Visualizzazione post con etichetta racconto breve. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta racconto breve. Mostra tutti i post

Un uomo

Quell'uomo. Eravamo andati a trovarlo, con i nostri zaini e i nostri sacchi a pelo. Era già anziano, per noi. Viveva in un altro paese, all'estremo Sud. Affacciato sull'Atlantico, una villa che gli aveva lasciato la sua ex-moglie, quella che aveva i mezzi, lui non aveva più niente.

Eravamo giovani e indifferenti a tutto, i miei compagni di viaggio più indifferenti di me. Al mattino, per svegliarci - eravamo stravolti da giorni di viaggio e di scarsa alimentazione, forse anche dalla convivenza forzata in ostelli e pensioni da due lire - tirò una fucilata in cortile. Stava con una ragazza molto più giovane. Beveva molto, gli regalammo una bottiglia di whisky, tutto ciò che potevamo permetterci. Al mattino dopo, era già finita.
Beveva anche lei, ci portò in discoteca, lui rimase alla villa, era molto paterno, ci raccomandò di stare attenti. Guidava come una pazza sulle strade buie di un paese soleggiato, pieno di stelle, dimenticato dall'Europa, afflitto fino a pochi anni prima da una dittatura. Al ritorno guidò la sua amica. Lei prese sonno sulla mia spalla, non si svegliava più. Lui se la prese in braccio e la mise a letto.

Ci portarono all'estremo limite, una scogliera a picco. Più in là non c'era più niente, solo acqua e Africa. Lungo la strada, ci fermammo a mangiare le sardine, sotto alla tettoia di un baracchino. Barche arrivavano al molo, a portare il pesce fresco. Tutto stava davanti a me, disteso come una coperta, tutte le possibilità inespresse, tutte le scelte possibili, avevamo appena terminato il liceo. Cercavo di fare lo spiritoso, perché i silenzi mi procurano imbarazzo, cercavo di parlare anche per i miei compagni di viaggio. Dicevo cazzate, la timidezza. O pensavo al sesso.

Di fronte il monte degli olivi. Non ci sono più tornato. Quell'inverno, rientrò in Italia, la sera, di solito il venerdì, quando arrivavo da Bologna, col treno, prima di andare a casa mia, dai miei genitori, a volte mi fermavo a cena da lui. Ci sono andato anche quella volta della tremenda nevicata che schiantò gli alberi e mise a dura prova le auto. Non volevo perdermi nulla. Il suo amico, altro pittore, tifava per l'Albania. "Un paese poverissimo, e allora?"
Come si può essere ciechi. Poi litigammo, avevo l'arroganza dei vent'anni. Pensavo si potesse cambiare il mondo, non che fosse il mondo a cambiarti e cambiare, anche senza il tuo aiuto. Era un anarchico. Non tolleravo il suo cinismo.

Alla partenza ci consigliò cosa fare una volta arrivati a Lisbona. Solo poche ore, prima di metterci in viaggio per Parigi. Di quella fermata ricordo una piazza, enorme. Inerpicarci su per le stradine dell'Alfama. L'odore del Tago. Lisboa.

Quasi alla fine, si cercò un'ultima possibilità. Scrisse una lettera ad una ragazza che aveva conosciuto anni prima, una della mia età, una nostra compagna di scuola. La invitò da lui, con la scusa di un piccolo restauro. Non ci si arrende mai, sempre si pensa che possa ricominciare, che ci sia ancora qualcosa, da vedere, da provare. Non ci si rassegna mai alla vita così com'è, con le sue noie. Me l'immagino, in un cortile pieno di vento, gli amici andati. Aveva i soldi che gli mandava la moglie, un artista. Ancora quella fiamma, quelle braci.

Avevo pensato a lui tre giorni prima del telegramma, dopo anni. La mia vita ormai trasformata, completamente. L'ultima volta che avevo suonato al campanello dell'appartamento che occupava d'inverno, nella nostra città, per qualche mese, prima di ripartire, non aveva aperto.

Non ho una foto di quell'estate. Il digitale, sarebbe arrivato poi, insieme a tutte le altre stronzate.

Non cambia mai. Una volta ho bevuto un'intera bottiglia di vino bianco frizzante, da solo. Mi sono addormentato due volte. Poi, quando mi sono svegliato del tutto, sono andato in palestra.
Ci devono essere modi più intelligenti di rischiare.


(Da La calda notte degli avatar)

Passa una nuvola

(pillole...)

Passa una nuvola davanti alla luna piena, poi torna luce diffusa, alberi e asfalto.
Motivi per essere felici ce ne sono a bizzeffe, sopporta la lingua questa parola desueta? Espressioni del passato dei nostri padri ricompaiono nelle nostre bocche contemporanee, emozioni del passato dei padri senza internet e con poca tv nel presente dei figli, l'emozione di un sorriso, una carezza, l'ombra che una pianta stentata proietta per terra e fra le righe, bianche o gialle, la ricchezza dell'intimità. Lui pensa che le cose che danno gioia non cambiano mai, che da quella prospettiva il mondo potrebbe non essere cambiato molto, rispetto, diciamo...agli anni '40? Tranne la segnaletica, tranne i materiali e i bidoni per la raccolta differenziata.
C'è una chiesa alle loro spalle, c'è una pieve solitaria cintata da un muro e un cimitero all'esterno; dietro ancora, lo sprofondo, il buio del baratro a precipizio sulla città.

Passa un'altra nuvola davanti alla luna piena, solo un frammento di nuvola, un pennacchio di fumo, lui sta pensando a cose che non c'entrano nulla come elicotteri o cani, ma il cane c'è davvero, eccolo che compare sulla scena, incalzato dal padrone, si fanno piccoli dentro lo spazio angusto ma sono, nonostante tutto, perfettamente visibili.
L'emozione del riso che scoppia nel silenzio, una bolla sospesa a mezz'aria, il piacere puro della compagnia, la commedia. Il lato comico dell'esistenza, fatto di equivoci, figure fisse, sotterfugi, coppie infrattate, né troppo crudele né troppo innocente.
Poco lontano da lì sta iniziando una partita, campo di erba sintetica, i giocatori si riscaldano, piegano il busto, toccano con la punta delle dita la punta delle scarpe, poco lontano, ma non lì. Loro sono al riparo, fra le due righe bianche tracciate sull'asfalto.

C'è una canzone che parla di una notte in Italia, in un parcheggio in cima al mondo, rotola lenta da un orecchio all'altro, emisfero sinistro, emisfero destro, lei non si ricorda mai qual è quello duro, esatto, razionale, qual è quello morbido, onirico, etrusco, soddisfatta della posizione decide di rimandare il momento in cui avvolgerà la sciarpa di seta attorno al collo, nascondendo macchie di morsi.
Passa di nuovo il cane, passa il suo padrone, lasciano la scena, infilano la salita che conduce al paese.

Sua madre le aveva raccontato delle balere improvvisate un po' ovunque nei quartieri alla fine della guerra, anche in frazioni come questa, quattro case e una scuoletta, la messa e il ballo, le occasioni per incontrarsi, per scambiarsi sguardi minacciosi, ardenti, "temimi", "ti voglio", stai alla larga", "deciditi". Lei usa un'espressione licenziosa, sopporta la lingua dei computer questo aggettivo? Lui si sente autorizzato a rilanciare, i vetri si sono appannati, sul loro fiato lei disegna una nuvola, lui la sgrida, tenzone risolta in un bacio.

Passa un'altra nuvola davanti alla luna piena, uomo e cane sono già arrivati al campo da calcio, l'arbitro dà il fischio d'avvio, undici contro undici sull'erba sintetica finanziata dal Comune prima delle ultime elezioni.
Nelle balere i giovani si pavoneggiavano, sigaretta fra le labbra, volteggiare di gonne, i padri delle figlie scrutavano torvi, ex-soldati ed ex-partigiani, qualche mitra non consegnato nascosto in cantina, qualche caricatore per ogni evenienza, fervore di ricostruzione nell'aria, il vino spillato dalle botti, le sezioni di partito, immagini forti e semplici sui manifesti elettorali che si scollano dai muri.
Lui scende e s'infila la camicia dentro i pantaloni. La città giù in fondo, nella valle, dove la montagna precipita, attraversata da vene e arterie e capillari di luci, che s'inerpicano su per l'altro versante, verso altri paesi tessere di ambienti urbani seminate fra i campi di patate, separate da boschetti, poi più su ancora solo i pini, la roccia.

Torna dentro e accende il motore, fari sulle vecchie pietre. Lei ha la sciarpa attorno al collo e sorride. Passa un'altra nuvola davanti alla luna, è solo un profugo, il cielo è aperto e luminoso, e domani venerdì.

Anchor



Pensare ad un punto abbastanza lontano della tua vita, essere certi che lì non era ancora iniziato niente. Ancorarsi a quel punto. Una stanza d'albergo, ad esempio. Potrebbe essere Lima. Per funzionare deve situarsi in prossimità. In prossimità dell'evento, non anni e anni prima. Così vicino che potresti immaginare, di lì in poi, una vicenda diversa, un diverso modo di procedere. Qualcosa che abbia ostacolato il corso della storia così come l'hai vissuta realmente, ad esempio, una deviazione: potresti non avere scritto certe cose, potresti non avere detto di sì al tuo capo, potresti non essere tornato, è successo a persone che hai conosciuto bene, è successo cosa? Non si sa, sono venute giù come cometa, nell'Atlantico. Sarebbe potuto succedere a te ed invece è successo a persone che conoscevi, tu sei tornato, hai scritto, sei andato in montagna, hai accettato inviti, hai formulato inviti. Ti sei comportato bene, tutto sommato. Davvero vorresti fosse andata diversamente? E davvero pensavi non ci fosse un prezzo da pagare?
Quel pomeriggio passavano davanti alla tua finestra col parapendio. Era una giornata di sole, oltre il vetro, succede di rado da quelle parti. Dietro il parallelepipedo, dietro la prima fila di grattacieli, l'intera metropoli, su su fino alle baraccopoli cadenti aggrappate ai pendii riarsi, solcate da sentieri di polvere.
Stavi certamente pensando a qualcosa ma non a quella cosa, eri ancora ignaro del dipanarsi degli eventi, eccoti lì. Fermo alla finestra, moderatamente felice. Ti stupisci che non succeda nulla, nulla di veramente doloroso, ma neanche nulla che ti riempia davvero di gioia e aspettativa e estasi. Adesso sei ancorato (questa parola ne richiama un'altra - anchor - , un sito costruito in linguaggio html, i templates erano ancora così primitivi, tra le tante cose che hai imparato, e disimparato, c'è anche l'html).
E' estate, ma presto cederà il passo all'autunno. E' estate, la stanza del Marriott è climatizzata. Hai addosso l'abbronzatura del mare, qualche settimana prima hai bevuto birra fuori da una tavola calda, gestita da tre ragazzi egiziani, fino a sentire l'alcol diffondersi e rilassarti, hai visto passare una persona dall'altra parte della strada ma hai fatto finta di non riconoscerla, è il ricordo più intenso delle ultime settimane. Sei al Marriott, un privilegio. Non hai ancora ripreso a fumare. Non hai ancora assunto l'aria distratta che ti rimproverano. Non sei ancora stato a Londra. Sei integro, ma già sei come Roquetin, sulla spiaggia; guardi il ciotolo che hai tra le mani, chiedendoti se sia duro o molle. Predestinazioni? Zero.

Cosa c'è da dire?

(raccontino)

Fermò la macchina di fronte a un ristorante, di fianco alla stazione delle autocorriere. All'interno stavano già facendo le pulizie, ma la notte era calda e alcune persone sostavano ad un tavolino sul marciapiede, affacciato sul parco.
"State chiudendo o si può ancora mangiare?", chiese alla donna che sparecchiava i tavolini.
"Prego".
Si sedettero sotto un amplificatore che diffondeva ad alto volume musica da discoteca passata di moda. Ma quasi subito qualcuno, dall'interno del locale - forse quella che li aveva fatti accomodare - lo spense.
Una gentilezza nei loro confronti? La donna – bionda, di mezza età, magra, il tipo di persona che si muove sprigionando scintille di energia compulsiva - le era sembrata gentile, nonostante l'ora tarda. Si chiese se avesse a che fare con qualcosa che si portavano addosso, un odore buono, un'aura, o se fosse solamente gentilezza innata. Preferiva la prima ipotesi. Quando erano usciti - si stava sistemando i capelli con le mani davanti allo specchio - lei gli aveva detto: "Lascia stare. Sei bellissimo. Come un uomo che ha fatto l'amore per ore".
Anche lei era bellissima, rifletté. Ma se l'avesse vista camminare per strada, se l'avesse incontrata in un ascensore, avrebbe intuito che era stata appena abbracciata, avrebbe capito che la sua pelle sotto al vestito di cotone portava i segni di quegli abbracci, di mani e denti e anche delle pieghe del lenzuolo a cui l’aveva inchiodata?
No, probabilmente no. Un fatto che lo lasciava sempre stupito. Che si potesse passare così in fretta dalle infinite variazioni del piacere alle infinite ovvietà dell'esistenza ordinaria. Invisibili.
Certo, era un vantaggio. Per persone nella loro condizione era indubbiamente un vantaggio.
Al tempo stesso, però, a volte aveva desiderato che in qualche punto dei loro corpi si producesse come...una modificazione, un'incrinatura? Uno spiraglio dal quale far filtrare una luce? Oppure, magari, un buco, un varco, per guardarci dentro, nel rosso, nel vivo della carne, per vedere cos’era successo, cos'era cambiato. Perché, in sere come quella, qualcosa nelle vite di entrambi si modificava. E allora, sarebbe stato giusto che gli altri lo vedessero, in qualche modo. Sarebbe stato come un faro. Avrebbe indicato una strada.

Si riscosse perché all'altro tavolo qualcuno aveva parlato a voce alta. Facevano un brindisi, quattro uomini e due donne, con l'aria perfettamente sveglia e ancora sobria. Pensò per un attimo di voler essere uno di loro; sapeva che è meglio non pensare troppo, mai, e in generale, ma non riusciva a impedirselo, perché gli intervalli fra un incontro e l’altro erano lunghi, a volte anche un mese, o più. Essere un animale notturno senza nessuno ad aspettarlo a casa, un uomo solo che beveva assieme ad altri uomini e donne di una certa età, soli anch’essi, beato dei soldi che aveva nel portafoglio e che gli avrebbero permesso di pagare un altro giro, delle sigarette schiacciate nella tasca. Una vita lontanissima, irraggiungibile. E a conti fatti, forse, nemmeno tanto desiderabile, anche se aveva conosciuto persone che l’avevano vissuta, eccome. Suo padre, ad esempio.

Lei stava scorrendo il menù. Si era raccolta i capelli sulla nuca. Era stanco e appagato ma non ancora sazio. Non lo erano la sua mente e i suoi occhi, perlomeno. L'avrebbe baciata di nuovo, il collo, i piedi, le braccia, l'incavo delle ascelle, cosa aveva trascurato? Non si stancava mai di percorrerla, non si stancava mai di immaginarla frutto da mordere, campo da arare.
Che quando si davano appuntamento potesse essere l'ultima volta, gli veniva in mente solo dopo qualche giorno. Quel genere di tormento, per adesso, poteva aspettare. Ora avrebbero cenato e lui avrebbe gustato le sue parole, i paesaggi che schiudevano sulle sue altre esistenze, quelle che conduceva lontano da lui. Avrebbe sentito la notte estiva alitargli sul collo. Non c’erano più molte auto in giro e ogni suono, ogni sillaba pronunciata, acquistava una sua speciale dignità.

Poi, magari se ne erano accorti tutti. Ne stavano parlando tra loro? Per questo adesso bisbigliavano? E che cosa avrebbero dovuto dire? Cosa c'è mai, da dire?

(da La calda notte degli avatar)


Invasione

È una notte appiccicosa, nessuno riesce a prendere sonno.
Vera è seduta sulla sponda del letto. Si passa lo smalto sulle unghie dei piedi. D'improvviso le viene in mente che un satellite potrebbe spiarla. Si alza di scatto, solleva la canottiera fino alle ascelle, aria di sfida.
Resta un attimo alla finestra. Guarda in cielo e poi giù in strada, dove cresce la folla.
Quando torna a sedersi si accorge con disappunto di avere macchiato la canottiera di smalto.

In fondo alla strada si spalanca una piazza.
Qui ci sono delle luci, luci dove normalmente, a quest'ora, ci sarebbe solo silenzio.
Studenti stanno seduti sul porfido reggendo fiaccole, oppure in piedi, in piccoli capannelli sotto alla statua di un martire. Vegliano un paese dall'altra parte del mondo, invaso poche ore prima dalle truppe di occupazione di una potenza straniera.

Le forze dell’ordine intorno vegliano il vegliare degli studenti.
Ma uno di essi francamente ne ha abbastanza. Giovane, ventre piatto di palestra. Dà di gomito al suo collega, più anziano, “mi sembra di aver visto del movimento, laggiù..."
Breve consulto con il superiore. “Posizionatevi in fondo alla strada, presidiamo anche quell’accesso”.
Si avvia. Il collega gli va appresso. Tanto, pensa, per questa notte, almeno, non c'è assolutamente nulla da temere.

Camminano un po', superano l'edificio dell'università, e intanto masticano caramelle. Arrivati all'altezza della casa di Vera sollevano lo sguardo quasi simultaneamente (se non l'avessero fatto non sarebbe successo nulla, forse un'altra volta, ma non oggi, forse lontano da qui). Vedono bianca pelle di luna sporgersi dalla finestra. Seni bianchi, pelle ben tesa (una canottiera sollevata fino alle ascelle). Vera guarda in cielo e poi la strada ma non sembra accorgersi di loro. Un attimo dopo scompare, lasciandoli a bocca asciutta.
“Starà ubriaca”, è il commento di quello giovane.
“O fatta”, dice il collega.
Si guardano, annuiscono, e si rallegrano per la luminosità della notte.
Quello giovane dice all'anziano: “Andiamo a dare un'occhiata?”
L'altro gli fa notare tutte quelle finestre aperte, le luci che rischiarano l'interno degli appartamenti. Troppa gente sveglia, dice, è colpa dell'afa.
Non c'è proprio nulla da obiettare ad un'osservazione del genere e i due si scambiano nell'ombra un silenzioso sorriso d’intesa.

Gli studenti all'inizio avevano cantato. Poi le voci si erano acquietate. Adesso addirittura qualcuno dormiva, sepolto dentro un sacco a pelo.
Nel tardo pomeriggio l'adunata aveva attirato curiosi, alcuni dei quali si erano fermati, almeno il tempo di farsi un'idea.
Chi non era al corrente di quanto era accaduto poche ore prima, qualche fuso orario più a est, di là di paludi, giungle, risaie, tubolari tronchi di bambù, dove la luce s’infratta, e la tigre sorveglia, chi aveva solo un vago sentore di tutta la vastità geografica che li separava dalle vittime dell'invasione, andava via perplesso.
Infine è giunta la notte.
Gli irriducibili, coloro che a giudizio della polizia resteranno lì fino a domani mattina, sono circa un centinaio.
Logicamente di allontanarli con la forza non se ne parla. Il questore ha suggerito prudenza, siamo in periodo elettorale. E poi questi qui sono pacifici, per ora non danno fastidio a nessuno, con le loro fiaccole. Resterebbe l'occupazione di suolo pubblico, la manifestazione non autorizzata, ma insomma, che razza di reati sono, oggigiorno?

Vera ha finito di smaltarsi le unghie.
La luce della camera è spenta, anche l'abat-jour accanto al letto, e la luna illumina i suoi piedi, che visti così sembrano ancora più bianchi.
Allunga un braccio, per sottrarlo alla zona d'ombra. Anche il braccio sembra più bianco. Poi forse la luce non è neanche la luna, ma solo i lampioni, fuori.
I rettangoli gialli delle finestre della casa di fronte si sono spenti uno ad uno.
Bussano alla porta.

L'ultimo notiziario ha prodotto qualche aggiornamento sulla situazione. Pare che gli aggressori non abbiano incontrato grandi resistenze al momento dell'attacco. L'azione è giunta inattesa, avendo appena iniziato le diplomazie dei due paesi una complessa trattativa che, a detta di tutti gli osservatori, avrebbe dovuto condurre ad una soluzione negoziata.
Il governo del paese aggredito, alle 21 ora locale, ha emesso un comunicato di condanna, invocando al tempo stesso l'intervento dell'Onu. Ha detto anche che gli invasori saranno presto ricacciati in mare.
Ma in tutto il mondo le sue difficoltà sono ben note. Se gli invasori dispongono di aerei ed elicotteri, l'esercito nazionale non ha velivoli, o meglio, i suoi sono tutti negli hangar per mancanza di pezzi di ricambio. Sugli altipiani esistono villaggi che senz'altro ancora non sanno cosa sta avvenendo molte centinaia di chilometri lontano, sulla costa. E ci sono sacche di contestazione che si annidano perfino nei vicoli dei quartieri vecchi della capitale, pronte a schierarsi con gli invasori non appena questi facciano un'offerta soddisfacente. Ci sono i miserabili che hanno creduto alle promesse del presidente fino a quando non sono state disattese dall'austerità, dal diffondersi delle epidemie, da tutte quelle piogge trasformatesi in alluvioni fangose. Difficile che si mobilitino a difesa della patria, e del resto, è altrettanto difficile spiegare loro che al presidente fanno difetto quei poteri divini dei quali erano investiti, in un'epoca non lontana, i suoi predecessori.
Ma il governo continua a confidare nella fedeltà dei contadini beneficiati dalle riforme, che accorrono dai campi e si accampano attorno al palazzo presidenziale. Lunghi, tortuosi serpenti di uomini, animali e veicoli meccanici si muovono in direzione della capitale, lasciando giù per ripide discese la scia dell'odore di freni bruciati. Male armati rotolano come sonnambuli, in preda alle febbri.
Gli studenti in piazza continuano la loro veglia e pensano a queste oscure manovre notturne, dimentichi del fatto che nel paese aggredito è già mattina. Organizzano strategie mentali di rara efficacia, ripassano i discorsi che, si augurano, i giornalisti faranno loro pronunciare, si preparano a respingere l'imminente assalto delle forze dell'ordine e si sforzano soprattutto di rimanere svegli.
Vera si alza e va ad aprire.

Sull'uscio i due sorridono.
Quello giovane dice buonasera, portandosi le dita al cappello.
Chiede: “Tutto bene?”. Vera non sa cosa rispondere. Si fa da parte, non è tenuta a farlo, ma si fa da parte, lascia che le divise s’infilino dentro.
Il giovane ringrazia, chiede un bicchiere d’acqua. Ora è entrato anche l'altro, è nervoso, si guarda intorno aspettando forse che sbuchi fuori un uomo dal bagno, o dalla cucina. Il giovane non smette di sorridere, spiega a Vera “qualcuno ci ha chiamato, comunque non si preoccupi, ora è tutto a posto.”
“Ma qui tutto è sempre stato a posto.”
“Davvero?” Il giovane imprime al tono della sua voce un brusco cambiamento, lascia che autorità fluisca, constata con soddisfazione che la donna arretra, appoggia le mani dietro la schiena, sul bordo del tavolo. Anche il suo collega è impressionato. C'è sempre qualcosa fuori posto. Sempre. Basta cercarla.
Chiede: “Aveva caldo, prima, eh?”
Posa il cappello sulla mensola, continua a guardare Vera negli occhi. “Sa, a volte le segnalazioni si rivelano infondate, perché‚ dicevano strani giri, ma non c'è alcun giro, qui, che io veda. Solo una donna – una bella donna, mi consenta - che non ha sonno, che ha tanto caldo, proprio come noi...”
Vera indietreggia ancora, si siede sul bordo del divano. Anche questo gesto, dopo, a ricordarlo, non saprà spiegarselo. Forse le era sembrato naturale che l'invasore dovesse stare in piedi, come una statua ben piantata, ben ancorata, e lei giù, in basso, a capo chino, senza guardarlo in volto. Lontano dal fuoco dello sguardo dell'invasore, che brucia, che scuote la casa dalle fondamenta al tetto…
L'anziano va a chiudere a chiave la porta d'ingresso. Controlla la finestra, constatando con sollievo che il divano si trova in una zona d'ombra, così che da fuori non vedranno nulla. Poi se ne sta in disparte, spostando il peso da una gamba all'altra, osserva il collega, lo sente pronunciare delle frasi mentre accarezza i capelli della donna, mentre accenna alla canottiera, mentre si sbottona.

Vera abbandona il suo corpo come si pianta un'auto scassata sul ciglio della strada. Rabbia per quel corpo che non sa difendersi. Un cuore rapido, senza volontà. Aspetta che passi l'invasione con lo sguardo dritto alla finestra, dove la luce si addensa. Concentra la sua attenzione su quella remota porzione di cielo dove i satelliti spia ronzano nell'attesa, e registrano l'accaduto senza emozioni. Il suo sguardo non vacilla e non si oscura e rimane fisso alla finestra per tutta la durata dell'assalto, finché‚ non si sente vuota, finché l'invasione non è passata.
Allora quello giovane si riassetta, va a chiudersi nel bagno. E al suo posto arriva l'anziano, non può certo essere da meno, e dunque assale, di malavoglia assale, assale anche lui, percorrendo la strada già aperta dal primo, mescolando la sua voce a quella degli altri invasori.

Quando è finita il giovane vorrebbe indugiare un poco, sussurrare una parola affettuosa all'orecchio di quell'amante informale. Ma, avvedendosi del suo sguardo, fisso sul rettangolo di nera profondità siderale, conclude che nella testa della donna ci sia semplicemente qualcosa che non funziona, e dunque non ci pensa più. Ubriaca però no. L'alito l'avrebbe tradita.
Dà una pacca sul culo al collega più anziano. Si rimette il cappello, avviandosi verso la porta. Si ferma a metà. Si volta. Si sta chiedendo se e quanto debba lasciare. Ma poi no, perché?
“È stato un piacere”, conclude, sorridendo. Affermazione che giudica brillantemente piena di sottintesi, una perfetta uscita di scena.

Vera rimane sdraiata sul letto, immobile, cercando di riprendere confidenza con il suo corpo, senza osare spostarlo, solo controlla mentalmente che tutte le funzioni vitali girino come al solito, provando meraviglia e orrore per questo.
Dopo qualche minuto solleva il piede verso la luce, dove lo smalto delle unghie risalta scuro sul pallore della pelle.
Tutto questo è successo, pensa. È successo veramente e potrebbe succedere ancora.
Nella luce, finalmente, si ascolta. Ascolta il respiro crescere, fino a riempire tutte le cavità del corpo, e attende che diventi un palpito più doloroso, e vigila affinché il palpito non si rompa in pianto.
Eppure la notte che si affolla attorno a quel corpo scosso dal palpito resta immobile, sospesa. Come se fosse sul punto di posarsi, e non si posa. Fino a quando il palpito non viene ricacciato giù. Fin quando la crisi non è passata.

Anche gli studenti stanno immobili, tutti tranne due.
Riflettono che in fin dei conti non tradiranno la causa di quel paese lontano per un po' di sonno.
Avviandosi, incrociano due divise isolate, che si dirigono verso la piazza. Il più giovane li blocca. Dice: “Tutto bene, ragazzi? Siete stanchi?”
Uno fa “eh, un poco”, ma l'altro, “ci sgranchiamo le gambe, che vi credete, poi torniamo.”
La divisa giovane gli si fa sotto. “Mi raccomando – sussurra, con un filo di voce - niente casino.”
“Siamo liberi cittadini”, ribatte lo studente più spavaldo.
Poi tutti e due gli girano intorno. Alzano le spalle.
Quello giovane li osserva mentre si allontanano, accendendo sigarette. Sorride.
“Sangue caldo. Io lo so!”

Vera si affaccia alla finestra.
Domani, forse a quest'ora, in qualche bar o dentro un'automobile d'ordinanza, qualcuno riderà della sua piccola tragedia notturna, di quel corpo disossato, di quelle ginocchia molli, di quelle unghie dipinte per nessuno e svelate al signore invasore Nessuno.
La luce illumina una figura magra, in canottiera.
Lo studente spavaldo alza la testa, soffia fuori il fumo, verso le stelle silenziose.
“Bella figa”, osserva, tra sé.

In cielo luccicano i satelliti.

Mp - 1988
(Racconto pubblicato sulla rivista "In-edito", Torino)