Domani nella battaglia pensa a me 3.0
"Vi sono cose che non si riesce a credere non debbano ripetersi, quello che è stato una volta non si può escludere che torni ad essere, se si avesse la certezza di avere fatto l'amore per l'ultima volta si porrebbe fine alla propria coscienza e al proprio ricordo e ci si suiciderebbe: forse, per esempio, se la si avesse immediatamente dopo averlo fatto quella volta che è stata l'ultima (...). Mentre se avesse saputo ciò che non si sa quasi mai, e non lo aveva saputo, non sarebbe riuscita a prendere sonno, anzi, avrebbe disturbato il marito o l'amante per continuare, per infrangere senza indugi quel verdetto e impedire immediatamente che quella volta fosse l'ultima, ma se avesse convinto l'uno o l'altro, se li avesse sollecitati ad abbracciarla ancora, una volta svegli, nel giro di di un altro momento si sarebbe trovata di fronte al fatto che quell'ultima volta si era presentata di nuovo ed era ormai passata, e così va il tempo sottoposto a quei nostri sforzi inefficaci e contraddittori, ci permette di essere impazienti e di desiderare che arrivino le cose che bramiamo e si rinviano o tardano, quando tutto sembra poco o troppo rapido una volta arrivato e una volta concluso, ripetere ogni azione voluta ci avvicina un po' di più alla sua fine, e il brutto è che ci avvicina anche il non ripeterla, tutto viaggia lentamente verso il proprio sfumare in mezzo alle nostre inutili accelerazioni e ai nostri ritardi fittizi, e soltanto l'ultima volta è l'ultima (...)."
Javier Marìas
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Unreal city
A volte capita di guardare alle cose conosciute in maniera diversa. A volte le cose si svelano, dietro al reale, come avrebbe scritto Ginsberg.
La mia città. Sono passato per questa strada migliaia di volte, ad ogni ora del giorno e a volte della notte. Non so nemmeno come si chiami, via Dogana, credo, almeno per un tratto, via della Stazione sarebbe la cosa più logica. Poi ieri sera.
Pensate ad una via poco illuminata, come altre, qui, luci gialle, all'esterno dei palazzi pubblici. Non deserta, anche se ormai quasi spopolata: ci sono i viaggiatori che escono dalle due stazioni (quella dei treni, stile razionalista, notevole con le sue linee rette e i suoi angoli molli, ma trascurata come tanti edifici statali, e poi quella degli autobus, più anonima), ci sono ombre furtive qui e là e studenti e una bellissima ragazza in minigonna, soprabito e calze bianche che attraversa la strada con gli auricolari dell'ipod nelle orecchie. Non gli impiegati provinciali, il grande palazzo asburgico ora deserto (come quello delle Poste, i pacchi dormono, le buste sospirano, le lettere d'amore fremono in attesa di essere consegnate e invidiano le email). Non più le persone in attesa alle fermate degli autobus. In compenso i ragazzi del centro sociale decorato con uno splendido murales ferino che rimuginano massimi sistemi, brindano a rivoluzioni, vivono la stagione migliore della loro vita.
Ma che fantasmagoria questa spledida pieve romanica, fra le due stazioni, più in basso rispetto al livello della strada, nel centro di un cortile, un'oasi rurale assediata dagli altoparlanti e dai binari, superato il baracchino della verdura e dei cocchi, chiuso, adesso, spenta la bella insegna gialla che lo sormonta dopo il tramonto! Affacciata sul parco che tutti evitano, perché pare sia pericoloso, perché ogni tanto scoppia una rissa o arrestano qualche spacciatore, ma a me non fa paura, un'oca gigante di giunchi appoggiata all'erba del prato, sotto alla sua pancia a volte gli stranieri che bivaccano, si riparano, se piove, e oltre il laghetto con le oche vere (dove andranno d'inverno?) il Family monument, che non piace a nessuno, specie ai progressisti perché pensano sia la glorificazione della famiglia standard borghese (marito, moglie, due figli, cane)e invece per me è un'opera postmoderna come le lattine di zuppa di Warhol, e lì, piantato in mezzo a quell'umanità senza casa né famiglia, è una presenza provocatoria e straniante.
Luci intermittenti dei semafori, tendenti al rosso. La mole dell'ostello della gioventù proprio in fondo, dove la strada muore in un incrocio. Proseguendo entri come coltello nel burro nel centro storico, a destra una sala giochi, un supermercato, una torre medioevale a chiudere la prospettiva, tutto il mix di vecchio e nuovo, o quasi-nuovo, perché non c'è nulla di nuovo-nuovo, non architetture ardite, c'è il nuovo delle nostre città, gli anni 30 e gli anni 60, quel nuovo-non nuovo che lascia sempre un po' perplessi, che stona nel vecchio per il quale invece tutti smaniano, gli europei sono così, diceva il mio amico brasiliano, "noi invece se dobbiamo far spazio a un centro commerciale spianiamo con vigore".
Attraverso la strada. L'oblò della luna. Insegna al neon. Respiro la primavera. Qualcuno starà facendo l'amore, adesso, qualcuno aspetta la pioggia (B. Dylan).
Sento tanto spazio sopra e intorno a me. Spengo il blackberry. Sono quasi arrivato.
PADRE TAMAYO: L'HONDURAS CHIEDE PACE E GIUSTIZIA
Padre Andres Tamayo è stato in questi giorni in Trentino Alto Adige per una serie di incontri istituzionali e pubblici. Ex-discepolo (e chierichetto, come precisa nell'intervista) di padre Romero, l'arcivescovo di El Salvador ucciso nel 1980, mentre celebrava messa, per le sue durissime prese di posizione contro la dittatura, padre Tamayo, nato in Salvador ma honduregno di adozione, ha speso gran parte della sua vita in difesa della popolazione - e dell'ambiente - dell'Olancho, la regione in cui vive, una delle più ricche di biodiversità del Centroamerica. Dopo il golpe del 2009, sostenuto dalle famiglie che gestiscono la maggior parte della ricchezza del paese (e alimentato anche dalla destra statunitense, sostiene Tamayo), il sacerdote e militante ecologista, che ha più volte subito nella sua vita minacce e attentati, è riparato all'estero, anche se recentemente ha fatto ritorno nel suo Paese.
Una breve intervista realizzata a Trento il 5 aprile (prossimamente anche su youtube).
In Europa si sa poco dell'Honduras, pochissimo di ciò che è successo dopo il golpe che ha cacciato il presidente Zelaya, legittimamente eletto. Facciamo il punto della situazione.
Attualmente in Honduras permane una situazione di destabilizzazione. Chi detiene il potere politico ed economico vuole continuare a farlo, e ciò a spese dei diritti umani, che vengono costantemente violati. La popolazione continua a lottare per la democrazia, ma dal colpo di stato ad oggi non ci sono stati cambiamenti apprezzabili. Il governo attuale si pone in continuità con il golpisti e persegue gli stessi obiettivi, nonostante cerchi di "ripulirsi" l'immagine internazionale. Ultimamente ha annunciato di voler privatizzare i settori della sanità e dell'educazione. Il popolo ovviamente non accetta tutto questo e continua ad opporsi, nonostante la repressione.
Lei si è battuto molti anni per la difesa del patrimonio ambientale dell'Honduras (come leader del Movimento ambientalista del Olancho-Mao). Chi vuole mettere le mani su questo patrimonio?
Sono soprattutto imprese transnazionali, alcune anche italialiane, non registrate in Europa ma operanti in Honduras, come la Sansoni e la Lamas. Vendono il legname in primo luogo negli Stati Uniti e poi in Europa, a Paesi come la Germania e l'Inghilterra. Il contadino viene spinto, con metodi legali e illegali, a deforestare selvaggiamente. A volte le imprese pagano i contadini affinché svendano il legname e il contadino alla fine cede, lo fa. L'impoverimento a lungo termine dell'ambiente avrà ovviamente conseguenze pesanti per lui. Dopo il golpe la situazione è peggiorata perché il potere delle società transnazionali è enormemente cresciuto.
Cosa è rimasto in America centrale del pensiero di un Oscar Romero e delle idee della teologia della liberazione?
Monsignor Romero, era un profeta e i profeti non parlano per il proprio tempo, parlano per il futuro. Io sono stato chierichetto di monsignor Romero; la sua era una voce di giustizia, una voce di verità. E una voce ancora molto viva in Centroamerica; noi cerchiamo di portarla avanti, camminando con il popolo e sostenendo le sue lotte per diritti che continuano ad essere sistematicamente violati.
Cosa può fare l'Europa per aiutare la vostra causa?
Ci sono varie possibilità. Innanzitutto c'è la Corte interamericana che ha pubblicato un rapporto sulla violazione dei diritti umani in Honduras. Come comunità locali chiediamo che esso venga pubblicata anche in Honduras.
In secondo luogo è necessario che il mondo parli dei problemi reali dell'Honduras, non sono dei paesaggi, delle location cinematografiche (il riferimento è anche all' Isola dei famosi, trasmissione che da anni, incredibilmente, si gira lì).
Infine diciamo alle persone che ci aiutano, alle associazioni, di fare pressione a livello europeo e anche italiano, chiedendo ad esempio che i vostri parlamentari vadano in Honduras per prendere coscienza non solo dello stato dei diritti umani ma anche della corruzione; ci sono tanti fondi, tanti finanziamenti destinati al nostro Paese che non arrivano alla popolazione, come dovrebbero, ma finiscono nel circuito della corruzione. Anche le imprese straniere che operano in Honduras alimentano questa spirale.
Il popolo chiede pace, chiede giustizia, ma viene continuamente provocato, con la repressione.
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A STORY TO TELL
"Sono bravi perché per ogni canzone sembrano mettersi d'impegno a raccontare una storia".
Era vero quello che lei mi stava dicendo, ed era tutto quel che c'era da dire. Nel modo di cantare, di gestire i dialoghi fra le due chitarre, i pieni e i vuoti, le accelerazioni e le pause. Guardandolo si vedeva, come in filigrana, un pezzo importante di storia della musica recente. Dylan, a cui era stato accomunato agli esordi, i Velvet Underground, le New York Dolls, Patti Smith, Springsteen. A dispetto dell'aspetto folk, del look da cowboy vagabondo, era stato un rocker a pieno titolo, nella New York degli anni '70. Si vedeva soprattutto che amava fare quello che stava facendo. Che lo faceva con sincerità, passione, il lato romantico, le strade, i piccoli teatri di periferia come questo, le foto sfocate, il fumo che si alza dai tombini, gli amori. Il suo chitarrista, Oliver Durand, vero guitar hero.
"L'ho conosciuto alla Fnac di Versailles, Elliott Murphy, presentava il suo libro di poesie", ci ha detto una delle organizzatrici. Da anni vive a Parigi, ha lasciato l'America nel 1990.
Alla fine hanno suonato realmente unplugged, a bordo palco.
Averlo fatto e averlo fatto fino in fondo, anche quando era difficile, anche quando i dischi non vendevano. Averlo fatto e farlo ogni sera, anche davanti a 100 persone scarse. Farlo così, raccontando storie, dando al pubblico emozione, brividi, qualcosa da ricordare. Essere, insomma, un vero artista.
Domani nella battaglia pensa a me 2.0
(...) Alla fine l'uomo decide di andare; ma non può lasciare il bambino, che dorme ignaro nella stanza accanto. Si risolve a telefonare all'albergo londinese dove soggiorna il marito della donna. Chiama, nel cuore della notte, immaginando di svegliare un portiere che, mentre lo lascia in attesa, cercando nel registro degli ospiti il nome che gli è stato comunicato, fischietta "Stranger in the night". E poi, la prima sorpresa: non c'è nessuno registrato con quel nome, nell'albergo.
Dunque il marito ha mentito? Non è in quell'albergo, forse nemmeno a Londra?
Prima che il protagonista possa riaversi dalla sorpresa squilla il telefono, questa volta quello dell'appartamento (la storia si svolge nell'ormai lontana era geologica pre-cellulari, quando ricevere una chiamata voleva dire trovarsi a tiro di una cornetta); ovviamente l'uomo indugia, non sa se rispondere, non è casa sua, non dovrebbe essere lì, oltretutto ha appena pensato di cancellare ogni traccia del suo passaggio, e nel frattempo parte la segreteria telefonica, una persona con una voce tagliente, autoritaria, rimprovera la donna di averlo avvisato troppo tardi che il marito sarebbe partito. Perciò non ha potuto raccogliere il suo invito.
Dunque, si dice l'io narrante, ero la seconda scelta. Era questo sconosciuto dalla voce tagliente l'amante che la donna aveva deciso di invitare a cena, ed è solo a causa della sua indisponibilità, del fatto che non ha sentito un messaggio o l'ha sentito in ritardo, che, all'ultimo momento, lei ha deciso di confermare il suo invito a me, un quasi-sconosciuto, con cui si è incontrata prima solo 2 volte al bar.
A causa di questa circostanza un po' umiliante ora sono io a vegliare il suo corpo morto, anziché il marito, anziché l'amante autoritario dalla voce tagliente, che l'ha chiamata "scema", che chissà quante altre volte è stato qui.
Intorno all'appartamento dove il bambino continua a dormire sotto a degli aeroplanini di carta che riproducono modelli da guerra della prima e seconda guerra mondiale, mentre la madre giace morta, nella stanza accanto, improvvisamente, stroncata da un malore, la città, con i suoi fantasmi e i suoi presagi. Uomini che cercano un taxi per tornare a casa, amanti al loro centesimo incontro che si baciano sull'uscio di lui (o di lei), infermiere alle prese con il turno, studenti che ripassano la materia oggetto d'esame, prostitute che attendono con poco entusiasmo sul ciglio della strada l'arrivo del prossimo cliente.
E l'uomo al centro esatto di tutto questo, con i suoi pensieri, i suoi gesti riflessivi, la sua consapevolezza della vita e il suo controllato stupore, che da un lato viene progressivamente sospinto ai margini delle esistenze che per un istante (e una fortuita catena di circostanze) ha incrociato, dall'altro le penetra sempre più a fondo, sollevando la coperta dei misteri che si celano sotto all'apparente normalità di una vicenda familiare. Come dice Shakespeare, nulla è se non ciò che non è.
Javier Marìas, "Domani nella battaglia pensa a me", Einaudi. Enjoy.
La foto è tratta da questo sito: www.flickr.com/photos/zioluc/with/4388949601/
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Domani nella battaglia pensa a me
Ho iniziato oggi questo romanzo di Javier Marìas, senza sapere quasi nulla dell'autore. Conoscevo - e conosco - i titoli dei suoi romanzi, ovviamente, pubblicati in Italia da Einaudi, anzi, credo di ricordare quando sono comparse le sue prime traduzioni, credo di avere pensato allora: "Prima o poi dovrò leggere dei romanzi con dei titoli così belli", ma non l'avevo mai fatto. La verità è che mi sono deciso solo dopo avere letto da qualche parte come comincia "Domani nella battaglia...", il che depone a favore di un buon plot (o di qualche citazione in qualche giornale a larga tiratura). C'è un uomo, a Madrid, ospite di una donna che non conosce bene, la conosce da appena 15 giorni, una donna sposata e con un figlio di 2 anni: il marito è in viaggio di lavoro a Londra, il bambino finalmente si è addormentato, anche se , secondo l'uomo, ha fatto di tutto per rimanere sveglio, presagendo quello che stava per succedere fra lui e la madre. Insomma, la coppia è a letto, non sono ancora nudi, si stanno baciando, lui è riuscito a slacciarle il reggiseno, il tutto deve accadere in quella bolla, quell'aura di non-premeditazione che secondo l'io narrante di solito racchiude gli eventi della fatale "prima volta", quando entrambi desiderano convincere se stessi che non hanno realmente cercato nulla, che non hanno desiderato di fare accadere alcunché... Ma all'improvviso la donna sta male, lui pensa sia la digestione, o un tardivo pentimento, non si scompone né è deluso, è un uomo di mondo, solo, non sa bene cosa fare, non la conosce, la conosce appena, insomma, non sa neanche dov'è, non conosce i vicini, sono le tre di notte, si decide ad aspettare che le passi. E invece...lei muore.
Un attacco del genere non lascia indifferenti, no?
Se anche voi non conoscete il romanziere spagnolo, ma vi incuriosisce questa storia, e volete sapere come proseguirà il rapporto fra quest'uomo, questo visitatore notturno, e la sua non-amante (perchè qui la morte è solo all'inizio di un romanzo molto lungo, dunque questo rapporto dovrà continuare, in qualche modo), andate a leggervi il libro. Questa non è una recensione, è solo un annuncio di pubblica utilità.
E poi Marìas dev'essere una persona comunque intelligente. Ecco l'inizio di un suo articolo su Berlusconi:
"Questo individuo è essenzialmente una palla al piede, a giudicare dal materiale video nel quale lo si vede ai vertici politici in compagnia di altri mandatari o in occasioni mondane più frivole. In realtà il suo comportamento è identico negli uni e negli altri, solo che nei primi finge di essere l'anfitrione, lo fa sempre (anche se, per dire, si trova in Canada)..."
Potete averlo in edizione economica, si intitola "Trilogia sentimentale" (19 euro) contiene tre romanzi, "Tutte le anime", "Un cuore così bianco" e "Domani nella battaglia pensa a me", da cui sono partito. E' una trilogia di storie d'amore, ovviamente; c'è qualcosa di più interessante da leggere, ad inizio di primavera?
Il titolo pare sia mutuato da Shakesperare, e così Shakesperare continua ad invadere - benignamente - la mia vita, in questo periodo.
Il trailer l'ho trovato in youtube, grazie a chi l'ha messo assieme, mi sembra molto efficace e ieri notte, stranamente, mi sono addormentato proprio su quelle frasi, che come dice Lou Reed, commentando alcuni suoi testi, hanno un suono grandioso (anche se magari non vogliono dire nulla) .
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Nostalghia - David Sylvian incontra Tarkovsky (1988)
Come posso dire come passa lento...
(matrimonio ovvio e riuscito fra musica e immagini)
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DUE: FOLLIA D’AMORE PER DONNA SOLA
E’ uno spazio bianco, quasi spoglio, illuminato da tubi al neon. Dal soffitto pendono tre sacche di sangue, in fondo al palco una vasca da bagno piena d’acqua, sormontata da uno specchio. E’ tutto, a parte un paio di microfoni in evidenza, sulle loro aste, ed altri nascosti, ad amplificare lo sgocciolio del sangue sul pavimento, quando Licia Lanera buca le sacche con uno spillo.
“2.(due)”, della compagnia barese Fibre Parallele, andato in scena al teatro Spazio 14 di Trento nell’ambito della rassegna Black Box (che ha ospitato anche il duo Ricci/Forte – insospettabilmente diviso fra “I Cesaroni” e il teatro d’avanguardia - con “Macadamia nut brittle”), è il monologo straniante e straziato di una donna dai capelli rossi, infilata in un vestito bianco come una sorta di infermiera dark o di tardiva materializzazione di quelle fantasie cannibali che hanno dominato il panorama letterario italiano negli anni ‘90. Le parole scivolano su un tappeto di effetti sonori allucinati, scandendo le tappe di una storia d’amore che affoga nel sangue dell’uomo assalito e massacrato nella sua cucina con un forchettone. Allo spettatore non viene mostrato né uomo, né cucina né forchettone; eppure, quando usciamo, ci sembra di averli visti, così come ci sembra di avere visto i tanti “quadri”, appena abbozzati, di una vita di coppia apparentemente felice, il che depone a favore della sceneggiatura e del testo, della forza dei gesti e delle parole ossessivamente ripetute: le bolle di sapone che trasformano la stanza in una immensa jacuzzi, il concerto di Ivano Fossati, i ricci, situazioni ordinarie, al limite della banalità. Tutto questo fino alla scoperta, da parte dell’uomo, della sua attrazione per un altro (o molti altri?) uomini: detto brutalmente - da lei, dalla donna dai capelli rossi e dalle occhiaie profonde, dalla metà messa da parte, abbandonata - “ti voglio tantissimo bene ma mi piace il cazzo”.
E’ il sogno di una vita in due che si spezza, in due come Ken e Barbie, come Romeo e Giulietta, come un infinito numero di coppie che l’attrice elenca nel finale, la bocca e il vestito sporchi di sangue, mentre il bianco ospedaliero della scena si colora di rosso, subito prima di immergersi, finalmente, nella vasca, a mescolare sangue e acqua. E’ la follia d’amore portata alle sue estreme conseguenze, senza scuse e senza possibilità di redenzione. Dell’uomo, delle sue ragioni, dei suoi pensieri, sappiamo quasi nulla. Sappiamo che guarda video pornografici a tema homosex (la loro scoperta scatena l’omicidio); sappiamo che ha confessato la sua confusione, che le ha chiesto aiuto ma, egoista come tutti gli amanti (cioè come coloro che amano) l’ha anche respinta, più volte. Questo però poco importa. Ad occupare la scena è sempre e soltanto lei, la scena stessa una proiezione del suo spazio mentale, autoreferenziale, claustrofobico, a tratti invaso dall’eco dell’universo mediatico, dall’esplosione un po’ incongrua di canzoni e canzonette. E tuttavia – qui sta la forza della pièce – uno spazio per certi versi noto, o quantomeno riconoscibile. Un dramma “umano, troppo umano” l’ha definito a ragione la critica. Per i due autori – oltre a Licia Lanera, Riccardo Spagnuolo, che ha curato l’allestimento – “una sorta di incubo splatter, costruito sui brutali racconti di noti assassini, uno fra tutti Luigi Chiatti. Ci ha colpito la loro lucidità nel raccontare degli eventi così gravi, la loro leggerezza, l'inconsapevolezza infantile, di fronte agli occhi attoniti dei parenti delle vittime. E’ l'inquietante straniamento di chi ragione non ha.”
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L'origine del mondo
Al Mart di Rovereto. Speriamo che adesso i trentini non le mettano le mutande...(visti i precedenti con Moravia e Manara).
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Dell'elmo di Scipio s'è cinta la testa
Di tutti i versi insopportabili dell'inno di Mameli questo mi è sempre sembrato il più presuntuoso, il più idiota. Vabbé, il poveretto non poteva prevedere, nel 1847, quello che sarebbe successo in seguito: il neonato Regno d'Italia che corre a ritagliarsi il suo posto al sole nel Corno d'Africa concludendo la sua breve corsa ad Adua; le cannonate di Bava Becaris al popolo insorto per il pane in quel di Milano; l'immenso carnaio della Prima guerra mondiale, con l'Italia a cambiar bandiera in corsa sperando in una facile vittoria e infilandosi nel tunnel oscuro raccontato da Hemingway in Addio alle armi; poi il fascismo, la "riconquista della Libia" (con tutti quei morti sulla nostra coscienza, l'unica cosa che Gheddafi può davvero rinfacciarci), la campagna d'Etiopia, con tanto di gas, e infine la sconcezza della Seconda guerra mondiale, combattuta dalla parte peggiore, quella dei nazisti, con le pezze ai piedi, ma anche qui, ovviamente, solo fino al 43', perché poi ci chiamiamo fuori, salvo a lasciar massacrare i nostri soldati allo sbando a Cefalonia. Già, davvero un popolo di Scipioni e di condottieri. Comunque, Scipione l'Africano, è quello che ha raso al suolo Cartagine, no? Insomma, non proprio un modello per le nuove generazioni, anche se, certo, ci impedì di diventar fenici (sarebbe stato poi un gran male?).
Mi rendo conto che prendersela con Mameli è futile, e che Napolitano aveva le sue ragioni. E' che è stato più forte di me, ieri non ho potuto gioire per la bella festicciola, inni e bandiere che garrivano al vento. Sarà che sono cresciuto male, ascoltando Bennato, la sua Bandiera, che ci ammoniva, attenti, ragazzi, dove sventolano bandiere si affilano baionette... Mentre se si voleva celebrare la nostra Costituzione - cosa sacrosanta viste le picconate che gli sta tirando il guascone bitumato - allora osservo sommessamente che è del 1948, non del 1861.
Certo, mi secca un po' essere confuso con i leghisti o con Durnwalder, io penso che i micronazionalismi siano ancora peggio dei nazionalismi tout court, la mia diffidenza verso le celebrazioni dell'unità d'Italia è di segno diametralmente opposto, io ho bisogno di un mare più grande in cui nuotare, non di una piccola patria, sono cittadino del mondo, pur con i miei limiti (linguistici, innanzitutto), non campanilista.
Insomma, mi sono perso un'altra occasione per sentirmi parte di qualcosa di più grande di me, più alto di me, più completo di me, più profondo di me. Dovrò smetterla di essere così scettico, prima o poi. Dovrò. Per forza. O non dovrò?
Mi rendo conto che prendersela con Mameli è futile, e che Napolitano aveva le sue ragioni. E' che è stato più forte di me, ieri non ho potuto gioire per la bella festicciola, inni e bandiere che garrivano al vento. Sarà che sono cresciuto male, ascoltando Bennato, la sua Bandiera, che ci ammoniva, attenti, ragazzi, dove sventolano bandiere si affilano baionette... Mentre se si voleva celebrare la nostra Costituzione - cosa sacrosanta viste le picconate che gli sta tirando il guascone bitumato - allora osservo sommessamente che è del 1948, non del 1861.
Certo, mi secca un po' essere confuso con i leghisti o con Durnwalder, io penso che i micronazionalismi siano ancora peggio dei nazionalismi tout court, la mia diffidenza verso le celebrazioni dell'unità d'Italia è di segno diametralmente opposto, io ho bisogno di un mare più grande in cui nuotare, non di una piccola patria, sono cittadino del mondo, pur con i miei limiti (linguistici, innanzitutto), non campanilista.
Insomma, mi sono perso un'altra occasione per sentirmi parte di qualcosa di più grande di me, più alto di me, più completo di me, più profondo di me. Dovrò smetterla di essere così scettico, prima o poi. Dovrò. Per forza. O non dovrò?
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