Punti di vista sulle relazioni umane
Citazione.
"(..) si assiste ad una mancanza di reciprocità: la personalità più forte, che tende al possesso dell’altro, detta le regole del gioco, decide autonomamente, sovente non dichiara il proprio pensiero perché non lo ritiene necessario e, nel momento in cui informa e rende partecipe l’altro delle proprie scelte, si altera se questi non asseconda compiacente e silente tali decisioni."
E poi, le asprezze del linguaggio.
Like a rolling stone
Questa canzone, indubbiamente, è un capolavoro. Non so più quale rivista l'ha votata addirittura come migliore canzone del XX secolo.
Entrambe le versioni sono straordinarie. Quella di Jimi Hendrix ne esplora le potenzialità, com'era nella natura dell'uomo, un esploratore delle potenzialità della chitarra, soprattutto dal vivo (in studio a volte l'ho sempre trovato un po' "tarpato", anche se, ovviamente, stiamo sempre parlando di vette altissime).
Ma...c'era un "ma", che mi pesava. Cosa rendeva la canzone di Bob Dylan più speciale, oltre al fatto che l'aveva scritta lui, appeso per le mani al ramo di un albero con un fiume limaccioso che scorreva sotto i suoi piedi, come mi pare di avere letto una volta?
Ecco: che Dylan la canta come dev'essere cantata, con un più di DELIZIOSO RANCORE. Perchè questa è senza dubbio una canzone rancorosa, una vendetta postuma, o qualcosa del genere. Nei confronti di chi, lo sa solo lui.
Hendrix ne ha tratto una versione monumentale, musicalmente. L'attacco da solo, quell'ingranare il riff con tutta quell'energia, vale tanti di quei dischi...
Ma ascoltandolo, ti chiedi se sia pienamente consapevole di cosa dicono le parole. Se le senta come sue, nel profondo. Se lo nutra anche lui, quel rancore, nei confronti di quella ragazza che un tempo vestiva così bene, quella ragazza che adesso sa come ci si sente, a stare da sola, senza trovare la direzione di casa, una perfetta sconosciuta, come una pietra che rotola. Forse sì. Forse no.
Dylan, sia che si riferisse a Edie, come è stato a volte ipotizzato, gli Stones lo suggeriscono apertamente nel video che accompagna la loro cover (e calzerebbe a pennello), sia che stesse dando corpo ad un generico impasto di emozioni misogine che si portava dentro (e che in effetti caratterizzano tanta parte della sua musica), Dylan lo sa eccome.
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Era un pezzo di Harvest, oggi si direbbe una "traccia". Suonato così, sono chitarre che sognano, piangono. Fra le rughe del tempo.
C'è di che stupirsi, che il tempo non cambi mai niente. Ma forse no.
Si muove sempre come un orso, senza eleganza, sotto un cielo inglese. Bambini accendono fuochi sul prato.
Fa sempre ciò che vuole, cosa che possono permettersi solo i grandi.
Bisogna ascoltare fino in fondo, chi ha la pazienza? Gli assoli sono scomparsi dalla musica, quel modo di navigare sulle note dell'improvvisazione, i pieni e i vuoti, il tempo dilatato. Nulla che possa friggersi subito, lì su due piedi, il tempo lisergico dei pensieri e delle parole in rima, il tempo di lasciare invecchiare le cose, la passione, occhi chiusi. Quando li apri, sono umidi.
If I was a junk man selling your cars
Washing your windows and shining your stars
Thinking your mind was my own in a dream
What would you wonder and how would it seem
Living in castles a bit at a time
The king started laughing and talking in rhyme, singing...
Istanbul
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It's time to go...
Per un po', è meglio fare uno stop. Arriva la stagione più crudele dell'anno, come sapeva Eliot.
Sole e vento.
Lou Reed - 70 anni
Lou Reed compie oggi 70 anni, di cui una cinquantina dedicati alla musica e all'arte. Dal canto mio, 34 anni assieme alle sue canzoni, più o meno.
Nella sua opera, come ha detto recentemente, la grande epopea americana (quella stessa che gli scrittori americani dell'ultima generazione, come Franzen o De Lillo, raccontano nei loro libri). Soprattutto quella che prende corpo a partire dalla seconda metà degli anni '60 a New York (diffondendosi di riflesso nel resto del mondo): quindi la Factory di Andy Warhol e della pop art, l'irruzione delle droghe pesanti, i personaggi eccentrici, schizoidi, "disturbati", che popolano le strade della metropoli (compresi i transessuali di "Walk on the wild side", la sua canzone più celebre). Con qualche excursus - isolato - in altri lidi, a partire da Berlino (che all'epoca dell'incisione omonima non aveva ancora visitato) assurta a metafora della crisi di una coppia, menti divise, cuori divisi, come da un Muro...
Ma anche un vero e proprio diario pubblico, in cui l'artista racconta e si racconta, popolato da innumerevoli personaggi che vanno dal Delmore Schwarz che fu suo professore alla Siracuse University (il poeta e autore de "Nei sogni cominciano le responsabilità", morto dimenticato in un alberghetto della Bovery) ai vari Little Joe, Candy Darling ecc., senza dimenticare le sue mogli, Sylvia Reed, musa e "assistente" negli anni '80 delle disintossicazioni e del riposizionamento artistico, e l'attuale, amatissima, Laurie Anderson ("The adventurer"), con cui fa spesso spettacoli e reading in giro per il mondo.
Costituiscono una parziale eccezione proprio gli ultimi 2 lavori, entrambi ispirati alla letteratura: "The Raven" (che musica i racconti di Poe, ma lo fa anche per confrontarsi con il demone con cui Lou ha sempre combattuto, quello dell'autodistruzione) e l'ultimo "Lulu", inciso con i Metallica, ispirato ai due romanzi di Frank Wedekind "Lo spirito della terra " e "Il vaso di pandora" (ma il doppio cd si chiude con una canzone, di nuovo, molto personale e autobiografica, "Junior dad").
E' senz'altro un'opera al nero, quella di Lou Reed, anche se qui e là schizzata di humor e di momenti "leggeri" (in fondo, alla base di tutto, c'è la grande lezione del rock n roll). Un'opera densa di disperazione e di morte (pensiamo già solo a due dischi fondamentali del periodo "più recente", diciamo così, "Magic and Loss", che racconta la perdita, a breve distanza l'uno dall'altro, di due amici, e "Songs for Drella", scritto dopo la scomparsa di Andy Warhol). Anche in questo Lou è moderno, nel suo descrivere le nevrosi e le pulsioni mortifere della nostra civiltà, condite di dipendenze di vario genere, non solo l'eroina di cui ha cantato in una delle sue prime e più celebri composizioni, anche l'alcol di "The last shot", o la sessualità "malata", trasgressiva (e in fondo oggi così normale) di "Venus in furs" e "Kicks".
Ma Lou Reed ha anche scritto splendide canzoni d'amore, cosa che spesso viene dimenticata. Da "Perfect day" a "Coney island baby" a "Heavenly Arms" è stato non meno incisivo di Bob Dylan, ad esempio, anzi, rinunciando al simbolismo del cantautore del Minnesota ha acquistato qualcosa sul piano della poetica "pura" (quella che ha nel dato di realtà il suo punto di partenza), e senza cadere nel trabocchetto della misoginia (così tipica delle rockstar).
Nella grande epopea americana di Lou Reed i fatti del mondo (quello esterno al micro-macrocosmo delle strade di N.Y.) e la politica ci sono entrati invece di striscio: il Vietnam evocato in "Billy" (nella figura di un suo compagno di università, molto più bravo di lui, divenuto medico, partito per il sud est asiatico e tornato con il cervello a pezzi, tanto che "era come parlare ad una porta"), l'assassinio di Kennedy a Dallas ("The day John Kennedy died"), certi accenti polemici contenuti in "New York", fino alla sua recente comparsata a fianco di "Occupy Wall Street". Come per tanti artisti, la cronaca viene generalmente filtrata dal dato biografico, diventa vita vissuta in presa diretta, prima di trasmutare in arte.
Il segreto? Usare una musica apparentemente semplice (i famosi tre accordi, in realtà è stata spesso molto sofisticata, specie per gli standard odierni, per non parlare delle dissonanze velvettiane), una musica concepita originariamente per fare ballare i giovani, e buttarci dentro contenuti propri dell'arte matura, della letteratura, in particolare. Un'accoppiata riuscita a pochi altri come a lui, che gli venne in parte suggerita, come racconta in un'intervista, dallo stesso Schwarz, che avrebbe espresso irritazione per i testi delle canzoni che si sentivano alla radio nei primi anni '60. "Cosa succederebbe se unissi questa musica a dei testi diversi?", pare si sia chieso Lou. E così, nacquero "I'm waiting for my man", "Heroin" o "All tomorrow's parties".
Quando ho sentito per la prima volta una sua canzone. Andavo in terza media, con altri 3 compagni avevo messo in piedi una "società" per l'acquisto di dischi (si dividevano le spese, un Lp era costoso). Uno di essi, Sanna Quirico, istruito da un cugino più grande, mi fece sentire "Sweet jane". Non riuscivo a capire cosa avesse di speciale: la voce, certo, ma come definirla quella voce? Era una voce "fredda", una voce sprezzante, dura, una voce che si faceva beffe persino dell'intonazione; ma era anche una voce "calda", perchè sapeva trasmettere delle emozioni come nessun altro cantante avessi sentito prima. Il resto lo fece una raccolta (della RCA, quella con in copertina le foto di Lou con Rachel, il trans che all'epoca era la sua compagna) e un articolo di "Ciao 2001", che parlava della Factory di Warhol, dove i Velvet Underground avevano dato la loro scalata al successo (all'epoca molto limitato, i Velvet erano in anticipo di vent'anni, troppo lontana la loro poetica metropolitana dalle utopie hippies che andavano per la maggiore nei Sixties).
E il 1° dei Velvet, comprato in quarta ginnasio, mi ricordo ancora quel maggio, quell'aria dolce...tornare a casa con la Banana di Warhol, in bicicletta, metterlo sul piatto, cercare di familiarizzare con una musica così diversa, così "altra", rock, certo, ma distante anni luce dai canoni pop o metal di quegli anni, conturbante e disturbante, che non piaceva a nessuno dei miei amici abituati agli Eagles e ai Led Zeppelin, una musica che oggi finisce persino nelle pubblicità ("Sunday morning"...), per il facile ascolto di gente che nulla sa. Poteva cambiarti la vita, se eri predisposto. E a me l'ha cambiata, sicuro.
Da allora, è sempre stata una possente fonte di ispirazione. Non posso certo dire sia piena di gioia e di ottimismo; ma in essa mi ci sono rispecchiato, pur essendo la mia vita così lontana dalla sua. Per non dire dell'estetica, dell'amore per il nero, in piazza Maggiore mi avrebbero menato, quel giorno, per i "compagni" la camicia nera era un simbolo di fascismo, non capivano...
Happy birthday mr. Reed.
Non ho mai sentito il bisogno di stringerti la mano di persona. L'arte non ha bisogno di queste cose. L'arte è la vita, vissuta più consapevolmente.
Morgan - le ragioni delle piogge
Poi arrivava la pioggia. A volte in anticipo, a volte in ritardo. Pioggia nei vicoli. Pioggia sui viali. Pioggia la domenica, giù da cieli bianchi, accecati.
Lavava via la neve residua, l'inverno, le foglie, i cappotti. Lasciava tutto in sospeso, preparava il terreno per i sabati pomeriggio, per le nuvole alte, la sete, gli orgasmici temporali estivi.
AUTONOMIE PER IL TIBET
Questo non è un articolo, è semplicemente un appello raccolto, un sasso scagliato nel mare. Riguarda una terra, il Tibet, con la quale sia Trentino che Alto Adige hanno stretto rapporti da anni, anche grazie a ben tre visite del Dalai Lama, fino a qualche tempo fa la massima autorità ad un tempo spirituale e politica del popolo tibetano (oggi solo spirituale).
Nel novembre, 2009, tra l'altro, nel corso dell'ultima venuta di Tenzin Gyatso, era stata varata una "Carta di Trento per il Tibet", un appello all'autonomia - non certo all'indipendenza - del Tibet, da far sottoscrivere alle diverse autonomie regionali del mondo, che riprendeva i contenuti del Memorandum a suo tempo proposto dal Dalai Lama al governo cinese per trovare una soluzione pacifica alla questione tibetana.
Non risulta che alcuna regione autonoma europea l'abbia sottoscritta, vuoi adducendo come motivazione una mancanza di competenze in politica estera, forse anche perché oggi nessuno vuole mettersi inutilmente in cattiva luce con seconda potenza economica mondiale (di fatto la prima, se non consideriamo solo il Pil). E la Cina, nella sua politica estera, anche ad esempio in contesti come quello dell'Africa, dove è sempre più attiva, solitamente non guarda tanto per il sottile e pone poche condizioni, ma una di queste è il non-riconoscimento dell'autorità del Dalai Lama (così come di Taiwan).
Cosa è successo, nel frattempo, dal 2009 ad oggi? Che sempre più monaci tibetani si stanno immolando, con il fuoco. L'ultimo risale, a quanto se ne sa, al 15 gennaio scorso. Questi gesti ne richiamano altri, quelli dei monaci vietnamiti che si bruciavano in piazza per protestare contro la guerra, negli anni '60. Verrebbe malinconicamente da aggiungere che forse la libertà di stampa e la diffusione delle informazioni erano maggiori allora, visto che quelle immagini che le ricordiamo tutti mentre quelle dei monaci tibetani non sono mai circolate. Così, come denuncia in questi giorni il sito "Global voices", ma come denunciava anche il dissidente cinese Harry Wu nella sua visita in regione dello scorso novembre, questa estrema forma di protesta contro la mancanza di libertà e l'oppressione avviene nell'indifferenza più generale, dentro e fuori la Cina. Indifferenza che accomuna sia i media tradizionali sia il web e i "netizen": sempre secondo "Global voices" solo un intellettuale cinese, Wang Lixiong, ha manifestato comprensione verso la lotta non violenta del popolo tibetano per vedere riconosciuta la propria dignità.
Ovviamente la versione del governo cinese - quando si occupa dei vari casi di immolazione, perché più spesso preferisce ignorarli - è come sempre che l'Occidente e il Dalai Lama istigano il popolo tibetano alla violenza e al fanatismo religioso. La cosa singolare è che, dopo tanti anni e nonostante l'incessante attività diplomatica del Dalai Lama nel mondo, gli stessi organi di informazione occidentali continuano a confondere, nei loro servizi sul Tibet, la richiesta di indipendenza con quella di un'ampia autonomia nell'ambito dello stato cinese. Ovviamente per chi vive in una delle autonomie più avanzate del mondo la differenza fra le due cose non ha nemmeno bisogno di essere spiegata; ma sappiamo quanto sia diffusa l'ignoranza sui queste questioni anche fra i professionisti dell'informazione, e quindi non ce ne stupiamo.
Che il Tibet sia oggi parte della Cina è un dato di fatto. Che la cultura tibetana sia cosa "altra" rispetto a quella cinese Han - pur avendo intrecciato con essa, nei secoli, molteplici legami e rapporti - è altrettanto incontestabile. Oggi questa cultura millenaria rischia di scomparire, sotto la pressione ad un tempo politica, demografica, economica della Cina, che come sempre, nella storia dell'imperialismo, da alle sue azioni il carattere della missione civilizzatrice.
La soluzione prospettata dalla Carta di Trento per il Tibet, che riprende come abbiamo detto, la posizione del Dalai Lama, è ovviamente una posizione mediana e di grande buon senso. "L’autonomia delle Province e Regioni che noi rappresentiamo - si legge - è la dimostrazione che i conflitti possono avere una soluzione non violenta rispettosa dei diritti di tutte le parti, che è possibile conservare le identità e le culture dei popoli anche se minoritari attraverso forme di autonomia e di autogoverno, che i diritti delle minoranze sono pienamente compatibili con la sovranità di uno Stato e con l’unità dello stesso."
Peccato che la ragionevolezza non contraddistingua il comportamento degli stati e dei governi, quando ritengono vi sia una minaccia all'integrità dei loro confini.
(pubblicato sul quotidiano "Trentino", 7.2.2012)
The reader
L'Olocausto è probabilmente uno dei temi più difficili su cui costruire un film. Ho visto ieri "The reader", di Stephen Daldry, del 2008; era la Giornata della Memoria.
Quando guardo un film del genere ho sempre il terrore che ad un certo punto mi deluda; le insidie sono infinite, ad ogni svolta della storia. Poteva scivolare sul patetico, e sarebbe stato uno spreco. Poteva indulgere in un eros un po' troppo torbido e patinato, e sarebbe stato un altro film. Poteva virare troppo decisamente in politica, poteva chiudere in maniera consolatoria, e di nuovo, qualcosa si sarebbe perso.
A me pare che non sia successo niente di tutto questo. Un'opera magistrale.
Nella Germania del 1958 - ancora povera, ci si scalda con il carbone, insomma, quel mondo lì, che sembra lontano anni luce ma appartiene all'altroieri - uno studente 15enne, mentre torna a casa da scuola, si sente male, deve vomitare. Si ripara in un androne: una donna, sui 35, bionda, naturalmente attraente, "spiccia", è gentile con lui, lo aiuta, lo rimette sulla strada di casa. Il ragazzo passa tre mesi a letto, ma non dimentica. Quando si rimette, va a trovarla. Comincia una storia, in cui la donna, Hanna, bigliettaia nei tram, una splendida Kate Winslet, inizia il ragazzo (lo chiamerà sempre così, il nome è Michael) al sesso, e lui in cambio le legge dei libri. La storia dura una estate; il ragazzo sta crescendo, la donna lo rimanda "dai suoi amici".
Passano alcuni anni; adesso il ragazzo è all'università, studia Legge. Il suo professore porta lui e altri studenti ad assistere ad un processo ad alcune Kapò, guardiane di Auschwitz e altri lager; fra le imputate, Hanna. Il ragazzo è sconvolto, dalla scoperta del passato della sua amante e, anche dalla freddezza, dal vuoto morale che le parole con cui risponde alle domande incalzanti del pubblico ministero lasciano intravvedere.
Ma Michael intuisce anche un'altra cosa: che Hanna è analfabeta. Questo elemento costituirebbe una prova a favore della donna, la metterebbe al riparo dall'accusa più grave, quella di essere stata la principale responsabile della morte di 300 donne ebree, lasciate morire nel rogo di una chiesa dove le sorveglianti le avevano rinchiuse prima di un bombardamento. Per Michael si pone un dilemma non solo esistenziale ma anche attinente all'etica professionale: se è a conoscenza di una prova così, che potrebbe cambiare la decisione dei giudici, deve rivelarla alla Corte. In questo modo Hanna andrebbe incontro ad una pena più mite. Ma Hanna è comunque colpevole, e non è pentita. Dunque, che fare? A ciò si aggiunge un conlfitto molto più intimo e personale: il ragazzo deve adoperarsi per alleviare le pene future della donna che lo ha allevato all'amore, oppure agire in nome e per conto della giustizia, e lasciare che essa si abbatta con durezza su una persona che si è macchiata di una colpa mostruosa? Michael non rivela la prova: le altre Kapò se la cavano con 4 anni di carcere, Hanna viene condannata all'ergastolo.
Gli anni passano. Michael, Ralph Fiennes, si è spostato e separato, ha una figlia, vive solo. Registra su delle cassette i romanzi che un tempo leggeva ad Hanna, le spedisce le cassette in carcere. Lei lentamente imparara a leggere e a scrivere. Scrive a Michael, l'unico suo contatto con il mondo esterno. Lui non risponde mai. Il ragazzo precoce è diventato un uomo triste, disilluso, sofferente.
Hanna ora è vecchia, Michael sempre solo. Dal carcere lo chiamano per avvisarlo che Hanna sta per uscire, che nessuno l'aspetta tranne, eventualmente, lui. Michael finalmente l'incontra, nella mensa della prigione. Non è la catarsi che forse lui (e noi) ci saremmo potuti aspettare. Per Hanna, che è una donna anziana ma conserva ancora qualche tratto dell'antica bellezza, "i morti sono morti", non c'è altro da dire.
Il giorno prima di uscire Hanna si uccide, in cella, lasciando in eredità a Michael una piccola somma, affinché la doni alla figlia dell'unica donna sopravvissuta al rogo della chiesa, a sua volta una ex-deportata.
Epilogo: Michael è negli Usa, va a trovare questa "erede". Vive in una bella casa a New York, sta invecchiando. Non si dimostra commossa, a sua volta rifiuta di dare a Michael la consolazione di una "catarsi".
"Spesso mi chiedono cosa ho imparato nel campo - dice - ma noi non eravamo là per imparare."
Il film si chiude con Michael che conduce la figlia sulla tomba di Hanna, e comincia a raccontarle la sua storia.
C'è molta materia, in questo film. C'è, nel comportamento di Michael, una pietà inflessibile, che non cede a compromessi con la morale, che non concede un facile perdono. C'è la fascinazione per la parola, il potere del libro, delle storie narrate, che però, contrariamente a quello che ci si potrebbe aspettare, non basta, tiene in vita, sì, ma non redime. E c'è la natura umana in tutta la sua durezza, la sua irriducibilità; gli anni passano, le pene si scontano, non necessariamente ciò significa trovare pace, non necessariamente si approda ad una nuova maturità, alla "saggezza". C'è la luce accecante dell'eros (qui fra persone di età diversa), la vita nella sua espressione più elementare, pura, magnifica,forse anche crudele (l'Hanna che chiede al "ragazzo" di leggerle dei libri prima di fare l'amore replica un comportamento che le era solito anche quando faceva la sorvegliante del lager, scegliere giovani ragazze ebree che le tenessero compagnia, assieme ad un libro, per la notte). E c'è l'altra faccia dell'eros, l'oscuro vissuto che l'amante si porta appresso, ciò che siamo destinati a non conoscere, di là dai sensi, di là dalla grande "O" dell'orgasmo.
Hanna e' un personaggio affascinante: un'amante generosa, anche se spesso ruvida, scostante, "selvatica", una donna adulta che non si accanisce sul ragazzo, lo lascia andare, pur dopo averlo sedotto e dopo essersi rivolta a lui, a volte, con molta durezza.
Ma e' anche e soprattutto una persona ottusa, che non comprende l'entità di cio' che ha fatto, che nel giustificarsi per il non avere aperto le porte della chiesa dove le prigioniere stavano bruciando vive si giustifica dicendo che "aveva delle responsabilita'". In altre parole la banalita' del Male della Harendt in una delle sue tante personificazioni. Hanna non prova vergogna per il suo passato nazista, ma prova vergogna per il suo analfabetismo, che non confessa mai, anche se cio' le costa una condanna durissima. Quali sono i percorsi della vergogna? Quanto questa emozione può essere inadeguata?
C'è infine naturalmente, nel film, il tema della "doppia colpa": individuale, dei singoli che il Male l'hanno commesso, in prima persona, e quella più generale di una nazione, un popolo, una cultura. Inutile dire che il film non lo risolve, né potrebbe farlo. Ci dice però alcune cose: che ci sono scelte che si possono o non si possono fare (Hanna non venne reclutata a forza, scelse volontariamente di lasciare il lavoro in fabbrica perché aveva sentito che "le SS reclutavano sorveglianti"). Ci dice inoltre che la giustizia dell'uomo spesso arriva tardi, non incide abbastanza a fondo, e
che non è un balsamo sufficiente per certe ferite. Come non lo è la cultura, non lo sono, in ultima analisi, nemmeno i libri (come ha detto Abraham Yehoshua recentemente; e sì, se bastasse la cultura, se bastassero i libri, la nazione di Goethe e di Mann non avrebbe partorito i campi di sterminio, quella di Manzoni e Foscolo non avrebbe usato l'iprite contro gli etiopi e non avrebbe varato le leggi razziali, e forse quella Yehoshua e Oz forse non annovererebbe fra gli episodi della sua breve, tragica storia Sabra e Chatila e l'operazione "Piombo fuso").
Quando guardo un film del genere ho sempre il terrore che ad un certo punto mi deluda; le insidie sono infinite, ad ogni svolta della storia. Poteva scivolare sul patetico, e sarebbe stato uno spreco. Poteva indulgere in un eros un po' troppo torbido e patinato, e sarebbe stato un altro film. Poteva virare troppo decisamente in politica, poteva chiudere in maniera consolatoria, e di nuovo, qualcosa si sarebbe perso.
A me pare che non sia successo niente di tutto questo. Un'opera magistrale.
Nella Germania del 1958 - ancora povera, ci si scalda con il carbone, insomma, quel mondo lì, che sembra lontano anni luce ma appartiene all'altroieri - uno studente 15enne, mentre torna a casa da scuola, si sente male, deve vomitare. Si ripara in un androne: una donna, sui 35, bionda, naturalmente attraente, "spiccia", è gentile con lui, lo aiuta, lo rimette sulla strada di casa. Il ragazzo passa tre mesi a letto, ma non dimentica. Quando si rimette, va a trovarla. Comincia una storia, in cui la donna, Hanna, bigliettaia nei tram, una splendida Kate Winslet, inizia il ragazzo (lo chiamerà sempre così, il nome è Michael) al sesso, e lui in cambio le legge dei libri. La storia dura una estate; il ragazzo sta crescendo, la donna lo rimanda "dai suoi amici".
Passano alcuni anni; adesso il ragazzo è all'università, studia Legge. Il suo professore porta lui e altri studenti ad assistere ad un processo ad alcune Kapò, guardiane di Auschwitz e altri lager; fra le imputate, Hanna. Il ragazzo è sconvolto, dalla scoperta del passato della sua amante e, anche dalla freddezza, dal vuoto morale che le parole con cui risponde alle domande incalzanti del pubblico ministero lasciano intravvedere.
Ma Michael intuisce anche un'altra cosa: che Hanna è analfabeta. Questo elemento costituirebbe una prova a favore della donna, la metterebbe al riparo dall'accusa più grave, quella di essere stata la principale responsabile della morte di 300 donne ebree, lasciate morire nel rogo di una chiesa dove le sorveglianti le avevano rinchiuse prima di un bombardamento. Per Michael si pone un dilemma non solo esistenziale ma anche attinente all'etica professionale: se è a conoscenza di una prova così, che potrebbe cambiare la decisione dei giudici, deve rivelarla alla Corte. In questo modo Hanna andrebbe incontro ad una pena più mite. Ma Hanna è comunque colpevole, e non è pentita. Dunque, che fare? A ciò si aggiunge un conlfitto molto più intimo e personale: il ragazzo deve adoperarsi per alleviare le pene future della donna che lo ha allevato all'amore, oppure agire in nome e per conto della giustizia, e lasciare che essa si abbatta con durezza su una persona che si è macchiata di una colpa mostruosa? Michael non rivela la prova: le altre Kapò se la cavano con 4 anni di carcere, Hanna viene condannata all'ergastolo.
Gli anni passano. Michael, Ralph Fiennes, si è spostato e separato, ha una figlia, vive solo. Registra su delle cassette i romanzi che un tempo leggeva ad Hanna, le spedisce le cassette in carcere. Lei lentamente imparara a leggere e a scrivere. Scrive a Michael, l'unico suo contatto con il mondo esterno. Lui non risponde mai. Il ragazzo precoce è diventato un uomo triste, disilluso, sofferente.
Hanna ora è vecchia, Michael sempre solo. Dal carcere lo chiamano per avvisarlo che Hanna sta per uscire, che nessuno l'aspetta tranne, eventualmente, lui. Michael finalmente l'incontra, nella mensa della prigione. Non è la catarsi che forse lui (e noi) ci saremmo potuti aspettare. Per Hanna, che è una donna anziana ma conserva ancora qualche tratto dell'antica bellezza, "i morti sono morti", non c'è altro da dire.
Il giorno prima di uscire Hanna si uccide, in cella, lasciando in eredità a Michael una piccola somma, affinché la doni alla figlia dell'unica donna sopravvissuta al rogo della chiesa, a sua volta una ex-deportata.
Epilogo: Michael è negli Usa, va a trovare questa "erede". Vive in una bella casa a New York, sta invecchiando. Non si dimostra commossa, a sua volta rifiuta di dare a Michael la consolazione di una "catarsi".
"Spesso mi chiedono cosa ho imparato nel campo - dice - ma noi non eravamo là per imparare."
Il film si chiude con Michael che conduce la figlia sulla tomba di Hanna, e comincia a raccontarle la sua storia.
C'è molta materia, in questo film. C'è, nel comportamento di Michael, una pietà inflessibile, che non cede a compromessi con la morale, che non concede un facile perdono. C'è la fascinazione per la parola, il potere del libro, delle storie narrate, che però, contrariamente a quello che ci si potrebbe aspettare, non basta, tiene in vita, sì, ma non redime. E c'è la natura umana in tutta la sua durezza, la sua irriducibilità; gli anni passano, le pene si scontano, non necessariamente ciò significa trovare pace, non necessariamente si approda ad una nuova maturità, alla "saggezza". C'è la luce accecante dell'eros (qui fra persone di età diversa), la vita nella sua espressione più elementare, pura, magnifica,forse anche crudele (l'Hanna che chiede al "ragazzo" di leggerle dei libri prima di fare l'amore replica un comportamento che le era solito anche quando faceva la sorvegliante del lager, scegliere giovani ragazze ebree che le tenessero compagnia, assieme ad un libro, per la notte). E c'è l'altra faccia dell'eros, l'oscuro vissuto che l'amante si porta appresso, ciò che siamo destinati a non conoscere, di là dai sensi, di là dalla grande "O" dell'orgasmo.
Hanna e' un personaggio affascinante: un'amante generosa, anche se spesso ruvida, scostante, "selvatica", una donna adulta che non si accanisce sul ragazzo, lo lascia andare, pur dopo averlo sedotto e dopo essersi rivolta a lui, a volte, con molta durezza.
Ma e' anche e soprattutto una persona ottusa, che non comprende l'entità di cio' che ha fatto, che nel giustificarsi per il non avere aperto le porte della chiesa dove le prigioniere stavano bruciando vive si giustifica dicendo che "aveva delle responsabilita'". In altre parole la banalita' del Male della Harendt in una delle sue tante personificazioni. Hanna non prova vergogna per il suo passato nazista, ma prova vergogna per il suo analfabetismo, che non confessa mai, anche se cio' le costa una condanna durissima. Quali sono i percorsi della vergogna? Quanto questa emozione può essere inadeguata?
C'è infine naturalmente, nel film, il tema della "doppia colpa": individuale, dei singoli che il Male l'hanno commesso, in prima persona, e quella più generale di una nazione, un popolo, una cultura. Inutile dire che il film non lo risolve, né potrebbe farlo. Ci dice però alcune cose: che ci sono scelte che si possono o non si possono fare (Hanna non venne reclutata a forza, scelse volontariamente di lasciare il lavoro in fabbrica perché aveva sentito che "le SS reclutavano sorveglianti"). Ci dice inoltre che la giustizia dell'uomo spesso arriva tardi, non incide abbastanza a fondo, e
che non è un balsamo sufficiente per certe ferite. Come non lo è la cultura, non lo sono, in ultima analisi, nemmeno i libri (come ha detto Abraham Yehoshua recentemente; e sì, se bastasse la cultura, se bastassero i libri, la nazione di Goethe e di Mann non avrebbe partorito i campi di sterminio, quella di Manzoni e Foscolo non avrebbe usato l'iprite contro gli etiopi e non avrebbe varato le leggi razziali, e forse quella Yehoshua e Oz forse non annovererebbe fra gli episodi della sua breve, tragica storia Sabra e Chatila e l'operazione "Piombo fuso").
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Gianantonio Stella a Trento
Ieri sera conferenza a Trento di Gianantonio Stella, che nei giorni scorsi aveva criticato dalle colonne del suo giornale il Trentino (e l'Alto Adige) per gli sprechi dell'Autonomia e in particolare gli stipendi troppo alti pagati ai politici locali. Va detto che in verità il suo articolo era la ripresa di un pezzo pubblicato sulla Sudtiroler Tageszeitung, testata diretta da Arnold Tribus, che metteva a confronto lo stipendio, poniamo, di Durnwalder, con quelli di Obama o di Ban Ki Moon.
Io rispetto molto Tribus; penso che il mio esordio da giornalista sia avvenuto in qualche modo proprio con lui: avevo 14 anni, e sono andato a "intervistarlo" (grossa parola) perché bisognava sentire qualcuno informato sui fatti riguardo alla famosa dichiarazione di appartenenza etnica/linguistica, che all'epoca (1980 se non sbaglio) muoveva i suoi primi passi (l'Interscolastico, che raccoglieva gli studenti di sinistra di Bolzano, era critico nei confronti di questa "schedatura etnica", come la chiamavamo, poi divenuta un cardine dell'Autonomia sudtirolese).
Detto questo, e senza voler mettere in dubbio le cifre riferite da Tribus e riprese da Stella, l'incontro di ieri sera mi è parso debole. Il tema era caldo, caldissimo. La casta. La casta e l'Autonomia.
Forse è inevitabile che quando vedi un giornalista famoso misurarsi con temi che conosci bene, ne rimani deluso. Ti sembra sia vago, impreciso, che condisca le sue lacune con la bonarietà e il fare istrionico del cronista consumato...
Stella sul Trentino non ha detto nulla di particolare. Le sue critiche principali hanno riguardato le circoscrizioni (fermo restando che, forse, non dovrebbero prevedere compensi per chi vi partecipa, non sono un elemento della cosiddetta "democrazia partecipata"? E non è proprio la carenza di democrazia "dal basso" ad essere stata indicata, negli anni scorsi, come una delle principali lacune degli attuali assetti democratici? Possibile che la crisi economica abbia spazzato via quel dibattito?)
Stella poi ha detto che, sì, l'Autonomia non è in discussione, ma il contesto intorno ad essa è cambiato (oggi c'è la crisi) e bisogna tenerne conto: e da qui in poi ha elencato tutta una serie di ben noti problemi e di ben note mancanze della politica nazionale, in particolare i tagli a scuola, sanità, persino cooperazione allo sviluppo (un elemento importante per sostenere la nostra politica estera, ha precisato, non solo un atto moralmente dovuto per riequilibrare le disparità fra paesi ricchi e paesi poveri). Bene, se ciò è vero - e lo sappiamo, che è vero - il discorso di Stella sarebbe dovuto suonare per ciò che era, il miglior spot per l'Autonomia. Un'Autonomia che destina mediamente molte più risorse proprio a queste voci. Singolare semmai è il fatto che poi, spesso, essa venga rimproverata, anche dai giornali, proprio per questo: ad esempio qualche giorno fa, perché la spesa media pro capite in Trentino per la scuola è, poniamo, 1500 contro una media nazionale di 900 (cifre indicative, giusto per capirsi). Venendo alla cooperazione allo sviluppo, settore che conosco bene, il Trentino è l'unica regione in Italia che destina una percentuale fissa del proprio bilancio a questa voce: mica uno sproposito, intendiamoci, lo 0,25%. Ma già questo è molto più di ciò che fanno mediamente le altre regioni e persino gli stati e in ogni caso costituisce una certezza sul fronte degli stanziamenti (se cresce il bilancio provinciale, crescono anche i soldi per gli aiuti ai paesi poveri, e viceversa, com'è giusto).
Semmai, è anche qui, di nuovo singolare che spesso certe forze politiche o anche alcuni cittadini "comuni" critichino questa disposizione con slogan del tipo:"I soldi trentini ai trentini!" (come se qui si coprisse il Terzo mondo di soldi e i residenti fossero affamati).
Per non dire delle protezioni sociali, altro settore individuato da Stella: ebbene, la delega sugli ammortizzatori sociali è proprio una di quelle che il Trentino ha ottenuto con l'Accordo di Milano, impegnandosi fra l'altro a studiare percorsi e soluzioni che possano essere valide, un domani, anche per il resto del Paese. E il Trentino è, di nuovo, l'unica provincia che oggi ha il reddito minimo di garanzia, cosa che la rende più simile a certo Nord Europa che al resto d'Italia. Perché ci sono i soldi? Bene, ok. Allora discutiamo di questo, però, dei soldi, della ricchezza che si produce qui (sono soldi che derivano dal prelievo fiscale realizzato localmente, non trasferimenti dallo Stato). Discutiamo di questo e poi di sprechi (sprechi a cui certo i trentini o gli altoatesini non sono immuni, come nessuno, visto che l'uomo è una bestia egoista, lo sapeva pure Hobbes).
Allora: ovviamente l'Autonomia è criticabile, per molte ragioni. Se questo era il senso della provocazione di Stella - e qui non voglio imbarcarmi in dietrologie perché non le amo - allora ci sta. Da altoatesino, ne ho già citata una prima: la politica di separazione etnica attuata per tanti, troppi anni in Alto Adige.
E altrettanto ovviamente possono esserci delle "diseconomie". Insomma, soldi che potrebbero essere impiegati meglio o risparmi che potrebbero essere realizzati da subito (circoscrizioni, comuni, Provincia ecc.). Tutto è sindacabile. Ma Stella non mi pare abbia detto alcunché di circostanziato, limitandosi a dire che non ci sono tabù, che tutto può e deve essere messo in discussione. Ci mancherebbe! Qualcuno se lo ricorda, Norbert Kaser, il poeta tirolese? Fu lui a dire che non c'erano "vacche sacre". Ma Kaser pagò un prezzo ben pesante per certe affermazioni, ai tempi suoi in odor di "scomunica".
A me pare che a conti fatti le cose più interessanti ieri sera le abbia dette un professore, Cerea (eh, sti' professori!). Dati alla mano, la spesa corrente, in Trentino, cioè la spesa per il funzionamento della "macchina amministrativa", non è significativamente superiore a quella delle altre regioni italiane (a fronte di competenze enormemente maggiori). Che cosa allora è superiore? La spesa in conto capitale, la spesa, cioè, per investimenti. Su questa, ha aggiunto Cerea, si può ragionare. E perché no? Qualcuno potrebbe dire che investire così tanto in ricerca è uno spreco, qualcun altro potrebbe trovare Metroland un azzardo, qualcun altro ancora obiettare che in Trentino si costruisce troppo (Cerea, appunto). Ovviamente, ognuno ha le sue opinioni in proposito.
Ma è un fatto che solitamente ridurre le spese correnti e crescere quelle per investimenti viene considerato un comportamento virtuoso, da parte di un'amministrazione, perché gli investimenti sono cose che restano, cose che lasciamo ai nostri figli (e che non bruciano ricchezza).
Non dovrei dire io queste cose, non dovrei dirle a voce alta, visto che lavoro per l'amministrazione. Ma da cittadino - da cittadino di origini non trentine e che non prova un attaccamento viscerale, atavico, per l'Autonomia, se non altro perchè i miei genitori non hanno contribuito a costruirla, essendo nati rispettivamente in Friuli e Veneto - lo sento un po' come come un "dovere intellettuale".
Personalmente sono favorevole alla decrescita felice, qualsiasi cosa voglia dire (vivere con meno? dare tregua all'ambiente, e prima ancora all'uomo?), e sarei favorevole anche a politiche che vadano in questa direzione, ma temo che chiedere ad un amministratore di imboccare una strada del genere sia umanamente troppo. La spinta deve arrivare dal basso, semmai. Certo, fin che siamo tutti impegnati a cambiare computer e telefoni una volta all'anno se non ogni 6 mesi, fin che siamo tutti intruppati nella corsa dei topi, dubito che si potrà costruire una società diversa, basata su lentezza, profondità, dolcezza, amore.
Questi però sono discorsi "altri", che esulano dai ragionamenti di Stella e dal suo "sano" pragmatismo nordestino, così lontano dall'utopismo langeriano (che dovrebbe appartenere anche a Tribus, il quale di Langer è stato braccio destro). Se il mondo marcia verso l'orizzonte magnifico e progressivo dello sviluppo ad oltranza, la vera ideologia globale, cerchiamo di governarlo e di non lasciarlo in mano a chi non ha coscienza, visione, senso del limite, insomma, a chi non ha le qualità morali e intellettuali per pilotarlo. Giustamente Stella parlava di adeguatezza delle classi dirigenti; ma su questo punto in particolare neanche lui mi pare abbia molto da dire, sulle terre dell'Autonomia.
Mi si conceda un'ultimo appunto sugli stipendi: è stato interessante sentire ieri in un intervento dal pubblico che, sì, negli Usa forse gli stipendi di un senatore o persino di un presidente sono molto più bassi che da noi (a fronte, ovviamente, di responsabilità assai maggiori, e qui Stella sfonda una porta aperta quando dice che Obama deve occuparsi dell'Iran e Durnwalder della valle Aurina); ma che lì la politica è considerata un investimento per la carriera. Quando scade il suo mandato, il politico viene cooptato in qualche cda e inizia a guadagnare milioni di dollari. Si dirà: beh, è perché quelli sono politici di razza, mica come i nostri. Davvero è così? Quel Santorum, (di origini trentine, fra l'altro) è davvero un genio della politica? Si dirà inoltre: tanto quelli sono soldi dei privati, se una compagnia petrolifera decide di ingaggiare un ex-presidente o un ex- ministro degli esteri sono affari suoi. Di nuovo, lo pensiamo davvero? Non abbiamo mai avuto sentore degli intrecci spaventosi fra interessi pubblici e privati dell'era Bush (ma non credo che se prendiamo a metro di misura altre amministrazioni, anche democratiche, il risultato sia diverso)? Siamo proprio convinti che esista una netta differenza fra politiche pubbliche e fortune private? Che le seconde non debbano molto, moltissimo, alle prime? Dopo Berlusconi?
Io rispetto molto Tribus; penso che il mio esordio da giornalista sia avvenuto in qualche modo proprio con lui: avevo 14 anni, e sono andato a "intervistarlo" (grossa parola) perché bisognava sentire qualcuno informato sui fatti riguardo alla famosa dichiarazione di appartenenza etnica/linguistica, che all'epoca (1980 se non sbaglio) muoveva i suoi primi passi (l'Interscolastico, che raccoglieva gli studenti di sinistra di Bolzano, era critico nei confronti di questa "schedatura etnica", come la chiamavamo, poi divenuta un cardine dell'Autonomia sudtirolese).
Detto questo, e senza voler mettere in dubbio le cifre riferite da Tribus e riprese da Stella, l'incontro di ieri sera mi è parso debole. Il tema era caldo, caldissimo. La casta. La casta e l'Autonomia.
Forse è inevitabile che quando vedi un giornalista famoso misurarsi con temi che conosci bene, ne rimani deluso. Ti sembra sia vago, impreciso, che condisca le sue lacune con la bonarietà e il fare istrionico del cronista consumato...
Stella sul Trentino non ha detto nulla di particolare. Le sue critiche principali hanno riguardato le circoscrizioni (fermo restando che, forse, non dovrebbero prevedere compensi per chi vi partecipa, non sono un elemento della cosiddetta "democrazia partecipata"? E non è proprio la carenza di democrazia "dal basso" ad essere stata indicata, negli anni scorsi, come una delle principali lacune degli attuali assetti democratici? Possibile che la crisi economica abbia spazzato via quel dibattito?)
Stella poi ha detto che, sì, l'Autonomia non è in discussione, ma il contesto intorno ad essa è cambiato (oggi c'è la crisi) e bisogna tenerne conto: e da qui in poi ha elencato tutta una serie di ben noti problemi e di ben note mancanze della politica nazionale, in particolare i tagli a scuola, sanità, persino cooperazione allo sviluppo (un elemento importante per sostenere la nostra politica estera, ha precisato, non solo un atto moralmente dovuto per riequilibrare le disparità fra paesi ricchi e paesi poveri). Bene, se ciò è vero - e lo sappiamo, che è vero - il discorso di Stella sarebbe dovuto suonare per ciò che era, il miglior spot per l'Autonomia. Un'Autonomia che destina mediamente molte più risorse proprio a queste voci. Singolare semmai è il fatto che poi, spesso, essa venga rimproverata, anche dai giornali, proprio per questo: ad esempio qualche giorno fa, perché la spesa media pro capite in Trentino per la scuola è, poniamo, 1500 contro una media nazionale di 900 (cifre indicative, giusto per capirsi). Venendo alla cooperazione allo sviluppo, settore che conosco bene, il Trentino è l'unica regione in Italia che destina una percentuale fissa del proprio bilancio a questa voce: mica uno sproposito, intendiamoci, lo 0,25%. Ma già questo è molto più di ciò che fanno mediamente le altre regioni e persino gli stati e in ogni caso costituisce una certezza sul fronte degli stanziamenti (se cresce il bilancio provinciale, crescono anche i soldi per gli aiuti ai paesi poveri, e viceversa, com'è giusto).
Semmai, è anche qui, di nuovo singolare che spesso certe forze politiche o anche alcuni cittadini "comuni" critichino questa disposizione con slogan del tipo:"I soldi trentini ai trentini!" (come se qui si coprisse il Terzo mondo di soldi e i residenti fossero affamati).
Per non dire delle protezioni sociali, altro settore individuato da Stella: ebbene, la delega sugli ammortizzatori sociali è proprio una di quelle che il Trentino ha ottenuto con l'Accordo di Milano, impegnandosi fra l'altro a studiare percorsi e soluzioni che possano essere valide, un domani, anche per il resto del Paese. E il Trentino è, di nuovo, l'unica provincia che oggi ha il reddito minimo di garanzia, cosa che la rende più simile a certo Nord Europa che al resto d'Italia. Perché ci sono i soldi? Bene, ok. Allora discutiamo di questo, però, dei soldi, della ricchezza che si produce qui (sono soldi che derivano dal prelievo fiscale realizzato localmente, non trasferimenti dallo Stato). Discutiamo di questo e poi di sprechi (sprechi a cui certo i trentini o gli altoatesini non sono immuni, come nessuno, visto che l'uomo è una bestia egoista, lo sapeva pure Hobbes).
Allora: ovviamente l'Autonomia è criticabile, per molte ragioni. Se questo era il senso della provocazione di Stella - e qui non voglio imbarcarmi in dietrologie perché non le amo - allora ci sta. Da altoatesino, ne ho già citata una prima: la politica di separazione etnica attuata per tanti, troppi anni in Alto Adige.
E altrettanto ovviamente possono esserci delle "diseconomie". Insomma, soldi che potrebbero essere impiegati meglio o risparmi che potrebbero essere realizzati da subito (circoscrizioni, comuni, Provincia ecc.). Tutto è sindacabile. Ma Stella non mi pare abbia detto alcunché di circostanziato, limitandosi a dire che non ci sono tabù, che tutto può e deve essere messo in discussione. Ci mancherebbe! Qualcuno se lo ricorda, Norbert Kaser, il poeta tirolese? Fu lui a dire che non c'erano "vacche sacre". Ma Kaser pagò un prezzo ben pesante per certe affermazioni, ai tempi suoi in odor di "scomunica".
A me pare che a conti fatti le cose più interessanti ieri sera le abbia dette un professore, Cerea (eh, sti' professori!). Dati alla mano, la spesa corrente, in Trentino, cioè la spesa per il funzionamento della "macchina amministrativa", non è significativamente superiore a quella delle altre regioni italiane (a fronte di competenze enormemente maggiori). Che cosa allora è superiore? La spesa in conto capitale, la spesa, cioè, per investimenti. Su questa, ha aggiunto Cerea, si può ragionare. E perché no? Qualcuno potrebbe dire che investire così tanto in ricerca è uno spreco, qualcun altro potrebbe trovare Metroland un azzardo, qualcun altro ancora obiettare che in Trentino si costruisce troppo (Cerea, appunto). Ovviamente, ognuno ha le sue opinioni in proposito.
Ma è un fatto che solitamente ridurre le spese correnti e crescere quelle per investimenti viene considerato un comportamento virtuoso, da parte di un'amministrazione, perché gli investimenti sono cose che restano, cose che lasciamo ai nostri figli (e che non bruciano ricchezza).
Non dovrei dire io queste cose, non dovrei dirle a voce alta, visto che lavoro per l'amministrazione. Ma da cittadino - da cittadino di origini non trentine e che non prova un attaccamento viscerale, atavico, per l'Autonomia, se non altro perchè i miei genitori non hanno contribuito a costruirla, essendo nati rispettivamente in Friuli e Veneto - lo sento un po' come come un "dovere intellettuale".
Personalmente sono favorevole alla decrescita felice, qualsiasi cosa voglia dire (vivere con meno? dare tregua all'ambiente, e prima ancora all'uomo?), e sarei favorevole anche a politiche che vadano in questa direzione, ma temo che chiedere ad un amministratore di imboccare una strada del genere sia umanamente troppo. La spinta deve arrivare dal basso, semmai. Certo, fin che siamo tutti impegnati a cambiare computer e telefoni una volta all'anno se non ogni 6 mesi, fin che siamo tutti intruppati nella corsa dei topi, dubito che si potrà costruire una società diversa, basata su lentezza, profondità, dolcezza, amore.
Questi però sono discorsi "altri", che esulano dai ragionamenti di Stella e dal suo "sano" pragmatismo nordestino, così lontano dall'utopismo langeriano (che dovrebbe appartenere anche a Tribus, il quale di Langer è stato braccio destro). Se il mondo marcia verso l'orizzonte magnifico e progressivo dello sviluppo ad oltranza, la vera ideologia globale, cerchiamo di governarlo e di non lasciarlo in mano a chi non ha coscienza, visione, senso del limite, insomma, a chi non ha le qualità morali e intellettuali per pilotarlo. Giustamente Stella parlava di adeguatezza delle classi dirigenti; ma su questo punto in particolare neanche lui mi pare abbia molto da dire, sulle terre dell'Autonomia.
Mi si conceda un'ultimo appunto sugli stipendi: è stato interessante sentire ieri in un intervento dal pubblico che, sì, negli Usa forse gli stipendi di un senatore o persino di un presidente sono molto più bassi che da noi (a fronte, ovviamente, di responsabilità assai maggiori, e qui Stella sfonda una porta aperta quando dice che Obama deve occuparsi dell'Iran e Durnwalder della valle Aurina); ma che lì la politica è considerata un investimento per la carriera. Quando scade il suo mandato, il politico viene cooptato in qualche cda e inizia a guadagnare milioni di dollari. Si dirà: beh, è perché quelli sono politici di razza, mica come i nostri. Davvero è così? Quel Santorum, (di origini trentine, fra l'altro) è davvero un genio della politica? Si dirà inoltre: tanto quelli sono soldi dei privati, se una compagnia petrolifera decide di ingaggiare un ex-presidente o un ex- ministro degli esteri sono affari suoi. Di nuovo, lo pensiamo davvero? Non abbiamo mai avuto sentore degli intrecci spaventosi fra interessi pubblici e privati dell'era Bush (ma non credo che se prendiamo a metro di misura altre amministrazioni, anche democratiche, il risultato sia diverso)? Siamo proprio convinti che esista una netta differenza fra politiche pubbliche e fortune private? Che le seconde non debbano molto, moltissimo, alle prime? Dopo Berlusconi?
John Cale: Style it Takes
John Cale sarà in Italia a marzo per 3 date:
15 Marzo – Spazio Mil (Sesto San Giovanni)- € 23,00
16 Marzo – Orion Club (Ciampino) – € 23,00
17 Marzo – Hiroshima Mon Amour Club (Torino)
Qui il capitolo finale del mio (ormai temo introvabile) "Music Box", (Curcu & Genovese edizioni, Trento, 2006) dedicato ad un concerto di Cale (gennaio 2001, se non sbaglio).
EXIT: STYLE IT TAKES
Una sera di gennaio venne a suonare John Cale. Suonò in un teatro costruito ai primi dell’Ottocento, un teatro vero, un teatro nelle Alpi retiche, con i palchi, gli stucchi, i velluti rossi, il loggione, la platea. Quel posto era stato inaugurato il 29 maggio 1819, con la Cenerentola di Rossini, scandalizzando i benpensanti (in una vivace cronaca dell'epoca si legge che "le persone sagge e religiose non potevano darsi pace nel vedere scelta una giornata di tanta divozione…”. Infatti era la vigilia di Pentecoste). La paternità dell’idea – ardita, per i tempi - spettava a un personaggio bizzarro, la cui prima attività era stata la vendita di dolciumi, poi la gestione di un caffè. Un self made man, che raccolse parte dei soldi per la costruzione dell'edificio vendendo in anticipo i palchi alle famiglie nobili del circondario.
Un tipo così sarebbe piaciuto ad Andy Warhol, sicuro.
In sala c’erano a stento cinquanta spettatori, compresi noi (unici due coniugi del rock fra singles disillusi e separati in casa). Un pubblico di carbonari, a dirla tutta, i più giovani avevano passato da un pezzo i trent’anni, i più vecchi potevano essere già in pensione.
Cale uscì fuori con i pantaloni di pelle, gli stivaletti e una t-shirt nera. Imbracciò la chitarra acustica, mise un piede sopra la sedia che qualcuno aveva posizionato al centro del palco, e attaccò Ship of Fools. Era l’emblema della solitudine. Non disse molte parole al pubblico; ma dava la sensazione di una maggiore disponibilità rispetto a quella mostrata da Lou Reed, per lo meno nei concerti a cui avevo assistito io. Si alternò alla chitarra e al pianoforte, concludendo ogni canzone fra uno scroscio di applausi che suonavano come mercurio sul velluto.
Nel bis fece anche Style it takes, canzone tratta dall’omaggio a Warhol inciso assieme a Reed nel 1989, dopo la morte dell’artista, Songs for Drella.
Mi chiedevo dove avrebbe dormito quella notte, e con chi, questa leggenda vivente del rock 'n' roll, questo gallese dal volto segnato e dai modi indifesi, piovuto qui come una meteora. Mi chiedevo se quel concerto avrebbe mai lasciato una traccia nella sua memoria, e nel suo karma. Se mai avrebbe ricordato le canzoni suonate per uno sparuto gruppo di fans nel Teatro fra le Montagne Innevate, in una cupa notte d’inverno affacciata sulla soglia del nuovo secolo, il nuovo secolo che in nulla faceva presagire qualcosa di meglio rispetto a quello che ci eravamo appena lasciati alle spalle. Avrei voluto avere il coraggio di invitarlo a casa nostra, offrirgli un succo di mela, parlare un po’ con lui, fargli vedere le foto del nostro album di famiglia, e poi magari telefonare a Zebedeo, a Marco e a Ivo ("portatevi le mazze!"), alla Nadia, a Ezio, a Paolo, a Valeria, a Andy, a Roberto, a tutti quelli che avevamo conosciuto, per dirgli di venire, ma in fretta, in fretta, che non c'era tempo da perdere. Avrei voluto avere la forza e la presenza di spirito per portarlo con noi, oltre il sipario della notte, non per intervistarlo, non per il gusto di trascorrere qualche minuto assieme ad una popstar. Forse solo per metterlo a sedere nel nostro salotto marchiato Ikea e ringraziarlo. La sua musica era di quelle che ci avevano salvato la vita.
Dopo il concerto abbiamo fatto due passi in centro, abbracciati. Sentivo i tacchi delle nostre scarpe sul porfido della strada, e anche se avevamo subito qualche amputazione, stavamo ancora in piedi dopotutto, proprio come avevano cantato i Velvet Underground. Le strade deserte rilucevano di pioggia. I bambini quella sera ce li teneva una vicina di casa. Quella sera, per la prima volta dopo mesi, potevamo rimanere fuori tutto il tempo che volevamo.
15 Marzo – Spazio Mil (Sesto San Giovanni)- € 23,00
16 Marzo – Orion Club (Ciampino) – € 23,00
17 Marzo – Hiroshima Mon Amour Club (Torino)
Qui il capitolo finale del mio (ormai temo introvabile) "Music Box", (Curcu & Genovese edizioni, Trento, 2006) dedicato ad un concerto di Cale (gennaio 2001, se non sbaglio).
EXIT: STYLE IT TAKES
Una sera di gennaio venne a suonare John Cale. Suonò in un teatro costruito ai primi dell’Ottocento, un teatro vero, un teatro nelle Alpi retiche, con i palchi, gli stucchi, i velluti rossi, il loggione, la platea. Quel posto era stato inaugurato il 29 maggio 1819, con la Cenerentola di Rossini, scandalizzando i benpensanti (in una vivace cronaca dell'epoca si legge che "le persone sagge e religiose non potevano darsi pace nel vedere scelta una giornata di tanta divozione…”. Infatti era la vigilia di Pentecoste). La paternità dell’idea – ardita, per i tempi - spettava a un personaggio bizzarro, la cui prima attività era stata la vendita di dolciumi, poi la gestione di un caffè. Un self made man, che raccolse parte dei soldi per la costruzione dell'edificio vendendo in anticipo i palchi alle famiglie nobili del circondario.
Un tipo così sarebbe piaciuto ad Andy Warhol, sicuro.
In sala c’erano a stento cinquanta spettatori, compresi noi (unici due coniugi del rock fra singles disillusi e separati in casa). Un pubblico di carbonari, a dirla tutta, i più giovani avevano passato da un pezzo i trent’anni, i più vecchi potevano essere già in pensione.
Cale uscì fuori con i pantaloni di pelle, gli stivaletti e una t-shirt nera. Imbracciò la chitarra acustica, mise un piede sopra la sedia che qualcuno aveva posizionato al centro del palco, e attaccò Ship of Fools. Era l’emblema della solitudine. Non disse molte parole al pubblico; ma dava la sensazione di una maggiore disponibilità rispetto a quella mostrata da Lou Reed, per lo meno nei concerti a cui avevo assistito io. Si alternò alla chitarra e al pianoforte, concludendo ogni canzone fra uno scroscio di applausi che suonavano come mercurio sul velluto.
Nel bis fece anche Style it takes, canzone tratta dall’omaggio a Warhol inciso assieme a Reed nel 1989, dopo la morte dell’artista, Songs for Drella.
Mi chiedevo dove avrebbe dormito quella notte, e con chi, questa leggenda vivente del rock 'n' roll, questo gallese dal volto segnato e dai modi indifesi, piovuto qui come una meteora. Mi chiedevo se quel concerto avrebbe mai lasciato una traccia nella sua memoria, e nel suo karma. Se mai avrebbe ricordato le canzoni suonate per uno sparuto gruppo di fans nel Teatro fra le Montagne Innevate, in una cupa notte d’inverno affacciata sulla soglia del nuovo secolo, il nuovo secolo che in nulla faceva presagire qualcosa di meglio rispetto a quello che ci eravamo appena lasciati alle spalle. Avrei voluto avere il coraggio di invitarlo a casa nostra, offrirgli un succo di mela, parlare un po’ con lui, fargli vedere le foto del nostro album di famiglia, e poi magari telefonare a Zebedeo, a Marco e a Ivo ("portatevi le mazze!"), alla Nadia, a Ezio, a Paolo, a Valeria, a Andy, a Roberto, a tutti quelli che avevamo conosciuto, per dirgli di venire, ma in fretta, in fretta, che non c'era tempo da perdere. Avrei voluto avere la forza e la presenza di spirito per portarlo con noi, oltre il sipario della notte, non per intervistarlo, non per il gusto di trascorrere qualche minuto assieme ad una popstar. Forse solo per metterlo a sedere nel nostro salotto marchiato Ikea e ringraziarlo. La sua musica era di quelle che ci avevano salvato la vita.
Dopo il concerto abbiamo fatto due passi in centro, abbracciati. Sentivo i tacchi delle nostre scarpe sul porfido della strada, e anche se avevamo subito qualche amputazione, stavamo ancora in piedi dopotutto, proprio come avevano cantato i Velvet Underground. Le strade deserte rilucevano di pioggia. I bambini quella sera ce li teneva una vicina di casa. Quella sera, per la prima volta dopo mesi, potevamo rimanere fuori tutto il tempo che volevamo.
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