Nostalgia dei '90



Ho letto questo post gustoso assai, "la tua ragazza ha dei cd di merda" e a un certo punto (sono tardo, lo so) ho capito che in sostanza parlava della nostalgia degli anni '90. Per chi come me è nato attorno al 1965 è normale avere nostalgia degli '80, che la generazione precedente (quella dei sessantottini) aveva bollato come anni schifosi, anche musicalmente (Duran Duran, riflusso ecc.). Per molti di noi invece gli anni '80 erano stati anni di musica indimenticabile: i Cure, gli Smiths, i primi U2, David Sylvian...
Ora evidentemente tocca a quelli che sono nati 10 anni dopo. A loro volta cominciano a rivangare gli anni '90, che sono poi stati i loro anni di formazione.
Essendo io perso completo per la musica, non potevo non darci un'occhiatina.

Dunque, vediamo una personalissima graduatoria. Innanzitutto i due pilastri.
Jeff Buckley, Grace
Youssou N'Dour, The guide
Il primo, il miglior disco rock del decennio. Il secondo, uno dei migliori esempi di quella world music virata al rock che è emersa proprio in quegli anni, musica di contaminazione, di culture che si mescolano...(un altro buon esempio, più "colto", è Talking Tumbuctu di Ry Cooder e Ali Farka Toure)

Gli italiani:
CSI, Tabula rasa elettrificata
Elio e le storie tese, Rum, kasusu...(inzomma, il mitico disco con il pippero, gli uomini col borsello, supergiovane, la barza del fantasma formaggino)

Poi in ordine sparso: Lou Reed in una mia classifica non può mancare, 2 dischi imperdibili nei '90, il primo uscito proprio all'inizio del decennio, Songs for Drella, realizzato assieme a John Cale, l'omaggio definitivo al pigmalione Andy Warhol, il secondo Magic and Loss.
David Bowie: Heartling (disco influenzato dal trip hop, il Duca bianco ha candidamente confessato di avere copiato quei suoni, comunque notevole, l'ultimo lavoro notevole di Bowie secondo me).

Il rap e l'acid jazz hanno prodotto cose fantastiche, due su tutte: Urban Species, Listen, e Arrested development, 3 years, 5 month... (con questo disco il rap s'era tirato fuori dall'infantilismo del gangsta rap, che purtroppo però ha continuato a dominare sovrano).

Album dal vivo:
Peter Gabriel, Secrets world life. La moda dei live albums negli anni '90 ha cominciato a declinare.

Altri album imperdibili:
ovviamente il primo dei Radiohead e poi ok computer, Nevermind dei Nirvana, Post orgasmic chill di Skunk Anansie, Zooropa degli U2, forse un po' sottovalutato, Sweet oblivion degli Screaming trees, Tropicalia 2 di Caetano Veloso e Gilberto Gil (il ritorno in grande stile della bossa nova.
Infine, in ordine sparso, Suede (ah, che gruppo, il glam rock non muore mai del tutto!), Chemical Bros., Bjork, Terence Trent (direttamente dagli '80, già sul punto di scomparire), Khaled, Papa Wemba, Smashing Pumpkins, Oasis, Eminem...tutta gente che non ho seguito abbastanza ma che un segno l'ha lasciato.

Cosa rimane fuori? Tutta la house/dance. Lo ammetto. Non conosco. Non è il mio genere. Però a suo modo è stata forse la vera novità di quegli anni.

Teledurruti, l'unico modo di parlare di Berlusconi

Confesso che non riesco a leggere gli articoli, i libri,le dotte analisi, i pistolotti e le barze su/contro Berlusconi. Sarà l'età. Berlusconi ci domina direttamente dal 1993 (se non sbaglio, vado a memoria, non ho neanche voglia di controllare quando vinse le elezioni e Fede ebbe il suo primo orgasmo in diretta, mi ricordo che quella sera ero in comunità) e indirettamente da molto prima grazie alle tv e ai suoi amici piduisti. Dedicare troppe attenzioni a quest'uomo significherebbe sacrificare troppo tempo prezioso della propria vita a una questione deprimente (ma, in fondo, sopportabile, è questa la scoperta, sopportabile, come una malformazione fisica con cui impari a fare i conti).
Io ho smesso presto di farlo. So che può sembrare qualunquista, e che probabilmente questo è un lusso che possiamo permetterci noi delle province autonome (che abbiamo crucci incomprensibili al resto degli italiani, tipo le nuove competenze dell'A.S.I. - Autonomia Speciale Insaziabile, ma che ad esempio ce ne impippiamo della nuova riforma della scuola e del 5 in condotta perchè continuiamo a fare quello che ci pare).
Perciò non me ne frega neanche niente della partecipazione di Berlusconi alle cerimonie del 25 aprile, e se abbia usato o no la parola "comunisti" ecc. Berlusconi è il perfetto esempio dell'Italia che non ha nulla a che vedere con i partigiani e con le loro memorie. Lui al 25 aprile sarebbe come dire Claudia Koll nella parte di Maria Goretti, come Giovanni Lindo Ferretti cattointegralista e amico di Ferrara, cose inimmaginabili...
Si è messo il fazzoletto partigiano? Capirai, anche il papa si mette le kefiah, ormai...
Ha detto che bloccherà la legge che equipara partigiani a repubblichini? Eh, vabbé, non avevamo bisogno di questo per sapere che c'era stata una differenza abissale fra gli uni e gli altri, ovvero: i primi stavano dalla parte giusta e gli altri da quella delle leggi razziali, del colonialismo, della guerra, del culto della morte proprio del fascismo (a onor del vero nemmeno questo appartiene a Berlusconi. Pugnal fra i denti e bombe a mano? Ma va là...).
Di Berlusconi mi interessa ormai solo il lato estetico, che trovo imbarazzante: cioé, mi imbarazza far parte di un popolo che apprezza ciò che apprezza Berlusconi (tipo, la musica di Apicella), ride per le barzellette di cui ride Berlusconi (tipo quella sui desaparecidos), vuole quello che ha Berlusconi (tipo, le sue ville in Sardegna) ecc.
Di lui salvo solo una cosa: la sua avversione per l'aglio (eh, vabbé, so che è una cosa da fighetti, ma è più forte di me...)

Occuparsi di Berlusconi è come guardare il film "Irreversibile", quello con Monica Bellucci, che comincia dalla fine. In pratica, il peggio è già successo, no? Ci ha governati, e questo è un fatto che non si potrà mai cambiare: è come uno stupro, se sei stata stuprata non ci puoi fare nulla, è successo ed è successo ed è successo. Fine. Puoi solo dimenticare, se ci riesci. Ma occuparsi di Berlusconi è anche come guardare uno di quei terrificanti film di fantascienza che parlano di viaggi nel tempo in un tempo ancora più di merda di quello attuale, tipo "L'esercito delle 12 scimmie": perché Berlusconi ci governerà, e questo è un vaticinio destinato ad avverarsi puntualmente, sì sì, anzi, si avvera ad ogni secondo ad ogni granello di sabbia che scorre da una parte all'altra della clessidra (come si chiamano le parti della clessidra?).
Fine della storia. Bisogna pensare ad altro. A cose più serie tipo i talebani alla conquista dell'atomica pachistana, i pirati somali, Obama in Turchia, il cd dei Bastard...

Faccio solo un'eccezione ed è per Teledurruti, che mi ha fatto conoscere Carlo. Strepitosa televisione anarchica di Fulvio Abbate. Su Berlusconi e il 25 aprile, quest'uomo ha detto la parola definitiva. Guardate Teledurruti. Sostenete Teledurruti.




E ora un po' di gratificazione sonora.

I want you



Un esempio di poesia futurista per i tempi che sta(va)no cambiando... (ma anche un pretesto per segnalare l'uscita del nuovo disco di Bob Dylan, un disco d'amore, di cui parleremo prossimamente perché non mi piace recensire ciò che non ho letto/ascoltato, come fanno a volte i giornalisti...)

Il becchino colpevole sospira
lo spremiaranci solitario piange
i sassofoni d'argento mi dicono che farei bene a rifiutarti
Le campane incrinate ed i corni stinti
mi soffiano in faccia con disprezzo
Ma non sarà così
Non sono nato per perderti
Ti voglio, ti voglio
ti voglio da morire,
amore, ti voglio

Il politicante ubriaco salta
sulla strada dove madri si lamentano
ed i salvatori dal sonno facile
ti stanno aspettando
Ed io aspetto che facciano cessare
questo mio bere dalla mia tazza incrinata

e che mi chiedano
di spalancarti i cancelli
Ti voglio, ti voglio
ti voglio da morire,
dolcezza, ti voglio

Adesso tutti i miei padri sono caduti
il vero amore, non l'hanno mai conosciuto
Ma tutte le loro figlie mi scaraventano a terra
perchè non me ne curo

Bene, ritorno dalla Regina di Picche
e parlo con la mia cameriera
Lei sa che non ho paura di guardarla
E' buona con me
e non c'è nulla che non veda
Lei sa bene dove mi piacerebbe essere
Ma non importa
Ti voglio, ti voglio,
ti voglio da morire
dolcezza, ti voglio

Adesso il tuo figlio ballerino con il suo vestito cinese
mi ha parlato, io gli ho preso il flauto
No, non sono stato molto cortese,
non è vero?
Ma l'ho fatto perchè mi ha mentito
e perchè ti ha preso in giro
e perchè il tempo era dalla sua parte
E perchè io...
Ti voglio, ti voglio,
ti voglio da morire,
amore, ti voglio

Bob Dylan, 1966

Odifreddi: la religione è infantile

Piergiorgio Odifreddi, ieri a Trento per l'apertura del Filmfestival della montagna.
Brillante, divertente nell'incontro organizzato nel pomeriggio dai laici del Trentino (la laicità, qui, non è mica uno scherzo).
Odifreddi ha sostenuto che la fase religiosa è una fase tutto sommato infantile; il bambino cerca una spiegazione ai grandi dilemmi esistenziali (chi siamo, chi ha creato il mondo ecc.) e la trova nella religione, nel grande disegno divino, nel dio-padre ecc.
A questa seguirebbe una fase adolescenziale, romantica, in cui magari i dogmi della religione non bastano più e il loro posto viene preso dai grandi tormenti e dalle macerazioni esistenziali sul "senso della vita", nonché dalla lettura di Sartre e Dostoevskij.
Ma infine arriva o dovrebbe arrivare una fase adulta, in cui l'uomo si accontenta delle spiegazioni razionali che riesce a darsi (attraverso la scienza), e smette di arrovellarsi sulle domande a cui non riesce a dare risposta.
Personalmente mi sono sentito un pio' chiamato in causa perché io sono precisamente uno di quelli che hanno letto La nausea a 13 anni, solo che non credo di avere mai capito esattamente in cosa consista la "maturità".
Con la ragione si potrebbe anche essere d'accordo con Odifreddi. In effetti il suo ragionamento è abbastanza in linea con l'agnosticismo di Protagora, che riguardo agli dei dichiarava prudentemente: meglio non pronunciarsi. Il punto è che il modello di persona matura o adulta che un certo tipo di razionalisti sembrano avere in mente non è poi così attraente. Voglio dire: quando smetti di interrogarti sulle grandi questioni (e di leggere la grande letteratura) cosa resta? Odifreddi ha la matematica, è un intellettuale. Ma le persone comuni? La nuova macchina, l'i-pod, una bella mangiata, le barzellette, le puttane? E' davvero tutto qui? (ovviamente lo so benissimo che non è tutto qui per Odifreddi e tanti altri, ma il ragionamento va un po' estremizzato...)

E l'arte, ad esempio? E l'etica? E l'estetica? Non sono tutte cose prodotte - almeno in buona parte - dalle "grandi domande"? Non appartengono forse all'età lirica, quella dell'immaturità (per citare Kundera)? Persino il disincanto degli esistenzialisti è "lirico", non ha molto a che vedere con quel - ragionevole - accontentarsi delle risposte che riusciamo a darci di cui parla Odifreddi.
Anche senza credere in un dio creatore o in un dio che muore e risorge o in un giudizio universale o in una vita dopo la morte si può avere non solo un'intensa vita interiore, che non si accontenta dello scorrere lieve della vita, ma persino un'inclinazione al "mistero". Se l'ateismo si limita alla scienza è troppo poco, non fosse altro perché il linguaggio della scienza è estremanente complicato e specialistico. Certo, l'ironia è un'altra preziosa alleata. Ma è sempre poco. E' vero, la chiesa si serve di una simbologia elaborata, di riti suggestivi che possono sembrare assolutamente irragionevoli e persino "pagani" (infatti nel caso delle religioni monoteistiche sono quasi sempre la rielaborazione di qualcosa di preesistente). Ma l'uomo ha bisogno di miti e riti, perché sono questi (perlomeno anche questi) gli strumenti di cui dispone per dare un senso al mondo, per leggerlo, per interpretarlo, per narrarlo. Sartre, Warhol, Jim Morrison (per non dire delle ideologie, della politica) questo tipo di bisogni incarnano (o hanno incarnato). Freud o Darwin non sarebbero bastati.
Poi ogni epoca ha i miti e i riti che si merita. Se i miti e i riti "laici" oggi sono il Suv, il chirurgo plastico, il Grande Fratello o i Family days vuol dire che viviamo tempi molto degradati e in questo degrado ci siamo detro tutti, credenti e non credenti. Curioso infatti che Odifreddi incolpi la televisione di dare man forte alla religione, mentre i credenti fanno un ragionamento uguale e contrario, incolpando la televisione di propugnare una società completamente secolarizzata e appiattita sui peggiori disvalori (individualismo, primato dell'apparire sull'essere ecc.)

In una intervista a un quotidiano locale Odifreddi ha poi ripreso un suo vecchio cavallo di battaglia, dicendo che la democrazia rappresentativa è un sistema di governo superato e molto imperfetto, specie per gestire cose complesse come le guerre o le grandi crisi economiche. Questo perché - spiega il matematico, chiedendo aiuto a Darwin - il meccanismo della selezione, che porta alcuni politici ad essere eletti, non premia necessariamente i migliori, anzi, a volte i peggiori.
E fin qui, di nuovo, non ci piove. Il dubbio è semmai che la soluzione di cui parla Odifreddi sia la più efficace. Che sarebbe "dar voce alla gente", o qualcosa del genere. Non sarebbe più onesto essere sinceramente elitari, a questo punto? Lo sosteneva ieri Ludik riguardo a X Factor: perché lasciare che sia il televoto a decidere? In fondo la gente è la stessa che elegge il politico di turno per i suoi soldi o per i sogni falsi che smercia, che ascolta musica terribile, che si droga di tecnologia da mane a sera...
Qui però casca l'asino, perché tutti noi amiamo la libertà e non vorremmo, al posto della democrazia, un governo aristocratico. E comunque, di quale aristocrazia parleremmo? Quella degli spiriti eletti, dei migliori, o quella dei più ricchi? (in questo caso saremmo sempre lì, a Berlusconi) Quella dei più laici o quella degli unti dal signore?
La possiamo girare come vogliamo ma il motto: "La democrazia è il peggior sistema di governo, a parte tutti gli altri" rimane insuperabile.

In Berlin, by the wall



A Berlino, accanto al muro
eri alta un metro e settantacinque
era molto bello
lume di candela e Dubonnet con ghiaccio

Eravamo in un piccolo cafè
si sentivano le chitarre suonare
era molto bello
Oh, tesoro era il paradiso


Mi sono alzano come al solito sui tocchi delle campane. Mio padre era davanti alla tv. Mi indicò lo schermo. "Guarda", disse. C'erano i berlinesi che scavalcavano il Muro, che lo prendevano a picconate, che stappavano bottiglie di vino spumante. Venti anni fa.
Rimasi freddo, ostentai persino indifferenza. Questo dimostra quanto si possa essere stupidi, a volte. Credo fossi irritato per tre cose: perché la Storia non si era premurata di avvertirmi, prima; perché non l'avessero fatto almeno i miei professori alla facoltà di Scienze politiche (che scienza è una scienza che non riesce a prevedere almeno un evento come questo, con largo anticipo?); perché pensavo che il difficile sarebbe venuto dopo, e presto quegli entusiasmi si sarebbero smorzati.
C'è chi lo pensa anche oggi. C'è chi pensa anche adesso che fosse meglio col Muro in piedi. Andreotti, qualche anno prima della caduta, disse che il Muro doveva rimanere lì. Anche questo erano i democristiani. Lo spaventava la Germania unita. Francamente faccio fatica ad immaginare un popolo meno aggressivo dei tedeschi, ma sarà che non li ho visti in azione.
Il Muro è stato un potente simbolo, evaporato molto in fretta. Ispirò quello che viene considerato il disco più depressivo della storia del rock, "Berlin" di Lou Reed. Ispirò una canzone che ancora adesso viene usata nelle pubblicità, "Heroes", incisa nei celebri Hansa Studios. Bowie e Iggy Pop vissero lì, la new wave italiana cercò a Berlino le sue suggestioni, con Garbo, con Faust'o. Berlino era la nuova frontiera, già post-ideologica, già proiettata negli anni '80, nell'era di Gorbaciov, aperta da "The Wall" dei Pink Floyd, non a caso. Berlino era Christiane F., i ragazzi drogati dello Zoo (il film infatti è anche un grande omaggio alla musica del Bowie berlinese, decadente ed elettronico, a sua volta fortemente ispirato dai Kraftwerk, dalla nouvelle vague tedesca). Poi Berlino è stata quella di Wenders, estetizzante e neoromantica (anche se io i suoi angeli non li ho mai sopportati).

Aprile è il mese più crudele




T. S.ELIOT, LA TERRA DESOLATA

Aprile è il mese più crudele, generando
Lillà da terra morta, confondendo
Memoria e desiderio, eccitando spente radici
Con pioggia della primavera.
L'inverno ci mantenne al caldo, coprendo la terra di neve smemorata,
Nutrendo con secchi tuberi una vita misera.
L'estate ci sorprese, giungendo sullo Starnbergersee
Con uno scroscio di pioggia: noi ci fermammo sotto il colonnato,
E proseguimmo nel sole, nel Hofgarten,
E bevemmo caffè, e parlammo un'ora intera.
Bin gar keine Russin, stamm' aus Litauen, echt deutsch.
E quando eravamo bambini e stavamo presso l'arciduca,
Mio cugino, mi condusse in slitta,
E ne fui atterrita. Mi disse, Marie,
Marie, tieniti forte. E ci lanciammo giù.

Fra le montagne, là ci si sente liberi.
Per la gran parte della notte leggo, d'inverno vado a sud.

Twitter? Ma va là...


Val Sarentino, aprile 2009 - sarchiando il terreno (foto mp)

Terremoto: una testimonianza

Un amico, Lorenzo Rotondi, è stato a Paganica lunedì sera con la colonna mobile della protezione civile trentina. Questa è la sua testimonianza, che pubblico volentieri, perché mi sembra molto bella, sincera e piena di umanità.
Erano le nove di un lunedì qualsiasi, almeno così pensavo finché non mi sono reso conto appieno di quello che era successo poche ore prima, nel cuore della notte, tra le montagne dell’Abruzzo. Un rumore sordo, la terra che trema e centinaia di vite che se ne vanno in mezzo alle rovine di paesi e città. In ufficio il capo mi dice di preparare la valigia e andare al seguito dei soccorsi trentini, in partenza entro poche ore, in mattinata. Devo andare a fare il mio lavoro: documentare quello che è successo.
E’ cominciata così un’esperienza umana che non dimenticherò e una lezione di vita veramente preziosa. Me l’hanno offerta gli uomini della protezione civile trentina e in particolare i Vigili del Fuoco che mi hanno dato un passaggio e con cui ho condiviso buona parte del tempo.
E’ stato un viaggio lungo e lento perché i pesanti camion dell’autocolonna non potevano superare gli ottanta all’ora e spesso dovevano fermarsi per fare il pieno. Già prima di partire mi ha colpito la capacità di decidere al volo quali mezzi inviare, quali attrezzature portare e quanti uomini. Ma questo, alla fine, è il risultato di tanta esperienza, di protocolli collaudati. La lezione vera doveva ancora arrivare.
Per tutto il tempo la radio e le testimonianze dei primi a giungere sul posto facevano rimbalzare fino a noi le prime notizie. Ogni volta che arrivava un aggiornamento si facevano sempre più cupi i contorni della tragedia vissuta dalla popolazione abruzzese. E’ il terremoto, il ruggito della terra, e non dà scampo.
Mentre stiamo per arrivare ci pensa il tempo a dare al paesaggio tinte cupe, un ché di maligno. Ci accoglie un violento temporale e la prima cosa che ti viene in mente è che ci mancava proprio questo; non bastavano i morti, le case sbriciolate, la paura, il freddo.
Dopo dieci ore di strada siamo a Paganica che è ormai notte. E’ buio ma, per fortuna, almeno ha smesso di piovere. Ed è a questo punto che ricevo la mia lezione. La macchina dei soccorsi si mette subito in azione. Qualcuno a montare il campo e gli altri subito a scavare tra le macerie a Onna, uno dei centri più colpiti.
Dopo un viaggio che a noi, persone normali, scendendo dalla macchina fa dire “Che stanco, per fortuna sono arrivato, non vedo l’ora di sdraiarmi un po’ e riposare”, ho visto questi uomini indossare le tute da lavoro, infilare in testa un elmetto e arrampicarsi sui cumuli di sassi in cerca dei sopravvissuti.
Ingenuamente ho chiesto a uno di loro “Ma iniziate subito o aspettate domattina”. “Ci hanno ordinato di iniziare subito – mi ha risposto un giovane vigile – e comunque meglio così. Chi se la sentirebbe di andare a dormire sapendo che là sotto ci sono delle persone”.
Senza lagnarsi o avanzare riserve si sono preparati veloci e in silenzio, hanno preso i ferri del mestiere e ascoltato le disposizioni dei responsabili. Poi sono spariti, inghiottiti dalla distesa di palazzi sventrati, muri crollati, calcinacci, ferri da armatura, macchine sfasciate, effetti personali, fango.
Li ho rivisti la mattina dopo. Hanno lavorato tutta la notte. I più fortunati hanno riposato un paio d’ore. Sono ancora in piena attività. Alfio, il caposquadra, uno dei primi a intervenire, mi accoglie nella sala operativa del campo con un sorriso. Chiede a me come va, se sono riuscito a riposare un pò. Intanto, con i suoi colleghi, aiuta a coordinare gli interventi delle squadre di vigili del fuoco che continuano a partire a arrivare. C’è ancora da scavare, ci sono abitazioni da controllare, c’è da finire di completare il campo perché al più presto possa dare sollievo alla popolazione, c’è da rispondere alle persone che si presentano a chiedere aiuto, c’è da dare conforto a chi ha bisogno anche di una buona parola.
Alfio e i suoi colleghi si muovono con solerzia ma sono tranquilli, ti trasmettono calma. Si fanno carico di drammi umani con il tono e l’approccio giusti, decisi ma garbati. Come la sera prima mi danno sempre l’impressione di sapere esattamente cosa c’è da fare. Intanto nel campo continua febbrile l’attività e io penso che se un giorno dovesse capitare a me vorrei che fossero proprio loro a venire ad aiutarmi.

Lorenzo Rotondi

Terremoto: la protezione civile trentina

Non parole sul terremoto. Che cosa dire? Forse solo che quando si ritrovano inermi di fronte ad eventi incomprensibili, gli uomini a volte danno il meglio di sé. Sono capaci di cose inaudite, come stringersi l'uno all'altro.

Un video è tutto quello che ho: le immagini della Protezione civile trentina in partenza ieri, attorno alle 11, alla volta de L'Aquila. La richiesta era arrivata alle 7 del mattino: 4 ore dopo un'unità mobile composta da 120 persone, 50 mezzi e due elicotteri era già pronta. Io ci ho messo l'intervista. Loro, tutto il resto. La parola "solidarietà" che ho messo fra i tags, per una volta non mi sembra sprecata.

Nico - a tribute (Ferrara, 10 maggio)


Tributo a Nico (Colonia, 1938 - Ibiza, 1988), il 10 maggio a Ferrara.
Se pensi che la musica sia un piacevole intrattenimento, stai alla larga.

All'epoca gli spaccarono la testa

I grandi del pianeta oggi scoprono che c'è del marcio nel capitalismo mondiale selvaggio e computerizzato che hanno spacciato come la grande conquista dell'umanità degli ultimi 30 anni.
Sarkozy si spinge fino a chiedere l'abolizione dei paradisi fiscali.

Tutto questo mi ricorda qualcosa, ma cosa?
Ah, sì, le tesi dei no - global!

Solo che a loro nel 2001 a Genova spaccarono le teste.

Pamuk, Brasov e la città perfetta (5) - down to earth

Foto: il kitsch socialista - Ceausescu

Aldo Busi, nel suo "Seminario sulla gioventù", dice che degli anni della giovinezza non rimane niente, non si ricorda niente. A me sembra vero il contrario. Ogni posto visto, ogni pietra, faccia, pettinatura, vestito, sigaretta, mano. Li senti venire, la notte, l’insonnia li raduna. Sono qui. Non passano mai.

Viaggiavamo nel ventre della notte transilvanica, via da Brasov, lontano dalla città perfetta nel boato del ricordo, destinata a ritornare sottoforma di meta asiatica, ancora più remota, nei miei sogni a venire, per anni e anni e anni, viaggiavamo cullati dal ritmo dell'acciaio sull'acciaio, via da Brasov, indietro verso l'Ovest, l'Occidente, l'Italia, via dai tetti aguzzi e dalle polveri nemmeno tanto sottili, via dalle strade senz'auto e dalle locande, facendo conoscenza con i nostri occasionali compagni di viaggio, divertiti dal libro su Dracula che stavo finalmente leggendo ("è un libro storico", spiegavamo). E in fondo alla notte raggiungemmo il confine.

L'alba si faceva attendere. I doganieri controllarono i passaporti, e con nostro grande stupore ci fecero scendere. No, non potevamo proseguire il viaggio. Perché? Ci spiegarono che avevamo bisogno di un nuovo visto per riattraversare l'Ungheria. "Ma non ci fermiamo, stiamo tornando in Italia!". Niente da fare. Dovevamo tornare indietro, di nuovo tutte le colline e i campi e le anse dei fiumi e le montagne della Transilvania, di nuovo le fabbriche, le miniere, le stazioni, i pali della luce inclinati, il cemento delle periferie, i tubi arruginiti, i depositi, le caserme, indietro fino a Bucarest, dove avremmo richiesto il visto all'ambasciata ungherese. Significava allungare il viaggio forse di una settimana. E nel frattempo avevamo speso tutti i soldi.

Non c'era un'alternativa? Non potevamo fare il visto lì, sul confine? Le guardie rumene si interrogavano. Infine, la sentenza: no, sul treno non si poteva fare. Potevamo forse fare il transit-visa alla frontiera attraversata dalla strada statale, che non si trovava lì, ma in un altro punto del confine, distante, 50, 100 chilometri, più o meno. E come ci si arrivava? Dovevamo dunque prendere un treno locale fino ad Arad, poi un altro fino alla sperduta località di Natlag, e di lì a piedi fino alla frontiera.

Salimmo su una tradotta notturna. La notte non finiva mai. Insetti strisciavano nei campi, pipistrelli si alzavano in volo come nuvole. Il vagone era pieno di operai che si recavano al lavoro, poveri spettri neri. Mi sono svegliato di soprassalto, senza realizzare che mi ero addormentato; ci stavano guardando, quelli seduti, quelli in piedi, tutti con la sigaretta fra le dita nere, tagliate, non so perché, credevo fossero controllori, agitato ho preso fuori di tasca il biglietto e il passaporto allungandoli al primo che mi stava davanti. Mi scrutò interrogativamente. Non erano nessuno, erano solo i pendolari dell'alba, che andavano ad alimentare gli altiforni. Non ci stavano guardando. Stavano pensando ai fatti loro, al paradiso dei lavoratori, agli orti o alle galline, o alla fica, che ne so.

Scendemmo ad Arad. Nella piazza di fronte alla stazione, la solita massima del presidente Ceausescu, sulle magnifiche sorti e progressive. Lasciammo i bagagli in stazione. Prendemmo un altro locale fino a Natlag, il punto di non-ritorno, il paese delle oche.

A Natlag ti controllavano i passaporti appena scendevi dal treno. Era una zona sensibile. Se arrivavi lì, o ci abitavi, a Natlag, o progettavi di scappare, attraverso le paludi. Ci informammo: sì, la frontiera era a pochi chilometri, bisognava attraversare la terra di nessuno. Bastava seguire la strada. Ma servivano delle foto. Avevamo le foto? No? In paese c'era un fotografo.

Natlag una visione rurale nella luce lattiginosa del mattino. Oche e strade sterrate. Trovammo il fotografo, un vecchietto piacevolemente sorpreso della nostra venuta. Aveva una vecchia macchina fotografica montata su un trepiede, delle gigantografie da usare come sfondi. Facemmo queste immagini di viaggio nel tempo, questi scatti professionali del 1940, poi ancora oche, nuvole, pozzanghere, treno, di ritorno ad Arad, a prendere i nostri bagagli, e quindi again sul lento convoglio pendolare, avanti e avanti nella pianura...

Arrivammo per la seconda volta a Natlag. Ci incamminammo sul ciglio della strada, ogni tanto lo spostamento d'aria di un camion, oche e uccelli sulle paludi asciugate dal sole estivo, lì la terra era davvero piatta. In fondo, finalmente, la frontiera ungherese. Sembrava mancasse ancora qualcosa, un turco lo stavano tartassando, più in là, gli facevano il culo, alla fine la sbarra si solleva, sentiamo le fanfare nelle orecchie, "ora ci arrestano", lasciamo la Romania con gli zaini in spalla, addio, addio, addio, addio!
Di là della linea di fuoco c'è un trenino fino a Szeghed, Seghedino. In stazione una coppia dalla Germania Est, dalla DDR in vacanza in Romania, questo gli era toccato in sorte, vacanze in Romania. E poi Budapest, colazione, l'occhio che affoga nel cappuccino, lo scazzo finale, per tutto quel tempo passato assieme, io e Luca, la voce che si alza, nel caos del troppo sonno, nel rumore, il labirinto, rumore di poco sonno nell'orecchio. E ancora, ancora treno, l'Italia, Venezia, ubriachi, sbattendo per il sonno sui vetri, le porte, i portabagagli, i controllori, lo stupore di ritrovarmi nella valle dell'Adige, le nostre montagne, ordinate, terrazzate, infine a casa, tre giorni e tre notti senza dormire.

"E allora?", mi chiesero, appena entrato. "Com'è?".
Avrebbero accettato la mancanza di libertà, la censura, Ceausescu, il kitsch, avrebbero accettato paludi, oche, fare qualche fila, ma non si ripresero quando dissi che erano più poveri di noi. Quindi non era propaganda.
Del resto, alla fin fine, mio padre non era mai stato comunista, ma socialista.
Dormii tutto il giorno. Mia madre mi svegliò per la cena, gridai: "Siamo in Italia?"
Non capivano tanta agitazione.
Scrissi una poesia.
Non so dove l'ho messa. Sono passati quasi 25 anni. Diceva (se ricordo bene, almeno l'inizio):

Tutti i posti stanno vicino al confine

sia di tetti aguzzi o profilo cesariano

sia morto di taglio cesareo

siamo stati fin lì.

Poi scrissi loro delle lettere, e ci perdemmo. Qualche anno dopo, la rivolta, cade Ceausescu, viene ucciso assieme alla moglie, parlano di un tesoro, di ricchezze nascoste, ma in verità lui aveva addosso un cappottino. Secondo me lo fecero fuori perché c'era mezza società rumena collusa. Come con Mussolini. Uccidi il capo per coprire tutti gli altri. Ma Herta Muller nei suoi libri parla di questi altri. Dei piccoli funzionari del partito che estorcevano alle donne favori sessuali per rilasciare un visto o portare avanti una pratica, di studentesse spinte al suicidio da un regime più ottuso che realmente criminale, di gente - come lei - licenziata dalle fabbriche di stato perché non accettava di collaborare con la polizia segreta, la Securitate, e poi di pregiudizi, miserie contadine, frattaglie di animali, prugne verdi, cuoricini d'oro nascosti negli orifizi del corpo e contrabbandati attraverso la frontiera ungherese. No, Ceausescu non aveva fatto l'uomo nuovo. L'uomo rimane la bestia solita, che sappiamo, nonostante i regimi, le ideologie, le religioni, l'uomo generalmente rimane quella cosa lì.

Ho pensato a Brasov dopo aver letto Neve, di Orhan Pamuk. Ambientato in un'altra città né grande né piccola, una città di provincia, fra colline o montagne, recinti di pecore, attraversata da strade più o meno asfaltate. Mi ha accompagnato durante la lezione del ricordo la lettura di un altro libro, Il paese delle prugne verdi, di Herta Muller, pubblicato quest'anno da Keller ed. , una casa editrice di Rovereto. Non c'è nulla di drammatico nel mio ricordo, nulla come il golpe degli attori di Pamuk o il suicidio della Muller.

Ora che ho finito mi accorgo che dovrei mettermi in viaggio.

Però attenzione. Attenzione, attenzione, attenzione. C'è miseria anche di qua. Ci sono trapianti di capelli e scarpe col rialzo, barzellette sui desaparecidos, disprezzo del Parlamento, "Mussolini un grande statista", "italiani brava gente", c'è chi pensa che i rumeni siano mostri e c'è chi sfrutta il loro lavoro come ai tempi di Ceausescu, c'é chi licenzia, chi lascia bruciare gli operai nelle sue fabbriche, chi traffica in donne, chi stupra bambini, c'è chi ha giocato in borsa fino a consumarsi gli indici, c'è chi si è rifatta le tette per il Grande Fratello, c'è chi ritrova pezzi d'uomo nelle reti da pesca e li ributta in mare, c'è chi uccide i parenti e dà la colpa agli albanesi, c'è chi mena la moglie, chi fa il figo con la coca, chi beve l'acqua santa del Po, chi tocca il culo alle hostess, chi non paga le tasse, chi se ne vanta pure, chi commissiona omicidi, chi "è colpa di Saviano!", c'è chi ti imbonisce, chi ti sorride ad alta definizione, chi ti obbliga a vivere anche se vorresti morire, chi ti obbliga a morire anche se vorresti vivere, c'è chi frega sul conto, chi t'incula con garbo, c'è il rifiuto nascosto, la terra avvelenata, la ronda padana, la mosca cocchiera, attenzione, attenzione, c'è anche di qua, di qua della linea.