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BAUMAN: SCHIAVI (CONSENZIENTI) DEL CONSUMO

Devo dire la verità: Bauman non mi ha mai convinto. Sarà che conosco i francofortesi, il pensiero di Langer. Le cose che dice - che scrive - mi sono sempre sembrate un po' scontate, anche se mi rendo conto che per un diciottenne di oggi la critica al consumismo possa sembrare una novità. Insomma, Bauman mi è sempre parso un tardo sessantottino, un tardo neomarxista; non c'è niente di male in questo a patto di non pretendere che ciò sia l'avanguardia del pensiero sociologico contemporaneo.
Però ieri sera alla chiusura del festival dell'Economia di Trento mi sono "riconciliato" con lui. Perché ho capito che in fondo, non va considerato con il metro di giudizio che riserviamo agli accademici. Insomma, forse Bauman non è un grandissimo sociologo e le cose che sostiene non sono particolarmente originali. Però parla come un profeta. E il compito dei profeti è scuotere le coscienze.
Questo ciò che ha raccontato al pubblico del centro Santa Chiara, più o meno. Niente che non sapessi. Niente che non condivida. Rimane semmai l'amarezza di un profeta che parla ad una platea che non lo ascolta, non può ascoltarlo. Non possono farlo i politici, gli economisti e i manager perché le sue parole portano dritte alla decrescita, al desviluppo, ad una società "più lenta, più dolce, più profonda" (come diceva Langer), e la classe dirigente non vuole nulla del genere. Probabilmente nemmeno la stragrande maggioranza degli elettori, più eccitati dall'ultimo modello di telefonino o dall'idea del "no limits". Chi potrebbe vivere senza pc o cellulare? Chi potrebbe tenersi lo stesso elettrodomestico per 20 o 30 anni, come facevano i miei genitori? Chi, soprattutto, vorrebbe rinunciare alla prospettiva di vivere almeno fino a 80 anni, quando non molto tempo fa a 50 si era già in pensione e a 60 dei grandi vecchi?

"Il tema di questo festival, i confini della libertà economica, è un tema fondamentale, perché oggi cominciamo a capire che anziché ampliare ed estendere le nostre opzioni il range di scelte a disposizione si restringe. Nei giornali sono apparse recentemente delle notizie sul picco della produzione mondiale di petrolio, principale fonte di energia odierna, che sarebbe stato già raggiunto, nel 2006. Da allora c'è solo il declino. Abbiamo dei mercati basati sulla competizione, che presuppongono la disponibilità illimitata di energia, pensiamo a realtà come India, Cina, Sud Africa, che in passato consumavano una quota di energia molto minore, per esempio perché in essi non era diffuso il traffico privato. L'altra notizia è che entro il 2020 i prezzi degli alimenti raddoppieranno. Ci sono già delle rivolte basate sulla scarsità di cibo, nel mondo, cose che pensavamo appartenessero al passato. Il terzo elemento è l'aumento della disuguaglianza a livello globale, per certi versi incredibile, perché va nella direzione opposta rispetto a quella pensata dai pionieri della libertà e dell'Illuminismo, come Cartesio, Bacon, Hegel. Il paese più ricco, oggi, il Qatar, ha uno standard 428 volte più alto del paese più povero, lo Zimbabwe. Il 20% più ricco dell'umanità controlla il 75% della ricchezza, il 20% più povero il 2%. Fino a 30-40 anni fa il trend era diverso, il divario fra i paesi sembrava destinato a colmarsi. Come mai è successo questo? Ci sono due fattori fondamentali, e sono più culturali e sociali che economici. Il primo è che vogliamo godere di una vita ricca, confortevole, il che ci ha orientati ad assumere come principale indicatore l'acquisto, lo shopping. Pare che tutte le strade che portano alla felicità portino ai negozi. Ciò sottopone il sistema economico, e più in generale il nostro pianeta, ad una pressione enorme. Ed è disastroso per le nuove generazioni; è evidente che stiamo vivendo al di sopra dei nostri mezzi, sulle spalle dei nostri figli. Poi c'è la questione della risoluzione dei conflitti. Nel corso della modernità abbiamo sviluppato la capacità di risolvere i conflitti sociali, anche quelli legati alla diseguale distribuzione dei beni, aumentando la produzione, il pil. Quando il pil cala non è che viene messa a rischio la sopravvivenza alimentare, ma nonostante ciò si sviluppa il panico, perché la gestione dei conflitti è tutta basata sull'aumento della produzione e del consumo. Conosciamo la metafora della pagnotta: possiamo discutere come distribuirla, oppure produrne anche un'altra. Ma le risorse per produrre tutte le pagnotte che desidereremmo non sono infinite. Ciò pone un grande interrogativo sulla crescita economica. Possiamo trovare delle alternative alla crescita della produzione e dei consumi per trovare soddisfazione, in definitiva per essere felici? Ciò è necessario se non vogliamo distruggere il nostro habitat e generare fenomeni catastrofici come le guerre. I livelli attuali di consumo sono già insostenibili dal punto di vista ambientale ed anche economico. L'idea della prosperità al di fuori delle trappole del consumo infinito viene considerata un'idea per pazzi o per rivoluzionari.
Ci sono delle alternative: le relazioni, le famiglie, i quartieri, le comunità, il significato della vita. Ci sono enormi risorse di felicità umana che non vengono sfruttate. Anche l'antropologia ci ha mostrato che in certe zone - remote - del pianeta la formula di Adam Smith non funziona: si tratta della formula ben nota per la quale il fatto che noi troviamo il pane in panificio tutte le mattine è un frutto dell'avidità del panettiere. Invece a volte le persone sono spinte a produrre e a condividere ciò che producono da motivi diversi rispetto all'avidità. Le loro attività non consumano molta energia e non producono rifiuti: la ricompensa dei 'produttori' è il rispetto e l'affetto della comunità. Gli stili di vita che stanno dietro a questi comportamenti producono felicità e soddisfazione, ma non sono particolarmente favorevoli alla crescita della produzione. La maggior parte delle politiche realizzate nel mondo dai governi va esattamente nella direzione opposta. Queste politiche raramente vanno al di là della prossima scadenza elettorale, raramente guardano a ciò che succederà fra 20 o 30 anni. Assistiamo ad un processo di mercificazione e commercializzazione della moralità. I mercati sono abituati ad orientare i bisogni umani, bisogni che in passato non erano soddisfatti dal mercato. Questo è ciò che io indico con l'espressione 'commercializzazione della moralità'.
Il nostro reale bisogno dovrebbe essere prenderci cura dei nostri cari. Credo che tutti noi qui in sala ci sentiamo in colpa perché non riusciamo a trascorrere abbastanza tempo con i nostri cari. 20 anni fa il 60% delle famiglie americane si ritrovava attorno allo stesso tavolo per cenare. 20 anni dopo solo il 20%. Le persone sono più occupate con il loro cellulare, il loro ipad e così via. La nostra vita quotidiana è profondamente cambiata, a causa anche delle tecnologie, che hanno sicuramente prodotto delle cose positive, ma hanno anche creato dei danni collaterali. Se oggi usciamo senza cellulari ci sentiamo nudi. Il confine fra il tempo dedicato al lavoro e quello dedicato alla famiglia è sfumato. Siamo sempre al lavoro, abbiamo l'ufficio sempre in tasca, non abbiamo scuse. Dobbiamo lavorare a tempo pieno. E più si sale nella scala gerarchica meno tempo per sé si ha. Si è sempre in servizio.
Ovviamente i mercati e il consumismo non possono riparare questa situazione; possono però aiutarci a mitigare la nostra cattiva coscienza, i nostri sensi di colpa per la mancanza di tempo e attenzione che dedichiamo a familiari e amici, e lo fanno spingendoci verso l'acquisto, lo shopping, il mercato. Al tempo stesso disimpariamo altre abilità 'primarie'. Ad esempio a riconoscere il dolore, il dolore morale, che è molto importante, perché esso è un sintomo, ci aiuta a riconoscere la fragilità dei legami umani. Improvvisamente ci sono persone che hanno migliaia di amici in internet; ma in passato dicevamo che gli amici si vedono nel momento del bisogno, e questo non è esattamente il caso degli amici di FB.
Fino a quando il nostro senso morale verrà mercificato, l'economia crescerà perché messa in moto dai bisogni umani e dai desideri che è chiamata a soddisfare, bisogni e desideri apparentemente 'buoni', come dimostrare l'amore per gli altri. I grandi economisti del passato sostenevano che i bisogni sono stabili, fissati una volta per tutte, e che una volta soddisfatti tali bisogni potremo fermarci e godere del lavoro fatto. C'era la convinzione che alla fine del percorso avviato con l'inizio della modernizzazione si avrebbe avuto un'economia stabile, in perfetto equilibrio. Successivamente si è presa una strada diversa. Si è inventato il cliente. Si è capito che i beni non hanno solo un valore d'uso, ma anche un valore simbolico, sono degli status symbol. Non si acquistava più un bene perché se ne ha bisogno, ma perché si 'desidera'. L'obiettivo quindi diventava sviluppare sempre nuovi desideri negli esseri umani. Ma anche i desideri ad un certo punto si scontrano con dei limiti. Così, il limite è stato superato mercificando la moralità: non ci sono limiti all'amore, non ci sono limiti all'affetto che vogliamo dimostrare agli altri. Responsabilità incondizionata, condita da incertezze, sensi di colpa e ansie: questo è il motore del consumismo odierno, questo l'impulso che ci spinge a fare sempre di più, a produrre sempre di più. Ma ciò non è possibile, le risorse sono sempre limitate. Forse il momento della verità è vicino. Ma possiamo fare qualcosa per rallentarlo: intraprendendo un cammino autenticamente umano, un cammino fatto di reciproca comprensione."

Per queste profetiche parole, che volano nel vento, grazie Zygmunt Bauman.

Amartya Sen il 26 maggio a Trento



Comunque la pensiate...è una delle teste pensati nel nostro tempo. Al teatro Sociale, nell'ambito del festival dell'Economia.
La traduzione è imperfetta e l'intervista consente di farsi solo un'idea generale del pensiero di Amartya Sen. Comunque, il concetto di fiducia - l'importanza della fiducia che i cittadini devono riporre nel mercato e nell'economia, che non deve essere tradita (come è avvenuto in occasione dell'ultima crisi finanziaria) - mi pare sia stato sottolineato (fra gli altri) da Innocenzo Cipolletta nel suo ultimo libro, "Banchieri, politici e militari" (Laterza). Peraltro in Italia, paese da sempre afflitto da un'evasione fiscale spaventosa e da un tasso di corruzione altissimo (nella parola "corruzione" comprendiamo anche il problema del conflitto di interessi che il nostro presidente del Consiglio si trascina appreso), mi chiedo cosa significhi avere fiducia nel mercato e nell'economia. L'Italia è un paese cinico, afflitto da una cronica sfiducia nei confronti di tutto ciò che è bene comune, equilibrio dei poteri, senso delle istituzioni. Un paese in cui le grandezze economiche sono continuamente manipolate per interessi e obiettivi politici (succede ovunque, ovviamente, ma come qui? Ci sono stati altri paesi che per anni hanno mandato in pensione intere categorie di occupati dopo 15 anni di lavoro, sacrificando con un'alzata di spalle le generazioni a venire?)
Che fiducia si può costruire su queste basi?
Siamo sempre - con le dovute eccezioni - i campioni del familismo amorale.

Anyway, il Festiva dell'economia di Trento è sempre un bel momento di confronto. Lo sarà anche quest'anno.

ROBERTO SAVIANO A TRENTO


Posto anche qui il mio comunicato stampa sulla conferenza di ieri di Roberto Saviano al teatro Santa Chiara di Trento, in chiusura della quinta edizione del Festival dell'Economia. Migliaia di persone all'auditorium e nelle piazze trentine (attrezzate con megaschermi) ad ascoltarlo.


Roberto Saviano, l'autore di "Gomorra", ha chiuso degnamente la quinta edizione del Festival dell'Economia di Trento, spiegando il funzionamento delle economie criminali e i loro intrecci con quella legale. Auditorium Santa Chiara esaurito, come pure le altre sedi dalle quali la conferenza poteva essere seguita, comprese le principali piazze di Trento. In chiusura i saluti del presidente della Provincia autonoma di Trento Lorenzo Dellai, che ha detto - a nome di tutti gli organizzatori - di voler mettere a disposizione l'esperienza del Festival al Sud, per contribuire a realizzare quanto auspicato da Saviano: conoscere, ragionare assieme, dibattere liberamente, per far crescere la "rivoluzione della legalità".

L'ultimo appuntamento del Festival dell'Economia ha regalato molte emozioni e molti spunti di riflessione alle migliaia di persone che l'hanno seguito, dentro e fuori l'auditorium Santa Chiara di Trento. In apertura Giuseppe Laterza "("un editore meridionale - ha sottolineato Saviano all'inizio della sua relazione - e non è banale, perché se costa molto fare cultura in Italia è ancora più costoso al Sud") ha brevemente ripercorso le fortune di "Gomorra", libro stampato originariamente in 4.500 copie che a tuttoggi ne ha vendute oltre 10 milioni in tutto il mondo. Un libro scomodo e affascinante, per il quale Saviano ha pagato con la sua libertà personale, dal momento che poco dopo la pubblicazione è stato costretto ad accettare una scorta e tutte le limitazioni che comporta l'essere costantemente sotto la minaccia dei boss della camorra. "La fortuna di questo libro - ha chiosato Laterza - ci fa riflettere sul potere della parola, e rappresenta la degna conclusione ad un festival dell'economia dedicato al tema della conoscenza, in tutte le sue declinazioni."
Saviano - che si è detto molto contento di essere per la prima volta a Trento, città dove è nata la madre - ha voluto a sua volta iniziare con una parola, "economia".
"I l sottotitolo che avevo scelto per 'Gomorra', ovvero 'Vaggio nell'impero economico e nel sogno di dominio della camorra' all'inizio venne considerato una pessima scelta di marketing. Si pensava che la parola 'economia' non avrebbe aiutato le vendite. Eppure parlare di economie criminali oggi significa parlare di questo, del motore imprenditoriale e finanziario più forte del Paese. 100 miliardi di euro è il profitto annuale realizzato dalle organizzazioni più importanti. Non esiste gruppo imprenditoriale oggi in Italia che possa ottenere un profitto così alto in un tempo così breve. Ma la vera forza di questo sistema è di legare il mercato illegale con quello legale. Il boss è una persona che usa il crimine per fare affari. E dalla crisi economica in poi gli affari sono enormemente aumentati, specie sul versante bancario. I soldi del narcotraffico stanno entrando negli istituti di credito, che hanno bisogno di liquidità. Quando la crisi sarà terminata questo capitali determineranno le scelte finanziarie di quelle banche. Negli ultimi anni le organizzazioni criminali - mafia, camorra, 'ndrangheta - si stanno dando una struttura 'all stars'; in pratica i 'migliori' di loro si confrontano, fanno affari assieme all'estero, soprattutto all'Est. Tutto questo è iniziato già con la caduta del Muro di Berlino: dal mio paese ad esempio sono partiti degli emissari verso la Romania, dove hanno fondato un'impresa, 'Albanova' (il vecchio nome di Casal del Principe); in pochi mesi, mettendo sotto contratto gli ex-funzionari del regime, hanno creato una rete tale per cui le altre imprese che volevano entrare del Paese dovevano passare attraverso di loro per avere le autorizzazioni necessarie per impiantare un'attività in tre mesi anziché in due o tre anni. Faccendieri dei clan sono andati all'Est a comprare di tutto, anche i titoli di Stato. In questo modo, le organizzazioni criminali si comprano stati interi. In Europa."
In tutto questo i soldi generati dal narcotraffico - soprattutto della cocaina - sono determinanti. "Adesso sta emergendo che una delle più grandi compagnie telefoniche europee sarebbe utilizzata per ripulire denaro sporco. Non stiamo parlando di cose lontane o che riguardano solo il Meridione. In via Veneto a Roma - la strada de 'La dolce vita' - c'è un caffé aperto con i soldi del narcotraffico. Lo stesso in piazza di Spagna. E così via. Sono lì, tutti lo sanno. C'è un'inchiesta da cui risulta il tentativo di clan dell'Aspromonte di infiltrarsi nella distribuzione delle mele trentine. Al concerto del 1° maggio, che tutti abbiamo visto in tv, sono stati presi trenta spacciatori. Lo stesso avviene alle partite di calcio. Però tutti questi episodi vengono considerati isolatamente. Se ne occupa il cronista di nera, il giudice meridonale... Si perde il disegno d'insieme, si perdono le connessioni. Poi, a volte succede qualcosa. Ad esempio, il cittadino-lettore comincia a riflettere, a indignarsi. A questo punto si alza qualcuno e dice: chi ne parla infanga il nome dell'Italia nel mondo. Chi ne parla specula sulle disgrazie della sua gente. Insomma, ti dà la colpa di raccontare. I più intelligenti ribattono: è una stupidagine, ci può credere solo Emilio Fede. Poi anche chi vive in quei luoghi comincia a stancarsi di doversi continuamente giustificare, di dire: 'Io non sono mafioso'. Dobbiamo capire che non è con il silenzio che si risolvono i problemi. Anzi. Noi italiani abbiamo insegnato al resto del mondo a combattere la mafia. La nostra legislazione è la migliore. E' esattamente il contario: è stando in silenzio che passiamo per omertosi. E' stando zitti che danneggiamo il nostro Paese."
Saviano ha insistito sull'intreccio fra economia legale e illegale. "Prendiamo le estorsioni. Noi crediamo che funzioni così: arriva qualcuno e punta una pistola in testa a un negoziante, dicendogli, o mi versi la tangente o ti sparo. Sono solo i clan pezzenti che fanno così. La tipica estorsione oggi consiste nel versare una parte del tuo guadagno per avere dei servizi. Se paghi, ad esempio, i camion arriveranno al tuo supermercato in tempo, e viaggeranno con benzina scontata. Per questo denunciare l'estorsione è così difficile: perché accettarne la logica significa ottenere dei vantaggi economici. Quando esplose il caso Parlamat emerse proprio questo: che i prodotti Parmalat erano entrati prepotentemente nei mercati del Sud grazie all'intermediazione criminale."
Questo meccanismo si trasferisce poi dal piano economico a quello politico. "Funziona così con il voto di scambio. Il meccanismo è noto: l'elettore entra nella cabina elettorale con la scheda già segnata e timbrata, ed esce consegnando la scheda che ha ritirato al seggio all'uomo del clan. Ma dietro cosa c'è? C'è l'idea che tu voti qualcuno perché ti dia qualcosa: un parcheggio, una licenza, un posto di lavoro. Tutte cose a cui tu avresti diritto come cittadino. Invece così diventano merce di scambio."
Infine, un accorato appello al rispetto delle regole. "I boss non rappresentano l'antistato. Non si sentono così. Si sentono imprenditori, che rifiutano regole che a loro giudizio frenano l'economia. Sempe dove c'è economia criminale c'è qualcuno che parla contro le regole. Invece la regola è una forma di libertà, non di costrizione. la forza del mio libro è data dalla gente che lo ha letto, gente che capisce che le cose non vanno bene, che inizia a sentirsi 'diversa'. Gente che si rende conto che i poteri che comandano non sono puliti, che questo non è il paese della conoscenza ma delle conoscenze. La grande speranza è che ci si possa unire trasversalmente sul tema della legalità, che è un tema rivoluzionario."
Ed ancora, quasi a suggello del festival dedicato al tema "informazione, scelte e sviluppo": "L'omertà di oggi è non voler conoscere".
Dopo l'intervento di Saviano è salito sul palco il presidente della Provincia autonoma di Trento Lorenzo Dellai, assieme agli altri organizzatori della manifestazione, per un saluto finale, che è anche una rassicurazione: "Come sempre, nei prossimi giorni, ci troveremo per fare un bilancio di queste giornate, ma posso dire fin d'ora che questa edizione del festival è andata molto bene, che Trento con questa manifestazione sente di fare un servizio anche al resto del paese, offrendo stimoli e spunti di conoscenza. Quindi, non ci fermeremo."
Rivolgendosi a Saviano, e ringraziandolo per avere accettato l'invito del Trentino, Dellai ha aggiunto: "L'impegno che possiamo prendere è di mettere il Festival dell'Economia a disposizione anche del Sud del Paese, nelle forme che andremo ad immaginare nel prossimo futuro, per offrire anche noi il nostro contributo alla crescita di una conoscenza libera."

PIU' IMMIGRAZIONE NON E’ UGUALE A PIU’ CRIMINALITA’

Interessante questo appuntamento di oggi sul tema immigrazione-criminalità, con la formula del "Vero-Falso", nuovo format del festival dell'Economia.
Riporto di seguito il mio comunicato.

Più immigrazione uguale più criminalità? Questo il quesito sottoposto alla giuria di studenti universitari nel secondo appuntamento – particolarmente affollato - con “Vero o falso”, il nuovo format del festival dell’Economia. Coordinato da Federico Rampini, inviato di “Repubblica” negli Usa, introdotto da Paolo Pinotti (Centro studi della Banca d’Italia, “lavoce.info), il dibattito ha visto confrontarsi il sociologo dell’università di Bologna Marzio Barbagli e il docente di politica economica dell’università di Parma Francesco Daveri. Si sono ascoltate inoltre le testimonianze di David Card, Franco Pittau, Riccardo Puglisi e Linda Laura Sabbadini.
Tema appassionante e controverso, quello del legame criminalità-immigrazione. Ma la giuria, al termine dell’ampia discussione, non ha avuto dubbi: all'unanimità ha sentenziato che non è vero che a più immigrazione corrisponde più criminalità.



“Il quesito di oggi è probabilmente improponibile per molti dei presenti – ha esordito Rampini – ; teniamo conto però non solo del fatto che autorevoli personalità politiche si sono espresse in questi termini, più immigrazione è uguale a più criminalità, ma anche che il tema è continuamente discusso dall’opinione pubblica un po’ ovunque, anche negli Usa, la società apparentemente più aperta all’immigrazione.”
Pinotti ha ricordato a questo proposito che in Italia, secondo un sondaggio, circa il 60% delle persone dichiara di essere preoccupata della criminalità portata dagli immigrati. Non è una tipicità italiana; la media europea è del 70%. Ma su che cosa si fondano queste paure? In realtà i dati sono pochi, le conoscenze frammentarie. In termini di dati Istat, l’immigrazione è quadruplicata dai primi anni ’90 ad oggi; nello stesso periodo il tasso di criminalità è rimasto pressoché costante. Se guardiamo invece al tasso di incarcerazione, vediamo che la percentuale degli stranieri, sul totale della popolazione carceraria, è del 40% (anche se in totale rispetto alla popolazione italiana gli immigrati – regolari - non arrivano al 5%). Come si conciliano questi due dati? Un’ipotesi è che ci sia discriminazione, ovvero che l’immigrato venga giudicato più severamente o controllato di più rispetto all’italiano. O che alcuni lavori “di manovalanza”, anche nel settore dell’economia criminale, siano passati dagli italiani agli stranieri. Ma sono solo ipotesi. Ciò che si sa è che l’80% degli immigrati oggi in carcere sono irregolari. La percentuale della popolazione italiana che viene denunciata, invece, è pressoché uguale per gli italiani e per gli stranieri regolari.
Barbagli ha esordito ammettendo a sua volta che sulla base dei dati che oggi abbiamo a disposizione, non si può dare una risposta precisa al quesito posto dagli organizzatori del dibattito. Invece sappiamo altre cose: ad esempio che, in Europa, negli ultimi due secoli, la criminalità aumenta solitamente quando cresce la percentuale di popolazione giovane e di sesso maschile sul totale. Negli Usa, i molti studi condotti in passato hanno dimostrato che gli immigrati non commettevano più reati degli autoctoni, con qualche eccezione: una riguardava proprio gli italiani. La crescita di reati commessi dagli immigrati comincia ad emergere, come dato "allarmante", in Europa negli anni ’60, e pare riferita agli immigrati di seconda generazione. “I dati sulla popolazione carceraria invece non sono significativi – ha proseguito Barbagli – perché gli immigrati fanno molto più carcere preventivo degli autoctoni. Bisogna semmai guardare al tipo di reato: gli immigrati, ad esempio, in genere non commettono reati come le rapine in banca, mentre sono molto presenti nelle statistiche sui furti nelle abitazioni. Riguardo al reato di omicidio, invece, la quota sul totale dei denunciati è salita dal 5 al 35% e nel centro-nord al 50%. Questo dato effettivamente ci deve fare pensare. Per una parte notevole di questi omicidi la vittima è un altro immigrato, appartenente allo stesso gruppo di riferimento.”
In realtà, in Italia e in molti altri paesi europei, la criminalità, relativamente a molti tipi di reati, è in calo: secondo Barbagli ciò può essere spiegato innanzitutto con il fatto che è calata, in generale e soprattutto nel nostro Paese, dalla fine degli anni ’80, la popolazione giovanile, quella cioè compresa fra i 15 e i 24 anni, la cui propensione a delinquere è più alta rispetto alle altre fasce di età, specie per alcune classi di reati.
Daverio si è concentrato invece sui dati relativi al centro-nord, per dimostrare che, sì, forse una correlazione fra immigrazione e criminalità c’è. “Esiste una forte correlazione soprattutto per reati come furti, estorsioni e rapimenti, ed è più evidente a partire dal 2000. Ciò vale sia nelle regioni del nord sia in quelle ‘rosse’ del centro-nord. Quindi il punto non è tanto se un rapporto esiste, ma a che cosa è dovuto, se è la migrazione in sé che genera criminalità o se esistono circostanze locali, nei luoghi di accoglienza, che favoriscono l’ingresso dei migranti nel tessuto criminale.” In Spagna, paese di immigrazione recente come l’Italia, questa correlazione non si vede; la crescita dell’immigrazione, anzi il boom dell’immigrazione, non si è accompagnato a una crescita dei reati commessi dagli immigrati. Forse perché in Spagna l’immigrato trova più facilmente un lavoro regolare, e quindi non è “costretto” a commettere dei reati per vivere? E’ un’ipotesi non dimostrata, perché il tessuto economico dei due Paesi è simile. Tuttavia i dati mostrano che l’Italia attira mediamente persone meno alfabetizzate rispetto a quelle che emigrano in Spagna (ad esempio i molti albanesi giunti nel nostro Paese negli anni ’90). “La mia spiegazione dunque potrebbe essere questa: minor alfabetizzazione infatti è solitamente associata a maggiore propensione all’illegalità. Ma perché l’Italia attira soprattutto questa tipologia di immigrati? In parte, certo, perché siamo il Paese di “Gomorra”. Ma soprattutto perché in Italia, anche nel nord, in genere la legalità non viene rispettata – sul piano fiscale, del mercato del lavoro e così via - in primo luogo proprio dagli italiani.” Del resto, ovunque nel mondo, ha chiosato Rampini, l’immigrato clandestino è l’anello debole della catena del mondo del lavoro e il più esposto ad ogni genere di ricatto.
Sono poi seguiti gli interventi dei testimoni. Laura Sabbadini, direttore centrale Istat, ha invitato a leggere gli indicatori correttamente: fra questi non c’è il numero dei detenuti nelle carceri, falsato dal maggiore ricorso alla detenzione preventiva e al minore ricorso alle pene alternative. Altri dati, ad esempio quelli relativi alla vittimizzazione, mostrano che per alcuni reati – e solo alcuni (scippi, rapine) – la componente immigrata è rilevante. Ma le cose cambiano velocemente, a seconda della congiuntura economica, delle politiche di integrazione e/o regolarizzazione e così via. L’evidenza di oggi, insomma, non autorizza a fare previsioni per il futuro. Infine, attenzione a cosa ci mostrano i media, ovvero che gli stranieri compiono reati nei confronti soprattutto degli italiani. Non è così. “Nel caso di stupro, ad esempio, l’evidenza dimostra che gli uomini stranieri stuprano di preferenza donne dello stesso gruppo di riferimento; la maggior parte delle donne italiane, invece, viene stuprata dai loro mariti italiani”.
Pittau, della Caritas Migrantes, ha detto esplicitamente che l’affermazione contenuta nel titolo dell’incontro è falsa, il tasso di criminalità degli immigrati è pressoché uguale a quello degli italiani, ma se togliamo il reato di immigrazione clandestina è addirittura più basso; oltre a ciò, l’Italia in realtà sta meglio di altri paesi considerati più fortunati sul piano della diffusione della criminalità, come il Belgio e l’Inghilterra. “Dirlo chiaramente – ha aggiunto - attenuerebbe l’effetto di ‘assedio da parte della criminalità’ che parte della popolazione italiana avverte.”
Puglisi, dell’Università di Pavia, ha parlato di cosa pensano le persone sull’immigrazione, soprattutto clandestina, in relazione a come i media presentano il tema. Tema che ha una valenza politica forte, e di cui si avvantaggiano generalmente i conservatori, percepiti come più “bravi” a gestire il fenomeno migratorio.
Card, docente a Berkley, ha portato infine la sua testimonianza dalla California, uno degli stati più multietnici al mondo (il 25% della popolazione è immigrata).
Infine, la sentenza, affidata come ieri alla giuria di studenti universitari: all’unanimità è stato deciso che no, è falso che a maggiore immigrazione corrisponda maggiore criminalità.

Dolomiti patrimonio dell'umanità


Non so se n'è accorto qualcuno, occupati come eravamo a discutere della morte di Michele Jackson, ma ieri, 26 giugno, a Siviglia, le Dolomiti sono state proclamate patrimonio dell'umanità dell'Unesco (all'unanimità, ovvero tutti i 21 membri della commissione hanno detto sì). Ora, lo so che in ogni paesuccolo in cui andate in vacanza c'è un patrimonio dell'umanità da andare a vedere, ma qui si parla di qualcosa di un po' più raro, ovvero della lista dei beni naturali dell'Unesco, non di quelli culturali. Tanto per dire, in Italia solo un altro sito ha ottenuto questo riconoscimento, le isole Eolie.
Io sulle Dolomiti ci vado poco, perchè le trovo già un po' troppo sfruttate turisticamente, forse, o perché amo paesaggi più severi. Però, insomma, fa piacere il riconoscimento ufficiale a questi giganti di pietra corallina dalle forme incredibili, a questi monti pallidi spalmati sul territorio di 5 province (Trento, Bolzano, Belluno, Pordenone, Udine; perciò si parla di un riconoscimento "seriale", andato cioé a un bene sparso su un'area molto vasta che interessa entità politico-amministrative diverse). Che lasciarono a bocca aperta i primi grandi viaggiatori che le visitarono (lasciamo stare il termine "scoprire", che non è corretto neanche per l'Africa), e che diedero per secoli asilo a popolazioni di lingue e culture diverse (i ladini su tutti, ma oggi anche i tanti slavi o marocchini che lavorano nelle cucine degli alberghi). Che costituiscono un museo geologico a cielo aperto di enorme importanza, mai abbastanza studiato. Che sono il sogno del sublime di chi la montagna magari l'ha solo immaginata, con quelle verticalità estreme, quelle cime seghettate, quei pinnacoli, quei profili, quei colori. Che ogni tanto sfarinano, vengon giù, come avvenne un paio d'anni fa in val Fiscalina, Alto Adige (potenza dei cambiamenti climatici?) ma che per il momento rappresentano un fondale strepitoso dove far tramontare il sole.
Sui giornali già si confrontano due posizioni: c'è chi dice che il tutto è solo un affare e che non significherà più tutela delle montagne, e chi invece sostiene che la montagna non è un museo ad uso e consumo dei professorini e degli avvocatuzzi di città, che va vissuta e deve dare da vivere. Probabilmente la verità, come spesso accade, sta nel mezzo: è vero che vivere in montagna non è uno scherzo e chi lo fa non vuole troppi freni e troppi vincoli imposti dall'alto, ma è anche vero che le genti di montagna in quanto ad avidità a volte non scherzano neanche loro e che un freno agli appetiti dei "cittadini" che vedono nelle alte quote solo il luogo dove farsi la seconda casa va messo. Il sindaco di Lipari dice che dopo il riconoscimento alle Eolie sono successe cose contraddittorie (e allarmanti): da un lato, a causa delle raccomandazioni Unesco, non vincolanti ma comunque "pesanti", è stata chiusa la cava di pomice, che era a tutti gli effetti un'attività economica vera, "autoctona", dall'altro c'è stato un boom del turismo, che è spesso più invasivo di altre industrie.
Io comunque spero che il riconoscimento Unesco si straduca in meno gatti delle nevi, mototour e piste da sci e in più cultura della montagna, ovvero, in più scarponi, piedi, agricoltura sostenibile. Spero inoltre che le Dolomiti siano sempre di più un luogo di meditazione, benessere, paesaggio, poesia.

Riguardo invece ad un cattivo uso del nome "Dolomiti" (per fare business addirittura in Cina, e da parte di una società che non avrebbe bisogno di questi mezzucci), leggi invece qui, anche se la storia è vecchia.
Vabbé, che poi alle agenzie turistiche cinesi (l'ho sentita con le mie orecchie) quello che interessa della nostra zona è Gardaland!

Economia (festival dell') 2: Montezemolo


Nella seconda giornata del Festival dell'economia di Trento Luca Cordero di Montezemolo parla come un leader del centrosinistra e dice che l'evasione fiscale è un reato (il tonfo che avete sentito ieri attorno alle 16 non era una scossa di terremoto ma il sobbalzo di milioni di partite Iva), gli economisti invocano clemenza (come se non lo sapessimo che queste "scienze" non sono predittive, qualcuno aveva previsto il crollo del Muro di Berlino?) e più d'uno sostiene che in fondo l'Italia non è il paese che se la sta passando peggio, grazie non allo Stregatto di Berlusconistan ma a cose come le nostre bcc e casse rurali, definite le pmi delle banche (e anche qui qualcuno ricorda che solo un paio di anni fa tutti incitassero alle fusioni).

In effetti io ricordo la Londra del 1991 (ultimo scorcio del tatcherismo): beh, lì sì che era miseria, una cosa che francamente, in giro, non ho visto più.

Per il resto, nelle varie sedi sempre tanti giovani (alla faccia di chi li dipinge come un esercito di smutandati lobotomizzati), in internet è boom, in piazza Duomo una bella mostra fotografica di Romano Magrone, Enrico Letta è sempre pimpante (ma non riesco a non asssociarlo al Subuteo e ai Dire Straits), Tito Boeri ha il suo consueto sorrisino furbo e un mio caro amico che ha in odio il circo degli economisti commenta: "E' una compagnia di giro".
In quanto alla crisi, nessuno più si sbilancia: finirà quando finirà.

Ah, sì: stasera in piazza Dante (di fronte alla stazione) suonano i Bastard Sons of Dioniso.

Economia (festival dell') 1: Cipolletta

Le cose più interesanti della prima giornata del festival dell'Economia di Trento le ha dette Innocenzo Cipolletta, presidente delle Ferrovie dello Stato e dell'Università di Trento.
La prima è di sostanza e riguarda la crisi: no all'ottimismo di regime. No a chi dice che la colpa è tutta del catastrofismo dei media (magari per controllarli meglio).
La seconda è di metodo: si incolpano gli economisti, gli studiosi, di non avere previsto la crisi. Ma c'è un paradosso nelle scienze di questo tipo: le loro previsioni servono ai decisori per fare le politiche. Ora, se i governi avessero ascoltato quei (pochi, per la verità) che avevano previsto la crisi, e si fossero comportati di conseguenza, la crisi non ci sarebbe stata e gli esperti sarebbero stati accusati di avere sbagliato le previsioni.

Nel frattempo il Times parla di berlusconistan così...