Onna, 8 luglio, inizia il G8




Onna, ieri. In apertura del G8 il cancelliere tedesco Angela Merkel ha visitato il borgo, dove il terremoto ha distrutto il 90% delle abitazioni. La Germania si è impegnata a sostenere la ricostruzione di Onna anche come gesto simbolico, essendo stata questa località teatro di una strage nazista nel 1944.
A Onna i trentini, assieme alla Croce Rossa, stanno costruendo un villaggio di casette di legno per gli sfollati. Un'alternativa valida allo "yes we camp" di cui parlano oggi molti media.
Aggiungo che il G8 in realtà non mi pare sia partito male. Penso che certi attacchi scomposti a Berlusconi, come quello di Di Pietro ieri (per il quale B. non avrebbe neanche preparato un'agenda decente per il summit perché troppo impegnato a fornicare con le adolescenti) lascino il tempo che trovano (vabbé, poi ho visto questo siparietto fra lui e vespa e ho cambiato idea...)

Comunque, staremo a vedere.

(foto: m. pontoni)

Ancora su "La Stampa" di Geldof, ovvero: piccole rockstar sono cresciute

Sfogliando il numero speciale de "La Stampa" curato da Geldof e dedicato in parte all'Africa, salta agli occhi una cosa: come sarebbe interessante un quotidiano se le regole che presiedono alla sua composizione venissero rivoluzionate. Sì, perché Geldof (sapete di chi parlo, no? La rockstar, l'ex-leader dei Boomtown Rats, l'attore principale in "The Wall" di Alan Parker, l'ideatore di Live Aid...) ha fatto qualcosa di più intelligente che confezionare uno specialino sull'Africa da infilare nelle pagine centrali del giornale, stile inserto-staccabile (e cestinabile). No, ha fatto un giornale vero, solo dando più spazio alle notizie dall'Africa e in generale dal resto del mondo.
Così, per dire, il lettore trova una pagina su Marino, o su Ecclestone, e una sui dittatori africani o sulla nuova Liberia. Non so se afferrate la novità della cosa: il Terzo Mondo non è confinato nel suo angoletto, nella "pagina del Cuore", né negli esteri, e nemmeno nella sezione speciale che ogni tanto viene confezionata su un tema considerato poco interessante per la maggioranza dei lettori e purtuttavia ineludibile. No, l'Africa è nella cronaca, è nelle pagine "normali", nell'economia, nella cultura, ovunque. Risultato, un giornale normalmente più bello e interessante di quello che sfogli ogni giorno.
Insomma, piccole rockstar crescono, anzi sono cresciute, e a giudicare dai risultati che producono anche fuori dal loro mondo sono cresciute bene. Vuoi vedere che "sesso, droga e rock n roll" non è più uno slogan esauriente? Vuoi vedere che sanno fare anche dell'altro?

L'Africa, il G8, noi


Ieri il quotidiano la Stampa, per l'occasione "diretto" da Bob Geldof, è uscito con una falsa copertina dedicata all'Africa, titolata "l'opportunità"; dentro, uno speciale sull'Africa, ovviamente a più mani.
In prima abbiamo un editoriale di Bono, che parla del suo amore per l'Italia come patria del "bel canto" e di come un certo approccio melodico tipico della lirica abbia influenzato la musica degli U2; tutto questo per dire poi che in realtà il nostro Belpaese, pur se musicale e molto amato, non ha rispettato gli impegni assunti in seno al G8 per quanto riguarda gli aiuti all'Africa. E fin qui, diciamo, sono cose note (quelle riguardo all'Africa, non quelle riguardo alla passione del padre di Bono per La traviata). Persino Berlusconi ha riconosciuto che è così, gliene diamo atto.
Più articolati invece gli interventi successivi, che per una volta dipingono l'Africa non (soltanto) come un continente di miserie inenarrabili e guerre sempre inevitabilmente tribali (anche quando sono guerre pienamente politiche, come quelle che combattiamo noi). Andando oltre la solita giaculatoria sulla mancanza di aiuti internazionali (e anche oltre la sua antitesi, quella per la quale gli aiuti non servono a nulla e sono solo un business per l'Occidente, nonché per le leadership africane corrotte) in queste pagine si confrontano tesi diverse. C'è chi - parlando di globalizzazione - dice ad esempio che l'Africa soffre di poca globalizzazione e non di troppa globalizzazione, ovvero che esistono ancora forti barriere doganali (a danno dell'Africa) che impediscono al continente di approfittare veramente dell'apertura dei mercati: in particolare si parla di dazi "nascosti", sottoforma di sussidi che Europa e Usa concedono a settori strategici della loro industria agroalimentare.
C'è anche chi prova ad andare al di là dell'idea, ancora condivisa da molti, per cui in un continente così sottosviluppato qualsiasi tipo di sviluppo sia meglio che niente, e prova ad articolare ragionamenti ad esempio riguardo alle energie sostenibili (anche se suona un po' strano che chi finora ha inquinato a dismisura il mondo oggi chieda ai più poveri comportamenti "virtuosi"). Quel che è certo è che i cambiamenti climatici colpiscono anche i paesi poveri; loro, anzi, sono ancora più esposti.
Tony Blair parla del presidente del Ruanda Kagame come di un esempio da imitare, cosa che farà arrabbiare qualcuno a casa nostra (ad esempio Beati i costruttori di pace). Romano Prodi invece dice una cosa parzialmente condivisibile, ovvero che bisogna dare fiducia all'Unione africana per le operazioni di peace keeping, anche se il Consiglio di sicurezza dell'Onu la pensa diversamente (non in blocco, per fortuna).
In generale (e riprendo qui quello che ho scritto anche su questo bel sito) credo bisognerebbe evitare, ancora una volta, le opposte generalizzazioni. Indubbiamente l'immagine di un Africa in perenne emergenza, un'Africa solo e soltanto ammalata, affamata, strangolata, bisognosa di aiuti, si sta appannando. Ed è un bene. Speriamo che da questo ripensamento emergano le cose positive di un continente che comunque attrae noi occidentali - se no non saremmo ancora qui a parlare, a vanvera, di "mal d'Africa" - anche nella forma delle migliaia di cooperanti, volontari, missionari che vi risiedono più o meno stabilmente e sono felici di stare lì (si spera non solo per gli stipendi). Un continente di cui si dovrebbe conoscere un po' di più almeno la storia, e poi forse anche (è cosa più difficile) la cultura, ovviamente nelle sue dinamiche di cambiamento.
Al tempo stesso, quando sento qualche nostro esperto dire che nel futuro dell'Africa c'è un'evoluzione di tipo "cinese" resto perplesso: primo perché non so se questo è un destino desiderabile per l'Africa (dopotutto, stiamo solo ora cominciando a rallegrarci del fatto che molte nazioni africane si stanno democratizzando; non dovremmo dimenticare che lo sviluppo della Cina segue il modello "via prussiana allo sviluppo", cioè tanto lavoro, tanta crescita, nessuna democrazia). Poi perché l'Africa è grande, e se in qualche paese possiamo osservare una crescita economica e un miglioramento degli standard di vita, in qualche altro la situazione è addirittura peggiorata rispetto a 10-15 anni fa. Se guardiamo all'Africa dalla prospettiva della Repubblica democratica del Congo, dell'Eritrea o della Somalia, direi che nulla ci induce ad essere ottimisti.
Insomma, credo sia bene che non si parli solo di povertà, di aiuti, di percentuali di donazioni sul Pil; credo sia però anche giusto dire ad esempio che la crisi economica internazionale non impatta solo sui paesi ricchi ma anche sull'Africa, come ho sentito raccontare dal presidente del Mozambico Guebuza solo un anno fa, a Maputo. Certo è che l'Africa è parte del mondo, non cosa a sé stante. I suoi destini sono inevitabilmente legati ai nostri.

Ps: nonostante quello che ho detto all'inizio, Bono si conferma un grande comunicatore. Sa dire le cose in maniera semplice, accattivante, mai pedante. E se non è merito suo, lo è di certo del suo ghost writer.

Foto: Uganda, sorgenti del Nilo a Jinja (foto: M. Pontoni)

Woodstock '69: i mod fra gli hippy



40 anni dal festival di Woodstock, primo grande evento della controcultura pop ad essere sfruttato industrialmente in maniera massiccia (dischi, film...).
Ma anche un grande incontro di culture giovanili diverse, accomunate dagli amplificatori. Qui sopra gli Who, inglesi, proletari incazzati, re dei Mod, si contaminano con la cultura hippy, americana, californiana, pacifista, "borghese". Via le giacchette strette, largo alle frange.
Sotto: Richie Havens (che vidi in concerto a Bolzano nel...1982?) improvvisa la sua canzone migliore. Gli dissero di tirare in lungo la sua parte, perché il gruppo successivo non era ancora pronto, lui partì con questo pezzo, salmodiando "Freedom", ed entrò nella leggenda. Erano ancora gli anni '60, neri e bianchi assieme non era consueto, in qualche stato americano le leggi razziali erano appena state abolite (il presidente Johnson doveva dare qualcosa ai black americans in cambio del loro sangue sparso in Vietnam).
Ciononostante, Freedom, freedom anche per l'Iran, oggigiorno. Freedom per la Birmania, l'Honduras, il Tibet.

The piano has been drinkin' (not me)



E' divertente. E' poetico. Non ridicolo.
Ridicola è una pubblicità che ho visto stasera: "Friskies life plus nutrition", quante altre stronzate inglesi dovremo fare ingoiare ai nostri gatti? Ridicolo è il titolo di una nuova serie di Rai 1, "Amori con...turbanti", quanto avranno pagato il tizio che l'ha inventato?
The piano has been drinkin' (not me). E' il 1977. Un talk show, la spalla del conduttore sembra Brunetta. Tom Waits è giovane, e incarna il suo primo personaggio, il piano-man alcolista bukowskiano (non ancora lo spettro sardonico brechtiano che verrà poi).
E' il piano che ha bevuto. Non io. Non il televisore. Non il Pc. Non il tramonto. Non la notte fuori dalla finestra, nel parco, accanto alla sabbiera. Non le bambine. Non la libreria. Non quel tizio pelato, con l'intelligenza di una staccionata. Non il concerto. Non il non-concerto. Non la e-mail. Non la non e-mail. E' il piano che ha bevuto. Non il letto, non il creativo, non la pubblicità del Friskies cibo per gatti anglofili alienati, non gli amori con...turbanti, timido accenno alla società multietnica nell'Italia leghista, è il piano che ha bevuto, non Innsbruck, non Pitigliano, non Butembo, non Stivor, non Aiquile, è il piano, non Trento, non le montagne che danzano attorno a questa buca, non l'autostrada-serpente, non il granchio-pagliaccio, non i tuoni e i fulmini, non le albe strepitanti, non il mio fratellino non nato, è il piano che ha bevuto, non mio padre, certamente non io, non io, non io.

Tu, Berlusconi e i tuoi...



L'avevo scritto in maniera più forbita su "La nuova Ferrara", ma nella sostanza è questo. "Siete i difensori della famiglia, della morale cattolica, fate i Family Days e andate a puttane!".

Little Wing



E questa invece è una canzone che suona (sia nell'originale di Hendrix sia in questa versione di Sting, non una delle tante) come un inno alla vita (e alla chitarra elettrica). Meno elegante di quelle jazzate che Sting ha realizzato con la Gil Evans Orchestra, meno perfetta di quella incisa sul disco, ha comunque il potere di farti felice.

Lei sta passeggiando fra le nuvole
Con il circo della sua mente che corre sfrenato
Farfalle e zebre e raggi di luna e storie di fate
Questo da sempre il mondo dei suoi pensieri
Cavalcando con il vento

Quando sono triste lei viene da me
A regalarmi mille sorrisi
Va tutto bene, dice, va tutto bene
Prendi da me tutto quello che vuoi
Qualsiasi cosa, qualsiasi cosa

Vola, piccola ala

Spero di morire prima di diventare vecchio



Del resto, dagli Who in poi questa è sempre stata l'aspirazione delle popstars (talkin' 'bout my generation).

Michael Jackson, geniale pacchiano



Michael Jackson come Elvis, alla fine. Entrambe star "trasversali", capaci di unire pubblici diversi, generazioni diverse. Michael Jackson più di altri ha mescolato le carte, ha portato la musica nera ad un pubblico vastissimo, non solo "bianco" ma mondiale, frullando il R&B e il funky con l'elettronica, il rap, il rock (ricordate l'assolo di "Beat it", affidato a quello che all'epoca era IL chitarrista metal per eccellenza, Edward Van Halen?). Certo, prima di lui o accanto a lui c'erano stati Diana Ross, Tina Turner e Marvin Gaye, c'erano state altre star della Motown e della disco music, ma con Michael Jackson tutto è avvenuto su scala più vasta. E dopo di lui (e di Madonna), la dance è rimasta quella cosa che conosciamo, quella cosa enorme che oggi bacia in fronte Britney, Justin' e co. Michael Jackson è stato anche tra i primi a forzare i confini della videomusica, facendone, con "Thriller", un business pazzesco e una forma d'arte a se stante. Ed è stato, ovviamente, uno dei più radicali sperimentatori con la chirurgia plastica; anche fisicamente è diventato un "bianconero", un meticcio virtuale, prodotto da bisturi e collagene, un cartone animato danzante, senza razza né età, molto bello da giovane, diciamo fino alla fine degli anni '80.
Infine, come Elvis, Michael Jackson è morto soffocato da troppa fama, troppe nevrosi, troppi debiti, troppi cattivi consiglieri. Del resto, era un musicista geniale (o forse geniale era Prince, lui era il musicista giusto al momento giusto, diciamo), ma era anche un bambino, con i gusti zuccherosi di un bambino, disarmanti in un uomo fatto.
Nel mio libro (non gli faccio pubblicità spesso, ne converrete), l'ho trattato un po' male. Ecco il passaggio.

"Una sera ho guardato un'intervista a Michael Jackson. Ero avvolto dalla nebbia della malattia, comunque riuscivo ancora a ragionare; e ho pensato che è strano il modo in cui la sorte distribuisce i suoi talenti alla gente. Jackson è indubbiamente un talento musicale, abbastanza versatile da coprire canto, composizione, ballo, coreografia, ideazione e regia di video tra i migliori della storia della musica pop. Al tempo stesso, è una persona del tutto priva di cultura e di gusto.
La sua casa – la casa che mostravano in tv – un luna park infantile e ridondante, con tanto di zoo privato: e per le vacanze si sposta in un albergo a Las Vegas (!), città che con le sue luci, i suoi scenari di cartapesta, la sua grandiosità kitsch è esteticamente identica alla sua casa.
Il senso del bello di Michael Jackson è modellato sulle architetture e sugli arredi dei centri commerciali. Dice al giornalista di ammirare 'un meraviglioso soffitto a cassettoni', come se fosse veramente un soffitto a cassettoni del '500 e non la sua imitazione in un megastore. Nel suo shopping miliardario Jackson fa incetta di cose che farebbero inorridire chiunque sia dotato di un briciolo di educazione artistica. Quadri, anfore: oggetti che sono la più totale negazione dello stile e del valore, anche se costosissimi. In una parola: pacchiani, fatti per impressionare un bambino.
Non so dire in realtà se Michael Jackson sia come il resto dei suoi connazionali. Se davvero incarni le preferenze dell'americano medio, l'americano tamarro coi dollari, da barzelletta, che ti chiede se Dante è ancora vivo o se si può comperare un pezzo di Colosseo. Il tipo di persona che, non essendo abituata a vivere circondata dalle opere d'arte lasciate dalle generazioni passate è incapace di distinguere ciò che vale davvero da ciò che vale nulla (anche se per averlo bisogna staccare un assegno con molti zeri).
Può darsi che sia così. In ogni caso, fa impressione vedere come un uomo ricco, famoso e dotato di una grande creatività, un uomo ammirato dai ragazzi e dalle ragazze di tutto il mondo, sia una così totale testa di cazzo."

da Music Box, Curcu& Genovese, Trento, 2006.

Però devo dire anche che non credo abbia mai fatto del male a qualcuno, men che meno a dei bambini. Forse solo a se stesso.
You are not alone (per quanto non scritta da lui) commuove un po' a sentirla, oggi. Il video non si può postare perché youtube li ha tutti disabilitati (succede sempre più spesso), ma il testo, così semplice, esprime quello che deve avere provato lui in tutti questi ultimi anni di successo-non-successo, processi, media spietati e chirurgie plastiche.

Un altro giorno è andato
Io sono ancora tutto solo
Come può essere
Tu non sei qui con me
Non hai mai detto arrivederci
Qualcuno mi dica perchè
Sei dovuta andare
lasciando il mio mondo così freddo

Qui un esempio piuttosto spassoso dell'influenza planetaria di Jackson.

Dolomiti patrimonio dell'umanità


Non so se n'è accorto qualcuno, occupati come eravamo a discutere della morte di Michele Jackson, ma ieri, 26 giugno, a Siviglia, le Dolomiti sono state proclamate patrimonio dell'umanità dell'Unesco (all'unanimità, ovvero tutti i 21 membri della commissione hanno detto sì). Ora, lo so che in ogni paesuccolo in cui andate in vacanza c'è un patrimonio dell'umanità da andare a vedere, ma qui si parla di qualcosa di un po' più raro, ovvero della lista dei beni naturali dell'Unesco, non di quelli culturali. Tanto per dire, in Italia solo un altro sito ha ottenuto questo riconoscimento, le isole Eolie.
Io sulle Dolomiti ci vado poco, perchè le trovo già un po' troppo sfruttate turisticamente, forse, o perché amo paesaggi più severi. Però, insomma, fa piacere il riconoscimento ufficiale a questi giganti di pietra corallina dalle forme incredibili, a questi monti pallidi spalmati sul territorio di 5 province (Trento, Bolzano, Belluno, Pordenone, Udine; perciò si parla di un riconoscimento "seriale", andato cioé a un bene sparso su un'area molto vasta che interessa entità politico-amministrative diverse). Che lasciarono a bocca aperta i primi grandi viaggiatori che le visitarono (lasciamo stare il termine "scoprire", che non è corretto neanche per l'Africa), e che diedero per secoli asilo a popolazioni di lingue e culture diverse (i ladini su tutti, ma oggi anche i tanti slavi o marocchini che lavorano nelle cucine degli alberghi). Che costituiscono un museo geologico a cielo aperto di enorme importanza, mai abbastanza studiato. Che sono il sogno del sublime di chi la montagna magari l'ha solo immaginata, con quelle verticalità estreme, quelle cime seghettate, quei pinnacoli, quei profili, quei colori. Che ogni tanto sfarinano, vengon giù, come avvenne un paio d'anni fa in val Fiscalina, Alto Adige (potenza dei cambiamenti climatici?) ma che per il momento rappresentano un fondale strepitoso dove far tramontare il sole.
Sui giornali già si confrontano due posizioni: c'è chi dice che il tutto è solo un affare e che non significherà più tutela delle montagne, e chi invece sostiene che la montagna non è un museo ad uso e consumo dei professorini e degli avvocatuzzi di città, che va vissuta e deve dare da vivere. Probabilmente la verità, come spesso accade, sta nel mezzo: è vero che vivere in montagna non è uno scherzo e chi lo fa non vuole troppi freni e troppi vincoli imposti dall'alto, ma è anche vero che le genti di montagna in quanto ad avidità a volte non scherzano neanche loro e che un freno agli appetiti dei "cittadini" che vedono nelle alte quote solo il luogo dove farsi la seconda casa va messo. Il sindaco di Lipari dice che dopo il riconoscimento alle Eolie sono successe cose contraddittorie (e allarmanti): da un lato, a causa delle raccomandazioni Unesco, non vincolanti ma comunque "pesanti", è stata chiusa la cava di pomice, che era a tutti gli effetti un'attività economica vera, "autoctona", dall'altro c'è stato un boom del turismo, che è spesso più invasivo di altre industrie.
Io comunque spero che il riconoscimento Unesco si straduca in meno gatti delle nevi, mototour e piste da sci e in più cultura della montagna, ovvero, in più scarponi, piedi, agricoltura sostenibile. Spero inoltre che le Dolomiti siano sempre di più un luogo di meditazione, benessere, paesaggio, poesia.

Riguardo invece ad un cattivo uso del nome "Dolomiti" (per fare business addirittura in Cina, e da parte di una società che non avrebbe bisogno di questi mezzucci), leggi invece qui, anche se la storia è vecchia.
Vabbé, che poi alle agenzie turistiche cinesi (l'ho sentita con le mie orecchie) quello che interessa della nostra zona è Gardaland!

Di montagne e salite

Potendo scegliere, avrei scelto il mare.

La montagna, ho iniziato ad avvicinarmi tardi alla montagna, si sa, il mare è per i ragazzini, la montagna è per gli adulti.

Non parlo della montagna ibrida dei fondovalle; può essere più o meno bella, a volte un contrasto stridente fra i boschi verticali che si alzano oltre le ultime case e i capannoni della periferia, l'insalata urbana che trovi dappertutto: zone industriali, centri commerciali, neon, magazzini, discoteche, lottizzazioni. Da un punto di vista cittadino, la montagna significa forse una cosa, su tutte: non avere lunghi tramonti. Il sole va dietro la cresta, che se l'ingoia. E magari sono solo le quattro del pomeriggio.
Se fossi un fotografo direi che è meglio la pianura, dove il sole dura più a lungo e fa in tempo ad accarezzare muri e vetri con i suoi ultimi raggi, i più struggenti. Luce obliqua di tramonto, il "sottile suono di mercurio" che sentiva Dylan passeggiando da giovane, rumori di finestre, di piatti e posate nelle cucine, voci che fuoriescono dagli appartamenti.

Parlo dell'alta montagna.

L'alta montagna per me si raggiunge solo in un modo: camminando.
Niente orpelli, niente trucchi, niente seggiovie, ferri o ferrate.
Si va per i sentieri, quelli che hanno calcato i pastori prima di noi.
Niente corde, niente chiodi. Personalmente, penso che anche bastoni e bastoncini siano superflui.
L'alta montagna la si raggiunge dal basso. Più basso è più è fatica, ed è tanto di guadagnato. L'alta montagna fa parte di quel pugno di cose che è bello sudare per averle. L'alta montagna è pura ma è anche erotica.
L'alta montagna non necessita di nulla. Non musica, non ipod, non necessariamente compagnia. Alla fin fine, l'alta montagna è per gli spiriti stilizzati, per chi si inebria dell'essenziale, per chi dalla vita sfronda il superfluo, almeno un giorno all'anno: superflua tecnologia, superflue immagini sovrabbondanti, superflui pensieri d'ambizione, ego e vanagloria.

Si parte dal basso, allora, e la partenza di solito è la parte più dura. Si risalgono sentieri all'ombra dei larici, si risalgono valli, poi per pascoli, pini mughi, i gracchi fanno i loro mestieri aerei.
E' una fatica mentale, con cui fai a gara. Anche il piacere è mentale. Tutto nasce nella testa, poi si diparte, gambe, spalle, polpacci, mani.
Non bisogna essere né superuomini né superdonne. Bisogna avere i contatti interni a posto, le connessioni, l'io e il superio, l'in e l'out, bisogna che il respiro sia ritmico, l'ansimare ben bilanciato, gli alti e i bassi, anche il dolore al fianco, se del caso, anche il sudore che brucia negli occhi.

Scisti, granito, porfido, dolomie. Ogni roccia ha le sue qualità.

C'è sempre un momento in cui la montagna mi mostra il suo volto severo. C'è un momento di insicurezza, la sensazione, la vertigine di stare in equilibrio sulle spalle di un gigante, di essere sul punto di volare non in basso ma nello spazio, precipitando oltre le cime più alte oltre il cielo pieno di cicatrici oltre l'atmosfera nel vuoto senza attrito.
C'è a volte il cielo che si abbassa, le nuvole si fanno dense, cade la pioggia gelida, la grandine, l'alta montagna si rivela per ciò che è, un posto inadatto agli uomini, una pietraia ostile, sfasciumi e burroni e licheni e neve e laghi gelati e strapiombi e creste e frane.
C'è a volte un momento in cui la montagna fa pensare a Nietzsche, o al Kerouac dei "Vagabondi del Dharma" o a Eliot o a Krakauer. Suppongo dovrebbe fare pensare anche a Rigoni Stern e a Corona ma non lo so perché non li ho letti.

A volte penso che Jim Morrison si sarebbe divertito in montagna. Avrebbe fatto cose diverse che nel deserto. Avrebbe visto dei nella roccia e non fantasmi di indiani morti. Avrebbe visto il cristo dei fulmini aggirarsi nel pascolo con una verga in mano i capelli pieni di pioggia, avrebbe visto il dio delle mucche tenere a bada l'orso, avrebbe riconosciuto l'estasi semplice della montagna quando rasserena, le nuvole si aprono e scocca l'arcobaleno, un raggio colpisce la cima di fronte, l'ombra risale il versante, il limite, lo steccato, il limite è lì?

Il trionfo della cima è di breve durata. Non mi attardo sotto alle croci. In fondo è come finire l'amore. Subentra un altro tipo di desiderio.

Presto sei già sulla strada di casa.

Paradisi: Lavenna-Langfenn:





Passeggiata sull'altopiano del Salto, sopra San Genesio, 15 minuti d'auto da Bolzano città. Dall'Edelweiss la strada bianca si snoda fra pascoli e boschi fino a Lavenna-Langfenn (ristorante), e all'antica chiesa di San Giacomo. Lungo il cammino si trovano delle installazioni "rustiche" che sfruttano alberi e fienili, realizzate dai bambini della scuola di San Genesio: illustrano alcune leggende della zona, riepilogate in tre lingue su cippi di legno che, a intervalli regolari, invitano alla sosta. Sono storie dalla morale contadina, essenzialmente due ordini di insegnamenti:
1)se te la spassi, se godi troppo, sarai punito (storie del tipo: in quel fienile uomini e donne si ritrovavano per bere, ballare, condurre una vita licenziosa: una notte la terra si spalancò e li inghiotti...oppure, venne un diavolo e diede fuoco al tutto);
2) non essere avido e non chiedere mai l'origine delle tue fortune, accetta le cose come sono (storie del tipo: una strega regalò al giovane contadino un gomitolo che non finiva mai, l'ordine era che non ne cercasse mai la fine; un giorno uno straniero di passaggio vide la moglie del contadino tessere con questo gomitolo che non rimpiccioliva, volle cercare di disfarlo per trovare la fine e il gomitolo perse la sua magica proprietà).
La società contadina, ad ogni latitudine, produce queste morali: obbedisci alle leggi divine, porta rispetto verso ciò che non conosci, verso gli spiriti e la notte, e non cercare di emergere troppo, di distinguerti dagli altri (in Africa com'è noto era in uso per il big man organizzare delle grandi feste redistributive nel corso delle quali sacrificava gran parte della ricchezza accumulata - in genere sotto forma di bestiame - e anche ai giorni nostri chi ha la fortuna di trovare un lavoro in città viene subito assediato da orde di parenti questuanti, che ha l'obbligo morale di sfamare e soddisfare; in questo modo la ricchezza non si accumula, il meccanismo di accumulazione primitiva da cui scaturisce il capitalismo viene neutralizzato, non si crea una nuova classe borghese, le gerarchie tradizionali perpetuano il loro potere).

Bella, facile passeggiata in cui potresti dimenticare tutto, una locanda accogliente alla meta, l'Alto Adige è senz'altro il paradiso, ed è per questo che noi altoatesini, quando viaggiamo nel mondo, anche al cospetto dei luoghi più spettacolari, delle grandi meraviglie della natura, non rimaniamo mai con la bocca troppo spalancata. Siamo abituati al bello, in tutte le sue forme: l'idilliaco, il drammatico, il rustico, il lezioso, il barocco, il gentile, il sublime, persino il gotico e lo spettrale. Forse, ci manca solo il bello della modernità in vetrocemento, il bello dei grattacieli e delle superfici riflettenti, anche se a Bolzano gli architetti si sono dati da fare non poco (fin dai tempi del vituperato razionalismo, con buona pace di quei turisti che visitano solo i Portici).
Bella passeggiata che vorresti durasse all'infinito, vorresti essere un vagabondo con il bastone e la sacca sulle spalle, senza tecnologia, senza cellulari, senza microfibre, senza leghe speciali in carbonio, solo il cotone e le scarpe e la tua mente libera di vagare, di posarsi...