Brave new world



Ma forse non serve nemmeno una dittatura, no? Siamo già schiavi. In tempi di pace e prosperità e democrazia.

This must be the place



Il film di Paolo Sorrentino a Cannes. La storia, stando a ciò che si legge sui giornali, è quella di una rockstar decotta (e fin qui niente di speciale) che si mette sulle tracce di un ex-ufficiale delle SS il quale avera torturato il padre ad Auschwitz, poi rifugiandosi negli USA dopo la guerra.
Sean Penn, palesemente ispirato a Robert Smith, mi sembra strepitoso. Del resto, lui è nell'Olimpo dei grandi.
Colonna sonora di David Byrne.
Dovremo attendere ottobre per vederlo nelle sale. Questo spezzone è comparso di fresco su youtube, speriamo ce lo lascino.
A prima vista, un film da vedere.

Questa invece la canzone "portante" (ma chi è Nino Bruno? Un musicista napoletano, leggo. Di certo suona come i migliori Cure).

Bagatelle (per un massacro)


Pare che qualche buontempone abbia appiccicato questo cartello alla sede di Rifondazione Comunista di Bolzano. Ora, a parte Rifondazione - che non è l'unico paladino dei migranti - colpisce la stupidità del fascistello (veneto?), a cui sfugge che lo stesso argomento potrebbe essere utilizzato dagli Schuetzen contro gli italiani dell'Alto Adige (gruppo al quale molto verosimilmente appartiene o comunque - qualora venga da fuori - si sentirà legato, visto l'interesse che da un po' manifestano le teste rasate di mezza italia per i monumenti fascisti di Bolzano).
Colpisce anche l'ignoranza dello skin per le proprie radici: amico mio, se c'è un popolo di migranti quello è il popolo italiano, che tu presumibilmente vorresti redimere dalla sua coglionaggine. Leggiti il libro di Stella e imparerai qualcosa.
Colpisce il vittimismo: povero, povero italiano medio, che paga le tasse (che tortura!), subisce ogni genere di angheria da parte dell'invasore e poi muore, per di più! Il vittimismo dei popoli è un'arma micidiale, l'abbiamo visto nei Balcani; giustifica qualsiasi cosa, qualsiasi massacro.
Colpisce infine la storpiatura di uno slogan della tarda-estrema sinistra (produci-consuma-crepa, per stigmatizzare l'alienazione imperante nella società capitalista).


Vabbè, bagatelle.
(il massacro è quello dei migranti ingoiati dal Mediterraneo nel canale di Sicilia).

Candy says



Questa Lou ha sempre fatto fatica a cantarla.

"Candy dice: odio le grandi decisioni
che provocano ripensamenti infiniti
nella mia mente..."

Differenze fra uomini e donne 1.0


















C'è stata una stagione della mia vita in cui sostenevo non ci fossero differenze oggettive, ancestrali, fra uomini e donne. Che le differenze semmai erano create dalla società e dalle sue produzioni culturali (ossia dalle sue sovrastrutture, secondo il noto schema marxiano). Forse frequentavo solo ragazze mascoline; forse era il mio modo di essere femminista; forse all'epoca ero ancora troppo cerebrale, sottovalutavo il corpo e le sue leggi (se i corpi sono diversi questa diversità dovrà pure riflettersi da qualche altra parte).
Comunque, col tempo mi sono ricreduto. Sì, certo, molte differenze (psicologiche, emozionali, comportamentali) sono dovute ai ruoli sociali, alle culture, alle religioni e ai valori che veicolano...
Però, qualcosa di irriducibilmente "altro" c'è. In noi. Per voi. E in voi per noi. Qualcosa di atavico, di primigenio, qualcosa che è inscritto nel filamento genetico, codificato nella doppia elica del Dna.
La prima che mi viene in mente, perché nello stesso giorno mi sono imbattuto per ben due volte in un cartello così: il vostro odio per quello che noi facciamo nel cesso. La nostra incapacità di non pisciare fuori dal water, o di non bagnare la tavoletta (che puntualmente non alziamo).

Ps: a dire il vero sull'autore di questo cartello ho ancora qualche dubbio. Al 99% è una donna (si è mai visto di un uomo che si lamenta di come orinano i suoi simili?), ma una donna, una vera donna, piuttosto che "caro amico" scrive "caro maschietto" (nell'altro cartello, che non ho fotografato, era così).

Music Box



Vabbé, ogni tanto un po' di autopromozione non fa male. Per chi se lo fosse perso quando è uscito (ormai 4 anni fa), il mio "Music box" è ancora ordinabile, ad esempio qui: http://www.fnac.it/Music-box-PONTONI-MARCO/a340968

Questo è l'incipit.


INTRO: FIRST OF THE GANG TO DIE

Stavano costruendo una casa proprio di fronte allo stadio, ormai erano arrivati al quarto piano e da lassù la vista sul prato era perfetta.
Quella sera si prevedeva un concerto fiacco; prima di uscire mi ero caricato ascoltando i Damned, non avrei tirato fuori una lira – se anche l'avessi avuta – per vedere un gruppo italiano che faceva il verso agli Asia o ai Van Halen ultima versione (quella più pop, che sacrificava la chitarra a beneficio delle tastiere). Ma il cantiere rappresentava una buona soluzione.

La primavera avanzava ruggente, nuvole di pollini nell’aria, mentre in cielo "lucevan le stelle", come in quei versi della Tosca di Puccini, mio padre un grande amate della lirica, sono cresciuto con i dischi de "La voce del padrone" arati da puntine di giradischi grosse come denti di forchetta, quelle strofe nelle orecchie, "e olezzava la terra, oh dolci baci, oh languide carezze…".
Intanto sul palco issato su un lato del campo sportivo stava succedendo qualcosa. Il gruppo spalla aveva iniziato a intrattenere il pubblico, composto per tre quarti di ragazze con t-shirt Fruit of the Loom e jeans Fiorucci. Arrivate all'ingresso dello stadio anche altre compagnie oltre alla nostra viravano verso nord; risalivano la massicciata ferrovia e si lasciavano cadere dall'altra parte, per poi infilarsi nel buco ricavato nella palizzata di recinzione. Dopodichè, bisognava solo stare attenti a dove si pestava: sparsi in giro c'erano sacchi di cemento, fil di ferro ritorto, attrezzi vari, una betoniera. Lo scheletro della casa era in piedi, scale comprese. Ovviamente, mancava ancora tutto il resto. In fila indiana, e con qualcuno davanti con una torcia che faceva luce, passando dalle scale interne si poteva arrivare abbastanza tranquillamente fino in cima, sulla terrazza.
"Che folla!", ha detto Roby sbucando all'aperto, cercando di darsi un'aria sciolta e contemporaneamente di farsi largo fra i capannelli seduti che parlottavano. "C'è più gente qui che là…"
Ci siamo sistemati in un angolo, abbiamo aperto il pacchetto di sigarette che avevamo comprato con una colletta. Per guardare verso lo stadio dovevamo stare girati di tre quarti, ma meglio che niente. Difficile distinguere, nel buio, chi c'era e chi non c'era. Dalle voci mi sembrava ci fosse anche la compagnia di Zebedeo, quella che frequentava la Giovanna, il mio sogno proibito (suo padre un carabiniere, siciliano, mica sarebbe stato contento di sapere che lei era lì).

Alle 10 il concerto entrò nel vivo. Una lunga intro di sintetizzatore, salutata con uno scroscio di applausi. A tratti il vento dal fiume spazzava via le note, poi ritornavano, assieme alla voce femminea del cantante.
Lo show è durato poco più di un'ora e mezza. Quando ci siamo rialzati, le gambe ci facevano male e mi si era informicolato un piede. Perciò siamo stati fra gli ultimi a scendere. Riguardo a quello che successe in quei momenti, mentre la band stava concludendo la serie dei bis, non posso dire di averlo visto con i miei occhi. Ripeto, era buio. Ricordo il titolo della canzone, Ultima notte di caccia.
Posso dire con sicurezza che la ragazza non cadde giù dal tetto, come scrisse un giornale. Sul tetto era facile orientarsi, grazie alle luci del concerto e delle case attorno. Cadde scendendo le scale. Forse mise un piede dove pensava di trovare un pianerottolo, e invece c'era il vuoto. Forse qualcuno la urtò senza volere. Forse il suo tipo le aveva lasciato la mano per accendersi una cicca.
Sentimmo delle urla. Ci precipitammo anche noi. Non si capiva dove fosse finita. All'epoca non c'erano ancora i cellulari per cui i ragazzi della sua compagnia dovettero mettersi alla ricerca di un telefono (cabine a gettone nel piazzale dello stadio) per chiamare l'ambulanza, minuti preziosi sprecati.

Venne portata fuori in barella. Saltammo la massicciata e ci dileguammo prima di essere fermati dalla polizia. I giornali montarono una storia infinita. Certi politici ce l'avevano con i concerti, non erano neanche in grado di distinguere un gruppo punk da uno di pop melodico o di blues. Sfruttarono l'occasione per atteggiarsi a moralizzatori...
Io pensavo: quanta gente muore in macchina, andando su e giù da queste montagne, da queste valli che trasudano schnaps? Eppure mica si pensa ad abolire le macchine (o la grappa).
E poi in definitiva la ragazza non era morta a causa del concerto.

Rimase una morte di ordinaria sfortuna, a dispetto delle fantasie popolari. Un incidente come quello che dev'essere capitato a Jeff Buckley mentre faceva il bagno nel Mississipi. Il complesso di mio fratello scrisse una canzone in memoria di Anna. Aveva vaghe sonorità indiane. Assomigliava a Paint it black degli Stones, eccetto che i ragazzi qui non avevano un sitar a disposizione.
Ogni volta che passo davanti a quel condominio – ne hanno costruiti altri, attorno, un fiorire di palazzine per ospitare famiglie di una o due persone, tre è già un record, e la ferrovia è stata spostata, è stata trasformata in una ciclabile, oggi tutti hanno il trip salutista della bici e del jogging - dicevo ogni volta che passo davanti a questa modestia architettonica ci penso, sul serio. Penso alla ragazza sconosciuta ingoiata dalla tromba delle scale. È stata la prima persona alla cui morte sono stato fisicamente vicino. First of the gang to die, canta Morrissey, è tutta la sera che l’ascolto, sul mio stereo, collegato ad un vecchio finale Technics, mentre fuori nevica e il modem non si collega, e in definitiva potrei anche essere in una capanna nei boschi e non in un appartamento di un quartiere di una città di confine di medie dimensioni, gerani ai balconi, portici che si scavano una strada sotto alle antiche case delle corporazioni. Ed è come se cantasse per lei. Solo che Morrissey si riferisce alle vittime degli scontri fra le gang di L.A., a migliaia di chilometri da qui, oltre la neve, le Alpi, le foreste tedesche, l'Atlantico, le grandi, bollenti pianure americane solcate da autostrade a diecimila corsie.

Marco Pontoni, Music Box, Curcu&Genovese, Trento, 2006

Good save the queen



Amo l'Inghilterra. Un paese che riesce a fare convivere Shakespeare e Johnny Rotten. Ma non capisco tutta questa passione per le nozze dei due tizi, là, la sorella di Pippa e quello con la divisa irlandese ("gli inglesi sono gentiluomini che scattano polaroid, solo se non considero il colonialismo..." cantava Morgan, molto acutamente).

Anyway, la corona ha avuto più futuro del punk, e questo è un fatto.

Viandante


Nunc non peregrinaris sed erras et ageris

Ora non viaggi, ma vai errando e ti lasci trasportare

Valdurna/Durnholz (Sarentino)

Mio cugino mi raccontava (tutti abbiamo un cugino che racconta) questa storia: quando Dio creò il mondo, poi le varie località si misero in fila per ricevere qualche dono. C'è chi è arrivato tardi e non ha ricevuto niente, chi ha ricevuto un solo dono - un bel mare, delle belle montagne, una fonte termale, gente figa o quant'altro - e chi ha fatto il furbo ed è passato due volte (o anche dieci volte), e sono i posti più belli, quelli che ci lasciano a bocca aperta. Lui, quando mi raccontava questo, si riferiva a Mykonos, che gli era piaciuta tanto...
Per me il lago di Valdurna è uno di quei posti che sono passati due volte. Dirò di più: è uno dei miei luoghi dell'anima. Uno di quei posti dove vorrei vivere, forse, o forse anche invecchiare. Un altro è Pitigliano, la Maremma in generale. E poi, forse, Londra.

Incantamento

Roberta, Lisa e Alice nel luogo dell'incantamento.

Si lavora duro anche a Pasquetta.

Alice con il cane.

Sul sentiero. Libero come un uomo.

Dolmen.

Durnholzer See.

foto: Marco Pontoni, Pasqua 2011.

Domani nella battaglia pensa a me 4.0


E' faticoso muoversi nell'ombra e spiare senza essere visto o cercando di non essere scoperto, come è faticoso tenere un segreto o conservare un mistero, che fatica la clandestinità e la permanente coscienza di come non tutti i nostri congiunti possono avere uguali conoscenze, ad un amico si nasconde una cosa e ad un altro un'altra diversa da quella che è nota al primo, si inventano per una donna storie complesse che poi bisogna ricordare per sempre nei dettagli come se si fossero vissute, con il rischio di farsi scoprire più tardi, e a un'altra donna più nuova si racconta la verità su tutto tranne su quelle cose innocue che ci provocano vergogna in noi stessi: (...) che andiamo matti per il gioco d'azzardo o ci piace un'attrice che ammettiamo essere odiosa e persino offensiva, che abbiamo un carattere tremendo e fumiamo appena svegli e che fantastichiamo su una certa pratica sessuale che si considera aberrante e che non osiamo proporle. Non sempre si occulta per il proprio interesse o per paura o per avere commesso una vera mancanza, non sempre per difendersi, molte volte lo si fa per non dare un dispiacere o non guastare una festa e per non arrecare danno, altre volte per puro civismo, non è buona educazione né da persone civili farsi conoscere del tutto, figurarsi mostrare le manie e i vizi: a volte sono le origini ciò che si tace o si falsifica perché quasi tutti avremmo preferito un'ascendenza diversa in qualcuno dei nostri quattro quarti, la gente nasconde i genitori e i nonni e i fratelli, i mariti e le mogli (...). Ci vergogniamo di troppe cose, del nostro aspetto e delle nostre convinzioni passate, della nostra ingenuità e della nostra ignoranza, della sottomissione o dell'orgoglio che abbiamo dimostrato una volta, della transigenza e dell'intransigenza, di tante cose proposte o dette senza convinzione, di esserci innamorati di chi ci siamo innamorati e di essere stati amici di chi lo siamo stati, le vite sono spesso tradimento e negazione continui di ciò che è stato prima, si sconvolge e si deforma tutto man mano che passa il tempo, e tuttavia continuiamo ad essere coscienti, per quanto vogliamo ingannare noi stessi, che teniamo dei segreti e racchiudiamo in noi dei misteri (...).

Javier Marìas

Foto: vicolo di Riva del Garda (marco pontoni)

Amartya Sen il 26 maggio a Trento



Comunque la pensiate...è una delle teste pensati nel nostro tempo. Al teatro Sociale, nell'ambito del festival dell'Economia.
La traduzione è imperfetta e l'intervista consente di farsi solo un'idea generale del pensiero di Amartya Sen. Comunque, il concetto di fiducia - l'importanza della fiducia che i cittadini devono riporre nel mercato e nell'economia, che non deve essere tradita (come è avvenuto in occasione dell'ultima crisi finanziaria) - mi pare sia stato sottolineato (fra gli altri) da Innocenzo Cipolletta nel suo ultimo libro, "Banchieri, politici e militari" (Laterza). Peraltro in Italia, paese da sempre afflitto da un'evasione fiscale spaventosa e da un tasso di corruzione altissimo (nella parola "corruzione" comprendiamo anche il problema del conflitto di interessi che il nostro presidente del Consiglio si trascina appreso), mi chiedo cosa significhi avere fiducia nel mercato e nell'economia. L'Italia è un paese cinico, afflitto da una cronica sfiducia nei confronti di tutto ciò che è bene comune, equilibrio dei poteri, senso delle istituzioni. Un paese in cui le grandezze economiche sono continuamente manipolate per interessi e obiettivi politici (succede ovunque, ovviamente, ma come qui? Ci sono stati altri paesi che per anni hanno mandato in pensione intere categorie di occupati dopo 15 anni di lavoro, sacrificando con un'alzata di spalle le generazioni a venire?)
Che fiducia si può costruire su queste basi?
Siamo sempre - con le dovute eccezioni - i campioni del familismo amorale.

Anyway, il Festiva dell'economia di Trento è sempre un bel momento di confronto. Lo sarà anche quest'anno.

Corto Maltese recita Rimbaud



A cosa stai pensando?