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Milan Kundera, Edipo e...cosa dovrebbero fare
Ne "L'insostenibile leggerezza dell'essere" lo scrittore ceco Milan Kundera utilizza, attraverso uno dei personaggi del romanzo, il mito di Edipo, per mettere a fuoco il peso della responsabilità individuale, con riferimento alle conseguenze non desiderate di certe azioni. Il mito di Edipo lo conosciamo. Abbandonato dai genitori, i sovrani di Tebe, alla sua nascita, in seguito a una cattiva profezia, Edipo ritorna in patria da adulto e, senza conoscerne la vera identità, prima uccide il padre, per un banale alterco, poi sposa la madre, divenendo il nuovo re della città. Dopodiché, cominciano ad abbattersi su Tebe una serie di sciagure. Compresa la natura di tali eventi - il castigo divino per il parricidio e l'incesto - Edipo si acceca volontariamente e sceglie la strada dell'esilio.
Il personaggio di Kundera, Thomas, riprende il mito per stigmatizzare le responsabilità dei politici cechi che con il loro comportamento consegnarono il paese nelle mani dell'Urss. Thomas dice in sostanza: forse i comunisti cechi non volevano veramente abdicare in favore di Mosca, forse non avevano previsto l'invasione, i carrarmati russi a Praga, tuttavia le loro azioni a questo hanno portato. Non sono dunque interamente colpevoli, come non lo era Edipo quando causava la morte del padre e poi si congiungeva con la madre. Tuttavia, perché in un soprassalto di dignità non si accecano volontariamente e non lasciano la loro patria per l'esilio?
Il ragionamento sviluppato da Thomas è molto nobile e profondo. Se anche noi non commettiamo volontariamente le nostre colpe, non possiamo lasciare impuniti i nostri errori. Quale giudice può operare questa distinzione? La nostra coscienza. E' la nostra coscienza ad imporci l'automortificazione e l'uscita dalla città, una volta contemplati i risultati catastrofici (per la comunità) dei nostri atti.
Nella vita reale, ciò non accade mai. Forse viviamo in un'era molto lontana da quella nella quale venne concepito il mito di Edipo, narrato da Sofocle. Forse gli esseri umani non sono capaci di compiere gesti altrettanto significativi e paradigmatici di quelli dei protagonisti della tragedia. Nessun politico si acceca per autopunirsi dei suoi errori, nessun banchiere, nessun presidente di multinazionale va' in esilio dopo avere contemplato la distruzione di una famiglia, una città o uno stato a causa delle sue azioni.
Ho ripensato a questo passaggio del best seller di Kundera a proposito dell'attuale crisi economica. Una crisi che non è stata causata dai pensionati italiani o dai dipendenti pubblici greci, che oggi ne pagano il conto. Una crisi scaturita com'è noto da un bolla finanziaria, dal fallimento, nel 2008, di alcune banche di investimento americane, a causa di cattive, disinvolte, ciniche, sciagurate politiche finanziari. Quelle politiche che i neoliberisti - figli e nipoti della scuola di Chicago - sostengono a spada tratta da 30 anni a questa parte (Cipolletta nel suo libro fa risalire le responsabilità della crisi in realtà alla politica bellica degli Usa dopo l'11 settembre).
Ora, io penso che tutti i cittadini italiani siano disposti a fare dei sacrifici per salvare il loro paese. Molti di loro, tra l'altro, hanno approfittato di disposizioni oggettivamente inique (c'era un'epoca non lontana, diciamo l'epoca della Democrazia cristiana, in cui i dipendenti pubblici andavano in pensione dopo 15 anni di lavoro, ai giovani probabilmente sembrerà fantascienza, ma era proprio così).
Però, prima, non ci si dovrebbe attendere che coloro che hanno approfittato delle politiche finanziarie di cui sopra si bucassero gli occhi e lasciassero la città? Parliamo di chi si è arricchito grazie alle speculazioni, degli economisti che hanno sostenuto per anni questo sistema, degli stessi politici che lo hanno avallato. Parliamo di chi stava ai vertici della piramide del sistema capitalista attuale. Dopotutto, i leader comunisti , 20 anni fa, hanno fatto questa fine, quando non una fine peggiore (vedasi ad esempio Ceausescu).
Invece accade il contrario. I responsabili oggi governano la/le città. Chiedono di essere legittimati non al popolo che governano ma al Fondo monetario internazionale. Non solo non si accecano. Non chiedono nemmeno scusa.
Kundera, ovvero...che razza di libri ci succhiavamo
Sto rileggendo per la...decima volta? "L'insostenibile leggerezza dell'essere" di Milan Kundera. Negli anni '80 fu un caso letterario (complice anche la trasmissione tv "Quelli della notte"). Un libro vendutissimo.
Riprendendolo in mano l'altro giorno ho messo a fuoco il fatto che questo romanzo si apre con due pagine dedicate all'idea dell'eterno ritorno in Nietzsche. Non ho potuto fare a meno di chiedermi se oggi qualcuno pubblicherebbe un libro così, sperando magari anche di farne un best seller. Voglio dire: è scritto straordinariamente bene, ma oggi, quale tipo di lettore incontrerebbe un romanzo che si apre con una dissertazione su Nietzsche e Parmenide? Quale potrebbe essere il suo target, per dirla prosaicamente? Non voglio dire che oggi il lettore sia più stupido o pigro, però...
Un'altra cosa mi ha colpito: all'inizio della seconda parte, quella dedicata al personaggio di Teresa, l'autore dichiara che uno scrittore non deve avere la pretesa di spacciare i personaggi di un suo romanzo come persone reali. "Non sono certo stati partoriti dal grembo di una donna", ecc.
Questa posizione verrà estremizzata ne "L'immortalità", dove il gioco si farà ancora più scoperto (senza tuttavia diventare pirandelliano).
Di nuovo, non ho potuto fare a meno di stupirmi del coraggio dell'autore - del genio dell'autore - che si fa beffe di una delle regole fondamentali della "fiction". E non ho potuto non pensare di nuovo all'assurdità di un'affermazione che ho letto recentemente, in bocca a non so quale intellettuale, per cui il romanzo starebbe morendo in quanto i lettori oggi hanno fame di vite reali (una volta un editore mi respinse una proposta con la stessa motivazione: "Oggi 'tirano' le biografie romanzate, non c'è più spazio per l'invenzione pura...").
Che sciocchezza. Come non vedere che i personaggi delle commedie umane di Kundera dicono, della vita reale che conduciamo ogni giorno, assai più di tanti "reality"? Come non capire che persino l'arte più astratta - persino un taglio su una tela - può dirci, della nostra realtà (del nostro svegliarci al mattino, del nostro andare a dormire la sera, dei nostri amori, dei nostri odi, dei nostri tostapane, dei nostri smarrimenti) proprio le cose che abbiamo bisogno di sentirci dire? E soprattutto: la realtà non è forse la sua interpretazione/rappresentazione/narrazione?
Riprendendolo in mano l'altro giorno ho messo a fuoco il fatto che questo romanzo si apre con due pagine dedicate all'idea dell'eterno ritorno in Nietzsche. Non ho potuto fare a meno di chiedermi se oggi qualcuno pubblicherebbe un libro così, sperando magari anche di farne un best seller. Voglio dire: è scritto straordinariamente bene, ma oggi, quale tipo di lettore incontrerebbe un romanzo che si apre con una dissertazione su Nietzsche e Parmenide? Quale potrebbe essere il suo target, per dirla prosaicamente? Non voglio dire che oggi il lettore sia più stupido o pigro, però...
Un'altra cosa mi ha colpito: all'inizio della seconda parte, quella dedicata al personaggio di Teresa, l'autore dichiara che uno scrittore non deve avere la pretesa di spacciare i personaggi di un suo romanzo come persone reali. "Non sono certo stati partoriti dal grembo di una donna", ecc.
Questa posizione verrà estremizzata ne "L'immortalità", dove il gioco si farà ancora più scoperto (senza tuttavia diventare pirandelliano).
Di nuovo, non ho potuto fare a meno di stupirmi del coraggio dell'autore - del genio dell'autore - che si fa beffe di una delle regole fondamentali della "fiction". E non ho potuto non pensare di nuovo all'assurdità di un'affermazione che ho letto recentemente, in bocca a non so quale intellettuale, per cui il romanzo starebbe morendo in quanto i lettori oggi hanno fame di vite reali (una volta un editore mi respinse una proposta con la stessa motivazione: "Oggi 'tirano' le biografie romanzate, non c'è più spazio per l'invenzione pura...").
Che sciocchezza. Come non vedere che i personaggi delle commedie umane di Kundera dicono, della vita reale che conduciamo ogni giorno, assai più di tanti "reality"? Come non capire che persino l'arte più astratta - persino un taglio su una tela - può dirci, della nostra realtà (del nostro svegliarci al mattino, del nostro andare a dormire la sera, dei nostri amori, dei nostri odi, dei nostri tostapane, dei nostri smarrimenti) proprio le cose che abbiamo bisogno di sentirci dire? E soprattutto: la realtà non è forse la sua interpretazione/rappresentazione/narrazione?
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