Pamuk, Brasov e la città perfetta (1)

Ho terminato ieri sera Neve, di Orhan Pamuk, lo scrittore turco premio Nobel per la letteratura 2006. E' un romanzo lungo, impegnativo, e al tempo stesso molto incalzante, molto ricco di colpi di scena. Ha per protagonista un poeta turco esule in Germania, Ka, il quale ritorna in patria e decide di recarsi nella remota città di Kars, in Anatolia orientale, dove alcune ragazze islamiche si sono suicidate dopo che la scuola ha loro proibito di portare il velo. Al di là dei temi trattati - il contrasto fra religione "militante" e laicità imposta dallo Stato (quello kemalista, realizzato da Ataturk per occidentalizzare la Turchia dopo il crollo dell'impero ottomano), ma anche l'amore e la nostalgia in tutte le loro varianti (compreso l'inganno e la gelosia) - nel romanzo di Pamuk la vera protagonista è la città di Kars, sepolta da una nevicata che per tre giorni la isola dal resto del mondo, accentuando ancora di più la sua distanza e la sua solitudine (ma anche il suo essere microcosmo a suo modo affascinante).
Conosco bene la geografia dei luoghi: sono almeno vent'anni che progetto un viaggio in Anatolia orientale, anche se i casi della vita mi hanno portato a visitare tanti altri posti "strani", ma non questo. Leggere Neve, però, mi ha spinto a chiedermi quale sia la mia Kars, quale sia, insomma, il mio remoto luogo dell'animo, il mio altrove, la mia città perfetta sotto a cieli perfetti, all'incrocio dei venti, nella perfetta congiunzione astrale. Londra, Cochabamba, Bologna, Dar es Salaam, Oporto, Bassano del Grappa, Pechino, Pitigliano, Lima, Merka, Buenos Aires, Sarajevo, Palermo, Colombo, Venezia, Tomar, Parigi?

Di tutti, ce n'è una che svetta nel ricordo-che-non-passa: Brasov.

Brasov è una città rumena, capitale della regione della Transilvania. Adolf Menschendorfer, la descrisse nel suo La città nell'Est, sottolineando il contrasto fra la civiltà urbana, espressione dell'ethos borghese, e l'Est, la dimensione degli spazi aperti e del nomadismo. Decisi di visitarla - senza saperne nulla, nemmeno che cosa ci fosse da vedere - in un'altra stagione della mia vita, una stagione in cui tutto andava bene: avevo terminato il primo anno di università, senza alcun problema, ero libero tutta l'estate (avrei lavorato in autunno, per la raccolta delle mele) e un'amica mi aveva suggerito di comprare un Bige (ticket ferroviario scontato) per Budapest, dicendomi che costava pochissimo. All'epoca - il 1985 - questa parte dell'Europa era ancora oltre la Cortina di Ferro. Si sapeva poco di essa, se non che per andarci ci voleva un visto. Guardai una cartina: vidi che dopo Budapest e la Putza ungherese la ferrovia proseguiva in Romania, arrivando fino in Transilvania. pensai che quello era il momento di realizzare un sogno coltivato da bambino, quando, dopo aver letto il Dracula di Bram Stoker, mi ero imbattuto in un articolo della Domenica del Corriere che narrava le gesta del Dracula storico, il principe rumeno Vlad II "Tepes" (l'impalatore), una sorta di eroe nazionale in Romania per essersi a lungo opposto con successo agli invasori turchi.

Così - assieme ad un amico - mi misi in viaggio. La Romania non era, come oggi, sinonimo di immigrati stupratori. Era un paese comunista governato da un regime poliziesco, quello di Ceausescu (in realtà piuttosto ben visto dall'Occidente perchè inviso a Mosca). Una terra di cui si sapeva quasi nulla tranne che avevano scoperto una straordinaria cura contro l'invecchiamento basata su un fango misterioso, il gerovital (un "pacco" pazzesco, ovviamente).

Andare laggiù da soli, con uno zaino in spalla e un sacco a pelo, era una scelta quantomeno stravagante: fin dalla partenza ci imbattemmo nello stupore dei bigliettai (all'epoca sui treni i biglietti ancora li controllavano) che non riuscivano a capire perché volessimo andare in Transilvania in pieno agosto, anziché a Rimini. Né lo facevamo per turismo sessuale; figurarsi, eravamo romantici fino al midollo (e comunisti, per giunta!). Mai avremmo usato il nostro denaro (che era pochissimo, alla partenza, ma divenne tantissimo in Romania quando facemmo il cambio al nero) per portarci a letto qualche povera ragazza rumena (o ungherese) in cambio magari di un paio di scarpe da 2mila lire (come vedemmo fare a Budapest da un avvocato romano, che girava con una stanga bionda, stile fotomodella per hobby, e ci prese per due allocchi provinciali).

Lo facevamo per andare lontano, questo sì. E se per il Kerouac de Sulla strada lontano era sinonimo di Messico per noi era sinonimo di Est, frontiere, passaporti, militari sui treni, perquisizioni, stelle rosse, "compagni", sol dell'avvenire, e poi, più tardi, con il procedere del viaggio, disillusione, povertà, culto della personalità, fare i conti con l'ideologia, non accettare che sia tutto falso, interrogarsi su ciò che è vero.

Avevo 20 anni, non avevo ancora trovato l'amore (sarebbe successo qualche mese dopo): ero libero, assetato, povero, arrogante, imperfetto, inesperto, intelligente, timido, felice.

Maria Falcone: mio fratello Giovanni, la lotta alla mafia

Sabato ho intervistato Maria Falcone, sorella del giudice Giovanni Falcone, ucciso dalla mafia nella "strage di Capaci" (assieme alla moglie e alla scorta) il 23 maggio del 1992. Fu, assieme all'attentato che poco dopo ucciderà anche l'amico e "compagno di strada" Paolo Borsellino, uno dei più tragici crimini mafiosi della storia italiana.

L'importanza di Falcone è ben sintetizzata da quello che racconta la sorella Maria nel corso di questa conferenza tenutasi a Trento con degli studenti delle superiori (ripresa integralmente da Format): prima del maxiprocesso di Palermo non solo la maggior parte dei mafiosi processati andavano assolti per mancanza di prove, ma ogni singolo caso veniva considerato isolatamente, mancava la visione d'insieme del fenomeno mafioso e delle sue collusioni con la politica e la società tutta che il pool antimafia porterà avanti in quegli anni, nonché delle sue connessioni internazionali.
Purtroppo - ricorda amaramente la sorella del giudice - Falcone è stato celebrato da morto ma osteggiato (da molti) fin che era in vita.

Oltre al video consiglio di guardare la scheda di Wiki che mi pare ben fatta.

Autonomia per il Tibet


Ma più importanti delle mie controversie con le compagnie telefoniche sono - in questo cinquantenario della prima sollevazione dei tibetani contro l'occupazione cinese - le notizie che riguardano il Dalai Lama, e che mi arrivano anche da una delegazione trentina accolta con tutti gli onori a Dharamsala (guidata da Roberto Pinter).

Tenzin Gyatso, col quale sono ritratto in questa foto del 2001 (che forse ho già postato, ma tant'è, immortala uno dei momenti topici della mia carriera di giornalista), pare abbia fatto un discorso molto duro, confermando però in sostanza la sua visione del futuro: un'autonomia per il Tibet in seno alla Cina. I cinesi però come al solito non ci sentono e agitano lo spettro del separatismo. E' incredibile quanto questa parola, autonomia, sia ancora poco compresa non solo in Italia ma anche sugli scenari internazionali. E lo dice uno che all'origine non era mica tanto filo-autonomista (come tutti gli italiani dell'Alto Adige, del resto).

Il video con la mia intervista al Dalai Lama (assieme ad Alberto Faustini), lo trovate qui.

Un'altra cosa che mi fa incazzare sono le compagnie telefoniche

Che poi tenti di chiamare e non ti risponde un essere umano, mai, neanche al decimo tentativo, solo sti' cazzo di sistemi automatici inventati da questi informatici decerebrati, "se vuoi questo premi il tasto 1, se vuoi quello premi il tasto 2...", e tu allora prendi carta e penna e scrivi, perché credi nel potere della parola scritta, scrivi e gli spieghi con dovizia di particolari che tuo padre è morto, che il suo telefono purtroppo non serve più, perché nessuno ci vive più, là, in quella casa, in quella casa proletaria di cui conosci ogni angolo, ombra, ruga, capello, sospiro, e dopo tre mesi - e sei convinto che la cosa sia risolta, e però ti chiedi, ogni volta che passi, per quella casa, perché il telefono faccia ancora "tuu...tuu..." - ecco che ti arriva la bolletta e una letterina in cui dicono che non hai fatto la disdetta in maniera corretta, che è incompleta, ma non specificano COSA NON HAI FATTO, ti ricordano solo che deve essere firmata (tu l'hai fatto, chi altri dovrebbe firmare? Forse credono davvero negli spiriti...), che devi specificare se vuoi tornare a Telecom (no, non vuoi tornare a Telecom, ma poi a loro che gli frega???), e altre amenità, ma in fondo, proprio in fondo alla letterina, scrivono anche
Qualora avesse già inviato la disdetta nella modalità descritta la invitiamo a inviarcene copia all'indirizzo...
Eh, no, allora questa è una lettera prestampata, allora voi la mia richiesta non l'aveve neanche presa in considerazione, allora questa è una prassi, un fottuto tentativo di succhiare ancora qualche euro all'abbonato, anche se trapassato, e un tentativo volgare, per giunta, lasciatemi dire, fatto con la mano destra mentre la sinistra si schermisce...
La stessa burocrazia cavillosa, supponente e accusatoria che un tempo era nelle amministrazioni pubbliche oggi si è trasferita di peso in questi fornitori di servizi privati, che ti si attaccano come zecche e non ti mollano più. Lo stesso meccanismo del segreto che un tempo teneva i burocrati pubblici al riparo da reclami e richieste di chiarimenti è stato fatto proprio da questi call centres, da queste società globalizzate tutto marketing, il cui ultimo anello sono ragazzi assunti con contrattini miserabili, illusi e supersfruttati.

Sudan (ovvero: un futuro alla Philip Dick)

Ieri il Corriere metteva ad un articolo di Henry-Lévy un titolo fuorviante, benché tratto di peso dal testo: "Contro le anime belle". L'articolo parlava della condanna - con conseguente mandato d'arresto - emessa dalla Corte penale internazionale nei confronti del presidente del Sudan Omar Al Bashir, per i crimini commessi in Darfur. Dal titolo si poteva pensare che il filosofo e opinionista francese stigmatizzasse la Corte dell'Aja. E invece no: Henry-Lévy si pronuncia contro le anime belle della trattativa ad oltranza, ed in favore di una giustizia internazionale che indichi con chiarezza i colpevoli di crimini contro l'umanità.
Si potrà osservare che ciò vale per il Sudan e non per l'America o Israele, ma resta il fatto che quando in una sede internazionale si ha il coraggio chiamare le cose con il loro nome è un bel giorno per chi ha sete di giustizia.
Semmai dà da pensare che il giorno dopo l'Unione africana, la Lega Araba, Russia e Cina (ma anche il presidente dell'Assemblea generale dell'Onu) si siano schierate contro la Corte. Qui il colonialismo - tirato in ballo dal dittatore sudanese - non c'entra nulla, qui c'è un governo che massacra una parte del suo popolo (per fare un paragone, non stiamo parlando di qualcosa di simile alla guerra del Vietnam, evocata da Al Bashir, ma di qualcosa di simile alla Cambogia di Pol Pot o, forse, alla Cecenia, posto che le tribù del Darfur, e quelle del sud Sudan prima di loro, stiano agli arabi sudanesi come i ceceni ai russi). Una volta che il diritto non si arresta sulla soglia della formula: "Sono affari interni ad uno Stato sovrano", bisognerebbe solo applaudire.
La visione che emerge di questo inedito asse pro-Sudan è quella di un futuro un po' alla P. Dick. Un futuro-incubo, fortemente cinesizzato, in cui a dominare saranno - in maniera ancora più sfacciata di quanto non sia già oggi - gli interessi economici (quelli che spingono la Cina a sostenere il governo sudanese, ricevendone in cambio il suo petrolio). Un futuro in cui a comandare sarà un asse slavo-asiatico, a cui si aggiungeranno i paesi arabi e quelli africani in alleanze mutevoli come le figure formate da un caleidoscopio. Un futuro in cui il diritto conterà sempre meno e la ragion di stato sempre di più. In cui le donne staranno peggio di oggi, la separazione stato-chiesa sarà un lontano ricordo, i dittatori mobiliteranno le masse per gli scopi più loschi in cambio di un po' di pane, oppio, nazionalismo e i-pod.
Ovvio che l'Occidente ha tante e tali colpe da scontare nei confronti degli altri popoli (specie dopo l'era Bush) che fatica a ergersi oggi come tutore credibile della legalità internazionale. Ma non per questo possiamo rassegnarci ad un mondo dominato dai Putin, dai gerarchi cinesi, dagli ayatollah e dagli Al-Bashir.

Questo è quello che scrive invece Altreconomia.
Qui un'altra fonte autorevole, lo ICC (english only)

Free money

"Se fossimo al Governo, faremmo una cosa chiara: nella crisi non bisogna dimenticare chi da solo non ce la fa. Quindi una indennità di disoccupazione a tutti coloro che perdono il posto di lavoro, a cominciare dai precari. E un intervento per aumentare i salari più bassi e mettere le famiglie in condizione di vivere».
- Dario Franceschini -

Beh, certo che se il buon giorno si vede al mattino la proposta del nuovo segretario del PD - che ha avuto anche il placet di un illustre economista come Tito Boeri - è di quelle che fanno ben sperare. In Trentino la strada scelta è il reddito minimo di garanzia, che esiste - informa sempre Boeri - in tutti i paesi europei tranne che in Italia e in Grecia. Bene anche il sistema dei controlli incrociati per smascherare gli eventuali approfittatori.
Su come finanziare questi ammortizzatori sociali (Brunetta si premura di informarci che si chiamano così, crede che il popolino sia appena sceso dagli alberi...) si vedrà, ma sono abbastanza d'accordo sia con chi parla di lotta all'evasione fiscale sia con chi ricorda che i miliardi per salvare (salvare?) l'Alitalia Berlusconi li ha trovati.
E questa è Patti Smith con il sogno di tutti i poveri: Free money (tutte le notti/quando mi addormento/ sogno soldi gratis...)

A tarda ora, fuori dalle stazioni...

Un gruppo di viaggiatori, dirottati a causa di un guasto ad un vettore da un aeroporto del nord Italia a uno della Toscana (Pisa), arriva alle 2 del mattino alla stazione centrale di Firenze. Fa freddo, la stanchezza accumulata è tanta, i bambini sono nervosi e infreddoliti. La prospettiva è quella di attendere le 4.30 per prendere il primo treno utile verso Bologna, Verona, e poi infine Treviso (dove hanno lasciato le loro macchine alla partenza). Ma la stazione è chiusa. Per evitare che si riempia di clochard, ovviamente: i quali clochard infatti sono accampati tutti fuori, assieme ad altri esponenti di varia umanità (peraltro non particolarmente molesta, ci tengo a sottolinearlo. A tarda ora, fuori dalle stazioni, uno può ritrovare dal vivo quelle atmosfere che piacciono tanto ai tantissimi appassionati di De André, anche a quelli che nei "quartieri dove il sole del buon dio non dà i suoi raggi" non ci hanno mai messo piede).
La stazione è presidiata: dentro ci sono quelli della Polfer, a separarci da loro - e da una macchinetta del caffé - è solo un cancelletto. Ma non si può oltrepassarlo: i viaggiatori, in piena notte, rimangono fuori da uno spazio che sarebbe loro diritto occupare e che è anche uno spazio pubblico. Rimangono fuori, in piedi (ogni panchina attorno è stata rimossa), sicuramente a disagio.
So che è così in molte se non in tutte le stazioni e gli aeroporti, e che ci sono delle ragioni di sicurezza a giustificare tali provvedimenti. So anche per esperienza che se per sfiga arrivi in piena notte alla stazione di Monaco di Baviera, e devi aspettare il primo treno del mattino, ti controllano se hai il biglietto ma ti lasciano dormire dentro, al caldo e al sicuro (o almeno, così avveniva qualche anno fa).
So infine che i mali delle nostre ferrovie sono ben peggiori. Ma che le stazioni chiudano fuori i viaggiatori mi pare uno sgradevole segno dei tempi. Il ruolo della città, della città come istituzione, dovrebbe essere quello di accogliere, non di respingere: e i luoghi attraversati dai viaggiatori sono i cuori delle città per eccellenza. Bisognerebbe rendere questi luoghi (e altri ad essi affini, come i parchi pubblici), sempre più aperti e agibili, agli adulti e ai bambini, sia nelle situazioni di normalità sia soprattutto in quelle di "emergenza". Non chiuderli per preservarne l'integrità.

Uno scrittore: Orhan Pamuk - amore&suggestioni

Si immaginava come il triste e romantico protagonista di un romanzo di Turgenev mentre va incontro alla donna sognata per anni. Ka amava Turgenev, che, ormai in Europa, sognava nostalgico la patria che aveva lasciato, stanco dei suoi infiniti problemi e della sua arretratezza come dei suoi raffinati romanzi. Ma diciamo la verità: non aveva sognato Ipek per anni come succedeva nei romanzi di Turgenev. Aveva soltanto sognato una donna come Ipek, e forse lei gli veniva in mente ogni tanto. Ma, appena saputo che lei si era separata dal marito, aveva cominciato a pensarla, e adesso per instaurare un rapporto più profondo e vero con Ipek voleva colmare la lacuna creata dal fatto di non averla sognata abbastanza con la musica che sentiva e con il romanticismo di Turgenev.

da Orhan Pamuk, Neve, Einaudi, prima ed. 2004.
(foto: violinista ambulante davanti al Beaubourg, Parigi - Marco Pontoni)

Il poeta è un fingitore, e finge così completamente, che arriva a fingere che sia dolore, il dolore che davvero sente.

Fernando Pessoa

Sinistra, what sinistra?

In un giornale nazionale - il Corrierone - in questi giorni si parla del perché i militanti dell'ex-partito comunista più grande dell'Europa occidentale si siano dovuti affidare ad un un ex-Dc per avere un nuovo capo.
E' una questione che dovrebbe interessare anche chi non ha mai militato in quel partito o non ne ha mai preso la tessera. Perché il comunismo italiano è stato un pezzetto della storia non solo d'Italia ma d'Europa, e all'epoca veniva studiato con interesse anche all'estero, per capire se era possibile che un partito non socialdemocratico o lib-lab ma comunista tout court potesse andare al potere in maniera democratica.
Sostiene qualcuno che il PCI era un partito stalinista, e che è questa la ragione per la quale non è riuscito a diventare un grande partito della sinistra riformista come la Spd o il Labour britannico. Io non credo sia questo il punto. Semmai il PCI era un partito che si reggeva su un'ambiguità: il riformismo di fatto (Togliatti fin dal suo sbarco a Salerno sapeva bene che in Italia la rivoluzione non s'aveva da fare) e l'amicizia con Mosca, condita con improbabili invenzioni ideologico-semantiche ("la Terza via"). Quando quell'ambiguità è caduta - ovvero quando il comunismo sovietico si è sbriciolato - semplicemente non è riuscito ad andare al di là del cambio del nome, non ha saputo darsi una nuova identità. Questo significa che prima del 1989 la sinistra italiana non aveva conosciuto delle spinte verso il rinnovamento? Certo che sì: il '68 proprio questo è stato. Il '68, la scuola di Francoforte, il pensiero antiautoritario, una parte della controcultura pop, il femminismo, l'ecologismo, il terzomondismo ecc. E poi gente come Alex Langer, cattolico, lottacontinuista, "neuelinkista" e verde, che ad un certo punto ebbe persino la sfrontatezza di proporsi come nuovo segretario del PCI. Ma il partito ha sempre guardato con sospetto a tutto questo, a volte ignorando deliberatamente la carica di novità che ne scaturiva (salvo a servirsene furbescamente, cercando di cavalcare, negli anni '80, il movimento pacifista, all'epoca dell'installazione dei missili Pershing e Cruise in risposta agli SS20 sovietici, probabilmente dopo averne parlato con Mosca). Si fosse comportato diversamente, forse l'estremismo ideologico non avrebbe attecchito così tanto, in Italia? Chi lo sa. Certo quando Berlinguer arrivò a dire alcune cose lodevoli sulla sobrietà e sulla paura che gli faceva il socialismo reale era ormai un po' tardino...
Nel 1989 in compenso tutto quel magma si era raffreddato. C'era stato l'avvento del craxismo, l'inizio della disoluzione della classe operaia come soggetto politico, e altrove Reagan, la Tatcher... E dunque, dove avrebbero potuto andare a parare gli ex-militanti del PCI? Per me la risposta è chiara (oggi; ovviamente non lo era allora): nel liberalismo. Che non è, come si è sempre pensato da noi, necessariamente di destra (non a caso l'equivalente negli Usa della nostra sinistra non è un partito socialista o laburista ma i liberal).
Parliamo di quella parte di pensiero liberaldemocratico figlio dell'Iluminismo e delle rivoluzioni borghesi più che di quelle proletarie, quindi di un liberalismo "di sinistra", che guarda a Stuart Mills piuttosto che a Adam Smith. Un liberalismo fatto sostanzialmente di due cose:
- lotta per i diritti (individuali, non di classe, i diritti del cittadino, dell'uomo e della donna, quindi diritti di matrice liberale come è di matrice liberal-democratica, in fondo, la Carta dei diritti universali dell'Onu);
- difesa di alcuni importanti valori (i valori di sempre della sinistra europea: giustizia, eguaglianza delle possibilità, laicità, e mettiamoci vicino la solidarietà che non appartiene propriamente al bagaglio liberale ma può entrarci agevolmente, e mettiamoci anche il valore della ricerca della felicità della costituzione americana, perché no).
Purtoppo sui diritti individuali in Italia non c'è mai stato nessuno se non i radicali (e occasionalmente i socialisti); sul versante dei valori, invece, i campioni assoluti sono i cattolici. Per questo anche molti non-credenti spesso si trovano più a loro agio con i cattolici (certi cattolici) che con tanta gente di sinistra, che più che cinica, come è stato scritto sul Corrierone, mi pare disillusa, svuotata, oppure assurdamente manichea.
Riuscirà il nuovo leader del PD a cambiare le cose? Il punto non è questo. Franceschini è impegnato nell'impresa improba di far convivere e amalgamare due culture politiche, e io spero ci riesca. Ma il punto che dovrebbe stare a cuore a tanta gente di sinistra, qualunque cosa oggi questa parola significhi, è se la sinistra avrà la forza (intellettuale e morale) di darsi un nuovo statuto, un nuovo bagaglio di idee e di strumenti di analisi, una nuova prassi politica.
Mi si dirà che il problema non si pone perché la sinistra è morta. E non è vero, in Spagna ad esempio è viva e vegeta anche se i nostri pidiessini prodiani per anni ci hanno raccontato che qui da noi si stava meglio (perché si stava peggio?).
Mi si dirà che tutto questo non serve, che sa di polverosi congressi e pensosi tomi di filosofi, mentre oggi per fare politica è sufficiente un buon leader carismatico, capace di giocarsi la carta del populismo. E anche questo non è vero, la politica dev'essere fatta di idee, soprattutto di idee.
Fortunatamente, se guardo a come si sta muovendo Obama, mi sento un tantino confortato.

Paris - un viaggio

Le Diable, probablement

Alle 8 del mattino i parigini ancora dormono...(e Lisa si gode la piazza)

Anche a testa in giù è sempre un bel vedere.

Udite udite: la lingua francese non appartiene ai francesi.
(e Asterix non è il mio antenato!)

Parigi è una città sensuale, ci hanno ambientato Ultimo tango, Henry Miller ci scrisse i suoi Tropici...
Si è portati a pensare che in ognuna di queste mansarde, dietro ai milioni di abbaini affacciati sui vicoli e sui boulevards, ci sia una coppia che sta facendo l'amore.
Il profeta indiano. Su un muro del Quartiere latino. Occhio per occhio rende il mondo cieco.

Trionfo della modernità. Ingegneria meccanica. Luce elettrica. I lumi. Una lancia di metallo e bulloni conficcata sul costato del Cielo. Ottimismo del tempo che fu.

"I'm throwing my arms around Paris/because only stone and steel accept my love."
Morrisssey, dall'ultimo album Years of refusal

Bastard Sons of Dioniso: l'intervista

L'intervista ai Bastard Sons of Dioniso nel backstage di X Factor lunedì 16 febbraio (grazie a Pier Francesco Fedrizzi e e all'ufficio stampa di Rai 2) è su youtube.
In poche ore ha totalizzato più di un migliaio di collegamenti. Potenza della tv, se penso che la clip del mio romanzo è stata vista 500 volte in quasi due anni sono basito...
L'intervista è anche sul sito ufficiale dei Bastard e ovviamente su quello di Format, il centro audiovisivi della Provincia autonoma di Trento che ha messo assieme il tutto assieme a Gianfranco Dusmet.
I Bastard continuano la loro cavalcata; lunedì prossimo saranno alle prese con un bellissimi pezzo dei Rem che esalterà sicuramente le loro qualità vocali.

Barzellette

Suggerisco un'altra barzelletta al nostro presidente del Consiglio.

Come ci stanno 20 ebrei in una Cinquecento? Nel posacenere.

BATTUTONA!!!!!