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Poi ad un certo punto

Poi ad un certo punto sente un rumore, da fuori, non un rumore, una musica, sgangherata, una musica di strumenti a fiato, ottoni, si alza, l'abbandona un istante, le molle del letto cigolano, da dove verrà? Deve saperlo. Non dal cortile interno, troppo stretto, dalla strada, sì, va alla finestra del soggiorno, si china per guardare fuori perché la saracinesca è quasi del tutto abbassata e non vuole alzarla, guarda attraverso lo stretto spazio orizzontale, poco più di una fessura, una striscia di luce, e quattro piani più sotto, sul marciapiede, sta passando un'orchestrina zingara, sono in quattro, ne conta quattro, una tromba, un trombone, un sax, il quarto ha un tamburo a tracolla, tornano da una festa, probabilmente, o ci vanno, in fondo sono solo le 9, le 9 di un venerdì sera, stanno andando a suonare da qualche parte nel quartiere con camicie bianche e pantaloni neri, e cappelli, e sono già allegri, carburati, si vede, gli sembra di vederlo, nel loro incarnato, rubizzo, nei sorrisi sghembi, e poi ecco che quello con la tromba riporta il suo strumento alle labbra, lascia sfiatare una sequenza di note, passando davanti al cancello dell'autorimessa, gli altri ridono, quello col tamburo a tracolla sferra una gran mazzata alla pelle, in un attimo sono fuori dalla sua visuale, sono all'incrocio, sono già andati.
Torna in camera, nella luce incerta, l'ora in cui il giorno cede il passo alla notte, l'ora dei nictalopi.
"Chi era?"
"Sembrava un video di Tom Waits. Ho l'impressione che nessuno abbia fretta di andare a dormire, stasera."
"Neanche noi."

Cosa ti fa l'amore

Tornava a casa a piedi attraverso la città deserta, sentiva il rumore dei suoi passi, una sirena distante nella notte umida sotto un cielo come sempre arancione sopra i silos e le ciminiere slanciate, tornava a casa chiedendosi cosa ti fa l’amore, per prolungare ciò che aveva appena finito di vivere, per sentire ancora quell’abbraccio, quel calore, quel ferro straziante, anche adesso che era solo, e dunque, come ti cambia, come ti rovescia e ti rimette assieme, l’amore, come ti senti quando sei innamorato?
E pensava a ciò che lei gli aveva detto poco fa, alle cose che aveva svelato di lui, che gli aveva mostrato con un semplice gesto, come quello di alzare uno specchio, dicendo: “Sei molto sicuro di te”, oppure “Sei un po’ violento”, oppure “Sei vanitoso”, e lui che non aveva mai immaginato di essere sicuro, violento o vanitoso era rimasto sospeso a mezz’aria, su di lei, sospeso sul suo viso perfetto, sui seni piccoli, sulle sue spalle bianche, chiedendosi quale cannocchiale o scandaglio lei avesse usato per vedere quelle cose, e se le avesse trovate davvero o se tirasse a indovinare, ma no, aveva tutta l’aria di chi sa, ne sapeva più lei di lui, senz’altro, o per lo meno sapeva di lui cose che lui stesso aveva sempre ignorato, allora questa è una cosa che l’amore ti fa, l’amore ti rivela a te stesso.

E poi imboccando il viale ventoso che non poteva evitare a meno di attraversare la zona industriale aveva pensato anche ad dolore che aveva iniziato a sentire ancor prima di lasciarla, ancor prima della borsa e del treno, il dolore della separazione che sapeva sarebbe durata almeno una settimana, forse una settimana, o forse di più, non vi erano certezze in proposito, e alle conferme che avrebbe atteso da lei, durante tutto quel tempo, con il telefono, le mail, i simulacri che l’elettronica aveva brevettato per lenire il dolore degli amanti, e questa è un’altra cosa che l’amore ti fa, ti leva la pelle, ti espone in cima a una collina, tutto nudo, rosso e bruciato dai venti e torturato e inconsolato, questa è una cosa che l’amore ti fa, ti spinge a desiderare una conferma quando è lontana, ma una non basta, vorresti avere una conferma per ogni ora che non trascorri assieme a lei, per ogni minuto che vi separa, vorresti una conferma ogni minuto, l’amore ti espone e ti fa sanguinare copiosamente.

E poi, già oltre il parco, in vista di casa, aveva pensato a come il suo corpo si alza e cammina per la stanza dopo avere gravato su quello di lei, aveva pensato a quella sensazione di forza, a come le spalle si drizzano, a come la schiena si drizza e le braccia stanno un po’ lontano dai fianchi come se avesse appena finito di fare uno sforzo fisico come costruire un muro o demolire un muro, aveva pensato alla forza che l’amore infonde, e questa dunque era un’altra cosa ancora, un’altra cosa che l’amore ti fa, quando puoi stringerlo fra le tue braccia, quando puoi stringerle la gola con il palmo della mano, quando puoi accarezzarle i capelli o lasciare segni sui fianchi, questo ti fa l’amore, ti fa sentire come un predatore un esploratore un operaio un minatore, pieno di fierezza e di coraggio, questo ti fa.

Alzò lo sguardo al cielo perché è il cielo il luogo degli innamorati le costellazioni sfavillanti e tutti quei satelliti. Era felice di essere lì e adesso e di vivere, vivere, vivere.

from: "La calda notte degli avatar" (nulla a che fare con il fottuto film dysneiano)

Di montagne e salite

Potendo scegliere, avrei scelto il mare.

La montagna, ho iniziato ad avvicinarmi tardi alla montagna, si sa, il mare è per i ragazzini, la montagna è per gli adulti.

Non parlo della montagna ibrida dei fondovalle; può essere più o meno bella, a volte un contrasto stridente fra i boschi verticali che si alzano oltre le ultime case e i capannoni della periferia, l'insalata urbana che trovi dappertutto: zone industriali, centri commerciali, neon, magazzini, discoteche, lottizzazioni. Da un punto di vista cittadino, la montagna significa forse una cosa, su tutte: non avere lunghi tramonti. Il sole va dietro la cresta, che se l'ingoia. E magari sono solo le quattro del pomeriggio.
Se fossi un fotografo direi che è meglio la pianura, dove il sole dura più a lungo e fa in tempo ad accarezzare muri e vetri con i suoi ultimi raggi, i più struggenti. Luce obliqua di tramonto, il "sottile suono di mercurio" che sentiva Dylan passeggiando da giovane, rumori di finestre, di piatti e posate nelle cucine, voci che fuoriescono dagli appartamenti.

Parlo dell'alta montagna.

L'alta montagna per me si raggiunge solo in un modo: camminando.
Niente orpelli, niente trucchi, niente seggiovie, ferri o ferrate.
Si va per i sentieri, quelli che hanno calcato i pastori prima di noi.
Niente corde, niente chiodi. Personalmente, penso che anche bastoni e bastoncini siano superflui.
L'alta montagna la si raggiunge dal basso. Più basso è più è fatica, ed è tanto di guadagnato. L'alta montagna fa parte di quel pugno di cose che è bello sudare per averle. L'alta montagna è pura ma è anche erotica.
L'alta montagna non necessita di nulla. Non musica, non ipod, non necessariamente compagnia. Alla fin fine, l'alta montagna è per gli spiriti stilizzati, per chi si inebria dell'essenziale, per chi dalla vita sfronda il superfluo, almeno un giorno all'anno: superflua tecnologia, superflue immagini sovrabbondanti, superflui pensieri d'ambizione, ego e vanagloria.

Si parte dal basso, allora, e la partenza di solito è la parte più dura. Si risalgono sentieri all'ombra dei larici, si risalgono valli, poi per pascoli, pini mughi, i gracchi fanno i loro mestieri aerei.
E' una fatica mentale, con cui fai a gara. Anche il piacere è mentale. Tutto nasce nella testa, poi si diparte, gambe, spalle, polpacci, mani.
Non bisogna essere né superuomini né superdonne. Bisogna avere i contatti interni a posto, le connessioni, l'io e il superio, l'in e l'out, bisogna che il respiro sia ritmico, l'ansimare ben bilanciato, gli alti e i bassi, anche il dolore al fianco, se del caso, anche il sudore che brucia negli occhi.

Scisti, granito, porfido, dolomie. Ogni roccia ha le sue qualità.

C'è sempre un momento in cui la montagna mi mostra il suo volto severo. C'è un momento di insicurezza, la sensazione, la vertigine di stare in equilibrio sulle spalle di un gigante, di essere sul punto di volare non in basso ma nello spazio, precipitando oltre le cime più alte oltre il cielo pieno di cicatrici oltre l'atmosfera nel vuoto senza attrito.
C'è a volte il cielo che si abbassa, le nuvole si fanno dense, cade la pioggia gelida, la grandine, l'alta montagna si rivela per ciò che è, un posto inadatto agli uomini, una pietraia ostile, sfasciumi e burroni e licheni e neve e laghi gelati e strapiombi e creste e frane.
C'è a volte un momento in cui la montagna fa pensare a Nietzsche, o al Kerouac dei "Vagabondi del Dharma" o a Eliot o a Krakauer. Suppongo dovrebbe fare pensare anche a Rigoni Stern e a Corona ma non lo so perché non li ho letti.

A volte penso che Jim Morrison si sarebbe divertito in montagna. Avrebbe fatto cose diverse che nel deserto. Avrebbe visto dei nella roccia e non fantasmi di indiani morti. Avrebbe visto il cristo dei fulmini aggirarsi nel pascolo con una verga in mano i capelli pieni di pioggia, avrebbe visto il dio delle mucche tenere a bada l'orso, avrebbe riconosciuto l'estasi semplice della montagna quando rasserena, le nuvole si aprono e scocca l'arcobaleno, un raggio colpisce la cima di fronte, l'ombra risale il versante, il limite, lo steccato, il limite è lì?

Il trionfo della cima è di breve durata. Non mi attardo sotto alle croci. In fondo è come finire l'amore. Subentra un altro tipo di desiderio.

Presto sei già sulla strada di casa.