Avanti Pop


Metti un quartiere cittadino che ha conservato la dimensione del paese, a ridosso di una fabbrica gigantesca di quelle "di una volta", un cementificio bianco delle polveri delle sue lavorazioni fino alla cima delle ciminiere, anche se dismesso da anni. Aggiungici un gruppo italiano fra i più tosti in circolazione, i Tetes de Bois, una matita del calibro di Staino, un "ospite speciale" che a sua volta rappresenta una delle migliori voci che il pop italico abbia sfornato, Francesco Di Giacomo del Banco del Mutuo Soccorso. Agita il tutto in una location singolare, la galleria di una statale dove fino a qualche mese fa sfrecciavano i tir, e avrai il cocktail servito ieri sera a Piedicastello, Trento, battezzato dai suoi creatori "Avanti Pop".

Tappa del progetto (tour sarebbe riduttivo) che i Tetes de Bois stanno portando in giro per l'Italia, dalla Locride alle Dolomiti, attraverso le storie e i fantasmi che popolano le fabbriche dismesse del Belpaese, lo spettacolo ha scavato in profondità nella memoria di un quartiere fino a poco tempo fa martirizzato anche da un'arteria stradale che aggiungeva nuove polveri e nuovo rumore a quelli prodotti per anni dall'Italcementi. E proprio all'ombra dell'Italcementi - oggi in attesa di nuova identità nel contesto di una Trento in profonda, radicale trasformazione - è inziata la serata, aperta dalla corale "Bella ciao"con alcuni dei canti storici della tradizione operaia e contadina: "Siur padrun", "Gli scariolanti", "La mondina", "Amore mio non piangere". Di Giacomo ha poi preso in consegna gli spettatori - pochi ma buoni - portandoli nella piazzetta del quartiere, per una sorta di amarcòrd di come la vita doveva essere un tempo (o forse, chissà, solo una ricostruzione di come avremmo voluto che fosse): accanto alla fontana, un quartetto mandolinistico, "Neuma", ad accompagnare le arie di Sabrina Modena, affacciata al balcone di una delle case vecchie.

E poi tutti in galleria, dove i Tetes de Bois hanno suonato per più di un'ora, mentre alle loro spalle si materializzavano le vignette di Staino, con il celebre Bobo. Ma soprattutto, a prendere la parola è stato il quartiere, rispolverando una brutta storia del 1963, quando un tentativo di speculazione edilizia stava per metterne in forse l'esistenza. Dopo una modesta frana di sassi dal Doss Trento, il "panettone" di roccia che sovrasta le case (tipico luogo di insediamenti neolitici), le autorità decisero di svuotare Piedicastello, trasferendone gli abitanti in altri quartieri cittadini. Dietro, come denunciato in una lettera da Livia Battisti, figlia del celebre irredentista, si intravvedevano le manovre speculative della Italcementi, decisa ad utilizzare il Doss come cava. Alla fine, non se ne fece nulla, fortunatamente, anche se alcune famiglie se ne andarono e nella memoria storica rimase per sempre incisa una pessima vicenda di intrallazzi industrial-politici.

Ma nella galleria anche altre testimonianze, ad esempio quella di un bambino claudicante che portava le capre a pascolare in montagna, prima di diventare cameriere finendo - passo passo, da un bar a un albergo e poi a un'albergo più grande e così via - fino a Buckingham Palace, maggiordomo della regina d'Inghilterra; una storia da romanzo di Baricco, solo che è vera (a volte allora la realtà assomiglia un pochino ai romanzi di Baricco?), e a raccontarla c'era il suo protagonista, oggi ultraottantenne. E poi, ovviamente, tanta buona musica: fra le canzoni, una versione da brivido de "Albatros", rilettura dei Tetes de Bois della poesia di Baudelaire ("i grandi uccelli del mare dalle ali giganti, derisi dai rozzi marinai quando precipitano sulla tolda delle navi, oggi sono gli immigrati") e una superba "Imagine", per la voce di Di Giacomo.

E poi, lasciatemi dire, ma per una sera la sensazione - anche per me che ero lì da solo - di essere in mezzo ad amici. Cioè a gente che non predica l'odio razziale, che partecipa ad un doveroso tributo ad un'Italia oggi scomparsa (per lo meno dall'immaginario collettivo, e forse anche dal panorama politico): quella operaia.
(Foto: i Tetes de Bois nel tunnel di Piedicastello - foto Cavagna)

Le città preferite

Secondo un sondaggio condotto dalle Lonely Planet, le guide dei viaggiatori "alternativi" (e oggi anche un po' puzzoni, quelli che definiscono un ristorante in centro appena decente "turist trap"), l'elenco delle dieci città preferite dai visitatori è, in ordine alfabetico: Anversa, Beirut, Chicago, Glasgow, Lisbona, Città del Messico, San Paolo del Brasile, Shanghai, Varsavia e Zurigo. L'elenco è stato compilato tenendo conto dell'indice di gradimento dei lettori delle guide e delle segnalazioni degli esperti che le compilano. Ovviamente l'elenco è una sorpresa perché non figurano alcune delle città più famose - e amate - del mondo, come New York, Parigi o Praga. Ma può essere un buon viatico per chi cerca mete interessanti e fuori dalle piste più battute.
Con lo stesso criterio - città interessanti e non scontate - ecco le mie dieci.

Oporto: se Lisbona è languida, decadente, il Tago + un quadro impressionista + la poesia obliqua di Fernando Pessoa, Oporto è atlantica, modernista, di marmo (quello dei palazzi) e acciaio (quello dei ponti che scavalcano il Douro, uno di Eiffel). Molte cose da vedere anche se a volte nascoste: la Bolsa, la cattedrale con l'ossario, il "palazzo di Cristallo" (bel parco, con solario dove degustare il Porto). E sull'altra riva, le cantine del vino liquoroso più famoso del mondo.
Beijing: vabbé, dire Shangai fa più figo, e Shangai ha una skyline stile "Blade runner", ma è a Pechino che ci sono i monumenti più famosi della Cina, la Città proibita, il tempio del Cielo, e a un'ora dal centro la Grande muraglia. Ma Pechino, nonostante il cielo lattiginoso, il traffico, l'avanzare del vetrocemento a spese dei vecchi Hutong, è anche altro: un laboratorio di arte contemporanea al 798, per esempio. Una città piena di parchi spettacolari. Una metropoli facile da girare con una metropolitana fra le più semplici ed efficaci del mondo, e una rete capillare di taxi economicissimi.
Regensburg: piaccia o meno Benedetto XVI (a me non piace) la sua città è splendida e piena di vita. La ricordo d'inverno (per tastare veramente il polso a una città bisogna andarci d'inverno), animata da migliaia di studenti. Il ponte romano, le isole sul Reno, giocattoli e birrerie. Risparmiata dai bombardamenti della Seconda guerra mondiale, conserva un fascino speciale anche in una regione come la Baviera, dove le città di fascino non mancano.
Maputo: capitale del Mozambico, affacciata sull'Oceano indiano, è una metropoli africana, come tale non esente dai problemi ben noti. Ma è anche una bella città, di palazzi stile realismo socialista e piccoli gioielli dell'architettura coloniale portoghese, con i suoi lungomare, le sue strade dove fiorisce il commercio informale, il suo mercato del pesce dove mangerete da dio se solo saprete adattarvi alle regole della casa. L'ho girata a piedi di notte e nessuno mi ha torto un capello. Nel vecchio forte vicino al porto e al mercato dell'artigianato riposano le spoglie di Ngungunhane, ultimo grande condottiero di questa parte del Continente nero.
Bahia: più che San Paolo direi che è questa la vera alternativa a Rio. Affacciata sulla baia di tutti i santi, è la città del Candomblé, degli Orixàs (gli dei del pantheon afro-brasiliano), della festa mobile continua nel Pelourinho, il quartiere "storico", nella città alta (ci vidi suonare gli Olodun, orchestra di tamburi che suonò anche con Paul Simon, gratis, in piazza). Una città nera delle culture degli schiavi di un tempo, una città musicale e magica, sensuale e letteraria. Con spiagge tutt'intorno.
Cochabamba (nella foto sopra) : meno "estrema" di La Paz, questa città boliviana si distende su una pianura circondata da montagne aride, senz'acqua. Non so bene perché si dovrebbe visitarla se non per avere un'idea di una città andina "normale", senza cose superlative da vedere (a parte un mercato affollatissimo, punto di raccolta per tutte le popolazioni indiane della zona). Il languore, la tristezza e le baraccopoli abbarbicate sulle pendici dei monti sono quelle tipiche del continente. Uscendo dalla città, si sale sugli altopiani spazzati dal vento e dalla solitudine. Ma si può anche scendere in poche ore in Amazonia.
Colombo: scendete al Galle Face hotel, prendete una stanza nell'ala vecchia di questo leggendario hotel coloniale (tra l'altro, è quella più economica). Poi uscite a passeggio sul lungomare, guardate i bambini che giocano con le onde dell'Oceano sempre mosso, le coppiette che flirtano sulle panchine, nascoste dietro a un ombrello, mangiate qualche stuzzichino. Anche La capitale dello Sri Lanka non impressiona con la maestosità dei suoi monumenti, ma nasconde molte cose interessanti da vedere, ed è il punto di partenza obbligato per visitare un paese meraviglioso. Peccato che ogni tanto esploda una bomba...
Palermo: ti chiedi: perché tutte queste macerie, nel più grande centro storico d'Europa? Ti rispondono: "La guerra...". E tu pensi di esserti perso qualcosa, della storia recente. Ma no, è ancora QUELLA GUERRA, la Seconda mondiale! A parte questo, a parte il controllo capilare fino in ogni vicolo da parte di chi voi ben sapete, a parte i fatti di cronaca ecc. ecc. è un'altra città di mare fantasmagorica. E la cripta dei Cappuccini, con le sue migliaia di scheletri perfettamente vestiti, uno dei luoghi più surreali al mondo.
Brasov-Sighisoara: so che non vale segnalarne due, ma sono nella stessa regione, la Transilvania, lo stesso paese, la Romania, e sono collegate dal treno, quindi si possono vedere facilmente assieme. Io lo feci all'epoca del comunismo, di Ceausescu il "conducator". Ma credo che l'atmosfera sia rimasta. Quale? Beh, un po' sinistra, visto che sono le terre di Dracula (quello storico, Vlad Tepes, detto "l'impalatore"!). Siamo in Europa, ma raramente mi sono sentito così...lontano. E stavo bene.
Pitigliano: ok, non è una città. ma questo paesino medioevale in cima ad una rupe di tufo, nella Maremma profonda, per me è il paesaggio italiano più sensazionale. Andateci d'inverno. Andateci di notte. Visitate il quartiere ebraico. Prendete una stanza affacciata sullo strapiombo, nell'hotel di fronte alle mura della città. Sentitevi un po' meno latini, e un po' più etruschi.

Mountains








"Nelle montagne, là ci si sente liberi..."
T.S. Eliot, La terra desolata

"Non salgo mai sopra i 2.000, mi interessa la montagna abitata dall'uomo, è lì che cambia."
Flavio Faganello, fotografo

L'emozione e la conoscenza


Sabato farò il giurato ad un festival cinematografico, per la precisione il festival di cinema religioso di Trento (collaborazioni attive o in start up con varie sedi sparse per il mondo da Ferrara a Gerusalemme, da Bolzano a San Paolo).

Conosco questa manifestazione dai suoi esordi, e mi ha fatto molto piacere essere stato coinvolto. Sono un agnostico come poteva esserlo Protagora, credo, che aveva ben presente i limiti dell'uomo quando si imbarca in discorsi che riguardano il non-umano, cioè gli dei. Sono un esemplare di non-credente che dialoga volentieri con chi invece credente è, indipendentemente dalla fede professata. Ho visto abbastanza missionari in giro per il mondo, abbastanza maomettani e monaci buddisti (compreso mr. Tenzin Gyatso qui sopra. E...sì, in effetti, sembro un po' Forrest Gump) da essere ormai vaccinato contro la tentazione di generalizzare qualsivoglia giudizio negativo possa aver formulato nei confronti di un papa, un vescovo, un mullah, una gerarchia eclesiastica. Almeno fino a quando potrò continuare la mia vita priva di fedi ma irresistibilmente attratta dal misticismo senza essere importunato da un talebano o un tribunale dell'Inquisizione. Comunque, ero alla presentazione dell'evento, ieri, e il presidente della nostra giuria ha detto bene una cosa che ho sempre saputo ma che non ho mai formulato in questi termini. "Il cinema non è solo emozione superficiale, quella che passa e non lascia il segno. Il cinema può far scaturire un'emozione che è anche conoscenza, che è anche comprensione".

Comprendere attraverso l'emozione. Sì, è quello che mi succede ascoltando la musica. Ascoltando ad esempio, come stamattina, un vetusto pezzo dei primi anni '80 come "Sunday bloody sunday". Posso aver letto dei libri su quella domenica di sangue del 1972 a Derry, Irlanda del Nord, quando i paracadustisti inglesi spararono contro i cattolici radunatisi per una manifestazione di protesta, uccidendone 13 (alcuni colpiti alle spalle, mentre scappavano). E certo, avere letto, avere studiato, mi avrà senz'altro aiutato a conoscere, a capire, a razionalizzare. Ma quando sento quella canzone, quegli accordi di chitarra che l'introducono, quella batteria che simula il tempo di una marcetta militare, è un altro tipo di conoscenza che passa per i miei centri nervosi, è un altro tipo di comprensione (e di commozione, e di sdegno) che mi infiamma la pelle. Una volta forse temevo questo genere di cose. Studente zelante, seguace di Max Weber e del metodo dell'avalutatività, pensavo che la conoscenza dovesse essere depurata non solo dai giudizi di valore ma anche dall'eccessiva emozione. Perché l'emozione scalda, confonde, impedisce di analizzare a mente fredda, di pesare le variabili, le concause, i fattori e le loro interazioni. A teatro, mi convinceva Brecht, soprattutto. Il distacco con cui lo spettatore deve guardare al contenuto dell'opera. Marx e la scienza contrapposti all'anarchismo e alla passione.

Oggi la penso un po' diversamente. Penso che si può conoscere anche col corpo. E col cuore. Che i brividi, il riso, le lacrime, non vanno espulsi con leggerezza dai percorsi cognitivi. Del resto, nei laboratori di A.I. si insegna l'umorismo ai computer. Noi non siamo computer; quindi abbiamo qualche vantaggio.

Vigili sceriffi

Un altro cittadino - incidentalmente (ma forse non tanto) di origini africane - malmenato e ammanettato per una sciocchezza, una macchina parcheggiata in divieto di sosta. Responsabili, ancora una volta i vigili, ovvero queste polizie locali a cui dovrebbe essere delegata la sicurezza delle nostre città.
Ora, l'Italia per fortuna non è il Texas. L'ultima cosa di cui abbiamo bisogno è di gente impreparata che si mette a menare le mani a sproposito.
Forse non avrei nemmeno notato il problema se un amico - al di sopra di ogni sospetto - non me l'avesse fatto notare. Lui ha fatto il carabiniere, è stato anche in posti dove veramente la repressione non è mai troppa (uso volutamente una parola che non apparterebbe al mio vocabolario) e sa distinguere un intervento anche "pesante" ma giustificato da uno assolutamente gratuito.
E questi ultimi fatti qui, da Parma a Milano, di sicuro giustificati non sono. A chi affidiamo la nostra sicurezza? A chi mettiamo in mano pistole e manette? E soprattutto: a chi rispondono questi individui quando abusano del loro potere?
Non sono fra quelli che ritengono che la malavita vada fronteggiata con le petunie, e nella sostanza approvo Maroni quando parla di guerra civile a proposito della mafia (e questa è la prima volta nella mia vita in cui sono d'accordo con un leghista). Ma quando poi si leggono certe notizie cascano le braccia.
SOS AGAINST RACISM
e parafrasando il vecchio Camerini "vigile urbano, per favore, non pestare più, non ammanettare più..."

Quelli che amiamo non muoiono


"Quelli che ami non muoiono" intitola Mario Fortunato il suo ultimo libro, edito da Bombiani (citando Brodskij). Ed è così.

C'è un bell'articolo oggi su XL di Repubblica, dedicato a Joe Strummer.
Joe Strummer, cantante e chitarista dei Clash (non uso la parola "leader", penso non sia intonata al gruppo) è morto nel dicembre 2002. I Clash rappresentano, nella storia del rock e in generale della cultura (controcultura? si usa ancora questa parola?) contemporanea, il gruppo punk per eccellenza, assieme ai Sex Pistols. Se penso a come erano conosciuti, amati, osannati all'inizio degli anni '80, la loro parabola discendente ha dell'incredibile.

Recentemente ho visto "The future is unwritten", del regista Julien Temple. Una testimonianza completa e a tratti commovente dell'artista e dell'uomo: figlio di un diplomatico - il che cozzava un po' con l'immagine del "clash city rocker" ribelle e scavava un solco con l'altra primadonna del punk targato 1976, Johnny Rotten-Lydon, appartenente invece al verace proletariato londinese di origine irlandese - Strummer aveva viaggiato molto e aveva studiato in un college assieme al fratello (che morì suicida giovanissimo), prima di tuffarsi nel mondo rutilante della Londra alternativa. Il successo dei Clash fu molto veloce, come per altri gruppi dell'epoca, che diedero un calcio in pancia all'accademia del rock, Led Zep , Genesis, Jethro Tull e compagnia, restituendo alla musica l'urgenza originaria (quella che fa imbracciare le chitarre a tanti ragazzi in ogni parte del mondo anche se sanno suonare solo 3 accordi). Ma la loro carriera terminò presto; già nel settembre dell'83 la formazione storica aveva cessato di esistere, con l'allontanamento dalla band di Mick Jones. Il gruppo come tale morì 2 anni dopo.

Dei Clash restano dischi storici: l'album di esordio, innanzitutto, quintessenza del vero punk-rock, dove già il rock "bianco" incontrava il reggae e il dub "neri", prefigurando i nuovi orizzonti della musica pop, meticci e multietnici. E poi "London Calling", vera enciclopedia musicale, e "Sandinista", di cui all'epoca si scrisse: "Ha costretto i giornalisti musicali a rispolverare i libri di storia per scoprire chi era Sandino e a interessarsi alle vicende del Nicaragua (travagliato paese dell'America centrale all'epoca lacerato da una guerriglia finanziata dagli Usa, con le modalità che poi lo scandalo Oliver North renderà note: vendita sottobanco di armi all'Iran di Khomeini, ovvero a uno dei paesi del cosiddetto "asse del male", per finanziare appunto la guerriglia Contra in Nicaragua ndr).

E poi, come dimenticare i loro ultimi successi, in particolare il gioioso, liberatorio, "Rock the Kasbah", con quel video in cui un rabbino e uno sceicco se ne vanno a braccetto per il deserto scolandosi una bottiglia di wisky? Tutti avremmo voluto vivere in un mondo così, anziché in quello della guerra fredda , dello scudo spaziale e Ronald Reagan.

Ma siccome a me affascinano sempre le vicende "ultime" dei personaggi famosi, quelle che scivolano oltre i riflettori (non so, come avrà passato il suo tempo Napoleone a Sant'Elena, per esempio?), della testimonianza pubblicata oggi sul supplemento di Repubblica, di un discografico della Polygram che curò il tentativo di rilancio di Joe Strummer nel mondo musicale, alla fine degli anni '90, mi colpiscono soprattutto alcuni dettagli. Perché è da questo, è dai dettagli, che vedi di che pasta è fatta una persona.

Cito:

"...l'artista inglese Damien Hirst, suo grande fan e amico, gli aveva detto: «Tu devi tornare assolutamente a fare il tuo lavoro. Ma per farlo devi reintrodurti, conoscere gente, far capire chi eri, la tua storia...».Qualche settimana dopo è venuto a Milano per le interviste (...). La prima sera andammo a cena. Ci trovammo in un bar assolutamente anonimo vicino a Corso Buenos Aires a Milano. Non c'erano limousine a disposizione, come all'epoca era consuetudine per gli artisti, lui non l'aveva voluta. Ma c'era un mio amico con una golf turbodiesel scassata che si offrì di accompagnarci a bere l'aperitivo e poi a cena. Strummer ci disse che voleva andare a mangiare in un ristorante siciliano e noi lo portammo al Merluzzo Felice, vicino a Piazzale Corvetto. Aveva sempre con sé il suo ghettoblaster e le sue lattine di bevande energetiche: ne comprava a decine in un negozio africano vicino alla stazione centrale e ce ne offriva in continuazione. Erano imbevibili, piene di caffeina. Arrivati al Merluzzo Felice ricordo che aveva tirato fuori un taccuino su cui prendeva appunti riguardo le cose che dicevamo. Mi faceva domande sulla situazione politica in Italia, era molto interessato a tutto quello che succedeva. Gli raccontai che anni prima mio fratello che non aveva ancora la macchina, si fece 40 chilometri in bicicletta per riuscire ad andare a vedere "Rude Boy", il rockumentary sui Clash del 1980. Lui mi chiese di telefonare a mio fratello e di passarglielo per poterlo in qualche modo ringraziare. Nel ristorante c'era un chitarrista - tipo Apicella, per intenderci - che suonava canzoni siciliane. A un certo punto della serata, Strummer prese la sua chitarra e si mise a suonare London Calling. La cameriera, all'inizio dubbiosa, chiese chi era davvero quel tipo che suonava. Quando noi gli dicemmo che era Joe Strummer lei scoppiò a piangere per l'emozione. Il giorno dopo un mio collega mi disse che i Negrita stavano girando un nuovo video e volevano che chiedessi a Strummer di rimanere per un cameo. Lui, prima di decidere, telefonò alla moglie e ai figli (che chiamava e di cui parlava in continuazione) e alla fine disse che gli sarebbe piaciuto davvero ma che doveva tornare a Londra per stare con la famiglia."

E' un po' il Joe Strummer che veniva fuori anche nel film. Un uomo che aveva assaporato la fama, il successo, le copertine dei giornali, la New York di Andy Warhol, e che si era anche abituato (forse un po' mestamente, ma senza disperazione alcolica o atteggiamenti da star decaduta) alla vita del padre di famiglia, alle passeggiate attorno a casa sua (beh, una tenuta, ovviamente...), alle feste tardo-hippy che periodicamente organizzava con gli amici, all'aperto, attorno a grandi falò.

Parafrasando Allen Ginsberg, lasciatemi dire "...ah, caro Joe, corto di capello, vecchio sincero maestro di coraggio...".

U2, October e la lezione di P.



Nel 1981 gli U2 erano quattro giovani irlandesi approdati al loro secondo album, intitolato 'October'. Non ancora delle star planetarie del rock. Per Bono il Palazzo di Vetro, il papa e i capi di stato erano lontani; il fallimento, invece, sempre possibile, come per tanti altri gruppi della stagione post-punk. 'October' era un album di rock appassionato, quasi mistico, pieno di rimandi alla Bibbia. E a volte stranamente etereo. Le voci, gli armonici di the Edge, i colpi secchi della batteria risuonavano in una vasta cavità ipogea. Tanto spazio fra uno strumento e l'altro. Echi e vento.

Era ottobre e avevamo deciso di andare a trovare P.
P. era diventato da poco il parroco del paese di B., la sua chiesa stava acquattata nel cuore del centro storico, in fondo al corso principale. Dietro il campanile, le montagne. Di là dalle montagne, l’estero.

P. era stato mandato lassù, a una manciatab di chilometri dal confine, dopo un paio d'anni trascorsi nella nostra città, dove avevamo frequentato la sua parrocchia. Originario di Roma, aveva portato la sua voglia di fare, il suo anticonformismo. Gli avevamo voluto bene.
Venne ad aprirci lui in persona. Aveva sempre i capelli lunghi, quell’aria eccitata, vagamente ansiosa. Ci fece accomodare in un soggiorno triste come un ospizio. Ci accorgemmo subito che non voleva parlare del passato.
A B. aveva cercato di riproporre gli stessi schemi utilizzati con successo con noi. Una volta aveva prestato una sala dell’oratorio agli Hare Krishna. Aveva avviato un cineforum, in cui dava spazio persino a Fassbinder. Cose così, cose che in città venivano accettate, ma che in paese avevano sollevato un vespaio di critiche. Noi l'incalzavamo. Volevamo il P. di sempre, quello che per un po' ci aveva fatto da guida. Lui di rimando chiedeva che musica stessimo ascoltando. 'Vi piacciono i Duran Duran?'
Ad un certo punto s'è spazientito. 'Il P. che conoscevate non esiste più. E se per caso lo incontraste, fatemi un favore: uccidetelo.”
Lo disse col sorriso sulle labbra ma fu una botta lo stesso.

Pensavamo di pranzare assieme. Ma aveva da fare. Gente da vedere, una vecchia sul letto di morte, non so...
Ci diede appuntamento più tardi, alla fiera del bestiame. Intanto, potevamo girare il paese, o arrampicarci sul colle dietro la chiesa, dove le gote si imporporano.

Arrivammo al crepuscolo, un po' intorpiditi dalle canne. Si era alzato il vento, la luce risaliva verso le cime dei monti, accarezzando i boschi, i masi al centro dei pascoli.
C'era la folla delle grandi occasioni. Contadini da tutte le valli e qualche politico locale, a cui gli uomini rendevano omaggio togliendosi il cappello. Bambini che suonavano trombette di plastica. Wurstel e zucchero filato, stivali di gomma e brache di cuoio. Le vacche muggivano dietro ai recinti.
Sentimmo la sua voce alle nostre spalle. Ci voltammo. Non c’era nessuno.
Poi di nuovo. Chiamava i nostri nomi, a turno. O faceva semplicemente “pss…”. La voce era la sua. Ma il resto?
Girammo a vuoto per una decina di minuti, inseguendo un fantasma.
Ogni tanto si faceva vedere. Agitava una mano, poi spariva con un salto dietro uno stand, un recinto, un capannello di persone con il boccale in mano. Aveva la stessa giacca di lana del mattino. Gli stessi capelli arruffati. Ad un certo punto riuscii persino ad incrociare il suo sguardo. Sembrava serio, sembrava il contrario del suo comportamento.

P. appare e scompare. C'è e non c'è. Profilo incerto, luce riflessa, ombra che corre via.
Ben presto, ormai, solo uno dei tanti rumori di fondo. Incomprensibile, anche se sta sillabando il mio nome.

Lasciammo il terreno di gioco, avviandoci verso il parcheggio. Stavamo lasciando P. o era lui a liberarsi una volta per sempre di noi? Pensavo che la sua lezione l'avevo ben capita. Anche Bowie aveva chiuso così con Ziggy Stardust, il suo alter-ego di maggior successo.
"Non tornerò mai, dov'ero già. Non tornerò mai a prima, mai..."

Pochi mesi dopo ho saputo che si era spretato. Aveva conosciuto una donna, presto lasciò anche B.
Mi ricordo il viaggio di ritorno, ascoltando l’ottobre degli U2, accordi di pianoforte nel buio del sedile posteriore, schiacciato fra i miei amici, corpi e fiati caldi a compensare la perdita, pareti di roccia e bosco da ambo le parti, solitudini e radio accese nelle case. Going on, and on...

October
And the trees are stripped bare
Of all they wear
What do I care
October
And kingdoms rise
And kingdoms fall
But you go on.
And on.

Ottobre e gli alberi sono stati denudati
di tutte le loro vesti.
Cosa mi importa?
Ottobre
ed i regni sorgono
ed i regni cadono.
Ma tu vai avanti.

E avanti.

Non siamo Singapore

Sempre a proposito di legalità, illegalità, democrazia, nuovo autoritarismo ecc. (di cui scrivevo diffusamente sul post precedente)

certo fa un certo effetto, in un paese in cui si leggono notizie come questa:

"Scuole, parcheggi, strade, case e opere pubbliche costruite con materiale di scarto industriale, rifiuti tossici e sostanze cancerogene. E' quanto emerge dall'operazione della polizia denominata 'Black Mountains' che questa mattina ha portato al sequestro di ben 18 aree disseminate lungo tutto il territorio crotonese fino a Cutro e Isola Capo Rizzuto, aree ad alta densità mafiosa nell'entroterra (...)" ("La Repubblica")

leggere anche che

"(...) il rischio è divenire una versione ingrandita di Singapore, supertecnologici e ipersicuri laddove tutto è prescritto e controllato e sanzionato" (Filippo Facci, "Il Riformista").

No, mi pare che l'Italia non corre il rischio di diventare come Singapore.

Fine della democrazia?

Sui giornali di oggi si confrontano opinioni diametralmente opposte. "La Repubblica" pubblica ad esempio un articolo del direttore di "Famiglia cristiana", don Antonio Sciortino, nel quale si legge che "in Italia la gente ha una concezione sempre più leggera della democrazia rappresentativa. Sembra che basti solo assolvere al dovere del voto. E i politici (...) ritengono che i cittadini abbiano firmato loro una delega in bianco". Poco più avanti don Sciortino cita la tesi della rivista francese "Esprit", per la quale ci staremmo avviando verso la fine del ciclo democratico. "La scomparsa delle ideologie non ha assolutamente semplificato il quadro politico. Ha prodotto maggiore difficoltà nella comprensione e nell'elaborazione del pensiero politico, che sembra debba inseguire solo i desideri della gente." Corollario di questa posizione è che nei desideri della gente - i desideri non mediati, i desideri "di pancia" - si esprima il populismo di fondo che alberga da sempre negli italiani (ricordo la prima lezione che imparai alla facoltà di Scienze politiche quando vi approdai da giovane matricola "di sicura fede democratica e antifascista", convinta che fosse diritto dei cittadini esprimersi sempre e comunque su tutto: "Se facessimo un referendum sulla pena di morte oggi in Italia, i sì vincerebbero senz'altro", sentenziò il mio professore di diritto costituzionale. E aveva ragione).

Di tenore diverso un articolo di Filippo Facci sul "Riformista". Riprendendo un intervento di Michele Ainis, Facci sostiene innanzitutto che è finito un ciclo. "Fra gli anni '60 e gli anni '80 l'Italia è stata il paese più libero e felice del mondo: ma era una cambiale in scadenza (...). Ciò che è finito, più che liberalismi e libertarismi estinti in ogni dove, è quel suk latino dove ogni accomodamento e mediazione italiana poteva infine trovare spazio." Per Facci, dunque, l'attuale ondata populista in fondo è soltanto l'applicazione di norme già esistenti e, se mai, fino a oggi disattese: contro i clandestini, contro i "fannulloni", contro chi devasta il patrimonio pubblico, contro chi guida ubriaco ecc. Facci riconosce che alcune misure, come il decreto sulle lucciole, sono "buffonate", e non risolvono minimamente il problema. Ma ritiene, se non ho capito male, che un "giro di vite" fosse necessario e che la minaccia più grave alla libertà sia oggi rappresentata non dall'autoritarismo quanto proprio da un eccesso di libertarismo, di richieste riguardanti la libertà e l'autonomia di individui, piccoli gruppi, "minoranze". Richieste che disgregano la società e alle quali la società risponde rinunciando a un po' di libertà in cambio di maggiore sicurezza (Freud).

A me pare che entrambe le tesi siano a loro modo suggestive. Certamente il governo Berlusconi sta interpretando una domanda di semplificazione che gli giunge da un corpo sociale a cui il pensiero complesso è sempre più estraneo. Se i problemi (poniamo, quello dell'immigrazione) sono difficili da affrontare, pieni di sfaccettature, di risvolti umani (e disumani, come le morti degli immigrati nel canale di Sicilia o il trattamento loro riservato dalle autorità libiche), la risposta al contrario dev'essere semplice, brutale, risolutiva. Don Sciortino pone inoltre il problema della democrazia dal basso, della democrazia come l'articolarsi del dibattito politico e dell'agire politico nelle comunità: è un problema che si avverte anche in territori dove la partecipazione - mediata dai corpi intermedi, come le associazioni, le cooperative, le parrocchie ecc. - è sempre stata molto forte, come ad esempio in Trentino. La convinzione di fondo è che il libero confronto, anche quando è aspro, acceso, porti a un bene superiore per tutti. Che le posizioni estremiste e più pericolose, come il razzismo, si stemperino nel percorso partecipativo, nel dialogo. Questa fede nella "dialettica" forse è molto cristiana ma per me è molto socratica (e molto nobile).

Del resto, non ha tutti i torti anche Facci quando lascia intendere che certe misure non sono né di destra né di sinistra: tutti i cittadini vogliono, almeno a parole, una giustizia efficiente e che punisca i colpevoli (specie quelli che sono protagonisti del fatti di cronaca nera), un'amministrazione pubblica più efficiente (fisco a parte) e così via. E aggiungiamo: a volte purtroppo la dialettica in Italia non porta a un bel nulla se non a un eccesso di retorica. Il nostro è (anche) il paese dell'Azzeccagarbugli.

Due osservazioni, però: la prima è che si fa fatica a prendere sul serio la voglia di rigore di un popolo che da sempre pratica disinvoltamente l'evasione fiscale, l'arte della raccomandazione, la violazione sistematica delle regole del codice della strada, l'abusivismo edilizio ecc. Un popolo insomma che con la corruttella va a braccetto, anche se poi finge di scandalizzarsi.
La seconda è che mi sembra fin troppo facile scaricare le contraddizioni del presente su chi rivendica il rispetto dei diritti individuali (o di alcune minoranze). Ci sono a tutt'oggi questioni importanti riguardanti la parità fra uomini e donne, la tutela della paternità e della maternità, la famiglia (in tutte le sue varianti), la scuola, la sessualità, l'eutanasia, la libertà della ricerca scientifica ecc. che rimangono irrisolte, vuoi per mancanza di volontà politica (a destra come a sinistra), vuoi perché, come dice anche Enrico Rusconi, "l'Italia è il meno laico dei paesi europei". Insomma, non vorrei che si dipingesse ad arte un'Italia "relativista" e "laicista" quando invece essa è tutt'altro: e cioè, ancora, per molti versi, il paese perbenista degli anni '6o e seguenti, dove politici divorziati, risposati o con codazzo di amanti e "amiche" (o "amici") sfilano al Family day e ricevono le benedizioni papali, dove i medici si dichiarano antiabortisti in pubblico e praticano gli aborti in privato (nelle loro cliniche private), dove la droga è vietata dappertutto tranne che nei salotti buoni e così via. Anche questo è il suk latino.

Intervista a Boris Pahor



Lo scrittore italo-sloveno Boris Pahor ha assunto ormai una notevole notorietà anche presso il publico italiano, dopo la pubblicazione del romanzo Necropolis, che racconta le sue vicende di deportato dei campi di concentramento nazisti, e dopo i suoi passaggi televisivi (compreso quello da Fabio Fazio). Recentemente è stato anche al festival di Mantova per un faccia a faccia con Joseph Zoderer, scrittore sudtirolese, sulla letteratura "di frontiera". Nel 1998, quando realizzai questa intervista a Trieste, assieme a Giuliana Dalla Fior (per l'annale "Comunicare", pubblicato dall'editore Il Mulino fino allo scorso anno), era ancora, in Italia, pressoché sconosciuto. Pubblico qui una sintesi di quel lungo colloquio, che ebbe come cornice il Caffè degli specchi di Piazza Italia.


UN PELLEGRINO NELLA CASA DELLE OMBRE

di Giuliana Dalla Fior e Marco Pontoni

L'espressione "società multiculturale", o "multirazziale", è oggi al centro di un ampio dibattito, non solo in Italia. Lei è cresciuto in una città, Trieste, solitamente identificata come parte di quella Mitteleuropa che, nel senso comune, ha rappresentato un esempio concreto di società multiculturale. Ma anche una città dalla quale il fascismo cercò di sradicare l'elemento sloveno, conformemente alla sua volontà di italianizzare le regioni di confine della penisola. Quanto è cambiata la Trieste della sua giovinezza rispetto a quella di oggi?

Bisognerebbe un po' ridimensionare la fama di Trieste città multiculturale e mitteleuropea. Le sue due anime, una italiana, maggioritaria da lunghissimo tempo, diciamo fin dall'epoca della colonizzazione romana, e l'altra - in senso lato - slava, in realtà sono sempre state ben distinte. C'è poi la Trieste ebraica, a cui il fascismo sferrò un colpo terribile, forse cogliendola di sorpresa, perché in un primo tempo la comunità ebraica di Trieste non aveva manifestato una particolare ostilità nei confronti del regime. Gli sloveni invece ebbero modo di farsi molto presto un'idea di che cosa avrebbe comportato l'avvento del fascismo; fin dal 1920, quando la Casa della cultura slovena di Trieste venne distrutta da un incendio provocato dai fascisti. All'epoca io avevo sette anni. Dopo il 1945 gli sloveni hanno ricostruito tutto da capo, e quindi anche un panorama culturale che, è bene sottolinearlo, non è mai stato provinciale. Ma ovviamente questo processo di ricostruzione è stato pesantemente influenzato dal nuovo assetto politico che la Jugoslavia era andata assumendo. Oggi a Trieste, fra poeti e narratori, ci saranno circa una trentina di autori sloveni. Io sono il più anziano ma non mi considerano il loro decano. Ognuno di noi in questi anni ha coltivato una sua personale visione politica, e dunque non esiste un "cenacolo".

Queste divisioni hanno influito sul suo senso di appartenenza? In altre parole, lei si sente più italiano, sloveno, o che altro?

Io mi considero totalmente sloveno e vivo in pieno la mia slovenità. Al tempo stesso, pur essendomi schierato contro il nazionalsocialismo e il fascismo, per molti anni, dopo la presa del potere da parte di Tito, non mi sono potuto recare in Slovenia, perché mi ero espresso anche contro il suo regime, una volta compreso che, a prescindere dalla nobiltà degli ideali – perché comunque io ritengo che a questo livello una differenza fra il socialismo e gli altri autoritarismi comunque esista - era pur sempre una dittatura.

Dunque che tipo di diffusione ebbero le sue opere nella Jugoslavia socialista?

All'inizio non facevano fatica a circolare, perché il loro tema principale era la "non-libertà", espressione che dopo il 1945 in Jugoslavia veniva ricondotta essenzialmente al nazifascismo. Vi sono poi altre due ragioni che forse spiegano la buona accoglienza riservata all'inizio ai miei libri. Innanzitutto in essi la "non-libertà" veniva raccontata in prima persona da un testimone oculare, non da un semplice studioso. Inoltre era una "non-libertà" subita sì, ma anche avversata, combattuta attivamente. La mia intera esistenza è stata segnata da quest'esperienza, che cominciò ben prima della deportazione nei campi di concentramento. Nei miei ricordi di bambino vedo mia madre che piange, mio padre che bestemmia... Essere colpevoli senza sapere di che cosa! E' il problema posto da Kafka, come difendersi pur ignorando i capi d'accusa. Tutto quello sviluppo psicologico ed esistenziale è presente nelle mie opere, solo che lì non c'è invenzione, perché in verità io non ho mai avvertito il bisogno di ricorrere all'invenzione. La materia è autobiografica, le vicende narrate sono reali.

Il successo letterario, ed il conseguente riconoscimento pubblico, sono giunti tardi, e comunque in Italia i suoi libri sono ancora pressoché ignorati, al di fuori dell'area friulana. Come si è sentito in tutti questi anni, a scrivere senza ottenere riscontri da parte del mercato editoriale?

Mi piace parlare soprattutto se posso dire le cose che di solito non vengono dette, ma non credo che questa sia la causa del disinteresse manifestato dagli editori italiani. Ciò che so è che per trent'anni ho mandato i manoscritti alle case editrici, ma non ho mai, o quasi mai, ricevuto risposta. Negli ultimi anni qualche promessa di interessamento...ma sinceramente, non ci conto più tanto. Invece all'estero le cose sono andate meglio. In Slovenia, innanzitutto dove ho avuto diversi riconoscimenti e dove sono inserito nella "Storia della letteratura slovena". Il successo e la fama dei miei romanzi sono comunque senza dubbio maggiori in Francia.

Spesso, per chi ha vissuto, direttamente o anche indirettamente, l'esperienza del lager, penso ad esempio a Primo Levi, o a Paul Celan, si pone il problema del "come dirlo". Quale linguaggio usare per esprimere quest'esperienza-limite. E' così anche per Necropoli?

Quando ho pensato alla scrittura di Necropoli, mi sono detto: "Devo scrivere un libro tutto mio, perché rispetto ad altri autori che hanno descritto l'esperienza del campo di concentramento io ho questo di particolare, che racconto la vicenda di un internato il quale, dopo la guerra, ritorna nel campo come "turista". Perché dopo la guerra sono tornato nel campo di Strutthof-Natzweiler sette volte, mescolato agli altri visitatori, e il libro è stato scritto dopo la seconda di queste visite. L'opera insomma doveva possedere un suo proprio carattere e non ho trovato altro modo per raggiungere le finalità che mi ero proposto che mettermi di fronte al romanzo alla maniera ad esempio di Becket, lasciando fluire la narrazione senza interromperla, senza apporre spazi, cesure, descrivendo insomma l'esperienza del ritorno al campo come un continuum. Perché il male è questo, è come una fiumana che non si arresta... Dunque la scelta estetica che salta immediatamente agli occhi è quella di non suddividere il romanzo in capitoli, così come, a mia insaputa, è stato fatto invece nell'edizione americana.

Secondo lei le generazioni future, anche leggendo i suoi libri, o quelli di altri che hanno vissuto l'esperienza del campo di sterminio, intenderanno la parola lager in maniera diversa rispetto ad una persona nata nell'immediato dopoguerra, i cui genitori, dopotutto, erano contemporanei delle vicende narrate?

Non so dare una risposta definitiva. In Necropoli ho scritto che in quei vestiti da prigionieri bisognerebbe andare a fare delle processioni nelle città europee. Queste sono idee che vengono dal cuore, naturalmente. Io credo però che la storia non sia maestra di vita. Non credo a questa frase paradigmatica. Non dico questo pensando solo a ciò che ho provato io, ma anche a ciò che è successo, ad esempio, in Bosnia. Penso che il mondo del futuro o si ravvede per un caso - ma non ad esempio per motivi religiosi - oppure l'unica via percorribile per opporsi al lager sia, come ho scritto in Primavera difficile, educare ad un rispetto del genere umano che parta dal rispetto per il corpo. Perché quando parliamo di sterminio parliamo sempre innanzitutto di annientamento dei corpi. Se qualcuno è ritenuto colpevole - streghe, eretici, perseguitati politici - è sempre il suo corpo ad essere colpito. Lo spirito resiste, ma il corpo non ha difese, soccombe.

In Primavera difficile racconta di un uomo che si riaffaccia alla vita nonostante l'orrore della guerra e del campo di sterminio, e lo fa grazie all'amore. In La villa sul lago viene descritta una sorta di "pedagogia dei sentimenti". Nei suoi libri, insomma, l'amore non è mai morboso, o foriero di sventure, ma una sorta di ancora di salvezza. E' così?

In Primavera difficile ho raccontato il lento ritorno a casa di un reduce dei campi di concentramento, le sue esperienze in un ospedale, e sì, l'amore che torna a giocare un ruolo fondamentale nella sua vita. In La villa sul lago, ambientato sul Garda, c'è questa sorta di "pedagogia sentimentale", come l'avete ben definita, nei confronti di una ragazza che si dichiara fascista semplicemente perché è stata educata così dai suoi genitori, non per una convinzione reale, profonda. Il che è probabilmente quanto accade alla "maggioranza silenziosa" sotto le dittature, che non approfondisce, non si documenta, crede a ciò che gli viene detto dagli altri, o dalla propaganda, alla versione ufficiale della verità. Certo, credo che l'amore possa servire anche in questo senso. Perlomeno, è stata la mia esperienza.

Quale opinione si è fatta del cosiddetto revisionismo, di questo tentativo di riscrivere la storia che sembra essere in atto da alcuni anni?

Per la maggior parte degli studiosi che si riconoscono in questo tentativo la definizione "revisionisti" mi sembra troppo debole. Queste sono, diciamo così, persone che vogliono negare la verità. Il vero revisionismo lo si dovrebbe avere solo in presenza di un nuovo apparato documentario, dopo nuove fondamentali scoperte. Ma non mi sembra essere questo il caso della maggior parte dei revisionisti, almeno per quanto concerne la verità storica del lager. No, non credo proprio esistano elementi in base ai quali ridimensionare il peso che il lager ha avuto nella storia del XX secolo.

Keith Richards? basta, grazie

Su "La Repubblica" di oggi l'ennesimo colloquio con Keith Richards: "La mia vita da pirata del rock". Qualcuno dovrà pur dire, prima o poi, che oggi i Rolling Stones sono i Fabio Volo del rock, il gruppo-medio per l'uomo-medio. Che l'ultimo disco buono che han fatto è "Emotional rescue", ed erano i primi anni '80. Certo, ovviamente hanno tutto il diritto di emulare i vecchi bluesmen che sono andati avanti a suonare fino a 90 anni (quelli che sono sopravvissuti). Ma i vecchi bluesmen non vanno sulle prime pagine dei quotidiani nazionali, a meno che non stuprino le loro madri. Che ha da dirci ancora Keith Richards? Quali spacconate può tirare fuori uno così, che non abbia già abbondantemente utilizzato in passato? Possibile che il rock - roba per noi 40-50enni, dopotutto, giacché i minorenni oggi non ascoltano musica, la scaricano soltanto - sia così prevedibile, e così infantile? Che non parli di come ci si può sentire in una domenica del genere, alla mia età, sospesi fra il fare e non fare, le stragi insensate dei casalesi e i compiti dei figli, il razzismo che bussa alla porta e i surgelati avariati, le morose in chat e i furbetti dei mille quartierini? Ma forse il pubblico del rock questo, vuole, oggi: vuole distrazione, evasione, vuole essere anestetizzato. "Operereste qualcuno senza anestetico?", chede il personaggio di un racconto di Hemingway. "Non sono tutti buoni gli oppi del popolo?". Ecco, il rock imbottito di Viagra degli Stones come oppio dei popoli. Non ci avevo mai pensato.

La rana era un uomo


Domani toglieranno la rana di Kippenberg dal Museion di Bolzano. Tornerà a casa, dal collezionista privato che l'aveva momentaneamente prestata al museo. Il suo valore nel frattempo si è moltiplicato.


L'arte contemporanea a volte è irritante, altre volte irrilevante. Serve a aggregare la gente, a vendere birra e musica, a rimorchiare. Spesso gli artisti cercano la provocazione, perché si parli di loro. La provocazione ci può stare, ovviamente, ma poi devo trovare anche dell'altro. Nella Factory di Andy Warhol c'erano i Velvet Underground, e loro da soli sarebbero bastati a giustificare la Factory.

Ma la rana non ha niente a che vedere con questo. Quando la guardo io non penso a un cristo-rana, non penso a uno sberleffo alla religione. Penso a quello che l'artista voleva raffigurare, cioè se stesso. In croce io vedo l'uomo, anzi, gli uomini, quei tanti uomini persi che traboccano dai bar, dalle sale corse, da dispensari medici. Avvinazzati, alcolizzati, con il boccale e l'ovetto-il-micropasto-dell'alcolista-in-piedi al-bancone-del-bar in mano. Penso ai personaggi di Bukowski.
La rana è l'uomo, è l'uomo che sta su quella croce, non un dio e nemmeno un uomo-dio. Solo l'uomo, è un uomo, col fiato che puzza di birra, gli occhi strabuzzati, che si contorce, si stira, gli scappa da pisciare, prova a saltare e nemmeno quello riesce a far bene, nemmeno il salto della rana perché le sue mani sono inchiodate al legno della croce (come quelle dello studente su un banco di scuola in un'opera di Cattelan, guarda caso, e viene da chiedersi: chi ha copiato chi?). Quello che mi disturba di più della chiesa e dei politici ipocriti che sguazzano in queste cose, è che si fermino all'interpretazione più scontata. Il che è indice della loro scarsità di immaginazione.