AMMORE (love songs for Valentine' day)


Visto che si avvicina San Valentino (i like it, expecially because it is...il mio compleanno, ebbene sì...), ecco un breve elenco di canzoni d'amore (si sa che i fissati con la musica amano gli elenchi). Non le più belle, né le più famose. Only songs. Per tutte le specie d'amore, nessuna esclusa (come cantavano i Velvet Underground).

I don't have much money, but boy if I did, I'd buy a big house where we both could live...
So che non è molto, ma è quanto di meglio io possa fare
il mio regalo è la mia canzone, e questa è per te.

Era Elton John all'inizio della sua carriera, e questa canzone, Your song, ...beh, è bellissima. Così bella che ha accompagnato, recentemente, un film di successo come Moulin Rouge (la bella era Nicole Kidman). Io la dedico a Roberta (la faccenda dei pochi soldi è particolarmente autobiografica...)

Brian Ferry dei Roxi Music invece è schiavo d'amore. Amore fashion, sensuale, torbido come la pellicola di Roman Polansky che ha utilizzato questa canzone, Luna di fiele. Brian è un vero divo, uno che vive dall'altra parte della luna rispetto ai comuni mortali...chissà come si sta.

Prendimi adesso baby, qui come sono, stringimi forte, prova a capire, il desiderio è forte è il fuoco che respiro, l'amore è un banchetto sul quale ci sfamiamo.
Vieni, ora, prova a capire, come mi sento quando sono nelle tue mani.
Prendi la mia mano, vieni al riparo, loro non possono ferirti, ora...
Perché la notte appartiene agli amanti,
perché la notte appartiene al desiderio,
perché la notte appartiene agli amanti,
perché la notte appartiene a noi.

Questa la scrisse Bruce Springsteen, la portò al successo Patti Smith, la regina del punk newyorkese, una che mescolava Rimbaud all'elettricità del rock sul palco del Cbgb's. Non ce n'è stata un'altra come lei.

Because the night appartiene a NOI!

E vicino al fuoco di Patti Smith come non mettere quello del re lucertola, Jim Morrison, il Dioniso del rock, il leader dei Doors? Questa canzone, Light my fire, cercarono di censurarla all'Ed Sullivan Show. Jim se ne fregò, e anzi, calcò l'accento su quell'higer (...più in alto, pensavano fosse un riferimento alla droga).

Vieni ragazza, accendi il mio fuoco...

Amore spirituale. Sono gli Urban Species, un gruppo classificato acid jazz dei primi '90. Peccato siano spariti. Questa canzone, poi diventata un jingle (fottuti creativi), per me è una delle migliori di tutti i tempi. Il video non le rende giustizia. Spiritual Love, dall'album Listen.

Amore come possesso.

Ogni movimento che farai,
Ogni promessa che tradirai,
Ogni sorriso che fingerai,
Ogni barriera che innalzerai,
Io sarò lì a guardarti.

Sono i Police, Every breath you take appartiene al loro ultimo periodo. Sting affronta così il mal d'amore. Si riscatterà nel suo primo album solista, con If you love somebody, set them free. Ma il pezzo, per quanto bello, non sarà così bello. Del resto, la gelosia è una fonte di ispirazione potentissima.

Mitico invece Bob Marley, il re del reggae. Ricorda i momenti belli passati con la sua donna, i raduni a Trenchtown, davanti alla casa del governatore, osservando gli ipocriti mischiarsi alla gente in gamba, amore e protesta, amore e amicizia, amore e comunità. In questo grande futuro, non puoi dimenticare il tuo passato (questo verso piacerebbe anche a Bossi...).
Ma...
e quando io non ci sarò più
tutto andrà bene...
così, asciuga le tue lacrime...

L'amore può anche essere trasgressivo. Ad esempio, si può rompere lo schema binario, introducendo un terzo elemento, ed ecco il numero dispari. Si potrebbe trattare di bisogno d'amore, in fondo...
E il solo pensarle, quelle mani, di lei, di lui...può essere un pensiero stupendo.
Qui Patty Pravo era a Domenica In, nel 1978. Non disprezzate. Ci voleva faccia tosta per cantare una canzone del genere nell'Italia andreottiana.

Il maestro della tragressione, invece, il Lou Reed approdato alla corte di Bowie, incise nel 1972 un pezzo meravigliosamente romantico su una giornata perfetta passata a dare da mangiare agli animali dello zoo, poi un cinema e infine a casa. Riscoperta in mille modi, dalla pubblicità, da Pavarotti, dal regista di Trainspotting (che cinicamente l'accoppia ad una scena d'overdose), rimane un brano dolcissimo, che continua a regalare grandi emozioni. Qui Perfect day è cantata a più voci da tanti artisti diversi.
Raccoglierai ciò che hai seminato...

Anche Bob Dylan raccoglie ciò che ha seminato, ovvero un divorzio. Ma mentre il suo matrimonio va a rotoli trova l'ispirazione per scrivere alla moglie una ballada immacolata come Sara, inclusa nell'album Desire (quello di Hurricane).

Lo stile di Paolo Conte è diverso. Alla donna che sta entrando nella sua vita, con una valigia piena di perplessità...

Libertà e perline colorate
ecco quello che io ti darò
e la sensualità delle vite disperate...
e una doccia ai bagni diurni, che sono degli abissi di tiepidità...

Che ironia sopraffina, che conoscenza della vita. Conte è demodé senza darlo a vedere, se io fossi una donna non avrei il coraggio di dire di no a una faccia così...

Infine un Tom Waits d'annata. La canzone non la canta più, ma Blue valentine rimane un pezzo così randagio e struggente...

and I die a little more on each st. valentine day
remember that I promised
I would write you...
these blue valentines blue valentines blue valentines

Ecco fatto, buona visione e buoni ascolti. Per ogni specie d'amore. Per uomini, donne, animali, dei, alberi, nuvole, libri, cantine, idee, diamanti, luoghi, ricordi, blog, sorrisi, piedi, mani, pensieri, uova.

(The Who)
Umberto Eco, Claudio Magris, Gae Aulenti, Salvatore Veca...
sono alcuni dei firmatari dell'appello Rompiamo il silenzio, che sta girando sulla rete (io l'ho trovato su Repubblica).
Condivido molti dei passaggi dell'appello, a partire da quello che denuncia il continuo ricorso alla demagogia nel discorso politico e nell'azione di governo.
"La demagogia è il rovesciamento del rapporto democratico tra governanti e governati. La sua massima è: il potere scende dall’alto e il consenso si fa salire dal basso. ll primo suo segnale è la caduta di rappresentatività del Parlamento."
Condivido anche questi passaggi sulla separazione dei poteri e la laicità.
"La separazione dei poteri è fondamento di ogni regime che teme il dispotismo, ma la demagogia le è nemica, perché per essa il potere deve scorrere senza limiti dall’alto al basso. Così, l’autonomia della funzione giudiziaria è minacciata; così il presidenzialismo all’italiana, cioè senza contrappesi e controlli, è oggetto di desiderio.
Ci sono però altre separazioni, anche più importanti, che sono travolte: tra politica, economia, cultura, e informazione; tra pubblico e privato; tra Stato e Chiesa. L’intreccio tra questi fattori della vita collettiva, da cui nascono collusioni e concentrazioni di potere, spesso invisibili e sempre inconfessabili, è la vera, grande anomalia del nostro Paese. Economia, politica, informazione, cultura, religione si alimentano reciprocamente: crescono, si compromettono e si corrompono l’una con l’altra. I grandi temi delle incompatibilità, dei conflitti d’interesse, dell’ etica pubblica, della laicità riguardano queste separazioni di potere e sono tanto meno presenti nell’agenda politica quanto più se ne parla a vanvera."
Il testo completo è qui, assieme al modulo da firmare.
E come cantavano i Clash in Know your rights...
Sei avvertito
che ogni cosa dirai potrebbe essere e sarà usata
come prova contro di te.
Scappa!

Oh baby baby it's a wild world (parola di Yusuf Islam)

Il prossimo pezzo affidato da X Factor ai Bastard Sons of Dioniso è Wild World di Cat Stevens. Spero si accorgano che questo non è un pezzo da bastardi, e ne traggano le dovute conseguenze.


Cat Stevens dev'essere una brava persona. Comunque sia, questa è l'impressione che mi ha sempre fatto. Uno di quei cantautori degli anni '70, come Bruce Cockburn, il povero Nick Drake, lo stesso John Martyn, scomparso solo qualche giorno fa. Gente di cuore e di melodia, lontana dal lato più sfrenato del rock 'n' roll, capace di esplorare gli anfratti, di passare un pomeriggio di pioggia in un solaio, un pomeriggio di sole a guardare la polvere che danza su un raggio.
Mezzo greco-cipriota e mezzo svedese, cresciuto nella swingin' London, bello quanto basta per far battere più veloce il cuore delle fans arpeggiando con la sua chitarra, baciato dal successo prima con composizioni commerciali e poi, nel 1971, con un disco magnifico, che incanta in pari misura critica e pubblico, Tea for the Tillerman, Cat Stevens non poteva che sembrare all'epoca un candidato piuttosto improbabile alla conversione religiosa. E che conversione! Si fosse trattato di un vago misticismo lisergico alla George Harrison ok, di una transitoria infatuazione per la croce come quella che conobbe anche il Bob Dylan di Slow train coming e Saved, pazienza, ma qui parliamo di Islam, ed Islam vero. Infatti fra la fine dei selvaggi '70 e l'inizio degli oscuri '80 il buon Stephen Demetre Georgiou (questo il suo vero nome) abbraccia la fede di Maometto e diventa Yusuf Islam. Pare vi sia stato all'origine un voto fatto dopo essere scampato a un annegamento a Malibù. Mah! Davvero ci vuole così poco, per diventare credenti? Dopo di allora, musicalmente parlando, il buio o quasi. Ufficialmente perché la nuova religione gli vieta di fare mercimonio delle sue doti canore. Seguono l'apertura di una scuola islamica a Londra, varie iniziative benefiche o a sfondo religioso, una polemica nel 1989 per avere appoggiato la Fatwah contro Salman Rushdie (fosse vero, sarebbe grave, ma sul suo vivere l'Islam sono state raccontate anche molte palle), uno spiacevole episodio nel 2004 quando, volando verso gli States, scopre di essere sulla lista nera degli Usa, compilata dopo l'11 settembre: l'aereo su cui viaggia è costretto a cambiare rotta (pensavano che fosse diventato un dirottatore? Ah, la stupidità dei servizi di sicurezza!). Infine, recentemente, un timido ritorno alle scene, con la barba bianca di un vecchio profeta, gli occhiali e poco clamore. Ultime iniziative pubbliche: la partecipazione ad un disco i cui proventi andranno in beneficenza per le vittime delle guerra in Bosnia e la cover di un pezzo di George Harrison, The Day the World Gets 'Round, anche qui per destinare l'incasso ai bambini di Gaza, attraverso l'Onu e Save the Childrens. Sembra proprio che in questo modo Yusuf Islam sia riuscito a conciliare musica e fede.

Da cosa è scappato Cat Steves, quando ha deciso di smettere di cantare? Dai fantasmi della fama, dal calo dell'ispirazione? Dal padre (quello di cui parla in Father and Son, una delle canzoni più belle sull'argomento che mai siano state scritte? Ne ho parlato nel mio Music Box, per favore, andate a leggere).
Probabilmente non lo sapremo mai. Di certo, si direbbe abbia trovato la pace.

Wild World è la canzone di un romantico. La canzone di un uomo che non rinfaccia alla sua donna di averlo lasciato, anche se soffre. Di un amante che si sente in dovere di mettere in guardia la sua amata, anche se lei si sta allontanando da lui. Non la minaccia, non coltiva pensieri di vendetta, non le impone il burka né il suo ricordo minaccioso, come farà Sting in Every breath you take. L'avveisa che il mondo, là fuori, è un mondo crudele, un mondo selvaggio, mentre lei è solo una bambina, lui la ricorderà così, per sempre, come una bambina.
Ecco, cosa avevo dentro ci sono arrivato, amante è solo chi ama, non quello che è amato. Per questo son fortunato. Più di te, più di te” (Lucio Dalla)

Tesoro ti amo
ma se vuoi andartene,
abbi cura di te.
Spero che troverai tanti amici simpatici là fuori
ma ricorda solo che ce ne sono molti di cattivi,
stà in guardia.
(Wild World - Cat Stevens, 1971).

Religions

Figure di preti nella letteratura che mi sono simpatiche: don Camillo no, proprio no, se la cavava sempre troppo bene e troppo a buon mercato; Guglielmo da Baskerville? Eh, per forza, fossero tutti così "ragionevoli"... Il curato di campagna di Bernanos? Eccome, almeno dimostra che la fede non è la risposta a tutto e che i credenti rosolano sullo spiedo esattamente come i senza dio. Uno che mi ricordo particolarmente bene è il gesuita di Underworld di Don De Lillo, padre Paulus, che fa la predica al protagonista, Nick Shay, in riformatorio: "Talvolta credo che l'educazione che dispensiamo qui sia più adatta a un cinquantenne che ha capito di avere mancato il bersaglio al primo giro. Troppe idee astratte..." (e poi via con le cinquanta parole utili per descrivere una comunissima scarpa, andatevele a leggere qui e rimpiangerete che oggi a scuola non ci siano più figure del genere e il loro posto sia stato preso da computer e telefonini)

Tutto questo per introdurre il blog più peso che abbia scritto finora, ovviamente.
Ho pensato spesso di scrivere qualcosa sulla religione. Non perché sia determinante far sapere al mondo ciò in cui credo io. Ma perché pronunciarsi su questo punto dovrebbe essere una sorta di "dogma laico di buona cittadinanza", al quale tutti, almeno una volta nella vita, dovrebbero attenersi. Dopotutto, se escludiamo dio dalla conversazione, abbiamo bisogno di un argomento veramente importante per riempire il buco, no? Qualcosa che non siano le vicende di un calciatore con un imbarazzante nome escatologico, o di qualche ragazzotto rinchiuso in una casa piena di telecamere con l'input di non dire nulla di minimamente intelligente. Leonardo - che tiene il miglior blog abbia trovato io finora sulla rete - lo ha fatto, e quindi a me non resta che tentare di chiosarlo, con qualche premessa ed evitando accuratamente le questioni di carattere linguistico (che sono puro formalismo. Anche se per altri versi ha ragione padre Paulus a ricordarci che le cose ci restano nascoste perché non conosciamo il loro nome).
La prima premessa è che ho conosciuto preti di tutti i generi, e questo mi ha vaccinato da un generico anticlericalismo. Dirò di più: ho conosciuto preti molto in gamba! In Africa, ad esempio. Certo, ho conosciuto anche quelli che pensano che Pinochet sia stata una brava persona e abbia fatto molto per le università del Cile (ho sentito veramente queste parole ed è una di quelle circostanze in cui, appunto, le parole pesano come macigni). Ma, onestamente, con molti di loro ci potrei andare molto d'accordo. Ci vado molto d'accordo. Sono persone che conducono una vita che mi piace: avventurosa e piena di senso. Sono persone che non si fissano sull'ultimo modello di cellulare o di tv al plasma, e di questi tempi è già una gran cosa. Sono persone più di sinistra di tanti Pd-ini, se per sinistra intendiamo stare dalla parte dei poveri e degli oppressi, non dei salotti buoni o dei banchieri .

La seconda riguarda la mia educazione. Non ho ricevuto un'educazione particolarmente religiosa, ma neanche anticlericale. Suppongo sia stato un vantaggio. Mia madre venne allevata dalle suore - era rimasta orfana - e non ne conservava un buon ricordo. Diciamola tutta: ricordava le loro crudeltà. Ma mi ha battezzato e non mi ha impedito di andare in chiesa, finchè ci sono voluto andare (sulla spinta dell'emulazione, secondo la ben nota tesi per la quale "il 90% per cento dell'umanità non può essersi sbagliata..." ecc.). Questo mi ha permesso di avvicinarmi serenamente alla parrocchia - come tanti ragazzi italiani - e serenamemente prendere da essa congedo, quando mi sono reso conto di non avere fede.

Il risultato è che non ho mai odiato le religioni. Anzi, le ritengo uno dei prodotti più alti dell'ingegno umano, nel bene e nel male. Le religioni sono dense di significato. Le religioni sono pregne di metafore sulla vita, sui rapporti fra gli esseri umani, su questioni come il potere, la libertà, la legge, l'amore, la natura. Le religioni sono performative: producono regole, sono il contrario dell'anomia. Possono far crollare delle civiltà basate sull'istituto della schiavitù (successe ai Romani) e possono istituzionalizzare la schiavitù (se ne avvantaggiarono gli spagnoli e poi tutti gli europei - assieme ai loro cugini americani - per un arco di tempo di qualche secolo. A scapito degli africani). Le religioni predispongono a vedere ciò che non è immediatamente visibile o comunque percepibile con i cinque sensi: sono contigue all'arte, alla poesia. Le religioni producono (a volte) igiene mentale, sono estremamente rilassanti e ti mettono in pace con il mondo. Altre volte è il contrario: possono spingerti a fare cose faticose e nobilissime, quelle cose che nessun partito e nessuna ideologia riescono oggi a cavar fuori dall'essere umano medio, tipo sacrificarsi per gli altri, fino a morire per gli altri (sull'esempio di Cristo). Le religioni, infine, hanno indirizzato gli sforzi dell'umanità verso la produzione di beni duraturi e di pregevolissima fattura: senza di esse avremmo solo acquedotti, strade, qualche castello qui e là. Ma riuscireste ad immaginare il paesaggio europeo senza le cattedrali e le pievi di campagna?

Insomma, le religioni, per quanto mi riguarda, sono affascinanti. Sia quelle che mi piacciono di più - come il cristianesimo o il buddismo (peraltro lontanissime fra loro) - sia quelle che mi piacciono o che capisco di meno, come l'islam o l'induismo (non è vero che tutte le religioni sono uguali o contengono gli stessi valori di fondo: questo è uno stupido luogo comune e non ha niente a che vedere con l'ecumenismo serio, che è confronto, sì, ma non annullamento delle differenze).

E' che io sono in difficoltà con dio in sé, ecco. E' che l'idea di un essere superiore che abbia creato questo pasticcio per un fine noto a lui solo mi sembra semplicemente inattendibile. Perché mai avrebbe dovuto farlo? Se fosse un essere non dico onnipotente ma perlomeno intelligente, come lo dipingono, avrebbe dovuto sforzarsi di dare il meglio di sé, giusto? Chi di noi farebbe un lavoro importante con i piedi? Voglio dire, se devo prendere questa faccenda per buona, posso solo sperare che una volta fatto tesoro dei suoi errori abbia realizzato qualcosa di più decente altrove. Sì: se il mito della creazione è un mito, una raffinata metafora, mi sta bene. Se dobbiamo crederci sul serio, riconosco che la scienza non ha prodotto una spiegazione molto migliore (il big-bang? ma andiamo...), però, come sosteneva il mio prof. di tedesco delle medie, "il fatto che non sappiamo una cosa non ci autorizza a fare delle illazioni."

Ma il mio problema con le religioni non si ferma alla Genesi. C'è che le religioni - gran parte di esse - propugnano l'idea di un dio che si immischia nelle faccende degli uomini. Certo, non con la stessa frequenza o intensità degli dei dell'antico Olimpo, ma insomma Lourdes o Fatima ci si avvicinano parecchio. Mi chiedo: con quale criterio? Con quale criterio dio dovrebbe decidere di guarire quella persona, o di resuscitare la buonanima di Lazzaro, lasciando colare a picco milioni altri? Se ci fosse un dio così, sarebbe un dio capriccioso, umorale, crudele, il dio-coccodrillo di cui parla Fritz Zorn, quello che ha creato i crematori e le pietre di tortura (le pietre di tortura sono un'immagine di Céline, veramente...). Un dio così preferirei non incontrarlo mai in un vicolo buio. Oppure sarei costretto ad adorarlo per la sua perfetta imperscrutabilità (che è poi ciò che le religioni ci chiedono di fare quando concludono che la volontà di dio è inconoscibile e noi dobbiamo solamente chinare il capo davanti ad essa come i condannati davanti alla gigliottina).

So che i teologi dispongono di buoni argomenti per contro-argomentare. O forse no? Cito dall'ultimo Micromega Vito Mancuso, che insegna teologia all'Università San Raffaele di Milano: "Le argomentazioni tradizionali (ovvero quella ontologica e quella cosmologica ndr) del cattolicesimo per fondare il discorso su dio non tengono più (...). E' questo stato di cose, del tutto interiore alla teologia, il principale motivo che tanto preoccupa Benedetto XVI. Se la chiesa cattolica a partire dall'epoca moderna avesse studiato seriamente e amorevolmente le obiezioni della scienza e della filosofia invece di reprimerle con la violenza (intellettuale, mediante l'Indice dei libri proibiti, e fisica, mediante la tortura e l'uccisione dei dissidenti) contrapponendovi un'apologetica astratta, incapace di parlare con frutto alla coscienza moderna, oggi la situazione spirituale dell'Occidente sarebbe un po' migliore". E se questo vale per il cattolicesimo, cosa dovremmo dire dell'universo-Islam, dove i conflitti fra religione e modernità deflagrano giorno dopo giorno con una violenza devastante?

Va da sé che gli atei a volte sono più irritanti degli stessi credenti nel difendere le loro tesi granitiche. Peraltro bisogna essere indulgenti con loro: sono una minoranza discriminata. Io mi ritengo un agnostico. Chiariamo. Agnostico non è uno che "non si pone il problema", come spesso si sostiene, scioccamente. Non porsi il problema dei problemi, ovvero chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo? Bisognerebbe essere più abbruttiti di un cinghiale. Diciamo agnostico alla maniera di Protagora. Protagora, filosofo presocratico noto per avere affermato che l'uomo è la misura di tutte le cose, quelle che sono in quanto sono e quelle che non sono in quanto non sono. In due parole, non si può dare di dio un discorso "umano" (razionale, logico, falsificabile, per dirla con Popper), sia che dio esista sia che non esista. Perché la dimensione di dio è per definizione ultra-umana, quindi inconoscibile. Oppure, al contrario, non si può dare di dio che un discorso "umano" (limitato, parziale, terra-terra) sia che dio esista sia che dio non esista. Perché la dimensione dell'uomo è per definizione umana, e l'uomo non può conoscere che ciò che rimane alla sua portata.
Mi rendo conto che in questo modo faccio un bel falò dei profeti e dei loro Libri, ma tant'è, rimangono pur sempre straordinaria letteratura. Mi rendo anche conto che in questo modo confino la fede al solo elemento "mistico", e quindi, in definitiva, aleatorio. Sì, penso che la fede sia precisamente questo.

Insomma: conoscere dio attarverso la ragione mi sembra chiaramente una pretesa assurda. Non c'è nulla ma proprio nulla di ragionevole nell'idea di dio (con tutte le sue raffinate complicazioni, compresa quella trinitaria). Semmai, ecco, uno slancio, una tensione, forse un'ebbrezza. Che o ce l'hai (perché è innata in te, perché ti hanno educato ad averla, perché Dio ti è apparso sulla via di Damasco), o te la procuri. Per tutti gli altri c'è il passo indietro degli agnostici e un po' più in là la negazione secca degli atei. Che non significa - lo ripeto ancora una volta - ostilità nei confronti delle religiosi e dei valori che esse sottendono. Né significa necessariamente materialismo (a dir la verità, molti dei credenti che conosco sono schifosamente materialisti, e molti degli atei che conosco sono persone assolutamente spirituali).

In definitiva, credo soprattutto, senza alcuna pretesa di originalità, che la religiose sia una panacea, un linimento. Nei confronti di cosa? Della paura della morte. Che è poi l'orrore della condizione umana in quanto tale (finitezza, mancanza di scopo, la scomparsa individuale come destino finale). Edgar Morin ne scrisse ne L'uomo e la morte. Morin non è uno scienziato vero e proprio, perché salta di palo in frasca, scrive di qualsiasi argomento sul quale ritenga di avere qualcosa da dire. Perciò dice cose così interessanti. Fosse nato un po' dopo, sarebbe un buon blogger. L'antropologia classica diceva un po' le stesse cose. Prima degli dei, non esisteva forse un universo di credenze magico-religiose? E le religioni istituzionali non hanno forse ereditato quell'universo? Perché festeggiamo il Natale il 25 dicembre? Perché lo festeggiamo con l'albero? Solo che l'antropologia classica, quella del Ramo d'oro frazeriano, per intenderci, poneva questa consapevolezza al servizio dell'evoluzionismo. Come dire: poi siamo arrivati noi popoli civilizzati con il nostro cristianesimo e abbiamo dato una sistemata al tutto. Mi chiedo sempre perché non ne abbiano tratto la conclusione più logica cioè: religioni rivelate, culti "apocrifi" o pagani, magia sono sullo stesso piano, rispondono agli stessi bisogni psicologici. E il bisogno dei bisogni dell'essere umano è quello di essere rassicurato sulla morte.

Clash: combat-rock contro l'integralismo

Della serie: storia della musica. Il nuovo brano affidato da X Factor ai Bastard sons of Dioniso è Rock the Kasbah dei Clash.

1982. Esce Combat rock, di fatto l'ultimo vero album dei Clash, la band "storica" del punk inglese assieme ai Sex Pistols, ai Buzzcocks, ai Damned e a pochi altri (il successivo Cut the Crap, sarà di fatto un lavoro del solo Joe Strummer e non lascerà traccia nel cuore dei fan). Nonostante siano nella fase finale della loro carriera, i Clash realizzano un disco di grandissimo impatto, che alterna pezzi per così dire "commerciali" - ma sempre di qualità - come Should i stay o should i go e, appunto, ROCK THE KASBAH, ad altri più difficili come Straight to hell o la bellissima Ghetto defendant, con la voce salmodiante di Allen Ginsberg (il poeta della beat generation salirà sul palco assieme alla band nei concerti di New York). Rock the Kasbah (la cui paternità spetta soprattutto al batterista Topper Headon) è ispirata alla censura della musica rock imposta all'epoca dall’ayatollah Khomeini in Iran, anche se il testo non menziona un paese specifico e mescola termini arabi, ebrei, hindi e nordafricani come sharif, bedouin, sheikh, kosher, raga, muezzin e casbah. In pratica, una canzone contro l'integralismo, per dirla con il linguaggio di oggi. Nel video un rabbino e uno sceicco che se ne vanno a zonzo per il deserto tracannando wishky, per approdare infine ad un concerto, ovviamente dei Clash. Alcol e anarchia nelle terre sante, meticciati musicali, fratellanza cementata dal ritmo, dal ballo, dal sudore. Paul Simonon è in uniforme, Mick Jones ha la maschera antigas; dietro i pozzi petroliferi pompano il maledetto oro nero, mentre jets militari sfrecciano sopra le teste e un armadillo è sempre tra i piedi.

Su ordine del profeta abbiamo bandito questa musica boogie
che faceva degenerare il fedele (...)
Il re ha richiamato i suoi piloti
ha detto loro di guadagnarsi lo stipendio
e sganciare le bombe in mezzo ai minareti giù sulla Kasbah.
Non appena lo sceriffo* è stato portato laggiù i piloti del jet

hanno sintonizzato la radio dell’abitacolo,
che ha cominciato a suonare,
i piloti del jet si sono messi a cantare (...)

Allo sceriffo* non piace il rock della Kasbah, il rock della Kasbah...

(* per i musulmani è il discendente di Maometto, ed è anche sinonimo di "nobile")

Viene considerato un pezzo leggero, rispetto ad altre cose dei Clash (si tenga presente che il loro album precedente era intitolato Sandinista, mi spiego?) un pezzo fatto per ballare, ma onestamente: chi non vorrebbe che il rock avesse questo potere? Chi non vorrebbe che una canzone avesse fermato la mano dei dirottatori dell'11 settembre o i piloti che hanno sganciato il fosforo bianco su Gaza? Chi non vorrebbe che fosse proprio una canzone così a seppellire per sempre i lefebvriani? Chi non vorrebbe ballare il rock della Kasbah?
Rachid Taha ne ha incisa una versione in arabo.

Space Oddity

(della serie: un po' di storia della musica - successe 40 anni fa)

Era il 1969. L'Apollo 11 raggiungeva la Luna, Neil Armstrong, staccandosi dalla scaletta, compiva il suo piccolo balzo per un uomo, balzo enorme per l'umanità. Nessun parallelepipedo in vista, per ora; del resto, la data del contatto profetizzato da Kubrick nel suo "2001 odissea nello spazio" è ancora lontana.

In quell'anno David Bowie pubblicò il suo secondo Lp, Space Oddity. Un disco acerbo, che conteneva tuttavia il primo dei suoi celebri personaggi "spaziali", Major Tom, il maggiore Tom al quale la torre di controllo lancia messaggi ansiogeni, "prendi le tue pillole di proteine e mettiti il casco..."
Ma questi non sono gli anni '40 e nemmeno i '50; è l'ultimo scorcio del decennio psichedelico, il decennio della protesta, del sogno e della disillusione. Il maggiore Tom esce dalla navicella, inizia a galleggiare nell'abisso siderale. Il pianeta terra è l'arancia blu e "non c'è niente che io possa fare."
Come un sommozzatore stregato dagli abissi marini, come un fumatore d'oppio che contempla il mondo dal suo lettino, l'astronauta si sente molto tranquillo, pensa che la sua astronave sappia dove andare. Un ultimo messaggio alla torre di controllo: "Dite a mia moglie che l'amo. Lei lo sa."
Poi la comunicazione si interrompe. Non resta che ascoltare l'appello insistente della torre di controllo: "Puoi sentirmi, Major Tom? Puoi sentirmi, Major Tom?".

In viaggio era iniziato. Oltre lo spazio conosciuto si aprivano nuove dimensioni, nuovo modi di essere, di vestire, di truccarsi, di cantare, di amare. Presto per Bowie sarebbe arrivata la stagione del glam rock, e avrebbe preso forma il personaggio-chiave della prima parte della sua carriera, Ziggy Stardust (e il suo doppio, Lady Stardust), mentre la tv avrebbe annunciato che il pianeta terra che aveva soltanto altri 5 anni davanti, e tutti, tutti si sarebbero sentiti stranamente eccitati.
Perchè, come nella Like a Rolling Stone di Bob Dylan, se avresti chiesto alla ragazza senza casa, alla completa sconosciuta che rotola lungo il percorso della sua vita "come ti senti?", lei avrebbe risposto "beeeeene", sì, quella caduta in fondo era bella, era meglio delle mille Cadillacs del sogno americano stigmatizzate qualche anno prima dai Velvet Underground (in Rock 'n' Roll), di certo meglio delle sale Bingo e della guerra del Vietnam, delle crisi dei petroli e dell'ovvietà espressiva dell'establishment.
Una gioiosa caduta, quindi. Un gioioso precipitare nello spazio, fuori dalle regole, fuori dalle convenzioni, fuori dal controllo della torre di controllo.

Bowie tornò al suo primo personaggio, il maggiore Tom, nel 1980, con una canzone, Ashes to ashes, contenuta nel suo album Scary Monsters.
Gli anni '70 sono finiti. L'esplorazione dello spazio non ha svelato nuovi orizzonti e nuove forme di vita. Anche la rivoluzione pop si è fermata. L'onda comincia pian piano a ritirarsi. I nuovi leaders politici sono Reagan, la Tatcher, e poi, se si ha pazienza di aspettare, arriverà pure il Grande Fratello (anche se non quello orwelliano). Cenere alla cenere, polvere alla polvere. Bowie si fa ritrarre per l'ultima volta in copertina con un travestimento. Il personaggio stavolta è un pagliaccio. Nel video, una donna gli cammina al fianco. E' sua madre, gli ripete: "Meglio che non perdi tempo con il maggiore Tom". Forse Bowie intuisce che più in là non si può andare. Il disco è splendido, amaro, rabbioso, dolente. Spira un vento gelido. L'inverno 1980 fu un inverno lunghissimo.

"Cenere alla cenere, funk al funky, sappiamo che il maggiore Tom è un tossico. Confinato nell'alto dei cieli, raggiunge una depressione senza fine..."

E adesso che abbiamo scoperto che il Major Tom è solo un drogato e che il punto più alto dei cieli coincide con quello più basso, con la depressione più profonda, cosa rimane da fare?
Bowie rovesciò il tavolo, con tutte le carte sopra. Il prossimo lavoro si sarebbe intitolato, semplicemente: Let's dance.

E se fra questi ci fosse il nuovo Obama?

Foto: arrivo di clandestini nel mare di Lampedusa

Libertà


Invocavano "libertà", i clandestini che ieri si sono uniti ai lampedusani per protestare contro la costruzione di un nuovo centro di detenzione temporanea sull'isola. Ma è proprio così? Probabilmente gli uni credevano di marciare assieme agli alti. In realtà gli abitanti di Lampedusa chiedono semplicemente che la loro isola non diventi un'unica, gigantesca prigione, gli stranieri che li si lasci liberi, appunto. Liberi di non tornare in Tunisia. Liberi di non tornare nella patria di Gheddafi, e questi li capisco particolarmente, perché solo il cinismo italiano può presentare come un grande risultato politico gli accordi raggiunti con il dittatore petrolifero, uno che i clandestini reimpatriati dall'Italia li pianta in mezzo al deserto in balia dei suoi scherani, uno che è dietro a cose come l'attentato di Lockerbie o le guerre combattute negli ultimi anni in Ciad e in Liberia (magari per interposta persona, da tristi figuri come Charles Taylor).

Libertà, dunque. Ieri sera, alle 23.30, ovviamente, su Rai 2 davano un documentario su una delle tante rotte dell'emigrazione, quella sul golfo di Aden, fra la Somalia e lo Yemen. Il documentario in sé non era niente di speciale; però mostrava una realtà ovvia, ovvia a tutti tranne che a Maroni, il tastierista diventato ministro della Repubblica e cioè che non tutti i clandestini sono dei criminali, come vorrebbe la legge italiana (e chissenefrega se essa ricalca il resto dell'Europa, se l'Europa dice e fa stronzate dobbiamo copiarla?), che le vie dell'emigrazione, come quelle dei tastieristi, sono infinite, che la gente che scappa dalla Somalia, per esempio, in genere non ha né il tempo né la possibilità di seguire le regole della burocrazia italiana per evadere da quel mattatoio a cielo aperto. Che se si presenta la possibilità salta sul barcone e basta. C'è da fargliene una colpa?

Poi, certo, nell'esercito dei clandestini si nascondono anche i criminali, incalliti e non. Sarebbe bello poterli distinguere subito, sarebbe bello se portassero in fronte uno stigma. Ma non si può. I benpensanti dicono: "Mica possiamo rischiare, ne va della nostra sicurezza". Ok, certo. Ma questo rischio lo corriamo già. Lo corriamo sempre. Forse che nello spazio di Schengen oggi non circolano liberamente dei criminali? Che dire allora dei nostri mafiosi in Scozia (quelli di cui parla Saviano in uno dei passaggi del suo Gomorra che nessuno mai ricorda?).

Liberà, quindi. Anche se poi, come spesso accade, la libertà è solo quella di farsi qualche birra. Prima di essere riaccompagnati nella propria CELLA.

Nessuno lo chiamava Faber

Ho sentito le prime canzoni di De André a 10 anni. Le canticchiava un ragazzino un po' più vecchio, che era famoso in cortile per avere due zii: uno missionario in Congo e l'altro anarchico mangiapreti (sacrestia+anarchia=Fabrizio De André, appunto).
Mi piacevano perché sembravano un po' horror, soprattutto quella della tipa che chiedeva al suo innamorato "il cuore di tua madre, per i miei cani...".

Poi venne mia zia, una tosta, che aveva alle spalle un'adolescenza scapestrata (quando ste' cose non erano di moda, ragazzi!). Mi regalò "L'antologia di Spoon River", mi fece ascoltare "La città vecchia" (ancora adesso mi dà i brividi), mi fece ascoltare tutto "Non al denaro..."
Beh, fu una torrida estate.

Ma nessuno lo chiamava Faber, questa è una cazzata di adesso, nessuno lo conosceva con quel soprannome tranne forse i suoi amici intimi. E adesso, tutti a dire: "Faber qua, Faber là..."
Si chiamava Fabrizio De Andrè, punto.
Fece "Rimini", mi rompevo la testa su quei versi oscuri e potenti, su "Coda di lupo", chi era quel "capelli corti-generale" che "ci parlò all'università, dei fratelli in tute blu che seppellirono le asce?"
Anni dopo capii che si riferiva a Lama, alla contestazione alla Sapienza.
Fece il disco con la Pfm, all'improvviso piaceva a tutti, anche a quelli che andavano al Cosmic. Ma non era un animale da palcoscenico, dal vivo era piuttosto scontroso e a volte anche un po' stronzo. Per me, comunque, i suoi dischi erano musicalmente validi anche prima che arrivassero Mussida e co. I valzerini, il mandolino del "Pescatore", le ballate chitarra e voce, le orchestrazioni. A me piace rock, ma con lui non si sentiva la mancanza del rock, e per un italiano è un pregio.

Ricordo un'intervista su quel libro, "Non sparate sul cantautore", uscito alla fine dei '70, quando il fenomeno era al suo massimo. Continuava a dire di avere problemi esistenziali, "che problemi?", gli chiese ad un certo punto l'autore (un ex-autonomo). Disse che gli servivano i soldi per la tenuta in Sardegna. Insomma, l'avesse detto John Lydon sarebbe suonato meglio. Comunque non importa, le canzoni hanno vita propria, al limite non importa nemmeno chi le ha scritte e cantate.

E' stato un grande e la sua fama non fa che crescere. Però c'è della beatificazione un filino retorica, in giro, quel tirare il morto per la giacchetta...
Io condivido un po' queste parole pescate su un blog, Freddinietzsche

"(...) Il problema è quel senso di santità, di poesia, di superiorità profonda e sostanziale di cui la figura di De André si è profumata negli anni. È diventato un dio laico, un profeta democratico, forse solo quello che anche Mara Venier in un programma del pomeriggio definirebbe «un grande artista». Anche l’altra sera, allo speciale di Che tempo che fa, trasudavano dagli angoli di un programma dignitoso e pieno di finezze degli sbuffi di incenso. Per quanto il tono pretesco di Fazio questa volta fosse virato alla totale sobrietà, e servisse per non fare di quel programma un pippone celebrativo ah-quanto-sono-commosso/ah-quanto-eravamo-amici-io-e-Faber, comunque un po’ di reliquiario è scappato fuori: Vecchioni che fa il maestro e presenta i bambini canterini di De André; Giovanna Zucconi che legge le frasi appuntate sul bianco dei libri; qualche riferimento a Gaza di troppo..."
Dopotutto era un tipo schivo.

Donne di Bolivia





Foto: m. pontoni

Bagatelle e massacri

"Come si fa a saltare da cose tremendamente serie a cazzatelle come il pop?"
Questa l'ho letta su un blog musicale che è stato tempestato di post su Gaza. Il mio blog non lo tempesta nessuno ma essendo piuttosto generalista (sì, ci sono 3-4 temi che ritornano, ma spesso si salta di palo in frasca, cioè da Gaza a X-Factor) mi sono sentito indirettamente chiamato in causa.

La prima cosa che si potrebbe dire al proposito è: si fa e si può, perché la vita è così. Parliamo di una vita in cui è facile non solo fare "salti" paurosi in un blog - o facendo zapping alla tv - ma anche, ad esempio, andare di persona in un paese in guerra, starci qualche giorno, o qualche settimana, e poi tornare alla propria tiepida casa. Lo fanno molti pacifisti, ma anche molti turisti normali (magari senza neanche accorgersene, perché molte delle guerre di oggi sono a bassa intensità). E' una cosa cinica, come sembra suggerire quel post? Probabilmente no; certo, dipende da come la si vive. Comunque, non è più straniante che andare a messa la domenica, poi uscire fuori sul sagrato e mettersi a parlare del prezzo dei rapanelli. Ma come: un attimo prima presenziavi al compiersi del Mistero dei Misteri - un dio che si fa pane e vino per congiungersi "fisicamente" con i suoi fedeli - e adesso ti preoccupi della spesa?
E invece la vita quotidiana è così, e peraltro negli scenari di guerra non cambia di molto. Anche in stagione di massacri c'è tempo per le bagatelle. Soldati e civili non vivono di guerra 24 su 24: comunque sia, continuano anche a studiare, fare scherzi, innamorarsi o suonare la chitarra. Sì, le cose serie e il pop (o i rapanelli) possono stare gomito a gomito.
Il secondo livello di riflessione riguarda i media. Si dirà: non parliamo di vita reale ma di blog, di informazione. Dunque, vediamo. Sui giornali le notizie sulle guerre si trovano solitamente in sezioni distinte da quelle riservate agli spettacoli, al costume o al calcio. Effettivamente, trovare una foto di Beyoncé o di qualche calciatore guzzone accanto ad una di un bombardamento può dare fastidio. A me personalmente gli inserti femminili che su una pagina ti rifilano l'ennesimo articolo sull'anoressia (o l'ennesima recensione di un libro autobiografico di un'anoressica) e sull'altra una pubblicità con la modella spettrale d'ordinanza, mi disgustano un poco.
La suddivisione di cui sopra, comunque, salta nella prima pagina: dove possiamo trovare la notizia di Gaza in taglio alto e quella sul Grande fratello di spalla o in taglio basso. Non c'è niente da fare: di nuovo ha la meglio il carattere spurio della vita reale, fatta di bagatelle e massacri, guerre, rapanelli e pop.
Ma su un blog? Qui le cose effettivamente potrebbero essere diverse. Una teoria sostiene infatti che i blog siano tanto più efficaci quanto più sono specializzati su un tema. I blog specialistici vengono considerati quindi, in quest'ottica, migliori rispetto all'informazione generalista (quella dei giornali, o dei Tg), che gli analisti dicono essere in crisi. L'informazione generalista è superficiale, imprecisa, volgare, ergo ha stufato e la gente (per lo meno un certo tipo di gente) si rivolge a fonti specializzate, come appunto i blog che si occupano solo di quella cosa (solo di musica, ad esempio, o meglio ancora, solo di un singolo autore, solo di Beyoncé o di Mahler). La tv digitale (che tutti abbiamo già capito essere un pacco), ma anche la semplice tv a pagamento, dovrebbero andare nella stessa direzione: un canale agli appassionati di regate, un canale alla Bbc, uno ai patiti di Padre Pio, uno ai rapanelli, cento ai fan del porno ecc. Effettivamente, anche in questo modo è facile saltare dalle cose tremendamente serie alle cazzatelle (basta una semplice pressione del pollice e in futuro forse un comando vocale) ma almeno ogni cosa rimane formalmente al suo posto. E questo ha un suo peso, perché da sempre sappiamo che l'orrore delle cose è il loro essere fuori posto (pensiamo alle feci o all'urina: ce le portiamo dentro per la maggior parte del tempo, no? Ma sono ben nascoste e al loro posto e quindi non ci pensiamo: per terra però ci fanno schifo e se la terra è il pavimento di casa nostra sono o il segnale allarmante dell'incontinenza o lo sfregio lasciato da un profanatore).
Il terzo livello di riflessione è filosofico. Dopotutto, questo mescolare informazione alta e bassa, politica e intrattenimento, sacro e profano, questa orizzontalità dell'informazione generalista, non sono forse il riflesso della postmodernità così come concepita da Jean Francois Lyotard?
"L'epoca attuale, che Lyotard chiama postmoderna, è caratterizzata dal venire meno della pretesa propria dell'epoca moderna di fondare un unico senso del mondo partendo da principi metafisici, ideologici o religiosi e dalla conseguente apertura verso la precarietà di ogni senso."
"La realtà è differenza, molteplicità irriducibile, mutamento non ingabbiabile entro un unico schema."
La postmodernità può essere letta in due modi. Uno negativo: essa conduce al relativismo culturale estremo, dove nessun valore è certo o è dato una volta per tutte. E sul relativismo estremo non si può costruire nulla.
Uno positivo: la postmodernità è sinonimo di tolleranza, equanimità, equidistanza, apertura a tutto ciò che è altro o diverso, è sovversione delle gerarchie tradizonali, è anticolonialista e a-classista.
Per tornare ai blog e all'informazione generalista: per me questo mettere vicino l'alto e il basso, il serio e il faceto, le bagatelle e i massacri può essere volgare, schifoso, rivoltante come lo è il mercato nei suoi aspetti peggiori. Ma può essere anche utile, perché dagli accostamenti casuali e disparati possono uscire a volte le riflessioni più geniali o le soluzioni più efficaci. Qualcuno pensa davvero che la guerra in Medio Oriente possa essere risolta dagli stati, dalla politica, dalle diplomazione internazionali? Dopo che ci provano da sessant'anni? Se tanto mi da tanto, la soluzione può anche arrivare dalle cazzatelle, oh sì. E se non la soluzione, quantomeno qualche barlume di comprensione in più.

E sì che mi piaceva

E sì che mi piaceva Santoro, la sua Samarcanda era un appuntamento imprescindibile!

Ora, io sulla guerra a Gaza non dico altro, penso che onestamente sia difficile prendere le parti di Israele (come ha detto recentemente Jerry Adams, ex-negoziatore della pace fra l'Ira irlandese e il governo britannico: "Certo, però, gli inglesi, anche nei momenti più duri, non si sono mai sognati di bombardare un condominio di Belfast perché nelle cantine poteva nascondersi una cellula dell'Ira").

Mi riferisco solo allo stile. Che differenza c'è con un qualunque Emilio Fede? Come si fa a ragionare lucidamente se nello studio hai dei megaschermi che ti sbattono in faccia per tutto il tempo gli occhioni sbarrati dei bambini palestinesi? Come si fa a farlo con quelle giornaliste-vampire (strafighe, ovviamente) che Santoro ha allevato alla sua corte, per le quali sembra che l'unica regola buona sia: l'imparzialità non esiste, sono giornalista quindi mi schiero e se qualcuno prova a contraddirmi gli salto alla giugulare?

Eh vabbé. Non dico che l'Annunziata sia la mia giornalista preferita. Ma lei almeno ha scritto un libro (Bassa intensità, dedicato alla guerra in Salvador negli anni '80, che seguì come inviata del Manifesto) che potrebbe far testo ancora oggi. Certo, gli manca l'impatto di quegli occhioni sbarrati....