Interessante questo appuntamento di oggi sul tema immigrazione-criminalità, con la formula del "Vero-Falso", nuovo format del festival dell'Economia.
Riporto di seguito il mio comunicato.
Più immigrazione uguale più criminalità? Questo il quesito sottoposto alla giuria di studenti universitari nel secondo appuntamento – particolarmente affollato - con “Vero o falso”, il nuovo format del festival dell’Economia. Coordinato da Federico Rampini, inviato di “Repubblica” negli Usa, introdotto da Paolo Pinotti (Centro studi della Banca d’Italia, “lavoce.info), il dibattito ha visto confrontarsi il sociologo dell’università di Bologna Marzio Barbagli e il docente di politica economica dell’università di Parma Francesco Daveri. Si sono ascoltate inoltre le testimonianze di David Card, Franco Pittau, Riccardo Puglisi e Linda Laura Sabbadini.
Tema appassionante e controverso, quello del legame criminalità-immigrazione. Ma la giuria, al termine dell’ampia discussione, non ha avuto dubbi: all'unanimità ha sentenziato che non è vero che a più immigrazione corrisponde più criminalità.
“Il quesito di oggi è probabilmente improponibile per molti dei presenti – ha esordito Rampini – ; teniamo conto però non solo del fatto che autorevoli personalità politiche si sono espresse in questi termini, più immigrazione è uguale a più criminalità, ma anche che il tema è continuamente discusso dall’opinione pubblica un po’ ovunque, anche negli Usa, la società apparentemente più aperta all’immigrazione.”
Pinotti ha ricordato a questo proposito che in Italia, secondo un sondaggio, circa il 60% delle persone dichiara di essere preoccupata della criminalità portata dagli immigrati. Non è una tipicità italiana; la media europea è del 70%. Ma su che cosa si fondano queste paure? In realtà i dati sono pochi, le conoscenze frammentarie. In termini di dati Istat, l’immigrazione è quadruplicata dai primi anni ’90 ad oggi; nello stesso periodo il tasso di criminalità è rimasto pressoché costante. Se guardiamo invece al tasso di incarcerazione, vediamo che la percentuale degli stranieri, sul totale della popolazione carceraria, è del 40% (anche se in totale rispetto alla popolazione italiana gli immigrati – regolari - non arrivano al 5%). Come si conciliano questi due dati? Un’ipotesi è che ci sia discriminazione, ovvero che l’immigrato venga giudicato più severamente o controllato di più rispetto all’italiano. O che alcuni lavori “di manovalanza”, anche nel settore dell’economia criminale, siano passati dagli italiani agli stranieri. Ma sono solo ipotesi. Ciò che si sa è che l’80% degli immigrati oggi in carcere sono irregolari. La percentuale della popolazione italiana che viene denunciata, invece, è pressoché uguale per gli italiani e per gli stranieri regolari.
Barbagli ha esordito ammettendo a sua volta che sulla base dei dati che oggi abbiamo a disposizione, non si può dare una risposta precisa al quesito posto dagli organizzatori del dibattito. Invece sappiamo altre cose: ad esempio che, in Europa, negli ultimi due secoli, la criminalità aumenta solitamente quando cresce la percentuale di popolazione giovane e di sesso maschile sul totale. Negli Usa, i molti studi condotti in passato hanno dimostrato che gli immigrati non commettevano più reati degli autoctoni, con qualche eccezione: una riguardava proprio gli italiani. La crescita di reati commessi dagli immigrati comincia ad emergere, come dato "allarmante", in Europa negli anni ’60, e pare riferita agli immigrati di seconda generazione. “I dati sulla popolazione carceraria invece non sono significativi – ha proseguito Barbagli – perché gli immigrati fanno molto più carcere preventivo degli autoctoni. Bisogna semmai guardare al tipo di reato: gli immigrati, ad esempio, in genere non commettono reati come le rapine in banca, mentre sono molto presenti nelle statistiche sui furti nelle abitazioni. Riguardo al reato di omicidio, invece, la quota sul totale dei denunciati è salita dal 5 al 35% e nel centro-nord al 50%. Questo dato effettivamente ci deve fare pensare. Per una parte notevole di questi omicidi la vittima è un altro immigrato, appartenente allo stesso gruppo di riferimento.”
In realtà, in Italia e in molti altri paesi europei, la criminalità, relativamente a molti tipi di reati, è in calo: secondo Barbagli ciò può essere spiegato innanzitutto con il fatto che è calata, in generale e soprattutto nel nostro Paese, dalla fine degli anni ’80, la popolazione giovanile, quella cioè compresa fra i 15 e i 24 anni, la cui propensione a delinquere è più alta rispetto alle altre fasce di età, specie per alcune classi di reati.
Daverio si è concentrato invece sui dati relativi al centro-nord, per dimostrare che, sì, forse una correlazione fra immigrazione e criminalità c’è. “Esiste una forte correlazione soprattutto per reati come furti, estorsioni e rapimenti, ed è più evidente a partire dal 2000. Ciò vale sia nelle regioni del nord sia in quelle ‘rosse’ del centro-nord. Quindi il punto non è tanto se un rapporto esiste, ma a che cosa è dovuto, se è la migrazione in sé che genera criminalità o se esistono circostanze locali, nei luoghi di accoglienza, che favoriscono l’ingresso dei migranti nel tessuto criminale.” In Spagna, paese di immigrazione recente come l’Italia, questa correlazione non si vede; la crescita dell’immigrazione, anzi il boom dell’immigrazione, non si è accompagnato a una crescita dei reati commessi dagli immigrati. Forse perché in Spagna l’immigrato trova più facilmente un lavoro regolare, e quindi non è “costretto” a commettere dei reati per vivere? E’ un’ipotesi non dimostrata, perché il tessuto economico dei due Paesi è simile. Tuttavia i dati mostrano che l’Italia attira mediamente persone meno alfabetizzate rispetto a quelle che emigrano in Spagna (ad esempio i molti albanesi giunti nel nostro Paese negli anni ’90). “La mia spiegazione dunque potrebbe essere questa: minor alfabetizzazione infatti è solitamente associata a maggiore propensione all’illegalità. Ma perché l’Italia attira soprattutto questa tipologia di immigrati? In parte, certo, perché siamo il Paese di “Gomorra”. Ma soprattutto perché in Italia, anche nel nord, in genere la legalità non viene rispettata – sul piano fiscale, del mercato del lavoro e così via - in primo luogo proprio dagli italiani.” Del resto, ovunque nel mondo, ha chiosato Rampini, l’immigrato clandestino è l’anello debole della catena del mondo del lavoro e il più esposto ad ogni genere di ricatto.
Sono poi seguiti gli interventi dei testimoni. Laura Sabbadini, direttore centrale Istat, ha invitato a leggere gli indicatori correttamente: fra questi non c’è il numero dei detenuti nelle carceri, falsato dal maggiore ricorso alla detenzione preventiva e al minore ricorso alle pene alternative. Altri dati, ad esempio quelli relativi alla vittimizzazione, mostrano che per alcuni reati – e solo alcuni (scippi, rapine) – la componente immigrata è rilevante. Ma le cose cambiano velocemente, a seconda della congiuntura economica, delle politiche di integrazione e/o regolarizzazione e così via. L’evidenza di oggi, insomma, non autorizza a fare previsioni per il futuro. Infine, attenzione a cosa ci mostrano i media, ovvero che gli stranieri compiono reati nei confronti soprattutto degli italiani. Non è così. “Nel caso di stupro, ad esempio, l’evidenza dimostra che gli uomini stranieri stuprano di preferenza donne dello stesso gruppo di riferimento; la maggior parte delle donne italiane, invece, viene stuprata dai loro mariti italiani”.
Pittau, della Caritas Migrantes, ha detto esplicitamente che l’affermazione contenuta nel titolo dell’incontro è falsa, il tasso di criminalità degli immigrati è pressoché uguale a quello degli italiani, ma se togliamo il reato di immigrazione clandestina è addirittura più basso; oltre a ciò, l’Italia in realtà sta meglio di altri paesi considerati più fortunati sul piano della diffusione della criminalità, come il Belgio e l’Inghilterra. “Dirlo chiaramente – ha aggiunto - attenuerebbe l’effetto di ‘assedio da parte della criminalità’ che parte della popolazione italiana avverte.”
Puglisi, dell’Università di Pavia, ha parlato di cosa pensano le persone sull’immigrazione, soprattutto clandestina, in relazione a come i media presentano il tema. Tema che ha una valenza politica forte, e di cui si avvantaggiano generalmente i conservatori, percepiti come più “bravi” a gestire il fenomeno migratorio.
Card, docente a Berkley, ha portato infine la sua testimonianza dalla California, uno degli stati più multietnici al mondo (il 25% della popolazione è immigrata).
Infine, la sentenza, affidata come ieri alla giuria di studenti universitari: all’unanimità è stato deciso che no, è falso che a maggiore immigrazione corrisponda maggiore criminalità.
L'identità va decostruita
Non ho ascoltato nulla di straordinariamente nuovo nella relazione di David Putnam ieri nel corso della prima giornata del Festival dell'Economia. Sarà che da Putnam mi aspettavo molto, sarà forse che se sei nato in Alto Adige, dove sei costretto a dichiararti per forza appartenente ad un gruppo linguistico (pena la perdita di diritti concretissimi), il tema dell'identità lo conosci come le sue tasche.
Forse, però, quello che ha detto l'accademico di Harvard - che l'identità è un costrutto sociale, che cambia nel tempo, che va decostruita (o che si decostruisce da sé - per effetto, tra l'altro, delle migrazioni e dei matrimoni misti - non si è ben capito...)- per molte persone rappresenta una novità. Certo, Langer queste cose le diceva in maniera forte, chiara e scomoda 20 e più anni fa (c'era la guerra nella ex-Jugoslavia, la guerra delle identità fratricide): non viene ricordato come uno degli intelletuali più influenti del suo tempo, non è diventato consigliere di Clinton e Obama, gli impedirono persino di candidarsi a sindaco di Bolzano (perchè appunto non si era dichiarato appartenente ad uno dei tre gruppi in cui l'apartheid altoatesino ha diviso la popolazione della provincia).
L'anno scorso ad un incontro "minore" del Festival, quello con Remotti, un antropologo italiano, si erano sentite parole più forti, contro il Moloch dell'identità ; lì però il punto di partenza non erano gli Usa di "Gran Torino" ma il Ruanda del 1994...
Poi, la struttura stessa della relazione di Putnam mi ha lasciato perplesso. Nella prima parte si è detto che in verità nelle società multietniche il capitale sociale è più basso; la gente è diffidente, c'è "l'effetto tartaruga", la creazione di reti amicali è più difficile. Questa l'evidenza empirica delle ricerche condotte negli Usa. Nella seconda parte della relazione, però, Putnam ha detto che le migrazioni (e più in generale il lento scorrere del tempo) comunque cambiano le identità, spostano le soglie e i confini che definiscono i gruppi, e che in definitiva il pluralismo etnico e culturale produce ricchezza e creatività. Il nesso logico fra la prima parte e la seconda era invero un po' labile.
Mi ha anche lasciato freddo l'affermazione secondo la quale, nelle società dove il capitale sociale è più alto, "le persone trovano lavoro in virtù di chi conoscono piuttosto che di cosa conoscono"; tutto vero, ovviamente, però sembrerebbe una fotografia della vituperata Italia dei raccomandati e dei bamboccioni. Solo che Putnam poi ricorda che delle esternalità positive delle reti amicali beneficiano tutti, anche coloro che ne stanno fuori, anche quelli che non partecipano ai barbeque. Vabbé, lui è americano, ha in mente un'altra realtà, quella delle confraternite, dei club, delle lobbies, dell'associazionismo diffuso che tanto impressionò Tocqueville (anche se oggi pare sia in calo).
In ogni modo, tutto fa brodo contro al razzismo. Quindi forse non è il caso di sottilizzare come se si fosse in un'aula universitaria. Dopotutto, questi festival sono eventi popolari. Dire che integrazione non significa omologazione significa dire una cosa importante nei confronti di chi (come quella lettrice che scrive oggi su "L'Adige") ritiene che gli immigrati debbano abbandonare le loro culture di riferimento per diventare compiutamente italiani. "L'identità non è data da Dio, è una costruzione sociale, come il linguaggio che adoperiamo per definire le cose, si può essere americani, buoni americani, pur mantendendo le proprie tradizioni italiane, irlandesi ecc. Anzi, queste stesse tradizioni sono 'americane'." Langer avrebbe detto forse qualcosa di più; avrebbe detto che per unire gruppi diversi sono necessari dei "traditori", che però non si limitano a passare dall'altra parte, che conservano un'appartenenza. Ragionamento molto sofisticato.
Forse, però, quello che ha detto l'accademico di Harvard - che l'identità è un costrutto sociale, che cambia nel tempo, che va decostruita (o che si decostruisce da sé - per effetto, tra l'altro, delle migrazioni e dei matrimoni misti - non si è ben capito...)- per molte persone rappresenta una novità. Certo, Langer queste cose le diceva in maniera forte, chiara e scomoda 20 e più anni fa (c'era la guerra nella ex-Jugoslavia, la guerra delle identità fratricide): non viene ricordato come uno degli intelletuali più influenti del suo tempo, non è diventato consigliere di Clinton e Obama, gli impedirono persino di candidarsi a sindaco di Bolzano (perchè appunto non si era dichiarato appartenente ad uno dei tre gruppi in cui l'apartheid altoatesino ha diviso la popolazione della provincia).
L'anno scorso ad un incontro "minore" del Festival, quello con Remotti, un antropologo italiano, si erano sentite parole più forti, contro il Moloch dell'identità ; lì però il punto di partenza non erano gli Usa di "Gran Torino" ma il Ruanda del 1994...
Poi, la struttura stessa della relazione di Putnam mi ha lasciato perplesso. Nella prima parte si è detto che in verità nelle società multietniche il capitale sociale è più basso; la gente è diffidente, c'è "l'effetto tartaruga", la creazione di reti amicali è più difficile. Questa l'evidenza empirica delle ricerche condotte negli Usa. Nella seconda parte della relazione, però, Putnam ha detto che le migrazioni (e più in generale il lento scorrere del tempo) comunque cambiano le identità, spostano le soglie e i confini che definiscono i gruppi, e che in definitiva il pluralismo etnico e culturale produce ricchezza e creatività. Il nesso logico fra la prima parte e la seconda era invero un po' labile.
Mi ha anche lasciato freddo l'affermazione secondo la quale, nelle società dove il capitale sociale è più alto, "le persone trovano lavoro in virtù di chi conoscono piuttosto che di cosa conoscono"; tutto vero, ovviamente, però sembrerebbe una fotografia della vituperata Italia dei raccomandati e dei bamboccioni. Solo che Putnam poi ricorda che delle esternalità positive delle reti amicali beneficiano tutti, anche coloro che ne stanno fuori, anche quelli che non partecipano ai barbeque. Vabbé, lui è americano, ha in mente un'altra realtà, quella delle confraternite, dei club, delle lobbies, dell'associazionismo diffuso che tanto impressionò Tocqueville (anche se oggi pare sia in calo).
In ogni modo, tutto fa brodo contro al razzismo. Quindi forse non è il caso di sottilizzare come se si fosse in un'aula universitaria. Dopotutto, questi festival sono eventi popolari. Dire che integrazione non significa omologazione significa dire una cosa importante nei confronti di chi (come quella lettrice che scrive oggi su "L'Adige") ritiene che gli immigrati debbano abbandonare le loro culture di riferimento per diventare compiutamente italiani. "L'identità non è data da Dio, è una costruzione sociale, come il linguaggio che adoperiamo per definire le cose, si può essere americani, buoni americani, pur mantendendo le proprie tradizioni italiane, irlandesi ecc. Anzi, queste stesse tradizioni sono 'americane'." Langer avrebbe detto forse qualcosa di più; avrebbe detto che per unire gruppi diversi sono necessari dei "traditori", che però non si limitano a passare dall'altra parte, che conservano un'appartenenza. Ragionamento molto sofisticato.
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David Putnam,
festival dell'Economia di Trento; Langer
MINOR - visto al Trento Filmfestival della montagna
Ho visto questo doc al Trento Filmfestival della montagna. Momento di pura poesia. Senza melassa.
C'è il mondo sotterraneo, ctonio, in cui il minatore sprofonda, la terra, i sassi, l'umidità, il fango. E c'è il fuori, la superficie, lo spazio aperto, la montagna, il lago d'Idro sullo sfondo. Ci sono i minatori, disposti come in un quadro, seduti sull'ingresso della casa/dormitorio, le loro personalità sbozzate con precisione artigiana dalle telecamere e dai microfoni, in pochi minuti di conversazione (che devono essere costati ore e ore di "lavoro", la paziente conquista della loro fiducia). C'è il direttore della miniera, 45 anni dedicati alla montagna. C'è il cuoco della casa. C'è la solitudine e le partite a carte la sera, ma anche un riflesso di quel senso di libertà e di "potere" che i minatori per molto tempo hanno respirato qui fra queste montagne dove nacque il primo codice minerario, il Codex Wangianus, che riconosceva ai minatori importanti privilegi.
MINOR (MINATORI)
Regia di Micol Cossali, fotografia/riprese Elena Negriolli, 44', Italia, 2010
Alla fine del 2009, dopo oltre un secolo di storia, ha chiuso la miniera di Marigole in Trentino. Qui, dal 1894, generazioni di minatori hanno cercato ed estratto "l'oro bianco" delle montagne, la barite. Questi uomini hanno vissuto in isolamento sulla cima della montagna, trascorrendo le loro giornate nel ventre della terra e sviluppando una passione per questo mestiere, che ha assunto un particolare senso per le loro esistenze. La chiusura della miniera rappresenta la fine di un'epoca per un'intera comunità.
Il film è co-prodotto dalla Provincia autonoma di Trento - Servizio Attività culturali e Aurelio Laino, Decima Rosa Produzioni.
C'è il mondo sotterraneo, ctonio, in cui il minatore sprofonda, la terra, i sassi, l'umidità, il fango. E c'è il fuori, la superficie, lo spazio aperto, la montagna, il lago d'Idro sullo sfondo. Ci sono i minatori, disposti come in un quadro, seduti sull'ingresso della casa/dormitorio, le loro personalità sbozzate con precisione artigiana dalle telecamere e dai microfoni, in pochi minuti di conversazione (che devono essere costati ore e ore di "lavoro", la paziente conquista della loro fiducia). C'è il direttore della miniera, 45 anni dedicati alla montagna. C'è il cuoco della casa. C'è la solitudine e le partite a carte la sera, ma anche un riflesso di quel senso di libertà e di "potere" che i minatori per molto tempo hanno respirato qui fra queste montagne dove nacque il primo codice minerario, il Codex Wangianus, che riconosceva ai minatori importanti privilegi.
MINOR (MINATORI)
Regia di Micol Cossali, fotografia/riprese Elena Negriolli, 44', Italia, 2010
Alla fine del 2009, dopo oltre un secolo di storia, ha chiuso la miniera di Marigole in Trentino. Qui, dal 1894, generazioni di minatori hanno cercato ed estratto "l'oro bianco" delle montagne, la barite. Questi uomini hanno vissuto in isolamento sulla cima della montagna, trascorrendo le loro giornate nel ventre della terra e sviluppando una passione per questo mestiere, che ha assunto un particolare senso per le loro esistenze. La chiusura della miniera rappresenta la fine di un'epoca per un'intera comunità.
Il film è co-prodotto dalla Provincia autonoma di Trento - Servizio Attività culturali e Aurelio Laino, Decima Rosa Produzioni.
Non un partito ma un popolo
I colpi di coda del regime si colorano di tinte mistiche. E fosche.
Ieri il documento votato dal partito lo dice esplicitamente, quando spiega che il Pdl non è un partito ma un "popolo", che si riconosce nelle "democrazie degli elettori", e dunque non può contemplare il dissenso.
Così Ezio Mauro oggi su Repubblica.
In questo appello al "popolo" come ad un'entità indivisa, priva di sfumature, di conflitti, di interessi divergenti, riposa il germe di ogni totalitarismo. Dalla società corporativa fascista, cementata dal nazionalismo e dalla retorica imperiale, a quella formalmente egualitaria dei regimi comunisti, affratellata da una falsa mistica proletaria. Passando ovviamente per la sua espressione più terribile, quella fondata sul mito della razza ariana. In questo senso, il partito-popolo è speculare al partito-etnia e al partito confessionale (o partito-setta religiosa). Cosa può esserci al di fuori di esso? Il non-popolo, la non-etnia, la non-religione, dunque qualcosa di intimamente perfido, non omologabile, diabolico, "altro". Il male.
L'ultimo berlusconismo ha introdotto non a caso un elemento di suggestione ulteriore, l'amore. Già, perché come si può essere contrari all'amore? Chi è contrario all'amore è a favore dell'odio. Da qui a chiamare gli oppositori "scarafaggi" il passo è breve. E gli scarafaggi abbiamo visto che fine hanno fatto: nel 1994, in Rwanda.
Ma per fortuna in Italia non ci sono in giro tanti machete. E l'Italia non è il teatro di un conflitto esterno fra grandi potenze.
Fuori dal tunnel del berlusconismo, speriamo di trovare, finalmente, una democrazia compiuta.
Ieri il documento votato dal partito lo dice esplicitamente, quando spiega che il Pdl non è un partito ma un "popolo", che si riconosce nelle "democrazie degli elettori", e dunque non può contemplare il dissenso.
Così Ezio Mauro oggi su Repubblica.
In questo appello al "popolo" come ad un'entità indivisa, priva di sfumature, di conflitti, di interessi divergenti, riposa il germe di ogni totalitarismo. Dalla società corporativa fascista, cementata dal nazionalismo e dalla retorica imperiale, a quella formalmente egualitaria dei regimi comunisti, affratellata da una falsa mistica proletaria. Passando ovviamente per la sua espressione più terribile, quella fondata sul mito della razza ariana. In questo senso, il partito-popolo è speculare al partito-etnia e al partito confessionale (o partito-setta religiosa). Cosa può esserci al di fuori di esso? Il non-popolo, la non-etnia, la non-religione, dunque qualcosa di intimamente perfido, non omologabile, diabolico, "altro". Il male.
L'ultimo berlusconismo ha introdotto non a caso un elemento di suggestione ulteriore, l'amore. Già, perché come si può essere contrari all'amore? Chi è contrario all'amore è a favore dell'odio. Da qui a chiamare gli oppositori "scarafaggi" il passo è breve. E gli scarafaggi abbiamo visto che fine hanno fatto: nel 1994, in Rwanda.
Ma per fortuna in Italia non ci sono in giro tanti machete. E l'Italia non è il teatro di un conflitto esterno fra grandi potenze.
Fuori dal tunnel del berlusconismo, speriamo di trovare, finalmente, una democrazia compiuta.
Questioni generazionali
Mi sono sempre sentito dalla parte dei giovani, pur credendo poco a queste categorie basate sui fattori generazionali (quando si finisce di essere giovani? Quand'è che termina l'età della "formazione"? Quand'è che si è definitivamente adulti, cioé maturi? E la maturità ha davvero a che fare con l'età, qualsiasi cosa essa sia? Ne parlo anche nel mio "Music box", usando la musica come medium).
Sul piano psicologico, forse non ho mai superato completamente la stagione dell'università, anche se ho iniziato a lavorare, ho fatto carriera, ho avuto dei figli, ho acceso un mutuo... Sul piano fisico...beh, sto dalla parte dei giovani forse perché i mei anni li porto bene (credo...), o almeno mi sento bene.
Poi ieri sera ho visto un film nel quale un dirigente di 51 anni viene all'improvviso scalzato da un 26enne. Prima reazione: vabbé, è un film americano, in Italia non succederebbe mai, in Italia domina la gerontocrazia.
Seconda reazione: sì, ma se succedesse anche qui? Mio padre per lo meno a 50 anni è andato in pensione, per lui non si è posto il problema di convivere a lungo - nel posto di lavoro - con persone giovani, più fresche, più aggiornate, più motivate. Ma per la mia generazione, condannata a lavorare almeno fino a 65 anni, la cosa è un po' diversa.
Così in astratto, direi che la differenza giovani-adulti, persino giovani-vecchi non esiste. Esistono differenze residuali create dal mercato (il giovane E' un'invenzione del mercato, data gli anni 50' del XX secolo, la sua patria sono gli Usa, il giovane come categoria, target, età sospesa, nasce con James Dean e Elvis Presley, prima si era ragazzi fino al militare e subito dopo adulti, pronti per il matrimonio e la fabbrica). Sul piano dei comportamenti oggi ci sono 50enni/60enni indistinguibili o quasi dai loro figli, e a me non pare una cosa tremenda. Così in astratto, il conflitto generazionale, quello che impazzava nel '68, quello che spingeva tanti ragazzi a sognare di "scappare di casa", non ha più ragione di esistere (prova ne è che tanti "giovani" stanno in famiglia fino a 30 e più anni senza grossi problemi).
Però, chi dice che il mercato del lavoro, la crisi irreversibile del sistema pensionistico ecc. non finiranno con il farlo riesplodere, questo conflitto, in altre forme? Ovvero non per le questioni morali/estetiche/culturali del passato (quanto star fuori la sera, la verginità, i capelli lunghi, la musica, le canne ecc.) ma per le concretissime questioni poste dall'economia?
Il film di ieri si concludeva in maniera consolatoria per i "vecchi": il dirigente (che ha appena avuto una nuova figlia, e deve anche mandare la prima in una costosa università, e questo è esemplificativo: a 50 anni ci si arrabatta ancora con pannolini e orari che impazziscono) viene reintegrato nel suo ruolo, mentre il giovane rampante, licenziato di brutto, va a correre sulla spiaggia ponendosi i soliti quesiti esistenziali (chi sono? cosa voglio nella vita?).
La realtà forse è un po' diversa: è la realtà di tante persone che a un certo punto della loro vita sono stufe di lavorare (anche perchè vengono progressivamente messe ai margini dell'organizzazione aziendale, non tutti sono professori universitari o manager alla Vincenzo Cipolletta) ma devono continuare a scaldare la sedia perché l'età della pensione si è inesorabilmente allontanata. Tutto questo mentre premono alle porte giovani reduci da master e altre esperienze amene in giro per il mondo, costretti ad adattarsi a lavori precari o sottopagati e a volte neanche tanto eccitanti.
Sul piano psicologico, forse non ho mai superato completamente la stagione dell'università, anche se ho iniziato a lavorare, ho fatto carriera, ho avuto dei figli, ho acceso un mutuo... Sul piano fisico...beh, sto dalla parte dei giovani forse perché i mei anni li porto bene (credo...), o almeno mi sento bene.
Poi ieri sera ho visto un film nel quale un dirigente di 51 anni viene all'improvviso scalzato da un 26enne. Prima reazione: vabbé, è un film americano, in Italia non succederebbe mai, in Italia domina la gerontocrazia.
Seconda reazione: sì, ma se succedesse anche qui? Mio padre per lo meno a 50 anni è andato in pensione, per lui non si è posto il problema di convivere a lungo - nel posto di lavoro - con persone giovani, più fresche, più aggiornate, più motivate. Ma per la mia generazione, condannata a lavorare almeno fino a 65 anni, la cosa è un po' diversa.
Così in astratto, direi che la differenza giovani-adulti, persino giovani-vecchi non esiste. Esistono differenze residuali create dal mercato (il giovane E' un'invenzione del mercato, data gli anni 50' del XX secolo, la sua patria sono gli Usa, il giovane come categoria, target, età sospesa, nasce con James Dean e Elvis Presley, prima si era ragazzi fino al militare e subito dopo adulti, pronti per il matrimonio e la fabbrica). Sul piano dei comportamenti oggi ci sono 50enni/60enni indistinguibili o quasi dai loro figli, e a me non pare una cosa tremenda. Così in astratto, il conflitto generazionale, quello che impazzava nel '68, quello che spingeva tanti ragazzi a sognare di "scappare di casa", non ha più ragione di esistere (prova ne è che tanti "giovani" stanno in famiglia fino a 30 e più anni senza grossi problemi).
Però, chi dice che il mercato del lavoro, la crisi irreversibile del sistema pensionistico ecc. non finiranno con il farlo riesplodere, questo conflitto, in altre forme? Ovvero non per le questioni morali/estetiche/culturali del passato (quanto star fuori la sera, la verginità, i capelli lunghi, la musica, le canne ecc.) ma per le concretissime questioni poste dall'economia?
Il film di ieri si concludeva in maniera consolatoria per i "vecchi": il dirigente (che ha appena avuto una nuova figlia, e deve anche mandare la prima in una costosa università, e questo è esemplificativo: a 50 anni ci si arrabatta ancora con pannolini e orari che impazziscono) viene reintegrato nel suo ruolo, mentre il giovane rampante, licenziato di brutto, va a correre sulla spiaggia ponendosi i soliti quesiti esistenziali (chi sono? cosa voglio nella vita?).
La realtà forse è un po' diversa: è la realtà di tante persone che a un certo punto della loro vita sono stufe di lavorare (anche perchè vengono progressivamente messe ai margini dell'organizzazione aziendale, non tutti sono professori universitari o manager alla Vincenzo Cipolletta) ma devono continuare a scaldare la sedia perché l'età della pensione si è inesorabilmente allontanata. Tutto questo mentre premono alle porte giovani reduci da master e altre esperienze amene in giro per il mondo, costretti ad adattarsi a lavori precari o sottopagati e a volte neanche tanto eccitanti.
Espressioni di un viaggio africano
Kundera, ovvero...che razza di libri ci succhiavamo
Sto rileggendo per la...decima volta? "L'insostenibile leggerezza dell'essere" di Milan Kundera. Negli anni '80 fu un caso letterario (complice anche la trasmissione tv "Quelli della notte"). Un libro vendutissimo.
Riprendendolo in mano l'altro giorno ho messo a fuoco il fatto che questo romanzo si apre con due pagine dedicate all'idea dell'eterno ritorno in Nietzsche. Non ho potuto fare a meno di chiedermi se oggi qualcuno pubblicherebbe un libro così, sperando magari anche di farne un best seller. Voglio dire: è scritto straordinariamente bene, ma oggi, quale tipo di lettore incontrerebbe un romanzo che si apre con una dissertazione su Nietzsche e Parmenide? Quale potrebbe essere il suo target, per dirla prosaicamente? Non voglio dire che oggi il lettore sia più stupido o pigro, però...
Un'altra cosa mi ha colpito: all'inizio della seconda parte, quella dedicata al personaggio di Teresa, l'autore dichiara che uno scrittore non deve avere la pretesa di spacciare i personaggi di un suo romanzo come persone reali. "Non sono certo stati partoriti dal grembo di una donna", ecc.
Questa posizione verrà estremizzata ne "L'immortalità", dove il gioco si farà ancora più scoperto (senza tuttavia diventare pirandelliano).
Di nuovo, non ho potuto fare a meno di stupirmi del coraggio dell'autore - del genio dell'autore - che si fa beffe di una delle regole fondamentali della "fiction". E non ho potuto non pensare di nuovo all'assurdità di un'affermazione che ho letto recentemente, in bocca a non so quale intellettuale, per cui il romanzo starebbe morendo in quanto i lettori oggi hanno fame di vite reali (una volta un editore mi respinse una proposta con la stessa motivazione: "Oggi 'tirano' le biografie romanzate, non c'è più spazio per l'invenzione pura...").
Che sciocchezza. Come non vedere che i personaggi delle commedie umane di Kundera dicono, della vita reale che conduciamo ogni giorno, assai più di tanti "reality"? Come non capire che persino l'arte più astratta - persino un taglio su una tela - può dirci, della nostra realtà (del nostro svegliarci al mattino, del nostro andare a dormire la sera, dei nostri amori, dei nostri odi, dei nostri tostapane, dei nostri smarrimenti) proprio le cose che abbiamo bisogno di sentirci dire? E soprattutto: la realtà non è forse la sua interpretazione/rappresentazione/narrazione?
Riprendendolo in mano l'altro giorno ho messo a fuoco il fatto che questo romanzo si apre con due pagine dedicate all'idea dell'eterno ritorno in Nietzsche. Non ho potuto fare a meno di chiedermi se oggi qualcuno pubblicherebbe un libro così, sperando magari anche di farne un best seller. Voglio dire: è scritto straordinariamente bene, ma oggi, quale tipo di lettore incontrerebbe un romanzo che si apre con una dissertazione su Nietzsche e Parmenide? Quale potrebbe essere il suo target, per dirla prosaicamente? Non voglio dire che oggi il lettore sia più stupido o pigro, però...
Un'altra cosa mi ha colpito: all'inizio della seconda parte, quella dedicata al personaggio di Teresa, l'autore dichiara che uno scrittore non deve avere la pretesa di spacciare i personaggi di un suo romanzo come persone reali. "Non sono certo stati partoriti dal grembo di una donna", ecc.
Questa posizione verrà estremizzata ne "L'immortalità", dove il gioco si farà ancora più scoperto (senza tuttavia diventare pirandelliano).
Di nuovo, non ho potuto fare a meno di stupirmi del coraggio dell'autore - del genio dell'autore - che si fa beffe di una delle regole fondamentali della "fiction". E non ho potuto non pensare di nuovo all'assurdità di un'affermazione che ho letto recentemente, in bocca a non so quale intellettuale, per cui il romanzo starebbe morendo in quanto i lettori oggi hanno fame di vite reali (una volta un editore mi respinse una proposta con la stessa motivazione: "Oggi 'tirano' le biografie romanzate, non c'è più spazio per l'invenzione pura...").
Che sciocchezza. Come non vedere che i personaggi delle commedie umane di Kundera dicono, della vita reale che conduciamo ogni giorno, assai più di tanti "reality"? Come non capire che persino l'arte più astratta - persino un taglio su una tela - può dirci, della nostra realtà (del nostro svegliarci al mattino, del nostro andare a dormire la sera, dei nostri amori, dei nostri odi, dei nostri tostapane, dei nostri smarrimenti) proprio le cose che abbiamo bisogno di sentirci dire? E soprattutto: la realtà non è forse la sua interpretazione/rappresentazione/narrazione?
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Non eroi
Ieri su "Repubblica" c'era un pezzo di Pietro Citati sui medici del CUAMM, che operano in Africa. Casualmente, ieri l'altro ero in un ospedale del CUAMM, in Etiopia. Il pezzo di Citati diceva una cosa abbastanza condivisibile, cioé che mentre l'Italia ci fa vergognare di essere italiani, specie quando andiamo all'estero (e ci scambiano per berluschini o per leghisti), realtà come quella del CUAMM ci riconciliano un po' con il nostro paese. Il pezzo di Citati era infiorettato di citazioni bibliche: io che credente non sono (anche se ho visitato missioni in mezzo mondo), non me la sento di giustificare l'impegno nel sociale con argomentazioni spirituali o teologiche. Penso che per comportarsi bene, generosamente, con il proprio prossimo, non siano strettamente necessarie una fede e una religione (anche se probabilmente queste cose aiutano, gli uomini hanno bisogno di motivazioni superiori per agire rettamente).
Semmai avrei da aggiungere una cosa: le persone che ho incontrato in Africa (e che ho incontrato in passato in circostanze analoghe) non sono propriamente degli eroi. Fanno delle cose eroiche, questo sì: ma non sono eroi/eroine o santi/e. Sono esseri umani, tutti, religiosi e laici. Con le loro passioni e le loro debolezze, con il loro più o meno pronunciato sense of humor, con i loro ego più o meno sovradimensionati.
In un certo senso, li sento anche più vicini. Non c'è bisogno di nuovi eroi. Né di nuovi santi. Non c'è bisogno di unti dal Signore né di partiti dell'amore. Le persone "grandi" a volte sono tremendamente normali, persino piccine. La loro umanità, in ciò, ne esce rafforzata. E così la nostra.
Guardava la Rift valley
20 anni dopo (Raymond Carver)

Che cosa rimane, 20 anni dopo avere scoperto un autore come Raymond Carver? Cos'è che ti rimane impresso, conficcato nel tessuto molle della memoria? Rimane lo stile. Di Carver alla fine rimane questo, è questo che evoca il suo cognome, lo stile asciutto ("tagliavo fino all'osso, poi tagliavo ancora"), anche se poi, un po' dopo la sua morte, è venuto fuori che non era proprio tutta farina del suo sacco, che l'editore ci aveva messo del suo (del resto, ciò è ininfluente).
Ma 20 anni fa non era così. Quando avevi letto "Cattedrale" per la prima volta c'era anche dell'altro che ti aveva colpito. Quell'umanità dolente, incolpevole, ignara di sé, poco incline all'autoanalisi, poco avvezza alle elaborate riflessioni. L'umanità americana di commessi viaggiatori, disoccupati, coppie scoppiate, uomini alle prese con problemi di alcol. Niente di francese, niente sesso sfrenato, niente invettive, parentesi nelle vite di gente qualunque, con modeste ambizioni, un attaccamento alla vita del tutto istintivo, un riflesso condizionato, si direbbe, e sullo sfondo camere anonime come nei dipinti di Edward Hooper, rive di torrenti dove pescare trote iridate in quella luce incerta del crepuscolo che solo gli americani sanno descrivere, il sublime nel paesaggio delle periferie, un filo di fumo che si alza nel turchino, il Kerouac del dottor Sax.
20 anni fa ti aveva impressionato il contenuto più della forma. Empatia. Una comprensione immediata. Un racconto di Carver avrebbe potuto quasi...non cambiarti la vita, non in assoluto, ma spiegartela sì. Avrebbe potuto illuminare il tuo senso del tragico affogato nel quotidiano, il tuo stesso smarrimento, come pure l'epifania racchiusa in un dettaglio di case e appartamenti che hai visto sfrecciare di là dal vetro del treno in corsa, il dolore e il divertimento a cui sentivi di essere destinato, come se tutto fosse già scritto.
Per quello mi fanno ridere coloro che parlano della letteratura come di un genere morto, perché oggi alla gente interesserebbe la vita reale, il reality. Come non vedere che le storie "inventate" raccontate da un grande scrittore sono più reali della vita reale? Come non vedere che è il reality ad essere finto?
Conclusioni
Prima non vedevo le somiglianze, i calchi, il filo rosso dell'ereditarietà. Accecato dal risentimento e forse dai sensi di colpa, in assoluto i peggiori compagni di viaggio. Dicevo sempre che avevo preso da lei. Da mia madre. Niente da lui. Non la sua allegria, non quella che mi sembrava, evidentemente, la sia leggerezza, la sua mancanza di pianificazione, di preveggenza, il rifiuto delle responsabilità connesse al denaro, che non aveva mai.
Adesso, giorno dopo giorno mi sento trascinato nel gorgo delle nostre comuni esistenze, di là dal tempo e dalla morte. C'è chi lo chiama destino, chi portato biologico, il codice inscritto nel filamento del dna. C'è chi la chiama chimica, un altro modo di nominare il mistero.
Vedo sempre ciò che ci allontana, certo; ma adesso vedo anche ciò che ci accomuna, ciò che ci avrebbe potuto avvicinare. L'irrequietezza, l'insoddifazione per il proprio lavoro. Il diprezzo per la mediocrità. Il bisogno di un riconoscimento sociale ed insieme il bisogno di qualcosa che gratifichi lo spirito, una causa per la quale battersi. L'essere sempre "contro", nell'intimo, nel pozzo bilioso dove si aggirano le nostre più cupe pulsioni di libertà e forse, il desiderio di solitudine. Il suo modo di fronteggiarla, la solitudine, di tenere a bada i demoni. Il bisogno di affetto. La difficoltà a dirlo, ed insieme il suo stare disarmato di fronte a qualche donna, "con i miei occhi di magazzino, i miei tamburi arabi", avrebbe cantato Dylan, e poi il sottrarsi con un guizzo d'orgoglio, quello che poi lo avrebbe costretto a pentirsi, forse, quello che lo avrebbe costretto agli infiniti ripensamenti notturni.
Questo, vedo anche questo. E vedo la pigrizia, la nemica delle ambizioni. Il piacere provato nell'uscire, per strada, il piacere di camminare, il piacere di svolgere un'attività apparente, che lasci il tempo di pensare ai fatti propri, una certa inclinazione filosofica, mortificata nella società odierna, dove il pensare conta pochissimo rispetto al fare (si veda com'è ridotto il giornalismo, specie quello televisivo). Vedo sprazzi di timidezza, in lui, come in me, ma più sanguigno lui di me, più irruento, emotivo, meno abituato a sopportare, meno capace di venire a patti, entrambi irritabili, ma io ringhio fra me, mi divoro, lui esplodeva, aggrediva.
Questa riflessione è iniziata il giorno della sua scomparsa e non finirà mai.
Adesso, giorno dopo giorno mi sento trascinato nel gorgo delle nostre comuni esistenze, di là dal tempo e dalla morte. C'è chi lo chiama destino, chi portato biologico, il codice inscritto nel filamento del dna. C'è chi la chiama chimica, un altro modo di nominare il mistero.
Vedo sempre ciò che ci allontana, certo; ma adesso vedo anche ciò che ci accomuna, ciò che ci avrebbe potuto avvicinare. L'irrequietezza, l'insoddifazione per il proprio lavoro. Il diprezzo per la mediocrità. Il bisogno di un riconoscimento sociale ed insieme il bisogno di qualcosa che gratifichi lo spirito, una causa per la quale battersi. L'essere sempre "contro", nell'intimo, nel pozzo bilioso dove si aggirano le nostre più cupe pulsioni di libertà e forse, il desiderio di solitudine. Il suo modo di fronteggiarla, la solitudine, di tenere a bada i demoni. Il bisogno di affetto. La difficoltà a dirlo, ed insieme il suo stare disarmato di fronte a qualche donna, "con i miei occhi di magazzino, i miei tamburi arabi", avrebbe cantato Dylan, e poi il sottrarsi con un guizzo d'orgoglio, quello che poi lo avrebbe costretto a pentirsi, forse, quello che lo avrebbe costretto agli infiniti ripensamenti notturni.
Questo, vedo anche questo. E vedo la pigrizia, la nemica delle ambizioni. Il piacere provato nell'uscire, per strada, il piacere di camminare, il piacere di svolgere un'attività apparente, che lasci il tempo di pensare ai fatti propri, una certa inclinazione filosofica, mortificata nella società odierna, dove il pensare conta pochissimo rispetto al fare (si veda com'è ridotto il giornalismo, specie quello televisivo). Vedo sprazzi di timidezza, in lui, come in me, ma più sanguigno lui di me, più irruento, emotivo, meno abituato a sopportare, meno capace di venire a patti, entrambi irritabili, ma io ringhio fra me, mi divoro, lui esplodeva, aggrediva.
Questa riflessione è iniziata il giorno della sua scomparsa e non finirà mai.
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