Lo straniero
Ieri sera, nonostante fossi molto stanco, prima di dormire ho letto qualche pagina de "Lo straniero" di Albert Camus (1942). Ricordavo di avere visto anche il film di Visconti, tanti anni fa, assieme a mia madre, in televisione. Oggi sono andato su youtube e l'ho ritrovato, avevo completamente dimenticato che il protagonista fosse Mastroianni.
Faceva caldo, ieri; nell'addormentarmi mi sono sentito trasportare per un attimo nell'Algeria di Camus, mi sono sentito anch'io uno di quei corpi bruni stesi al sole (anche se il mio è il corpo bianco di uno che vive sulle Alpi, dopo uno degli inverni peggiori degli ultimi anni).
C'è una certa durezza, che traspare, dai romanzi di quel periodo. Ad esempio un atteggiamento molto "macho", molto brusco, a volte sprezzante, verso le donne. C'è nei personaggi di Camus e c'è ad esempio in certi personaggi di Pavese, anche se è noto che lo scrittore italiano avesse le sue difficoltà con l'altro sesso. Non so, penso che oggi, nonostante stupri e violenze domestiche, quell'atteggiamento possa sembrare un po' datato. Ho come l'impressione che oggi le donne siano viste semmai con un misto di curiosità, risentimento, desiderio e timore. Non come "delicate prede" (per usare un altro titolo letterario di uno scrittore dell'epoca, Paul Bowles). Come barbies postatomiche, semmai.
Ma forse è semplicemente l'esistenzialismo ad essere passato di moda, quel modo sofferto, virile e fatalista di stare al mondo, di affrontare l'assurdo del mondo, che ha probabilmente ispirato le paranoie, i "probblemi" della stagione successiva, quella del '68, e anche un certo romanticismo tutto virato al maschile.
Camus, com'è noto, supererà (filosoficamente) la posizione espressa in "Lo straniero" nel suo romanzo successivo, "La peste", anch'esso ambientato in Algeria.
I Cure all'inizio della loro carriera incisero una canzone, "Killing an arab", ispirata a "Lo straniero". Venne stupidamente accusata di essere una canzone razzista, e i Cure, altrettanto stupidamente, cambieranno in seguito il testo nelle esecuzioni dal vivo ("killing another" anziché "killing an arab"). Potenza del linguaggio "politicamente corretto".
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Uno scrittore: Louis Férdinand Céline
Non conosco il francese, non so le lingue, sono ignorante.
Ho letto il Viaggio al termine della notte per la prima volta circa 20 anni fa, Morte a credito invece nel 1994, me lo ricordo bene, lo leggevo in treno, quando facevo il pendolare.
Come si fa a non amare Céline? Certo, colpevole, certo, antisemita, certo, collaborazionista, razzista, il male.
Mai come con lui il giudizio "umano" diverge da quello artistico: un genio assoluto, certo. Un anarchico vero, certo, fino in fondo, anche se compromesso, sì...
Il buco nero, la negazione della speranza, l'umanità ridotta al suo minimo, campare, sfangarla, lo sgobbo, gli sfessati, dare la colpa a qualcuno dei propri guai, lamentarsi all'infinito, e la Storia? Un cimitero pieno di pietre di tortura...
Ma come non amare Celine? Il suo umorismo sulfureo, la sua spietata visione delle cose, la più acida descrizione del colonialismo l'ho letta nel Voyage, e non erano parole di condanna...
Come non amare Celine? Come non amare l'inizio del Voyage, quella lunga tirata del protagonista contro la guerra, la patria e le divise, e subito dopo il suo subitaneo autoarruolamento, così, per niente, del tutto folle e irrazionale, come sono gli uomini, come è la vita? Come non amare la sua tirchieria patologica? La sua dedizione alla professione di medico? La sua dedizione alla lingua?
Come non amare la dedica iniziale al Voyage?
"Viaggiare è utile, fa lavorare la fantasia. Tutto il resto è soltanto delusione e fatica. Questo nostro viaggio è interamente immaginario. Ecco la sua forza.
Va dalla vita alla morte. Uomini, bestie, città e cose, tutto è inventato. E' un romanzo, dunque, null'altro che una storia fittizia. Lo dice Littré che non sbaglia mai. E poi, tutti possono fare altrettanto. Basta chiudere gli occhi.
E' dall'altro lato della vita."
Che voce strana, mi sarei aspettato qualcosa di profondo, solenne. No, era un vecchio rugante petulante. Irriducibile. Fino in fondo alla notte.
Fly into the sun
La notizia è arrivata ieri, mentre il festival dell'Economia si avviava verso la fine: aereo disperso al largo delle coste del Brasile, tre trentini a bordo.
Con uno di loro, Rino, mi è capitato di viaggiare. Ricordo la Bosnia, nel 2002, visita alla comunità trentina di Stivor (costituitasi all'epoca in cui Trentino e Bosnia erano parte dell'Impero austroungarico e i trentini andavano là per costruire le ferrovie). Ci fu una grande festa organizzata dal circolo della Trentini nel mondo, tutto il calore balcanico nella povertà di una terra che ne ha viste di tutti i colori. Visitammo Sarajevo, in occasione della prima visita di Romano Prodi a quella città magnifica e martoriata, nella sua veste di presidente della Commissione europea. I trentini portavano la richiesta di inclusione dei Balcani nella Ue, tramite l'Osservatorio sui Balcani, organismo nato dall'impegno speso da tanti negli anni della guerra. Con noi c'erano l'assessore Andreolli, Renato Penner di Pace per Gerusalemme, qualche giorno fa a Bejt Jalla, in Cisgiordania,per inaugurare un'altra opera realizzata grazie al contributo trentino, un centro giovanile. Fuori Stivor mi portarono in un bosco, mi dissero di guardare per terra: avevo i piedi immersi nei gusci d'uovo. Mi fecero alzare la testa: sulle cime degli alberi decine e decine di nidi, nel cielo volteggiavano le cicogne.
Rino c'era anche in Argentina, uno dei viaggi più faticosi che mi siano toccati, quasi ogni giorno su un aereo diverso, giornate pesanti, come sempre succede in quei paesi quando arriva una delegazione ufficiale. Buenos Aires, Chaco, Pampa dell'Infierno, Impenetrabile. I circoli creati dall'emigrazione transoceanica, e rivitalizzati negli ultimi 20-30 anni, dopo che il Trentino da terra di emigranti si è trasformato in terra di benessere diffuso. A Resistencia arrivò anche il coro della Sosat per tenere un concerto: erano stravolti dal lungo percorso via terra dal Brasile, ma l'Argentina era sull'orlo del crollo economico (uno dei tanti procurati da questo capitalismo kamikaze degli anni 2000), la gente non aveva soldi, in città s'era sparsa la voce che a teatro c'era un concerto gratis e così si era formata una fila lunga diversi isolati. Cosa fare? Chiesero ai coristi di tenere due concerti, uno dopo l'altro, per non mandare via nessuno.
Rino era un buon compagno di viaggio, allegro, sanguigno. Pieno di umanità e di passione. Uno con cui ti dici: vorrei viaggiare ancora assieme a lui. Era parte di questa rete trentina della solidarietà che indubbiamente esiste, non è retorica, anche se a volte a forza di parlarne può sembrare, una rete fatta di associazioni, cooperanti, volontari, missionari, vigili del fuoco, amministratori locali, politici provinciali, giornalisti, in fondo il Trentino è piccolo, dopo un po' ci si conosce, ci si coopta a vicenda, la solidarietà è anche un modo per uscire dai propri confini, allargare gli orizzonti, serve a chi la riceve ma anche a chi la fa e non c'è niente di male in questo. I due che lo accompagnavano in questo viaggio in Brasile non erano da meno: Giovanni Battista soprattutto l'avevo incrociato molte volte, era il ritratto della persona onesta, sincera, Luigi il sindaco di un paese lontano dal capoluogo, in una valle molto bella ma anche aspra, una valle che si ama per forza se si decide di restare e di impegnarsi per essa. Mancheranno a tutti.
Appartengo alla generazione che ha iniziato a volare tardi. Mio padre in vita sua prese solo una volta l'aereo, a sessant'anni, per andare in Sicilia ad un congresso del sindacato. Io dopo la laurea, per andare a Londra a lavorare e a imparare l'inglese (si fa per dire...). La mia figlia minore a 4 anni c'è già stata 3 o 4 volte.
All'inizio mi faceva paura. La volta peggiore fu la seconda: volavo in Tanzania, da solo, andavo alla scoperta dell'Africa dopo averla studiata sui libri per anni. Il viaggio notturno un incubo di vuoti d'aria e alcol: quasi all'arrivo, il comandante disse che per problemi tecnici forse saremmo dovuti atterrare a Mombasa (in Kenya, addirittura un altro paese!). Poi, senza aggiungere nulla, iniziò la manovra d'atterraggio. Guardai l'africano alla mia destra, che tornava dall'Inghilterra ed era vestito come un businessman pur essendo - a suo dire - uno studente: mi sembrava preoccupato, il che preoccupò anche me, perché lui quella rotta l'aveva fatta spesso, lui sapeva quali erano le condizioni di sicurezza all'aeroporto di Dar es Salaam. Ad un certo punto una voce dall'altoparlante, ma non una comunicazione ufficiale, piuttosto come se qualcuno avesse lasciato aperto il canale per errore: "Small probabilities of survive", mi sembrò di capire. Guardai alla mia destra: il tipo, lo studente-businessman, aveva capito la stessa cosa. Mi sentii lo stomaco in gola. "My friend, god is great", mormorò lui, con un sorriso.
Atterrammo malissimo, su una ruota. Ma atterrammo. Fu il mio impatto con l'Africa.
C'è voluto un po' perchè la smettessi di pensare al momento in cui ti accorgi che stai per precipitare, al panico, ai vassoi, alle borse che s'incollano al soffitto, assieme alla gente che non era cinturata, alle mascherine dell'ossigeno che saltano fuori, al rumore degli allarmi (suoneranno allarmi in questi casi?), a quanto ci deve impiegare un aereo di linea a venire giù da un'altezza del genere. A come dev'essere quel volare nell'acqua, nel sole, quel cambiamento di prospettiva, quell'orizzonte che si capovolge. Sì, spero sia come volare nel sole.
Poi ad un certo punto è passata. Mi sono detto che è vero, è il modo più sicuro per viaggiare, e a volte è anche piacevole, a volte distingui posti dall'alto che hai visitato via terra, a volte voli sopra il mare o il deserto e ti stupisci di vedere un puntino in tutto quel nero, a volte voli sopra le nuvole e sopra le nuvole c'è la luna che ti parla. A volte volare è proprio magia.
Mancheranno a tutti, quei tre. In Trentino e in tutti i posti dove andavano per fare qualcosa di buono.
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Economia (festival dell') 3: o anche del villaggio turistico come modello per il Paese
Oggi, durante uno degli incontri minori del Festival dell'Economia di Trento, ho sentito ripetere per l'ennesima volta che la globalizzazione ha spostato la competizione dal terreno delle imprese a quello dei territori. Ergo, bisogna fare squadra, creare piattaforme produttive coese ecc. "E' quello che fanno in Cina", ha detto a un certo punto uno dei relatori, e lì sono rimasto un po' sorpreso perché a parlare era stato un giovane imprenditore. Insomma, l'ultimo dei grandi paesi comunisti preso a modello da un rappresentante del capitalismo molecolare occidentale.
Poi ho riflettuto: va bene, è una logica che non mi piace, mi sembra un passo indietro verso il primo '900, verso la stagione dei nazionalismi, ma prendiamo atto che è così. Però se è così serve un modello. Un modello per il Paese. Quale modello può avere, dunque, per l'Italia, uno come il nostro capo del Governo? A quale Italia pensa, quando pensa alla competizione globale? A quale tipo di capitalismo? A quale piattaforma produttiva? A quale specializzazione funzionale del sistema-Italia, o non-specializzazione funzionale, se del caso?
Casualmente, l'occhio mi è caduto sul Corriere della Sera, dove compariva l'intervista a Marcello dell'Utri, senatore del Pdl, creatore di Publitalia, fondatore di Forza italia, ammiratore dell'Opus dei, condannato in primo grado per "concorso esterno in associazione mafiosa", fraterno amico dello Stregatto.
L'intervista verteva sulle famose feste in una delle ville di Berlusconi in Sardegna.
D: Allora, senatore: che succede a questi festoni?
R: Beh, intanto, ci sono due o tre situazioni che ogni volta tolgono il fiato a chi partecipa per la prima volta.
D: Scusi, situazioni di che tipo?
R: C'è la gelateria. Tu vai lì e ti servono tutto il gelato che vuoi. Gratis. Se ci pensa, è una trovata molto divertente.
D: Curioso, sì.
R: Divertente, lo ammetta. E sa qual è il gusto più buono?
D: No.
R: Il gelato del Presidente. Squisito.
D: Ci sono pure i coni?
R: Naturalmente. E' una vera e propria gelateria. Come pure la pizzeria. Ecco, si vaga nei giardini mangiando sorbetti e tranci di pizza, e poi si chiacchiera, si parla, si fa salotto...
D: C'è musica?
R: Sempre. E sempre dal vivo.
D: Apicella?
D: Lui ma non solo. A villa Certosa ho sentito cantare persino tenori e poi ho assistito all'esibizione di band di ogni tipo... Berlusconi, com'è noto, è un intenditore.
D: E al teatrino?
R: Giù al teatrino ci sono spettacolini, recite, balletti.
E qui ho avuto un'illuminazione. Il villaggio turistico. Certo, il villaggio turistico! Quello con l'all-inclusive. Mangiare e bere gratis, anfiteatro, musica di merda, comici, piscina, belle ragazze in costume o pareo (firmato)...
E' questo il modello. Certo, perché no. Semplice da capire, popolare fra gli elettori, paternalista quanto basta per assicurare al capo villaggio una lunga gestione del potere e un passaggio indolore dello stesso nelle mani di un qualche vice. Ecco il modello. In linea con l'immagine internazionale dell'Italia, di un paese un po' bizzarro ma dove si mangia bene e la gente è espansiva. Eccolo. Perfettamente spendibile sul piano interno: chi non vorrebbe vivere tutta la vita in un villaggio turistico? In fondo lui ce l'ha. Ne ha uno privato. Pensa un po'. Partendo dalle navi da crociera. Figata!
Coraggio, dunque, italiano, ancora un piccolo sforzo.
ps: non voglio sembrare snob. Io qualche volta nei villaggi ci sono andato. Non è il mio modello di vacanza, l'ammetto. Ma ci sono andato. In qualche posto mi sono pure trovato bene. Quando hai bambini piccoli, non hai voglia di farti il culo...(te lo fai già abbastanza...)...
Allo spettacolo serale mi sono sempre sentito in imbarazzo. Ma va bene, va bene, i bambini si divertono, per due settimane all'anno ci può stare, mica posso pretendere che in un villaggio turistico sparino la musica di Lou&Iggy, che recitino Sartre...che poi io sono un pesantone, conosco due barzellette in croce, dovrei imparare a vivere...
Però, ecco: due settimane, se proprio devo. Non c'è niente da fare, qui non è una questione politica e nemmeno economica, ma antropologica. Io piuttosto che una serata a ciucciare sorbetti con Noemi, lo Stregatto e il Marcello Bello a villa Certosa mi fionderei a Guantanamo.
Poi ho riflettuto: va bene, è una logica che non mi piace, mi sembra un passo indietro verso il primo '900, verso la stagione dei nazionalismi, ma prendiamo atto che è così. Però se è così serve un modello. Un modello per il Paese. Quale modello può avere, dunque, per l'Italia, uno come il nostro capo del Governo? A quale Italia pensa, quando pensa alla competizione globale? A quale tipo di capitalismo? A quale piattaforma produttiva? A quale specializzazione funzionale del sistema-Italia, o non-specializzazione funzionale, se del caso?
Casualmente, l'occhio mi è caduto sul Corriere della Sera, dove compariva l'intervista a Marcello dell'Utri, senatore del Pdl, creatore di Publitalia, fondatore di Forza italia, ammiratore dell'Opus dei, condannato in primo grado per "concorso esterno in associazione mafiosa", fraterno amico dello Stregatto.
L'intervista verteva sulle famose feste in una delle ville di Berlusconi in Sardegna.
D: Allora, senatore: che succede a questi festoni?
R: Beh, intanto, ci sono due o tre situazioni che ogni volta tolgono il fiato a chi partecipa per la prima volta.
D: Scusi, situazioni di che tipo?
R: C'è la gelateria. Tu vai lì e ti servono tutto il gelato che vuoi. Gratis. Se ci pensa, è una trovata molto divertente.
D: Curioso, sì.
R: Divertente, lo ammetta. E sa qual è il gusto più buono?
D: No.
R: Il gelato del Presidente. Squisito.
D: Ci sono pure i coni?
R: Naturalmente. E' una vera e propria gelateria. Come pure la pizzeria. Ecco, si vaga nei giardini mangiando sorbetti e tranci di pizza, e poi si chiacchiera, si parla, si fa salotto...
D: C'è musica?
R: Sempre. E sempre dal vivo.
D: Apicella?
D: Lui ma non solo. A villa Certosa ho sentito cantare persino tenori e poi ho assistito all'esibizione di band di ogni tipo... Berlusconi, com'è noto, è un intenditore.
D: E al teatrino?
R: Giù al teatrino ci sono spettacolini, recite, balletti.
E qui ho avuto un'illuminazione. Il villaggio turistico. Certo, il villaggio turistico! Quello con l'all-inclusive. Mangiare e bere gratis, anfiteatro, musica di merda, comici, piscina, belle ragazze in costume o pareo (firmato)...
E' questo il modello. Certo, perché no. Semplice da capire, popolare fra gli elettori, paternalista quanto basta per assicurare al capo villaggio una lunga gestione del potere e un passaggio indolore dello stesso nelle mani di un qualche vice. Ecco il modello. In linea con l'immagine internazionale dell'Italia, di un paese un po' bizzarro ma dove si mangia bene e la gente è espansiva. Eccolo. Perfettamente spendibile sul piano interno: chi non vorrebbe vivere tutta la vita in un villaggio turistico? In fondo lui ce l'ha. Ne ha uno privato. Pensa un po'. Partendo dalle navi da crociera. Figata!
Coraggio, dunque, italiano, ancora un piccolo sforzo.
ps: non voglio sembrare snob. Io qualche volta nei villaggi ci sono andato. Non è il mio modello di vacanza, l'ammetto. Ma ci sono andato. In qualche posto mi sono pure trovato bene. Quando hai bambini piccoli, non hai voglia di farti il culo...(te lo fai già abbastanza...)...
Allo spettacolo serale mi sono sempre sentito in imbarazzo. Ma va bene, va bene, i bambini si divertono, per due settimane all'anno ci può stare, mica posso pretendere che in un villaggio turistico sparino la musica di Lou&Iggy, che recitino Sartre...che poi io sono un pesantone, conosco due barzellette in croce, dovrei imparare a vivere...
Però, ecco: due settimane, se proprio devo. Non c'è niente da fare, qui non è una questione politica e nemmeno economica, ma antropologica. Io piuttosto che una serata a ciucciare sorbetti con Noemi, lo Stregatto e il Marcello Bello a villa Certosa mi fionderei a Guantanamo.
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Economia (festival dell') 2: Montezemolo

Nella seconda giornata del Festival dell'economia di Trento Luca Cordero di Montezemolo parla come un leader del centrosinistra e dice che l'evasione fiscale è un reato (il tonfo che avete sentito ieri attorno alle 16 non era una scossa di terremoto ma il sobbalzo di milioni di partite Iva), gli economisti invocano clemenza (come se non lo sapessimo che queste "scienze" non sono predittive, qualcuno aveva previsto il crollo del Muro di Berlino?) e più d'uno sostiene che in fondo l'Italia non è il paese che se la sta passando peggio, grazie non allo Stregatto di Berlusconistan ma a cose come le nostre bcc e casse rurali, definite le pmi delle banche (e anche qui qualcuno ricorda che solo un paio di anni fa tutti incitassero alle fusioni).
In effetti io ricordo la Londra del 1991 (ultimo scorcio del tatcherismo): beh, lì sì che era miseria, una cosa che francamente, in giro, non ho visto più.
Per il resto, nelle varie sedi sempre tanti giovani (alla faccia di chi li dipinge come un esercito di smutandati lobotomizzati), in internet è boom, in piazza Duomo una bella mostra fotografica di Romano Magrone, Enrico Letta è sempre pimpante (ma non riesco a non asssociarlo al Subuteo e ai Dire Straits), Tito Boeri ha il suo consueto sorrisino furbo e un mio caro amico che ha in odio il circo degli economisti commenta: "E' una compagnia di giro".
In quanto alla crisi, nessuno più si sbilancia: finirà quando finirà.
Ah, sì: stasera in piazza Dante (di fronte alla stazione) suonano i Bastard Sons of Dioniso.
Economia (festival dell') 1: Cipolletta
Le cose più interesanti della prima giornata del festival dell'Economia di Trento le ha dette Innocenzo Cipolletta, presidente delle Ferrovie dello Stato e dell'Università di Trento.
La prima è di sostanza e riguarda la crisi: no all'ottimismo di regime. No a chi dice che la colpa è tutta del catastrofismo dei media (magari per controllarli meglio).
La seconda è di metodo: si incolpano gli economisti, gli studiosi, di non avere previsto la crisi. Ma c'è un paradosso nelle scienze di questo tipo: le loro previsioni servono ai decisori per fare le politiche. Ora, se i governi avessero ascoltato quei (pochi, per la verità) che avevano previsto la crisi, e si fossero comportati di conseguenza, la crisi non ci sarebbe stata e gli esperti sarebbero stati accusati di avere sbagliato le previsioni.
Nel frattempo il Times parla di berlusconistan così...
La prima è di sostanza e riguarda la crisi: no all'ottimismo di regime. No a chi dice che la colpa è tutta del catastrofismo dei media (magari per controllarli meglio).
La seconda è di metodo: si incolpano gli economisti, gli studiosi, di non avere previsto la crisi. Ma c'è un paradosso nelle scienze di questo tipo: le loro previsioni servono ai decisori per fare le politiche. Ora, se i governi avessero ascoltato quei (pochi, per la verità) che avevano previsto la crisi, e si fossero comportati di conseguenza, la crisi non ci sarebbe stata e gli esperti sarebbero stati accusati di avere sbagliato le previsioni.
Nel frattempo il Times parla di berlusconistan così...
Under pressure - sotto pressione
Odiava l'ansia che si generava in quei momenti, il senso di panico prodotto da un tipo di società e da un modello lavorativo (entrambi informatizzati) che sembrano dare per scontata la coincidenza temporale fra pensiero e azione, fra il desiderio e la sua la materializzazione istantanea.
Eppure sapeva che, a volte, sotto pressione lavorava meglio.
Sotto pressione le idee schizzano fuori dai neuroni come il sudore dai pori. Sotto pressione tutto diventa improvvisamente fluido, lubrificato, creativo. Sotto pressione il superio censorio allenta la presa; subentra una vertigine, un deliquio, uno sfrecciare delle persone e delle cose ai due lati dei lobi temporali, persino un senso di fratellanza, di parziale riappacificazione del genere umano, difficile da ritrovare in condizioni normali, quando a governare suprema è l'accidia, la noia, la nausea sartriana.
Sotto pressione è come in guerra, in viaggio, sulle montagne russe, tutti assieme ad alzare le braccia sull'orlo del precipizio. Sotto pressione l'aria è elettrica di temporale, c'è odore di pioggia. Scarpe slacciate e colletti allentati.
Quando poi ad essere sotto pressione è tutta una città, gli ricordava le volte che la neve aveva creato ingorghi pazzeschi sulle salite, quando il fiume aveva rischiato di straripare, quando si aspettava nelle piazze la fine dell'ultimatum lanciato dall'Onu a Saddam, prima guerra del Golfo, 1991. I bar esplodevano di gente, il volume della musica si alzava, gli sconosciuti si lanciavano occhiate allusive, le vesti frusciavano e i tacchi sbattevano sul porfido della strada. Quando l'intera città entrava nella giostra, poteva succedere di tutto. Il senso di un pericolo imminente, di una sorpresa dietro una colonna, di un incontro, un fallimento, un successo, un tradimento, un delitto.
Sotto pressione il sangue accelerava, sotto pressione acceleravano le nuvole, sotto pressione la borsa nera faceva affari d'oro, sotto pressione le palpebre si restringevano, le nocche sbiancavano, sotto pressione era terra di nessuno, senza legge.
Sotto pressione non ce n'era per bambini e animali. Sotto pressione le persone si scontravano con una violenza pari a quella impressa alle particelle dall'acceleratore del Cern. Sotto pressione bollivano, fumavano, urlavano, sotto pressione uomini e donne graffiavano, si prendevano a morsi, uscivano spettinate dai bagni. Sotto pressione si polverizzavano fortune e si concepivano creature, i sorrisi si vetrificavano in un gigno subdolo e sinistro.
Eppure sapeva che, a volte, sotto pressione lavorava meglio.
Sotto pressione le idee schizzano fuori dai neuroni come il sudore dai pori. Sotto pressione tutto diventa improvvisamente fluido, lubrificato, creativo. Sotto pressione il superio censorio allenta la presa; subentra una vertigine, un deliquio, uno sfrecciare delle persone e delle cose ai due lati dei lobi temporali, persino un senso di fratellanza, di parziale riappacificazione del genere umano, difficile da ritrovare in condizioni normali, quando a governare suprema è l'accidia, la noia, la nausea sartriana.
Sotto pressione è come in guerra, in viaggio, sulle montagne russe, tutti assieme ad alzare le braccia sull'orlo del precipizio. Sotto pressione l'aria è elettrica di temporale, c'è odore di pioggia. Scarpe slacciate e colletti allentati.
Quando poi ad essere sotto pressione è tutta una città, gli ricordava le volte che la neve aveva creato ingorghi pazzeschi sulle salite, quando il fiume aveva rischiato di straripare, quando si aspettava nelle piazze la fine dell'ultimatum lanciato dall'Onu a Saddam, prima guerra del Golfo, 1991. I bar esplodevano di gente, il volume della musica si alzava, gli sconosciuti si lanciavano occhiate allusive, le vesti frusciavano e i tacchi sbattevano sul porfido della strada. Quando l'intera città entrava nella giostra, poteva succedere di tutto. Il senso di un pericolo imminente, di una sorpresa dietro una colonna, di un incontro, un fallimento, un successo, un tradimento, un delitto.
Sotto pressione il sangue accelerava, sotto pressione acceleravano le nuvole, sotto pressione la borsa nera faceva affari d'oro, sotto pressione le palpebre si restringevano, le nocche sbiancavano, sotto pressione era terra di nessuno, senza legge.
Sotto pressione non ce n'era per bambini e animali. Sotto pressione le persone si scontravano con una violenza pari a quella impressa alle particelle dall'acceleratore del Cern. Sotto pressione bollivano, fumavano, urlavano, sotto pressione uomini e donne graffiavano, si prendevano a morsi, uscivano spettinate dai bagni. Sotto pressione si polverizzavano fortune e si concepivano creature, i sorrisi si vetrificavano in un gigno subdolo e sinistro.
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Hello, it's me
For Andy Warhol...and a little bit for my father (I wished I talked to you more
when you were alive...)
Andy, sono io, è un po’ che non ti vedo
mi sarebbe piaciuto parlare di più
quando eri vivo
credevo fossi sicuro di te
quando facevi il timido
ciao sono io
Mi manchi davvero
mi manca davvero la tua mente
non sento idee come le tue
da molto, molto tempo
Mi piaceva guardarti disegnare
e guardarti dipingere
ma l’ultima volta che ti ho visto
mi sono girato di spalle
Quando Billy Name era malato
e chiuso a chiave in camera
mi hai chiesto un po’ di speed
e io credevo fosse per te
mi spiace di avere dubitato
del tuo buon cuore
sembra sempre che le cose finiscano
prima di cominciare
Ciao sono io, quella si che è una stupenda mostra
la tappezzeria con le mucche
e i cuscini argento galleggianti
vorrei aver prestato più attenzione
quando ridevano di te
ciao sono io
"Colpito l’artista pop”
diceva il titolo
“è tutta una montatura, la sparatoria?
Warhol è morto davvero?”
si sconta meno galera se rubi un’auto
ricordo dì aver pensato mentre ascoltavo
un mio disco dentro a un bar
Ti odiavano davvero
ora è tutto diverso
ma io serbo del rancore
che non potrà sparire
mi hai colpito dove faceva più male
e io non ho riso
i tuoi diari non sono un epitaffio degno
Be’ adesso, Andy
credo sia giunto il momento di andare
spero che in un certo senso in qualche modo
questo piccolo show ti sia piaciuto
so che arriva in ritardo
ma è il solo modo che conosco
Ciao sono io
Buonanotte Andy
Addio Andy
Da Songs for Drella, 1991, Lou Reed & John Cale, in memoria del loro mentore e pigmalione Andy Warhol.
NON SI SENTONO IDEE COSI' DA MOLTO, MOLTO TEMPO...
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death is not the end
Della serie, la gioia di vivere.
Canzone suggestiva (di Bob Dylan), anche se sono d'accordo con quel commento che dice: lies, death is the end.
Anyway, enjoy Nick Cave, Kylie & Mc Gowan...
Non sa più nulla, è alto sulle ali
Non sa più nulla, è alto sulle ali
il primo caduto bocconi sulla spiaggia normanna.
Per questo qualcuno stanotte
mi toccava la spalla mormorando
di pregar per l'Europa
mentre la Nuova Armada
si presentava alle coste di Francia.
Ho risposto nel sonno: - E' il vento,
il vento che fa musiche bizzarre.
Ma se tu fossi davvero
il primo caduto bocconi sulla spiaggia normanna
prega tu se lo puoi, io sono morto
alla guerra e alla pace.
Questa è la musica ora:
delle tende che sbattono sui pali.
Non è musica d'angeli, è la mia
sola musica e mi basta. -
Vittorio Sereni (1913-1983), da Diario d'Algeria
Foto: Rodi (M.P.)
E se poi arrivasse lui?

Non mi sembrerebbe niente di strano. Sarebbe un presidente del Consiglio normale che governa finalmente un paese normale. Magari conserverei un'istintiva diffidenza verso un politico che rappresenta anche, forse suo malgrado, un passato ostile a noi antifascisti (diciamo, se si può dire, laicamente antifascisti, cioè antifascisti che non gridano "fascista!" ad ogni pisciata di cane).
Ma sarebbe normale, voglio dire, essere governati da un politico normale, che non è un multimilionario, che non controlla le tv, che non fa le corna nelle foto, che non corrompe - fino a prova contraria - i giudici.
Insomma un politico, che su cose come l'immigrazione o la crisi dice più o meno le stessse cose (moderate) che dicono tutti i politici ("spetta al mercato produrre ricchezza ma deve essere temperato dall'azione regolatrice delle istituzioni...". Qualcuno sosterrebbe il contrario, oggigiorno?). Un politico che probabilmente non crede nelle ideologie, che cerca di interpretare, come può, la complessità, con impegno misto a furbizia, come sempre avviene con questa specie di uomini. Dissentirei normalmente da lui, gli rinfaccerei la Bossi-Fini, certe uscire del passato e a volte magari condividerei persino quello che dice. Insomma, il senso di non vivere in una repubblica degli Arlecchini e dei Pulcinella, o in Thailandia. Forse persino senza Emilio Fede.
E' per questo che non mi convincono quelli del "tanto meglio, tanto peggio", quelli per cui se anche Berlusconi cade è uguale, o andrà anche peggio.
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