Riva del Garda Blogfest

All the pretty family...
(nel mio caso, proprio la family al gran completo).

Il nobel per la letteratura a Herta Muller


Il nobel alla letteratura è stato assegnato a Herta Muller, di cui avevamo parlato qualche mese fa in questo blog, suggestionati dalla lettura del suo "Il paese delle prugne verdi", edito dall'editore Keller di Rovereto (Tn).

Riporto qui il lancio Ansa. Proprio oggi, e riguardo a un precedente post sul tema, ho ricevuto una mail che confuta in parte sia quanto raccontato dalla Muller riguardo alla dittatura di Ceausescu in Romania sia quello che ricordavo io del mio viaggio in Transilvania del lontano 1986. Bene, credo che la scrittura della Muller sia effettivamente molto interessante, una scrittura assieme lirica e asciutta, inizialmente difficile da decifrare, di certo non banale. La descrizione che dà della Romania di quegli anni è impressionante: ma non dico questo perché amo il romanzo "impegnato", l'arte "di denuncia". Credo che l'unico impegno di uno scrittore consista nel dire bene ciò che deve essere detto. Ed in questo mi pare che lei si sia rivelata all'altezza del compito (perlomeno in quel libro).
Riguardo a Ceausescu, penso che ogni dittatura abbia molte facce: fra le tante, ve ne possono essere anche alcune accattivanti. Conosco rumeni i quali oggi dicono che "si stava meglio quando si stava peggio". Io stesso ero stato colpito da alcune cose che avevo visto (o forse solo sentito dire) in Romania, ad esempio riguardo all'assenza di criminalità (vera o presunta essa fosse, e non parliamo qui della criminalità politica). I ragazzi rumeni che ho conosciuto erano molto colti e conoscevano la letteratura occidentale anche meglio di noi. Non so bene dove la trovassero visto che io nelle librerie avevo visto solo libri di propaganda politica, ma evidentemente c'erano (o si studiavano). Comunque, è vero ciò che sostiene questa persona, probabilmente: le dittature non cadono per la letteratura ma per la fame. O forse cadono semplicemente perché il mondo le lascia cadere, e ciò non riguarda solo le dittature, ma anche la nostra Prima Repubblica pentapartitica.
Infine sulle analogie con Berlusconi: sì, è vero, noi italiani (alcuni di noi italiani) parliamo con troppa facilità di analogie fra il regime berlusconiano e le dittature "vere". Ciononostante, devo anche dire che le parole che ieri Berlusconi ha usato nei confronti del presidente della Repubblica e della Consulta io non le ho mai sentite prima. E mi inquietano un po'.

Ecco breve ritratto e motivazioni del nobel a Herta Muller.

Nata nel 1953 a Nitzkydorf nel Banato Svevo, regione di cultura e lingua tedesca passata dopo la seconda guerra sotto il controllo della Romania, ha studiato letteratura tedesca e romena a Timisoara, legata a un gruppo di scrittori e poeti romeno-tedeschi (l'Aktionssgruppe Banat di cui facevano parte Richard Wagner - con cui si e' sposata e trasferita in Germania nel 1987 - Nikolaus Bergwanger, Rolf Bossert, Franz Hodjak) che praticava la letteratura come opposizione culturale al regime di Ceausescu.

Pubblico' il suo primo libro, 'Niederungen', a Bucarest nel 1982 e gli altri dopo il suo arrivo in Germania, dove ha vinto nel 1994 il Premio Kleist, nel 2003 (a pari merito con altri due autori) il Joseph Breitbach e l'anno dopo il Konrad Adenauer. Nelle sue opere ha rappresentato, puntando molto sullo stile e la scrittura gli aspetti piu' crudi del suo ambiente (la miseria e l'arretratezza culturale della minoranza tedesca del Banato) e della situazione politico-sociale della Romania, con un riferimento particolare alla condizione delle donne.

In italiano esiste il romanzo ''Il paese delle prugne verdi'' edito da Keller (vedi in proposito anche il blog di Carlo Martinelli) e il suo racconto ''Una mosca attraversa un bosco dimezzato'' nell'antologia ''Fuoricampo'' di scritti di autrici austriache e tedesche, edito da Avagliano. (ANSA)

Ma queste sono quattro righe di maniera che hanno tutti i siti, oggi. Come scrive veramente Herta Muller? Com'è la sua Romania? Ecco un brano da "Il paese delle prugne verdi" (trad. Alessandra Henke, Keller edizioni).

Kurt veniva in città ogni settimana. Era ingegnere in un mattatoio. Si trovava al margine di un paese, non lontano dalla città. La città sorge troppo vicino per abitare in paese, disse Kurt. Gli autobus viaggiano in direzione opposta. Al mattino, quando devo trasferirmi in paese per lavoro, un autobus esce dal paese verso la città. Di pomeriggio, dopo il lavoro, un autobus si dirige dalla città verso il paese. Ciò ha una sua ragione, non vogliono che nel mattatoio lavorino persone che possono viaggiare in città. Vogliono gente del paese, che lo abbandoni raramente. Quando giungono i nuovi arrivati, diventano rapidamente complici. A loro occorrono pochi giorni per tacere come gli altri e bere sangue caldo. Kurt controllava dodici operai. Collocavano tubi di riscaldamento nell'area del mattatoio. Kurt era raffreddato da tre settimane. Ogni settimana dicevo: devi rimanere a letto. Gli operai sono intasati quanto me e non rimangono a letto, diceva lui. Quando manco non fanno niente e rubano tutto.
(...) Poi disse: i bambini della scuola di Georg non vogliono saperne nulla della fabbrica e del parquet dei loro genitori e dei fischietti dei loro nonni. Dalle assi ricavano pistole e armi. Vogliono diventare poliziotti e ufficiali.
Quando al mattino vado al mattatoio, i bambini in paese vanno a scuola, disse Kurt. Non hanno né un quaderno né un libro, solo un pezzo di gesso. Così disegnano pareti e recinti pieni di cuori. Sono solo cuori intrecciati l'uno all'altro. Cuori di manzo e di maiale, che altro. Questi bambini sono già complici. La sera, quando ricevono i baci, sentono che i loro padri bevono sangue e vogliono andare là.

OLD STAR

Sotto un cielo ancora parzialmente sereno fece il suo ingresso on stage, salutato da uno scroscio di applausi come acqua in una fontana. Un tempo ci sarebbe stato un boato, un ruggito, l'energia compatta, quasi solida, dal prato verso il palco, lo spostamento d'aria di una bomba quando esplode, l'impatto di un treno merci lanciato a tutta velocità contro un monolite di basalto indistruttibile.
Un tempo così si visualizzava, come un monolite di basalto, l'aiutava a reggere la tensione dei primi minuti, quando il pubblico ai suoi piedi iniziava a saltare o a sbandare, e poteva accadere a volte che una ragazza finisse sotto o la schiacciassero contro le transenne (i roadies dovevano essere veloci a strapparla da lì e metterla al sicuro).
Ci fu anche una stagione in cui tiravano le molotov, la stagione della contestazione in cui, in Europa, incendiarono il palco ad un'altra rockstar, a lui non era dispiaciuto perché odiava quel coglione, ma quando, a Roma, si era visto arrivare i sassi e le bottiglie di vetro dal mare nero di giubbotti di pelle aveva avuto paura e da allora l'inquietudine gli era rimasta. “Basalto nero”, così gli sussurrava il manager all'orecchio, aveva capito che con "roccia" non funzionava, basalto nero, come il coach al pugile seduto nell’angolo, in attesa del prossimo round. Per molti anni la sensazione era stata amplificata dalle droghe, si piantava nel centro del palco davanti all'asta del microfono con la chitarra imbracciata e non si muoveva più per due ore, non concedeva nulla alla scena, non ballava, non si agitava, era diventato il suo tratto distintivo (tutto ciò nella sua età matura, ovviamente), il pubblico l'aveva seguito, aveva imparato ad amare quell'immobilità magnetica, mentre la musica mugghiava tutt'attorno, elettrica, caos controllato e condensato in tre accordi.
Il profilo della città era molto cambiato da allora. C'erano stati i due 11 settembre, quello del 2001, con il quale erano sparite le Torri, e poi quello del 2014, che aveva cancellato il Chrisler e una dozzina di altri grattacieli. Da allora New York non si era più ripresa. Nonostante la Guerra finale, nonostante i programmi di ripopolamento, l'esodo non si era fermato. Nei due anni successivi al secondo attacco la Grande mela aveva perso metà dei suoi abitanti. Il grosso del giro di affari si era trasferito altrove e adesso Manhattan assomigliava un po' di più alla città che lui aveva conosciuto da ragazzo, un luogo losco e vivace, popolato di personaggi deliziosamente squilibrati, di predatori e prede, di gente alla ricerca di qualsivoglia opportunità.
Ma era solo un'impressione. Ad un livello più profondo, sotto la superficie della decadenza scintillante, che generava sempre nuovi eventi e nuove forme d'arte, i suoi occhi esercitati riuscivano a cogliere le reali linee di frattura, il degrado senza rimedio. Anche quel festival, in fondo, rappresentava una risposta debole. Certo, aveva attirato lì 200.000 giovani. Ma se ne sarebbero andati - quasi tutti - non appena l'ultima nota fosse stata suonata. Chi attirava oggi la città? Sbandati, avventurieri, gente che non aveva nulla da perdere. Molti erano anziani, vedovi o donne separate, gente della sua età.
Guardò il bassista alla sua sinistra. Di lui si fidava. Da anni ormai poteva suonare solo con le cuffie e anche così il suono della chitarra gli arrivava ovattato. E quello della band era solo un fragore sullo sfondo, un temporale che saliva e scendeva. Del bassista però si fidava. Riconosceva le note che pizzicava sulle quattro corde del suo strumento dalla posizione delle dita. Era il migliore del gruppo. Assieme avevano suonato di tutto, i pezzi aspri e malvagi degli esordi, le canzoni sull'eroina e sul sadomasochismo, che avevano destato tanto scandalo subendo i colpi gloriosi della censura, che avevano fatto schizzare la sua popolarità alle stelle; poi il periodo orchestrale, quando i testi erano diventati sardonici e allusivi, pervasi da un cupo umorismo gay; quindi i successi dell'età matura, solide composizioni che riassumevano il senso di una carriera e di una vita che nessuno avrebbe immaginato così lunga, nemmeno lui stesso; e ora la produzione recente, quella rarefatta, poetica, venata di malinconia, vero specchio della metropoli e dei suoi abitanti, fotografia del cambiamento e della caduta, su cui si riflettevano gli splendori del passato.
Guardò il pubblico sul prato. Molti passeggiavano, si baciavano, facevano la fila alle fontane. Credevano di conoscerlo, credevano di sapere tutto di lui, perché la sua carriera era stata un diario pubblico, un continuo mettersi a nudo. E invece non sapevano del suo mal di schiena, della scortesia di uno, all’hotel, che evidentemente non l’aveva riconosciuto o non aveva proprio idea di chi fosse. Non sapevano nulla del diventare vecchi, della difficoltà di ricordare i testi delle canzoni.
Sotto al palco, in religiosa attesa, c'erano non più di un paio di migliaia di persone. I fedelissimi, fra cui anche qualche amico d'infanzia con il quale aveva ascoltato Presley, i Drifters e i grandi tenori, quando nel Bronx ci vivevano ancora tanti italiani. Altri ne sarebbero arrivati quando avrebbe attaccato il suo brano più famoso, considerato il vero inno cittadino, il capolavoro letterario-musicale popolato di travestiti e papponi, di spacciatori e puttane, che alla sua uscita aveva fatto gridare al miracolo, la sintesi neorealista di una vita spesa all'ombra dei grattacieli, nelle strade raccontate da Delmore Schwarz e James Leo Herlihy e Don De Lillo e Tama Janowitz e Rick Moody. Ora al posto di quelle ombre c'erano buchi, voragini, cantieri.
Qualcosa tremò sulla sua guancia. Si chiese se a metà concerto avrebbe avuto bisogno di sedersi. La mano cadde pesantemente sullo strumento, facendo esplodere un re maggiore. Uccelli volarono via nel cielo ancora parzialmente sereno.
Si sentì vivo, dopotutto. Un monolite di basalto, nero, indistruttibile, altissimo, si vedeva proprio così, altissimo, dall'alto dei suoi ottant'anni.

Vorrei uscire stasera, ma non ho uno straccio da mettermi...



Alla metà degli anni '70 sui palchi italiani volavano molotov (e lacrimogeni fra il pubblico).
Nel '77 nei pub dove nasceva il punk volavano bottiglie di birra.
Nel 1983 sul palco degli Smiths volavano gladioli appassiti.

Morrissey era tutto, fuorché la banalità espressiva.
E se c'è qualcuno che dice ancora che negli anni '80 non c'era buona musica, si ciucci il suo biberon indie-rock.

E questa è una delle canzone più dolcemente, amorevolmente decadenti che siano mai state scritte.

Freshlyground: Africa in movimento



Ho visto l'altra sera in concerto questo gruppo, i Freshlyground. Si tratta di una band sudafricana (con componenti anche da Zimbabwe e Mozambico), molto famosa in Africa (e con vari concerti all'attivo in Europa). Il tutto nell'ambito della manifestazione "Sulle rotte del mondo". La musica era il pop africano che abbiamo imparato a conoscere almeno dai tempi di Johnny Clegg e della lotta all'apartheid anche attraverso la musica.
Pop africano, quindi afro-beat saltellante, con venature soul e blues e sonorità più specificamente locali, che emergono soprattutto nei cori, nelle voci. Ma questi sono tecnicismi. Musica che trasmette gioia, ecco, e io solitamente questa musica l'assumo col contagocce. Musica positiva suonata da gente che - sia detto senza alcuna tentazione lombrosiana - lo si vede subito che è "bella", che sta dalla parte giusta, che non potrebbe mai mescolarsi ai duri di cuore, agli avidi, ai meschini, ai razzisti.

In quanto alla manifestazione in sé, durata una settimana, troppi spunti per tentare anche solo di condensarli.
Vorrei ricordare però almeno due passaggi dell'intervento di Jean Leonard Touadi, noto giornalista congolese, primo parlamentare italiano proveniente dall'Africa sub-sahariana. Il primo è tragico: "Il fondo del mar Mediterraneo in questi anni è diventato la tomba di 14.000 migranti, che con i loro corpi stanno costruendo lo spazio euro-africano."
Il secondo riguarda l'incontro fra le culture (un dato che esiste da che esiste la storia dell'umanità, in effetti...). Per Touadi esso è ben sintetizzato dalla scuola coloniale, che, "come aveva intuito l'anziano protagonista del romanzo L'ambigua avventura di Cheikh Hamidou Kane, ha reso la conquista dell'Africa perenne, perché ha conquistato le menti" (ci si riferisce qui a quella scuola che insegnava ad esempio agli africani delle colonie francesi che i loro antenati erano i Galli e i loro fiumi la Senna e la Loira).
Ma la conclusione di Touadi non è passatista: il punto non è che bisognava rifiutare quella scuola, che le culture africane precoloniali erano una sorta di Eden meraviglioso, o che sia possibile oggi rinchiudersi nella propria diversità (vera o presunta essa sia), tornare al passato, "sganciarsi" (come direbbe Samir Amin). Oggi siamo tutti necessariamente "personalità in bilico", noi e gli africani. Siamo tutti un po' di questo e un po' di quello. Sospesi fra culture diverse, nell'oceano della globalizzazione. Bisogna prenderne atto e far sì che questo meticciato dia frutti buoni.
Touadi però è ben cosciente che le posizoni di forza hanno la loro importanza, che è diverso per noi "essere anche un po' africani" (ad esempio grazie alla musica) o per un africano voler essere "un po' europeo". Le posizioni di partenza sono diverse, così come sono diverse le opportunità. "Man mano che studiavo, mi accorgevo che mi allontanavo da mia nonna", ha detto ad esempio Touadi. E quando la distanza diventa troppo grande, è più difficile essere "il lievito dentro il pane", anche se sei un noto intellettuale. E', questa, la condizione di molti africani che si sono staccati dal villaggio, dalla famiglia, dal clan. Difficile oggi per loro, specie se hanno vissuto a lungo in Europa, tornare ai loro paesi per essere il lievito delle comunità di origine, che pure ne avrebbero bisogno.
Forse, come diceva Langer, è importante sì "tradire" le proprie radici, per andare verso l'altro, per esporsi all'altro, alla differenza, al nuovo; ma bisogna conservare anche un'appartenenza, non semplicemente "passare dall'altra parte".

Questo non significa che le migrazioni non producano effetti positivi. Lo ha detto ad esempio Maria De Lourdes Jesus, giornalista di Capo Verde, che anni fa conduceva sulla Rai "Nonsolonero", prima trasmissione in Italia sull'argomento. "L'arcipelago di Capo Verde non ha nulla, è nella fascia del Sahel, non ha risorse naturali, non ha acqua. Poteva contare solo sulle sue risorse umane. Così Capo Verde ha fondato il suo sviluppo sull'emigrazione."
E sviluppo, in effetti, a suo giudizio c'è stato, qualsiasi cosa significhi questa parola, come mi sento spesso in dovere di chiosare.
Ricorda un po' l'Italia, tutto questo. Ricorda un po' anche il Trentino.

(Foto: R. Magrone)

Stand by me (again)



When the night has come, and the land is dark And the moon is the only light we will see No, I won't be afraid, oh, I won't be afraid Just as long as you stand, stand by ...

Sulle rotte dell'Africa

Metti una sera con Anna Maria Gentili, storica dell'Africa, docente di storia e istituzioni dei paesi afroasiatici alla Facoltà di Scienze Politiche dell'Università di Bologna, mia docente di tesi nel lontano 1991, e con Ungulani Ba Ka Khosa, scrittore che avevo segnalato sull'Uovo già qualche mese fa senza immaginare che avremmo cenato assieme ai Bindesi.
Una sera, insomma, di quelle che ti riconciliano con il mondo, sia per l'intelligenza delle cose sentite nella conferenza tenuta dalla Gentili alla Civica di Trento sia, insomma, perché a volte hai bisogno di risintonizzarti con il tuo io profondo. Ecco, ieri sera, per me, è stata una di quelle sere.

Se so qualcosa dell'Africa lo devo non a qualche viaggio che ho fatto o a qualche documentario girato ma alla Gentili. Nel 1986, quando ho cominciato a frequentare i suoi corsi a Bologna, conoscevo quasi nulla; all'epoca il tema "caldo" per uno studente impegnato politicamente (diciamo così) era la lotta all'apartheid in Sud Africa, e questo era tutto. L'Africa, per il resto, rimaneva un mistero.
Anna Maria Gentili, che aveva iniziato la sua attività di ricercatrice in paesi come la Tanzania o il Mozambico (paesi di socialismo africano, dunque) ci aiutava a fare chiarezza su tante cose. Da un lato, insegnandoci che l'Africa aveva una storia, che tutto andava visto in una prospettiva storica: la tratta degli schiavi, la colonizzazione, le crisi economiche internazionali, come quella del '29, i meccanismi della dipendenza sviluppatisi all'indomani della decolonizazione, la crisi del debito. Dall'altro, facendo piazza pulita su tanti luoghi comuni e pressapochismi (come quello che vuole l'Africa una vittima sacrificale delle multinazionali: "Quanta percentuale degli investimenti mondiali pensate attiri l'Africa oggi?", ci chiedeva).

Ieri a Trento, per una delle iniziative preparatorie alla settimana dei missionari "Sulle rotte del mondo", non è stata da meno. L'Africa di cui ci ha parlato è un'Africa che da un lato sviluppa esperienze di democratizzazione interessanti (il Ghana, ad esempio, non a caso il paese è il primo ad essere stato visitato dal neopresidente americano Obama); dall'altro però mostra anche situazioni di democrazia "bloccata" (lo stesso partito che continua ad essere rieletto ad ogni elezione: è il caso, inutile negarlo, dello stesso Mozambico, che pure è un paese ormai da tempo pacificato, anche grazie alla mediazione italiana) e in generale di calo della partecipazione dei cittadini alla vita politica e alle elezioni. "Ma la democrazia in Africa è cosa nuova - ha aggiunto - quindi io sono ottimista."
In quanto alle prospettive di sviluppo, gli indicatori com'è noto continuano a collocare i paesi dell'Africa subsahariana in testa alle classifiche sulla povertà; un dato, questo, che non può certo essere smentito, anche se di tanto in tanto qualche rivista ama parlare di "miracolo africano", tanto per dire qualcosa di originale. In parte ciò è dovuto alle condizioni ereditate dall'Africa al momento delle indipendenze (gravissime carenze infrastrutturali, bassi livelli di scolarizzazione ecc.) ma in parte pesano le scelte sbagliate fatte in seguito e ora gli effetti della crisi economica mondiale. Inolte l'Africa continua ad essere dipendente dall'esterno, ad esempio dall'esportazione di materie prime o di generi "coloniali", esposti alle fluttuazioni dei mercati. Riguardo alle critiche mosse da più parti agli aiuti internazionali (ad esempio dalla zambiana Dambisa Moyo, per la quale essi servono solo a consolidare le oligarchiea al potere), Anna Maria Gentili la pensa diversamente: "Non è vero che sono stati dati troppi aiuti, semmai troppo pochi. Certo, dipende da come gli aiuti vengono utilizzati. Ma trovo un po' 'pelose' queste critiche che stanno andando molto di moda. Io sono una storica, vado alle fonti: la Moyo dove lavora? Alla Banca mondiale."
Infine, una lancia spezzata in favore dell'Africa rurale, dei contadini che, anche se poveri, "non sono affatto indifferenti a questioni come quelle della democratizzazione e potrebbero giocare un ruolo importante nello sfamare le popolazioni dell'Africa se venissero adeguatamente supportati. Ma spesso, da questo orecchio, gli stessi organismi internazionali - come appunto la Banca mondiale - non ci sentono proprio."

Questo in brevissima sintesi, ovviamente. Poi devo dire che io mi sono goduto anche la cena, per quanto lei e Ungulani parlassero perlopiù in portoghese. Mi sono goduto battute del tipo: "La fine dell'aparhteid non ha liberato i neri, ha liberato i sudafricani bianchi, che ora si stanno comprando mezzo Mozambico per farci i loro resort turistici!". Ma anche osservazioni buttate lì che mi hanno riportato al tema della mia tesi di laurea: "Abbiamo fatto una nuova legge sul'emigrazione clandestina in Italia per coltivare l'illegalità, non per combatterla. La nuova legge ci mette a disposizione un esercito di lavoratori clandestini e di badanti clandestine, un esercito ricattabile, totalmente senza diritti, costretto a lavorare per compensi bassissimi." E' quello che successe nel Sud Africa dell'apartheid, pari pari. Ed era già tutto nella Bossi-Fini, solo a volerlo vedere.

Ungulani sarà lunedì 23 ancora alla Civica di Trento, in via Roma, per presentare i suoi libri. Io conosco "Ualalapi", un romanzo breve che racconta le gesta dell'ultimo re-guerriero del Mozambico, Ngungunhane (sconfitto dai portoghesi e morto in esilio alle Azzorre): è un libro straordinario, un libro pieno di fantasmi, di sangue, di sperma, e si chiude con un monologo davvero shakespeariano. Pensavo che lo scrittore riflettesse questa materia (che ingenuità), mentre non è così: ho trovato una persona disponibile e spiritosa, per niente "sinistra", uno storico pieno di sense of humor , di passione per il suo lavoro e il suo paese (qui sotto, il bassorilievo che illustra la cattura di Ngungunhane, a Maputo).



Gli eventi della settimana dei missionari (compresa la conferenza della Gentili) sono o saranno visibili qui: www.missionetrentino.it

Natural blues



C'è chi dice che abbia saccheggiato impunemente di archivi di Lomax (registrazioni di classici del blues eseguiti da uomini e donne della strada...o del Delta). Ciò non toglie che un paio di dischi buoni Moby li abbia azzeccati. E comunque, io sono favorevole ad ogni esperimento volto a svecchiare il blues (e a tenerlo in vita).

Enjoy electric mayonaise



Maionese elettrica.
uno ha scritto: una grande canzone ha il potere di farti sentire felice e triste nello stesso tempo).

Sulle rotte del mondo


L'Africa è in arrivo in Trentino, attraverso un'iniziativa che coinvolge innanzitutto i missionari ("Sulle rotte del mondo"), che si terrà dal 28 settembre al 3 ottobre.
Ci saranno anche ospiti esterni, fra cui Aminata Traoré, Jean Leonard Touadi, uno straordinario scrittore mozambicano che si chiama Ungulani Ba Ka Khosa (di cui ho già parlato qui, senza sapere che l'avrei incontrato in carne ed ossa), e persino Anna Maria Gentili, mia docente di tesi nell'ormai lontano 1991 (storica dell'Africa, docente alla facoltà di Scienze politiche di Bologna, iniziò la carriera a Maputo con Ruth First, giornalista e ricercatrice sudafricana, marxista, di cui si racconta nel film "Un mondo a parte"). Ci sarà anche un Nobel per la pace, l'argentino Perez Esquivel. E poi padre Albanese, Elio Sommavilla e molti altri.
Speriamo sia l'occasione per parlare di Africa in maniera un po' approfondita e lontano dagli stereotipi. Un po' come ha fatto Obama in Ghana qualche settimana fa.
La foto di cui sopra, invece, può sembrare un po' stereotipata ma è bella, perché ci vedo la forza di un continente non completamente addomesticato, nonostante tutto. L'ho scattata in Mozambico, a Caia, l'anno scorso.

Divise

Ci sarebbero due temi di cui occuparsi, oggi, uno locale e l'altro globale. Entrambi hanno a che fare con le divise.
Quello locale è ovviamente l'Afghanistan, il senso della presenza militare, le prospettive per questo paese con o senza truppe straniere.
Quello locale riguarda la grande sfilata degli Schuetzen (le compagnie dei territori dell'ex-Tirolo storico, oggi Euroregione transfrontaliera del Trentino, Alto Adige e Tirol) che si terrà oggi ad Innsbruck.

Sull'Afghanistan ho già detto infilandomi nelle discussioni aperte in altri blog, ad esempio quello di Leonardo. Quindi mi pare giusto dire qualcosa anche qui.
Partiamo da una tesi che penso sia condivisa da molti: la democrazia, la legalità, i diritti civili, la parità fra i sessi ecc. non sono cose che si raggiungono dall'oggi al domani, né sono cose che si esportano sulla canna dei fucili. Vale per esse lo stesso discorso che si fa per lo sviluppo socio-economico, qualunque cosa voglia dire questa parola abusata, "sviluppo": non lo si esporta con la conquista e la sottomissione, qualunque cosa dicano i nostalgici del colonialismo, gli italiani NON furono brava gente e NON portarono la civiltà (quale?) in Etiopia, Somalia o Libia.
Tenuto questo come punto fermo, e prendendo quindi le distanze anche dalle tesi neocon andate di moda negli ultimi 10 anni (tesi a cui perlopiù non credevano gli stessi neoconservatori, probabilmente: diciamo che vennero inventate per giustificare la sete di potere di alcuni di essi e il buon proseguimento degli affari della cricca di Bush jr.), è eticamente corretto e politicamente desiderabile il ritiro delle truppe straniere dall'Afghanistan, come chiede oggi la Lega e parte del mondo della sinistra (Verdi, PRC, pacifisti, ecc.?)
Io penso di no. Penso che negli scenari di crisi si debba restare. Non solo con i soldati. Non solo con la presenza militare che non è per nulla risolutiva (e comunque, come è noto, perché è stato scritto in tutte le salse da Kipling in poi, tra quelle montagne nessun esercito straniero l'ha mai spuntata). Però restare.

Sappiamo che ogni intervento armato in casa d'altri è aleatorio e di dubbia legittimità, anche quando "rivestito" dalle migliori intenzioni. A Gaza o in Tibet ben difficilmente avremo mai i Caschi Blu o la Nato, e già questo crea uno doppiopesismo sospetto.
Ciò non basta però a convincermi del fatto che (per usare un argomento caro ad esempio a leonardo): noi siamo piccoli, un piccolo paese pieno di problemi, perché dovremmo avere la presunzione di andare a risolvere quelli degli altri ecc.
A parte ogni ovvia considerazione sulla differenza fra la seconda guerra in Iraq (fondata su delle bugie e totalmente priva di una gustificazione sul piano del diritto internazionale, a differenza della prima) e la missione in Afghanistan, nata in risposta ad un attacco (e che attacco!) partito da quel paese, ciò che conta è che oggi il mondo è uno. E se è così, non posso non sentirmi responsabile - qui, dal mio piccolo, nevrotico paradiso alpino - di ciò che accade altrove, non posso non sentirmi umanamente vicino a chi soffre e muore in Afghanistan piuttosto che in Congo, in Somalia o nel Caucaso.
Si dirà: il solito superomismo occidentale. Appunto, nessun superomismo. Non so quali siano le cose giuste da fare, credo nessuno abbia la bacchetta magica, ho molte resistenze persino riguardo a che cosa "aiutare a far crescere" in Afghanistan (preferisco questa espressione rispetto ad "esportare"), anche se penso che i diritti umani come individuati dall'Onu alla fine della Seconda guerrra mondiale siano qualcosa.
Quello che so è che anche un pacifista al di sopra di ogni sospetto come Alex Langer, chiese l'intervento armato per rompere l'assedio di Sarajevo, durante le guerre jugoslave. Lo fece usando tutte le prudenze che il linguaggio gli metteva a disposizione, chiese "bombardamenti chirurgici", ovvero non indiscriminati e non sui civili (se avesse potuto avrebbe chiesto di bombardare solo i cannoni e lasciare in vita i cannonieri, probabilmente) ma tant'è, li chiese. Oggi anche quell'illusione è caduta. Sappiamo che per quanto precisi posssano essere i missili intelligenti stragi di innocenti ne possono sempre fare, specie in una guerra dove il nemico si mescola alla popolazione civile (e la tiene in ostaggio). Sappiamo anche che i soldati, la fanteria, i vecchi fantaccini, ci vogliono e ci vorranno sempre, e che queste divise correranno dei rischi mortali, come si è visto qualche giorno fa a Kabul (ma non chiamiamoli martiri, per favore, non scomodiamo la religione ad ogni piè sospinto per mascherare la nostra povertà di linguaggio e la nostra carenza di argomenti "forti").
Tuttavia, insomma, io credo che così come a Sarajevo o a Srebrenica ci fosse gente che doveva essere protetta (e nessuno lo fece, perlomeno fin quando non si mossero gli americani), così c'è oggi gente in Afghanistan che deve essere protetta dai talebani ed aiutata a costruire una democrazia un po' meno imperfetta di quella attuale anche se non necessariamente uguale alla nostra (anzi, spero per gli afghani possa essere migliore della nostra).
Questo è un compito che non spetta solo ai miliari: spetta a tutti. Spetta alla diplomazia, spetta all'economia, spetta al volontariato, spetta alla cooperazione allo sviluppo, spetta alle chiese, spetta alle università ecc. Ma se il mondo non si assume compiti come questo, dopotutto, che ci sta a fare?

La questione Schuetzen è di tutt'altra pasta. Personalmente ritengo che questi "cappelli piumati", la cui unica battaglia combattuta negli ultimi 50 anni è stata quella per ottenere (in Alto Adige) di poter sfilare con i loro fuciletti caricati a salve, siano un residuo del passato. Nel campo del volontariato - un campo particolarmente fertile in queste province - non rappresentano nulla; nulla di paragonabile ai vigili del fuoco volontari, ad esempio, o alle centinaia di associazioni che operano nei paesi in via di sviluppo. In più, gli Schuetzen tirolesi sono oggi gli alfieri del micronazionalismo pantirolese, palesemente ostili nei confronti della popolazione di lingua italiana e di ciò che essa incarna (un Alto Adige/Suedtirol multietnico e plurilingue). Detto questo, la manifestazione di oggi non è una semplice sfilata degli Schuetzen in ricordo dell'insurrezione di Andreas Hofer contro i franco-bavaresi. Per almeno due dei tre soggetti istituzionali coinvolti (i governi del Trentino e del Tirolo austriaco) essa dovrebbe testimoniare la volontà di lavorare assieme, nell'ambito dell'Euregio (organismo che raggruppa i tre territori, con sede comune a Bruxelles) su temi niente affatto nostalgici, anzi, attualissimi: il corridoio ferroviario del Brennero, ad esempio, o l'energia, o la cooperazione interuniversitaria. C'è insomma un modo vetusto, conservatore, "heideriano", di guardare al Tirolo, questa entità storica sconfitta dalla storia con la nascita del confine al Brennero; e c'è un modo innovativo, reso possibile dal superamento dei confini nazionali, che da un lato recupera sì, giocoforza, i tratti identitari del passato - innegabilmente la manifestazione di oggi fa perno sulla controversa figura di Hofer - ma che di fatto punta piuttosto a delineare inedite prospettive di collaborazione fra genti unite da un fatto altrettanto innegabile: il fatto di vivere in montagna. E la montagna ha interessi, equilibri, funzioni e aspettative diverse rispetto a quelle proprie delle grandi pianure (al nord quella bavarese, al sud quella padana), diverse rispetto alle grandi conurbazioni con le loro economie di scala.
Se Dellai e Platter riusciranno a dare un taglio del genere al progetto euroregionale non so: ma certamente, se ci riuscissero, sarebbe un bel passo avanti rispetto alle divise, ai cappelli piumati e alle corone di spine pantirolesi.

Come quando ti scateni



La canzone è "Modern love", di David Bowie, dall'album "Let's dance".
Il film in Italia uscì con il titolo "Rosso sangue".
Una sorta di noir lirico estetizzante, non ben sviluppato, a mio parere, che ruotava attorno ad un'idea niente male: un virus che colpisce tutte le persone che fanno l'amore senza amore (siamo negli anni '80, l'Aids è ancora una novità).

Don't believe in modern love, canta Bowie.

Come quando senti che devi uscire, che devi correre, che qualcosa ti tira da qualche parte, e ti trascina, nonostante le catene, nonostante il male che ti paralizza i muscoli, come quando vuoi attraversare le strade della città come un vento, come quando vuoi distruggere le insegne, come quando fai le capriole, come guando devi essere sfrenato, senza motivo, come quando vorresti lasciarti tutto alle spalle e infilarti nel cuore di una metropoli del sogno, vuota, pallida, opalescente, insonne e piena di mistero...