Father


Mi capita di avere nostalgia di quello che ho vissuto il mese scorso, ieri l'altro, ieri, due ore fa. Un giorno proverò nostalgia del momento esatto, il lucido istante levigato che chiamiamo PRESENTE,
e il cerchio sarà chiuso.

Neve

La neve è sorprendente; appartiene a quella categoria di fenomeni naturali che generano nelle persone un senso di complicità, di comune appartenenza al genere umano, difficile da rintracciare in quelle che i sociologi chiamano: "società complesse". E` come se il disagio, molto modesto, che essa crea, risvegliasse negli uomini l'istinto primordiale a far causa comune contro forze percepite come infinitamente più potenti. Un istinto che risale, suppongo, a quando eravamo inermi contro cataclismi di ben altra portata, i terremoti, le inondazioni, qualche sconosciuta pestilenza...
Quando una nevicata improvvisa paralizza il traffico, quando i tram smettono di viaggiare e ci si sente isolati, persino nel cuore della città, dentro ai confini angusti di un caseggiato, un quartiere...allora ci si scambia sinceri sorrisi, e si commentano assieme le previsioni del tempo. Le persone sono capaci di cose inaudite, come prestarsi aiuto a vicenda. E` il loro lato tribale che viene a galla, mette sempre una certa eccitazione, a vederlo esplodere così, per un nonnulla.
da Macchine fluide, romanzo inedito (finalista Premio Calvino 1997)

Pastello


And something flickered for a minute, and then it vanished and was gone...

Il Trentino stoppa la destra

L'avanzata della Destra (leghista, in questo caso) in Trentino non c'è stata. Il dato delle elezioni di ieri - che ha onestamente dell'inaspettato se non del clamoroso - è che qui il centrosinistra vince alla grande. Lo fa con una formula inedita, nella più pura tradizione trentina (terra che tenne a suo tempo a battesimo la Margherita): PD (primo partito in provincia) + UPT (Unione per il Trentino, nuova formazione politica centrista-riformista di espressione territoriale). A queste due forze si accompagnano inoltre nella coalizione gli autonomisti del PATT, i Verdi, i Leali (liberali), l'Italia dei Valori e l'Ual-Unione autonomista ladina. L'UDC, che in Trentino si era schierata con il centrosinistra, è stata esclusa dalla competizione elettorale per un errore formale nella presentazione della lista (i suoi voti sono comunque confluiti nell'alleanza).
Sul versante del centrodestra, buona l'affermazione della Lega, mentre il Popolo delle libertà resta al palo.
Se in Alto Adige le elezioni provinciali di 15 giorni fa sono state segnate dall'avanzata della destra tedesca (a scapito della SVP, il partito etnico dei sudtirolesi), il Trentino, dove pure si era pronosticato un testa a testa fra il candidato del centrosinistra, Lorenzo Dellai, e quello del centrodestra, Sergio Divina, continua a fare orgogliosamente eccezione. E lo fa anche rispetto al resto del Nord-est italiano: dopo la caduta di Illy in Friuli rimane questa l'ultima oasi refrattaria alle sirene destrorse. E lo fa anche rispetto al panorama politico d'oltrebrennero, compreso quello dei "cugini" del Tirolo, nonché della Baviera.
Molte le ragioni che spiegano questo voto, e che saranno domani abbondantemente sviscerate, anche da chi fino a ieri ha giocato al tiro al piccione con Dellai. Ne segnaliamo una: l'impreparazione dimostrata dai politici romani chiamati a Trento a "rinforzo" di Divina. Valga per tutti la promessa del ministro Tremonti di "regalare" il demanio alla Provincia di Trento, che ha questa competenza da anni (va detto che sono ben pochi i politici nazionali che quando arrivano quassù dimostrano di conoscere qualcosa della nostra Autonomia; non che siano necessariamente tenuti a farlo, beninteso, ma, insomma, non hanno uno staff alle spalle, dei consiglieri, dei ghost writers?).
Ma a pagare è stato probabilmente anche il buongoverno della formazione uscente, a prescindere dall'inchiesta giudiziaria dell'ultima ora che lo ha lambito (e a cui in realtà non era estraneo lo stesso centrodestra). Valgano per tutte le ultime misure varate per fronteggiare la crisi finanziaria internazionale, che hanno mobilitato oltre 400 milioni di euro solo a favore delle imprese indebitate. Qualcuno dirà: ha vinto la "magnadora" (orribile parola resa popolare dall'infelice uscita di un ex-assessore). Io dico: ha vinto la politica.
Questo il dato di sintesi: Lorenzo Dellai 56,99%, Sergio Divina 36,50%.

Addio a Miriam Makeba


E' morta ieri la cantante di origini sudafricane Miriam Makeba, simbolo della lotta all'apartheid. Miriam Makeba - che aveva iniziato la sua carriera negli anni '50 - è morta nella clinica Pineta Grande di Castel Volturno, dove era stata trasportata dopo essere stata colta da un malore, al termine della sua esibizione al concerto anticamorra e contro il razzismo dedicato allo scrittore Roberto Saviano. Per una artista come lei, dopotutto (un'artista sempre impegnata dalla parte "giusta", con un'unica ombra: la sua amicizia, ad un certo punto della carriera, con il dittatore della Guinea Touré), credo non potesse esserci uscita di scena migliore.
La sua musica univa la tradizione occidentale - jazz e pop - a quella africana; aveva quel quid che contraddistingue la produzione delle grandi star internazionali, amate da pubblici diversissimi tra loro. Ma la fama di Miriam Makeba è legata anche e soprattutto al Sud Africa, paese che - all'indomani della Seconda guerra mondiale, cioè di una guerra condotta in ultima analisi contro l'ideologia razzista elevata all'ennessima potenza - edificò un regime razzista al 100%, giustificandolo con argomentazioni che risultano familiari anche oggi: la difesa delle peculiarità culturali di ciascun popolo, la necessità di vivere "separati" per vivere meglio. Ovviamente tutto ciò era una finzione, che mascherava la realtà di uno sfruttamento (della popolazione di colore) scientificamente organizzato. Ma è bene ricordare che chi volle l'apartheid, gli ideologi che costruirono l'impalcatura culturale dello "sviluppo separato", presumevano di essere dalla parte della ragione. Il male, a volte, ha giustificazioni suadenti.

Lou Reed & Velvet Underground - un omaggio








E' appena stato pubblicato il dvd del tour che Lou Reed ha realizzato lo scorso anno, internamente dedicato all'album "Berlin", per la regia di Julian Schnabel. La cosa anomala è che "Berlin", uno dei primi concept-album della storia del rock (un disco, cioè, che raccontava un'unica storia, attraverso le sue canzoni), è stato pubblicato nel 1973. All'epoca venne stroncato: in pochi capirono la profondità di questa vicenda di amore e morte ambientata a Berlino, città-metafora della divisione (la divisione indotta dal Muro, la divisione dei cuori, coppie divise, personalità divise, madri divise dai figli, uomini separati da se stessi dalla droga e dall'alienazione...). A 34 anni di distanza Lou Reed si è preso la sua rivincita: oggi l'ambizione racchiusa in quei solchi è sotto gli occhi di tutti. L'ambizione di usare il rock per veicolare un racconto che può stare senza imbarazzo fianco a fianco con un'opera di Dostoevskij, Joyce, Hubert Selby jr., Delmore Schwarz, William Burroughs. Un'ambizione ben riposta. Dopo tanto tempo, "Berlin" non ha perso un'oncia della sua forza sinistra. Semmai ha acquistato in profondità.

Questo post è un modesto omaggio a un grande artista newyorkese, che ha mosso i primi passi nella Factory di Andy Warhol negli anni '60, come leader dei Velvet Underground (in cui militava Nico, berlinese, appunto, già attrice nella "Dolce vita" di Fellini), l'altro gruppo più influente della storia del rock assieme ai Beatles. Un artista che ha cantato le infinite sfumature del dolore e della redenzione, usando sempre gli stessi maledetti tre, quattro accordi. Un artista la cui musica ha accompagnato la mia vita e quella di tante altre persone come me, che non hanno mai vissuto in una metropoli (e non hanno mai conosciuto certi abissi, se è per questo; ne hanno solo intuito l'esistenza).

Lou farà una comparsata mercoledì prossimo -12 novembre - al teatro Valli di Reggio Emilia, come ospite dello spettacolo che la moglie, Laurie Anderson, sta portando sui palchi europei, "Homeland".

Sarò il tuo specchio, rifletterò quello che sei, nel caso non lo sapessi.
Sarò il vento, la pioggia e il tramonto, la luce alla tua porta, per mostrare che sei a casa...
( from I'll be your mirror)
Io non so dove sto andando, ma proverò a raggiungere il regno se ci riesco,
perché mi sento un vero uomo quando infilo l’ago in vena,
e dopo, ti dico, le cose non sono più le stesse.
Quando la botta comincia a salire,
mi sento come il figlio di Gesù,
e credo solo di non sapere, so soltanto di non sapere...
(from Heroin)
Candy dice: sono arrivata a odiare il mio corpo e tutto ciò di cui ha bisogno in questo mondo.
Candy dice: vorrei capire con precisione quello di cui altri discutono con tanta discrezione.
Candy dice: odio i posti tranquilli, che richiamano impercettibilmente il gusto di ciò che sarà.
Candy dice: odio le grandi decisioni, che provocano ripensamenti infiniti nella mia mente.
Guarderò gli uccelli blu volare sopra le mie spalle,
li guarderò mentre mi sorpasseranno, quando sarò più vecchia.
Cosa credi che vedrei, se potessi allontanarmi da me stessa?
(from Candy says)
In certe specie d'amore, ah, Marguerita ha detto a Tom,
tra pensiero ed espressione, ci passa una vita.
Certe situazioni accadono a causa del tempo,
e non ci sono amori migliori di altri.
(from Some kinda love)
Jenny ha detto che quando aveva appena cinque anni, non succedeva mai niente, ogni volta che metteva su una stazione radio, non passavano mai niente. Jenny disse quando aveva appena cinque anni, i miei genitori saranno la fine per tutti noi.
Due televisori e due Cadillac, non mi saranno proprio d’aiuto
proprio per niente.
Poi un bel giorno si sintonizzò su una stazione di New York, sai non riuscì quasi a credere
a ciò che stava ascoltando, cominciò a muoversi al ritmo di quella musica favolosa, sai, la sua vita fu salvata dal rock’n’roll. Nonostante tutte le amputazioni, potevi uscire e ballare con una stazione di rock’n’roll. Ed era bello. Era bellissimo
(from Rock n Roll)
A Berlino, accanto al muro, eri alta un metro e settantacinque.
Era molto bello, lume di candela e Dubonnet con ghiaccio.
Eravamo in un piccolo cafè, si sentivano le chitarre suonare.
Era molto bello.
Oh, tesoro era il paradiso
(from Berlin)
Quando tutti i tuoi amici da due soldi se ne sono andati e ti hanno fregato
e ti parlano dietro le spalle dicendo che non sarai mai un essere umano...
allora ricominci a pensare a tutte le cose che hai fatto, e a questo e a quello,
rivedi tutto in modo diverso.
Allora ricordati che la città è un posto strano, qualcosa di simile a un circo o a una fogna,
e ricordati che gente diversa ha gusti differenti,
e la Gloria dell’amore potrebbe attraversarti...
(from Coney Island Baby)
Pioggia dal mattino fra nuvole azzurre che ora risplendono di rugiada
attraversando la città in grandi macchine, e io, io non ho niente da fare...
Dammi dammi dammi un po' di divertimento
dammi dammi dammi un po' di dolore
non sai che le cose sembrano sempre pessime,
a me sembrano sempre le stesse.
(from Gimme some good time)
Preso tra gli astri confusi, le linee topografiche, la mappa approssimativa che portarono Colombo fino a New York. A metà strada tra l'est e l'ovest, lui passa a prenderla indossando un gilet di pelle, la terra geme e si ferma in un brivido.
Un crocifisso di diamante come orecchino, serve per fronteggiare la paura di aver lasciato l'anima nella macchina noleggiata di chissà chi. Nei pantaloni nasconde uno straccio, per pulire lo schifo che ha lasciato assosso alla snella Juliette Bell.
E Romeo voleva Giulietta, e Giulietta voleva Romeo, e Romeo voleva Giulietta, e Giulietta voleva Romeo.
(from Romeo had Jiuliette)
Dicono che nessuno possa far tutto ciò, ma tu lo vuoi in cuor tuo. Ma non puoi essere Shakespeare, non puoi essere Joyce, per cui cosa ti resta?
Devi accontentarti di te stesso, covando una rabbia che ti può far male, devi ricominciare dal principio. E proprio allora quel fuoco splendido si riaccende.

Quando attraversi umile, quando attraversi malato, quando attraversi, "io sono meglio di voi", quando attraversi la rabbia e l'autocommiserazione e hai la forza di ammetterlo a te stesso, quando il passato ti fa sorridere e puoi assaporare la magia che ti fa sopravvivere in battaglia, scopri che quel fuoco è passione e che più avanti c’è una porta e non un muro.
Mentre attraversi il fuoco, mentre attraversi il fuoco, cerca di ricordarti il suo nome. Mentre attraversi il fuoco, passandoti la lingua tra le labbra, non potrai restare uguale.
E se il palazzo brucia, vai verso quella porta, ma senza spegnere le fiamme

c'è un poco di magia in ogni cosa, e un po’ di perdita, per compensare il tutto.(from Magic and Loss)

Vedi anche: www.loureed.it

La banda Baader Meinhof

Ho visto "La banda Baader Meinhof" di Uli Edel (regista anche dell'indimenticato "Christiane F."), e mi è venuto spontaneo confrontarlo con l'altro film "importante" girato sul periodo del terrorismo in Germania, "Anni di piombo" della Von Trotta (1981). Il film della Von Trotta - che ultimamente ha dichiarato di essere stata forse troppo indulgente con la Raf, come molti della sua generazione - era il classico film sul terrorismo, simile ad altri dedicati ad esempio alle Brigate Rosse: crepuscolare, pensoso, triste. I terroristi venivano dipinti come persone fanatiche, forse, ma in qualche modo anche intimamente lacerate. Il film di Uli Edel mostra invece il lato western degli anni di piombo. Un po' come "Romanzo criminale" mostra il lato western della delinquenza organizzata. Non è tanto un film d'azione: è un film sull'azione, su ciò che i terroristi facevano (sparare, mettere bombe, addestrarsi nei campi palestinesi in Giordania, sacrificare i propri affetti, pontificare, gasarsi, correre in macchina, anche scopare), piuttosto che su ciò che i terroristi pensavano. Per certi versi fa un'operazione simile a quella proposta da "Trainspotting", che mostrava (anche) il lato divertente della tossicodipendenza. Credo sia un film realistico. In fondo, "non c'è rivoluzione senza investimento libidinale", per citare Philopat. E poi, come mi ricorda un amico, uno dei film preferiti dai terroristi, all'epoca, era "Il mucchio selvaggio" di Peckinpah.
Film, ecco. Uno come Baader - dipinto come il leader carismatico, arrogante e sfrontato dall'inizio alla fine - questo aveva, probabilmente, alle spalle. Questa era la sua cultura, assieme a un po' di Marx. Peccato che, come scrive Saviano, nei film quando la scena da girare è finita, gli attori si alzino, si puliscano dal sangue finto, vadano a pranzo. Nella vita vera no. Le vittime rimangono vittime. Chi muore muore, e a chi è rimasto mutilato non rispuntano gli arti, né le ali.

Dark in tv


Marcello Dell'Utri, braccio destro di Berlusconi: "Io guardo il Tg3 e vedo che ci sono degli anchorman che hanno già una faccia un po' gotica, un po' dark. Sicuramente, ce ne sono più in Rai che sugli altri network. Credo che il direttore del telegiornale dovrebbe dimostrare un maggiore esprit de finesse in queste cose. Farle, dirle lo stesso, ma magari con un'altra espressione».

Nella foto: un presentatore del TG3

BORN IN THE USA

Well the night's busting open
These two lanes will take us anywhere
We got one last chance to make it real
To trade in these wings on some wheels
Climb in backHeaven's waiting on down the tracks
Oh oh come take my hand
Riding out tonight to case the promised land...

La notte sta esplodendo
Questa strada a due corsie ci porterà ovunque
Abbiamo un'ultima possibilità per avverare i nostri sogni
Per scambiare con delle buone ruote le nostre ali
Salta su, il Paradiso ci aspetta lungo il percorso
Dai, prendi la mia mano
Stanotte cercheremo di raggiungere la terra promessa...

(Bruce Springsteen, Thunder Road)

Con tutti i suoi difetti, ma la democrazia in America è una cosa meravigliosa, a differenza che altrove. Certo, i candidati vengono scelti dopo un duro apprendistato e non si candidano solo quando sono sicuri di vincere, come altrove. Certo, per il rito di iniziazione all’età adulta gli studenti hanno passato la notte nei sacchi a pelo davanti al maxischermo del loro college senza il conforto di mamme e professori (succede anche questo, altrove). Certo, davanti ai seggi ci sono code chilometriche perché da quelle parti si ostinano a stare in fila per uno, anziché sperimentare forme innovative di incolonnamento a fisarmonica, a raggiera, modello arrogance («lei non sa chi sono io») o formato parakul («mi lasci passare, la prego, ché la casa mi va a fuoco e ho dimenticato mio figlio sullo zerbino con un leone a stecchetto da mesi»), molto diffuse altrove. Certo, a Chicago, sperduto villaggio dell’Illinois, ieri sera aspettavano un milione di persone in piazza ed erano terrorizzati dall’idea di non riuscire a gestirle tutte, mentre altrove ne hanno appena ospitate due milioni e mezzo (ma in realtà erano due miliardi e mezzo, anzi due milioni di miliardi e mezzo) senza fare una piega. Certo, laggiù il candidato giovane sembra proprio giovane e il candidato vecchio proprio vecchio, non come altrove, dove al vecchio crescono i capelli e il giovane fa cascare le braccia. Sì, con tutti i suoi difetti, ma la democrazia in America è davvero una democrazia. A differenza che altrove.
(Massimo Gramellini, La Stampa)
E aggiungo: Obama incarna l'America che amavamo nel Dopoguerra, negli anni '50 (non sapendo del maccartismo, d'accordo). Guartatelo mentre cammina, dinoccolato, sciolto, quando sale la scaletta dell'aereo, guardate come sorride e stringe le mani. Potreste immaginarvelo con l'ipod nelle orecchie ad ascoltare un brano del Boss, in una spiaggia mentre surfa, mentre gioca con i suoi bambini, e indifferentemente dietro una scrivania mentre prende decisioni da far tremare i polsi. Obama è Kennedy, è Hollywood ma anche il cinema indipendente, è John Fante, Paul Newman, Dustin Hoffmann, Ernest Hemingway da giovane, è un senatore dell'Illinois, un nipote, giocatore di baseball, una donna che sale su un autobus e si siede dove non dovrebbe, un predicatore, è un avvocato, un venditore d'auto di cui ti puoi fidare, un fante nel Vietnam, un amante gentile e competente, è la gomma americana, lo shake, il sax, West Side Story, è un ragazzo nero che va all'università. Obama è figlio di un africano, è il sogno americano che si reincarna per l'ennesima volta. Obama non è i Bush (padre e figlio) e neanche Condoleeza, per fortuna. E' uno che forse persino una madre leghista vorrebbe come figlio. E' l'uomo che gli americani hanno voluto come presidente. E noi con loro.

I WANNA BE BLACK



E' la prima volta nella mia vita che vorrei essere americano.

Non è la prima volta che vorrei essere nero. Vorrei essere nero per poter dire, OGGI, come Jay-Z: "Rosa Park si sedette sull'autobus così che Martin Luther King potesse camminare. E Martin Luther King ha marciato così che Barack Obama potesse correre. Barack Obama adesso corre affinché noi tutti possiamo spiccare il volo."

VORREI ESSERE NERO, PER POTER DIRE, DOMANI:

"CIAO, FRATELLO PRESIDENTE"

The same deep waters


Invasione

È una notte appiccicosa, nessuno riesce a prendere sonno.
Vera è seduta sulla sponda del letto. Si passa lo smalto sulle unghie dei piedi. D'improvviso le viene in mente che un satellite potrebbe spiarla. Si alza di scatto, solleva la canottiera fino alle ascelle, aria di sfida.
Resta un attimo alla finestra. Guarda in cielo e poi giù in strada, dove cresce la folla.
Quando torna a sedersi si accorge con disappunto di avere macchiato la canottiera di smalto.

In fondo alla strada si spalanca una piazza.
Qui ci sono delle luci, luci dove normalmente, a quest'ora, ci sarebbe solo silenzio.
Studenti stanno seduti sul porfido reggendo fiaccole, oppure in piedi, in piccoli capannelli sotto alla statua di un martire. Vegliano un paese dall'altra parte del mondo, invaso poche ore prima dalle truppe di occupazione di una potenza straniera.

Le forze dell’ordine intorno vegliano il vegliare degli studenti.
Ma uno di essi francamente ne ha abbastanza. Giovane, ventre piatto di palestra. Dà di gomito al suo collega, più anziano, “mi sembra di aver visto del movimento, laggiù..."
Breve consulto con il superiore. “Posizionatevi in fondo alla strada, presidiamo anche quell’accesso”.
Si avvia. Il collega gli va appresso. Tanto, pensa, per questa notte, almeno, non c'è assolutamente nulla da temere.

Camminano un po', superano l'edificio dell'università, e intanto masticano caramelle. Arrivati all'altezza della casa di Vera sollevano lo sguardo quasi simultaneamente (se non l'avessero fatto non sarebbe successo nulla, forse un'altra volta, ma non oggi, forse lontano da qui). Vedono bianca pelle di luna sporgersi dalla finestra. Seni bianchi, pelle ben tesa (una canottiera sollevata fino alle ascelle). Vera guarda in cielo e poi la strada ma non sembra accorgersi di loro. Un attimo dopo scompare, lasciandoli a bocca asciutta.
“Starà ubriaca”, è il commento di quello giovane.
“O fatta”, dice il collega.
Si guardano, annuiscono, e si rallegrano per la luminosità della notte.
Quello giovane dice all'anziano: “Andiamo a dare un'occhiata?”
L'altro gli fa notare tutte quelle finestre aperte, le luci che rischiarano l'interno degli appartamenti. Troppa gente sveglia, dice, è colpa dell'afa.
Non c'è proprio nulla da obiettare ad un'osservazione del genere e i due si scambiano nell'ombra un silenzioso sorriso d’intesa.

Gli studenti all'inizio avevano cantato. Poi le voci si erano acquietate. Adesso addirittura qualcuno dormiva, sepolto dentro un sacco a pelo.
Nel tardo pomeriggio l'adunata aveva attirato curiosi, alcuni dei quali si erano fermati, almeno il tempo di farsi un'idea.
Chi non era al corrente di quanto era accaduto poche ore prima, qualche fuso orario più a est, di là di paludi, giungle, risaie, tubolari tronchi di bambù, dove la luce s’infratta, e la tigre sorveglia, chi aveva solo un vago sentore di tutta la vastità geografica che li separava dalle vittime dell'invasione, andava via perplesso.
Infine è giunta la notte.
Gli irriducibili, coloro che a giudizio della polizia resteranno lì fino a domani mattina, sono circa un centinaio.
Logicamente di allontanarli con la forza non se ne parla. Il questore ha suggerito prudenza, siamo in periodo elettorale. E poi questi qui sono pacifici, per ora non danno fastidio a nessuno, con le loro fiaccole. Resterebbe l'occupazione di suolo pubblico, la manifestazione non autorizzata, ma insomma, che razza di reati sono, oggigiorno?

Vera ha finito di smaltarsi le unghie.
La luce della camera è spenta, anche l'abat-jour accanto al letto, e la luna illumina i suoi piedi, che visti così sembrano ancora più bianchi.
Allunga un braccio, per sottrarlo alla zona d'ombra. Anche il braccio sembra più bianco. Poi forse la luce non è neanche la luna, ma solo i lampioni, fuori.
I rettangoli gialli delle finestre della casa di fronte si sono spenti uno ad uno.
Bussano alla porta.

L'ultimo notiziario ha prodotto qualche aggiornamento sulla situazione. Pare che gli aggressori non abbiano incontrato grandi resistenze al momento dell'attacco. L'azione è giunta inattesa, avendo appena iniziato le diplomazie dei due paesi una complessa trattativa che, a detta di tutti gli osservatori, avrebbe dovuto condurre ad una soluzione negoziata.
Il governo del paese aggredito, alle 21 ora locale, ha emesso un comunicato di condanna, invocando al tempo stesso l'intervento dell'Onu. Ha detto anche che gli invasori saranno presto ricacciati in mare.
Ma in tutto il mondo le sue difficoltà sono ben note. Se gli invasori dispongono di aerei ed elicotteri, l'esercito nazionale non ha velivoli, o meglio, i suoi sono tutti negli hangar per mancanza di pezzi di ricambio. Sugli altipiani esistono villaggi che senz'altro ancora non sanno cosa sta avvenendo molte centinaia di chilometri lontano, sulla costa. E ci sono sacche di contestazione che si annidano perfino nei vicoli dei quartieri vecchi della capitale, pronte a schierarsi con gli invasori non appena questi facciano un'offerta soddisfacente. Ci sono i miserabili che hanno creduto alle promesse del presidente fino a quando non sono state disattese dall'austerità, dal diffondersi delle epidemie, da tutte quelle piogge trasformatesi in alluvioni fangose. Difficile che si mobilitino a difesa della patria, e del resto, è altrettanto difficile spiegare loro che al presidente fanno difetto quei poteri divini dei quali erano investiti, in un'epoca non lontana, i suoi predecessori.
Ma il governo continua a confidare nella fedeltà dei contadini beneficiati dalle riforme, che accorrono dai campi e si accampano attorno al palazzo presidenziale. Lunghi, tortuosi serpenti di uomini, animali e veicoli meccanici si muovono in direzione della capitale, lasciando giù per ripide discese la scia dell'odore di freni bruciati. Male armati rotolano come sonnambuli, in preda alle febbri.
Gli studenti in piazza continuano la loro veglia e pensano a queste oscure manovre notturne, dimentichi del fatto che nel paese aggredito è già mattina. Organizzano strategie mentali di rara efficacia, ripassano i discorsi che, si augurano, i giornalisti faranno loro pronunciare, si preparano a respingere l'imminente assalto delle forze dell'ordine e si sforzano soprattutto di rimanere svegli.
Vera si alza e va ad aprire.

Sull'uscio i due sorridono.
Quello giovane dice buonasera, portandosi le dita al cappello.
Chiede: “Tutto bene?”. Vera non sa cosa rispondere. Si fa da parte, non è tenuta a farlo, ma si fa da parte, lascia che le divise s’infilino dentro.
Il giovane ringrazia, chiede un bicchiere d’acqua. Ora è entrato anche l'altro, è nervoso, si guarda intorno aspettando forse che sbuchi fuori un uomo dal bagno, o dalla cucina. Il giovane non smette di sorridere, spiega a Vera “qualcuno ci ha chiamato, comunque non si preoccupi, ora è tutto a posto.”
“Ma qui tutto è sempre stato a posto.”
“Davvero?” Il giovane imprime al tono della sua voce un brusco cambiamento, lascia che autorità fluisca, constata con soddisfazione che la donna arretra, appoggia le mani dietro la schiena, sul bordo del tavolo. Anche il suo collega è impressionato. C'è sempre qualcosa fuori posto. Sempre. Basta cercarla.
Chiede: “Aveva caldo, prima, eh?”
Posa il cappello sulla mensola, continua a guardare Vera negli occhi. “Sa, a volte le segnalazioni si rivelano infondate, perché‚ dicevano strani giri, ma non c'è alcun giro, qui, che io veda. Solo una donna – una bella donna, mi consenta - che non ha sonno, che ha tanto caldo, proprio come noi...”
Vera indietreggia ancora, si siede sul bordo del divano. Anche questo gesto, dopo, a ricordarlo, non saprà spiegarselo. Forse le era sembrato naturale che l'invasore dovesse stare in piedi, come una statua ben piantata, ben ancorata, e lei giù, in basso, a capo chino, senza guardarlo in volto. Lontano dal fuoco dello sguardo dell'invasore, che brucia, che scuote la casa dalle fondamenta al tetto…
L'anziano va a chiudere a chiave la porta d'ingresso. Controlla la finestra, constatando con sollievo che il divano si trova in una zona d'ombra, così che da fuori non vedranno nulla. Poi se ne sta in disparte, spostando il peso da una gamba all'altra, osserva il collega, lo sente pronunciare delle frasi mentre accarezza i capelli della donna, mentre accenna alla canottiera, mentre si sbottona.

Vera abbandona il suo corpo come si pianta un'auto scassata sul ciglio della strada. Rabbia per quel corpo che non sa difendersi. Un cuore rapido, senza volontà. Aspetta che passi l'invasione con lo sguardo dritto alla finestra, dove la luce si addensa. Concentra la sua attenzione su quella remota porzione di cielo dove i satelliti spia ronzano nell'attesa, e registrano l'accaduto senza emozioni. Il suo sguardo non vacilla e non si oscura e rimane fisso alla finestra per tutta la durata dell'assalto, finché‚ non si sente vuota, finché l'invasione non è passata.
Allora quello giovane si riassetta, va a chiudersi nel bagno. E al suo posto arriva l'anziano, non può certo essere da meno, e dunque assale, di malavoglia assale, assale anche lui, percorrendo la strada già aperta dal primo, mescolando la sua voce a quella degli altri invasori.

Quando è finita il giovane vorrebbe indugiare un poco, sussurrare una parola affettuosa all'orecchio di quell'amante informale. Ma, avvedendosi del suo sguardo, fisso sul rettangolo di nera profondità siderale, conclude che nella testa della donna ci sia semplicemente qualcosa che non funziona, e dunque non ci pensa più. Ubriaca però no. L'alito l'avrebbe tradita.
Dà una pacca sul culo al collega più anziano. Si rimette il cappello, avviandosi verso la porta. Si ferma a metà. Si volta. Si sta chiedendo se e quanto debba lasciare. Ma poi no, perché?
“È stato un piacere”, conclude, sorridendo. Affermazione che giudica brillantemente piena di sottintesi, una perfetta uscita di scena.

Vera rimane sdraiata sul letto, immobile, cercando di riprendere confidenza con il suo corpo, senza osare spostarlo, solo controlla mentalmente che tutte le funzioni vitali girino come al solito, provando meraviglia e orrore per questo.
Dopo qualche minuto solleva il piede verso la luce, dove lo smalto delle unghie risalta scuro sul pallore della pelle.
Tutto questo è successo, pensa. È successo veramente e potrebbe succedere ancora.
Nella luce, finalmente, si ascolta. Ascolta il respiro crescere, fino a riempire tutte le cavità del corpo, e attende che diventi un palpito più doloroso, e vigila affinché il palpito non si rompa in pianto.
Eppure la notte che si affolla attorno a quel corpo scosso dal palpito resta immobile, sospesa. Come se fosse sul punto di posarsi, e non si posa. Fino a quando il palpito non viene ricacciato giù. Fin quando la crisi non è passata.

Anche gli studenti stanno immobili, tutti tranne due.
Riflettono che in fin dei conti non tradiranno la causa di quel paese lontano per un po' di sonno.
Avviandosi, incrociano due divise isolate, che si dirigono verso la piazza. Il più giovane li blocca. Dice: “Tutto bene, ragazzi? Siete stanchi?”
Uno fa “eh, un poco”, ma l'altro, “ci sgranchiamo le gambe, che vi credete, poi torniamo.”
La divisa giovane gli si fa sotto. “Mi raccomando – sussurra, con un filo di voce - niente casino.”
“Siamo liberi cittadini”, ribatte lo studente più spavaldo.
Poi tutti e due gli girano intorno. Alzano le spalle.
Quello giovane li osserva mentre si allontanano, accendendo sigarette. Sorride.
“Sangue caldo. Io lo so!”

Vera si affaccia alla finestra.
Domani, forse a quest'ora, in qualche bar o dentro un'automobile d'ordinanza, qualcuno riderà della sua piccola tragedia notturna, di quel corpo disossato, di quelle ginocchia molli, di quelle unghie dipinte per nessuno e svelate al signore invasore Nessuno.
La luce illumina una figura magra, in canottiera.
Lo studente spavaldo alza la testa, soffia fuori il fumo, verso le stelle silenziose.
“Bella figa”, osserva, tra sé.

In cielo luccicano i satelliti.

Mp - 1988
(Racconto pubblicato sulla rivista "In-edito", Torino)