I want you
Un esempio di poesia futurista per i tempi che sta(va)no cambiando... (ma anche un pretesto per segnalare l'uscita del nuovo disco di Bob Dylan, un disco d'amore, di cui parleremo prossimamente perché non mi piace recensire ciò che non ho letto/ascoltato, come fanno a volte i giornalisti...)
Il becchino colpevole sospira
lo spremiaranci solitario piange
i sassofoni d'argento mi dicono che farei bene a rifiutarti
Le campane incrinate ed i corni stinti
mi soffiano in faccia con disprezzo
Ma non sarà così
Non sono nato per perderti
Ti voglio, ti voglio
ti voglio da morire,
amore, ti voglio
Il politicante ubriaco salta
sulla strada dove madri si lamentano
ed i salvatori dal sonno facile
ti stanno aspettando
Ed io aspetto che facciano cessare
questo mio bere dalla mia tazza incrinata
e che mi chiedano
di spalancarti i cancelli
Ti voglio, ti voglio
ti voglio da morire,
dolcezza, ti voglio
Adesso tutti i miei padri sono caduti
il vero amore, non l'hanno mai conosciuto
Ma tutte le loro figlie mi scaraventano a terra
perchè non me ne curo
Bene, ritorno dalla Regina di Picche
e parlo con la mia cameriera
Lei sa che non ho paura di guardarla
E' buona con me
e non c'è nulla che non veda
Lei sa bene dove mi piacerebbe essere
Ma non importa
Ti voglio, ti voglio,
ti voglio da morire
dolcezza, ti voglio
Adesso il tuo figlio ballerino con il suo vestito cinese
mi ha parlato, io gli ho preso il flauto
No, non sono stato molto cortese,
non è vero?
Ma l'ho fatto perchè mi ha mentito
e perchè ti ha preso in giro
e perchè il tempo era dalla sua parte
E perchè io...
Ti voglio, ti voglio,
ti voglio da morire,
amore, ti voglio
Bob Dylan, 1966
Odifreddi: la religione è infantile
Brillante, divertente nell'incontro organizzato nel pomeriggio dai laici del Trentino (la laicità, qui, non è mica uno scherzo).
Odifreddi ha sostenuto che la fase religiosa è una fase tutto sommato infantile; il bambino cerca una spiegazione ai grandi dilemmi esistenziali (chi siamo, chi ha creato il mondo ecc.) e la trova nella religione, nel grande disegno divino, nel dio-padre ecc.
A questa seguirebbe una fase adolescenziale, romantica, in cui magari i dogmi della religione non bastano più e il loro posto viene preso dai grandi tormenti e dalle macerazioni esistenziali sul "senso della vita", nonché dalla lettura di Sartre e Dostoevskij.
Ma infine arriva o dovrebbe arrivare una fase adulta, in cui l'uomo si accontenta delle spiegazioni razionali che riesce a darsi (attraverso la scienza), e smette di arrovellarsi sulle domande a cui non riesce a dare risposta.
Personalmente mi sono sentito un pio' chiamato in causa perché io sono precisamente uno di quelli che hanno letto La nausea a 13 anni, solo che non credo di avere mai capito esattamente in cosa consista la "maturità".
Con la ragione si potrebbe anche essere d'accordo con Odifreddi. In effetti il suo ragionamento è abbastanza in linea con l'agnosticismo di Protagora, che riguardo agli dei dichiarava prudentemente: meglio non pronunciarsi. Il punto è che il modello di persona matura o adulta che un certo tipo di razionalisti sembrano avere in mente non è poi così attraente. Voglio dire: quando smetti di interrogarti sulle grandi questioni (e di leggere la grande letteratura) cosa resta? Odifreddi ha la matematica, è un intellettuale. Ma le persone comuni? La nuova macchina, l'i-pod, una bella mangiata, le barzellette, le puttane? E' davvero tutto qui? (ovviamente lo so benissimo che non è tutto qui per Odifreddi e tanti altri, ma il ragionamento va un po' estremizzato...)
E l'arte, ad esempio? E l'etica? E l'estetica? Non sono tutte cose prodotte - almeno in buona parte - dalle "grandi domande"? Non appartengono forse all'età lirica, quella dell'immaturità (per citare Kundera)? Persino il disincanto degli esistenzialisti è "lirico", non ha molto a che vedere con quel - ragionevole - accontentarsi delle risposte che riusciamo a darci di cui parla Odifreddi.
Anche senza credere in un dio creatore o in un dio che muore e risorge o in un giudizio universale o in una vita dopo la morte si può avere non solo un'intensa vita interiore, che non si accontenta dello scorrere lieve della vita, ma persino un'inclinazione al "mistero". Se l'ateismo si limita alla scienza è troppo poco, non fosse altro perché il linguaggio della scienza è estremanente complicato e specialistico. Certo, l'ironia è un'altra preziosa alleata. Ma è sempre poco. E' vero, la chiesa si serve di una simbologia elaborata, di riti suggestivi che possono sembrare assolutamente irragionevoli e persino "pagani" (infatti nel caso delle religioni monoteistiche sono quasi sempre la rielaborazione di qualcosa di preesistente). Ma l'uomo ha bisogno di miti e riti, perché sono questi (perlomeno anche questi) gli strumenti di cui dispone per dare un senso al mondo, per leggerlo, per interpretarlo, per narrarlo. Sartre, Warhol, Jim Morrison (per non dire delle ideologie, della politica) questo tipo di bisogni incarnano (o hanno incarnato). Freud o Darwin non sarebbero bastati.
Poi ogni epoca ha i miti e i riti che si merita. Se i miti e i riti "laici" oggi sono il Suv, il chirurgo plastico, il Grande Fratello o i Family days vuol dire che viviamo tempi molto degradati e in questo degrado ci siamo detro tutti, credenti e non credenti. Curioso infatti che Odifreddi incolpi la televisione di dare man forte alla religione, mentre i credenti fanno un ragionamento uguale e contrario, incolpando la televisione di propugnare una società completamente secolarizzata e appiattita sui peggiori disvalori (individualismo, primato dell'apparire sull'essere ecc.)
In una intervista a un quotidiano locale Odifreddi ha poi ripreso un suo vecchio cavallo di battaglia, dicendo che la democrazia rappresentativa è un sistema di governo superato e molto imperfetto, specie per gestire cose complesse come le guerre o le grandi crisi economiche. Questo perché - spiega il matematico, chiedendo aiuto a Darwin - il meccanismo della selezione, che porta alcuni politici ad essere eletti, non premia necessariamente i migliori, anzi, a volte i peggiori.
E fin qui, di nuovo, non ci piove. Il dubbio è semmai che la soluzione di cui parla Odifreddi sia la più efficace. Che sarebbe "dar voce alla gente", o qualcosa del genere. Non sarebbe più onesto essere sinceramente elitari, a questo punto? Lo sosteneva ieri Ludik riguardo a X Factor: perché lasciare che sia il televoto a decidere? In fondo la gente è la stessa che elegge il politico di turno per i suoi soldi o per i sogni falsi che smercia, che ascolta musica terribile, che si droga di tecnologia da mane a sera...
Qui però casca l'asino, perché tutti noi amiamo la libertà e non vorremmo, al posto della democrazia, un governo aristocratico. E comunque, di quale aristocrazia parleremmo? Quella degli spiriti eletti, dei migliori, o quella dei più ricchi? (in questo caso saremmo sempre lì, a Berlusconi) Quella dei più laici o quella degli unti dal signore?
La possiamo girare come vogliamo ma il motto: "La democrazia è il peggior sistema di governo, a parte tutti gli altri" rimane insuperabile.
In Berlin, by the wall
A Berlino, accanto al muro
eri alta un metro e settantacinque
era molto bello
lume di candela e Dubonnet con ghiaccio
Eravamo in un piccolo cafè
si sentivano le chitarre suonare
era molto bello
Oh, tesoro era il paradiso
Mi sono alzano come al solito sui tocchi delle campane. Mio padre era davanti alla tv. Mi indicò lo schermo. "Guarda", disse. C'erano i berlinesi che scavalcavano il Muro, che lo prendevano a picconate, che stappavano bottiglie di vino spumante. Venti anni fa.
Rimasi freddo, ostentai persino indifferenza. Questo dimostra quanto si possa essere stupidi, a volte. Credo fossi irritato per tre cose: perché la Storia non si era premurata di avvertirmi, prima; perché non l'avessero fatto almeno i miei professori alla facoltà di Scienze politiche (che scienza è una scienza che non riesce a prevedere almeno un evento come questo, con largo anticipo?); perché pensavo che il difficile sarebbe venuto dopo, e presto quegli entusiasmi si sarebbero smorzati.
C'è chi lo pensa anche oggi. C'è chi pensa anche adesso che fosse meglio col Muro in piedi. Andreotti, qualche anno prima della caduta, disse che il Muro doveva rimanere lì. Anche questo erano i democristiani. Lo spaventava la Germania unita. Francamente faccio fatica ad immaginare un popolo meno aggressivo dei tedeschi, ma sarà che non li ho visti in azione.
Il Muro è stato un potente simbolo, evaporato molto in fretta. Ispirò quello che viene considerato il disco più depressivo della storia del rock, "Berlin" di Lou Reed. Ispirò una canzone che ancora adesso viene usata nelle pubblicità, "Heroes", incisa nei celebri Hansa Studios. Bowie e Iggy Pop vissero lì, la new wave italiana cercò a Berlino le sue suggestioni, con Garbo, con Faust'o. Berlino era la nuova frontiera, già post-ideologica, già proiettata negli anni '80, nell'era di Gorbaciov, aperta da "The Wall" dei Pink Floyd, non a caso. Berlino era Christiane F., i ragazzi drogati dello Zoo (il film infatti è anche un grande omaggio alla musica del Bowie berlinese, decadente ed elettronico, a sua volta fortemente ispirato dai Kraftwerk, dalla nouvelle vague tedesca). Poi Berlino è stata quella di Wenders, estetizzante e neoromantica (anche se io i suoi angeli non li ho mai sopportati).
Aprile è il mese più crudele
T. S.ELIOT, LA TERRA DESOLATA
Aprile è il mese più crudele, generando
Lillà da terra morta, confondendo
Memoria e desiderio, eccitando spente radici
Con pioggia della primavera.
L'inverno ci mantenne al caldo, coprendo la terra di neve smemorata,
Nutrendo con secchi tuberi una vita misera.
L'estate ci sorprese, giungendo sullo Starnbergersee
Con uno scroscio di pioggia: noi ci fermammo sotto il colonnato,
E proseguimmo nel sole, nel Hofgarten,
E bevemmo caffè, e parlammo un'ora intera.
Bin gar keine Russin, stamm' aus Litauen, echt deutsch.
E quando eravamo bambini e stavamo presso l'arciduca,
Mio cugino, mi condusse in slitta,
E ne fui atterrita. Mi disse, Marie,
Marie, tieniti forte. E ci lanciammo giù.
Fra le montagne, là ci si sente liberi.
Per la gran parte della notte leggo, d'inverno vado a sud.
Terremoto: una testimonianza
E’ cominciata così un’esperienza umana che non dimenticherò e una lezione di vita veramente preziosa. Me l’hanno offerta gli uomini della protezione civile trentina e in particolare i Vigili del Fuoco che mi hanno dato un passaggio e con cui ho condiviso buona parte del tempo.
E’ stato un viaggio lungo e lento perché i pesanti camion dell’autocolonna non potevano superare gli ottanta all’ora e spesso dovevano fermarsi per fare il pieno. Già prima di partire mi ha colpito la capacità di decidere al volo quali mezzi inviare, quali attrezzature portare e quanti uomini. Ma questo, alla fine, è il risultato di tanta esperienza, di protocolli collaudati. La lezione vera doveva ancora arrivare.
Per tutto il tempo la radio e le testimonianze dei primi a giungere sul posto facevano rimbalzare fino a noi le prime notizie. Ogni volta che arrivava un aggiornamento si facevano sempre più cupi i contorni della tragedia vissuta dalla popolazione abruzzese. E’ il terremoto, il ruggito della terra, e non dà scampo.
Mentre stiamo per arrivare ci pensa il tempo a dare al paesaggio tinte cupe, un ché di maligno. Ci accoglie un violento temporale e la prima cosa che ti viene in mente è che ci mancava proprio questo; non bastavano i morti, le case sbriciolate, la paura, il freddo.
Dopo dieci ore di strada siamo a Paganica che è ormai notte. E’ buio ma, per fortuna, almeno ha smesso di piovere. Ed è a questo punto che ricevo la mia lezione. La macchina dei soccorsi si mette subito in azione. Qualcuno a montare il campo e gli altri subito a scavare tra le macerie a Onna, uno dei centri più colpiti.
Dopo un viaggio che a noi, persone normali, scendendo dalla macchina fa dire “Che stanco, per fortuna sono arrivato, non vedo l’ora di sdraiarmi un po’ e riposare”, ho visto questi uomini indossare le tute da lavoro, infilare in testa un elmetto e arrampicarsi sui cumuli di sassi in cerca dei sopravvissuti.
Ingenuamente ho chiesto a uno di loro “Ma iniziate subito o aspettate domattina”. “Ci hanno ordinato di iniziare subito – mi ha risposto un giovane vigile – e comunque meglio così. Chi se la sentirebbe di andare a dormire sapendo che là sotto ci sono delle persone”.
Senza lagnarsi o avanzare riserve si sono preparati veloci e in silenzio, hanno preso i ferri del mestiere e ascoltato le disposizioni dei responsabili. Poi sono spariti, inghiottiti dalla distesa di palazzi sventrati, muri crollati, calcinacci, ferri da armatura, macchine sfasciate, effetti personali, fango.
Li ho rivisti la mattina dopo. Hanno lavorato tutta la notte. I più fortunati hanno riposato un paio d’ore. Sono ancora in piena attività. Alfio, il caposquadra, uno dei primi a intervenire, mi accoglie nella sala operativa del campo con un sorriso. Chiede a me come va, se sono riuscito a riposare un pò. Intanto, con i suoi colleghi, aiuta a coordinare gli interventi delle squadre di vigili del fuoco che continuano a partire a arrivare. C’è ancora da scavare, ci sono abitazioni da controllare, c’è da finire di completare il campo perché al più presto possa dare sollievo alla popolazione, c’è da rispondere alle persone che si presentano a chiedere aiuto, c’è da dare conforto a chi ha bisogno anche di una buona parola.
Alfio e i suoi colleghi si muovono con solerzia ma sono tranquilli, ti trasmettono calma. Si fanno carico di drammi umani con il tono e l’approccio giusti, decisi ma garbati. Come la sera prima mi danno sempre l’impressione di sapere esattamente cosa c’è da fare. Intanto nel campo continua febbrile l’attività e io penso che se un giorno dovesse capitare a me vorrei che fossero proprio loro a venire ad aiutarmi.
Lorenzo Rotondi
Terremoto: la protezione civile trentina
Non parole sul terremoto. Che cosa dire? Forse solo che quando si ritrovano inermi di fronte ad eventi incomprensibili, gli uomini a volte danno il meglio di sé. Sono capaci di cose inaudite, come stringersi l'uno all'altro.
Un video è tutto quello che ho: le immagini della Protezione civile trentina in partenza ieri, attorno alle 11, alla volta de L'Aquila. La richiesta era arrivata alle 7 del mattino: 4 ore dopo un'unità mobile composta da 120 persone, 50 mezzi e due elicotteri era già pronta. Io ci ho messo l'intervista. Loro, tutto il resto. La parola "solidarietà" che ho messo fra i tags, per una volta non mi sembra sprecata.
Nico - a tribute (Ferrara, 10 maggio)
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All'epoca gli spaccarono la testa

Tutto questo mi ricorda qualcosa, ma cosa?
Ah, sì, le tesi dei no - global!
Solo che a loro nel 2001 a Genova spaccarono le teste.
Pamuk, Brasov e la città perfetta (5) - down to earth

Tutti i posti stanno vicino al confine
sia di tetti aguzzi o profilo cesariano
sia morto di taglio cesareo
siamo stati fin lì.
Poi scrissi loro delle lettere, e ci perdemmo. Qualche anno dopo, la rivolta, cade Ceausescu, viene ucciso assieme alla moglie, parlano di un tesoro, di ricchezze nascoste, ma in verità lui aveva addosso un cappottino. Secondo me lo fecero fuori perché c'era mezza società rumena collusa. Come con Mussolini. Uccidi il capo per coprire tutti gli altri. Ma Herta Muller nei suoi libri parla di questi altri. Dei piccoli funzionari del partito che estorcevano alle donne favori sessuali per rilasciare un visto o portare avanti una pratica, di studentesse spinte al suicidio da un regime più ottuso che realmente criminale, di gente - come lei - licenziata dalle fabbriche di stato perché non accettava di collaborare con la polizia segreta, la Securitate, e poi di pregiudizi, miserie contadine, frattaglie di animali, prugne verdi, cuoricini d'oro nascosti negli orifizi del corpo e contrabbandati attraverso la frontiera ungherese. No, Ceausescu non aveva fatto l'uomo nuovo. L'uomo rimane la bestia solita, che sappiamo, nonostante i regimi, le ideologie, le religioni, l'uomo generalmente rimane quella cosa lì.
Ho pensato a Brasov dopo aver letto Neve, di Orhan Pamuk. Ambientato in un'altra città né grande né piccola, una città di provincia, fra colline o montagne, recinti di pecore, attraversata da strade più o meno asfaltate. Mi ha accompagnato durante la lezione del ricordo la lettura di un altro libro, Il paese delle prugne verdi, di Herta Muller, pubblicato quest'anno da Keller ed. , una casa editrice di Rovereto. Non c'è nulla di drammatico nel mio ricordo, nulla come il golpe degli attori di Pamuk o il suicidio della Muller.
Ora che ho finito mi accorgo che dovrei mettermi in viaggio.
Però attenzione. Attenzione, attenzione, attenzione. C'è miseria anche di qua. Ci sono trapianti di capelli e scarpe col rialzo, barzellette sui desaparecidos, disprezzo del Parlamento, "Mussolini un grande statista", "italiani brava gente", c'è chi pensa che i rumeni siano mostri e c'è chi sfrutta il loro lavoro come ai tempi di Ceausescu, c'é chi licenzia, chi lascia bruciare gli operai nelle sue fabbriche, chi traffica in donne, chi stupra bambini, c'è chi ha giocato in borsa fino a consumarsi gli indici, c'è chi si è rifatta le tette per il Grande Fratello, c'è chi ritrova pezzi d'uomo nelle reti da pesca e li ributta in mare, c'è chi uccide i parenti e dà la colpa agli albanesi, c'è chi mena la moglie, chi fa il figo con la coca, chi beve l'acqua santa del Po, chi tocca il culo alle hostess, chi non paga le tasse, chi se ne vanta pure, chi commissiona omicidi, chi "è colpa di Saviano!", c'è chi ti imbonisce, chi ti sorride ad alta definizione, chi ti obbliga a vivere anche se vorresti morire, chi ti obbliga a morire anche se vorresti vivere, c'è chi frega sul conto, chi t'incula con garbo, c'è il rifiuto nascosto, la terra avvelenata, la ronda padana, la mosca cocchiera, attenzione, attenzione, c'è anche di qua, di qua della linea.
Pamuk, Brasov e la città perfetta (4) - fight da power
Pamuk, Brasov e la città perfetta (3) - come si cambia

Alla frontiera ungherese era salita una squadra, molto marziale, fucili a vista, avevano frugato dappertutto. Al confine rumeno invece ci accolgono più bonariamente. Un milite estrae dal mio zaino un tascabile di Hemingway. Attimo di imbarazzo. Come la prenderà? “Ah, lo scrittore americano che ha combattuto nella guerra di Spagna”.
Tutti sorridono, approvano con vigorosi gesti del capo. Ma rischiamo subito un incidente diplomatico, quando mostriamo i passaporti.
“Italiani? Discendenti dei Cesari!”. Crediamo sia una frase di scherno, cerchiamo la replica adatta, che combini l’ideologia presente alla storia passata di queste terre.
“Romani imperialisti” ci sembra la più giusta. Nel posto da dove veniamo noi, un’altra terra di confine, prima austriaca, poi italiana, per gli incerti della storia, sarebbero in molti a sottoscriverla. I loro volti esprimono disappunto. “Imperialisti? Civilizzatori!”. Qui, sulla frontiera, ci viene dato un primo saggio della smodata fierezza che i rumeni nutrono nei confronti delle loro parentele con il mondo latino, fierezza nella quale siamo destinati ad inciampare ad ogni passo.
Andiamo verso Brasov, la città nell’Est. Intanto fuori dal finestrino sfila la campagna rumena. Di fronte a noi siede un signore bulgaro, rugoso, sui palmi colline di calli di uno che ha fatto tutta la vita lavori manuali. Attacca una conversazione fatta di pochi vocaboli internazionali e molti gesti, molte mani che sfarfallano davanti alla faccia ad indicare concetti impalpabili. Ci stupisce con la sua cultura. Snocciola in bell’ordine date e nomi di papi morti, guerre, trattati diplomatici. Che razza di contadino è questo? Spia della Stasi? Lupo grigio? Pure, gli guardo le mani e sono quelle che sono. I piedi, le orecchie. Insomma tutto. Ne sa più lui di noi, in quanto a storia moderna. Incredibile.
Nel frattempo la Romania si svela, oltre la fragile barriera del veicolo. Ecco il comunismo. Allora avevo letto nulla, adesso che ho letto Doris Lessing so che ho fatto i suoi stessi pensieri, anche lei, arrivando a 30 anni dalla Rhodesia nel porto di Londra, guardava stupita gli operai dei docks e si chiedeva: "Possibile siano loro? Possibile sia questa la mitica classe operaia destinata ad ereditare la terra?".
Il bulgaro organizza una pantomima, sta cercando di comunicarci qualcosa, un concetto, ci impieghiamo cinque minuti a capirlo, ma infine la forza dei gesti ha il sopravvento sull’odiata diversità linguistica, retaggio di un castigo biblico: “Voi giovani, dovete portare il mondo”. Io da un lato sono commosso, da molto tempo nessuno ci dice cose così, a scuola o altrove. Semmai siamo stati avvisati: che dobbiamo stare in campana, che siamo candidati alla disoccupazione, c’è anche un realismo capitalista, oltre che un realismo socialista. Ma deve aver colto un lampo di delusione nei nostri sguardi. Vede i nostri sorrisi sfaldarsi davanti a bicocche rurali, di grande povertà. Si sforza di arginare il diluvio del disincanto. “In Bulgaria le case sono più grandi, sono bigger, bigger. Perché non venite in Bulgaria”.
Ma no, grazie, grazie tante. Un’altra volta, forse. In un’altra vita.
In fondo alla pianura sorgono palazzi senza grazia. Sotto un cielo nerissimo, praticamente temporale, la città si dispone al tramonto. Del resto, in fondo al mio animo malinconico, c’è una bellezza anche nel cemento armato, e ce n'è un'altra nei fiori che crescono sul ciglio delle ferrovie (come il fiore giallo di Ginsberg), e c'è una bellezza particolare nei neon che sfrigolano neri di insetti in qualche bar miserabile e nelle pianure disadorne e negli agosti vuoti e insomma dappertutto dove non luccica scintillante l'industria dello spettacolo.
Piaccia o no, tocca di scendere. Salutiamo il nostro compagno di viaggio e scendiamo a Brasov, unici turisti, almeno per quel giorno, e quel treno.
Ci incamminiamo dunque, nella penombra, in questa esaltante, estrema libertà, di cui far scorta, per tutte le stagioni a venire, ci inoltriamo nel ventre della stazione, torve facce transilvaniche occhieggiano dietro ai piloni, presto siamo già lontano dai binari, si sente solo il rumore del treno che sparisce, inghiottito da incomprensibili distanze, paesi, pianure, Sofia, Istanbul, Ankara, Diyarbakir (Kars?) con dentro il nostro amico bulgaro, ormai in viaggio verso remoti orizzonti orientali, ah, sì, è così. Addio! Addio addio addio addio addio!"
Non ricordo tutto. Credo si prese un tram per il centro. Si domandò in un albergo, era troppo caro, si trovò una stanza in cima ad una scala di legno dietro un angolo, hotel Sport. Ricordava la casa della zia Ines. Piena di tarli e fantasmi. Mi piaceva.