Sandor Marai, da "Le braci"...

Una sera d'estate, mentre Konrad e la madre di Henrik stavano suonando un pezzo per pianoforte a quattro mani, accadde qualcosa. In attesa della cena, l'ufficiale della guardia e suo figlio, seduti in un angolo del salone, ascoltavano educatamente la musica, con la condiscendenza computa e la remissività di chi dice: "La vita è tutta un dovere, bisogna sopportare anche la musica. Non ci si può mostrare annoiati davanti a una signora". La contessa suonava con trasporto: eseguivano le Fantasie polonaise, di Chopin. Nella stanza tutto sembrava vibrare. Mentre aspettavano, educati e pazienti, nelle loro poltrone in un angolo del salone, padre e figlio si resero conto che in quei due corpi, della madre e di Konrad, stava avvenendo qualcosa di strano.
Dalla musica sembrava sprigionarsi una forza eversiva capace di sollevare i mobili e di gonfiare i pesanti tendaggi di seta alle finestre. Era come se tutte le cose vecchie e ammuffite, sepolte da tempo nei cuori umani, ricominciasero a vivere, come se nel cuore di ogni essere si annidasse un ritmo mortale che, ad un certo punto della vita, potrebbe mettersi a pulsare con implacabile violenza.
Gli ascoltatori pazienti compresero che la musica rappresentava un pericolo.

Non hanno altro da fare?


Cito da Repubblica: "Ventidue minuti di sforamento. Ventidue minuti di bis con una versione trascinante di Twist and Shout e American Land. Avviso di garanzia per il promoter di Bruce Springsteen, Claudio Trotta, titolare della Barley Arts: disturbo della quiete pubblica e mancata osservanza dei provvedimenti dell'autorità. Tutta colpa di quel «cattivone» del Boss che il 25 giugno, con un Meazza stracolmo di fan, ha avuto l'improvvida idea di regalare al suo pubblico due emozionanti bis, sforando così i tempi previsti dai regolamenti dei concerti e di conseguenza superando i decibel imposti per quell'ora: le 23.30."

Ma i giudici in Italia non hanno altro da fare?

Chiacchierando con Rigoberta Menchù


Rigoberta Menchù, guatemalteca, premio Nobel per la pace 1992, una vita spesa a combattere dittatura e discriminazione (e una famiglia sterminata dai militari negli anni bui della guerra civile), è stata recentemente in visita a Bolzano e a Trento. Il personaggio credo non abbia bisogno di presentazioni. Questa, invece, una sintesi dell'intervento/intervista di Trento (29.11.2008).

"Il Guatemala viene dall'esperienza di una guerra dolorosissima, però è anche un Paese dove si vive la pluralità, la diversità, dove si sperimentano quotidianamente valori profondi, molto importanti. Soprattutto è un paese dove ci siamo noi Maya, che siamo vivi e che lottiamo per ottenere il riconoscimento della nostra dignità, della nostra emancipazione, e che vogliamo essere parte delle decisioni che riguardano il nostro futuro. Oggi in Guatemala ci sono moltissimi giovani Maya che stanno imparando a costruire un Paese dove sia effettivo il pluralismo . Naturalmente abbiamo dei progetti che vorremmo anche condividere con voi: ad esempio stiamo iniziando la costruzione di una università Maya con lo scopo di prerservare, conservare e far rivivere i nostri valori ancestrali, le nostre lingue, la nostra cultura."

L'America Latina è cambiata rispetto a quella del 1992, quando lei ricevette il Nobel. Molti regimi autoritari sono caduti, sono emerse nuove leadership, anche indie, come quella di Evo Morales in Bolivia... Pensa che siano cambiamenti reali?

"Penso di sì, non solo per i cambiamenti che si sono verificati in America Latina, ma anche per i cambiamenti che sono avvenuti a livello globale. Trent'anni fa noi indigeni lanciammo un appello all'umanità perchè si prendesse cura della Madre terra, proprio pensando ad un futuro sostenibile per tutti, affinché si creasse una relazione armoniosa con la natura, si preservasse la vita sul pianeta. Ma nessuno ci fece caso, ci hanno ignorati. Adesso, da quando c'è il surriscaldamento globale, lo scioglimento dei ghiacci dei poli, da quando si è creato questo squilibrio universale, si è capito che è giunto il momento in cui i nostri popoli possano far sentire la loro voce.
Anche le situazioni estreme in cui noi siamo vissuti, come popolo guatemalteco originario - il genocidio, i massacri che abbiamo subito - hanno ovviamente inflitto ferite pesantissime, ma la nostra popolazione è ancora viva, continua a guardare verso il futuro e lancia un appello, per preservare l'equilibrio che si sta perdendo. Questa esperienza così drammatica, che è stata vissuta dai guatemaltechi negli ultimi periodi, non ha provocato insomma la loro scomparsa, anzi ha dato loro forza per costruire un futuro diverso. Ad esempio oggi il calendario Maya, che abbiamo custodito gelosamente ed orgogliosamente nel corso dei secoli, sta diventando oggetto della scienza odierna. I Maya ne sono veramente orgogliosi, sanno che al loro interno, nella loro cultura, esiste questa base da cui partire per creare un futuro migliore.
Però i cambiamenti non sono automatici, richiedono dei processi lunghi e difficili. Prendiamo l'esempio della Bolivia: c'è una situazione di estrema povertà, di fame e di miseria; la gente chiede delle risposte immediate, ma queste purtroppo non sono possibili, perchè la realtà attuale è il frutto di una situazione storica. Quindi i governi futuri dell'America Latina saranno governi impopolari, non avranno forse il prestigio e il consenso necessario per risolvere i problemi di diseguaglianza, di violenza, di impunità, del narcotraffico che tocca tutti i Paesi dell'America Latina; è molto difficile.

E la crisi economica?

La crisi economica economico è un dato di fatto a livello mondiale. All'inizio la nostra reazione alla caduta della borsa di wall Street è stata quasi di esultanza, perchè ovviamente per noi paesi poveri Wall Street era vista come un nemico, ma oggi che questa crisi è ovunque, ha delle ricadute pesantissime anche su di noi, ad esempio sul fronte delle rimesse, dei soldi che dagli emigrati negli Stati Uniti arrivano alle famiglie del Guatemala. I soldi che servono a far studiare i figli mancano, quindi questo è già un problema enorme. C'è una grandissima mancanza di lavoro. La gente cerca lavoro soprattutto negli USA dove si illude di trovarlo. E le frontiere sono "dure", lo sappiamo. Poi c'è il problema del Trattato di libero commercio tra gli Stati Uniti e i nostri Paesi; in effetti questo commercio non è libero e eguale, nel senso che chi compera i nostri prodotti? Quindi i problemi che adesso colpiscono i paesi ricchi, i quali si ritrovano con una ridotta capacità di spesa, causeranno tempi duri anche nei paesi poveri come il nostro.

Il razzismo in Europa sta risorgendo. Cosa ne pensa?

Il razzismo, la discriminazione , l'offesa, l'insulto verso la diferenza sono problemi sia "pratici" che culturali. Io credo che il razzismo vada affrontato in primo luogo a livello educativo. Se riusciamo a lavorare in campo educativo per il dialogo, la pace, per orientare le persone a vincere l'ignoranza, allora forse potremmo avere successo anche in questo campo. Io ritengo che il razzismo sia come una malattia, una malattia a livello personale ma anche a livello collettivo; se una persona razzista non riesce a guarire, a riconoscere che il suo è un male che deve essere superato, è chiaro che ne risente tutta la collettività. Questo timore della diversità ha molte cause perchè c'è chi teme di perdere il suo status a livello economico, chi di perdere l'identità e i propri valori; quindi occorre lanciare delle campagne di educazione al rispetto della diversità non soltanto a scuola ma a livello dell'intera istruzione pubblica, attraverso i mass-media, attraverso la presa di posizione dei leaders politici, in modo che i loro appelli per poter vivere nella pace e nella fratellanza raggiungano la popolazione.
Anche a livello legale, del sistema giuridico, a volte esiste un sottofondo di razzismo, laddove implicitamente il razzismo è consentito e non ci sono precedenti per giudicare. Io sono riuscita a vincere una causa contro la discriminazione e così ho creato un precedente giudiziario non soltanto in Guatemala ma per tutta l'America Latina. Non bisognerebbe, comunque, arrivare a un tribunale, dovremmo essere noi come persone a essere contro questa mentalità razzista.

Cosa pensa dell'elezione di Obama alla presidenza degli Usa?

Sono stata negli Usa negli ultimi giorni della campagna elettorale (soprattutto ho seguito la campagna di Obama) e sono rimasta colpita dalla partecipazione volontaria, attiva, cosciente di masse di giovani, di donne, di gente semplice.
Era veramente una campagna di massa, fatta di gente con entusiasmo, a partire dagli studenti, gente che agiva veramente per convinzione e non perchè si aspettasse un ritorno, delle regalie. E questo ha rotto lo schema delle campagne elettorali anche come vengono condotte in America Latina, nelle quali vince chi ha denaro, chi promette e dà cose.
L'altro elemento molto impattante per il Guatemala è stato vedere che l'85 % dei neri americani hanno votato per Obama. Questo è stato un segno di rottura dalle oppressioni, dallo schiavismo; le persone che non credevano in loro stesse, votando per Obama hanno votato per sè stesse.
Un nero alla Casa Bianca è già la rottura di un paradigma.Obama ha molto potere, potere sulla gente e che gli viene dalla gente, ha il potere che gli viene dalla collaborazione economica, perchè il denaro gli è stato dato dalla gente, e ha il potere che deriva dal voto; Obama quindi è proprio nella condizione perfetta per poter governare.
Come userà questo potere Obama non lo sappiamo, ma immagino che lui abbia la consapevolezza di questa grande storia che ha alle spalle, questa lotta civile che ha portato avanti anche Martin Luter King, che ha sognato un'America diversa. Quindi io credo che lui abbia questa consapevolezza.
Molto dipenderà dalle persone che formeranno il suo staff e speriamo che anche queste persone siano consapevolidel peso storico che Obama ha sulle spalle, perchè a volte non è la figura principale del governo che sbaglia, ma è l'apparato che governa con lui, e noi sappiamo che in America questo apparato è molto forte, molto sofisticato.

Maremma



Darsi il tempo

Ho avuto l'occasione di partecipare l'altra sera alla presentazione di un libro sulla cooperazione allo sviluppo, argomento di cui mi interesso dai tempi dell'università, forse perchè all'epoca (un'epoca già in parte post-comunista, anche se il Muro ancora non era caduto) quella della cooperazione allo sviluppo sembrava essere una delle poche cause per le quali valeva la pena impegnarsi, pur con le dovute cautele. Gli autori sono Michele Nardelli e Mauro Cereghini, il titolo è “Darsi il tempo” (pubblicato dalla Emi).

Il dibattito in sala è stato interessante, ma devo dire che la cosa che più ho apprezzato è il libro in sé. Tante cose mi piacciono di questo ”Darsi il tempo”. Parto da quelle minori: le citazioni letterarie, da Rimbaud a Musil passando per Ivo Andric. Che dei saggisti (quantunque un po' “sui generis”) leggano anche i romanzieri e i poeti è un buon segno. Diffido di chi legge esclusivamente testi scientifici, a prescindere dalla disciplina (fosse pure la storia o la sociologia), e provo compassione per chi ha tempo solo per i giornali (poi purtroppo c'è molta gente che non legge per niente, né romanzi, né saggi né giornali, e non sa cosa si perde).
Inoltre è davvero apprezzabile la capacità di raccontare – in un libro che comunque vuol fare il punto su una problematica di carattere generale - esperienze vissute in prima persona. Le cose – i paradigmi, i concetti, le teorie – assumono sempre una maggiore vividezza quando sono collegate all'esistenza quotidiana. Bellissimo il racconto della riunione dei rappresentanti delle ong a Londra, appassionanti (e non poteva essere altrimenti) le parti riguardanti le esperienze vissute dagli autori nei Balcani.

E adesso veniamo a quello che personalmente ho trovato più coraggioso in queste pagine, relativamente al “succo”, al messaggio che esse vogliono trasmettere. L'invito a considerare la cooperazione allo sviluppo un'opportunità per capire, prima ancora che per fare. Per capire il mondo com'è, oggi, con le sue reti, i suoi motori, le sue “contraddizioni”, avremmo detto un tempo. Il mondo così come si manifesta nei paesi, nelle realtà in cui i cooperanti vanno a fare cooperazione – in sostanza in Africa Asia, America centromeridionale e alcuni paesi europei - ed insieme il mondo in cui essi stessi vivono, questo qui, il nostro mondo, il Trentino, l'Alto Adige, l'Italia, la Germania, l'Olanda, Londra, gli Stati Uniti. Un Primo mondo - usiamo volutamente una terminologia desueta - che spesso presenta indicatori da Terzo mondo (come già ci ha insegnato ad esempio Amartya Sen), un Primo mondo che delocalizza, che produce la sua ricchezza a Timisoara o in Corea del Nord (30 anni fa sapevamo che erano le multinazionali a fare questo, la novità è che oggi lo fanno anche le pmi), un Primo mondo dai confini incerti e mobili, un Primo mondo, finalmente, che non ha più molto senso definire così, immersi come siamo in un continuum di merci, finanze, emigrati, informazioni. E voli low cost.
Mi piace il coraggio con cui gli autori invitano a rivalutare la parola, il tempo speso a confrontarsi, a discutere, e ciò non per pura passione intellettuale ma perché la comprensione è forse l'unica arma “vergine” che ci è rimasta per combattere povertà e pulizie etniche, narcomafie e circhi mediatici. Ho parlato di coraggio ed in effetti ce ne vuole, perché il mondo della cooperazione non è affatto estraneo agli effetti perniciosi dell'ideologia del fare (anzi, del “fare qualcosa”, come spesso si esprime la gente semplice, per dire che non ha un'idea chiara di come si possano, non so, salvare quei bambini dalla morte per fame, ma tutto è meglio che stare con le mani in mano; e ricordo di avere sentito un signore facente parte di un comitato di valutazione dire una volta che a suo giudizio bisognava concentrarsi a fare “muri", perché agli occhi dei donatori fa sempre un'impressione migliore avere costruito qualcosa di tangibile, come una palazzina). Assillate dalle regole della burocrazia, da cui dipendono per ottenere i finanziamenti pubblici, condizionate dagli input degli stessi mass media, le associazioni finiscono spesso per puntare tutta la loro posta sui numeri: bambini vaccinati, pozzi scavati, container spediti, e così via, e così via, l'importante è che siano migliaia, sempre migliaia. L'importante è non confessare mai un senso di impotenza o un fallimento. L'importante è non accennare a difficoltà che non siano di natura pratica: la scarsità di fondi, innanzitutto, e poi eventualmente la carenza di infrastrutture, il clima avverso, magari addirittura le poche capacità dei beneficiari, la loro cultura insufficiente, persino (come in uno scimmiottamento del peggior colonialismo) la loro indolenza.
Quanto costerebbe, in termini di credibilità, soldi, prestigio sociale (perché comunque la cooperazione procura anche questo, procura considerazione, a volte anche a chi, a casa sua, si rivelerebbe un perfetto incapace) ammettere che le cose sono un po' più complesse, che la relazione con gli “altri” non la si misura solo in termini di progetti e diagrammi e muri e nastri tagliati? Quanto costerebbe confessare, infine, che magari non si è capito niente del posto e della situazione in cui si è andati a operare?
Ecco, del libro mi piace la franchezza con cui si ammette la possibilità di commettere degli sbagli, anche quando si cerca in piena onestà di “fare del bene”. Tutti i cooperanti dovrebbero avere paura delle loro azioni. Invece, anche a me è capitato di vedere all'opera l'arroganza dei donatori, eccome! Persino col classico Panama bianco in testa.
Andrebbe poi aggiunto che gli stessi enti territoriali - i protagonisti della cooperazione decentrata - possono commettere degli sbagli, non meno degli stati, degli organismi sovranazionali e delle ong: chi si ricorda di come i presidenti delle Province autonome di Trento e Bolzano si precipitarono in Slovenia i primi giorni della secessione, per testimoniare il loro pieno appoggio a Lubijana? Col senno di poi, non era più consigliabile la cautela? Non sono state anche queste improvvide, sconclusionate fughe in avanti a versare benzina sul fuoco della disgregazione della Jugoslavia?
Ma chi è senza peccato scagli la prima pietra. Tutto questo ovviamente non significa che non ci si debba sforzare comunque, con gli strumenti che si hanno a disposizione, tanti o pochi che siano, di costruire un mondo un po' meno peggiore di quello in cui si vive.

In sala poi sono emerse anche altre cose. Devo confessare che alcune - specie se pronunciate con il tono solenne di Ugo Morelli - mi sono sembrate forse un po' scontate: l'identità come un percorso, come un divenire (un bolzanino non fa che interrogarsi tutta la vita sull'identità...), l'invito a rivedere il nostro stile di vita (l'imparammo da Alex Langer, l'imparammo una vita fa, e ci credemmo! Poi si sa com'è finita: lo stile di vita è cambiato, sì, nel senso che volevano le multinazionali, però. E oggi la gente passa il week end intruppata nei megastore).
Ma ammetto che devo sforzarmi di tenere a freno il mio pessimismo cosmico e soprattutto la mia tendenza a considerare troppo spesso come già visti o già sentiti tanti dei ragionamenti che riguardano questo genere di problemi. Innanzitutto perché la maggioranza delle persone ne sanno poco o niente, il dibattito di solito è disperatamente di basso profilo anche dentro a tante associazioni (tant'è che tutta la parte riservata dal libro alle differenze fra cooperazione decentrata e cooperazione di comunità, che pure costituisce uno dei momenti centrali della trattazione, rischia di risultare assolutamente incomprensibile ai più, ne sono certo). E poi, non sono ancora così vecchio da potermi permettere atteggiamenti di sufficienza. Tuttavia, è così: sconto i miei anni '80. La critica alla cooperazione allo sviluppo c’era già allora: nei libri, nelle aule universitarie, nei segmenti più avanzati di opinione pubblica che si occupavano della questione “terzomondiale” e di “interdipendenza” (la quale negli anni ’90 si sarebbe chiamata globalizzazione). L’unica differenza sostanziale, semmai, è che negli anni ’80 si criticava più aspramente la “grande cooperazione”, quella gestita dagli Stati e dai loro apparati, spesso sotto l'egida della Banca mondiale o del FMI: in Italia erano gli anni del Pentapartito, della guerra strisciante fra Psi e Dc anche su questo fronte, degli scandali degli aiuti alla Somalia di Siad Barre (in parte già noti ben prima di Tangentopoli). L’atteggiamento verso le ong era più speranzoso, più benevolo. Venivano dipinte come l’alternativa “positiva”. Oggi si è più consapevoli che anche la cooperazione delle associazioni più essere scadente, di basso profilo, viziata da pregiudizi, ignoranza, superficialità. Mi ricordo - ed era solo il 1990 - quando partecipai ad una raccapricciante riunione, nel sottoscala di una parrocchia di Bolzano, piena di “dame della carità” impegnate ad organizzare una raccolta di panettoni da spedire in Africa come doni natalizi!
E poi, se è come dice Tonino Perna, che l'idea originaria di cooperazione è morta a causa del neoliberismo e delle guerre umanitarie, di nuovo a me pare che si ritorni agli anni '80: il neoliberismo c'era già, anzi, era quella la stagione dei capostipiti, Reagan, la Tatcher (e la scuola di Chicago). Le guerre umanitarie invece no, non c'erano ancora, in compenso c'erano un mucchio di guerre a bassa intensità fomentate dalle superpotenze, Usa e Urss. La Guerra fredda , insomma, non era meno sinistra dell'era apertasi con il crollo del Muro di Berlino e la pubblicazione del saggio di Fukuyama sulla fine della storia. Sotto questo profilo, non c'è proprio nulla da rimpiangere. E anche questo, in fondo, rappresenta un problema, per me. Per questo forse, pur considerando i no-global la grande novità degli ultimi 15 anni, non ho mai potuto sentirmi pienamente parte di quel movimento. Perché per molti versi mi sembrava che avessero scoperto l'acqua calda, a Seattle. E poi anche per un'altra ragione: perché ricordavo com'era il mondo prima, prima della caduta del Muro. Non era migliore.

Giustamente e molto opportunamente, Nardelli dice che oggi tutto si tiene, non c'è Sud e non c'è Nord. E' l'interdipendenza, certo, e come tale la conosciamo da un pezzo (ricordiamoci la crisi del petroli del 1972-73); ma Nardelli sottolinea il dato politico piuttosto che quello economico, ed è questa la parte più interessante. Nardelli e Cereghini – e altri autori che il libro cita, come Luca Rastello, ad esempio – propongono un'analisi convincente delle nuove classi dirigenti di tanti paesi non “terzi” o “quarti” ma pienamente inseriti nello scacchiere geopolitico contemporaneo: un po' cacicchi e un po' narcos, un po' benevoli dittatori nazional-popolari un po' mafiosi, padroni di stati e regioni offshore dove si produce tanta parte della ricchezza capitalista contemporanea, dove le immense fortune create dal grande gioco finanziario e dagli altri grandi giochi attorno alle materie prime, ai traffici illeciti, alle guerre vengono a mondarsi dei loro peccati originali, a moltiplicarsi piuttosto che a nascondersi.
E' il volto sinistro della globalizzazione (dal canto mio, amo pensare anche al suo volto "buono", al fatto di poter ascoltare sul mio ipod made in Corea un brano di Lou Reed inviatomi via mail in Bolivia dove mi trovo momentaneamente per lavoro da un amico di Bolzano che l'ha scaricato da un sito neozelandese. Difficilmente sarò mai un consumatore "zero km.").
E' il volto sinistro della globalizzazione, dicevamo, e il libro ce lo restituisce con grande vividezza nelle pagine dedicate all'arrivo dei cooperanti a Prijedor, Bosnia Erzegovina, e alla loro conoscenza con i boss locali, ex-comunisti riconvertitisi alla pulizia etnica non perché nostalgici di un passato che non è mai passato (quello degli odi fra cetnici e ustascia) ma perché perfettamente consapevoli che la guerra è l'occasione migliore per organizzare un gigantesco trasferimento di ricchezze (i beni delle vittime, innanzitutto) nonché soprattutto per riorganizzare lo Stato a loro personale vantaggio (e poco importa se dai piani quinquennali si salta direttamente dentro alla deregulation più selvaggia).
Ed ancora, andando un po' a braccio: dell'intervento in sala di Cereghini bello il passaggio dedicato ai militari; mi è piaciuta la franchezza con la quale – da pacifista – ha detto che “si può collaborare, a certe condizioni”, pur consapevole che questa affermazione suona come una bestemmia per molti del “movimento”. E' quello che ho cercato di dire nel mio libro sulla Somalia, che chissà se mai uscirà: perchè ad esempio in Somalia dell'apparato militare (italiano, nella fattispecie) si è visto il peggio ma anche il meglio: soldati e ufficiali che sono venuti meno ai loro doveri e al loro onore – come denunciato dalla stampa all'epoca, per conto mio un po' strumentalmente – ma anche generali che si sono sforzati di capire, di provare a mediare fra le fazioni in lotta, di svolgere un ruolo almeno in parte politico: non a caso facendo arrabbiare gli americani, per i quali l'unico obiettivo era far fuori Aidid (il cattivone di turno) e farlo nei tempi della CNN. E poi: c'è qualcuno oggi che pensa in tutta onestà che a Srebrenica i Caschi blu non dovevano sparare per impedire il compiersi del genocidio? C'è qualcuno che ritiene che sia stata una buona cosa per l'Europa accettare l'assedio di Sarajevo, aspettare che i morti in quella città salissero a 10.000, aspettare che fossero i bombardieri americani a togliere le castagne dal fuoco? Il che, ovviamente, non significa approvare l'Iraq o la dottrina della guerra prenventiva: significa riconoscere che lo slogan “contro la guerra senza se e senza ma” suona molto bene ma non serve a nulla, e non serve a nulla perché è ideologico, pre-politico, non distingue situazione da situazione, guerra da guerra.

Infine, una nota su un concetto che nel libro emerge, sì, forse, ma non con l'importanza che meriterebbe. Cioè che cooperare è bello. Dà piacere. Risponde probabilmente ad un bisogno psicologico profondo. Di solito, quando lo si ammette, lo si fa con tono colpevole. C'è il timore di far passare il messaggio che i cooperanti si divertono o si inebriano del loro ruolo, del loro potere. Non mi riferisco a questo genere di situazioni, ovviamente. Mi riferisco ad un bisogno umanissimo, un bisogno “onesto”, che è quello di relazione. E forse di avventura: l'avventura data dalla relazione, appunto, dall'andare “altrove”, dal confrontarsi con ciò che è “altro da sé”.
Molti soddisfano questo genere di bisogni in maniere più ovvie, e a casa propria. Altri – una minoranza, certo – cadono vittime dell'impulso che li spinge ad andare nei Balcani quando infuria una guerra o in Africa dove comunque prendersi per lo meno la malaria è nel novero delle possibilità. Non va sottaciuto. Fare operazione di sincerità riguardo ai moventi della cooperazione significa anche confrontarsi con questo genere di...emozioni? E non sono, a parer mio, emozioni di cui ci si debba vergognare.
E mi fermo qua perché altrimenti devo scrivere un libro a mia volta.

Il grande Zimbabwe

Il grande Zimbabwe è il nome di uno straordinario sito archeologico dell'Africa australe, composto da una serie di costruzioni murarie in un continente fatto di capanne di fango. Wilbur Smith per giustificare questo mistero scientifico s'inventò che fosse stato creato da una tribù barbara (nel senso che noi europei diamo a questa parola, leggasi "i barbari delle invasioni barbariche") che aveva perso la strada ed era finita laggiù. Ma si sa, Wilbur è uno stronzo colonialista.
Anche lo Zimbabwe-nazione è una pura creazione coloniale: venne "inventato" da Cecil Rhodes, presidente della British South African Company, si chiamò non a caso Rhodesia del Sud (quella del Nord era lo Zambia), e venne di fatto governato per cent'anni sul modello sudafricano: ai bianchi potere, terra, miniere, ai neri miserabili riserve sovrapopolate e lavori servili. In Zimbabwe è cresciuta anche Doris Lessing, una delle scrittrici più straordinarie del '900, premiata col Nobel 2 anni fa; nata in Iran, figlia di un funzionario dell'amministrazione coloniale britannica ferito durante la prima guerra mondiale e "pensionato" con un pezzo di terra in Africa, comunista, ha raccontato il paese (che abbandonò a 30 anni per trasferirsi a Londra) con straordinaria vividezza. Negli anni '60 Ian Smith proclamò unilateralmente l'indipendenza, mai riconosciuta dalla comunità internazionale; nel 1980, alla fine di una lunga guerra di liberazione, il regime bianco e razzista cadde. Vinse Robert Mugabe, i neri, divisi in due fazioni (Zanu e Zapu, che ricalcavano le divisioni etniche fra la maggioranza Shona, a cui appartiene Mugabe, e la minoranza Ndebele, che ricalcavano a loro volta le tradizionali divisioni fra agricoltori e allevatori), regolarono i loro conti piuttosto sanguinosamente. Mugabe uscì vincitore, e si aprì una stagione di grandi speranze. All'epoca tutte le persone di buona volontà credevano in Mugabe: conservo riviste degli anni '80 (quando studiavo storia dell'Africa all'Università di Bologna), riviste cattoliche, terzomondiste, di ogni tipo, in cui si magnificava il progresso del paese. Le condizioni della popolazione (nera) miglioravano, l'autosufficienza alimentare sembrava raggiunta, anzi, lo Zimbabwe (tradizionale produttore di tabacco) tornava ad esportare, Mugabe stesso appariva come un leader autorevole pragmatico, aperto alla chiesa cattolica, nonostante il suo pseudo-marxismo. Un motivetto pop ("Bobby Mugabe, comes from Zimbabwe...") ne cantava le gesta. Tutto ciò nonostante la vicinanza con uno scomodissimo vicino, il Sud Africa dell'apartheid, che fomentava guerre e guerriglie in tutti i paesi confinanti della cosiddetta front-line (quasi tutti governati da regimi socialistoidi).
I problemi sono cominciati ad emergere negli anni '90, con l'avvio della riforma agraria. Certo, è un dato di fatto che le terre migliori erano ancora in mano ad una minoranza di farmers bianchi; ma è altrettanto vero che questi farmers erano lì da una vita, davano lavoro a un sacco di neri (affittuari, mezzadri, braccianti) e sapevano il fatto loro. Togliergli le terre per darle ai "reduci" - i sostenitori di Mugabe - è stato un disastro, il che dimostra come un'idea che sembra giusta in linea di principio possa rappresentare una iattura se tradotta in pratica. Mugabe è diventato in breve una "bestia nera", e oggi gli è addirittura negato l'ingresso in Europa e negli Usa (il che francamente pare un'esagerazione, se si pensa ai salamelecchi che facciamo ad un personaggio di sicuro peggiore quale è Gheddafi, per non dire dell'appoggio dato in passato dall'Occidente a dittatori come Mobutu Sese Seko o Siad Barre). Il paese è ridotto alla fame e il regime si è avvitato su se stesso, sprofondando in un gorgo di autoritarismo e violenze. Il risultato sono le migliaia di emigrati che cercano un futuro migliore in Sud Africa (oggi come un tempo, ma oggi è forse anche peggio di un tempo perché il Sud Africa non li vuole). Sono la conflittualità diffusa, sono il colera di cui parlano i giornali in questi giorni.

Donne d'Africa





Dall'alto: Mozambico e Kenya, preparando il pranzo. Somalia, donna con bambino. Eritrea, festa a Kerèn (foto del sottoscritto).

Crudeltà vaticane 2

Dopo il no alla depenalizzazione dell'omosessualità (il progetto di dichiarazione che la Francia intende presentare a nome dell’Unione europea alle Nazioni Unite), il Vaticano esprime il proprio dissenso anche nei confronti della Convenzione Onu sui diritti delle persone con disabilità, entrata in vigore l’8 maggio scorso, primo trattato sui diritti umani del Terzo Millennio approvato dall’Assemblea generale dell’Onu nel 2006. Il Vaticano ha partecipato attivamente ai lavori per la stesura del testo, durati cinque anni, ma, alla conclusione, si è rifiutata di firmarlo perché il documento non ha inserito un divieto esplicito nei confronti dell’aborto (inteso anche come "diritto a..." da parte di coppie disabili).
La chiesa di papa Ratzinger sembra stia facendo di tutto per allontanarsi dal comune sentire della gente.
Chiaro che c'è dietro una (magari condivisibile) preoccupazione per l'eugenetica. Ma, una volta di più, il tutto si risolve in una mera questione di principio (il Vaticano come Rifondazione: l'importante è fare testimonianza).

Crudeltà vaticane 1.

Appello della Santa Sede all'Onu: "L'omosessualità resti reato".
La Chiesa perseguita se stessa?


Leggo su un blog (http://aconservativemind.blogspot.com/): "La paura di Ratzinger dinanzi all’Onu, dunque, è quella che Fëdor Dostoevskij mette in bocca a Ivan Karamazov: «Se Dio non esiste, tutto è permesso»." Trovo davvero fastidiosa questa pretesa dei credenti di essere gli unici depositari di una morale. Oltretutto, questa visione è una visione disperata dell'uomo, perché lo svilisce profondamente. Davvero gli uomini hanno bisogno di inventarsi un Dio per darsi delle regole di condotta? Da non-credente mi pare una considerazione inaccettabile. Oltretutto è la stessa esperienza di vita (il dato empirico, diremmo, se fossimo in un'aula universitaria) a mostrarmi pressochè quotidianamente il contrario. Credenti di ogni fede che fanno ciò che vogliono (sia in materia sessuale sia in campi assai più delicati e gravi) giustificandosi in mille modi. E agnostici - come il sottoscritto - che non accetterebbero mai compromessi tanto enormi (spesso, perlopiù, frutto di mera ipocrisia).
E poi, abbiamo alle spalle un dibattito plurisecolare sul Giusnaturalismo. Come possiamo credere che le società umane non possano autoregolarsi, come possiamo far dipendere le regole che le governano da una divinità, da una religione? Ciò significa negare non solo lo stato laico ma le fondamenta stessa della nostra cultura (anche se ai sostenitori del Papa è spesso concesso dimenticare che le radici della civiltà occidentale sono Machiavelli e Hobbes e Locke e Voltaire e Stuart Mill e...Andy Warhol, ovviamente).
Ho letto l'intervento di un sacerdote trentino (peraltro illuminato) il quale dice: "In fondo l'omosessualità è reato in 94 paesi. La Chiesa non fa che schierarsi con essi."
Sì, ma - con tutto il rispetto - quali paesi? Rwanda, Libia, Iran, Bangla Desh, Etiopia, Birmania, Sudan, Arabia Saudita, Mauritania...
Fari di democrazia, insomma.
Il rappresentante vaticano all'Onu monsignor Migliore argomenta che una dichiarazione di valore politico - quale è quella proposta dalla Francia - rischia di aggiungere "nuove categorie protette dalla discriminazione senza tener conto che, se adottate, esse creeranno nuove e implacabili discriminazioni". In pratica, gli Stati che non metteranno omo e eterosessuali sullo stesso piano, verrano fatti oggetto di pressioni indebite se non addirittura messi "alla gogna". La preoccupazione, onestamente, è un po' debole, di fronte alla lista di vessazioni a cui, in tanti paesi, l'omosessualità viene sottoposta. Ma il discorso potrebbe allargarsi: infatti molti di questi paesi in realtà discriminano pesantemente anche altre categorie di cittadini, a partire dalle donne. Le persone di buon senso si chiedono perché ciò che le persone fanno in camera da letto sia così determinante per le gerarchie eclesiastiche. Si chiedono inoltre se ci siano specie d'amore intrinsecamente peggiori di altre, da circoscrivere, da punire.

Father


Mi capita di avere nostalgia di quello che ho vissuto il mese scorso, ieri l'altro, ieri, due ore fa. Un giorno proverò nostalgia del momento esatto, il lucido istante levigato che chiamiamo PRESENTE,
e il cerchio sarà chiuso.

Neve

La neve è sorprendente; appartiene a quella categoria di fenomeni naturali che generano nelle persone un senso di complicità, di comune appartenenza al genere umano, difficile da rintracciare in quelle che i sociologi chiamano: "società complesse". E` come se il disagio, molto modesto, che essa crea, risvegliasse negli uomini l'istinto primordiale a far causa comune contro forze percepite come infinitamente più potenti. Un istinto che risale, suppongo, a quando eravamo inermi contro cataclismi di ben altra portata, i terremoti, le inondazioni, qualche sconosciuta pestilenza...
Quando una nevicata improvvisa paralizza il traffico, quando i tram smettono di viaggiare e ci si sente isolati, persino nel cuore della città, dentro ai confini angusti di un caseggiato, un quartiere...allora ci si scambia sinceri sorrisi, e si commentano assieme le previsioni del tempo. Le persone sono capaci di cose inaudite, come prestarsi aiuto a vicenda. E` il loro lato tribale che viene a galla, mette sempre una certa eccitazione, a vederlo esplodere così, per un nonnulla.
da Macchine fluide, romanzo inedito (finalista Premio Calvino 1997)

Pastello


And something flickered for a minute, and then it vanished and was gone...