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Bastard Sons of Dioniso: l'intervista

L'intervista ai Bastard Sons of Dioniso nel backstage di X Factor lunedì 16 febbraio (grazie a Pier Francesco Fedrizzi e e all'ufficio stampa di Rai 2) è su youtube.
In poche ore ha totalizzato più di un migliaio di collegamenti. Potenza della tv, se penso che la clip del mio romanzo è stata vista 500 volte in quasi due anni sono basito...
L'intervista è anche sul sito ufficiale dei Bastard e ovviamente su quello di Format, il centro audiovisivi della Provincia autonoma di Trento che ha messo assieme il tutto assieme a Gianfranco Dusmet.
I Bastard continuano la loro cavalcata; lunedì prossimo saranno alle prese con un bellissimi pezzo dei Rem che esalterà sicuramente le loro qualità vocali.

X-Factor in my mind

L'altra sera a Milano per X Factor, di cui ho scritto qui altre volte.
Viaggio in pullman con fans e familiari dei Bastard Sons of Dioniso, che in Trentino sono diventati delle star (ma anche prima erano conosciuti, sono 4-5 anni che suonano nei pub e ai concorsi locali).
Qualche imbarazzo in un angolo del cervello per il gap generazionale: insomma, per me la musica è stata davvero molto (assieme alla letteratura), è stata lo specchio in cui mi sono riflesso, la voce che mi ha narrato, la sottolineatura dei momenti belli e di quelli tragici, l'amplificatore di tante emozioni. Sarà lo stesso per loro? Immagino di sì, a parte i gusti differenti (gli Ac/Dc, C.S.N. & Y. e Deep Purple li ho ascoltati anch'io, ma propendo per gente come Velvet Underground o Bowie). Solo che il pop, in tutte le sue sfaccettature, non riesce a togliersi di dosso, suo malgrado, una certa patina adolescenziale, e dunque: è lecito ascoltarlo con tanta passione dopo i 40 anni? Pete Townshend non cantava forse "Spero di morire prima di diventare vecchio"? (anche se canta ancora, il vecchietto!).
Fuori dal finestrino scorre la pianura, paesi addossati alle colline, la barriera delle Alpi alle loro spalle, scorci rurali con vista sull'autostrada, capannoni e masserie, campi, svincoli. Pausa-pranzo con panini e birra, un tavolo da festa campestre compare magicamente dal bagagliaio, organizzazione oliata da molte feste, suppongo. Poi musica, cori di montagna, fisarmonica (le radici rurali e il rock, questo connubio molto trentino, molto delta del Mississipi...) e la campagna entra in città, diventa città.
Ci fermiamo su un vialone, di fianco a un luogo assolutamente anonimo, una fabbrica dismessa, pare. Tutti sul pullman sono già stati qui, le scorse settimane. Conoscono le regole. Le cose da consegnare ai tre devono essere senza etichette (esigenze del reality), o con le etichette coperte dal nastro adesivo. Niente giornali, niente lettere, cellulari ecc.
Facciamo la fila, noi come troupe abbiamo un percorso privilegiato. Siamo in un grande loft, anonimo, pareti grige. Come spesso avviene, i luoghi dove succedono le cose sono poco appariscenti. Saliamo una scala. Dall'altra parte c'è lo studio sfavillante. Magari lo stesso fantasma del palcoscenico acquattato da qualche parte assieme al dottor Sax.
Velocemente si riempie, i familiari davanti, i fan club con gli striscioni alle loro spalle, la claque dà le istruzioni al pubblico, ma il pubblico smaliziato degli anni 2000 sa benissimo cosa fare.
E lo show ha inizio, non mi pare il caso di raccontarvelo perché l'avete già visto in tv (se vi piace X Factor). C'è chi dice che è uno spettacolo pessimo: a me, e mi ripeto, non pare proprio. Considerato che fino ad oggi l'unica trasmissione musicale in Italia era Sanremo (dai tempi di Mr. Fantasy, se non sbaglio) , beh...preferisco di gran lunga X Factor. Certo, c'è un limite, ed è dato dal fatto che si cantano solo pezzi noti (cioé cover): peraltro, proprio questa sua caratteristica ne fa una trasmissione musicalmente pedagogica. Anche lunedì abbiamo sentito, fra gli altri, brani come Impressioni di settembre o Whis you were here, e abbiamo sentito citare nomi come Robert Frip (da Morgan) e Blue Nile (da Bosé). Non male, per una trasmissione in prima serata. Dà l'idea che la musica che abbiamo sempre ascoltato (che non è Celentano o Mina) sia diventata finalmente patrimonio comune. L'interrogativo semmai è: vuol dire che i Pink Floyd o la PFM sono oggi la nuova leggera globale, buona per tutte le occasioni? Può essere. Ma poi, no, i Pink Floyd non sono "Siamo i Watussi" e nemmeno "E intanto il tempo se ne vaaa...". C'è dietro un altro spirito, un altro mood. Sono sempre sette note, ma anche le lettere sono sempre quelle, solo che ci puoi scrivere un romanzo di puro intrattenimento o uno di Hemingway, Pavese, Boll, Kundera.
Sanremo è lo spettacolo tradizionale, il presentatore col farfallino, la spalla, i siparieti comici, i fiori, il pubblico compassato in sala (con qualche goccia di rock, quest'anno gli Afterhour, per insaporire la pietanza), X Factor è un'altra cosa, è veloce, polemico, è un'arena dei leoni, i fan club ruggiscono sugli spalti, i giudici grandi mattatori. E poi, quella sfida vocale che abbiamo sentito l'altra sera, il canto del cigno di Ambre Marie, onestamente, è stata da brivido.
Nell'incontrare i disponibilissimi Bastard, infine, mi sono detto: questi sono veri, questi alla musica ci credono, lo show business, l'attenzione per il look e la scenografia (a volte fin troppo presente in X Factor) non li schiaccerà. Se invece potessero avere una chances, beh, ben venga. Allunghino le mani e colgano la mela d'oro.
Consapevoli delle insidie della società dello spettacolo, questo sì. Ci tenevano a lanciare un messaggio ai gruppi della loro valle con cui hanno suonato fino all'altro ieri, a dire loro che quando usciranno torneranno a fare cose assieme, e questo gli fa onore. Lamentano l'assenza della loro Natura, non edificata, non sono dei metropolitani, "l'unico albero che avevamo fuori di qui ce l'hanno tagliato". E se potessero scegliere loro un pezzo? Non i White Stripes, non gli Strokes o gli Arctic Monkeys: i Beatles :-)
Alla fine dello show tutti fuori tranne i familiari stretti e le fidanzate. I cantanti escono tutti assieme, con Gaudi. Dieci minuti per parlare, abbracciarsi, scambiarsi un po' di affettuosità. Poi l'organizzazione li sequestra e li conduce via nei loro loft.
In bocca al lupo, ragazzi. Come cantavano gli Who, the kids are allright.
L'intervista sarà visibile sul sito di Format, il centro audiovisivi della Provincia autonoma di Trento (http://www.audiovisivi.provincia.tn.it/)


I'm going to X-Factor

E' tempo di fare un discorso su X-Factor, trasmissione che mi prende bene non solo perché sono un appassionato di musica (ovviamente), non solo perché sono forse to old to rock n roll ma certamente sono too young to die, come cantavano, (ovviamente), i Jethro Tull, ma anche e soprattutto perché mi piacciono i Bastard Sons of Dioniso. E non perché sono trentini, semplicemente perché sono bastard.
Su X-Factor ognuno la pensa come vuole. C'è chi lo accomuna al Grande Fratello e ad altra tv spazzatura. A parte che il primo Grande Fratello aveva un suo perché (volgarizzava, come scrissi in un memorabile fondo, un'idea di Andy Warhol: "Tutti possono essere famosi per 15 minuti"); è che personalmente la trovo una trasmissione molto ben fatta. Si dice che la musica non fa audience, a meno di non piazzarla dentro a un contenitore (tipicamente: l'ospite della domenica).
X-Factor ha dimostrato che non è necessariamente così. E poi, a differenza di Sanremo, X-Factor non è una trasmissione fatta solo di canzoni da promuovere. La musica viene discussa, da gente che ci capisce (specie Morgan), e i litigi della giuria, veri o finto che siano, ripropongono questioni che sono vitali per tutti gli appassionati: cos'è arte e cos'è intrattenimento? Dov'è che finisce uno e inizia l'altro? Come si sposano musica e immagine? Cosa determina il succeso o il fallimento?
E poi, non è banale sentire in una trasmissione per il largo pubblico pezzi come Starman (Bowie), Walk on the wild side (Lou Reed), Rock the Kasbah (Clash). Certo, difficilmente sentiremo l'avanguardia rock (che cosa sia, oggi, difficile a dirsi); ma la speranza è che i giovani, attraverso le esibizioni dei loro preferiti si avvicinino ai grandi classici del passato, e per me questo è oro, è l'unica maniera di dimostrare che la musica in questione non è per forza di cose "leggera", cioé effimera, commerciale, inconsistente, destinata a bruciarsi subito. E poi, esprimersi è importante, esprimersi (magari attraverso la musica, o la scrittura) è la cosa in sé specie quando si è giovani. Se qualche ragazzo o ragazza imparerà a farlo attraverso X-Factor, comprando una chitarra - persino una magic guitar - anzichè darsi fuoco con gli amci per finire prima su youtube, sarà già una gran bella cosa.
Spero solo che non venga modificata troppo la sua formula calcando la mano sull'aspetto "competizione" (questi inserimenti di nuovi concorrenti a metà show mi sembrano una cazzata, ad esempio).
In ogni caso, per essere show business, è un gran bel show business. Se Mozart fosse vivo, ci si butterebbe a pesce.

Dimenticavo: il pezzo dei Bastard. E' My Sharona dei Knack. Questa volta non c'è molto da dire. Pura energia rock. Un brano che in quel 1979 abbiamo ballato tutti, estratto dall'album di esordio di un gruppo sparito quasi subito (certo non erano gli Who. E nemmeno i Killers se è per questo). Con un ottimo solo di chitarra nella parte centrale.

Oh baby baby it's a wild world (parola di Yusuf Islam)

Il prossimo pezzo affidato da X Factor ai Bastard Sons of Dioniso è Wild World di Cat Stevens. Spero si accorgano che questo non è un pezzo da bastardi, e ne traggano le dovute conseguenze.


Cat Stevens dev'essere una brava persona. Comunque sia, questa è l'impressione che mi ha sempre fatto. Uno di quei cantautori degli anni '70, come Bruce Cockburn, il povero Nick Drake, lo stesso John Martyn, scomparso solo qualche giorno fa. Gente di cuore e di melodia, lontana dal lato più sfrenato del rock 'n' roll, capace di esplorare gli anfratti, di passare un pomeriggio di pioggia in un solaio, un pomeriggio di sole a guardare la polvere che danza su un raggio.
Mezzo greco-cipriota e mezzo svedese, cresciuto nella swingin' London, bello quanto basta per far battere più veloce il cuore delle fans arpeggiando con la sua chitarra, baciato dal successo prima con composizioni commerciali e poi, nel 1971, con un disco magnifico, che incanta in pari misura critica e pubblico, Tea for the Tillerman, Cat Stevens non poteva che sembrare all'epoca un candidato piuttosto improbabile alla conversione religiosa. E che conversione! Si fosse trattato di un vago misticismo lisergico alla George Harrison ok, di una transitoria infatuazione per la croce come quella che conobbe anche il Bob Dylan di Slow train coming e Saved, pazienza, ma qui parliamo di Islam, ed Islam vero. Infatti fra la fine dei selvaggi '70 e l'inizio degli oscuri '80 il buon Stephen Demetre Georgiou (questo il suo vero nome) abbraccia la fede di Maometto e diventa Yusuf Islam. Pare vi sia stato all'origine un voto fatto dopo essere scampato a un annegamento a Malibù. Mah! Davvero ci vuole così poco, per diventare credenti? Dopo di allora, musicalmente parlando, il buio o quasi. Ufficialmente perché la nuova religione gli vieta di fare mercimonio delle sue doti canore. Seguono l'apertura di una scuola islamica a Londra, varie iniziative benefiche o a sfondo religioso, una polemica nel 1989 per avere appoggiato la Fatwah contro Salman Rushdie (fosse vero, sarebbe grave, ma sul suo vivere l'Islam sono state raccontate anche molte palle), uno spiacevole episodio nel 2004 quando, volando verso gli States, scopre di essere sulla lista nera degli Usa, compilata dopo l'11 settembre: l'aereo su cui viaggia è costretto a cambiare rotta (pensavano che fosse diventato un dirottatore? Ah, la stupidità dei servizi di sicurezza!). Infine, recentemente, un timido ritorno alle scene, con la barba bianca di un vecchio profeta, gli occhiali e poco clamore. Ultime iniziative pubbliche: la partecipazione ad un disco i cui proventi andranno in beneficenza per le vittime delle guerra in Bosnia e la cover di un pezzo di George Harrison, The Day the World Gets 'Round, anche qui per destinare l'incasso ai bambini di Gaza, attraverso l'Onu e Save the Childrens. Sembra proprio che in questo modo Yusuf Islam sia riuscito a conciliare musica e fede.

Da cosa è scappato Cat Steves, quando ha deciso di smettere di cantare? Dai fantasmi della fama, dal calo dell'ispirazione? Dal padre (quello di cui parla in Father and Son, una delle canzoni più belle sull'argomento che mai siano state scritte? Ne ho parlato nel mio Music Box, per favore, andate a leggere).
Probabilmente non lo sapremo mai. Di certo, si direbbe abbia trovato la pace.

Wild World è la canzone di un romantico. La canzone di un uomo che non rinfaccia alla sua donna di averlo lasciato, anche se soffre. Di un amante che si sente in dovere di mettere in guardia la sua amata, anche se lei si sta allontanando da lui. Non la minaccia, non coltiva pensieri di vendetta, non le impone il burka né il suo ricordo minaccioso, come farà Sting in Every breath you take. L'avveisa che il mondo, là fuori, è un mondo crudele, un mondo selvaggio, mentre lei è solo una bambina, lui la ricorderà così, per sempre, come una bambina.
Ecco, cosa avevo dentro ci sono arrivato, amante è solo chi ama, non quello che è amato. Per questo son fortunato. Più di te, più di te” (Lucio Dalla)

Tesoro ti amo
ma se vuoi andartene,
abbi cura di te.
Spero che troverai tanti amici simpatici là fuori
ma ricorda solo che ce ne sono molti di cattivi,
stà in guardia.
(Wild World - Cat Stevens, 1971).