August

Agosto sta scivolando via. Oggi l'unico articolo interessante sul "Corriere" parlava di come agosto sia l'unico mese in cui il tempo sembra rallentare, nel resto dell'anno per tutti il principale problema è la mancanza di tempo, il tempo congestionato, la "time poverty", insomma la corsa dei topi.
Riferiva inoltre i risultati di una ricerca secondo la quale le responsabilità principali non sono del lavoro o del tempo dedicato alla famiglia e alle cure personali ma delle scelte individuali, delle singole persone. In pratica, FACCIAMO MOLTO PIU' DEL NECESSARIO. Accontentandoci di qualcosa di meno, di un reddito solo discreto, di esiti lavorativi magari non strepitosi ma accettabili, di un aspetto fisico andante, il tempo libero da impegni aumenterebbe drasticamente (dal 25 al 40%). Detto così sembra semplicistico. Tuttavia a me pare evidente che esistano lavori che moltiplicano in maniera parossistica impegni e attività, la politica, ad esempio, che non si ferma mai, continuamente incalzata dai media, specializzati nel generare polemica e frustrazione. E mi pare evidente che una grossa responsabilità stia nell'innovazione tecnologica, che ti spinge ad acquistare continuamente nuovi beni, ad imparare ad usarli, ad aggiornati, a cambiare modello, a provare quello più figo, insomma, tutte queste menate.
Si potrebbe governare per 3 ore al giorno anziché per 24 ore su 24? Si potrebbe ristrutturare casa meno spesso, non cambiare il pc per i prossimi 10 anni, farsi la barba una volta alla settimana, comprare il giornale ogni 3 giorni? Si potrebbe andare a scuola alle 9? Viaggiare ai 30 all'ora? Non viaggiare in aereo senza sentirsi defraudati di qualcosa? Una famiglia reggerebbe al fatto di rinunciare a non vedersi per tutto l'arco della giornata per almeno 5 giorni su sette?

L'articolo diceva infine che a passarsela meglio sono le coppie senza figli. I figli assorbono una quantità enorme di tempo (vero, anche se non l'assimilerei a quello trascorso in un altoforno) e paradossalmente costringono a lavorare di più (a volte per pagare qualcuno che badi a loro).

Era Bernard Shaw, se ricordo bene, che si chiedeva: se l'uomo fosse liberato dalla schiavitù del lavoro (Marx!), se avesse all'improvviso molto tempo libero, come l'impiegherebbe? Per leggere, studiare, elevare il proprio spirito? Per scoprire portentosi rimedi contro le malattie? Per accudire i propri simili?
L'evidenza empirica, a suo giudizio, dimostra che, no, la scelta cadrebbe su alcool e prostituzione.

Andy Warhol: "Cos'è la vita? Ti ammali e muori. Tutto qui. Per il resto, devi solo tenerti occupato". Per l'inventore della pop art il problema era il contrario, non il poco tempo ma come impiegare il tempo. L'uomo ha orrore del vuoto. Anche la politica ha orrore del vuoto, in ogni senso. I vuoti di potere devono essere immediatamente riempiti. Gli anarchici si sbagliavano di grosso presupponendo che gli uomini non vogliano essere comandati. "E a volte il vuoto lo riempiono i peggiori", commentava un diplomatico italiano pensando alla Somalia, al caos subentrato alla caduta di Siad Barre, ai signori della guerra. La lezione? Devi stare attento anche a liquidare un tiranno. Può darsi che poi vada peggio (come sanno bene gli iraniani)

Ma ad agosto a volte hai sul serio l'impressione che le cose rallentino. Il sole frusta la città e la sera le cose si distendono, tirano il fiato, l'acqua nel greto del fiume non scende più tumultuosa dalle montagne, pesante di fango, ma si disperde in tanti ruscelli fra le pietre.
Mangi lentamente un panino in un fast food. C'è una cantante nell'anfiteatro di cemento che intona un blues, ha forme rotonde, si accarezza un fianco.
A casa ci si libera dei vestiti, il corpo è sempre umido, come una macchina ben oliata, si passa e ripassa in mutande davanti alla finestra immaginando di essere spiati.
Ad agosto puoi usare la macchina in città, col gomito che sporge dal finestrino anche se potresti accendere l'aria condizionata. Niente fila a supermercato. Non devi cercare l'esotismo nei paesi lontani, ce l'hai per le strade, tutti i popoli della terra nel tuo quartiere, ogni genere di cultura, di vesti fruscianti, di decorazioni corporee, tatuaggi, hennè.

Settembre arriverà, c'è tempo per quella luce obliqua, per la canzone di Kurt Weil, c'è ancora tempo prima dei ripensamenti infiniti che arrivano con le foglie morte. Al momento c'è polvere e vento rovente all'improvviso che scuote le chiome e diffonde, c'e un torpore attivo, un motore immobile, una motocicletta che si allontana, cambiando marcia per affrontare la salita, c'è piscine, panchine, altalene che vanno da sole, c'è un parcheggio che cola, una scritta tracciata col dito, una coppia che si ama su un tetto, una birra o un vino bianco ghiacciato alle 11 quando fa più effetto, un serial killer acquattato dietro al cespuglio, un tuffo dal trampolino, che dura tantissimo.

Ho iniziato questa giornata con i Dead Wheater, bello elettrico. Ma si conclude con un brano sentito in tv, a corredo di un servizio del tg. Di un gruppo che non mi piace nemmeno così tanto. Coldplay. Well done.

Budda sulle Alpi - visita al museo della montagna di Messner







Qualche giorno fa sono andato a vedere il museo della montagna di Reinhold Messner a castel Firmiano, Bolzano. Le foto qui sopra sono state scattate lì, ovviamente (è vietato, Messner pare sia molto geloso delle immagini che lo riguardano).
Va detto che castel Firmiano/Firmian non è un posto come gli altri: è il più grande castello dell'Alto Adige, collocato in una posizione invidiabile, su un costone da cui si domina tutta la città, ed è il luogo dal quale Silvius Magnago pronunciò nel 1957 lo storico "Loss von Trient" ("via da Trento"), aprendo la stagione che avrebbe portato, 15 anni dopo, al Secondo statuto di Autonomia del Trentino Alto Adige. E pazienza se oggi sotto a castel Firmiano passa la galleria della superstrada per Merano; ai miei tempi il posto lo si raggiungeva attraversando un vecchio ponte ferroviario abbandonato sul fiume Adige (molto romantico, in effetti, anche se c'erano buchi fra un'asse e l'altra da farti cagare sotto) e vicino alle venerabili mura sorgeva la discarica cittadina.
Il museo, in sé, è suggestivo. Suggestivo è proprio la parola. Opere d'arte contemporanea e Buddha sparsi ovunque, senza distinzione fra cose pregevoli e altre deliziosamente pacchiane. Ambienti curati, luci giuste. Un museo zen, un museo-percorso per l'illuminazione. Modernissimo, già oltre l'ubriacatura per i computer e i maxischermi, già oltre l'interattività centrata sui bottoni da schiacciare che per un po' è stata la cifra dominante degli allestimenti. Molto coraggioso, in quanto a contenuti. Coglie il lato mistico della montagna, tralasciando tutte le noiose questioni geografiche, geologiche, naturalistiche. Tecniche, insomma.
Sicuramente vale una gita, anche due. E qui finisce la mia recensione positiva del museo. Perché mi accorgo che ne potrei scrivere anche una negativa, o per lo meno interlocutoria. Sullo stesso museo. E in ossequio al dualismo primigenio incarnato nello yin e yang, lo farò!

La recensione negativa potrebbe partire dicendo che il museo di Reinhold Messner, grande alpinista e scrittore, è in fondo uno stupefacente pateracchio new age. Scarsamente utilizzabile sul piano didattico. Certo, certo: la didattica fa a pugni con la poesia. Infatti, un po' la detesto. Però io non curo musei o mostre.
A Firmian, solo alla questione del "Loss von Trient" (e ovviamente alla storia del castello) sono dedicate, mi pare, un po' di parole. Per il resto, le spiegazioni sono quasi assenti, o se ci sono, si possono tranquillamente bypassare, per abbandonarsi alle gioie dell'esplorazione (il castello è grande ed è quasi tutto visitabile, attraverso passerelle e scale) nonché, a volte (ad esempio nella grotta dei cristalli) della pura contemplazione. Diciamo meglio: le parole sottolineano pensieri, evocano emozioni, suggeriscono stati d'animo. Raramente descrivono, semmai a volte enunciano qualche banalità antropologica del tipo: "In tutte le culture del mondo le montagne sono luoghi sacri...".
Da dove venga quella statua, quella tanka, quale sia il reale significato di tali oggetti, all'interno della loro cultura di riferimento... Ciò resta un mistero.

Riassumendo: il museo di Messner è un'eccitante esperienza sensoriale. Un'esperienza visiva e "fisica" ad un tempo. Apre spazi mentali, costringe a camminare e ad astrarre. Sbilanciato sull'Oriente, a scapito a dire il vero degli altri continenti, Europa compresa, ma soprattutto dell'America latina e dell'Africa. Adatto ai bambini (benedetti siano i musei, per questo).



Al tempo stesso, fa riflettere su quanto antiquate possono essere oggi forme più austere di trasmissione della conoscenza, e il discorso potrebbe spaziare dai musei fino ai libri. Forme basate su parole, frasi, descrizioni, resoconti, argomentazioni. Su percorsi un po' meno criptici, insomma.
Se le targhette esplicative, se i tradizionali tabelloni scompaiono dai musei perché nessuno li legge, perché sono pedanti, desueti, lontanissimi dai gusti dei giovani tirati su a corn flakes iridescenti e cd-rom interattivi, figurarsi che fortuna può avere oggi la parola scritta, che si ripete, pagina dopo pagina, scorrendo da sinistra verso destra, sempre uguale a se stessa (ad una prima occhiata), senza nemmeno una luce, una musichetta, un link, qualcosa che la riconduca alla civiltà dell'immagine e alle sue conquiste.
Certo, ci sono anche altre esperienze cognitive degne di questo nome. Si conosce attraverso le immagini, si conosce con le orecchie, si conosce con il corpo, arrossendo o rabbrividendo di fronte all'ignoto (questi rossori e questi brividi sono parte integrante del fascino dell'esotico). Ma, fatto il pieno di suggestioni, rimane qualcosa di irrisolto. Come il desiderio di un sapere un po' più...strutturato.

Detto ciò, quasi in fondo al museo (chissà perché le note di "Blowin' in the wind" in sottofondo, solo per quella strofa sulle montagne?) mi sono imbattuto in una scritta, che riporto per intero. E' new age, non è firmata, vuol dire nulla, è solo un abuso verbale. Ma suona grandiosa.

IL TRAMONTO E' OVUNQUE
L'abbandono racchiude quanto è custodito, come il gesto vano racchiude la sfida. Oltre a ciò che è percepito dagli altri, esiste anche l'assurdo. Il significato della montagna è dunque racchiuso nella loro (sua? ndr) insignificanza. Così la montagna diviene una trappola per il tempo, anche perché nello spazio remoto è possibile la decelerazione.

Dopodiché, forse non ho capito un cazzo io e questo è un monologo del demone divoratore di senso, come dottoreggia qui l'Espresso, per chi vuol andare a leggere.

Non me ne frega niente se questo pezzo ha 31 anni



Questa è "Public Image", dei Public Image LTD, dall'album "Public Image", inciso nel 1978, dopo lo scioglimento dei Sex Pistols. Ma chi lo ha postato su youtube l'ha chiamato "la miglior linea di basso di sempre", e c'è del vero nell'esagerazione. Perché Jah Wooble è stato un grande bassista e nei Pil c'era anche un altro talento misconosciuto, Keith Levene, la cui chitarra qui e soprattutto su "Metal Box" sembra unghie arruginite che grattano su un vetro, ed è perfetta (pare abbia ispirato quella, oggi multimilionaria, di the Edge).
Mi spiace per John Lydon, mi spiace che il suo bisogno di soldi o di suonare lo spinga a fare il verso a se stesso, a portare in giro i Sex Pistols redivivi come in un patetico karaoke. Perché è stato un grande. Ma uno che ha sputato in faccia allo star system come lui ha fatto con i Pistols di "Never mind the bollocks" e poi inciso, con i Pil, uno dei dischi più abrasivi della storia del rock ("Metal Box", appunto, e parlo di rock, non di cose troppo lontane dalla musica di Presley e co. come quelle di Nico o di Throbbing Gristle, perché lì siamo su un altro terreno), semplicemente non aveva il diritto di tentare di diventare un evergreen (e dico "tentare", appunto). Doveva ritirarsi in solitudine a scrivere odi ossianiche o ad allevare pescegatti. E' come se cristo fosse tornato trent'anni dopo a rifare lo stesso numero, miracoli, crocifissione, resurrezione, cena, ascensione... Chi l'avrebbe preso sul serio? Certe cose si fanno una volta soltanto.

Rifugio Gran Pilastro



In cima alla val di Vizze, lassù sulla sinistra, sospeso sopra la lingua del ghiacciaio.

Shirin Ebadi, una testimonianza



Nella giornata di San Suu Kyi, una piccola testimonianza di un'altra donna coraggiosa, Shirin Ebadi, iraniana, premio Nobel per la pace 2003. La breve intervista (troppo breve, i protocolli delle visite ufficiali e i tempi della politica uccidono il giornalismo) è del mese scorso, quando Shirin Ebadi è venuta in visita a Trento, accompagnata dai reponsabili della Fondazione Langer (Bolzano) e del Forum trentino per la pace. La Ebadi era in regione per ritirare appunto il Premio internazionale Alexander Langer, assegnato quest'anno a un'altra donna, Narges Mohammadi, ingegnere, giornalista, presidente del comitato esecutivo del Consiglio Nazionale della pace in Iran, che non ha potuto venire in Italia per gli ostacoli frapposti dal regime iraniano.
Shirin Ebadi, nata nel 1947 a Hamedan da una famiglia di giuristi, laureata a Teheran, giudice (la prima donna a ricoprire questa carica nel Paese), è stata costretta ad abbandonare la sua attività nel 1979 dopo la rivoluzione khomeinista, proprio perché donna (solo nel 1992 ottenne l'autorizzazione ad aprire uno studio privato come avvocatessa). E' anche docente universitaria e attivista per i diritti umani. "L'Iran sta passando giorni difficili - ha detto, riferendosi ai fatti di luglio - ; adesso la contestazione è diminuita ma il fuoco cova sotto la cenere. Il paese è come una polveriera sul punto di esplodere, ed è nostro compito evitare che ciò accada." Riguardo alle contestazioni che hanno seguito le elezioni, dopo avere comunque sottolineato come in Iran non vi siano elezioni democratiche, perché non tutti possono liberamente candidare, il premio Nobel ha spiegato che all'inizio esse furono assolutamente pacifiche. Ma dopo la prima manifestazione, "in cui non era stato rotto neanche un vetro, venne aperto il fuoco sulla folla dall'alto di un palazzo governativo, e 8 persone vennero uccise (ricorda l'inizio dell'assedio di Sarajevo, quando i serbi cominciarono a sparare dall'Holliday Inn, allora sede del Partito democratico Serbo, su chi manifestava per la pace, uccidendo Suada Dilberovic, 23 anni, croata, studentessa in medicina, che divenne la prima vittima civile della guerra di Bosnia, ndr). Questo è stato l'inizio della repressione violenta contro il popolo. Il giorno dopo c'è stata l'irruzione al dormitorio degli studenti all'università di Tehran, e a seguire una escalation di arresti e di repressione". All'Occidente Shirin Ebadi, negli incontri che sta avendo in queste settimane, chiede di protestare contro il regime iraniano e di pretendere la liberazione delle persone arrestate. "Non bisogna negoziare con il regime fino a quando non avrà accolto queste richieste", ha detto.

Marine



Il mare per me è sinonimo di stordimento, un paesaggio sfocato, come in questo video di David Sylvian, girato nel sud della Spagna.
Non c'è niente da fare: la montagna è ascesi, chiarezza di intendimenti, contorni netti, bordi taglienti. Sorpresa e paura quando cambia il tempo e sei sul sentiero. Cielo e aria.
Il mare è una linea retta come non ne vediamo mai durante l'anno, dove l'occhio si perde, cercando un punto di riferimento, un bagliore riconoscibile, un'onda che duri. Niente da fare: guardando dalla spiaggia è tutto un movimento, tutto un farsi e disfarsi, e la notte qualcosa di più oscuro e potente della montagna stessa, l'influsso lunare su quella smodata massa liquida, che avanza e si ritrate, alta marea, bassa marea, e sotto i pesci e i canyon vivono la loro vita insondata.

Tuttavia il mare non minaccia. Nemmeno sulle spiagge dello Tsunami mi sono sentito in pericolo. Nei miei sogni dell'infanzia la grande ondata sbucava da dietro le montagne, come nella pubblicità di 2012.



Mi piacciono gli scogli e la sabbia, non ho preferenze. Mi piacciono le isole. Il mare è freni che si allentano, muscoli troppo a lungo contratti, il mare è l'aria che guarisce le mie allergie, lo iodio che brucia i fottuti pollini. Al mare uno può perdersi, in montagna no, puoi precipitare, ed è ancora una faccenda di bordi duri e taglienti contro i quali sbatti, al mare potresti lasciarti andare, su una marina affollata o una baia deserta, un mercato, un party, su un corpo più o meno conosciuto, lì potresti davvero lasciarti andare su qualcosa di morbido, alcolico, luminoso, rifrangente.

Il mare è venere, sesso, "fare l'amore giù al faro", Baglioni non avrebbe mai potuto ambientare il suo piccolo grande amore sotto le crode e i quartieri malfamati di De Andrè sono a Genova, non a Innsbruck, Amsterdam è una città di mare, non di montagna, e Bahia lo stesso, New York lo stesso. Si scopa anche in montagna, anyway, però in montagna ci si deve vestire, una volta Moravia ha ambientato un racconto erotico fra le montagne del Trentino, era una boiata pazzesca, a Milo Manara invece, che aveva disegnato una ninfa che usciva nuda da un lago d'alta quota per una pubblicità del Filmfestival della montagna, fecero coprire il culo. In montagna c'è un crocefisso ad ogni crocicchio, con una montagna gli dei indù hanno creato il mondo, mescolando il brodo primordiale, il discorso Gesù l'ha fatto in montagna, al mare è stato più prosaico, ha moltiplicato pani e pesci.

Il mare portava altri tipi di minacce. Pirati, rapimenti. Rapita in Italia, potevi finire in un harem turco. La montagna è preghiera e disciplina, è difficile da scalare o valicare, il mare è scapestrato, accessibile, eretico, doppio, facile al compromesso. Dicono la montagna sia crudele. No, il mare è crudele.

La stagione marina è la più adatta per un golpe, forse qualcuno oggi lo sa. Puoi chiudere una tv che non ti piace, puoi cercare di farla franca, puoi scaraventare degli oppositori giù da un'aereo tra le onde, nottetempo. Perché il mare confonde, inebria, se sei al mare è difficile che puoi reagire, sei in costume, sei nudo, hai le orecchie piene del rumore di tutta quell'acqua che viene avanti assieme ad altra acqua. Io se fossi un dittatore farei d'estate, farei il mio blitz ad agosto, chiuderei Rai 3 il 15, Repubblica subito dopo. Solo, non farei come Videla, come i macellai argentini, che censuravano persino Raffaella Carà perché per loro le menti dei dominati dovevano essere riprogrammate, per fissarsi su un'unico scopo, sostenere il regime, ah, quelli erano dei dilettanti, macellai ma dilettanti. I dittatori moderni l'hanno capito che per dominare il popolo non c'è niente di meglio che un'eccesso di svago, di intrattenimento, i moderni dittatori non vogliono militanti obbedienti, vogliono telespettatori, vogliono riempire le spiagge, non le caserme.

Ma i nuotatori sfuggivano al controllo. Abituati a passare gran parte della loro esistenza immersi nell'acqua erano esseri lisci e schivi, perduti. "Oppiomani e nuotatori avevano la medesima tendenza a considerarsi degli esseri solitari, remoti, superiori alle menti ottuse e convenzionali. Era come se l'acqua, similmente all'oppio, innalzasse i nuotatori a un'esistenza di livello superiore..." (Charles Sprawson,L'ombra del massaggiatore nero, Adeplhi).
I nuotatori si depilavano per sentire l'acqua, e se erano nazisti erano eleganti come gli atleti immortalati da Leny Riefensthal, oggi i nuovi costumi tolgono un po' di magia al nuoto.

Al mare hai la sensazione di poter nuotare fino al limite estremo della terra e poi ritornare dall'altra parte, come Colombo, gli oceani sono tutti collegati in un modo o nell'altro. In montagna vedi la meta, è una cima, un rifugio. Al mare può succedere di tutto, fuochi artificiali, ingozzarti di vongole, tornare al porto la sera su una barca, stare un'ora con la testa sott'acqua respirando dal boccaglio, avere le spalle che bruciano, la pelle odorosa di crema, un cinema all'aperto come nella canzone di Battiato e se piove si gioca a carte.

Al mare anche se sei una single isterica incontentabile puoi vedere scoccare il raggio verde, appena il sole sparisce. Come racconta Rohmer.



Una volta non tanto tempo fa c'erano contadini qui che per tutta la vita non avevano mai visto il mare, una volta uno così mio padre l'ha conosciuto, è andato in gita col sindacato all'isola d'Elba, la mattina alle 5 era già sveglio per guardare il mare.

Al mare una volta ho salvato un uomo.

Sardegna



Teulada
Da bambino sentivo il Bollettino dei naviganti alla radio, Teulada, mare forza 8, il maestrale che fischiava fra i miei monti, assieme ai fischi e alle scariche della Marelli a valvole, plastica bianca e marrone.
Teulada, l'altra sera, divisa in due da un fiume in secca, sorta di Tunisia, di Gaza isolana in mezzo alle colline asciugate dal sole, torri d'avvistamento, spine.
Clima di festa, cinema all'aperto, "Vincere" di Bellocchio, strano guardare una storia trentina da qui, giovani all'ingresso del parco-giochi e nascosti nei giardini che scendono dal Duomo tre ragazzi rappano nel buio. Clima di festa, borgo vicino al mare ma non in vista del mare che mugghiava nella mia radio degli anni '70, un viale di palme che conduce alla strada degli oleandri e più oltre, nel nero della notte sarda, l'enorme base militare cintata dal filo spinato.

Vento
Una terra di vento che mi sembra di non riuscire ad afferrare, a volte, così diversa dalla calda Grecia accogliente, il clima difficile, il maestrale che ti strappa dai crinali e ti riempie le pieghe di sabbia, il sole che morde, l'assenza di architettura tradizionale a parte i nuraghi e le torri di avvistamento, ma anche di grossi orrori urbanistici, palazzine basse, tegole rosse sui tetti, accogliendo cemento armato e strade ma conservando i fazzoletti neri e le pance sudate, ne risulta uno strano impasto irrisolto, né cultura del paesaggio né, forse, autentica vocazione al turismo, una ruvidezza di fondo, non spiacevole, una volta che ci hai fatto l'abitudine, un'autosufficienza un po' impudente per un'isola che ha avuto il destino di colonia, gli spagnoli, i Savoia, gli americani, Berlusconi...
Sole che castiga feroce, strade sinuose che seguono la linea costiera, difficile ritrovare un equilibrio perduto tanto tempo fa, una vocazione alla scrittura, in questa luce.

Notte
Ma amo la notte. Altro che le Alpi. Qui notte è nero bibbia, stellato e silenzioso, mi sveglio per andare in bagno e dò uno sguardo fuori, sul sentiero che corre accanto alla casa, e di fronte al canneto, oltre le maglie della zanzariera non un rumore except for gli insetti notturni, non un suono a parte le minuscole antenne che strusciano, le minuscole ali, le minuscole mandibole, non un suono a parte il vento che smuove le canne, notte lunga e nera senza compromessi, è come la notte africana.

D.H. Lawrence
Comprato il libro di D.H. Lawrence sul viaggio in Sardegna nel gennaio 1921 (9 giorni appena), che potenza nelle parole, la descrizione dell'Etna (è dalla Sicilia che Lawrence parte, con la moglie "ape regina", è dall'Etna che fugge): colonna del cielo, circonfusa di venti famelici, venti come cagne rabbiose, come streghe, l'Etna che fa perdere la ragione, che secondo l'inglese spezzò anche i greci. Ho pensato che una descrizione così riuscirebbe più difficile ad uno come me, nato all'ombra delle Dolomiti. Da una qualunque via di Bolzano, da via Druso, ad esempio, così "normale", così poco tipica, coi suoi distributori, le sue pizzerie, i suoi condomini, anche da lì puoi vedere il Rosengarten cambiare colore, dal grigio pelaceo delle 12 al rosa acceso al viola allo scarlatto del tramonto e d'inverno pallido del remoto chiarore lunare, riflesso delle nevi che si accumulano ai suoi piedi. Se sei cresciuto al cospetto di queste montagne nemmeno l'Etna, nemmeno il Ngorongoro possono impressionarti troppo.
Comunque è utile leggere gli autori un po' più vecchi, non troppo, solo 50, 100 anni. La distanza è sufficiente per farti riflettere sulle differenze e le somiglianze; ad esempio, quando Lawrence, scaldato dal wisky, si lamenta di come gli italiani che incontra lo considerino inevitabilmente l'archetipo di tutti gli inglesi (quando lui rivendica, giustamente, di essere solo un individuo), e di come gli italiani in fondo detestino gli inglesi, pur invidiandoli per la loro superiorità economica (o forse proprio per questo), non si può non pensare a come, negli ultimi 50 anni, il posto degli inglesi sia stato preso dagli americani. E forse, in futuro, ad essere invidiati e detestati assieme saranno russi e cinesi, tra le cui file per di più non si vede neanche un Presley, una Marilyn o un James Dean per ora.
E poi, le tirate contro il suffragio universale, l'internazionalismo proletario, contro quelle espressioni della modernità viste qui solo come forme di appiattimento, oggi noi stigmatizziamo allo stesso modo la "globalizzazione". Un po' prima di Pasolini, l'ammirazione per l'animo verace dei sardi, per il loro essere se stessi, per il loro resistere all'omologazione. Ho sempre guardato con sospetto a queste lodi dell'"autenticità". In fondo approdano sempre a posizioni conservatrici e antidemocratiche, anche se Lawrence non è così ingenuo da andare alla ricerca del pittoresco, ovviamente.

Costa verde
Spazi più ampi, scogliere a volte "irlandesi", poi dune di sabbia sul mare. La piacevole atmosfera di una creperia, la sera, in una località di villeggiatura forse un po' decaduta, Torre dei Corsari, senza animazione, senza quasi nulla a parte gli appartamenti costruiti sulla collina, un centro commerciale con un bar sempre vuoto, una piazzetta dove bere il mirto e la birra ichnusa (che dà dipendenza). Dietro, le miniere, oggi chiuse, silenziose. Arbus in mezzo alle montagne. Piscinas, remota. Oristano brucia nel sole meridiano. Bruciano anche i boschi, arriva il fumo fin sulla spiaggia.
Ma l'ascolteranno ancora Piero Marras?

"Voglio dirti, e te lo giuro, che non mi è servito a niente,
saper fare stando in piedi, la pipì sul muro...
Hey hey, hey gente, come va laggiù?
Qui la vita non si sente, non ritornerò mai più...".


Foto: rosa di Sardegna (m. Pontoni)

Allen Ginsberg: A supermarket in California



Come ti penso stasera, Walt Whitman, perché camminavo per piccole strade sotto gli alberi col mal di testa guardando consapevole la luna piena.
Nella mia fatica affamata, e per comprare immagini, entrai nel supermarket di frutta al neon, sognando le tue enumerazioni!
Che pesche e che penombre! Intere famiglie a far provviste la sera! Corridoi pieni di mariti! Mogli negli avocados, bambini nei pomodori! – e tu, Garcìa Lorca, che cosa stavi facendo giù fra i meloni?

Ti ho visto, Walt Whitman, senza figli, vecchio mangione solitario, a frugare fra le carni nel frigorifero e occhieggiare i garzoni del droghiere.
Ti ho udito fare domande a ciascuno: Chi ha ucciso le cotolette di porco? Quanto costano le banane? Sei tu il mio Angelo?
Ho girato fra le pile di scatolame luccicanti seguendoti, e seguito nell’immaginazione dal poliziotto del mercato.
Abbiamo camminato insieme lungo i passaggi aperti nella nostra fantasia solitaria assaggiando carciofi, possedendo ogni leccornia congelata, e senza mai passare davanti al cassiere.

Dove andiamo, Walt Whitman? Le porte chiudono tra un’ora. Dove punta stasera la tua barba?
(Sfioro il tuo libro e sogno la nostra odissea al supermarket e mi sento assurdo.)

Passeggeremo tutta notte per strade solitarie? Gli alberi aggiungono ombra all’ombra, luci spente nelle case, ci sentiremo soli.
Cammineremo sognando la perduta America dell’amore lungo automobili azzurre nei viali, verso casa nel nostro cottage silenzioso?
Ah, caro padre, grigio di barba, vecchio solitario maestro di coraggio, che America avesti quando Caronte smise di spingere il suo ferry e tu scendesti su una riva fumosa a guardare la barca scomparire sulle acque nere del Lete?
Berkley, 1955

da Jukebox all’idrogeno, a cura di Fernanda Pivano

Love


(da Music Box, il mio romanzo. Un capitolo estivo)

Rimini è stata la prima città dell'amore. Andavamo tutti gli anni nello stesso posto, la pensione Roma. Sempre le prime due settimane di settembre. Perciò, una vacanza dietro l'altra, si erano formate delle amicizie, anche se poi, durante gli altri undici mesi e mezzo, non è che ci scrivessimo, o ci telefonassimo. A Natale i miei genitori spedivano un cartoncino di auguri ai padroni della pensione Roma, il signore e la signora Bacchi. E i Bacchi a loro volta spedivano gli auguri a noi. Credo li spedissero anche a tutti gli altri pensionanti, che questa spesa fosse una parte della loro politica di marketing, che volessero “fidelizzare i clienti”; comunque, a mia madre e a mio padre faceva sempre piacere ricevere i loro auguri.
Nadia veniva da Cinisello. Non avevo idea di dove fosse, sta’ Cinisello. Nadia veniva al mare con la sorella, una secchiona che stava tutto il tempo per conto suo sotto l'ombrellone a leggere, e rivolgeva la parola solo a mio fratello. Poi c'era sua mamma, una donna appariscente con un'acconciatura conica che a me sembrava ridicola. Quando qualcuno gli chiedeva di suo marito rispondeva che doveva lavorare, il padre di Nadia era l’assenza, ma anche, in un certo senso, l’essenza: del Nord capitalista iperproduttivo. La moglie ne parlava come se fosse un dirigente. Ma se era davvero un dirigente, dico io, come mai mandava la famiglia alla pensione Roma anziché al Paris, proprio lì di fronte, dall'altra parte della strada, che era alto il doppio e aveva la piscina?
Nadia era più vecchia di me. Lo era sempre stata, ovviamente, sempre qualche anno avanti, fin da quando c’eravamo conosciuti. Ma fu solo nell’estate del 1979 che la cosa assunse un'importanza determinante. L’imprevedibile, ardente estate del ’79.
Il primo giorno successe una cosa. Nadia venne al nostro ombrellone - io me ne stavo lì con i miei genitori in attesa di fare il bagno, mio fratello in spiaggia non ci veniva mai, dormiva fino a tardi, la sera se ne andava in giro con dei suoi misteriosi amici - e mi invitò a fare una passeggiata. Disse che voleva raggiungere il faro, laggiù...
Stava lì, in piedi, in attesa di una risposta; aveva addosso un due pezzi giallo e succhiava un ghiacciolo dello stesso colore. Vidi le sue labbra danzare, in controluce, le vidi pronunciare sulla punta del gelato quella parola, che per il resto della mia vita non potrò fare a meno di associare ad una ventata che spira all'improvviso, in una giornata afosa, ti prende di sorpresa e ti trascina via: “F-a-r-o”.
Ad un tratto, mi resi conto che Nadia, la Nadia che conoscevo da almeno sei estati, era ben tornita. Che aveva seni prosperosi, due zucche rotonde coperte da altrettanti triangolini color zafferano. Che era bionda!
In quanto a me, dimostravo più della mia età. Fu questo, credo, a salvarmi. Cioè, non la facevo sfigurare troppo, se la portavo in giro. Perché, in verità, Nadia aveva mille amori, alla spiaggia. Molto diversa dalla Nadia versione 1978. Tutti quei tipi già maggiorenni che volevano offrirle un gelato, accompagnarla a comperare quelle collanine che le piacevano tanto, mentre la sorella non la cagavano neanche di striscio…
Gli anni precedenti, quando i miei genitori uscivano per la loro solita passeggiata dopocena, io, a differenza di mio fratello "il fantasma", andavo con loro. Mi piaceva; andavamo a giocare ai videogiochi, o al cinema all’aperto. Però non avevo tanto tempo da passare con Nadia, né con nessun altro.
Il giorno della passeggiata al faro, Nadia mi fece un discorso serio. Disse che lei la sera non aveva il permesso di allontanarsi dalla pensione, e quindi avrei potuto stare con lei, “se mi faceva piacere.”
“Ma, scusa, non vengono i tuoi amici?”, le ho detto. Intendevo quelli che le stavano attorno in spiaggia.
“Figurati – rise, amara - Loro vanno in discoteca!”
Così, quando papà e mamma sono scesi (li aspettavo in cortile, fin che si preparavano per uscire) e mi hanno fatto cenno di andare, io, sentendomi un po’ in imbarazzo, ho risposto che veramente preferivo rimanere lì.
“E perché?”, disse mio padre. Sembrava stupito, più di mamma. Stavo per rimangiarmi quelle parole quando Nadia è sbucata alle sue spalle, con i lunghi capelli sciolti e tutto il resto.
“Buonasera – ha detto ai miei con un tono mai sentito prima in bocca sua – Dove andate di bello?"
Poi mi ha preso sottobraccio: "Ho chiesto a Luca di farmi compagnia. Vero che me lo lasciate qui?"
Che sfacciata. Ma loro si sono messi a ridere, e ci hanno augurato buona serata. Quando sono arrivati al cancello, mio padre è tornato sui suoi passi, battendosi la fronte (il gesto che faceva di solito per comunicare che aveva dimenticato qualcosa di fondamentale). Ha tirato fuori dal portafoglio delle banconote, me le ha messe in mano. Mi deve aver dato anche una specie di pacca su una spalla, prima di dileguarsi nella notte con mia madre aggrappata al suo braccio, la notte che pulsava oltre il giardinetto della pensione Roma, al ritmo eccitante della riviera romagnola… Ovvero: essenzialmente a tempo di valzer.

Mi dava fastidio che mi avesse trattato così platealmente come un ragazzino. Perché i genitori non capiscono quando è il momento di essere cool? Ma non c’era il tempo di meditare. Nadia si era messa un vestito azzurro. L’aria era calda, satura di profumi tipo crépes, sandalo, gas di scarico e mare. In più, l'odore dei capelli appena lavati, e una fragranza sconosciuta sul decolté.
Mi guidò in fondo alla strada, oltre il Paris, oltre un villino per le vacanze, fino ad un ex locale in stile saloon, ormai a ridosso della campagna, con un patio coperto dove la gente prima ballava, ma poi il locale aveva chiuso e adesso rimaneva solo quel patio a cui si accedeva da un buco nella rete metallica che circondava la costruzione. Nadia sembrava conoscere quel passaggio. A me ricordava altri passaggi segreti della mia vita, che sempre avevano condotto a posti interessanti.
Ci siamo seduti su un dondolo addossato alla parete, in fondo. In quel punto era quasi impossibile che qualcuno dalla strada ci vedesse. Comunque stavano calando le tenebre, senso di mistero.
“Tutto bene?” mi ha chiesto.
“Perché?”
“Sembri un po' scocciato.”
“Io? No, figurati.”
“Ti dispiace di non essere uscito con loro? Ho sbagliato?”
“Ma figurati. Piuttosto: non vuoi andare a bere qualcosa, da qualche parte?” Pensavo che avevo in tasca 2.000 lire.
“Se vuoi…”.
Ma non si muoveva.
“Sembri così diverso – ha detto - Gli anni scorsi non stavi mai zitto, mi piaceva così tanto starti ad ascoltare..."
Ho cominciato a raccontarle un film di Dario Argento, il genere di discorsi che avevamo fatto sempre. Pensavo anche di raccontarle del Mostro Rosso, ma dopo un po' Nadia mi ha chiesto se mi piaceva il profumo che si era messa. Io ho detto sì, buono. Poi mi ha chiesto che ne pensavo del vestito. Anche il vestito mi sembrava a posto. Mi ha detto che era di seta, "ah – ho esclamato – bello!", e lei è scoppiata a ridere forte.
“E ci credi, anche? Tocca, dai.”
Ho toccato. Non sapevo come fosse fatta la seta, o comunque, non ci avevo mai fatto caso. "Senti che liscio", ha insistito, prendendomi la mano, appoggiandosela su una coscia. In effetti, era molto liscio. Di un liscio particolare, che più lo toccavo più sentivo un calore, allo stomaco…
Ad un certo punto ho cominciato a tremare come una foglia.
“Dai, calmati” mi ha sussurrato all'orecchio. Premeva la mia mano sul suo cuore, sussurrava “senti qua, senti come batte”, la parola “senti” l’avrà ripetuta quaranta volte, ma io non riuscivo proprio a smettere di tremare…

Alle dieci siamo tornati indietro. Così i ladri si lasciano, dopo aver portato a segno un colpo. Senza un saluto. Il giorno dopo per tutto il tempo ho fatto finta di non vederla, anche se lei prendeva il sole sdraiata tre file davanti a noi.
Ma in seguito ci siamo riparlati, è ovvio. Il ghiaccio l'ha rotto lei. Mi ha fatto uno scherzo, mi ha tirato addosso un sacchetto pieno d'acqua. Non che adesso potessi aggregarmi alla sua compagnia. Anzi, quei tipi in genere mi dicevano di girare al largo. Dicevano che “non era roba per me”.
La mattina Nadia andava con loro in fondo alla spiaggia, dietro le cabine, a giocare a pallavolo, credo. Allora io andavo a fare il bagno con mio papà e ridiventavo quello di sempre, senza segreti. Ma il pomeriggio, verso le quattro, passando vicino al mio ombrellone, mi sorrideva in una certa maniera e nello stesso tempo salutava i miei con un “buongiorno”, a cui loro rispondevano “ciao”, e a volte mio padre commentava, non appena si era allontanata: “È passata l’ape regina”.
Io aspettavo un paio di minuti (lunghi minuti, mi aveva pregato di non essere impaziente). Quindi avvisavo che sarei andato a fare una partita a flipper (avevo visto il film Tommy, era plausibile), e mio papà rispondeva: “Divertiti”.
Avevamo appuntamento su una panchina sul lungomare. Ci scambiavamo qualche battuta, Nadia mi prendeva in giro per i capelli. Ci incamminavamo verso il faro, fino allo stabilimento 33 "Enzo". Il bagnino di quella parte di spiaggia ormai ci conosceva, ogni volta che arrivavamo mi strizzava l’occhio.
Nadia diceva che era “un figo”.
Ci sdraiavamo sulla sabbia, che scottava. Mi schiacciava i brufoli. Mi diceva: “E Dario Argento?”.

Alle cinque sempre si alza il vento. Il mare verdeggia sullo sfondo, oltre le file di ombrelloni rossi e azzurri, oltre la linea dorata della spiaggia. Nadia sdraiata sulla pancia, chissà come mai ha freddo. Mi chiede di coprirla, ma con cosa, l’unica cosa disponibile è il mio corpo. Lunghe contrattazioni, alla fine lei acconsente, ho il permesso di distendermi sulla sua schiena. Mi trattengo per non combinare un disastro. Respiro a fondo. Poi corro sotto la doccia a rinfrescarmi, acqua, acqua dolce, fresca, ne bevo a sorsate, a bocca aperta, acqua addosso e dentro di me…
La sera, praticamente ogni sera, è in quel saloon abbandonato, fra finte ruote di carro e finti trofei apaches, un juke box a prendere polvere, con i successi delle estati precedenti: Renato Zero, i Kraftwerk, La Bottega dell'Arte. Il suo tocco arrivava puntuale, il suo magico tocco, il suo tocco come un balsamo, adesso era "come", la parola che mi girava di più nella testa. Avevo continuamente fame di metafore, e scrivevo lunghe poesie.
L'ultima sera mi diede delle istruzioni riguardo alle sue esigenze. Prima, ero andato per tentativi. C'è aria di autunno, nel patio. La gente per strada passeggia con un golf sulle spalle. Il dolore di una separazione, tra noi.

Tornai a casa trasformato. Cominciò il via vai delle lettere. Per Natale, dietro mie pressanti insistenze, allegò anche una sua foto. Era stata scattata al mare, la ritraeva assieme alla madre e alla sorella.
Cominciai anche a leggere un libro che avevo trovato nella biblioteca di casa. Era un manuale di psicologia della coppia in edizione economica, e conteneva un lungo capitolo sui maniaci sessuali. Mi convinsi che quello io ero, perché continuavo a pensare al saloon, alla penombra, alla mano di Nadia… E il tragico era che non potevo parlarne con nessuno, neanche con i miei migliori amici, perché pensavano che mi fossi inventato tutto, e comunque, quando videro la foto di Nadia, fecero una faccia indifferente.
Nel mio quartiere maniaci sessuali non ce n’erano mai stati. Io ero il primo. La solitudine era pesante. Ma, sul finire della primavera, mentre le lettere di Nadia tardavano ad arrivare, o forse si perdevano nel pozzo senza fondo delle Poste Italiane, si diffuse una notizia clamorosa: in giro c’era una maniaca!
A diffondere l’informazione fu Roby, il leader riconosciuto di tutti noi in quella fase. Gli altri dicevano che la maniaca si era fatta fare un servizietto da Roby. Dicevano anche che andava nelle roulottes con gli zingari, i giostrai. Dicevano che la maniaca era una drogata. Che era figlia di un diplomatico. A me queste storie non m’impressionavano. Solo, non capivo perché tutti fossero disposti a credere alle voci su Roby e la maniaca e nessuno ai miei racconti del mare e della Nadia.
Comunque, ero curioso di conoscerla. Volevo confrontarmi con lei. Capire se, da qualche indizio, è possibile accorgersi che una persona ha certe tare, certe inclinazioni.
La maniaca stava esattamente dove Roby diceva l’avremmo trovata, alle passeggiate lungo il fiume. Era una ragazza snella vestita in modo imbarazzante per la città di confine, i jeans scarabocchiati e una striscia di cuoio intrecciato che le stringeva la fronte. Roby faceva il galante, non si era mai rivolto in quel modo ad una femmina. L’unica cosa strana che successe fu che Antonio le offrì una sigaretta, e lei prese a fare dei tiri lunghissimi. Antonio la prendeva in giro, con dei doppi sensi, cose come: "Ma tu tiri sempre così?", e lei rideva, dicendo "dipende..."
Roby si incupì, smise di parlare. Ma Antonio non gli badava, o non se n'era accorto. Pensavamo che per colpa di quell'idiota di sicuro lei ci avrebbe piantati in asso. Ma invece rideva sempre più forte, e si faceva fare il solletico sui fianchi da lui...
In realtà la maniaca era un po’ tocca, e dopo circa un anno sparì dalla circolazione. Comunque quell’incontro non mi rassicurò affatto. Mi chiesi se era veramente così che si diventava. Svampiti e sempre a ridere per delle scemenze. Se era una legge generale.

Finalmente arrivò agosto. Io ero in fibrillazione. Agosto, nella nostra città, fu un mese di fuoco. Piovevano fiamme dal cielo. Sudavo, crescevo, mi allungavo. Cambiavano le spalle, il petto, come già era successo, qualche anno prima, ad un altro membro della famiglia, il mio laconico predecessore amante di Miles Davis. Cambiavano perfino gli zigomi.
Ero così concentrato su di me che non guardavo più la televisione, non ascoltavo la radio. Se anche i Led Zeppelin avessero fatto uscire un nuovo disco, non l'avrei saputo. Se un aereo si fosse schiantato sul Gran Sasso, o se anche, mettiamo, fosse esplosa una bomba in qualche stazione, nascosta lì da qualche bastardo, a far strage di innocenti, mi sarebbe entrato da un orecchio e uscito dall’altro…
Ci mettemmo in marcia il 16 mattina. Quella volta il fratello-fantasma mancava, era andato con la sua compagnia sul Gargano; secondo me nessuno si era accorto della sua assenza, neanche mia madre.
Dopo un po’ l’auto divenne una scatola rovente sull’autostrada. Mio padre canticchiava, mia mamma leggeva la carta geografica. Io sedevo dietro, in silenzio. Con milioni di pensieri che si affollavano nella testa. Da due mesi Nadia non rispondeva alle mie lettere. Perché? Non aveva il telefono (almeno, così mi aveva detto, e del resto sull’elenco non avevo trovato il suo cognome). Le avevo scritto chiedendole conferma del suo arrivo alla pensione Roma. Una brutta sorpresa, non volevo nemmeno prenderla in considerazione. Sapevo che non sarei sopravvissuto.
L’apprendemmo quasi subito, appena arrivati, dal signor Bacchi. Il padre di Nadia, l’essenza metafisica del capitalismo, non aveva potuto accompagnarle, aveva impegni in giro per l'Italia. E loro non se l’erano sentita di prendere il treno. Perché? Mi sembrava che fossero scese altre volte al mare col treno. “Eh – sospirò il signor Bacchi – ma dopo quel macello di Bologna, chi si fida più…”
"Adesso – disse mio padre – in stazione perquisiscono i bagagli."
"Ma lei si fiderebbe a mandare da soli suo figlio e sua moglie… "
"Non so mica se mi fiderei."
"Appunto. E poi si sa come vanno le cose, nel nostro Paese. Mai, li prenderanno, i responsabili!"
Fu questa, credo, l’inizio della mia politicizzazione. E passai le vacanze al mare raccogliendo conchiglie.

Onna, 8 luglio, inizia il G8




Onna, ieri. In apertura del G8 il cancelliere tedesco Angela Merkel ha visitato il borgo, dove il terremoto ha distrutto il 90% delle abitazioni. La Germania si è impegnata a sostenere la ricostruzione di Onna anche come gesto simbolico, essendo stata questa località teatro di una strage nazista nel 1944.
A Onna i trentini, assieme alla Croce Rossa, stanno costruendo un villaggio di casette di legno per gli sfollati. Un'alternativa valida allo "yes we camp" di cui parlano oggi molti media.
Aggiungo che il G8 in realtà non mi pare sia partito male. Penso che certi attacchi scomposti a Berlusconi, come quello di Di Pietro ieri (per il quale B. non avrebbe neanche preparato un'agenda decente per il summit perché troppo impegnato a fornicare con le adolescenti) lascino il tempo che trovano (vabbé, poi ho visto questo siparietto fra lui e vespa e ho cambiato idea...)

Comunque, staremo a vedere.

(foto: m. pontoni)

Ancora su "La Stampa" di Geldof, ovvero: piccole rockstar sono cresciute

Sfogliando il numero speciale de "La Stampa" curato da Geldof e dedicato in parte all'Africa, salta agli occhi una cosa: come sarebbe interessante un quotidiano se le regole che presiedono alla sua composizione venissero rivoluzionate. Sì, perché Geldof (sapete di chi parlo, no? La rockstar, l'ex-leader dei Boomtown Rats, l'attore principale in "The Wall" di Alan Parker, l'ideatore di Live Aid...) ha fatto qualcosa di più intelligente che confezionare uno specialino sull'Africa da infilare nelle pagine centrali del giornale, stile inserto-staccabile (e cestinabile). No, ha fatto un giornale vero, solo dando più spazio alle notizie dall'Africa e in generale dal resto del mondo.
Così, per dire, il lettore trova una pagina su Marino, o su Ecclestone, e una sui dittatori africani o sulla nuova Liberia. Non so se afferrate la novità della cosa: il Terzo Mondo non è confinato nel suo angoletto, nella "pagina del Cuore", né negli esteri, e nemmeno nella sezione speciale che ogni tanto viene confezionata su un tema considerato poco interessante per la maggioranza dei lettori e purtuttavia ineludibile. No, l'Africa è nella cronaca, è nelle pagine "normali", nell'economia, nella cultura, ovunque. Risultato, un giornale normalmente più bello e interessante di quello che sfogli ogni giorno.
Insomma, piccole rockstar crescono, anzi sono cresciute, e a giudicare dai risultati che producono anche fuori dal loro mondo sono cresciute bene. Vuoi vedere che "sesso, droga e rock n roll" non è più uno slogan esauriente? Vuoi vedere che sanno fare anche dell'altro?

L'Africa, il G8, noi


Ieri il quotidiano la Stampa, per l'occasione "diretto" da Bob Geldof, è uscito con una falsa copertina dedicata all'Africa, titolata "l'opportunità"; dentro, uno speciale sull'Africa, ovviamente a più mani.
In prima abbiamo un editoriale di Bono, che parla del suo amore per l'Italia come patria del "bel canto" e di come un certo approccio melodico tipico della lirica abbia influenzato la musica degli U2; tutto questo per dire poi che in realtà il nostro Belpaese, pur se musicale e molto amato, non ha rispettato gli impegni assunti in seno al G8 per quanto riguarda gli aiuti all'Africa. E fin qui, diciamo, sono cose note (quelle riguardo all'Africa, non quelle riguardo alla passione del padre di Bono per La traviata). Persino Berlusconi ha riconosciuto che è così, gliene diamo atto.
Più articolati invece gli interventi successivi, che per una volta dipingono l'Africa non (soltanto) come un continente di miserie inenarrabili e guerre sempre inevitabilmente tribali (anche quando sono guerre pienamente politiche, come quelle che combattiamo noi). Andando oltre la solita giaculatoria sulla mancanza di aiuti internazionali (e anche oltre la sua antitesi, quella per la quale gli aiuti non servono a nulla e sono solo un business per l'Occidente, nonché per le leadership africane corrotte) in queste pagine si confrontano tesi diverse. C'è chi - parlando di globalizzazione - dice ad esempio che l'Africa soffre di poca globalizzazione e non di troppa globalizzazione, ovvero che esistono ancora forti barriere doganali (a danno dell'Africa) che impediscono al continente di approfittare veramente dell'apertura dei mercati: in particolare si parla di dazi "nascosti", sottoforma di sussidi che Europa e Usa concedono a settori strategici della loro industria agroalimentare.
C'è anche chi prova ad andare al di là dell'idea, ancora condivisa da molti, per cui in un continente così sottosviluppato qualsiasi tipo di sviluppo sia meglio che niente, e prova ad articolare ragionamenti ad esempio riguardo alle energie sostenibili (anche se suona un po' strano che chi finora ha inquinato a dismisura il mondo oggi chieda ai più poveri comportamenti "virtuosi"). Quel che è certo è che i cambiamenti climatici colpiscono anche i paesi poveri; loro, anzi, sono ancora più esposti.
Tony Blair parla del presidente del Ruanda Kagame come di un esempio da imitare, cosa che farà arrabbiare qualcuno a casa nostra (ad esempio Beati i costruttori di pace). Romano Prodi invece dice una cosa parzialmente condivisibile, ovvero che bisogna dare fiducia all'Unione africana per le operazioni di peace keeping, anche se il Consiglio di sicurezza dell'Onu la pensa diversamente (non in blocco, per fortuna).
In generale (e riprendo qui quello che ho scritto anche su questo bel sito) credo bisognerebbe evitare, ancora una volta, le opposte generalizzazioni. Indubbiamente l'immagine di un Africa in perenne emergenza, un'Africa solo e soltanto ammalata, affamata, strangolata, bisognosa di aiuti, si sta appannando. Ed è un bene. Speriamo che da questo ripensamento emergano le cose positive di un continente che comunque attrae noi occidentali - se no non saremmo ancora qui a parlare, a vanvera, di "mal d'Africa" - anche nella forma delle migliaia di cooperanti, volontari, missionari che vi risiedono più o meno stabilmente e sono felici di stare lì (si spera non solo per gli stipendi). Un continente di cui si dovrebbe conoscere un po' di più almeno la storia, e poi forse anche (è cosa più difficile) la cultura, ovviamente nelle sue dinamiche di cambiamento.
Al tempo stesso, quando sento qualche nostro esperto dire che nel futuro dell'Africa c'è un'evoluzione di tipo "cinese" resto perplesso: primo perché non so se questo è un destino desiderabile per l'Africa (dopotutto, stiamo solo ora cominciando a rallegrarci del fatto che molte nazioni africane si stanno democratizzando; non dovremmo dimenticare che lo sviluppo della Cina segue il modello "via prussiana allo sviluppo", cioè tanto lavoro, tanta crescita, nessuna democrazia). Poi perché l'Africa è grande, e se in qualche paese possiamo osservare una crescita economica e un miglioramento degli standard di vita, in qualche altro la situazione è addirittura peggiorata rispetto a 10-15 anni fa. Se guardiamo all'Africa dalla prospettiva della Repubblica democratica del Congo, dell'Eritrea o della Somalia, direi che nulla ci induce ad essere ottimisti.
Insomma, credo sia bene che non si parli solo di povertà, di aiuti, di percentuali di donazioni sul Pil; credo sia però anche giusto dire ad esempio che la crisi economica internazionale non impatta solo sui paesi ricchi ma anche sull'Africa, come ho sentito raccontare dal presidente del Mozambico Guebuza solo un anno fa, a Maputo. Certo è che l'Africa è parte del mondo, non cosa a sé stante. I suoi destini sono inevitabilmente legati ai nostri.

Ps: nonostante quello che ho detto all'inizio, Bono si conferma un grande comunicatore. Sa dire le cose in maniera semplice, accattivante, mai pedante. E se non è merito suo, lo è di certo del suo ghost writer.

Foto: Uganda, sorgenti del Nilo a Jinja (foto: M. Pontoni)