovuto dichiarare entrando in Romania (era una misura inventata appunto per scoraggiare il cambio al nero, mi pare ci diedero anche una ricevuta falsa da esibire alla frontiera in uscita). Dunque, eravamo costretti a rimanere lì e a spendere lì tutti i soldi che avevamo.
Poco male, comunque. Cominciò una festa mobile, una grande orgia redistributiva che durò dieci giorni coinvolgendo tutti, amici, amici degli amici... A tutti si pagava da mangiare e da bere a profusione, in uno sfolgorio di prodigalità che un po' ci metteva in imbarazzo, perché ci trovavamo all'improvviso ficcati a forza nei panni degli occidentali spandimerda, mentre semplicemente questi soldi dovevamo consumarli. Comunque, fu l'unica volta nella vita che ci sentimmo un po' J.R., credo. Vero, Luca?
DOMENICHE NELL'EST
Ci portarono in gita a Poiana Brasov, che oggi mi pare sia un centro turistico importante, forse persino una stazione sciistica, su internet vedo che la pompano abbastanza. Anche allora, comunque, per gli abitanti della città era l'attrazione per eccellenza, la meta della gita fuori porta. Struggimento della domenica, viaggio nel tempo su autobus puzzolenti, risalendo i tornanti, fra case, carri, covoni, bestie. Ci si andava in autobus perché la macchina privata ce l'avevano in pochi, ovviamente. Tutti usavano il mezzo pubblico e facevano la fila. Che dire? A me non dispiaceva, è la cosa che ricordo con maggiore nostalgia di quell'Est. In fondo non è questa la sostenibilità? Non è questo l'essere "verdi"? Ritmi più lenti, rumori ambientali e polvere. Per chi come me non ha mai amato gli orpelli tecnologici, le moto, le auto, le infinite cazzate della società dei consumi, quello stile di vita non era poi male...
Voglio dire: essere poveri non significa fare una vita spiacevole o priva di divertimenti. L'avrei capito meglio in Africa, dove nessuno ha nulla ma la gente è meno depressa che da noi, generalmente. Comunque anche lì, andavano in questa località in collina, piena di locali tipici, in legno, fra i boschi, e mangiavano e bevevano l'impossibile. A me, insisto, sembrava ok. Per questo quando ne parlo cerco sempre di spiegare che la vita c'è comunque, anche sotto i peggiori regimi, la gente beve, si corteggia, scopa, legge, parla, gioca, ama... ecco, rispetto al libro della Muller, Il paese delle prugne verdi, che sto leggendo, che trovo comunque vero, poetico, appassionante, a me pare di ricordare che la Romania di Ceausescu non fosse solo tristezza e oppressione, era anche la vita che si faceva strada, comunque, caparbiamente, negli interstizi, scavando, rodendo e grattando, la vita che strepita, sputacchia, strabuzza gli occhi, si soffia il naso, infila le mani in tasca, la vita è sempre più forte.
CODE
In Occidente gli anticomunisti dicevano che all'Est si faceva la coda per ogni cosa. Noi pensavamo fossero balle. Beh,ok. Le code c'erano. Il peggio è che le facevano per comperare frutta o verdura che da noi avrebbero dato alle bestie, forse. Ci spiegarono che, di nuovo, la ragione era l'indebitamento estero del paese: Ceausescu voleva onorare i suoi obblighi, così la merce migliore veniva esportata.
Le code si facevano anche per prendere i mezzi pubblici, come la funivia con cui andammo sui Carpazi. Erano lunghissime; la gente però era sempre molto ordinata e composta.
EDUCAZIONE
A me sembrava che i rumeni fossero meravigliosi. Gente colta, gentile... Pensavo che se in una cosa il comunismo aveva avuto successo era questa. Oggi in Italia c'è la psicosi del rumeno. Il rumeno stupratore... Quello che raccontavano a noi, lì, era che a Brasov, città industriale di medie dimensioni, erano anni che non avveniva un delitto, e questo nonostante la mancanza di illuminazione la notte. Fungevano da deterrente i militari per strada con i mitra a tracolla. Ecco, quello a me studente libertario certo non piaceva. Poi, oggi, i militari per strada li hanno messi anche da noi. Berlusconi come Ceausescu.
IGNORANZA
Nel senso che anche loro ignoravano tante cose fondamentali del nostro stile di vita. Gli raccontavamo che noi in Italia andavamo in giro in autostop, e loro facevano una faccia perplessa. "Non avete paura della mafia?", ci chiese uno ad un certo punto. Oppure, ignoravano le nozioni fondamentali sulle droghe, la differenza fra una canna e una pera... Droghe, ci dissero, lì non ce n'erano. La gente si spaccava con l'alcol.
CONSUMI
Parlo di quelli che realmente contano per me, cioè libri e musica. Erano messi male. Nelle librerie di Brasov, c'erano esposti solo libri consunti con su i discorsi del presidente Ceausescu (forse, a cercare bene, c'erano anche quelli del compagno Kim Il Sung). Non capivo come facessero a conoscere così bene la letteratura occidentale. Le biblioteche, mi dicevano, e i libri che qualcuno gli spediva da fuori, che riuscivano a passare il controllo della dogana... Stesso discorso per la musica. Lì, a differenza che in Ungheria, musica occidentale in vendita non ce n'era. Chi poteva uscire (come il nostro amico panamense, o quell'altro di Costa Rica, il secondo da sinistra nella foto, altra persona squisita), portava dentro cassette comperate in Germania o in Austria. Comunque, la musica è sempre un magico esperanto. Si trattasse di Vangelis o dei Black Sabbath, gettava subito ponti, apriva porte. Spalancava sorrisi.
Per il resto, niente auto, niente vestiti trendy. Tutto in qualche modo logoro, avariato, polveroso, macilento. Però i pomodori e la carne erano ottimi.
KITSCH
Visitammo un museo storico. Veniva narrata la storia del paese, dalle guerre contro i Turchi allo sbandamento per il nazifascismo fino all'avvento del socialismo. Un museo normalissimo. Però in fondo c'era l'ultima sala, quella dedicata alle conquiste del regime: frasi di Ceausecsu as usual, e nelle bacheche automobiline e aeroplanini in scala come quelli con cui giocavo da bambino.
NUCLEARE
Da noi c'era appena stato il referendum, lo consideravamo una delle più grandi vittorie della sinistra. Lì invece le centrali le volevano. Dicevano che in Bulgaria ne avevano di più e quindi non c'erano problemi di energia.
ESPROPRIO
Se c'è un momento in cui ho cessato di essere comunista credo sia questo. Niente di che, in fondo, sapevamo già che i comunisti erano dei bacchettoni ipermoralisti, a Mosca avevano organizzato un concerto di Elton John ma senza la band perché dicevano che "eccitava troppo gli animi...".
Però se questo valeva per tutti per lo meno un senso ce lo poteva avere, una coerenza, per quanto perversa. Ma no, era solo facciata. I boss del partito non soggiacevano a queste regole ferree, non conducevano una vita austera, se la godevano, eccome, proprio come i maiali di Orwell.
Una sera passeggiavamo per le strade buie di Brasov e sentimmo una canzone dei Queen fuoriuscire da un palazzo, era "Radio gaga". Stupiti, chiedemmo spiegazioni a Mihai. Ci disse che quel palazzo era la sede del comando militare, che organizzavano spesso delle feste, con orchestre, musica occidentale...
La cosa che mi disgusta di più è quanto i potenti trattano il popolo come se fosse fatto di bambini incapaci, che devono essere puniti, tenuti all'oscuro, in castigo... mentre loro fanno quello che gli pare, ed espropriano la gente della sua libertà. Anche della libertà di sbagliare. Fight da power.
COSE DA VEDERE
Visitammo Sighisoara. La città natale del conte Dracula, ossia di Vlad II. Ci andammo in treno. Era notevole. Era puro medioevo. Oggi pare sia ancora più bella, ma quelli che parlano così intendono dire che è restaurata, che ci sono i locali per i turisti e probabilmente anche le automobili. All'epoca era quasi vergine. Quasi deserta. Una donna faceva a maglia sotto alla torre dell'orologio, vestita nel costume tipico transilvano. Una turista tedesca la fotografava. E' l'unica turista che io ricordi.
Un cimitero, nomi tedeschi incisi sulla pietra. Un uomo del sud Italia, forse un salernitano, che ci disse di essere lì perché aveva sposato (o stava per sposare?) una rumena. Passammo il pomeriggio a bere limonata, a Luca piaceva tanto la limonata che avevano lì. Parlavamo di cinema, parlavamo di tutto. Andammo a fondo della nostra amicizia, in quel pomeriggio assolato, fuori dalla storia, dalla politica, dal mondo, un cerchio magico ci strinse, dopo qualche mese ci saremmo trovati le morose e avremmo smesso di frequentarci.
Sugli alberi ingiallivano le foglie.
Visitammo i Carpazi. Lame di luce attraverso strati di nuvole. Nel rifugio mi riempii il piatto, ero affamato, ma era tutto pesantissimo, ne lascia lì metà vergognandomi.
Visitammo il castello di Bran, quello che avevo visto da bambino in fotografia su una Domenica del Corriere, il pretesto per il viaggio. Scrissi una frase tratta dal Nosferatu di Herzog sul libro degli ospiti. Una vecchia zingara mi vendette un puzzolente gilet di lana di pecora e Luca mi prese in giro tutto il tempo.
C'erano senz'altro anche altre cose da vedere ma noi la sera dovevamo per forza rientrare a Brasov e quindi potevamo fare escursioni solo entro un certo raggio. Non andammo a Bucarest, ad esempio. Non che ci tenessimo poi tanto.
FINZIONI
Le finzioni del benessere socialista. Prodotti che imitavano le merci capitaliste. La Coca Cola non c'era, c'era la Fru-Cola. Beh, sì. Odorava di fogna. Mi sembrava così sciocco fabbricare male delle imitazioni quando potevi importare l'originale. Dov'era il problema? La Coca Cola piace a tutti.
Le Marlboro invece le potevi comprare solo nell'albergo chic di Brasov, pagando in dollari (i rumeni non potevano avere dollari). Le sigarette rumene si aprivano dopo tre tiri. Mi sembrava impossibile! Ma cazzo, neanche le sigarette???
LEGGENDE METROPOLITANE
Ovviamente c'erano leggende di ogni tipo, come sempre in un regime dominato dalla propaganda. Difficile distinguere il vero dal falso. Si diceva che negli ospedali a causa della crisi energetica un sacco di bambini morissero perchè periodicamente, per risparmiare, toglievano la corrente, e le incubatrici non funzionavano più. Gli studenti stranieri - una voce attendibile, venivano da paesi poveri, non dagli Usa - dicevano sottovoce: "Qui niente è giusto". Lo dicevano con divertita rassgenazione, come gente che nella vita ne ha già viste di cotte e di crude.
RAGAZZE
Ci parlavano delle loro ragazze, molti di loro venivano da regioni lontane dai Maramures, avevano lasciato là le loro compagne... Siccome vedevano che non attaccavamo bottone, che eravamo un po' imbranati, una sera organizzarono un festino per noi allo studentato. Purtroppo era lo stesso giorno della gita ai Carpazi: anche se ci fecero saltare la fila alla funivia, per farci rientrare prima (pagando una mancia, puro italian-style), arrivammo tardi lo stesso, le ragazze ormai erano andate. Magari, ci saremmo fidanziati con due rumene...
LA MEMORIA
La memoria ha dei buchi enormi. Ricordo diverse cose, le stesse che ho ricordato per anni. Ricordo un nero, un africano, che ci comparve davanti nella notte, ci disse che era stato a Bolzano, conosceva la nostra città. Ricordo che comprai delle corde per chitarra e delle anfore smaltate da portare a mia madre come regalo. Non ne ricordo assolutamente altre. Ricordo anche le cose che mi davano fastidio, la capacità di Luca di predicare buoni sentimenti, io no, io ero più chiuso, avevo difficoltà con le lingue, e poi non sapevo cosa dire, non ce la facevo a proclamare loro che bisogna avere fiducia e lottare, che le cose sarebbero cambiate... Luca all'epoca era un cantante, era più estroverso, io l'introverso scrittore timido...
Ma certe cose non le ricordo proprio. Come tornammo in stazione, ad esempio. Come tutto finì. Ricordo che ci diedero le loro foto, gli indirizzi. Che Mihail scrisse sul retro di entrambe la stessa dedica, perché "per me voi siete uguali." Che poi, chissà quante cose non ho visto, non ho notato. I miei mi dissero che una volta rientrato arrivarono un paio di telefonate strane, a casa nostra. Chissà se la paranoia di un regime agli sgoccioli si spingeva fino al punto di spiare due turisti ventenni.
Salimmo sul treno, l'Orient Express, quello vero. Ricordo che agitai a lungo la mano nel buio della notte, fuori dal finestrino.
Stavamo tornando in Italia. Ma il ritorno ci avrebbe riservato ancora qualche sorpresa.

Pamuk, Brasov e la città perfetta (3) - come si cambia

Brasov. Non molto diversa da Bolzano (infatti al ritorno, quando mostravamo le foto, ci dicevano: Che cazzo ci siete andati a fare?)

E' così, quando inizi a scavare saltano fuori per caso le cose più disparate, solo due metri più in là. Non ho mai trovato un romanzo che parlasse della Romania di quegli anni, la Romania, di Ceausescu, gli anni '80, l'Occidente ubriaco di Borsa e riflusso, occasionali attentati terroristici di (ancora!) le Brigate Rosse, e a poche decine di chilometri da qui l'Est, la Romania, una dittatura che tutti facevamo finta di non vedere, preoccupandoci (giustamente, o meglio comprensibilmente) del Nicaragua, del Cile, ma ignorando tutto di queste miserie europee, di casa nostra (per non dire dell'Afghanistan).

E poi adesso che ho cominciato a scrivere, mi viene nelle mani questo libro di una certa Herta Muller, classe 1953, Il paese delle prugne verdi, che proprio di questo parla - con stile immaginifico, molto femminile, molto ostico per me - cioé della Romania di Ceausescu, di tutto quello squallore e quell'ipocrisia, assieme a operai bisunti ubriachi appena fuori dalle fabbriche, campi sterpaglia, pulci delle piante, fuligine e cieli, cieli, nuvole, studenti, siccità. E io sono ancora allora, in quel treno, con genitori entrambi vivi che mi aspettano a casa e a cui cerco di telefonare, e l'università che mi aspetta a Bologna, e le mele da raccogliere sugli alberi settembrini, e la birra e la palinka che bevevano là, a litri, e scioglieva la lingua. Come si cambia per non morire, no? Come si cambia per essere sempre al punto di partenza più confusi e insoddisfatti di prima solo che adesso ho visto morire, ho visto qualcuno morire e so com'è, so che hanno lo stesso sorriso stupito in faccia come a scusarsi e a dire: "Tutto qui?"
Ma lo dirò in un'altra occasione, concentriamoci sulla Romania, estate 1985, viaggio a Brasov resuscitato alla memoria dalla lettura del romanzo Neve di Orhan Pamuk.

Sì, insomma, eravamo rimasti che ce ne stavamo andando, via da Budapest, dalle sue architetture asburgiche, dalla sua patina conformista, si va, finalmente, verso l’ignoto che fa tremare le palpebre! Si va col cuore in gola, come gente niente abituata a viaggiare, e il pacchetto di sigarette infilato fra la maglietta e la spalla, a sentirsi più coraggiosi, e basta.
Alla frontiera ungherese era salita una squadra, molto marziale, fucili a vista, avevano frugato dappertutto. Al confine rumeno invece ci accolgono più bonariamente. Un milite estrae dal mio zaino un tascabile di Hemingway. Attimo di imbarazzo. Come la prenderà? “Ah, lo scrittore americano che ha combattuto nella guerra di Spagna”.
Tutti sorridono, approvano con vigorosi gesti del capo. Ma rischiamo subito un incidente diplomatico, quando mostriamo i passaporti.
“Italiani? Discendenti dei Cesari!”. Crediamo sia una frase di scherno, cerchiamo la replica adatta, che combini l’ideologia presente alla storia passata di queste terre.
“Romani imperialisti” ci sembra la più giusta. Nel posto da dove veniamo noi, un’altra terra di confine, prima austriaca, poi italiana, per gli incerti della storia, sarebbero in molti a sottoscriverla. I loro volti esprimono disappunto. “Imperialisti? Civilizzatori!”. Qui, sulla frontiera, ci viene dato un primo saggio della smodata fierezza che i rumeni nutrono nei confronti delle loro parentele con il mondo latino, fierezza nella quale siamo destinati ad inciampare ad ogni passo.

Andiamo verso Brasov, la città nell’Est. Intanto fuori dal finestrino sfila la campagna rumena. Di fronte a noi siede un signore bulgaro, rugoso, sui palmi colline di calli di uno che ha fatto tutta la vita lavori manuali. Attacca una conversazione fatta di pochi vocaboli internazionali e molti gesti, molte mani che sfarfallano davanti alla faccia ad indicare concetti impalpabili. Ci stupisce con la sua cultura. Snocciola in bell’ordine date e nomi di papi morti, guerre, trattati diplomatici. Che razza di contadino è questo? Spia della Stasi? Lupo grigio? Pure, gli guardo le mani e sono quelle che sono. I piedi, le orecchie. Insomma tutto. Ne sa più lui di noi, in quanto a storia moderna. Incredibile.
Nel frattempo la Romania si svela, oltre la fragile barriera del veicolo. Ecco il comunismo. Allora avevo letto nulla, adesso che ho letto Doris Lessing so che ho fatto i suoi stessi pensieri, anche lei, arrivando a 30 anni dalla Rhodesia nel porto di Londra, guardava stupita gli operai dei docks e si chiedeva: "Possibile siano loro? Possibile sia questa la mitica classe operaia destinata ad ereditare la terra?".

Scorrono cortili, casematte, pali della luce come nei film western, tutti inclinati, pericolanti, mezzi marci, fabbriche da cui escono lavoratori neri di sudiciume, mai visto gente conciata così, mio padre tornava dalla fabbrica ripulito, qualche bruciatura del saldatore, ogni tanto, certo... Sfilano stazioni i cui nomi sono sormontati da grandi cartelli con sopra scritte le massime del presidente Ceausescu, come quelle fatte incidere da Mussolini nei marmi della mia città, la stessa tronfia retorica, la stessa pedagogia boriosa, la stessa, identica diffidenza verso il nemico di sempre il nemico di ogni dittatura (e di ogni religione), l'individuo, la testa pensante, la canna risonante.
Il bulgaro organizza una pantomima, sta cercando di comunicarci qualcosa, un concetto, ci impieghiamo cinque minuti a capirlo, ma infine la forza dei gesti ha il sopravvento sull’odiata diversità linguistica, retaggio di un castigo biblico: “Voi giovani, dovete portare il mondo”. Io da un lato sono commosso, da molto tempo nessuno ci dice cose così, a scuola o altrove. Semmai siamo stati avvisati: che dobbiamo stare in campana, che siamo candidati alla disoccupazione, c’è anche un realismo capitalista, oltre che un realismo socialista. Ma deve aver colto un lampo di delusione nei nostri sguardi. Vede i nostri sorrisi sfaldarsi davanti a bicocche rurali, di grande povertà. Si sforza di arginare il diluvio del disincanto. “In Bulgaria le case sono più grandi, sono bigger, bigger. Perché non venite in Bulgaria”.
Ma no, grazie, grazie tante. Un’altra volta, forse. In un’altra vita.
In fondo alla pianura sorgono palazzi senza grazia. Sotto un cielo nerissimo, praticamente temporale, la città si dispone al tramonto. Del resto, in fondo al mio animo malinconico, c’è una bellezza anche nel cemento armato, e ce n'è un'altra nei fiori che crescono sul ciglio delle ferrovie (come il fiore giallo di Ginsberg), e c'è una bellezza particolare nei neon che sfrigolano neri di insetti in qualche bar miserabile e nelle pianure disadorne e negli agosti vuoti e insomma dappertutto dove non luccica scintillante l'industria dello spettacolo.

Piaccia o no, tocca di scendere. Salutiamo il nostro compagno di viaggio e scendiamo a Brasov, unici turisti, almeno per quel giorno, e quel treno.

Ci incamminiamo dunque, nella penombra, in questa esaltante, estrema libertà, di cui far scorta, per tutte le stagioni a venire, ci inoltriamo nel ventre della stazione, torve facce transilvaniche occhieggiano dietro ai piloni, presto siamo già lontano dai binari, si sente solo il rumore del treno che sparisce, inghiottito da incomprensibili distanze, paesi, pianure, Sofia, Istanbul, Ankara, Diyarbakir (Kars?) con dentro il nostro amico bulgaro, ormai in viaggio verso remoti orizzonti orientali, ah, sì, è così. Addio! Addio addio addio addio addio!"

Non ricordo tutto. Credo si prese un tram per il centro. Si domandò in un albergo, era troppo caro, si trovò una stanza in cima ad una scala di legno dietro un angolo, hotel Sport. Ricordava la casa della zia Ines. Piena di tarli e fantasmi. Mi piaceva.
Poi si uscì per cenare.

Free money

"Se fossimo al Governo, faremmo una cosa chiara: nella crisi non bisogna dimenticare chi da solo non ce la fa. Quindi una indennità di disoccupazione a tutti coloro che perdono il posto di lavoro, a cominciare dai precari. E un intervento per aumentare i salari più bassi e mettere le famiglie in condizione di vivere».
- Dario Franceschini -

Beh, certo che se il buon giorno si vede al mattino la proposta del nuovo segretario del PD - che ha avuto anche il placet di un illustre economista come Tito Boeri - è di quelle che fanno ben sperare. In Trentino la strada scelta è il reddito minimo di garanzia, che esiste - informa sempre Boeri - in tutti i paesi europei tranne che in Italia e in Grecia. Bene anche il sistema dei controlli incrociati per smascherare gli eventuali approfittatori.
Su come finanziare questi ammortizzatori sociali (Brunetta si premura di informarci che si chiamano così, crede che il popolino sia appena sceso dagli alberi...) si vedrà, ma sono abbastanza d'accordo sia con chi parla di lotta all'evasione fiscale sia con chi ricorda che i miliardi per salvare (salvare?) l'Alitalia Berlusconi li ha trovati.
E questa è Patti Smith con il sogno di tutti i poveri: Free money (tutte le notti/quando mi addormento/ sogno soldi gratis...)

Sinistra, what sinistra?

In un giornale nazionale - il Corrierone - in questi giorni si parla del perché i militanti dell'ex-partito comunista più grande dell'Europa occidentale si siano dovuti affidare ad un un ex-Dc per avere un nuovo capo.
E' una questione che dovrebbe interessare anche chi non ha mai militato in quel partito o non ne ha mai preso la tessera. Perché il comunismo italiano è stato un pezzetto della storia non solo d'Italia ma d'Europa, e all'epoca veniva studiato con interesse anche all'estero, per capire se era possibile che un partito non socialdemocratico o lib-lab ma comunista tout court potesse andare al potere in maniera democratica.
Sostiene qualcuno che il PCI era un partito stalinista, e che è questa la ragione per la quale non è riuscito a diventare un grande partito della sinistra riformista come la Spd o il Labour britannico. Io non credo sia questo il punto. Semmai il PCI era un partito che si reggeva su un'ambiguità: il riformismo di fatto (Togliatti fin dal suo sbarco a Salerno sapeva bene che in Italia la rivoluzione non s'aveva da fare) e l'amicizia con Mosca, condita con improbabili invenzioni ideologico-semantiche ("la Terza via"). Quando quell'ambiguità è caduta - ovvero quando il comunismo sovietico si è sbriciolato - semplicemente non è riuscito ad andare al di là del cambio del nome, non ha saputo darsi una nuova identità. Questo significa che prima del 1989 la sinistra italiana non aveva conosciuto delle spinte verso il rinnovamento? Certo che sì: il '68 proprio questo è stato. Il '68, la scuola di Francoforte, il pensiero antiautoritario, una parte della controcultura pop, il femminismo, l'ecologismo, il terzomondismo ecc. E poi gente come Alex Langer, cattolico, lottacontinuista, "neuelinkista" e verde, che ad un certo punto ebbe persino la sfrontatezza di proporsi come nuovo segretario del PCI. Ma il partito ha sempre guardato con sospetto a tutto questo, a volte ignorando deliberatamente la carica di novità che ne scaturiva (salvo a servirsene furbescamente, cercando di cavalcare, negli anni '80, il movimento pacifista, all'epoca dell'installazione dei missili Pershing e Cruise in risposta agli SS20 sovietici, probabilmente dopo averne parlato con Mosca). Si fosse comportato diversamente, forse l'estremismo ideologico non avrebbe attecchito così tanto, in Italia? Chi lo sa. Certo quando Berlinguer arrivò a dire alcune cose lodevoli sulla sobrietà e sulla paura che gli faceva il socialismo reale era ormai un po' tardino...
Nel 1989 in compenso tutto quel magma si era raffreddato. C'era stato l'avvento del craxismo, l'inizio della disoluzione della classe operaia come soggetto politico, e altrove Reagan, la Tatcher... E dunque, dove avrebbero potuto andare a parare gli ex-militanti del PCI? Per me la risposta è chiara (oggi; ovviamente non lo era allora): nel liberalismo. Che non è, come si è sempre pensato da noi, necessariamente di destra (non a caso l'equivalente negli Usa della nostra sinistra non è un partito socialista o laburista ma i liberal).
Parliamo di quella parte di pensiero liberaldemocratico figlio dell'Iluminismo e delle rivoluzioni borghesi più che di quelle proletarie, quindi di un liberalismo "di sinistra", che guarda a Stuart Mills piuttosto che a Adam Smith. Un liberalismo fatto sostanzialmente di due cose:
- lotta per i diritti (individuali, non di classe, i diritti del cittadino, dell'uomo e della donna, quindi diritti di matrice liberale come è di matrice liberal-democratica, in fondo, la Carta dei diritti universali dell'Onu);
- difesa di alcuni importanti valori (i valori di sempre della sinistra europea: giustizia, eguaglianza delle possibilità, laicità, e mettiamoci vicino la solidarietà che non appartiene propriamente al bagaglio liberale ma può entrarci agevolmente, e mettiamoci anche il valore della ricerca della felicità della costituzione americana, perché no).
Purtoppo sui diritti individuali in Italia non c'è mai stato nessuno se non i radicali (e occasionalmente i socialisti); sul versante dei valori, invece, i campioni assoluti sono i cattolici. Per questo anche molti non-credenti spesso si trovano più a loro agio con i cattolici (certi cattolici) che con tanta gente di sinistra, che più che cinica, come è stato scritto sul Corrierone, mi pare disillusa, svuotata, oppure assurdamente manichea.
Riuscirà il nuovo leader del PD a cambiare le cose? Il punto non è questo. Franceschini è impegnato nell'impresa improba di far convivere e amalgamare due culture politiche, e io spero ci riesca. Ma il punto che dovrebbe stare a cuore a tanta gente di sinistra, qualunque cosa oggi questa parola significhi, è se la sinistra avrà la forza (intellettuale e morale) di darsi un nuovo statuto, un nuovo bagaglio di idee e di strumenti di analisi, una nuova prassi politica.
Mi si dirà che il problema non si pone perché la sinistra è morta. E non è vero, in Spagna ad esempio è viva e vegeta anche se i nostri pidiessini prodiani per anni ci hanno raccontato che qui da noi si stava meglio (perché si stava peggio?).
Mi si dirà che tutto questo non serve, che sa di polverosi congressi e pensosi tomi di filosofi, mentre oggi per fare politica è sufficiente un buon leader carismatico, capace di giocarsi la carta del populismo. E anche questo non è vero, la politica dev'essere fatta di idee, soprattutto di idee.
Fortunatamente, se guardo a come si sta muovendo Obama, mi sento un tantino confortato.