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Me as Banquo


Macbeth (teatro Spazio 14, Trento, 29 maggio 2011).

Io in Banquo, predestinato ai coltelli.

Talvolta, per condurci alla rovina, le creature delle tenebre ci dicono qualche mezza verità. Ci lusingano con minuzie oneste, per poi tradirci sulle più gravi cose del futuro.

Macbeth


Domani, il debutto.

DUE: FOLLIA D’AMORE PER DONNA SOLA


E’ uno spazio bianco, quasi spoglio, illuminato da tubi al neon. Dal soffitto pendono tre sacche di sangue, in fondo al palco una vasca da bagno piena d’acqua, sormontata da uno specchio. E’ tutto, a parte un paio di microfoni in evidenza, sulle loro aste, ed altri nascosti, ad amplificare lo sgocciolio del sangue sul pavimento, quando Licia Lanera buca le sacche con uno spillo.
“2.(due)”, della compagnia barese Fibre Parallele, andato in scena al teatro Spazio 14 di Trento nell’ambito della rassegna Black Box (che ha ospitato anche il duo Ricci/Forte – insospettabilmente diviso fra “I Cesaroni” e il teatro d’avanguardia - con “Macadamia nut brittle”), è il monologo straniante e straziato di una donna dai capelli rossi, infilata in un vestito bianco come una sorta di infermiera dark o di tardiva materializzazione di quelle fantasie cannibali che hanno dominato il panorama letterario italiano negli anni ‘90. Le parole scivolano su un tappeto di effetti sonori allucinati, scandendo le tappe di una storia d’amore che affoga nel sangue dell’uomo assalito e massacrato nella sua cucina con un forchettone. Allo spettatore non viene mostrato né uomo, né cucina né forchettone; eppure, quando usciamo, ci sembra di averli visti, così come ci sembra di avere visto i tanti “quadri”, appena abbozzati, di una vita di coppia apparentemente felice, il che depone a favore della sceneggiatura e del testo, della forza dei gesti e delle parole ossessivamente ripetute: le bolle di sapone che trasformano la stanza in una immensa jacuzzi, il concerto di Ivano Fossati, i ricci, situazioni ordinarie, al limite della banalità. Tutto questo fino alla scoperta, da parte dell’uomo, della sua attrazione per un altro (o molti altri?) uomini: detto brutalmente - da lei, dalla donna dai capelli rossi e dalle occhiaie profonde, dalla metà messa da parte, abbandonata - “ti voglio tantissimo bene ma mi piace il cazzo”.
E’ il sogno di una vita in due che si spezza, in due come Ken e Barbie, come Romeo e Giulietta, come un infinito numero di coppie che l’attrice elenca nel finale, la bocca e il vestito sporchi di sangue, mentre il bianco ospedaliero della scena si colora di rosso, subito prima di immergersi, finalmente, nella vasca, a mescolare sangue e acqua. E’ la follia d’amore portata alle sue estreme conseguenze, senza scuse e senza possibilità di redenzione. Dell’uomo, delle sue ragioni, dei suoi pensieri, sappiamo quasi nulla. Sappiamo che guarda video pornografici a tema homosex (la loro scoperta scatena l’omicidio); sappiamo che ha confessato la sua confusione, che le ha chiesto aiuto ma, egoista come tutti gli amanti (cioè come coloro che amano) l’ha anche respinta, più volte. Questo però poco importa. Ad occupare la scena è sempre e soltanto lei, la scena stessa una proiezione del suo spazio mentale, autoreferenziale, claustrofobico, a tratti invaso dall’eco dell’universo mediatico, dall’esplosione un po’ incongrua di canzoni e canzonette. E tuttavia – qui sta la forza della pièce – uno spazio per certi versi noto, o quantomeno riconoscibile. Un dramma “umano, troppo umano” l’ha definito a ragione la critica. Per i due autori – oltre a Licia Lanera, Riccardo Spagnuolo, che ha curato l’allestimento – “una sorta di incubo splatter, costruito sui brutali racconti di noti assassini, uno fra tutti Luigi Chiatti. Ci ha colpito la loro lucidità nel raccontare degli eventi così gravi, la loro leggerezza, l'inconsapevolezza infantile, di fronte agli occhi attoniti dei parenti delle vittime. E’ l'inquietante straniamento di chi ragione non ha.”

Una sera a teatro - La follia di Ofelia

Sala raccolta, si chiamava "teatro sperimentale", fino a qualche anno fa, ora è intitolata a un signore che non conosco. File quasi piene, pubblico eterogeneo, a Trento il teatro piace sempre. Si spengono le luci, inizia "La follia di Ofelia", di Michela Embriaco, Multiversoteatro.

Questa non è una recensione. Le recensioni mi hanno stufato da un pezzo, la recensione, come genere, andrebbe decostruito, sovvertito. Questi sono i frammenti che uno si porta a casa, appiccicati alla giacca e nel garbuglio dei capelli, come i coriandoli del pomeriggio, che ho spanto stanotte sul cuscino.

Un flash sull'adolescenza, il gioco delle differenze che si riconoscono, il budello che si gonfia, quel solco insanguinato fra le gambe che lascia una scia rossa dove passa, ma non sempre.

Due giovani uomini aggrediscono una giovane donna in piedi, la spingono, la forzano con i gomiti, gli avambracci, cercano di spostarla, lei resiste, la testa si piega, la violenza.

I corpi, la fisicità. Corpi bianchi, reali, vivi, imperfetti, corpi dentro a mutande e cannottiere bianche, a sottovesti, illuminati a giorno, coraggiosamente esposti, che danzano la maturità sessuale, il conflitto che essa scatena, la concretezza della donna (il suo essere materica, ctonia, avrebbe detto Bachofen), l'astrattezza dell'uomo, e poi le parti si scambiano. Una cravatta su un petto glabro, una benda sugli occhi, corpi avvinghiati su una sedia.

C'è un testo poetico, evocativo, che accompagna le varie scene. Che introduce al tema della follia, ad una donna in piedi dentro ad una vasca che si versa dell'acqua sul capo, con una brocca. Spesso ho trovato i testi ridondanti, inadeguati, ma non stavolta. Stavolta il testo è perfetto, non troppo invadente, non inutile.

Una donna in piedi su una vasca, vestita, si versa dell'acqua sul capo. Si strofina le braccia, cerca un'impossibile pulizia, cerca di lavarsi di dosso i profumi delle amiche che le hanno fatto visita. Poi arrivano i carcerieri, crudelmente la riducono alla ragione e nel farlo, la rimproverano, la deridono. Siamo in un manicomio. Il mondo intero, un manicomio? Sarebbe molto shakespeariano. Lo abbiamo fatto tutti, rimproverare una persona per la sua difformità, per il suo inguaribile "altrove", il suo non-essere ciò che vorremmo fosse, il suo essere solo malata. E' un passaggio che risveglia dei ricordi. Per un istante gratta, ferisce.
Se vi dicono che la sofferenza rafforza, portateli qui.

C'è una sposa spaesata. C'è la fatica del vivere gli amori, del vivere la vita. C'è molta emozione. Giovinezza, anche. Pance, polpacci. Rischio e asperità.

E c'è una possibile via d'uscita, alla fine. Il palcoscenico debolmente illuminato da dei lumini. Una ninna nanna nell'aria. Un uomo/bambino poggia la sua testa nel grembo di una donna. Una possibile riconciliazione. Una possibile via d'uscita, fuori le mura, fuori dalle gabbie dei generi, dalle gabbie generazionali. Possibile, non scontata.
La mente va ad Alda Merini. A Dean Moriarty.