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Il nobel per la letteratura a Herta Muller


Il nobel alla letteratura è stato assegnato a Herta Muller, di cui avevamo parlato qualche mese fa in questo blog, suggestionati dalla lettura del suo "Il paese delle prugne verdi", edito dall'editore Keller di Rovereto (Tn).

Riporto qui il lancio Ansa. Proprio oggi, e riguardo a un precedente post sul tema, ho ricevuto una mail che confuta in parte sia quanto raccontato dalla Muller riguardo alla dittatura di Ceausescu in Romania sia quello che ricordavo io del mio viaggio in Transilvania del lontano 1986. Bene, credo che la scrittura della Muller sia effettivamente molto interessante, una scrittura assieme lirica e asciutta, inizialmente difficile da decifrare, di certo non banale. La descrizione che dà della Romania di quegli anni è impressionante: ma non dico questo perché amo il romanzo "impegnato", l'arte "di denuncia". Credo che l'unico impegno di uno scrittore consista nel dire bene ciò che deve essere detto. Ed in questo mi pare che lei si sia rivelata all'altezza del compito (perlomeno in quel libro).
Riguardo a Ceausescu, penso che ogni dittatura abbia molte facce: fra le tante, ve ne possono essere anche alcune accattivanti. Conosco rumeni i quali oggi dicono che "si stava meglio quando si stava peggio". Io stesso ero stato colpito da alcune cose che avevo visto (o forse solo sentito dire) in Romania, ad esempio riguardo all'assenza di criminalità (vera o presunta essa fosse, e non parliamo qui della criminalità politica). I ragazzi rumeni che ho conosciuto erano molto colti e conoscevano la letteratura occidentale anche meglio di noi. Non so bene dove la trovassero visto che io nelle librerie avevo visto solo libri di propaganda politica, ma evidentemente c'erano (o si studiavano). Comunque, è vero ciò che sostiene questa persona, probabilmente: le dittature non cadono per la letteratura ma per la fame. O forse cadono semplicemente perché il mondo le lascia cadere, e ciò non riguarda solo le dittature, ma anche la nostra Prima Repubblica pentapartitica.
Infine sulle analogie con Berlusconi: sì, è vero, noi italiani (alcuni di noi italiani) parliamo con troppa facilità di analogie fra il regime berlusconiano e le dittature "vere". Ciononostante, devo anche dire che le parole che ieri Berlusconi ha usato nei confronti del presidente della Repubblica e della Consulta io non le ho mai sentite prima. E mi inquietano un po'.

Ecco breve ritratto e motivazioni del nobel a Herta Muller.

Nata nel 1953 a Nitzkydorf nel Banato Svevo, regione di cultura e lingua tedesca passata dopo la seconda guerra sotto il controllo della Romania, ha studiato letteratura tedesca e romena a Timisoara, legata a un gruppo di scrittori e poeti romeno-tedeschi (l'Aktionssgruppe Banat di cui facevano parte Richard Wagner - con cui si e' sposata e trasferita in Germania nel 1987 - Nikolaus Bergwanger, Rolf Bossert, Franz Hodjak) che praticava la letteratura come opposizione culturale al regime di Ceausescu.

Pubblico' il suo primo libro, 'Niederungen', a Bucarest nel 1982 e gli altri dopo il suo arrivo in Germania, dove ha vinto nel 1994 il Premio Kleist, nel 2003 (a pari merito con altri due autori) il Joseph Breitbach e l'anno dopo il Konrad Adenauer. Nelle sue opere ha rappresentato, puntando molto sullo stile e la scrittura gli aspetti piu' crudi del suo ambiente (la miseria e l'arretratezza culturale della minoranza tedesca del Banato) e della situazione politico-sociale della Romania, con un riferimento particolare alla condizione delle donne.

In italiano esiste il romanzo ''Il paese delle prugne verdi'' edito da Keller (vedi in proposito anche il blog di Carlo Martinelli) e il suo racconto ''Una mosca attraversa un bosco dimezzato'' nell'antologia ''Fuoricampo'' di scritti di autrici austriache e tedesche, edito da Avagliano. (ANSA)

Ma queste sono quattro righe di maniera che hanno tutti i siti, oggi. Come scrive veramente Herta Muller? Com'è la sua Romania? Ecco un brano da "Il paese delle prugne verdi" (trad. Alessandra Henke, Keller edizioni).

Kurt veniva in città ogni settimana. Era ingegnere in un mattatoio. Si trovava al margine di un paese, non lontano dalla città. La città sorge troppo vicino per abitare in paese, disse Kurt. Gli autobus viaggiano in direzione opposta. Al mattino, quando devo trasferirmi in paese per lavoro, un autobus esce dal paese verso la città. Di pomeriggio, dopo il lavoro, un autobus si dirige dalla città verso il paese. Ciò ha una sua ragione, non vogliono che nel mattatoio lavorino persone che possono viaggiare in città. Vogliono gente del paese, che lo abbandoni raramente. Quando giungono i nuovi arrivati, diventano rapidamente complici. A loro occorrono pochi giorni per tacere come gli altri e bere sangue caldo. Kurt controllava dodici operai. Collocavano tubi di riscaldamento nell'area del mattatoio. Kurt era raffreddato da tre settimane. Ogni settimana dicevo: devi rimanere a letto. Gli operai sono intasati quanto me e non rimangono a letto, diceva lui. Quando manco non fanno niente e rubano tutto.
(...) Poi disse: i bambini della scuola di Georg non vogliono saperne nulla della fabbrica e del parquet dei loro genitori e dei fischietti dei loro nonni. Dalle assi ricavano pistole e armi. Vogliono diventare poliziotti e ufficiali.
Quando al mattino vado al mattatoio, i bambini in paese vanno a scuola, disse Kurt. Non hanno né un quaderno né un libro, solo un pezzo di gesso. Così disegnano pareti e recinti pieni di cuori. Sono solo cuori intrecciati l'uno all'altro. Cuori di manzo e di maiale, che altro. Questi bambini sono già complici. La sera, quando ricevono i baci, sentono che i loro padri bevono sangue e vogliono andare là.

Pamuk, Brasov e la città perfetta (5) - down to earth

Foto: il kitsch socialista - Ceausescu

Aldo Busi, nel suo "Seminario sulla gioventù", dice che degli anni della giovinezza non rimane niente, non si ricorda niente. A me sembra vero il contrario. Ogni posto visto, ogni pietra, faccia, pettinatura, vestito, sigaretta, mano. Li senti venire, la notte, l’insonnia li raduna. Sono qui. Non passano mai.

Viaggiavamo nel ventre della notte transilvanica, via da Brasov, lontano dalla città perfetta nel boato del ricordo, destinata a ritornare sottoforma di meta asiatica, ancora più remota, nei miei sogni a venire, per anni e anni e anni, viaggiavamo cullati dal ritmo dell'acciaio sull'acciaio, via da Brasov, indietro verso l'Ovest, l'Occidente, l'Italia, via dai tetti aguzzi e dalle polveri nemmeno tanto sottili, via dalle strade senz'auto e dalle locande, facendo conoscenza con i nostri occasionali compagni di viaggio, divertiti dal libro su Dracula che stavo finalmente leggendo ("è un libro storico", spiegavamo). E in fondo alla notte raggiungemmo il confine.

L'alba si faceva attendere. I doganieri controllarono i passaporti, e con nostro grande stupore ci fecero scendere. No, non potevamo proseguire il viaggio. Perché? Ci spiegarono che avevamo bisogno di un nuovo visto per riattraversare l'Ungheria. "Ma non ci fermiamo, stiamo tornando in Italia!". Niente da fare. Dovevamo tornare indietro, di nuovo tutte le colline e i campi e le anse dei fiumi e le montagne della Transilvania, di nuovo le fabbriche, le miniere, le stazioni, i pali della luce inclinati, il cemento delle periferie, i tubi arruginiti, i depositi, le caserme, indietro fino a Bucarest, dove avremmo richiesto il visto all'ambasciata ungherese. Significava allungare il viaggio forse di una settimana. E nel frattempo avevamo speso tutti i soldi.

Non c'era un'alternativa? Non potevamo fare il visto lì, sul confine? Le guardie rumene si interrogavano. Infine, la sentenza: no, sul treno non si poteva fare. Potevamo forse fare il transit-visa alla frontiera attraversata dalla strada statale, che non si trovava lì, ma in un altro punto del confine, distante, 50, 100 chilometri, più o meno. E come ci si arrivava? Dovevamo dunque prendere un treno locale fino ad Arad, poi un altro fino alla sperduta località di Natlag, e di lì a piedi fino alla frontiera.

Salimmo su una tradotta notturna. La notte non finiva mai. Insetti strisciavano nei campi, pipistrelli si alzavano in volo come nuvole. Il vagone era pieno di operai che si recavano al lavoro, poveri spettri neri. Mi sono svegliato di soprassalto, senza realizzare che mi ero addormentato; ci stavano guardando, quelli seduti, quelli in piedi, tutti con la sigaretta fra le dita nere, tagliate, non so perché, credevo fossero controllori, agitato ho preso fuori di tasca il biglietto e il passaporto allungandoli al primo che mi stava davanti. Mi scrutò interrogativamente. Non erano nessuno, erano solo i pendolari dell'alba, che andavano ad alimentare gli altiforni. Non ci stavano guardando. Stavano pensando ai fatti loro, al paradiso dei lavoratori, agli orti o alle galline, o alla fica, che ne so.

Scendemmo ad Arad. Nella piazza di fronte alla stazione, la solita massima del presidente Ceausescu, sulle magnifiche sorti e progressive. Lasciammo i bagagli in stazione. Prendemmo un altro locale fino a Natlag, il punto di non-ritorno, il paese delle oche.

A Natlag ti controllavano i passaporti appena scendevi dal treno. Era una zona sensibile. Se arrivavi lì, o ci abitavi, a Natlag, o progettavi di scappare, attraverso le paludi. Ci informammo: sì, la frontiera era a pochi chilometri, bisognava attraversare la terra di nessuno. Bastava seguire la strada. Ma servivano delle foto. Avevamo le foto? No? In paese c'era un fotografo.

Natlag una visione rurale nella luce lattiginosa del mattino. Oche e strade sterrate. Trovammo il fotografo, un vecchietto piacevolemente sorpreso della nostra venuta. Aveva una vecchia macchina fotografica montata su un trepiede, delle gigantografie da usare come sfondi. Facemmo queste immagini di viaggio nel tempo, questi scatti professionali del 1940, poi ancora oche, nuvole, pozzanghere, treno, di ritorno ad Arad, a prendere i nostri bagagli, e quindi again sul lento convoglio pendolare, avanti e avanti nella pianura...

Arrivammo per la seconda volta a Natlag. Ci incamminammo sul ciglio della strada, ogni tanto lo spostamento d'aria di un camion, oche e uccelli sulle paludi asciugate dal sole estivo, lì la terra era davvero piatta. In fondo, finalmente, la frontiera ungherese. Sembrava mancasse ancora qualcosa, un turco lo stavano tartassando, più in là, gli facevano il culo, alla fine la sbarra si solleva, sentiamo le fanfare nelle orecchie, "ora ci arrestano", lasciamo la Romania con gli zaini in spalla, addio, addio, addio, addio!
Di là della linea di fuoco c'è un trenino fino a Szeghed, Seghedino. In stazione una coppia dalla Germania Est, dalla DDR in vacanza in Romania, questo gli era toccato in sorte, vacanze in Romania. E poi Budapest, colazione, l'occhio che affoga nel cappuccino, lo scazzo finale, per tutto quel tempo passato assieme, io e Luca, la voce che si alza, nel caos del troppo sonno, nel rumore, il labirinto, rumore di poco sonno nell'orecchio. E ancora, ancora treno, l'Italia, Venezia, ubriachi, sbattendo per il sonno sui vetri, le porte, i portabagagli, i controllori, lo stupore di ritrovarmi nella valle dell'Adige, le nostre montagne, ordinate, terrazzate, infine a casa, tre giorni e tre notti senza dormire.

"E allora?", mi chiesero, appena entrato. "Com'è?".
Avrebbero accettato la mancanza di libertà, la censura, Ceausescu, il kitsch, avrebbero accettato paludi, oche, fare qualche fila, ma non si ripresero quando dissi che erano più poveri di noi. Quindi non era propaganda.
Del resto, alla fin fine, mio padre non era mai stato comunista, ma socialista.
Dormii tutto il giorno. Mia madre mi svegliò per la cena, gridai: "Siamo in Italia?"
Non capivano tanta agitazione.
Scrissi una poesia.
Non so dove l'ho messa. Sono passati quasi 25 anni. Diceva (se ricordo bene, almeno l'inizio):

Tutti i posti stanno vicino al confine

sia di tetti aguzzi o profilo cesariano

sia morto di taglio cesareo

siamo stati fin lì.

Poi scrissi loro delle lettere, e ci perdemmo. Qualche anno dopo, la rivolta, cade Ceausescu, viene ucciso assieme alla moglie, parlano di un tesoro, di ricchezze nascoste, ma in verità lui aveva addosso un cappottino. Secondo me lo fecero fuori perché c'era mezza società rumena collusa. Come con Mussolini. Uccidi il capo per coprire tutti gli altri. Ma Herta Muller nei suoi libri parla di questi altri. Dei piccoli funzionari del partito che estorcevano alle donne favori sessuali per rilasciare un visto o portare avanti una pratica, di studentesse spinte al suicidio da un regime più ottuso che realmente criminale, di gente - come lei - licenziata dalle fabbriche di stato perché non accettava di collaborare con la polizia segreta, la Securitate, e poi di pregiudizi, miserie contadine, frattaglie di animali, prugne verdi, cuoricini d'oro nascosti negli orifizi del corpo e contrabbandati attraverso la frontiera ungherese. No, Ceausescu non aveva fatto l'uomo nuovo. L'uomo rimane la bestia solita, che sappiamo, nonostante i regimi, le ideologie, le religioni, l'uomo generalmente rimane quella cosa lì.

Ho pensato a Brasov dopo aver letto Neve, di Orhan Pamuk. Ambientato in un'altra città né grande né piccola, una città di provincia, fra colline o montagne, recinti di pecore, attraversata da strade più o meno asfaltate. Mi ha accompagnato durante la lezione del ricordo la lettura di un altro libro, Il paese delle prugne verdi, di Herta Muller, pubblicato quest'anno da Keller ed. , una casa editrice di Rovereto. Non c'è nulla di drammatico nel mio ricordo, nulla come il golpe degli attori di Pamuk o il suicidio della Muller.

Ora che ho finito mi accorgo che dovrei mettermi in viaggio.

Però attenzione. Attenzione, attenzione, attenzione. C'è miseria anche di qua. Ci sono trapianti di capelli e scarpe col rialzo, barzellette sui desaparecidos, disprezzo del Parlamento, "Mussolini un grande statista", "italiani brava gente", c'è chi pensa che i rumeni siano mostri e c'è chi sfrutta il loro lavoro come ai tempi di Ceausescu, c'é chi licenzia, chi lascia bruciare gli operai nelle sue fabbriche, chi traffica in donne, chi stupra bambini, c'è chi ha giocato in borsa fino a consumarsi gli indici, c'è chi si è rifatta le tette per il Grande Fratello, c'è chi ritrova pezzi d'uomo nelle reti da pesca e li ributta in mare, c'è chi uccide i parenti e dà la colpa agli albanesi, c'è chi mena la moglie, chi fa il figo con la coca, chi beve l'acqua santa del Po, chi tocca il culo alle hostess, chi non paga le tasse, chi se ne vanta pure, chi commissiona omicidi, chi "è colpa di Saviano!", c'è chi ti imbonisce, chi ti sorride ad alta definizione, chi ti obbliga a vivere anche se vorresti morire, chi ti obbliga a morire anche se vorresti vivere, c'è chi frega sul conto, chi t'incula con garbo, c'è il rifiuto nascosto, la terra avvelenata, la ronda padana, la mosca cocchiera, attenzione, attenzione, c'è anche di qua, di qua della linea.

Pamuk, Brasov e la città perfetta (4) - fight da power

Ed eccoli qui i protagonisti, i nostri amici di Brasov.
Che fine avranno fatto? Pochi anni dopo il nostro viaggio ci fu la caduta, secca, improvvisa, del regime di Ceausescu. Il comunismo andava in pezzi ovunque, successe anche lì. Ceausescu e consorte vennero uccisi sbrigativamente. Non è detto che ciò che è venuto dopo sia necessariamente migliore, però: almeno non è una dittatura, e io comunque diffido di chi dice che si stava meglio quando si stava peggio.
Eravamo rimasti che scendemmo per andare a cena nella prima bettola. Era un posto molto semplice e molto old style, diciamo una locanda come potevano essercene state da noi 30 anni prima. Sul muro la lista dei divieti, fra cui quello di portare il coltello. La cucina era la tipica delle terre lungo il Danubio: Wienerschnitzel (ovvero cotoletta alla milanese), patate, pomodori.
Fuori scesero le tenebre. E fu buio pesto, come in una boccetta d'inchiostro, perché la Romania era in piena crisi energetica. Pur disponendo di petrolio, lo esportava per pagare i debiti contratti all'estero (la Romania era l'unico paese del blocco comunista che aderiva al Fondo monetario internazionale, perciò era guardata con sospetto da Mosca e corteggiata dall'Occidente). Quindi l'illuminazione pubblica nelle strade era praticamente inesistente, un'atmosfera gotica, vero viaggio dark nelle terre di Vlad Tepes l'impalatore, terre di castelli, boschi, forre, la "chiesa nera", neanche a farlo apposta, il monumento di maggior rilievo del centro cittadino.
Mi piaceva molto, a dirla tutta. Era torvo e distante, proprio come avevo sognato. Carico di mistero e di avventura. E fu proprio in quel momento che un ragazzo - uno studente dell'università di Brasov - chiese di sedersi al nostro tavolo.
Poliglotta, come molti dei suoi coetanei; cominciammo a conversare, presto i discorsi si fecero elevati, si parlò di Shakespeare, credo, quasi sicuramente di Wilde e di qualche altro mostro sacro della letteratura mondiale. Ero sinceramente colpito; da noi non era frequente sedersi al tavolo con uno sconosciuto e mettersi a parlare di cose così. Già era successo in treno con il bulgaro... Forse, mi dicevo, sotto all'aspetto dimesso la Romania nasconde giacimenti culturali soprendenti, frutto di una buona educazione di base (sanità e scuola erano in fondo le priorità di ogni regime socialista degno di questo nome).
Dopo la cena seguimmo il ragazzo fino al suo studentato. Mi pare ci fosse un controllo all'ingresso, disse che eravamo studenti stranieri in visita... Appena dentro, fu come se fossero entrati gli ambasciatori di un altro pianeta. La nostra improvvisa comparsa attirò subito l'attenzione di tutti quelli che vivevano lì. Ci portarono da una camerata all'altra, comparve magicamente un boccione di palinka, il tasso alcolico schizzò alle stelle. Tutti volevano conoscerci, parlarci, farci ubriacare, sapere... Mi guardavo attorno: lo studentato era povero, camerate spoglie con letti a castello minimali (reti e materassi, forse), bagni semiallagati nel corridoio... Pensavo che a Bologna studentati così glieli avrebbero tirati in testa all'Opera universitaria pezzo per pezzo, pensavo che nel ricco Alto Adige due anni prima avevamo quasi occupato una scuola per una questione di "cubature" (in pratica sostenevamo che le aule erano troppo piccole).
Peccato, solo un dettaglio sgradevole, nella luce acquatica del ricordo: lo studente che ci aveva accompagnati, che avevamo conosciuto al ristorante, lo misero da parte. Dissero che era un comunista, uno che stava dalla parte del regime. Luca provò a dire qualcosa...ma niente. Non era dei loro. Forse è anche per questo che si diventava comunisti, da noi: per distinguersi, per non intrupparsi nella massa delle pecore vestite Fiorucci che ascoltavano musica di merda e conducevano una vita "banale"... Per anticonformismo, per ribellione verso l'ovvietà espressiva dell'Italia democrista, che bruciava Ultimo tango a Parigi e censurava Querelle de Brest... per me quella era stata una molla fondamentale, sicuro. Ma lì? Che ne sapevamo, in fondo? E se quel tipo fosse stata una spia? Eppure con lui avevo conversato piacevolmente e nei giorni a venire ne avrei sentito la mancanza, mancanza del suo sguardo posato, delle sue parole sagge...
Ci scortarono all'albergo a notte fonda. L'accordo era che il giorno successivo ci avrebbero procurato due stanze all'ostello (le stanze vip!). Comunque, l'università di Brasov, come avremmo presto scoperto, era piena di studenti stranieri: arrivavano soprattutto dall'Africa e dall'America latina, in nome della solidarietà internazionalista. Studiavano "silvicoltura".
Invitammo un ragazzo, Mihai (il secondo da destra nella foto) a salire con noi, nella locanda di Bela Lugosi dalle scale scricchiolanti. Luca generosamente gli cedette il suo letto, si mise a dormire per terra nel sacco a pelo. Mihai veniva da una cittadina al confine con la Jugoslavia; sua nonna viveva dall'altra parte, in Serbia, a Turnu Severinu, nota per una diga. Così lui, a differenza degli altri rumeni, poteva uscire dal paese per andarla a trovare. Per questo era vestito all'occidentale, jeans e magliette alla moda. Erano cose che comperava in Jugoslavia. Mi sembrava incredibile - e mi sembra incredibile anche adesso - che questi ragazzi pienamente europei, colti, intelligenti, non potessero viaggiare. Che mezza Europa fosse confinata dietro una frontiera di fucili e filo spinato a bere palinka. Viaggiare era il sogno più comune di ogni studente universitario italiano; un sogno alla portata persino di quelli come me, figli della classe operaia, in fondo l'inter rail era a buon mercato, e comunque, ci si poteva arrangiare anche con l'autostop...
E per questi nostri coetanei rumeni invece era solo un miraggio. Per loro già era quasi impossibile andare in Jugoslavia, ma ci pensate? Gli chiedemmo: "Ma se aprissero le frontiere, scappereste tutti? Abbandonereste il vostro paese?" Ci risposero che no, loro erano rumeni, loro amavano il loro paese, sarebbero venuti solamente a vedere, a vedere com'era l'altra parte... Mi sembrava ragionevole come aspirazione. Il solito vecchio dubbio che avevo coltivato fin da bambino: ma se nei paesi comunisti la gente sta meglio che da noi, perché la rinchiudono dentro? Perché non la lasciano viaggiare? Sarebbero i migliori testimoni della superiorità del loro sistema sul nostro, no?
Eppure, la fede è fede. Non volevo lasciarmi disilludere del tutto. Una mattina litigai persino con Luca, al nostro ritorno, facendo una grigia colazione con le mosche del troppo sonno che ronzavano nella testa. Ancora volevo vederci qualcosa di buono, in quell'impasto di burocrazia, moralismo, gerarchie e kitsch. Durò poco, certo. Ormai più che un buco di tarlo in me si era aperta una voragine...
La mattina successiva ci trasferimmo nello studentato. Da qui in poi i ricordi si fanno confusi. Non credo abbia senso organizzarli in senso cronologico. Furono dieci giorni di amicizia, scoperte, bevute memorabili, chiacchiere. Dieci giorni in cui non dormimmo mai. Che si conclusero con un rientro molto difficoltoso...
Ciò che posso fare è cercare di raccontarli attraverso un piccolo vocabolario. La lista delle parole ritrovate, parole per dire una Romania che non ho visto più e che probabilmente non c'è più.
SOLDI
Eravamo partiti con i soldi contati, cioé in pratica poveri, quello che eravamo sempre. Improvvisamente diventammo ricchi. Il merito spetta a quel ragazzo capellone che nella foto sta rollando una sigaretta, il primo a sinistra. Era di Panama, il suo nome purtroppo l'ho scordato. Essendo straniero, durante l'estate a differenza dei suoi compagni di corso rumeni, poteva venire anche in Europa occidentale. Perciò gli servivano dollari. Noi dollari avevamo, appunto (ovviamente, lo dico per i giovani, l'euro non era nemmeno nel novero delle possibilità, nel 1985). Quindi fu ben contento di cambiare i nostri pochi averi al nero, ricoprendoci di lei, la moneta locale. Ci diede cinque volte quello che ci avrebbe dato la banca. Il problema - lo capimmo dopo - è che adesso non potevamo più spostarci, perché nel momento di pagare una camera d'albergo avremmo dovuto sempre esibire la ricevuta della banca nella quale avevamo cambiato la nostra valuta, quella che poi avevamo dovuto dichiarare entrando in Romania (era una misura inventata appunto per scoraggiare il cambio al nero, mi pare ci diedero anche una ricevuta falsa da esibire alla frontiera in uscita). Dunque, eravamo costretti a rimanere lì e a spendere lì tutti i soldi che avevamo.
Poco male, comunque. Cominciò una festa mobile, una grande orgia redistributiva che durò dieci giorni coinvolgendo tutti, amici, amici degli amici... A tutti si pagava da mangiare e da bere a profusione, in uno sfolgorio di prodigalità che un po' ci metteva in imbarazzo, perché ci trovavamo all'improvviso ficcati a forza nei panni degli occidentali spandimerda, mentre semplicemente questi soldi dovevamo consumarli. Comunque, fu l'unica volta nella vita che ci sentimmo un po' J.R., credo. Vero, Luca?
DOMENICHE NELL'EST
Ci portarono in gita a Poiana Brasov, che oggi mi pare sia un centro turistico importante, forse persino una stazione sciistica, su internet vedo che la pompano abbastanza. Anche allora, comunque, per gli abitanti della città era l'attrazione per eccellenza, la meta della gita fuori porta. Struggimento della domenica, viaggio nel tempo su autobus puzzolenti, risalendo i tornanti, fra case, carri, covoni, bestie. Ci si andava in autobus perché la macchina privata ce l'avevano in pochi, ovviamente. Tutti usavano il mezzo pubblico e facevano la fila. Che dire? A me non dispiaceva, è la cosa che ricordo con maggiore nostalgia di quell'Est. In fondo non è questa la sostenibilità? Non è questo l'essere "verdi"? Ritmi più lenti, rumori ambientali e polvere. Per chi come me non ha mai amato gli orpelli tecnologici, le moto, le auto, le infinite cazzate della società dei consumi, quello stile di vita non era poi male...
Voglio dire: essere poveri non significa fare una vita spiacevole o priva di divertimenti. L'avrei capito meglio in Africa, dove nessuno ha nulla ma la gente è meno depressa che da noi, generalmente. Comunque anche lì, andavano in questa località in collina, piena di locali tipici, in legno, fra i boschi, e mangiavano e bevevano l'impossibile. A me, insisto, sembrava ok. Per questo quando ne parlo cerco sempre di spiegare che la vita c'è comunque, anche sotto i peggiori regimi, la gente beve, si corteggia, scopa, legge, parla, gioca, ama... ecco, rispetto al libro della Muller, Il paese delle prugne verdi, che sto leggendo, che trovo comunque vero, poetico, appassionante, a me pare di ricordare che la Romania di Ceausescu non fosse solo tristezza e oppressione, era anche la vita che si faceva strada, comunque, caparbiamente, negli interstizi, scavando, rodendo e grattando, la vita che strepita, sputacchia, strabuzza gli occhi, si soffia il naso, infila le mani in tasca, la vita è sempre più forte.
CODE
In Occidente gli anticomunisti dicevano che all'Est si faceva la coda per ogni cosa. Noi pensavamo fossero balle. Beh,ok. Le code c'erano. Il peggio è che le facevano per comperare frutta o verdura che da noi avrebbero dato alle bestie, forse. Ci spiegarono che, di nuovo, la ragione era l'indebitamento estero del paese: Ceausescu voleva onorare i suoi obblighi, così la merce migliore veniva esportata.
Le code si facevano anche per prendere i mezzi pubblici, come la funivia con cui andammo sui Carpazi. Erano lunghissime; la gente però era sempre molto ordinata e composta.
EDUCAZIONE
A me sembrava che i rumeni fossero meravigliosi. Gente colta, gentile... Pensavo che se in una cosa il comunismo aveva avuto successo era questa. Oggi in Italia c'è la psicosi del rumeno. Il rumeno stupratore... Quello che raccontavano a noi, lì, era che a Brasov, città industriale di medie dimensioni, erano anni che non avveniva un delitto, e questo nonostante la mancanza di illuminazione la notte. Fungevano da deterrente i militari per strada con i mitra a tracolla. Ecco, quello a me studente libertario certo non piaceva. Poi, oggi, i militari per strada li hanno messi anche da noi. Berlusconi come Ceausescu.
IGNORANZA
Nel senso che anche loro ignoravano tante cose fondamentali del nostro stile di vita. Gli raccontavamo che noi in Italia andavamo in giro in autostop, e loro facevano una faccia perplessa. "Non avete paura della mafia?", ci chiese uno ad un certo punto. Oppure, ignoravano le nozioni fondamentali sulle droghe, la differenza fra una canna e una pera... Droghe, ci dissero, lì non ce n'erano. La gente si spaccava con l'alcol.
CONSUMI
Parlo di quelli che realmente contano per me, cioè libri e musica. Erano messi male. Nelle librerie di Brasov, c'erano esposti solo libri consunti con su i discorsi del presidente Ceausescu (forse, a cercare bene, c'erano anche quelli del compagno Kim Il Sung). Non capivo come facessero a conoscere così bene la letteratura occidentale. Le biblioteche, mi dicevano, e i libri che qualcuno gli spediva da fuori, che riuscivano a passare il controllo della dogana... Stesso discorso per la musica. Lì, a differenza che in Ungheria, musica occidentale in vendita non ce n'era. Chi poteva uscire (come il nostro amico panamense, o quell'altro di Costa Rica, il secondo da sinistra nella foto, altra persona squisita), portava dentro cassette comperate in Germania o in Austria. Comunque, la musica è sempre un magico esperanto. Si trattasse di Vangelis o dei Black Sabbath, gettava subito ponti, apriva porte. Spalancava sorrisi.
Per il resto, niente auto, niente vestiti trendy. Tutto in qualche modo logoro, avariato, polveroso, macilento. Però i pomodori e la carne erano ottimi.
KITSCH
Visitammo un museo storico. Veniva narrata la storia del paese, dalle guerre contro i Turchi allo sbandamento per il nazifascismo fino all'avvento del socialismo. Un museo normalissimo. Però in fondo c'era l'ultima sala, quella dedicata alle conquiste del regime: frasi di Ceausecsu as usual, e nelle bacheche automobiline e aeroplanini in scala come quelli con cui giocavo da bambino.
NUCLEARE
Da noi c'era appena stato il referendum, lo consideravamo una delle più grandi vittorie della sinistra. Lì invece le centrali le volevano. Dicevano che in Bulgaria ne avevano di più e quindi non c'erano problemi di energia.
ESPROPRIO
Se c'è un momento in cui ho cessato di essere comunista credo sia questo. Niente di che, in fondo, sapevamo già che i comunisti erano dei bacchettoni ipermoralisti, a Mosca avevano organizzato un concerto di Elton John ma senza la band perché dicevano che "eccitava troppo gli animi...".
Però se questo valeva per tutti per lo meno un senso ce lo poteva avere, una coerenza, per quanto perversa. Ma no, era solo facciata. I boss del partito non soggiacevano a queste regole ferree, non conducevano una vita austera, se la godevano, eccome, proprio come i maiali di Orwell.
Una sera passeggiavamo per le strade buie di Brasov e sentimmo una canzone dei Queen fuoriuscire da un palazzo, era "Radio gaga". Stupiti, chiedemmo spiegazioni a Mihai. Ci disse che quel palazzo era la sede del comando militare, che organizzavano spesso delle feste, con orchestre, musica occidentale...
La cosa che mi disgusta di più è quanto i potenti trattano il popolo come se fosse fatto di bambini incapaci, che devono essere puniti, tenuti all'oscuro, in castigo... mentre loro fanno quello che gli pare, ed espropriano la gente della sua libertà. Anche della libertà di sbagliare. Fight da power.
COSE DA VEDERE
Visitammo Sighisoara. La città natale del conte Dracula, ossia di Vlad II. Ci andammo in treno. Era notevole. Era puro medioevo. Oggi pare sia ancora più bella, ma quelli che parlano così intendono dire che è restaurata, che ci sono i locali per i turisti e probabilmente anche le automobili. All'epoca era quasi vergine. Quasi deserta. Una donna faceva a maglia sotto alla torre dell'orologio, vestita nel costume tipico transilvano. Una turista tedesca la fotografava. E' l'unica turista che io ricordi.
Un cimitero, nomi tedeschi incisi sulla pietra. Un uomo del sud Italia, forse un salernitano, che ci disse di essere lì perché aveva sposato (o stava per sposare?) una rumena. Passammo il pomeriggio a bere limonata, a Luca piaceva tanto la limonata che avevano lì. Parlavamo di cinema, parlavamo di tutto. Andammo a fondo della nostra amicizia, in quel pomeriggio assolato, fuori dalla storia, dalla politica, dal mondo, un cerchio magico ci strinse, dopo qualche mese ci saremmo trovati le morose e avremmo smesso di frequentarci.
Sugli alberi ingiallivano le foglie.
Visitammo i Carpazi. Lame di luce attraverso strati di nuvole. Nel rifugio mi riempii il piatto, ero affamato, ma era tutto pesantissimo, ne lascia lì metà vergognandomi.
Visitammo il castello di Bran, quello che avevo visto da bambino in fotografia su una Domenica del Corriere, il pretesto per il viaggio. Scrissi una frase tratta dal Nosferatu di Herzog sul libro degli ospiti. Una vecchia zingara mi vendette un puzzolente gilet di lana di pecora e Luca mi prese in giro tutto il tempo.
C'erano senz'altro anche altre cose da vedere ma noi la sera dovevamo per forza rientrare a Brasov e quindi potevamo fare escursioni solo entro un certo raggio. Non andammo a Bucarest, ad esempio. Non che ci tenessimo poi tanto.
FINZIONI
Le finzioni del benessere socialista. Prodotti che imitavano le merci capitaliste. La Coca Cola non c'era, c'era la Fru-Cola. Beh, sì. Odorava di fogna. Mi sembrava così sciocco fabbricare male delle imitazioni quando potevi importare l'originale. Dov'era il problema? La Coca Cola piace a tutti.
Le Marlboro invece le potevi comprare solo nell'albergo chic di Brasov, pagando in dollari (i rumeni non potevano avere dollari). Le sigarette rumene si aprivano dopo tre tiri. Mi sembrava impossibile! Ma cazzo, neanche le sigarette???
LEGGENDE METROPOLITANE
Ovviamente c'erano leggende di ogni tipo, come sempre in un regime dominato dalla propaganda. Difficile distinguere il vero dal falso. Si diceva che negli ospedali a causa della crisi energetica un sacco di bambini morissero perchè periodicamente, per risparmiare, toglievano la corrente, e le incubatrici non funzionavano più. Gli studenti stranieri - una voce attendibile, venivano da paesi poveri, non dagli Usa - dicevano sottovoce: "Qui niente è giusto". Lo dicevano con divertita rassgenazione, come gente che nella vita ne ha già viste di cotte e di crude.
RAGAZZE
Ci parlavano delle loro ragazze, molti di loro venivano da regioni lontane dai Maramures, avevano lasciato là le loro compagne... Siccome vedevano che non attaccavamo bottone, che eravamo un po' imbranati, una sera organizzarono un festino per noi allo studentato. Purtroppo era lo stesso giorno della gita ai Carpazi: anche se ci fecero saltare la fila alla funivia, per farci rientrare prima (pagando una mancia, puro italian-style), arrivammo tardi lo stesso, le ragazze ormai erano andate. Magari, ci saremmo fidanziati con due rumene...
LA MEMORIA
La memoria ha dei buchi enormi. Ricordo diverse cose, le stesse che ho ricordato per anni. Ricordo un nero, un africano, che ci comparve davanti nella notte, ci disse che era stato a Bolzano, conosceva la nostra città. Ricordo che comprai delle corde per chitarra e delle anfore smaltate da portare a mia madre come regalo. Non ne ricordo assolutamente altre. Ricordo anche le cose che mi davano fastidio, la capacità di Luca di predicare buoni sentimenti, io no, io ero più chiuso, avevo difficoltà con le lingue, e poi non sapevo cosa dire, non ce la facevo a proclamare loro che bisogna avere fiducia e lottare, che le cose sarebbero cambiate... Luca all'epoca era un cantante, era più estroverso, io l'introverso scrittore timido...
Ma certe cose non le ricordo proprio. Come tornammo in stazione, ad esempio. Come tutto finì. Ricordo che ci diedero le loro foto, gli indirizzi. Che Mihail scrisse sul retro di entrambe la stessa dedica, perché "per me voi siete uguali." Che poi, chissà quante cose non ho visto, non ho notato. I miei mi dissero che una volta rientrato arrivarono un paio di telefonate strane, a casa nostra. Chissà se la paranoia di un regime agli sgoccioli si spingeva fino al punto di spiare due turisti ventenni.
Salimmo sul treno, l'Orient Express, quello vero. Ricordo che agitai a lungo la mano nel buio della notte, fuori dal finestrino.
Stavamo tornando in Italia. Ma il ritorno ci avrebbe riservato ancora qualche sorpresa.

Pamuk, Brasov e la città perfetta (3) - come si cambia

Brasov. Non molto diversa da Bolzano (infatti al ritorno, quando mostravamo le foto, ci dicevano: Che cazzo ci siete andati a fare?)

E' così, quando inizi a scavare saltano fuori per caso le cose più disparate, solo due metri più in là. Non ho mai trovato un romanzo che parlasse della Romania di quegli anni, la Romania, di Ceausescu, gli anni '80, l'Occidente ubriaco di Borsa e riflusso, occasionali attentati terroristici di (ancora!) le Brigate Rosse, e a poche decine di chilometri da qui l'Est, la Romania, una dittatura che tutti facevamo finta di non vedere, preoccupandoci (giustamente, o meglio comprensibilmente) del Nicaragua, del Cile, ma ignorando tutto di queste miserie europee, di casa nostra (per non dire dell'Afghanistan).

E poi adesso che ho cominciato a scrivere, mi viene nelle mani questo libro di una certa Herta Muller, classe 1953, Il paese delle prugne verdi, che proprio di questo parla - con stile immaginifico, molto femminile, molto ostico per me - cioé della Romania di Ceausescu, di tutto quello squallore e quell'ipocrisia, assieme a operai bisunti ubriachi appena fuori dalle fabbriche, campi sterpaglia, pulci delle piante, fuligine e cieli, cieli, nuvole, studenti, siccità. E io sono ancora allora, in quel treno, con genitori entrambi vivi che mi aspettano a casa e a cui cerco di telefonare, e l'università che mi aspetta a Bologna, e le mele da raccogliere sugli alberi settembrini, e la birra e la palinka che bevevano là, a litri, e scioglieva la lingua. Come si cambia per non morire, no? Come si cambia per essere sempre al punto di partenza più confusi e insoddisfatti di prima solo che adesso ho visto morire, ho visto qualcuno morire e so com'è, so che hanno lo stesso sorriso stupito in faccia come a scusarsi e a dire: "Tutto qui?"
Ma lo dirò in un'altra occasione, concentriamoci sulla Romania, estate 1985, viaggio a Brasov resuscitato alla memoria dalla lettura del romanzo Neve di Orhan Pamuk.

Sì, insomma, eravamo rimasti che ce ne stavamo andando, via da Budapest, dalle sue architetture asburgiche, dalla sua patina conformista, si va, finalmente, verso l’ignoto che fa tremare le palpebre! Si va col cuore in gola, come gente niente abituata a viaggiare, e il pacchetto di sigarette infilato fra la maglietta e la spalla, a sentirsi più coraggiosi, e basta.
Alla frontiera ungherese era salita una squadra, molto marziale, fucili a vista, avevano frugato dappertutto. Al confine rumeno invece ci accolgono più bonariamente. Un milite estrae dal mio zaino un tascabile di Hemingway. Attimo di imbarazzo. Come la prenderà? “Ah, lo scrittore americano che ha combattuto nella guerra di Spagna”.
Tutti sorridono, approvano con vigorosi gesti del capo. Ma rischiamo subito un incidente diplomatico, quando mostriamo i passaporti.
“Italiani? Discendenti dei Cesari!”. Crediamo sia una frase di scherno, cerchiamo la replica adatta, che combini l’ideologia presente alla storia passata di queste terre.
“Romani imperialisti” ci sembra la più giusta. Nel posto da dove veniamo noi, un’altra terra di confine, prima austriaca, poi italiana, per gli incerti della storia, sarebbero in molti a sottoscriverla. I loro volti esprimono disappunto. “Imperialisti? Civilizzatori!”. Qui, sulla frontiera, ci viene dato un primo saggio della smodata fierezza che i rumeni nutrono nei confronti delle loro parentele con il mondo latino, fierezza nella quale siamo destinati ad inciampare ad ogni passo.

Andiamo verso Brasov, la città nell’Est. Intanto fuori dal finestrino sfila la campagna rumena. Di fronte a noi siede un signore bulgaro, rugoso, sui palmi colline di calli di uno che ha fatto tutta la vita lavori manuali. Attacca una conversazione fatta di pochi vocaboli internazionali e molti gesti, molte mani che sfarfallano davanti alla faccia ad indicare concetti impalpabili. Ci stupisce con la sua cultura. Snocciola in bell’ordine date e nomi di papi morti, guerre, trattati diplomatici. Che razza di contadino è questo? Spia della Stasi? Lupo grigio? Pure, gli guardo le mani e sono quelle che sono. I piedi, le orecchie. Insomma tutto. Ne sa più lui di noi, in quanto a storia moderna. Incredibile.
Nel frattempo la Romania si svela, oltre la fragile barriera del veicolo. Ecco il comunismo. Allora avevo letto nulla, adesso che ho letto Doris Lessing so che ho fatto i suoi stessi pensieri, anche lei, arrivando a 30 anni dalla Rhodesia nel porto di Londra, guardava stupita gli operai dei docks e si chiedeva: "Possibile siano loro? Possibile sia questa la mitica classe operaia destinata ad ereditare la terra?".

Scorrono cortili, casematte, pali della luce come nei film western, tutti inclinati, pericolanti, mezzi marci, fabbriche da cui escono lavoratori neri di sudiciume, mai visto gente conciata così, mio padre tornava dalla fabbrica ripulito, qualche bruciatura del saldatore, ogni tanto, certo... Sfilano stazioni i cui nomi sono sormontati da grandi cartelli con sopra scritte le massime del presidente Ceausescu, come quelle fatte incidere da Mussolini nei marmi della mia città, la stessa tronfia retorica, la stessa pedagogia boriosa, la stessa, identica diffidenza verso il nemico di sempre il nemico di ogni dittatura (e di ogni religione), l'individuo, la testa pensante, la canna risonante.
Il bulgaro organizza una pantomima, sta cercando di comunicarci qualcosa, un concetto, ci impieghiamo cinque minuti a capirlo, ma infine la forza dei gesti ha il sopravvento sull’odiata diversità linguistica, retaggio di un castigo biblico: “Voi giovani, dovete portare il mondo”. Io da un lato sono commosso, da molto tempo nessuno ci dice cose così, a scuola o altrove. Semmai siamo stati avvisati: che dobbiamo stare in campana, che siamo candidati alla disoccupazione, c’è anche un realismo capitalista, oltre che un realismo socialista. Ma deve aver colto un lampo di delusione nei nostri sguardi. Vede i nostri sorrisi sfaldarsi davanti a bicocche rurali, di grande povertà. Si sforza di arginare il diluvio del disincanto. “In Bulgaria le case sono più grandi, sono bigger, bigger. Perché non venite in Bulgaria”.
Ma no, grazie, grazie tante. Un’altra volta, forse. In un’altra vita.
In fondo alla pianura sorgono palazzi senza grazia. Sotto un cielo nerissimo, praticamente temporale, la città si dispone al tramonto. Del resto, in fondo al mio animo malinconico, c’è una bellezza anche nel cemento armato, e ce n'è un'altra nei fiori che crescono sul ciglio delle ferrovie (come il fiore giallo di Ginsberg), e c'è una bellezza particolare nei neon che sfrigolano neri di insetti in qualche bar miserabile e nelle pianure disadorne e negli agosti vuoti e insomma dappertutto dove non luccica scintillante l'industria dello spettacolo.

Piaccia o no, tocca di scendere. Salutiamo il nostro compagno di viaggio e scendiamo a Brasov, unici turisti, almeno per quel giorno, e quel treno.

Ci incamminiamo dunque, nella penombra, in questa esaltante, estrema libertà, di cui far scorta, per tutte le stagioni a venire, ci inoltriamo nel ventre della stazione, torve facce transilvaniche occhieggiano dietro ai piloni, presto siamo già lontano dai binari, si sente solo il rumore del treno che sparisce, inghiottito da incomprensibili distanze, paesi, pianure, Sofia, Istanbul, Ankara, Diyarbakir (Kars?) con dentro il nostro amico bulgaro, ormai in viaggio verso remoti orizzonti orientali, ah, sì, è così. Addio! Addio addio addio addio addio!"

Non ricordo tutto. Credo si prese un tram per il centro. Si domandò in un albergo, era troppo caro, si trovò una stanza in cima ad una scala di legno dietro un angolo, hotel Sport. Ricordava la casa della zia Ines. Piena di tarli e fantasmi. Mi piaceva.
Poi si uscì per cenare.