Morgan - le ragioni delle piogge



Poi arrivava la pioggia. A volte in anticipo, a volte in ritardo. Pioggia nei vicoli. Pioggia sui viali. Pioggia la domenica, giù da cieli bianchi, accecati.
Lavava via la neve residua, l'inverno, le foglie, i cappotti. Lasciava tutto in sospeso, preparava il terreno per i sabati pomeriggio, per le nuvole alte, la sete, gli orgasmici temporali estivi.

AUTONOMIE PER IL TIBET


Questo non è un articolo, è semplicemente un appello raccolto, un sasso scagliato nel mare. Riguarda una terra, il Tibet, con la quale sia Trentino che Alto Adige hanno stretto rapporti da anni, anche grazie a ben tre visite del Dalai Lama, fino a qualche tempo fa la massima autorità ad un tempo spirituale e politica del popolo tibetano (oggi solo spirituale).
Nel novembre, 2009, tra l'altro, nel corso dell'ultima venuta di Tenzin Gyatso, era stata varata una "Carta di Trento per il Tibet", un appello all'autonomia - non certo all'indipendenza - del Tibet, da far sottoscrivere alle diverse autonomie regionali del mondo, che riprendeva i contenuti del Memorandum a suo tempo proposto dal Dalai Lama al governo cinese per trovare una soluzione pacifica alla questione tibetana.
Non risulta che alcuna regione autonoma europea l'abbia sottoscritta, vuoi adducendo come motivazione una mancanza di competenze in politica estera, forse anche perché oggi nessuno vuole mettersi inutilmente in cattiva luce con seconda potenza economica mondiale (di fatto la prima, se non consideriamo solo il Pil). E la Cina, nella sua politica estera, anche ad esempio in contesti come quello dell'Africa, dove è sempre più attiva, solitamente non guarda tanto per il sottile e pone poche condizioni, ma una di queste è il non-riconoscimento dell'autorità del Dalai Lama (così come di Taiwan).
Cosa è successo, nel frattempo, dal 2009 ad oggi? Che sempre più monaci tibetani si stanno immolando, con il fuoco. L'ultimo risale, a quanto se ne sa, al 15 gennaio scorso. Questi gesti ne richiamano altri, quelli dei monaci vietnamiti che si bruciavano in piazza per protestare contro la guerra, negli anni '60. Verrebbe malinconicamente da aggiungere che forse la libertà di stampa e la diffusione delle informazioni erano maggiori allora, visto che quelle immagini che le ricordiamo tutti mentre quelle dei monaci tibetani non sono mai circolate. Così, come denuncia in questi giorni il sito "Global voices", ma come denunciava anche il dissidente cinese Harry Wu nella sua visita in regione dello scorso novembre, questa estrema forma di protesta contro la mancanza di libertà e l'oppressione avviene nell'indifferenza più generale, dentro e fuori la Cina. Indifferenza che accomuna sia i media tradizionali sia il web e i "netizen": sempre secondo "Global voices" solo un intellettuale cinese, Wang Lixiong, ha manifestato comprensione verso la lotta non violenta del popolo tibetano per vedere riconosciuta la propria dignità.
Ovviamente la versione del governo cinese - quando si occupa dei vari casi di immolazione, perché più spesso preferisce ignorarli - è come sempre che l'Occidente e il Dalai Lama istigano il popolo tibetano alla violenza e al fanatismo religioso. La cosa singolare è che, dopo tanti anni e nonostante l'incessante attività diplomatica del Dalai Lama nel mondo, gli stessi organi di informazione occidentali continuano a confondere, nei loro servizi sul Tibet, la richiesta di indipendenza con quella di un'ampia autonomia nell'ambito dello stato cinese. Ovviamente per chi vive in una delle autonomie più avanzate del mondo la differenza fra le due cose non ha nemmeno bisogno di essere spiegata; ma sappiamo quanto sia diffusa l'ignoranza sui queste questioni anche fra i professionisti dell'informazione, e quindi non ce ne stupiamo.
Che il Tibet sia oggi parte della Cina è un dato di fatto. Che la cultura tibetana sia cosa "altra" rispetto a quella cinese Han - pur avendo intrecciato con essa, nei secoli, molteplici legami e rapporti - è altrettanto incontestabile. Oggi questa cultura millenaria rischia di scomparire, sotto la pressione ad un tempo politica, demografica, economica della Cina, che come sempre, nella storia dell'imperialismo, da alle sue azioni il carattere della missione civilizzatrice.
La soluzione prospettata dalla Carta di Trento per il Tibet, che riprende come abbiamo detto, la posizione del Dalai Lama, è ovviamente una posizione mediana e di grande buon senso. "L’autonomia delle Province e Regioni che noi rappresentiamo - si legge - è la dimostrazione che i conflitti possono avere una soluzione non violenta rispettosa dei diritti di tutte le parti, che è possibile conservare le identità e le culture dei popoli anche se minoritari attraverso forme di autonomia e di autogoverno, che i diritti delle minoranze sono pienamente compatibili con la sovranità di uno Stato e con l’unità dello stesso."
Peccato che la ragionevolezza non contraddistingua il comportamento degli stati e dei governi, quando ritengono vi sia una minaccia all'integrità dei loro confini.

(pubblicato sul quotidiano "Trentino", 7.2.2012)

The reader

L'Olocausto è probabilmente uno dei temi più difficili su cui costruire un film. Ho visto ieri "The reader", di Stephen Daldry, del 2008; era la Giornata della Memoria.
Quando guardo un film del genere ho sempre il terrore che ad un certo punto mi deluda; le insidie sono infinite, ad ogni svolta della storia. Poteva scivolare sul patetico, e sarebbe stato uno spreco. Poteva indulgere in un eros un po' troppo torbido e patinato, e sarebbe stato un altro film. Poteva virare troppo decisamente in politica, poteva chiudere in maniera consolatoria, e di nuovo, qualcosa si sarebbe perso.
A me pare che non sia successo niente di tutto questo. Un'opera magistrale.

Nella Germania del 1958 - ancora povera, ci si scalda con il carbone, insomma, quel mondo lì, che sembra lontano anni luce ma appartiene all'altroieri - uno studente 15enne, mentre torna a casa da scuola, si sente male, deve vomitare. Si ripara in un androne: una donna, sui 35, bionda, naturalmente attraente, "spiccia", è gentile con lui, lo aiuta, lo rimette sulla strada di casa. Il ragazzo passa tre mesi a letto, ma non dimentica. Quando si rimette, va a trovarla. Comincia una storia, in cui la donna, Hanna, bigliettaia nei tram, una splendida Kate Winslet, inizia il ragazzo (lo chiamerà sempre così, il nome è Michael) al sesso, e lui in cambio le legge dei libri. La storia dura una estate; il ragazzo sta crescendo, la donna lo rimanda "dai suoi amici".
Passano alcuni anni; adesso il ragazzo è all'università, studia Legge. Il suo professore porta lui e altri studenti ad assistere ad un processo ad alcune Kapò, guardiane di Auschwitz e altri lager; fra le imputate, Hanna. Il ragazzo è sconvolto, dalla scoperta del passato della sua amante e, anche dalla freddezza, dal vuoto morale che le parole con cui risponde alle domande incalzanti del pubblico ministero lasciano intravvedere.
Ma Michael intuisce anche un'altra cosa: che Hanna è analfabeta. Questo elemento costituirebbe una prova a favore della donna, la metterebbe al riparo dall'accusa più grave, quella di essere stata la principale responsabile della morte di 300 donne ebree, lasciate morire nel rogo di una chiesa dove le sorveglianti le avevano rinchiuse prima di un bombardamento. Per Michael si pone un dilemma non solo esistenziale ma anche attinente all'etica professionale: se è a conoscenza di una prova così, che potrebbe cambiare la decisione dei giudici, deve rivelarla alla Corte. In questo modo Hanna andrebbe incontro ad una pena più mite. Ma Hanna è comunque colpevole, e non è pentita. Dunque, che fare? A ciò si aggiunge un conlfitto molto più intimo e personale: il ragazzo deve adoperarsi per alleviare le pene future della donna che lo ha allevato all'amore, oppure agire in nome e per conto della giustizia, e lasciare che essa si abbatta con durezza su una persona che si è macchiata di una colpa mostruosa? Michael non rivela la prova: le altre Kapò se la cavano con 4 anni di carcere, Hanna viene condannata all'ergastolo.

Gli anni passano. Michael, Ralph Fiennes, si è spostato e separato, ha una figlia, vive solo. Registra su delle cassette i romanzi che un tempo leggeva ad Hanna, le spedisce le cassette in carcere. Lei lentamente imparara a leggere e a scrivere. Scrive a Michael, l'unico suo contatto con il mondo esterno. Lui non risponde mai. Il ragazzo precoce è diventato un uomo triste, disilluso, sofferente.

Hanna ora è vecchia, Michael sempre solo. Dal carcere lo chiamano per avvisarlo che Hanna sta per uscire, che nessuno l'aspetta tranne, eventualmente, lui. Michael finalmente l'incontra, nella mensa della prigione. Non è la catarsi che forse lui (e noi) ci saremmo potuti aspettare. Per Hanna, che è una donna anziana ma conserva ancora qualche tratto dell'antica bellezza, "i morti sono morti", non c'è altro da dire.
Il giorno prima di uscire Hanna si uccide, in cella, lasciando in eredità a Michael una piccola somma, affinché la doni alla figlia dell'unica donna sopravvissuta al rogo della chiesa, a sua volta una ex-deportata.

Epilogo: Michael è negli Usa, va a trovare questa "erede". Vive in una bella casa a New York, sta invecchiando. Non si dimostra commossa, a sua volta rifiuta di dare a Michael la consolazione di una "catarsi".
"Spesso mi chiedono cosa ho imparato nel campo - dice - ma noi non eravamo là per imparare."
Il film si chiude con Michael che conduce la figlia sulla tomba di Hanna, e comincia a raccontarle la sua storia.

C'è molta materia, in questo film. C'è, nel comportamento di Michael, una pietà inflessibile, che non cede a compromessi con la morale, che non concede un facile perdono. C'è la fascinazione per la parola, il potere del libro, delle storie narrate, che però, contrariamente a quello che ci si potrebbe aspettare, non basta, tiene in vita, sì, ma non redime. E c'è la natura umana in tutta la sua durezza, la sua irriducibilità; gli anni passano, le pene si scontano, non necessariamente ciò significa trovare pace, non necessariamente si approda ad una nuova maturità, alla "saggezza". C'è la luce accecante dell'eros (qui fra persone di età diversa), la vita nella sua espressione più elementare, pura, magnifica,forse anche crudele (l'Hanna che chiede al "ragazzo" di leggerle dei libri prima di fare l'amore replica un comportamento che le era solito anche quando faceva la sorvegliante del lager, scegliere giovani ragazze ebree che le tenessero compagnia, assieme ad un libro, per la notte). E c'è l'altra faccia dell'eros, l'oscuro vissuto che l'amante si porta appresso, ciò che siamo destinati a non conoscere, di là dai sensi, di là dalla grande "O" dell'orgasmo.
Hanna e' un personaggio affascinante: un'amante generosa, anche se spesso ruvida, scostante, "selvatica", una donna adulta che non si accanisce sul ragazzo, lo lascia andare, pur dopo averlo sedotto e dopo essersi rivolta a lui, a volte, con molta durezza.
Ma e' anche e soprattutto una persona ottusa, che non comprende l'entità di cio' che ha fatto, che nel giustificarsi per il non avere aperto le porte della chiesa dove le prigioniere stavano bruciando vive si giustifica dicendo che "aveva delle responsabilita'". In altre parole la banalita' del Male della Harendt in una delle sue tante personificazioni. Hanna non prova vergogna per il suo passato nazista, ma prova vergogna per il suo analfabetismo, che non confessa mai, anche se cio' le costa una condanna durissima. Quali sono i percorsi della vergogna? Quanto questa emozione può essere inadeguata?

C'è infine naturalmente, nel film, il tema della "doppia colpa": individuale, dei singoli che il Male l'hanno commesso, in prima persona, e quella più generale di una nazione, un popolo, una cultura. Inutile dire che il film non lo risolve, né potrebbe farlo. Ci dice però alcune cose: che ci sono scelte che si possono o non si possono fare (Hanna non venne reclutata a forza, scelse volontariamente di lasciare il lavoro in fabbrica perché aveva sentito che "le SS reclutavano sorveglianti"). Ci dice inoltre che la giustizia dell'uomo spesso arriva tardi, non incide abbastanza a fondo, e

che non è un balsamo sufficiente per certe ferite. Come non lo è la cultura, non lo sono, in ultima analisi, nemmeno i libri (come ha detto Abraham Yehoshua recentemente; e sì, se bastasse la cultura, se bastassero i libri, la nazione di Goethe e di Mann non avrebbe partorito i campi di sterminio, quella di Manzoni e Foscolo non avrebbe usato l'iprite contro gli etiopi e non avrebbe varato le leggi razziali, e forse quella Yehoshua e Oz forse non annovererebbe fra gli episodi della sua breve, tragica storia Sabra e Chatila e l'operazione "Piombo fuso").

Gianantonio Stella a Trento

Ieri sera conferenza a Trento di Gianantonio Stella, che nei giorni scorsi aveva criticato dalle colonne del suo giornale il Trentino (e l'Alto Adige) per gli sprechi dell'Autonomia e in particolare gli stipendi troppo alti pagati ai politici locali. Va detto che in verità il suo articolo era la ripresa di un pezzo pubblicato sulla Sudtiroler Tageszeitung, testata diretta da Arnold Tribus, che metteva a confronto lo stipendio, poniamo, di Durnwalder, con quelli di Obama o di Ban Ki Moon.
Io rispetto molto Tribus; penso che il mio esordio da giornalista sia avvenuto in qualche modo proprio con lui: avevo 14 anni, e sono andato a "intervistarlo" (grossa parola) perché bisognava sentire qualcuno informato sui fatti riguardo alla famosa dichiarazione di appartenenza etnica/linguistica, che all'epoca (1980 se non sbaglio) muoveva i suoi primi passi (l'Interscolastico, che raccoglieva gli studenti di sinistra di Bolzano, era critico nei confronti di questa "schedatura etnica", come la chiamavamo, poi divenuta un cardine dell'Autonomia sudtirolese).
Detto questo, e senza voler mettere in dubbio le cifre riferite da Tribus e riprese da Stella, l'incontro di ieri sera mi è parso debole. Il tema era caldo, caldissimo. La casta. La casta e l'Autonomia.
Forse è inevitabile che quando vedi un giornalista famoso misurarsi con temi che conosci bene, ne rimani deluso. Ti sembra sia vago, impreciso, che condisca le sue lacune con la bonarietà e il fare istrionico del cronista consumato...
Stella sul Trentino non ha detto nulla di particolare. Le sue critiche principali hanno riguardato le circoscrizioni (fermo restando che, forse, non dovrebbero prevedere compensi per chi vi partecipa, non sono un elemento della cosiddetta "democrazia partecipata"? E non è proprio la carenza di democrazia "dal basso" ad essere stata indicata, negli anni scorsi, come una delle principali lacune degli attuali assetti democratici? Possibile che la crisi economica abbia spazzato via quel dibattito?)
Stella poi ha detto che, sì, l'Autonomia non è in discussione, ma il contesto intorno ad essa è cambiato (oggi c'è la crisi) e bisogna tenerne conto: e da qui in poi ha elencato tutta una serie di ben noti problemi e di ben note mancanze della politica nazionale, in particolare i tagli a scuola, sanità, persino cooperazione allo sviluppo (un elemento importante per sostenere la nostra politica estera, ha precisato, non solo un atto moralmente dovuto per riequilibrare le disparità fra paesi ricchi e paesi poveri). Bene, se ciò è vero - e lo sappiamo, che è vero - il discorso di Stella sarebbe dovuto suonare per ciò che era, il miglior spot per l'Autonomia. Un'Autonomia che destina mediamente molte più risorse proprio a queste voci. Singolare semmai è il fatto che poi, spesso, essa venga rimproverata, anche dai giornali, proprio per questo: ad esempio qualche giorno fa, perché la spesa media pro capite in Trentino per la scuola è, poniamo, 1500 contro una media nazionale di 900 (cifre indicative, giusto per capirsi). Venendo alla cooperazione allo sviluppo, settore che conosco bene, il Trentino è l'unica regione in Italia che destina una percentuale fissa del proprio bilancio a questa voce: mica uno sproposito, intendiamoci, lo 0,25%. Ma già questo è molto più di ciò che fanno mediamente le altre regioni e persino gli stati e in ogni caso costituisce una certezza sul fronte degli stanziamenti (se cresce il bilancio provinciale, crescono anche i soldi per gli aiuti ai paesi poveri, e viceversa, com'è giusto).
Semmai, è anche qui, di nuovo singolare che spesso certe forze politiche o anche alcuni cittadini "comuni" critichino questa disposizione con slogan del tipo:"I soldi trentini ai trentini!" (come se qui si coprisse il Terzo mondo di soldi e i residenti fossero affamati).
Per non dire delle protezioni sociali, altro settore individuato da Stella: ebbene, la delega sugli ammortizzatori sociali è proprio una di quelle che il Trentino ha ottenuto con l'Accordo di Milano, impegnandosi fra l'altro a studiare percorsi e soluzioni che possano essere valide, un domani, anche per il resto del Paese. E il Trentino è, di nuovo, l'unica provincia che oggi ha il reddito minimo di garanzia, cosa che la rende più simile a certo Nord Europa che al resto d'Italia. Perché ci sono i soldi? Bene, ok. Allora discutiamo di questo, però, dei soldi, della ricchezza che si produce qui (sono soldi che derivano dal prelievo fiscale realizzato localmente, non trasferimenti dallo Stato). Discutiamo di questo e poi di sprechi (sprechi a cui certo i trentini o gli altoatesini non sono immuni, come nessuno, visto che l'uomo è una bestia egoista, lo sapeva pure Hobbes).

Allora: ovviamente l'Autonomia è criticabile, per molte ragioni. Se questo era il senso della provocazione di Stella - e qui non voglio imbarcarmi in dietrologie perché non le amo - allora ci sta. Da altoatesino, ne ho già citata una prima: la politica di separazione etnica attuata per tanti, troppi anni in Alto Adige.
E altrettanto ovviamente possono esserci delle "diseconomie". Insomma, soldi che potrebbero essere impiegati meglio o risparmi che potrebbero essere realizzati da subito (circoscrizioni, comuni, Provincia ecc.). Tutto è sindacabile. Ma Stella non mi pare abbia detto alcunché di circostanziato, limitandosi a dire che non ci sono tabù, che tutto può e deve essere messo in discussione. Ci mancherebbe! Qualcuno se lo ricorda, Norbert Kaser, il poeta tirolese? Fu lui a dire che non c'erano "vacche sacre". Ma Kaser pagò un prezzo ben pesante per certe affermazioni, ai tempi suoi in odor di "scomunica".
A me pare che a conti fatti le cose più interessanti ieri sera le abbia dette un professore, Cerea (eh, sti' professori!). Dati alla mano, la spesa corrente, in Trentino, cioè la spesa per il funzionamento della "macchina amministrativa", non è significativamente superiore a quella delle altre regioni italiane (a fronte di competenze enormemente maggiori). Che cosa allora è superiore? La spesa in conto capitale, la spesa, cioè, per investimenti. Su questa, ha aggiunto Cerea, si può ragionare. E perché no? Qualcuno potrebbe dire che investire così tanto in ricerca è uno spreco, qualcun altro potrebbe trovare Metroland un azzardo, qualcun altro ancora obiettare che in Trentino si costruisce troppo (Cerea, appunto). Ovviamente, ognuno ha le sue opinioni in proposito.
Ma è un fatto che solitamente ridurre le spese correnti e crescere quelle per investimenti viene considerato un comportamento virtuoso, da parte di un'amministrazione, perché gli investimenti sono cose che restano, cose che lasciamo ai nostri figli (e che non bruciano ricchezza).
Non dovrei dire io queste cose, non dovrei dirle a voce alta, visto che lavoro per l'amministrazione. Ma da cittadino - da cittadino di origini non trentine e che non prova un attaccamento viscerale, atavico, per l'Autonomia, se non altro perchè i miei genitori non hanno contribuito a costruirla, essendo nati rispettivamente in Friuli e Veneto - lo sento un po' come come un "dovere intellettuale".

Personalmente sono favorevole alla decrescita felice, qualsiasi cosa voglia dire (vivere con meno? dare tregua all'ambiente, e prima ancora all'uomo?), e sarei favorevole anche a politiche che vadano in questa direzione, ma temo che chiedere ad un amministratore di imboccare una strada del genere sia umanamente troppo. La spinta deve arrivare dal basso, semmai. Certo, fin che siamo tutti impegnati a cambiare computer e telefoni una volta all'anno se non ogni 6 mesi, fin che siamo tutti intruppati nella corsa dei topi, dubito che si potrà costruire una società diversa, basata su lentezza, profondità, dolcezza, amore.
Questi però sono discorsi "altri", che esulano dai ragionamenti di Stella e dal suo "sano" pragmatismo nordestino, così lontano dall'utopismo langeriano (che dovrebbe appartenere anche a Tribus, il quale di Langer è stato braccio destro). Se il mondo marcia verso l'orizzonte magnifico e progressivo dello sviluppo ad oltranza, la vera ideologia globale, cerchiamo di governarlo e di non lasciarlo in mano a chi non ha coscienza, visione, senso del limite, insomma, a chi non ha le qualità morali e intellettuali per pilotarlo. Giustamente Stella parlava di adeguatezza delle classi dirigenti; ma su questo punto in particolare neanche lui mi pare abbia molto da dire, sulle terre dell'Autonomia.
Mi si conceda un'ultimo appunto sugli stipendi: è stato interessante sentire ieri in un intervento dal pubblico che, sì, negli Usa forse gli stipendi di un senatore o persino di un presidente sono molto più bassi che da noi (a fronte, ovviamente, di responsabilità assai maggiori, e qui Stella sfonda una porta aperta quando dice che Obama deve occuparsi dell'Iran e Durnwalder della valle Aurina); ma che lì la politica è considerata un investimento per la carriera. Quando scade il suo mandato, il politico viene cooptato in qualche cda e inizia a guadagnare milioni di dollari. Si dirà: beh, è perché quelli sono politici di razza, mica come i nostri. Davvero è così? Quel Santorum, (di origini trentine, fra l'altro) è davvero un genio della politica? Si dirà inoltre: tanto quelli sono soldi dei privati, se una compagnia petrolifera decide di ingaggiare un ex-presidente o un ex- ministro degli esteri sono affari suoi. Di nuovo, lo pensiamo davvero? Non abbiamo mai avuto sentore degli intrecci spaventosi fra interessi pubblici e privati dell'era Bush (ma non credo che se prendiamo a metro di misura altre amministrazioni, anche democratiche, il risultato sia diverso)? Siamo proprio convinti che esista una netta differenza fra politiche pubbliche e fortune private? Che le seconde non debbano molto, moltissimo, alle prime? Dopo Berlusconi?

John Cale: Style it Takes

John Cale sarà in Italia a marzo per 3 date:

15 Marzo – Spazio Mil (Sesto San Giovanni)- € 23,00
16 Marzo – Orion Club (Ciampino) – € 23,00
17 Marzo – Hiroshima Mon Amour Club (Torino)

Qui il capitolo finale del mio (ormai temo introvabile) "Music Box", (Curcu & Genovese edizioni, Trento, 2006) dedicato ad un concerto di Cale (gennaio 2001, se non sbaglio).

EXIT: STYLE IT TAKES

Una sera di gennaio venne a suonare John Cale. Suonò in un teatro costruito ai primi dell’Ottocento, un teatro vero, un teatro nelle Alpi retiche, con i palchi, gli stucchi, i velluti rossi, il loggione, la platea. Quel posto era stato inaugurato il 29 maggio 1819, con la Cenerentola di Rossini, scandalizzando i benpensanti (in una vivace cronaca dell'epoca si legge che "le persone sagge e religiose non potevano darsi pace nel vedere scelta una giornata di tanta divozione…”. Infatti era la vigilia di Pentecoste). La paternità dell’idea – ardita, per i tempi - spettava a un personaggio bizzarro, la cui prima attività era stata la vendita di dolciumi, poi la gestione di un caffè. Un self made man, che raccolse parte dei soldi per la costruzione dell'edificio vendendo in anticipo i palchi alle famiglie nobili del circondario.
Un tipo così sarebbe piaciuto ad Andy Warhol, sicuro.
In sala c’erano a stento cinquanta spettatori, compresi noi (unici due coniugi del rock fra singles disillusi e separati in casa). Un pubblico di carbonari, a dirla tutta, i più giovani avevano passato da un pezzo i trent’anni, i più vecchi potevano essere già in pensione.
Cale uscì fuori con i pantaloni di pelle, gli stivaletti e una t-shirt nera. Imbracciò la chitarra acustica, mise un piede sopra la sedia che qualcuno aveva posizionato al centro del palco, e attaccò Ship of Fools. Era l’emblema della solitudine. Non disse molte parole al pubblico; ma dava la sensazione di una maggiore disponibilità rispetto a quella mostrata da Lou Reed, per lo meno nei concerti a cui avevo assistito io. Si alternò alla chitarra e al pianoforte, concludendo ogni canzone fra uno scroscio di applausi che suonavano come mercurio sul velluto.
Nel bis fece anche Style it takes, canzone tratta dall’omaggio a Warhol inciso assieme a Reed nel 1989, dopo la morte dell’artista, Songs for Drella.
Mi chiedevo dove avrebbe dormito quella notte, e con chi, questa leggenda vivente del rock 'n' roll, questo gallese dal volto segnato e dai modi indifesi, piovuto qui come una meteora. Mi chiedevo se quel concerto avrebbe mai lasciato una traccia nella sua memoria, e nel suo karma. Se mai avrebbe ricordato le canzoni suonate per uno sparuto gruppo di fans nel Teatro fra le Montagne Innevate, in una cupa notte d’inverno affacciata sulla soglia del nuovo secolo, il nuovo secolo che in nulla faceva presagire qualcosa di meglio rispetto a quello che ci eravamo appena lasciati alle spalle. Avrei voluto avere il coraggio di invitarlo a casa nostra, offrirgli un succo di mela, parlare un po’ con lui, fargli vedere le foto del nostro album di famiglia, e poi magari telefonare a Zebedeo, a Marco e a Ivo ("portatevi le mazze!"), alla Nadia, a Ezio, a Paolo, a Valeria, a Andy, a Roberto, a tutti quelli che avevamo conosciuto, per dirgli di venire, ma in fretta, in fretta, che non c'era tempo da perdere. Avrei voluto avere la forza e la presenza di spirito per portarlo con noi, oltre il sipario della notte, non per intervistarlo, non per il gusto di trascorrere qualche minuto assieme ad una popstar. Forse solo per metterlo a sedere nel nostro salotto marchiato Ikea e ringraziarlo. La sua musica era di quelle che ci avevano salvato la vita.

Dopo il concerto abbiamo fatto due passi in centro, abbracciati. Sentivo i tacchi delle nostre scarpe sul porfido della strada, e anche se avevamo subito qualche amputazione, stavamo ancora in piedi dopotutto, proprio come avevano cantato i Velvet Underground. Le strade deserte rilucevano di pioggia. I bambini quella sera ce li teneva una vicina di casa. Quella sera, per la prima volta dopo mesi, potevamo rimanere fuori tutto il tempo che volevamo.

Piste battute - parata - illuminazioni 2


Sul balcone si tratteneva il fiato, nell'attesa. Come per la comparsa di una star, annunciata eppure in forse, non del tutto scontato potesse concedersi, anche a noi, quella sera, così.
Geometria scintillante, orgoglio della modernità. Incompresa, piace a tutti. Relitto del passato, di una grandeur che non c'è più, un osare pazzo e sfrenato, sulla città già famosa, in faccia al mondo.

Fuori dalle piste battute - illuminazioni 1

A volte ci si allontana, basta passare via la rotonda e il centro commerciale, le piste percorse, le scale mobili, i negozi, i bar.
Dietro la spianata d'asfalto comincia la campagna. C'è una strada sterrata, forse, una pieve. Una donna sbatte una coperta con il battipanni, in balcone, quanto tempo che non vedevi una cosa del genere, uno di quei gesti del passato, come infilare un gettone scanalato nella sua fessura.
C'è il verso di molti diversi uccelli che non conosci. Un rumore di strada lontano.
Forse, nella luce azzurrognola di un gennaio indeciso, un passo di libertà.

IL DISCORSO CONCLUSIVO di Delmore Schwartz (frammento)


(...) Poi il vecchio professore tirò fuori uno specchio ovale.
"Non capisco il suo modo di fare, professor Duspenser", disse il rettore, tornando ad avvicinarsi.
"E io non capisco il suo", ribattè il vecchio strillando, e il pubblico stupito rise nervosamente.
Poi la pioggia si scatenò, i lampi scattarono nel cielo e i tuoni esplosero immediatamente dopo. Il vecchio intanto teneva lo specchio davanti al viso come per sistemarsi i capelli con civetteria.
"Ah" esclamò. "Quanto siete disposti a pagare per questo, per questa meravigliosa cosa che vi rimanda la vostra immagine? Quanto? Quanto tenete alla vostra stessa immagine come appare qui dentro?"
Uno studente gridò: "Quattordici dollari della Confederazione!" e il pubblico rise, di nuovo sollevato. Il vecchio tacque, come se cercasse di controllare una rabbia irresistibile. A quel punto il pubblico era del tutto affascinato, nonostante la pioggia.
"Ma uno specchio è pericoloso. E' una minaccia in casa e il cane non è in grado di fargli da guardia. Potete però guardarci dentro, anche se tutte le bugie dei vostri sporchi cuori come al solito vi proteggeranno. In realtà, un giorno potreste farvi la sorpresa di vedere quanto siete odiosi. O i figli. I figli possono vedervi mentre vi specchiate e scoprire che i vostri occhi sono fissi su escrementi!".
"Tutto questo è osceno e intollerabile", esclamò il rettore, dopodiché, rendendosi ancora più ridicolo, diede fiato al fischietto, tonalità di flauto, per chiamare la polizia del campus.
"Avete mangiato ciò che mangiano i porci, vi siete sostentati di ciò di cui si sostentano i porci, fino a ridurre un vecchio a guardare con occhi terrorizzati la società in cui deve vivere e morire. Siete al di là persino degli insulti. Come Isaia, io vi dico: Maledetti per i giardini che avete scelto. La Storia è morale da cima a fondo! Tutto ha il suo prezzo!".
Un lampo zigzagò in mille saette laggiù a occidente. la polizia del campus salì sulla pedana e condusse via un vecchio piangente. La figlia di mezza età che prima aveva cercato di fermarlo stava ora spiegando al rettore che il padre era malato da tempo e non era certo responsabile per ciò che diceva, e tuttavia aveva voluto accettare l'invito dell'università.
Il pubblico sgombrò, estenuato, perplesso e bagnato, discutendo, sotto ogni possibile punto di vista, dei pasticci dello storico.
Ritornò così la percezione della metropoli, stretta e alta su tutti i lati, piena di traffico, incidenti, commercio e adulterio, di mille negozi e palazzi e teatri, il ventre corso da nere ferrovie sotterranee, con le sue torri e i suoi ponti grandiosi, torbidi e privi di significato.
Intanto la sera grigio topo si stendeva impercettibilmente sopra i lampioni e i semafori, coprendo lo stridio delle ruote dei taxi sulla strada bagnata.

Delmore Schwartz, Nei sogni cominciano le responsabilità, Serra e Riva, Milano, 1990 (originale del 1937).

Ps: il discorso del presidente Napolitano, ieri sera in tv, era il miglior discorso che potesse pronunciare, sulla soglia del 2012, un uomo di stato italiano. A parte la resistenza fisica dimostrata nel leggerlo tutto (più di 20 minuti!), è stato sincero, onesto, lontano anni luce dal populismo falso e consolatorio di Berlusconi così come dal rozzo qualunquismo leghista. E' stato il discorso che andava fatto in un'Italia che con Monti ha decisamente svoltato, lasciandosi alle spalle lo spettacolo patetico e indecoroso che davamo prima. Un paese che sa di poter farcela e che vuole riprendere il posto che gli spetta in Europa e nel mondo.

Ps 2: perché la vita non stupisce mai? Perché sentire per l'ennesima volta, a 46 anni, parlare di sviluppo, di sacrifici necessari, di spesa pubblica in eccesso, di lotta all'evasione fiscale? Ma gli altri non si stufano? Sono solo io a sentirmi un po' afflitto da tutto questo, a desiderare che sullo schermo compaia un emulo di Dossetti (o di Allen Ginsberg) anziché un emulo di Degasperi? Un profeta anziché uno statista? O perlomeno uno che dica: ok, quando il debito pubblico è andato alle stelle (dal 1980, dice Napolitano, ma forse anche da prima, le baby pensioni le volle per primo Rumor nel 1973, pura era democristiana) IO C'ERO???

Se anche parlassi la lingua degli angeli




Se anche parlassi la lingua degli angeli, se non ho l'amore, non sono che un bronzo risonante.
Se anche avessi il dono della profezia, la scienza di tutti i misteri, e tutta la conoscenza,
se anche avessi tutta la fede, si' da muovere le montagne, se non ho l'amore, non sono nulla.
L'amore e' paziente, e' pieno di bonta'
tutto sopporta, tutto spera.
L'amore non muore mai, poiche' le profezie termineranno, le lingue taceranno, la conoscenza svanira'.
Ora perdurano fede speranza e amore. Ma, dei tre, il piu' grande e' l'amore.

Corinzi, 13.

Junior dad

Mi chiedevo come sarebbero stati i miei artisti preferiti "da vecchi". A 15 anni l'idea di vecchio è un po' vaga: qualcosa che ha a che fare con i tuoi genitori o i tuoi parenti, probabilmente, o con una generica idea di maturità, decoro, prestanza fisica ridotta. Il concetto applicato al rock, poi, sembrava un po' incongruo. Certo, Lou Reed aveva molti più anni di me, quando ho cominciato ad ascoltarlo, navigava verso i 40. Ma non era oltre quella soglia. Non ancora. Non lo era nessuno.
Dunque da un lato c'erano le band quasi nostre coetanee, come i Cure o i Simple Minds (che sembravano formate da persone giovani sì, ma più grandi di noi, non boy band, insomma).
Dall'altro c'era la musica dei giganti, quelli come Bowie, Lou, i Rolling Stones, che erano non anziani ma comunque già in giro da un bel po' di tempo. L'interrogativo sulla vecchiaia si poneva per loro: come sarebbero stati, da vecchi? Difficile immaginarlo. Un po' perché si aveva alle spalle una serie di morti illustri (Jim, Janis, Jimi ecc.), l'idea del grande artista rock era ancora, spesso, associata alla morte precoce. Un po' perché il rock, comunque sia, non poteva non accompagnarsi ad una certa capacità di muoversi, di fare scena. Valeva anche per Lou Reed, posto che l'uomo, quando aveva temporaneamente abbandonato la chitarra per stare sul palco come una vera rock star, accompagnando le sue canzoni con le movenze e la gestualità della rock star, era parso più una stranita bambola proto-punk strafatta di anfetamine che un danzerino provetto.
C'era però l'esempio del blues, ecco. I cantanti blues avevano suonato fino alla fine, fin quando erano proprio decrepiti. Ma il blues, pur essendo strettamente imparentato col rock, ci sembrava comunque un'altra cosa. Il blues lo si poteva suonare anche stando seduti. Ed infatti così avevano fatto i vari John Lee Hooker o B.B. King quando non erano più riusciti a stare in piedi con una chitarra a tracolla per le due ore canoniche di uno show. Ma si potevano immaginare un Lou Reed, un Mick Jagger seduti a cantare le loro canzoni? Mmmh...

Ora Lou Reed ha 70 anni. Suona ancora in piedi, ultimamente con i Metallica. Il cantato è spesso più simile a un recitato, anche nei brani più tirati. Corde vocali irrigidite.
Lou Reed suona e canta ad esempio "Junior dad", una canzone dell'ultimo, contestato album, "Lulu", ispirato ai libri di Frank Wedekind.
La canzone in effetti è l'unica che non c'entra niente con il resto della storia, non ha a che fare con il personaggio letterario. Chiude l'album, ma non parla della tragica, dissoluta (ma anche pura, nel suo essere pianta carnivora) femme fatale che sulla carta (e così sul disco) finisce scannata da Jack lo Squartatore.
Parla della vecchiaia. Lou Reed, è vecchio, e chi se lo sarebbe aspettato, con quella vita? Negli anni 70 sembrava uno dei più prossimi candidati al cimitero delle celebrità. E' vecchio e canta la vecchiaia. La vecchiaia di suo padre, apparentemente. Padre giovane, junior, un padre ragazzino a cui rivolge una domanda: "Verresti in mio soccorso se stessi per affogare?"
Il figlio ora vecchio parla al padre giovane, lo interroga, lo incalza. Lo prega.

Ma poi, più sotto, il padre giovane improvvisamente è invecchiato, anzi, è morto.

Sta guidando verso un'isola di anime perse.

E ancora, qualcosa che assomiglia al ricordo di un discorso pronunciato in un tempo lontano, un amaro discorso:

Ti insegnerò meschinità, paura e cecità, nessuna idea sociale redentrice. Oh, stato di grazia...


Potrebbe sembrare il rimprovero - un poco scontato - di un figlio al proprio genitore, per le sue mancanze, per l'educazione ricevuta, così lontana dai valori morali e civili che ci si attenderebbe vengano trasmessi da un padre a un figlio, anche se, pronunciato a 70 anni, sarebbe comunque tardivo , diverso dalla canonica ribellione adolescenziale che il rock ha raccontato tante volte. Ma quel ricordo, quelle parole, sono anche un'epifania. "Stato di grazia...". Nel ricordo le cose cambiano di segno, perdono i loro connotati negativi, vengono rimpiante nonostante tutto. Nel ricordo ritroviamo un pezzo della nostra identità, giustifichiamo e ordiniamo le scelte che abbiamo compiuto durante la nostra vita.

Non finisce così, non ancora.
C'è un verso criptico, dopo.

Singhiozzo: il sogno è finito
Fai il caffè: accendi la luce

Forse - ha suggerito qualcuno (www.loureed.it) - è il sogno del padre giovane fatto dal figlio ora anziano a svanire con le prime luci del mattino. Il figlio si alza, prepara il caffè, contempla con l'occhio della mente, ancora eccitata dal sogno, il fantasma, l'ombra del padre, di un padre bambino perché ritornato bambino con la vecchiaia. E questo lo abbiamo visto tutti, no? L'età fa ritornare bambini. Sempre meno responsabilità, sempre più persone che si prendono cura di te. E forse - il dubitativo è d'obbligo - il figlio si guarda allo specchio, vede il fantasma del padre ma vede anche se stesso, vede solchi dove un tempo la guancia era liscia. E' lui il padre, ora, è identico a suo padre vecchio e morente, già andato, in cenere, quel padre che gli era sembrato immortale e che gli ricorda la sua mortalità, il comune destino di ogni uomo.

Di’ ciao al papà giovane
La delusione più grande
L’età lo ha avvizzito e trasformato
in un padre "piccolo"
(Una barbarie psichica)

Lou Reed aveva già cantato della vecchiaia, ad esempio in "Change", dal penultimo "The Raven" (anch'esso ispirato dalla letteratura, da E. A. Poe). E anche in quell'occasione, lo aveva fatto con toni non lusinghieri (testicoli che avvizziscono, insomma. Lo spettro della morte).
Ma non aveva mai usato questa lama spietata. Nessuna consolazione. Qui non c'è un giovane cantante che dedica una sonata a suo nonno, non c'è Claudio Baglioni, nulla di sentimentale (anche se c'è pathos e sentimento). Un uomo vecchio che guarda in faccia il suo disfacimento riflesso nella figura di un junior dad invecchiato a tal punto da tornare un bambino. In fondo alla pista c'è solo

La delusione più grande

Finisce così? E' di nuovo, eternamente, il Lou Reed tragico, stoico, implacabile? Senz'altro sì.
Ma questa dopotutto è una canzone, non un racconto o una poesia. Bisogna ascoltare anche la musica.
"Junior dad" è una canzone strana, anche se negli anni 70, quando gli artisti erano più liberi e creativi, non sarebbe sembrata tanto più strana di un album come "Low", una facciata di canzoni rock e un'altra di brani quasi sepolcrali suonati col sintetizzatore. E' strana e presenta diverse chiavi di lettura, sul piano musicale non meno che su quello del testo.
La prima parte è la canzone vera e propria, già di per sé anomala per gli standard attuali, quasi 10 minuti. Ed è un pezzo rock elettrico, in cui i Metallica suonano non come ciò che sono, una band metal, ma come la band di Lou Reed. Un bel pezzo, indubbiamente. Un tempo medio, dall'incedere solenne, sostenuto dalla potenza degli accordi e dai colpi secchi della batteria.
Ma sul finale (solo sul disco, non nella versione live), l'elettricità condensata sfuma, la batteria batte il tempo un'ultima volta e in pochi secondi la tensione si allenta, sfocia in una piana "ambient", altri 8 minuti di musica stavolta senza una parola, solo un'algida vibrazione elettronica, un orizzonte scarno ed essenziale, zen. Il suo colore è il bianco. Il suo messaggio è distacco. Forse è questa la chiave di lettura finale che Lou Reed vuole dare al disco (probabilmente definitivo) della sua vecchiaia. Oltre la delusione per la visione di ciò che la vecchiaia realmente è, corruzione e morte, la considerazione del nulla, l'accettazione, la pace, shanti, come si chiude il Wasteland di T.S. Eliot.
Molla gli ormeggi, lascia andare tutto. Mettiti comodo. Attraversa il fuoco passandoti la lingua sulle labbra.
Cosa c'è ancora da vedere, o da non vedere?

E una canzone così di questi tempi vale come un libro, è pura letteratura.

"Junior dad" live con i Metallica.


Lou Reed nel pieno della carriera (1974).

Sangue cattivo



Ad un certo punto iniziarono a diffondersi delle leggende.
Una di esse riguardava il virus t36, detto anche “Mauvais sang” (sangue cattivo). Era un virus che colpiva le persone che facevano l’amore senza amore. Nessun giornale, nessuna tv ne aveva parlato. Era una leggenda diffusa in rete, era l’effetto del passaparola di nuovi profeti visionari. Le autorità la trattavano come una sciocchezza da cui i sobri, razionali cittadini del mondo del XXI° secolo si sarebbero tenuti spontaneamente alla larga. Errore.

Ci furono atti di violenza contro le prostitute, i gay e gli adulteri. Ad Amsterdam chiuse definitivamente il quartiere a luci rosse. San Francisco e Los Angeles persero una buona fetta dei loro abitanti, grandi esodi nel deserto, morti collettive.
L’età dei primi rapporti sessuali in pochi mesi si alzò vertiginosamente e i più guardinghi pare fossero i maschi.

Qualcuno fece osservare che, contrariamente alle aspettative, la maggior parte delle vittime non apparteneva alla categoria delle persone “promiscue”. Erano perlopiù mogli e mariti. Membri di coppie monogame.

Una sera ne parlai con nostra figlia. Richard era andato a letto, andava a letto sempre più presto, ultimamente. Le dissi che fare l’amore era una cosa bellissima, la più bella del mondo. Non so cosa mi aveva preso. Non è il genere di discorsi che le madri fanno alle figlie adolescenti, non io almeno. Due giorni prima mi aveva confessato che pensava di prendere i voti. Io e Richard l’abbiamo cresciuta così, le abbiamo sempre detto che l’avremmo lasciata libera di fare le sue scelte e non volevamo rimangiarci tutto questo, ora. Solo, mi aveva rattristato. Non per la scelta in sé. Perché pensavo che fosse dettata da questi eventi nuovi. Che fosse il frutto delle sue paure.

Mi chiedevo anche quante scelte apparentemente “spirituali” non fossero dettate in fondo da un cattivo rapporto con il corpo. Dei santi mi avevano sempre attratto soprattutto quelli che prima avevano vissuto una vita dissoluta. Loro, almeno, sapevano che cosa ci andavano a perdere.

(omaggio a un film che non mi è piaciuto con attori bellissimi e una canzone strepitosa)

Milan Kundera, Edipo e...cosa dovrebbero fare


Ne "L'insostenibile leggerezza dell'essere" lo scrittore ceco Milan Kundera utilizza, attraverso uno dei personaggi del romanzo, il mito di Edipo, per mettere a fuoco il peso della responsabilità individuale, con riferimento alle conseguenze non desiderate di certe azioni. Il mito di Edipo lo conosciamo. Abbandonato dai genitori, i sovrani di Tebe, alla sua nascita, in seguito a una cattiva profezia, Edipo ritorna in patria da adulto e, senza conoscerne la vera identità, prima uccide il padre, per un banale alterco, poi sposa la madre, divenendo il nuovo re della città. Dopodiché, cominciano ad abbattersi su Tebe una serie di sciagure. Compresa la natura di tali eventi - il castigo divino per il parricidio e l'incesto - Edipo si acceca volontariamente e sceglie la strada dell'esilio.
Il personaggio di Kundera, Thomas, riprende il mito per stigmatizzare le responsabilità dei politici cechi che con il loro comportamento consegnarono il paese nelle mani dell'Urss. Thomas dice in sostanza: forse i comunisti cechi non volevano veramente abdicare in favore di Mosca, forse non avevano previsto l'invasione, i carrarmati russi a Praga, tuttavia le loro azioni a questo hanno portato. Non sono dunque interamente colpevoli, come non lo era Edipo quando causava la morte del padre e poi si congiungeva con la madre. Tuttavia, perché in un soprassalto di dignità non si accecano volontariamente e non lasciano la loro patria per l'esilio?
Il ragionamento sviluppato da Thomas è molto nobile e profondo. Se anche noi non commettiamo volontariamente le nostre colpe, non possiamo lasciare impuniti i nostri errori. Quale giudice può operare questa distinzione? La nostra coscienza. E' la nostra coscienza ad imporci l'automortificazione e l'uscita dalla città, una volta contemplati i risultati catastrofici (per la comunità) dei nostri atti.

Nella vita reale, ciò non accade mai. Forse viviamo in un'era molto lontana da quella nella quale venne concepito il mito di Edipo, narrato da Sofocle. Forse gli esseri umani non sono capaci di compiere gesti altrettanto significativi e paradigmatici di quelli dei protagonisti della tragedia. Nessun politico si acceca per autopunirsi dei suoi errori, nessun banchiere, nessun presidente di multinazionale va' in esilio dopo avere contemplato la distruzione di una famiglia, una città o uno stato a causa delle sue azioni.
Ho ripensato a questo passaggio del best seller di Kundera a proposito dell'attuale crisi economica. Una crisi che non è stata causata dai pensionati italiani o dai dipendenti pubblici greci, che oggi ne pagano il conto. Una crisi scaturita com'è noto da un bolla finanziaria, dal fallimento, nel 2008, di alcune banche di investimento americane, a causa di cattive, disinvolte, ciniche, sciagurate politiche finanziari. Quelle politiche che i neoliberisti - figli e nipoti della scuola di Chicago - sostengono a spada tratta da 30 anni a questa parte (Cipolletta nel suo libro fa risalire le responsabilità della crisi in realtà alla politica bellica degli Usa dopo l'11 settembre).
Ora, io penso che tutti i cittadini italiani siano disposti a fare dei sacrifici per salvare il loro paese. Molti di loro, tra l'altro, hanno approfittato di disposizioni oggettivamente inique (c'era un'epoca non lontana, diciamo l'epoca della Democrazia cristiana, in cui i dipendenti pubblici andavano in pensione dopo 15 anni di lavoro, ai giovani probabilmente sembrerà fantascienza, ma era proprio così).
Però, prima, non ci si dovrebbe attendere che coloro che hanno approfittato delle politiche finanziarie di cui sopra si bucassero gli occhi e lasciassero la città? Parliamo di chi si è arricchito grazie alle speculazioni, degli economisti che hanno sostenuto per anni questo sistema, degli stessi politici che lo hanno avallato. Parliamo di chi stava ai vertici della piramide del sistema capitalista attuale. Dopotutto, i leader comunisti , 20 anni fa, hanno fatto questa fine, quando non una fine peggiore (vedasi ad esempio Ceausescu).
Invece accade il contrario. I responsabili oggi governano la/le città. Chiedono di essere legittimati non al popolo che governano ma al Fondo monetario internazionale. Non solo non si accecano. Non chiedono nemmeno scusa.