Cosa c'è da dire?

(raccontino)

Fermò la macchina di fronte a un ristorante, di fianco alla stazione delle autocorriere. All'interno stavano già facendo le pulizie, ma la notte era calda e alcune persone sostavano ad un tavolino sul marciapiede, affacciato sul parco.
"State chiudendo o si può ancora mangiare?", chiese alla donna che sparecchiava i tavolini.
"Prego".
Si sedettero sotto un amplificatore che diffondeva ad alto volume musica da discoteca passata di moda. Ma quasi subito qualcuno, dall'interno del locale - forse quella che li aveva fatti accomodare - lo spense.
Una gentilezza nei loro confronti? La donna – bionda, di mezza età, magra, il tipo di persona che si muove sprigionando scintille di energia compulsiva - le era sembrata gentile, nonostante l'ora tarda. Si chiese se avesse a che fare con qualcosa che si portavano addosso, un odore buono, un'aura, o se fosse solamente gentilezza innata. Preferiva la prima ipotesi. Quando erano usciti - si stava sistemando i capelli con le mani davanti allo specchio - lei gli aveva detto: "Lascia stare. Sei bellissimo. Come un uomo che ha fatto l'amore per ore".
Anche lei era bellissima, rifletté. Ma se l'avesse vista camminare per strada, se l'avesse incontrata in un ascensore, avrebbe intuito che era stata appena abbracciata, avrebbe capito che la sua pelle sotto al vestito di cotone portava i segni di quegli abbracci, di mani e denti e anche delle pieghe del lenzuolo a cui l’aveva inchiodata?
No, probabilmente no. Un fatto che lo lasciava sempre stupito. Che si potesse passare così in fretta dalle infinite variazioni del piacere alle infinite ovvietà dell'esistenza ordinaria. Invisibili.
Certo, era un vantaggio. Per persone nella loro condizione era indubbiamente un vantaggio.
Al tempo stesso, però, a volte aveva desiderato che in qualche punto dei loro corpi si producesse come...una modificazione, un'incrinatura? Uno spiraglio dal quale far filtrare una luce? Oppure, magari, un buco, un varco, per guardarci dentro, nel rosso, nel vivo della carne, per vedere cos’era successo, cos'era cambiato. Perché, in sere come quella, qualcosa nelle vite di entrambi si modificava. E allora, sarebbe stato giusto che gli altri lo vedessero, in qualche modo. Sarebbe stato come un faro. Avrebbe indicato una strada.

Si riscosse perché all'altro tavolo qualcuno aveva parlato a voce alta. Facevano un brindisi, quattro uomini e due donne, con l'aria perfettamente sveglia e ancora sobria. Pensò per un attimo di voler essere uno di loro; sapeva che è meglio non pensare troppo, mai, e in generale, ma non riusciva a impedirselo, perché gli intervalli fra un incontro e l’altro erano lunghi, a volte anche un mese, o più. Essere un animale notturno senza nessuno ad aspettarlo a casa, un uomo solo che beveva assieme ad altri uomini e donne di una certa età, soli anch’essi, beato dei soldi che aveva nel portafoglio e che gli avrebbero permesso di pagare un altro giro, delle sigarette schiacciate nella tasca. Una vita lontanissima, irraggiungibile. E a conti fatti, forse, nemmeno tanto desiderabile, anche se aveva conosciuto persone che l’avevano vissuta, eccome. Suo padre, ad esempio.

Lei stava scorrendo il menù. Si era raccolta i capelli sulla nuca. Era stanco e appagato ma non ancora sazio. Non lo erano la sua mente e i suoi occhi, perlomeno. L'avrebbe baciata di nuovo, il collo, i piedi, le braccia, l'incavo delle ascelle, cosa aveva trascurato? Non si stancava mai di percorrerla, non si stancava mai di immaginarla frutto da mordere, campo da arare.
Che quando si davano appuntamento potesse essere l'ultima volta, gli veniva in mente solo dopo qualche giorno. Quel genere di tormento, per adesso, poteva aspettare. Ora avrebbero cenato e lui avrebbe gustato le sue parole, i paesaggi che schiudevano sulle sue altre esistenze, quelle che conduceva lontano da lui. Avrebbe sentito la notte estiva alitargli sul collo. Non c’erano più molte auto in giro e ogni suono, ogni sillaba pronunciata, acquistava una sua speciale dignità.

Poi, magari se ne erano accorti tutti. Ne stavano parlando tra loro? Per questo adesso bisbigliavano? E che cosa avrebbero dovuto dire? Cosa c'è mai, da dire?

(da La calda notte degli avatar)


chrome - meet you in the subway

Lady Day



When she walked on down the street
She was like a child staring at her feet
But when she passed the bar
and she heard the music play
She had to go in and sing
it had to be that way
She had to go in and sing
it had to be that way

And I said no, no, no
oh, Lady Day
And I said no, no, no
oh, Lady Day

After the applause had died down
And the people drifted away
She climbed down off the bar
and went out the door
To the hotel that she called home
It had greenish walls
a bathroom in the hall

And I said no, no, no
oh, Lady Day


Quando camminava per la strada
era come una bambina che si guarda i piedi
Ma quando passava davanti al bar
e sentiva suonare della musica
doveva entrare e cantare
doveva per forza essere così
doveva entrare e cantare
doveva per forza essere così

E io dicevo no, no, no
oh, Lady Day
e io dicevo no, no, no
oh, Lady Day

Dopo che gli applausi erano finiti
e la gente se n’era andata
Scendeva le scale del bar
e usciva
verso quell’albergo che lei chiamava casa
aveva muri verdastri
e il bagno nel corridoio

E dicevo no, no, no
oh, Lady Day

(from "Berlin")
Vedi anche: www.loureed.it

Luce. Acque.






Aspetto

Quando, la sera, milioni di persone rientrano a casa dal lavoro, rientrano a casa solo per evadere di nuovo, con internet, la tv, i telefoni, gli avatar.
Ma io no. Io siedo qui e ti aspetto.

Sei partito un anno fa, hai abbandonato tua moglie. Sei andato in Italia, poi in Francia. Hanno detto di te che vivevi nei boschi, ci sono stata, non era come mi avevano raccontato, non come mi aspettavo, si vede un’autostrada che taglia un fondovalle in due, vigneti da ambo le parti e poi colline boscate, tigli, castagni, querce, e ai piedi di quelle colline aziende agricole, non cadenti case coloniche, non rovine coperte di edera o capitelli spezzati e ai piedi delle colline silos e capannoni, ai piedi delle colline strade serpeggianti e ruspe abbandonate accanto a terrapieni, non era il paesaggio che mi ero aspettata, non aveva nulla a che fare con Into the wild o con Jack London, non c’era niente di selvaggio ma se vuoi scomparire puoi farlo anche nel bosco dietro la fabbrica, se vuoi morire puoi morire anche nel vigneto, morte nel vigneto, sembra il titolo di una poesia, noi leggevamo poesie assieme, tu e io, leggevamo poesie la sera, i classici inglesi, i moderni, anche i francesi, leggevamo poesie, madre e figlio, figlio e madre, guardando scorrere il Tamigi, dalla nostra mansarda, eri già più un uomo che un ragazzo, certamente più un ragazzo che un bambino, conoscevi la poesia, credevi di conoscere la vita ma io sapevo che non conoscevi la vita, sapevo la tua fragilità perché me l’ero portata in grembo, avevo sentito come uno strappo, lì, come un piccolo dolore, quando eri in grembo e non scalciavi, ti succhiavi le dita e il mio ombelico senza scalciare mai, e poi in braccio, l’avevo cullata, in braccio, la tua timidezza, la tua inadeguatezza, il tuo dolce sognante soffrire, quando sei andato in sposo il tuo sorriso sulle foto era insincero, avevi il sorriso insincero dei poeti, i poeti appartengono solo a se stessi e alle loro madri, non alle donne, non agli uffici dove vengono caricati di responsabilità che non sono in grado di affrontare, non ai soldi che avevi in tasca, avevi trentamila euro e quattromila sterline e sei morto di fame, avevi trentamila euro e poco lontano da quella radura un autogrill, un paese, un supermercato, i contadini sapevano che eri lì, i cacciatori ti avevano visto vagare, ti avevano chiesto che cosa facevi, che cosa volevi, di che diavolo avevi bisogno, tu avevi risposto che non avevi bisogno di niente, avevi tirato fuori le banconote dalle tasche del giaccone impolverato, del giaccone pieno di macchie, qualcuna ti era caduta, si era mescolata alle foglie dei tigli e delle querce, avevi detto “vedete? Sono pieno di soldi”, eri ancora pieno di soldi, tua moglie non era rimasta a secco comunque, la donna della tua vita, ti aveva lasciato andare, così mi ha detto, che ti aveva lasciato andare, che non eri felice, la felicità non c’entra nulla, quanto poco ti conosceva, tu eri malato, fragile e malato, oggi non puoi far ricoverare nessuno se non ci mette la sua firma, oggi i malati sono lasciati a se stessi, sei andato in Italia, con il tuo dolce sognante soffrire, sei andato in treno, sei andato a piedi, non sapevi una parola d’italiano, non in Toscana, dov’è pieno di inglesi, come te, sulle montagne del Piemonte, all’ombra di quelle montagne, una città di caserme e strade diritte, lì al massimo capiscono il francese, cosa ci facevi lì, fossi sceso in Sicilia, dov’è caldo, no, al freddo, te ne stavi al freddo, dormivi per strada in una piccola città dalle strade dritte, cosa cercavi, in quella piccola città, forse la luce, era quella luce particolare che ti aveva attirato, non lo sapevi neanche tu, non hai conosciuto nessuno, ti sei fatto curare un ascesso, hai trascurato cose ben peggiori, i polmoni, i bronchi, le masse spugnose, i filamenti, la tosse, hai passato le Alpi, come Annibale, come Rimbaud, sei andato in Francia, un’altra valle, il vino, un lavoro temporaneo in un’azienda, agricoltori, coltivatori, gente semplice, illusione di una vita diversa, un’altra vita, tutti cerchiamo un’altra vita, la vita è la vita, che c’è da dire, non l’avresti accettato mai, sei sempre fuggito, lontano da me, verso di me, verso di me, e poi nel prato, dietro la fabbrica, verso di me, che ti tendevo le braccia, una tela cerata per tetto, un cartone per materasso e le lumache dappertutto, viscide mucose brune, i polmoni, il catarro, i filamenti, sei rimasto lì quindici giorni con il tuo dolce sognante soffrire, nell’odore del mosto, dei tini, del marcio, sei rimasto quindici giorni sulle foglie, sapevano che eri lì, gli operai ti avevano visto, i cacciatori ti avevano detto di non mangiare quei funghi, avevi mostrato loro i soldi, tanti soldi, “non ho bisogno di niente”, e poi pare tu abbia aggiunto family problems, ma quelli lì non conoscono l’inglese, chissà cos’hanno capito, hanno capito quello che volevano capire, c’era l’autostrada a un chilometro, di sicuro sentivi il rumore, camion, macchine, autotreni lanciati a tutta velocità verso la costa, la Spagna, l’Italia, attraverso le valli alpine giù giù fino al mare senza misteri, hai trascinato la cerata nel folto del bosco, hai trascinato sulla collina la tua cerata, hai cercato di fissarla a due rami, perché ti facesse da tetto, niente da fare, ti è caduta sopra, ti è caduta sopra mentre respiravi male, ti ha coperto nella notte umida, ti ha coperto nella notte che gelava, mentre respiravi male, nella notte di ottobre, mentre mi chiamavi, nella notte, e sono passati dieci autotreni, cento autotreni, e sono passati altri cento autotreni, nella notte, e poi non respirarvi più.

Quando, la sera, milioni di persone rientrano a casa dal lavoro, rientrano a casa solo per evadere di nuovo, con internet, la tv, i telefoni, gli avatar.
Ma io no. Io siedo qui e ti aspetto. Apro un libro di poesie, leggo e ti aspetto.

(da La calda notte degli avatar, liberamente ispirato a un fatto di cronaca)

Monologo

"Se solo riuscissi ad essere più sicura di me. Più sicura di me! Mi chiedo: è forse questa la felicità di cui si sussurra con tanta segretezza? Perché quando parlo con qualcuno, all'improvviso, senza ragione, una gelatina fredda, schifosa, m'invade sottopelle, e allora non riesco più a dire nulla, nulla che non sia qualcosa di poco intelligente? Eppure, non c'è motivo di pensare che io sia poco intelligente.
Guardo gli altri, li osservo da lontano, senza che se ne accorgano, li osservo mentre stanno tra loro, mentre si accalorano per futili ragioni, qui come a Mosca, o perfino nella casa di campagna dei miei nonni, dove andavamo a trascorrere le vacanze estive, appena sposati...ci andremo più? I mattoni rossi, le scandole, il gallo sul tetto. Li guardo e non mi sembrano infelici, mi sembrano infelici solo quando un avvenimento inaspettato li colpisce, quando li passa da parte a parte, ma dura un istante, mentre la mia infelicità è un'ombra che non mi lascia mai.
Se solo potessi, se solo riuscissi ad essere più sicura di me. Più sicura di me! Allora sì che la vita sarebbe una passeggiata in primavera, lungo un sentiero che costeggia un ruscello. Se non pensassi, ogni volta, se non pensassi: ecco che faccio la figura della stupida. Ecco che parlo a sproposito, e mio marito mi incoraggia, vuole forse che io sembri stupida? Fa così per ottenere l'amicizia solidale degli altri uomini? Comprensione per una scelta avventata, aver sposato una sempliciotta? Lui, scrittore, lui compagno professore!
Credo che dovrei essere più sicura di me. Che dovrei provare. E se non ci riuscissi? Penso che, per cominciare potrei almeno rilassarmi. Potrei farlo una mezz'ora al giorno. Sarebbe già qualcosa. Un piccolo passo in avanti. Rilassarmi mezz'ora al giorno. Forse dovrei provare con lo yoga".

da Macchine fluide.

Scremature

Bisogna saper scremare le cose interessanti che le persone dicono, le perle di saggezza che hanno coltivato sulla loro visione del mondo, sulle loro esperienze. Ovviamente non si può accettare tutto, non tutto può andar bene per TE. Tuttavia è corroborante quando incontri una persona che non ti trascina nel vortice di una conversazione banale, dal quale vorresti uscire al più presto con una scusa. E' corroborante anche incontrare una persona che ha del TEMPO, il regalo più prezioso che si possa fare agli altri in questi anni feroci di produttività estrema e crisi, in cui tutto sembra fermo come se aspettase impaziente di ripartire eppure tutti hanno mille lavori, mille pensieri, mille tiramenti. Il regalo del tempo ti dà conferma della tua unicità, specie se hai la percezione che è proprio te che sta guardando, mentre le stai di fronte e ti accendi l'ennesima sigaretta, non uno scelto a caso nella sua folla. A volte devi persino sforzarti di lasciare andare il desiderio di solitudine, di lasciargli la mano, almeno per quell'ora, di mandarlo a farsi un giro. Sempre le cose importanti comportanto un minimo di sforzo, ma di questo dirò forse un'altra volta.
Dunque che cosa trattenere, per dopo? Qualcosa che ti tenga la mente impegnata quando guiderai verso casa, ascoltando una cover ben fatta?
Che al fondo del fondo, quando hai tolto tutto, rimani tu. Certo, potrebbe non bastarti, questo avresti avuto voglia di ribattere. Il tuo solito te stesso, e allora? Che c'è di speciale?
Ma a volte è importante ricordare chi si è, metterlo bene a fuoco, senza vanagloria e senza vergogna. Attenzione, mi dice, non ha nulla a che vedere con il coltivare il proprio ego. Non mi riferisco alla gratificazione momentanea di un sorriso, un articolo, un gesto che suscita ammirazione in chi guarda. E' pura, accecante consapevolezza. Il pasto nudo, direbbe Burroughs.
"Non voglio più cercare, non voglio più essere discepola, non voglio imparare più, ne so talmente tante di cose che potrei insegnarle. Voglio raccogliere, voglio che sia la vita a venirmi incontro e da quando l'ho capito, quando mi sono messa in quella disposizione d'animo, ha cominciato ad accadere."
Non so, ferma, ferma. Questo contrasta un po' con l'idea che esprimevo prima: che ogni cosa importante costi uno sforzo. Tuttavia rappresenta un apprezzabile punto di vista. Ognuno di noi, credo, qualche volta nella vita, ne ha avuto conferma, che è quando rilassi i muscoli delle gambe e del collo, quando smetti di dibatterti dentro al recinto della tua logica o dei tuoi desideri, quando ti scrolli definitivamente, schizzando in giro, che qualcosa succede, ed è come un incontro casuale per strada, come il vento che si alza all'improvviso, indipendentemente dalla tua volontà.
Ha parlato anche di malìe, che lei chiama màlie. Cose che stregano, cose che suggestionano, miraggi. Dice che bisogna liberarsene e io ricordo un altro incontro casuale, tanti anni fa, provocato da una scritta su una panchina, allora non c'erano internet o facebook, i messaggi in bottiglia li si affidava ad un muro o al legno di una panchina, appunto. "Mi dicono che bisogna vivere senza sogni e illusioni, ma allora come vivi?"
Un altro punto di vista, diametralmente opposto. Il punto di vista dei 18 anni contro a quello dei 40? Troppo facile, troppo banale, anche se lei ha insistito molto sul dato generazionale (che io perlopiù non considero, non credo sia possibile cambiare radicalmente la propria intima essenza, nel bene e nel male, e mi pare che anche Pavese buonanima la pensasse così...)
Poi, mi chiedo come fare, se si vive immersi dal mattino alla sera in un universo cultural-mediatico popolato da gente con voglie immense, se i tuoi cantanti hanno cantato we want the world and we want it..now!e i tuoi scrittori hanno morso affamati la vita e la morte e tutto quello che ci passa in mezzo.
In definitiva non so chi abbia ragione, se siamo macchine desideranti o se c'è in noi qualcosa di veramente puro, angelico, fermo, maturo, un'acuta visione, una spada che taglia. Probabilmente siamo l'uno per il 99% della nostra esistenza e l'altro per il restante 1%.
Bello però quando per qualche istante qualcuno toglie dai tuoi occhi il velo di Maya: poi sai che tornerà e riprenderai a muoverti attorno come un cane alla catena, scavando e scavando, di nuovo cieco, concupiscente, pieno di brame, di nuovo dentro allo specchio prismatico, però in quel momento sei lì e lo senti, che qualcosa si è sollevato, che sei senza passato né futuro, un monaco zen, un pescatore al largo con la sua barca, che recita un rosario aspettando il sorgere del sole.
Quando l'epifania è finita precipiti nel corso centrale della tua città, invaso dalla folla dei saldi.

Un po' di foto del 2010


California dreamin' (in Sicilia).


Bath.


Me, beginning of the year.


Fiume Zambesi.


In Uganda.


Bath, again.


Il cielo sopra Caia (Mozambico).

Una costa conosciuta che si allontana

(raccontino)

La guardava cantare e vedeva in lei la sua stessa arroganza, tipica dei timidi, la stessa noncurante ambizione, il talento mescolato ad una naturale insofferenza. Vedeva l'uomo trent'anni prima, i capelli sul viso, a proteggersi e a sfidare, solo che il suo talento all'epoca non si esprimeva nel canto ma nella scrittura.
Si vedeva nell'atto di ritirare un premio con la sinistra infilata nella tasca, si vedeva con la camicia azzurra fuori dai pantaloni. Dare del tu ai professori. Andare in giro da solo per strada mangiando una mela o fumando precocemente.
Certo, c'erano anche le differenze. Nel modo di vestire, di impiegare il tempo, lui ne aveva avuto molto di più, a disposizione, anche per annoiarsi. Nei modelli da imitare. Forse, in un diverso stadio della maturità.
Sapeva però che queste sono cose destinate a evaporare, lasciando sul fondo l'intima essenza, quel nucleo duro e inattaccabile che non si scioglie, le propensioni alla felicità e all'infelicità, i modi di reagire, insomma, ciò che conta, il precipitato, la base, ciò che rimane in cima alla forchetta.
La vedeva guardarsi attorno, infastidita che una compagna avesse stonato. Ridere con la spavalderia dei ragazzi per le formalità del mondo adulto. Cercare con gli occhi la complicità di un'amica.
Guardava quell'apparizione sul palco, quella voce solista che spiccava sulle altre, come si guarda la riva di una costa conosciuta che lentamente si allontana, stupendosi del tempo passato e passato assieme, stupendosi di più ancora per il fatto che lui, lì, non si sentiva cambiato affatto da quando la portava in giro sulla carrozzella, sotto ai cieli siderali di un altro inverno. O forse non è così, è che i cambiamenti lenti, che sgocciolano giorno dopo giorno, sono come l'agonia dell'aragosta in pentola, li si avverte troppo tardi o troppo alla fine.

Amore nel pomeriggio

(raccontino)


L'amore nel pomeriggio era diverso rispetto a quello della notte e diverso anche rispetto a quello della mattina. La luce di marzo entrava nella camera passando attraverso i doppi vetri e le tende, era la luce lattiginosa di marzo, passava attraverso le nuvole, spandeva chiarore diffuso, la luce di marzo li rivelava.
Nella camera entravano anche i suoni. Era la vita della città di fuori, tutt'attorno, si allargava in cerchi concentrici, rifrangendosi sulle pendici delle montagne: due donne che si salutavano in cortile, l'autobus, un colpo di clacson, di giovedì il mercato di strada che smobilita con rumore di cassette, di pali di ferro caricati su camion e furgoni, di motori che fanno manovra in spazi limitati. Se avesse fatto attenzione, se avesse avuto gli stessi poteri di Freccia Nera, avrebbe potuto sentire persino il rombo remoto dei treni della zona industriale, oltre il fiume e il cavalcavia dell'autostrada, il tichettio delle tastiere dei computer negli uffici provinciali, l'allegro vociare dei bambini all'uscita dell'asilo e tutto questo significava qualcosa per lui, e qualcosa di diverso per lei.
Lui avrebbe voluto conoscere i suoi suoni, quelli che lei aveva udito da bambina, per anni, quando si svegliava, quando la mamma la vestiva e poi quando aveva imparato a vestirsi da sola, ma non è la stessa cosa, vivere o farselo raccontare, un pensiero irragionevole; per un istante, prima, aveva desiderato essere lei, aveva desiderato acutamente poter rinascere in lei e rivivere la sua vita in quel corpo, da zero, dall'inizio e attraverso le sue infinite scoperte. Nell'arco della bocca, nella curva del collo, nell'incavo del grembo, fino alla punta dei piedi.

A volte gli sembrava che tutta la città si affacciasse, che non fossero soli. Poi si chinava e non ci pensava più, non pensava più a niente tranne a quello che stava facendo, un gesto come...come portare alla bocca il piatto della vita, sì, magari fossero sue quelle parole, invece era certo di averle lette in un libro, ma le sentiva come sue, del resto a questo servono le parole nei libri, sono parole che rivelano, come un certo tipo di luce.
A volte sentiva passi scendere le scale del condominio, di persona anziana, un piede davanti all'altro, oppure voci di bambini impazienti nel salire, stavano al terzo piano e non c'era ascensore. Poi il tempo accelerava. Tutto era liquido, accecante come un lampo. Li passava entrambi.

Più tardi, le cose sembrano sempre diverse rispetto alle ore della notte, quando l'unica luce ad illuminare la stanza è quella della lampada sul comodino. Oggetti riposti in cima all'armadio, un candelabro, delle coppe, un busto di Cristo...
Sdraiati, pelle a pelle, uno nelle braccia dell'altra, sapeva che quelle cose erano lì da trent'anni, sapeva anche che per lei rappresentavano qualcosa di diverso che per lui o forse lei non le vedeva neanche, teneva gli occhi chiusi e ad un certo punto sentiva che le stava schiacciando il braccio, si sollevava per permetterle di sfilarlo da dietro la schiena ma lei non lo sfilava, solo lo sistemava diversamente, lui le posava una mano sul seno, il cuore batteva nella coppa della sua mano.

Se hanno tempo di restare, se parlano, ridono o stanno in silenzio, lentamente ombre si addensano negli angoli. La sera porta altri rumori e se per caso si addormentano - o anche se rimangono immobili - l'ombra alla fine li nasconde.

La carta e il territorio


Sono un estimatore di Michel Houellebecq e sono andato subito a leggermi il suo ultimo romanzo, interessante fin dal titolo, "La carta e il territorio".
La carta, anzi le carte, sono quelle della Michelin, che proiettano un giovane artista, Jed Martin, nell'olimpo della celebrità. Il romanzo ruota attorno a questo personaggio - tipico, solitario anti-eroe houellebecqiano - seguito, com'è costume dello scrittore francese, praticamente dalla nascita alla morte, forse perché, è cosa nota, non si può dire di nessuno che abbia avuto una vita fortunata fin quando non è spirato.
Il contraltare di Jed Martin non è rappresentato tanto dalla sua amante - bellissima manager russa in carriera che ad un certo punto lo molla perchè il lavoro la richiama in patria (l'amore, per Houellebecq, è sempre scacco e sconfitta, in questo caso una resa senza condizioni alle logiche dell'economia globalizzata) - ma dallo stesso scrittore, ovvero Houellebecq, del quale Jed Martin decide di realizzare un ritratto. Nella parte finale del romanzo Houellebecq viene ritrovato morto - diciamo di più, ucciso in maniera raccapricciante, fatto a striscioline con un attrezzo cururgico e sparso sul pavimento di casa a comporre una sorta di quadro a la' Pollock - il che innesca una digressione "gialla" fino alla scoperta dell'assassino (che non è un estremista islamico, come forse qualcuno si aspetterebbe visti i trascorsi dello scrittore...).
L'epilogo è affidato nuovamente a Jed Martin, che del tutto disilluso sulle possibilità offerte dai rapporti umani in genere, e parimenti del tutto disinteressato agli effetti del successo, si lascia invecchiare in una sorta di splendido isolamento, lasciando dietro di sé, alla sua morte, un'ultima opera, dedicata alla natura che circonda la sua abitazione. C'è spazio anche per un ultimo sguardo gettato dall'artista, ormai molto anziano, sui cambiamenti intervenuti nel frattempo nella società: forse non l'apocalisse che si aspettava, invece un lento slittamento, la colonizzazione delle campagne da parte di persone che di radici piantate nella terra non ne hanno, giovani new age, turisti "verdi" ecc.

C'è chi ha trovato questo romanzo (premio Goncourt in Francia) più debole dei precedenti (perlomeno di alcuni di essi), meno riuscito anche sul piano formale. Personalmente mi semba un'opera felice, che presenta elementi di continuità con il passato ma anche alcune discontinuità. Manca ad esempio la particolarissima "fantascienza" che caratterizzava "Le particelle elementari" e anche l'ultimo "La possibilità di un'isola". Manca il sesso, che condiva abbondantemente le opere del passato, sia come elemento salvifico o perlomeno consolatorio (minato dall'incedere delle età e dunque caduco), sia come metafora dell'incomunicabilità (anche generazionale).
C'è, invece, di nuovo il rapporto padre-figlio, sempre straziante; c'è la vecchiaia in quanto anti-vita, posto che la vita, nel mondo moderno, è tutt'uno con giovinezza, salute, corpo, disponibilità, ambizione, fun (o con le loro rappresentazioni). C'è l'eutanasia, nulla di romantico, nulla a che vedere con un diritto faticosamente conquistato: una pratica discreta, asettica, anch'essa asservita alle logiche del mercato. Ci sono i marchi, i brand. Ci sono, come sempre, interessanti digressioni cultural-filosofiche, qui legate al mondo dell'arte, soprattutto; evidentemente l'autore francese se le può permettere (come se le poteva permettere Kundera), dal momento che i suoi libri comunque vendono e quindi lettori ne hanno. Per fortuna.
Torno su una delle peculiarità dei romanzi di Houellebecq: seguire i personaggi durante tutto l'arco della loro vita. Nel suo penultimo lavoro il protagonista (in realtà un clone) esce dallo spazio chiuso e protetto nel quale alcuni eletti, in un ipotetico futuro, vivono, in assoluta solitudine (anche sessuale), per addentrarsi in un mondo popolato di bruti e arso dagli effetti dei cambiamenti climatici. L'epilogo non era consolatorio: arrivato sulla riva di un mare semiprosciugato, il viandante non trovava nulla, nessuna risposta, nessuna compagnia. Avrebbe probabilmente atteso di disseccarsi lì, sul bagnasciuga chimico.
In questo "La carta e il territorio" la fine è più interlocutoria: la solitudine dell'uomo è sempre dominante, l'impossibilità dell'amore una certezza, il disincanto con cui i diversi personaggi vengono, ognuno a suo modo, a patti, indiscutibile; ma ci rimangono i video girati da Jed Martin, per anni, meticolosamente, nei boschi all'interno della sua tenuta. Il trionfo di un vegetale comunque estraneo alla vita così come noi la conosciamo ma che in qualche modo, testardamente, è (e ricordiamoci che Houellebecq è un estimatore di Lovecraft, altro sguardo lanciato su un universo parallelo caotico ed estraneo).

Ed ecco l'incipit:

“Da qualche settimana si era messo a parlare alla sua caldaia. E la cosa più inquietante – ne aveva preso coscienza due giorni prima – era che adesso si aspettava che la caldaia gli rispondesse. L’apparecchio produceva è vero rumori sempre più vari: gemiti, ronzii, schiocchi, sibili di tonalità e di volume differenti; ci si poteva aspettare che un giorno o l’altro arrivasse al linguaggio articolato. Era, insomma, la sua più vecchia compagna.”

Non sono affatto ironico quando scrivo “Qualche volta aveva l’ipermercato tutto per sé – e gli pareva fosse un’approssimazione abbastanza buona della felicità”. In senso letterale deve essere intesa questa frase. Il luogo del consumo è ambiguo come ogni residuo mitologico. E’ la favola che l’umano continua a desiderare: quella che fa paura, dove c’è il lupo.

ALTRI CONFINI

Alcuni scatti da Gerusalemme, Ramallah (West Bank) e Galilea.

Pietre vive, albe, mondi che si sfiorano in una terra che non mi illudo certo di avere compreso in pochi giorni e che forse non comprenderei in dieci secoli. E quando non si è sicuri, quando in gioco c'è così tanto, forse l'unica cosa da fare è sforzarsi di stare accanto a chi, in un modo o nell'altro, cerca di costruire percorsi di pace, o quantomeno i presupposti (magari fragili, e tuttavia tangibili) per un dialogo possibile, di là dalle divisioni secolari, dalle occupazioni, dai razzi e dai lutti.
Quanto al resto, la sera dello Shabbath, una terrazza affacciata sul Muro, il senso di essere in uno di quei posti dove si fa il nodo, dove tutto confluisce, dove le parole pesano sul serio. Un tramonto sul monte delle Beatitudini, quando i turisti se ne sono andati, quando il silenzio è cosa solida e parla. Un kibbutz annegato nell'oscurità della notte, e dal belvedere, a pochi chilometri, il confine libanese, le luci di un villaggio controllato dagli Hezbollah.
"Li osserviamo da qui - ci ha detto la nostra guida - ; in questo periodo stanno costruendo diverse nuove case. Ci fa piacere, perché se costruiscono forse vuol dire che non pensano a fare la guerra a noi".
Non pretendevo di capire cosa fosse giusto o sbagliato, sotto a quel cielo infinito. Sentivo solo una cosa: avrei voluto fermarmi lì. Aggregarmi a quei ragazzi - ebrei, musulmani, drusi, cristiani, o più semplicemente esseri umani, senza etichettature, qualcuno di loro senza neanche fedi da osservare - che sperimentavano il teatro sul confine, provando a vivere assieme, "come in una sorta di Grande fratello al contrario", mi ha detto uno, dove lo scopo non è eliminare gli altri ma resistere, condividere la cucina e il tetto, sopportarsi, diventare, nel vero senso della parola, amici.

Fuori dal cerchio magico c'è la cronaca, con le sue miserie e le sue tragedie.


Alba a Gerusalemme.


Mondi si sfiorano.


Mare di Galilea.


Ramallah.


Gerusalemme est.