Kiss



Andy Warhol, "Kiss", 1963.

Il fascino discreto della democrazia

Oggi qualche giornale scrive che le piazze dell'Europa non si riempiono di manifestanti in favore dei cittadini iraniani che invocano una democrazia diversa da quella di Ahmadinejiad e degli ayatollah.

Tendiamo a dare per scontata la democrazia, a considerarla un prerequisito. Ci indignamo di più per l'ineguaglianza che per la mancanza di libertà.
Per questo forse non è inutile riflettere di democrazia, come ha fatto ieri la Fondazione Degasperi all'ITC/Fondazione Kessler di Trento. Mi sono annotato solo alcuni pensieri sparsi, eccoli.

Giuseppe Tognon: la democrazia e' giovane. Platone la considerava il peggior sistema di governo. Pericle però diceva che chi non si dedicava alla cosa pubblica conduceva una vita irrilevante. La chiesa cattolica - istituzione antica, prudente, complicata - riconosce la democrazia solo dal Concilio Vaticano II (pensiero che di per sé ci fa arrabbiare; ma questa è stata in fondo una straordinaria legittimazione della democrazia, sconosciuta ad altre religioni, come ad esempio l'Islam). Le societa' democratiche "stanno appese a qualcosa", ma non si sa bene a cosa. La gente considera la democrazia un diritto prescindendo dal suo funzionamento.

Marco Brunazzo: democrazia significa dare potere ai molti (Gheddafi qualche giorno fa in un suo fantasioso discorso ufficiale basato sulla presunta origine araba della parola ha detto che significa "dare sedie ai molti"). Ma il principio di maggioranza non coincide in tutto e per tutto con la democrazia. Da un lato abbiamo un criterio quantitativo (chi prende più voti comanda), dall'altro un criterio qualitativo (la democrazia come sistema migliore di tutti gli altri, quello che consente di prendere le migliori decisioni possibili).
Perché la democrazia si fonda sul criterio della maggioranza? Secondo Bobbio xche' e' "utile". Ma la forza dei numeri e' sufficiente? E se la maggioranza dà volontariamente il potere ad un dittatore? Hitler godette di molti legittimi consensi all'inizio della sua "carriera" (e così oggi Ahmadinejiad, a prescindere dai brogli elettorali). Una volta una ragazza cinese mi disse che in fondo alla Tien an men c'erano solo qualche migliaio di manifestanti, che non rappresentavano la Cina profonda, la Cina "vera".
E poi, di quale maggioranza parliamo? La maggioranza dei votanti? Com'è noto in molti paesi vota solo una percentuale ridotta degli aventi diritto. E nei paesi in cui vige solo il suffragio universale maschile, ma le donne sono escluse dal voto?

Importanza delle regole per la tutela delle minoranze. La vera democrazia si vede dagli spazi che essa garantisce all'espressione del dissenso, all'opposizione.

Fulvio Cortese: dietro il principio di maggioranza, che e' un metodo, c'e' qualcos'altro. Il numero di per se' dice poco. Un'idea stupida non diventa intelligente solo xche' sostenuta dalla maggioranza (l'abbiamo visto con la politica estera di un paese indubbiamente democratico come gli Usa).
Tocqueville: democrazia come partecipazione, come humus, cultura diffusa.
Diritti, liberta' fondamentali, principi fissati nelle costituzioni, pongono dei limiti all'esercizio del potere della maggioranza. Al tempo stesso sono un presupposto fondamentale all'esercizio del potere.

Aggiungo una postilla: di fronte alla crisi delle democrazie rappresentative, in questi anni si è parlato molto, soprattutto a sinistra, di democrazia partecipativa (Porto Alegre, i bilanci partecipati di certe municipalità dell'America latina...). Attenzione: anch'essa può diventare un mito. Maroni legittima oggi le ronde sulla base della partecipazione (facciamo partecipare i cittadini alla gestione della sicurezza pubblica).

Arrivano le ronde nere (venite, venite B 52)



Per info leggi peacereporter

I miei occhi si scontrano faccia a faccia con cimiteri ripieni,
inseguo falsi scopi,
verso la meschinità che gioca così duramente,
cammina a rovescio all'interno di manette,
calcia le mie gambe fino a spezzarle.
Dico: OK ne ho avuto abbastanza
che altro avete da mostrarmi?

It's all right, ma' (i'm only bleeding)
Bob Dylan

Il leone del deserto


Ieri il grande pubblico italiano ha potuto vedere per la prima volta - su Sky - il film del 1979, distribuito in Europa nel 1981, "Il leone del deserto", che narra le vicende della resistenza libica al colonialismo italiano durante il fascismo. Il film, parzialmente finanziato da Gheddafi in persona, che ha per protagonista l'eroe libico Omar Al Mukhtar , interpretato da Anthony Quinn, è stato criticato (come sempre avviene per le pellicole di questo genere) per le sue inesattezze e qui e là per le sue manipolazioni storiche (che riguardano più questioni interne alla Libia che il comportamento tenuto dall'Italia in quel paese). A prescindere da questo, a me è sembrato un onesto film di guerra, in stile anni 60-70 (non è Apocalyspe Now, per intenderci, non parla certo un linguaggio innovativo, è "hoolywodiano", come scrive Leonardo in un post di qualche tempo fa). Non è nemmeno una cagata come ha sentenziato qualche critico snob, è semplicemente un film che tratta gli italiani così come in moltissimi film di guerra sono stati trattati i tedeschi, cioè male, come meritano, del resto, perché la "riconquista della Libia" ad opera soprattutto di Graziani fu macchiata da atrocità vergognose, come sanno tutti coloro che hanno letto i libri di Angelo del Boca. E comunque sia, di colonialismo si trattava: cioé di conquista di terre altrui, di rapina, di sopraffazione.
Ora, com'è noto il film, in Italia, venne immediatamente censurato, e non è mai stato oggetto di proiezioni in pubblico (ci provarono a Trento nel 1987, e ovviamente intervenne subito la Digos).
Ora, mi chiedo, chi è quel fariseo che ha deciso di censurare "Il leone del deserto"? C'è chi dice Andreotti (quello che ieri ha mostrato apprezzamento per il discorso pronunciato da Gheddafi), chi l'allora sottosegretario Costa. Di certo è stato qualche esponente della classe dirigente (perlopiù democristiana) dell'epoca, anche se non è chiaro a tutt'oggi l'iter seguito. Ecco, questa è l'Italia, se non si fosse ancora capito. Un paese che per quasi trent'anni ha sottoposto a censura un film che, ripeto, al di là delle cose mostrate, è sostanzialmente un film di guerra come tanti altri, certo emotivamente molto "forte" per i libici, ma anche assai meno cruento di certe pellicole americane sul Vietnam, per esempio. La motivazione è che che getterebbe discredito sulle nostre forze armate (quelle che in Africa usarono i gas asfissianti, quelle che rinchiusero le popolazioni "ribelli" in campi di concentramento-lager in mezzo a deserto, quelle delle esecuzioni sommarie...). E' come se in Inghilterra avessero vietato la proiezione del film "Ghandi" perché raccontava la repressione messa in atto all'epoca dagli inglesi in India (la famosa scena dello sciopero del sale, ad esempio...).
Come stupirsi non solo del dilagare del razzismo, ma anche della fondamentale doppiezza morale dell'italico popolo? Come stupirsi degli accordi presi fra il nostro governo e un dittatore che ha alimentato una buona parte dei conflitti scoppiati in Africa negli ultimi decenni, che ha finanziato banditi truculenti come Charles Taylor, che ha armato la mano del terrorismo internazionale? Come stupirsi dello spauracchio dei barconi dei clandestini continuamente agitato davanti al muso della buona e brava gente dell'operoso Nord est, che risponde votanto Lega a più non posso? Dietro a tutto c'è precisamente questa cultura, la cultura non-cultura degli "italiani brava gente", la cultura non-cultura "ma noi gli abbiamo fatto le strade e i ponti", la cultura non-cultura del fascismo strisciante e delle ipocrisie andreottiane. Ma poi, chissenefrega, l'importante è che nostre imprese facciano buoni affari e la Libia continui a rifornirci di petrolio e gas, no?

Non sono un pacifista ad oltranza, mi pare di averlo già scritto. Secondo me i militari in zone come l'Afghanistan o la Somalia ci vogliono (o ci vorrebbero), anche se bisogna vedere qual è il loro mandato. Non sono nemmeno un ammiratore di Gheddafi, penso si capisca. Ma non sopporto la ragion di Stato, non sopporto l'italico vezzo dei due pesi e delle quattordici misure. E soprattutto non sopporto la censura, perché è la morte dell'intelligenza.

Bruxelles 2 - glasses, lines






Linee aeree, superfici riflettenti. Bruxelles il giorno dopo le elezioni. Algida e spazi vuoti, grisaglie, donne che vanno di fretta trascinando trolley. Il cielo, continuamente mutevole, sole al mattino, pioggia la sera, nuvole.

Due spunti da "Neweurope":

1) Se la gente oggi sente meno che in passato il bisogno di votare in una consultazione europea, ciò è dovuto non ad un fallimento ma ad un successo della UE. L'Europa ha avuto successo nel dare alla gente sicurezza e opportunità, ovvero le cose che mancavano nel secondo Dopoguerra; oggi esse vengono date per scontate.
B) gli USA hanno fallito in politica estera perche' hanno pensato che bisognasse investire in spedizioni militari e non in sviluppo. In posti come Afghanistan, Somalia o Iraq tanti giovani si arruolano nelle milizie e nelle cellule terroriste per mancanza di opportunita', lavoro, prospettive di futuro. La UE (assieme ad Obama) potrebbe dare un contributo non piccolo a correggere questa rotta.

Due osservazioni su questo (mie, stavolta):
a) se ciò è vero, se è vero che l'Europa è in crisi per troppo successo, in crisi di salute, è vero anche che la politica non tollera il vuoto. Se si apre un vuoto (di idee, di rappresentanza, di cultura, di passione), qualcuno lo riempirà e in questo caso rischiano di riempirlo (in parte lo hanno già fatto, vedi Austria o Ungheria) forze antieuropee, nazionaliste e xenofobe. Facile anche che ci sia chi dà la colpa della crisi economica internazionale all'Europa (e finisca col votare a destra, quando questa crisi è in primo luogo un prodotto del neoliberismo. Già, perché la destra oggi occupa tutto lo spazio politico, quello capitalista-rampante, finanziario, "modernizzante", e quello antimoderno, protezionista, populista, autarchico, arcaico. La destra esprime tutto e il contrario di tutto ed è così che passa indenne attraverso le tempeste).
b) un nuovo modello di difesa europeo (o anche euroamericano) è ancora molto lontano dall'essere stato anche solo pensato. Su questo piano finora gli Usa hanno semmai usato l'allargamento dell'Europa ad est per tenere la Russia sulla corda e introdurre elementi di disgregazione nella stessa Unione. Però adesso Obama in Medio oriente sta facendo bene, dice a Israele che non può continuare a fare il cazzo che vuole. Ha un'autorevolezza che l'Europa, con i suoi periodici rigurgiti di antisemitismo, non ha.

Un'osservazione colta al volo da un funzionario europeo subito dopo le elezioni:
"Circolano molti luoghi comuni sulle istituzioni comunitarie. Si dice ad esempio che ci sia una burocrazia elefantiaca. Gli euroburocratri in realtà sono 42.000, la metà di quelli che amministrano il comune di Parigi. E gestiscono faccende che riguardano mezzo miliardo di persone. Si dice anche che la Ue tolga sovranità agli stati. Non è affatto così: gli stati sanno benissimo cosa fa l'Unione, perché sono loro a decidere cosa debba fare."
Per anni parlare male dell'Europa è stato di moda; oggi ci accorgiamo che andava difesa, come una donna bella e fragile, che sembra tirarsela ma solo perché non riesce a farsi capire.
Questa è una tiritera che a Bruxelles ripetono tutti, come un mantra: L'Europa non sa comunicare, non sa spiegarsi, è sempre e solo la burocrazia che misura la lunghezza delle banane.

Bruxelles è una bella metafora dell'Europa: un po' nuova, un po' cadente, popolata di persone giovani o di mezza età (bambini e vecchi sono nascosti da qualche parte, evidentemente), beve birra, tè, sfreccia su ciclabili disegnate sull'asfalto, sembra sempre covare qualcosa di sordido sotto la coperta dell'efficenza e del benessere.

Bruxelles

Stasera volo a Bruxelles, per un servizio su quelli che, dal Trentino, sono andati a lavorare nei meandri della burocrazia UE. In Trentino, terra di soli 500.000 abitanti, si capitalizza tutto, non si butta via nulla (o quasi; c'è giusto una sorta di sovrana indifferenza verso gli scrittori, ma questa è un'altra storia...).
Quelle che vado a raccogliere dovrebbero diventare delle piccole "storie esemplari" per altri giovani studenti universitari interessati a percorrere la stessa strada. Il Trentino, che vuole essere glocale, incoraggia questa fuoriuscita di cervelli. A patto che un legame rimanga, ovviamente.
Quindi, saprò come sono andate le elezioni nella città sede della Commissione.
Devo dire che stamattina, leggendo alcuni blog, ad esempio quello di Ludik, ero un po' sconcertato: parlavano di astensione alle provinciali. Provinciali? Poi mi sono reso conto che noi trentini siamo, come sempre, sfasati rispetto al resto del Paese. Noi le provinciali le abbiamo fatte mesi fa.
No, personalmente non mi pongo il problema dell'astensione. Il candidato che voterò, qui, mi pare persona intelligente, e comunque, il vero problema è che i temi europei in questa campagna elettorale sono stati solo sfiorati. Gli unici che hanno coniato uno slogan veramente a tema sono quelli della Lega e lo slogan è: no alla Turchia in Europa (a prescindere da ciò che si possa pensare dell'allargamento della Ue fino al lago di Van e al monte Ararat, non mi pare sia una delle questioni prioritarie).
Il Trentino, assieme all'Alto Adige e al Tirolo austriaco, ha creato alcuni anni fa una Euroregione transfrontaliera e ha aperto una rappresentanza comune a Bruxelles. C'è chi dice che non serva a nulla. Lucio Caracciolo, in margine al festival dell'Economia, sosteneva che le euroregioni sono già morte, e che comunque l'identità trentina non si può fondare su queste nostalgie austriacanti. Sulle nostalgie sarei anche d'accordo, quantunque poi c'è chi ricorda ancora molto bene come il proprio nonno, a suo tempo, sia morto con la divisa del Kaiserjager (e furono la maggioranza; in Trentino l'irredentismo non ebbe mai un gran seguito, con buona pace di Cesare Battisti). Però a me pare anche che le province (autonome, quindi dotate di poteri reali) siano più interessate ai progetti del presente che alle nostalgie del passato (uno per tutti: il raddoppio della ferrovia del Brennero, che sarà parzialmente finanziato proprio dai governi locali, attraverso i proventi della A22).
Sinceramente, da un lato a volte mi dispiace vivere in una terra che sembra così avulsa dagli scenari nazionali; dopo quaranta e passa anni uno fa fatica ad appassionarsi ancora al tema dell'identità (in provincia di Bolzano,ovviamente, è ancora peggio). Dall'altra però non c'è volta in cui non constati come l'Italia di queste terre di confine mediamente non sappia nulla. Ragiona per slogan e pregiudizi, rifiuta di metterci veramente il naso nelle questioni dell'autonomia e dei rapporti transfrontalieri. Proprio quando dovrebbe invece occuparsene di più, visto che ormai più o meno tutti propendono per un modello federalista (a parole! in realtà persino la Lega è parsa accontentarsi, in passato, di un piatto di lenticchie berlusconiane).
In quanto all'Europa, mi pare una costruzione venuta su a prescindere dagli schieramenti ideologici. Chi l'ha immaginata, in fondo? In Italia uno come Degasperi: trentino, democristiano, già deputato al parlamento di Vienna, anticomunista ma capace di dire no persino al Vaticano quando gli chiese di prendere a bordo i missini, ovvero di far posto agli ex-fascisti nel suo governo. Una persona fuori dagli schemi, insomma, anche se dotato probabilmente di quel robusto pragmatismo valligiano che qui domina.
E' quello che vedo negli occhi dei funzionari che lavorano nelle istituzioni comunitarie. Certo, tecnici, o per dirla in altra maniera, più dispregiativa, "tecnocrati" (si sa, gli italiani sono santi, eroi e navigatori, l'idea che un buon burocrate hegelianamente inteso possa avere una sua non piccola utilità fatica a penetrare nelle loro menti fantasiose). Tecnici senza fronzoli, dunque, senza bizantinismi, algidi, plurilingui, preparati. Per questo forse l'Unione europea non infiamma i cuori. La sua è una dimensione postideologica, a volte un po' pavida sulle grandi scelte politiche (rimane sempre la grande vergogna delle guerre balcaniche). Ma l'Europa del XX secolo fuochi e fiamme ne ha fatti abbastanza. O no? Forse è di questo che ha bisogno oggi. Di regole comuni, di piccoli passi, di decisioni assunte senza fanfare e sventolio di bandiere, che si insinuano silenziosamente nelle nostre vite e le cambiano, ci auguriamo, in meglio. Di funzionari e tecnici dagli occhi azzurri, che quando hanno finito il loro lavoro vanno a farsi una birra alla Gran Place.

Ieri sera, prima del temporale (un altro esercizio di stile)




Quando uscì, si accorse che stava per iniziare a piovere. Il temporale estivo era venuto avanti lento, trascinandosi per tutto il pomeriggio, con impercettibili cambiamenti nella luce diffusa del cielo, dall’azzurro camicia al livido biancore, con scuraglie improvvise dietro alle montagne, e ora tutta quella elettricità e tensioni stavano per trovare sfogo, ma non ancora, avrebbe fatto in tempo a raggiungere la sua macchina, forse ad arrivare a casa.
Si rese conto che all’improvviso, qualche minuto prima, era stato molto felice, per due o tre secondi. La felicità l’aveva attraversato, mentre si sforzava di portare a termine un esercizio, aveva guizzato fra i muscoli doloranti e le molle della legs curl, un piacere così a lungo rimandato. Era stata felicità per niente, l’attimo della chiara consapevolezza di essere solo un individuo, di appartenere solo a se stesso, di avere, in fin dei conti, il pieno possesso, la piena sovranità su se stesso. Di non appartenere a lei o a lui o a loro, alle paure che accompagnavano ogni momento della sua esistenza, agli obblighi lavorativi e familiari, all’incalzare del tempo, alle indecisioni.
Si riempì bocca e polmoni di aria umida. Durava solo qualche secondo, certo, era comprensibile, lo capiva bene, lui, capiva bene tutto, non come Romano, che non aveva responsabilità su niente e nessuno. Però, se fosse potuta durare di più. Se solo ci fosse stato il modo per conciliare entrambe le cose…
Premette il tasto sulla chiave. Le porte dell’auto si aprirono con un rumore caratteristico e il lampeggiare di spie luminose.
Apparteneva ad quella specie di persone che amano a dismisura la libertà e non fanno nulla per coltivarla, aveva generazioni come lui alle sue spalle, avrebbe dovuto ricordarselo. Avrebbe dovuto tenerlo sempre bene a mente, come si tiene il portafoglio in tasca.

Sister Europe



Nel giorno delle elezioni europee, mi sembra indicata la prima canzone di successo delle Psychedelic Furs, che quando venne incisa Maastricht era ancora un miraggio.
E se l'identità europea si fondasse - anche - su questo splendido romanticismo pop? Se fosse questo che ci distingue veramente dai cinesi?
(In realtà il cantante scrisse il pezzo perché era estate e la sua morosa era andata a farsi un giro in Italia da sola. Ma ne venne fuori un gioiellino assolutamente denso e decadente...ah, potenza dell'arte, che trasfigura un lavello in una pala d'altare!).

stupid on the steinway
o sick upon a steinway
the sailors drown
see them talk and see them drown
and see them drink and fall around
upon the floor

sister of mine, home again
sister of mine, home again

lonely in a crowded room
the radio plays out of tune
so silently
the radio upon the floor
is stupid, it plays aznavour
so out of key

sister of mine, home again
sister of mine, home again

broken on a ship of fools
even dreams must fall to rules
so stupidly
words are all just useless sound
just like cards, they fall around
and we will be

sister of mine, home again
sister of mine, home again
ah ssss...

buy a car and watch it rust
sister see them fall to dust
they fall around
in another crowded room
paint me like the shirt i'm in
honestly

sister of mine, home again
sister of mine, home again
ah ssss...

sister of mine
sister of mine
sister of mine
sister of mine

Lo straniero



Ieri sera, nonostante fossi molto stanco, prima di dormire ho letto qualche pagina de "Lo straniero" di Albert Camus (1942). Ricordavo di avere visto anche il film di Visconti, tanti anni fa, assieme a mia madre, in televisione. Oggi sono andato su youtube e l'ho ritrovato, avevo completamente dimenticato che il protagonista fosse Mastroianni.
Faceva caldo, ieri; nell'addormentarmi mi sono sentito trasportare per un attimo nell'Algeria di Camus, mi sono sentito anch'io uno di quei corpi bruni stesi al sole (anche se il mio è il corpo bianco di uno che vive sulle Alpi, dopo uno degli inverni peggiori degli ultimi anni).
C'è una certa durezza, che traspare, dai romanzi di quel periodo. Ad esempio un atteggiamento molto "macho", molto brusco, a volte sprezzante, verso le donne. C'è nei personaggi di Camus e c'è ad esempio in certi personaggi di Pavese, anche se è noto che lo scrittore italiano avesse le sue difficoltà con l'altro sesso. Non so, penso che oggi, nonostante stupri e violenze domestiche, quell'atteggiamento possa sembrare un po' datato. Ho come l'impressione che oggi le donne siano viste semmai con un misto di curiosità, risentimento, desiderio e timore. Non come "delicate prede" (per usare un altro titolo letterario di uno scrittore dell'epoca, Paul Bowles). Come barbies postatomiche, semmai.
Ma forse è semplicemente l'esistenzialismo ad essere passato di moda, quel modo sofferto, virile e fatalista di stare al mondo, di affrontare l'assurdo del mondo, che ha probabilmente ispirato le paranoie, i "probblemi" della stagione successiva, quella del '68, e anche un certo romanticismo tutto virato al maschile.
Camus, com'è noto, supererà (filosoficamente) la posizione espressa in "Lo straniero" nel suo romanzo successivo, "La peste", anch'esso ambientato in Algeria.
I Cure all'inizio della loro carriera incisero una canzone, "Killing an arab", ispirata a "Lo straniero". Venne stupidamente accusata di essere una canzone razzista, e i Cure, altrettanto stupidamente, cambieranno in seguito il testo nelle esecuzioni dal vivo ("killing another" anziché "killing an arab"). Potenza del linguaggio "politicamente corretto".

Uno scrittore: Louis Férdinand Céline



Non conosco il francese, non so le lingue, sono ignorante.
Ho letto il Viaggio al termine della notte per la prima volta circa 20 anni fa, Morte a credito invece nel 1994, me lo ricordo bene, lo leggevo in treno, quando facevo il pendolare.
Come si fa a non amare Céline? Certo, colpevole, certo, antisemita, certo, collaborazionista, razzista, il male.
Mai come con lui il giudizio "umano" diverge da quello artistico: un genio assoluto, certo. Un anarchico vero, certo, fino in fondo, anche se compromesso, sì...
Il buco nero, la negazione della speranza, l'umanità ridotta al suo minimo, campare, sfangarla, lo sgobbo, gli sfessati, dare la colpa a qualcuno dei propri guai, lamentarsi all'infinito, e la Storia? Un cimitero pieno di pietre di tortura...
Ma come non amare Celine? Il suo umorismo sulfureo, la sua spietata visione delle cose, la più acida descrizione del colonialismo l'ho letta nel Voyage, e non erano parole di condanna...
Come non amare Celine? Come non amare l'inizio del Voyage, quella lunga tirata del protagonista contro la guerra, la patria e le divise, e subito dopo il suo subitaneo autoarruolamento, così, per niente, del tutto folle e irrazionale, come sono gli uomini, come è la vita? Come non amare la sua tirchieria patologica? La sua dedizione alla professione di medico? La sua dedizione alla lingua?
Come non amare la dedica iniziale al Voyage?
"Viaggiare è utile, fa lavorare la fantasia. Tutto il resto è soltanto delusione e fatica. Questo nostro viaggio è interamente immaginario. Ecco la sua forza.
Va dalla vita alla morte. Uomini, bestie, città e cose, tutto è inventato. E' un romanzo, dunque, null'altro che una storia fittizia. Lo dice Littré che non sbaglia mai. E poi, tutti possono fare altrettanto. Basta chiudere gli occhi.
E' dall'altro lato della vita."


Che voce strana, mi sarei aspettato qualcosa di profondo, solenne. No, era un vecchio rugante petulante. Irriducibile. Fino in fondo alla notte.

Just a song: Cose




Francesco de Gregori, "Cose"

Fly into the sun


La notizia è arrivata ieri, mentre il festival dell'Economia si avviava verso la fine: aereo disperso al largo delle coste del Brasile, tre trentini a bordo.
Con uno di loro, Rino, mi è capitato di viaggiare. Ricordo la Bosnia, nel 2002, visita alla comunità trentina di Stivor (costituitasi all'epoca in cui Trentino e Bosnia erano parte dell'Impero austroungarico e i trentini andavano là per costruire le ferrovie). Ci fu una grande festa organizzata dal circolo della Trentini nel mondo, tutto il calore balcanico nella povertà di una terra che ne ha viste di tutti i colori. Visitammo Sarajevo, in occasione della prima visita di Romano Prodi a quella città magnifica e martoriata, nella sua veste di presidente della Commissione europea. I trentini portavano la richiesta di inclusione dei Balcani nella Ue, tramite l'Osservatorio sui Balcani, organismo nato dall'impegno speso da tanti negli anni della guerra. Con noi c'erano l'assessore Andreolli, Renato Penner di Pace per Gerusalemme, qualche giorno fa a Bejt Jalla, in Cisgiordania,per inaugurare un'altra opera realizzata grazie al contributo trentino, un centro giovanile. Fuori Stivor mi portarono in un bosco, mi dissero di guardare per terra: avevo i piedi immersi nei gusci d'uovo. Mi fecero alzare la testa: sulle cime degli alberi decine e decine di nidi, nel cielo volteggiavano le cicogne.

Rino c'era anche in Argentina, uno dei viaggi più faticosi che mi siano toccati, quasi ogni giorno su un aereo diverso, giornate pesanti, come sempre succede in quei paesi quando arriva una delegazione ufficiale. Buenos Aires, Chaco, Pampa dell'Infierno, Impenetrabile. I circoli creati dall'emigrazione transoceanica, e rivitalizzati negli ultimi 20-30 anni, dopo che il Trentino da terra di emigranti si è trasformato in terra di benessere diffuso. A Resistencia arrivò anche il coro della Sosat per tenere un concerto: erano stravolti dal lungo percorso via terra dal Brasile, ma l'Argentina era sull'orlo del crollo economico (uno dei tanti procurati da questo capitalismo kamikaze degli anni 2000), la gente non aveva soldi, in città s'era sparsa la voce che a teatro c'era un concerto gratis e così si era formata una fila lunga diversi isolati. Cosa fare? Chiesero ai coristi di tenere due concerti, uno dopo l'altro, per non mandare via nessuno.

Rino era un buon compagno di viaggio, allegro, sanguigno. Pieno di umanità e di passione. Uno con cui ti dici: vorrei viaggiare ancora assieme a lui. Era parte di questa rete trentina della solidarietà che indubbiamente esiste, non è retorica, anche se a volte a forza di parlarne può sembrare, una rete fatta di associazioni, cooperanti, volontari, missionari, vigili del fuoco, amministratori locali, politici provinciali, giornalisti, in fondo il Trentino è piccolo, dopo un po' ci si conosce, ci si coopta a vicenda, la solidarietà è anche un modo per uscire dai propri confini, allargare gli orizzonti, serve a chi la riceve ma anche a chi la fa e non c'è niente di male in questo. I due che lo accompagnavano in questo viaggio in Brasile non erano da meno: Giovanni Battista soprattutto l'avevo incrociato molte volte, era il ritratto della persona onesta, sincera, Luigi il sindaco di un paese lontano dal capoluogo, in una valle molto bella ma anche aspra, una valle che si ama per forza se si decide di restare e di impegnarsi per essa. Mancheranno a tutti.

Appartengo alla generazione che ha iniziato a volare tardi. Mio padre in vita sua prese solo una volta l'aereo, a sessant'anni, per andare in Sicilia ad un congresso del sindacato. Io dopo la laurea, per andare a Londra a lavorare e a imparare l'inglese (si fa per dire...). La mia figlia minore a 4 anni c'è già stata 3 o 4 volte.
All'inizio mi faceva paura. La volta peggiore fu la seconda: volavo in Tanzania, da solo, andavo alla scoperta dell'Africa dopo averla studiata sui libri per anni. Il viaggio notturno un incubo di vuoti d'aria e alcol: quasi all'arrivo, il comandante disse che per problemi tecnici forse saremmo dovuti atterrare a Mombasa (in Kenya, addirittura un altro paese!). Poi, senza aggiungere nulla, iniziò la manovra d'atterraggio. Guardai l'africano alla mia destra, che tornava dall'Inghilterra ed era vestito come un businessman pur essendo - a suo dire - uno studente: mi sembrava preoccupato, il che preoccupò anche me, perché lui quella rotta l'aveva fatta spesso, lui sapeva quali erano le condizioni di sicurezza all'aeroporto di Dar es Salaam. Ad un certo punto una voce dall'altoparlante, ma non una comunicazione ufficiale, piuttosto come se qualcuno avesse lasciato aperto il canale per errore: "Small probabilities of survive", mi sembrò di capire. Guardai alla mia destra: il tipo, lo studente-businessman, aveva capito la stessa cosa. Mi sentii lo stomaco in gola. "My friend, god is great", mormorò lui, con un sorriso.
Atterrammo malissimo, su una ruota. Ma atterrammo. Fu il mio impatto con l'Africa.

C'è voluto un po' perchè la smettessi di pensare al momento in cui ti accorgi che stai per precipitare, al panico, ai vassoi, alle borse che s'incollano al soffitto, assieme alla gente che non era cinturata, alle mascherine dell'ossigeno che saltano fuori, al rumore degli allarmi (suoneranno allarmi in questi casi?), a quanto ci deve impiegare un aereo di linea a venire giù da un'altezza del genere. A come dev'essere quel volare nell'acqua, nel sole, quel cambiamento di prospettiva, quell'orizzonte che si capovolge. Sì, spero sia come volare nel sole.

Poi ad un certo punto è passata. Mi sono detto che è vero, è il modo più sicuro per viaggiare, e a volte è anche piacevole, a volte distingui posti dall'alto che hai visitato via terra, a volte voli sopra il mare o il deserto e ti stupisci di vedere un puntino in tutto quel nero, a volte voli sopra le nuvole e sopra le nuvole c'è la luna che ti parla. A volte volare è proprio magia.

Mancheranno a tutti, quei tre. In Trentino e in tutti i posti dove andavano per fare qualcosa di buono.