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Sulle rotte del mondo due




Fra un paio di mesi ritorna in Trentino Sulle rotte del mondo. Una delle cose più belle a cui ho partecipato l'anno scorso.

Freshlyground: Africa in movimento



Ho visto l'altra sera in concerto questo gruppo, i Freshlyground. Si tratta di una band sudafricana (con componenti anche da Zimbabwe e Mozambico), molto famosa in Africa (e con vari concerti all'attivo in Europa). Il tutto nell'ambito della manifestazione "Sulle rotte del mondo". La musica era il pop africano che abbiamo imparato a conoscere almeno dai tempi di Johnny Clegg e della lotta all'apartheid anche attraverso la musica.
Pop africano, quindi afro-beat saltellante, con venature soul e blues e sonorità più specificamente locali, che emergono soprattutto nei cori, nelle voci. Ma questi sono tecnicismi. Musica che trasmette gioia, ecco, e io solitamente questa musica l'assumo col contagocce. Musica positiva suonata da gente che - sia detto senza alcuna tentazione lombrosiana - lo si vede subito che è "bella", che sta dalla parte giusta, che non potrebbe mai mescolarsi ai duri di cuore, agli avidi, ai meschini, ai razzisti.

In quanto alla manifestazione in sé, durata una settimana, troppi spunti per tentare anche solo di condensarli.
Vorrei ricordare però almeno due passaggi dell'intervento di Jean Leonard Touadi, noto giornalista congolese, primo parlamentare italiano proveniente dall'Africa sub-sahariana. Il primo è tragico: "Il fondo del mar Mediterraneo in questi anni è diventato la tomba di 14.000 migranti, che con i loro corpi stanno costruendo lo spazio euro-africano."
Il secondo riguarda l'incontro fra le culture (un dato che esiste da che esiste la storia dell'umanità, in effetti...). Per Touadi esso è ben sintetizzato dalla scuola coloniale, che, "come aveva intuito l'anziano protagonista del romanzo L'ambigua avventura di Cheikh Hamidou Kane, ha reso la conquista dell'Africa perenne, perché ha conquistato le menti" (ci si riferisce qui a quella scuola che insegnava ad esempio agli africani delle colonie francesi che i loro antenati erano i Galli e i loro fiumi la Senna e la Loira).
Ma la conclusione di Touadi non è passatista: il punto non è che bisognava rifiutare quella scuola, che le culture africane precoloniali erano una sorta di Eden meraviglioso, o che sia possibile oggi rinchiudersi nella propria diversità (vera o presunta essa sia), tornare al passato, "sganciarsi" (come direbbe Samir Amin). Oggi siamo tutti necessariamente "personalità in bilico", noi e gli africani. Siamo tutti un po' di questo e un po' di quello. Sospesi fra culture diverse, nell'oceano della globalizzazione. Bisogna prenderne atto e far sì che questo meticciato dia frutti buoni.
Touadi però è ben cosciente che le posizoni di forza hanno la loro importanza, che è diverso per noi "essere anche un po' africani" (ad esempio grazie alla musica) o per un africano voler essere "un po' europeo". Le posizioni di partenza sono diverse, così come sono diverse le opportunità. "Man mano che studiavo, mi accorgevo che mi allontanavo da mia nonna", ha detto ad esempio Touadi. E quando la distanza diventa troppo grande, è più difficile essere "il lievito dentro il pane", anche se sei un noto intellettuale. E', questa, la condizione di molti africani che si sono staccati dal villaggio, dalla famiglia, dal clan. Difficile oggi per loro, specie se hanno vissuto a lungo in Europa, tornare ai loro paesi per essere il lievito delle comunità di origine, che pure ne avrebbero bisogno.
Forse, come diceva Langer, è importante sì "tradire" le proprie radici, per andare verso l'altro, per esporsi all'altro, alla differenza, al nuovo; ma bisogna conservare anche un'appartenenza, non semplicemente "passare dall'altra parte".

Questo non significa che le migrazioni non producano effetti positivi. Lo ha detto ad esempio Maria De Lourdes Jesus, giornalista di Capo Verde, che anni fa conduceva sulla Rai "Nonsolonero", prima trasmissione in Italia sull'argomento. "L'arcipelago di Capo Verde non ha nulla, è nella fascia del Sahel, non ha risorse naturali, non ha acqua. Poteva contare solo sulle sue risorse umane. Così Capo Verde ha fondato il suo sviluppo sull'emigrazione."
E sviluppo, in effetti, a suo giudizio c'è stato, qualsiasi cosa significhi questa parola, come mi sento spesso in dovere di chiosare.
Ricorda un po' l'Italia, tutto questo. Ricorda un po' anche il Trentino.

(Foto: R. Magrone)

Sulle rotte dell'Africa

Metti una sera con Anna Maria Gentili, storica dell'Africa, docente di storia e istituzioni dei paesi afroasiatici alla Facoltà di Scienze Politiche dell'Università di Bologna, mia docente di tesi nel lontano 1991, e con Ungulani Ba Ka Khosa, scrittore che avevo segnalato sull'Uovo già qualche mese fa senza immaginare che avremmo cenato assieme ai Bindesi.
Una sera, insomma, di quelle che ti riconciliano con il mondo, sia per l'intelligenza delle cose sentite nella conferenza tenuta dalla Gentili alla Civica di Trento sia, insomma, perché a volte hai bisogno di risintonizzarti con il tuo io profondo. Ecco, ieri sera, per me, è stata una di quelle sere.

Se so qualcosa dell'Africa lo devo non a qualche viaggio che ho fatto o a qualche documentario girato ma alla Gentili. Nel 1986, quando ho cominciato a frequentare i suoi corsi a Bologna, conoscevo quasi nulla; all'epoca il tema "caldo" per uno studente impegnato politicamente (diciamo così) era la lotta all'apartheid in Sud Africa, e questo era tutto. L'Africa, per il resto, rimaneva un mistero.
Anna Maria Gentili, che aveva iniziato la sua attività di ricercatrice in paesi come la Tanzania o il Mozambico (paesi di socialismo africano, dunque) ci aiutava a fare chiarezza su tante cose. Da un lato, insegnandoci che l'Africa aveva una storia, che tutto andava visto in una prospettiva storica: la tratta degli schiavi, la colonizzazione, le crisi economiche internazionali, come quella del '29, i meccanismi della dipendenza sviluppatisi all'indomani della decolonizazione, la crisi del debito. Dall'altro, facendo piazza pulita su tanti luoghi comuni e pressapochismi (come quello che vuole l'Africa una vittima sacrificale delle multinazionali: "Quanta percentuale degli investimenti mondiali pensate attiri l'Africa oggi?", ci chiedeva).

Ieri a Trento, per una delle iniziative preparatorie alla settimana dei missionari "Sulle rotte del mondo", non è stata da meno. L'Africa di cui ci ha parlato è un'Africa che da un lato sviluppa esperienze di democratizzazione interessanti (il Ghana, ad esempio, non a caso il paese è il primo ad essere stato visitato dal neopresidente americano Obama); dall'altro però mostra anche situazioni di democrazia "bloccata" (lo stesso partito che continua ad essere rieletto ad ogni elezione: è il caso, inutile negarlo, dello stesso Mozambico, che pure è un paese ormai da tempo pacificato, anche grazie alla mediazione italiana) e in generale di calo della partecipazione dei cittadini alla vita politica e alle elezioni. "Ma la democrazia in Africa è cosa nuova - ha aggiunto - quindi io sono ottimista."
In quanto alle prospettive di sviluppo, gli indicatori com'è noto continuano a collocare i paesi dell'Africa subsahariana in testa alle classifiche sulla povertà; un dato, questo, che non può certo essere smentito, anche se di tanto in tanto qualche rivista ama parlare di "miracolo africano", tanto per dire qualcosa di originale. In parte ciò è dovuto alle condizioni ereditate dall'Africa al momento delle indipendenze (gravissime carenze infrastrutturali, bassi livelli di scolarizzazione ecc.) ma in parte pesano le scelte sbagliate fatte in seguito e ora gli effetti della crisi economica mondiale. Inolte l'Africa continua ad essere dipendente dall'esterno, ad esempio dall'esportazione di materie prime o di generi "coloniali", esposti alle fluttuazioni dei mercati. Riguardo alle critiche mosse da più parti agli aiuti internazionali (ad esempio dalla zambiana Dambisa Moyo, per la quale essi servono solo a consolidare le oligarchiea al potere), Anna Maria Gentili la pensa diversamente: "Non è vero che sono stati dati troppi aiuti, semmai troppo pochi. Certo, dipende da come gli aiuti vengono utilizzati. Ma trovo un po' 'pelose' queste critiche che stanno andando molto di moda. Io sono una storica, vado alle fonti: la Moyo dove lavora? Alla Banca mondiale."
Infine, una lancia spezzata in favore dell'Africa rurale, dei contadini che, anche se poveri, "non sono affatto indifferenti a questioni come quelle della democratizzazione e potrebbero giocare un ruolo importante nello sfamare le popolazioni dell'Africa se venissero adeguatamente supportati. Ma spesso, da questo orecchio, gli stessi organismi internazionali - come appunto la Banca mondiale - non ci sentono proprio."

Questo in brevissima sintesi, ovviamente. Poi devo dire che io mi sono goduto anche la cena, per quanto lei e Ungulani parlassero perlopiù in portoghese. Mi sono goduto battute del tipo: "La fine dell'aparhteid non ha liberato i neri, ha liberato i sudafricani bianchi, che ora si stanno comprando mezzo Mozambico per farci i loro resort turistici!". Ma anche osservazioni buttate lì che mi hanno riportato al tema della mia tesi di laurea: "Abbiamo fatto una nuova legge sul'emigrazione clandestina in Italia per coltivare l'illegalità, non per combatterla. La nuova legge ci mette a disposizione un esercito di lavoratori clandestini e di badanti clandestine, un esercito ricattabile, totalmente senza diritti, costretto a lavorare per compensi bassissimi." E' quello che successe nel Sud Africa dell'apartheid, pari pari. Ed era già tutto nella Bossi-Fini, solo a volerlo vedere.

Ungulani sarà lunedì 23 ancora alla Civica di Trento, in via Roma, per presentare i suoi libri. Io conosco "Ualalapi", un romanzo breve che racconta le gesta dell'ultimo re-guerriero del Mozambico, Ngungunhane (sconfitto dai portoghesi e morto in esilio alle Azzorre): è un libro straordinario, un libro pieno di fantasmi, di sangue, di sperma, e si chiude con un monologo davvero shakespeariano. Pensavo che lo scrittore riflettesse questa materia (che ingenuità), mentre non è così: ho trovato una persona disponibile e spiritosa, per niente "sinistra", uno storico pieno di sense of humor , di passione per il suo lavoro e il suo paese (qui sotto, il bassorilievo che illustra la cattura di Ngungunhane, a Maputo).



Gli eventi della settimana dei missionari (compresa la conferenza della Gentili) sono o saranno visibili qui: www.missionetrentino.it

Sulle rotte del mondo


L'Africa è in arrivo in Trentino, attraverso un'iniziativa che coinvolge innanzitutto i missionari ("Sulle rotte del mondo"), che si terrà dal 28 settembre al 3 ottobre.
Ci saranno anche ospiti esterni, fra cui Aminata Traoré, Jean Leonard Touadi, uno straordinario scrittore mozambicano che si chiama Ungulani Ba Ka Khosa (di cui ho già parlato qui, senza sapere che l'avrei incontrato in carne ed ossa), e persino Anna Maria Gentili, mia docente di tesi nell'ormai lontano 1991 (storica dell'Africa, docente alla facoltà di Scienze politiche di Bologna, iniziò la carriera a Maputo con Ruth First, giornalista e ricercatrice sudafricana, marxista, di cui si racconta nel film "Un mondo a parte"). Ci sarà anche un Nobel per la pace, l'argentino Perez Esquivel. E poi padre Albanese, Elio Sommavilla e molti altri.
Speriamo sia l'occasione per parlare di Africa in maniera un po' approfondita e lontano dagli stereotipi. Un po' come ha fatto Obama in Ghana qualche settimana fa.
La foto di cui sopra, invece, può sembrare un po' stereotipata ma è bella, perché ci vedo la forza di un continente non completamente addomesticato, nonostante tutto. L'ho scattata in Mozambico, a Caia, l'anno scorso.